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3.2 - La competenza. Quale fu la causale delle stragi consente di affermare anche qual è il giudice competente a conoscere di tutte.
 
E’ evidente, infatti, che la causale unitaria porta con sé l’unicità del disegno criminoso, giacché tutti i reati per cui è processo furono eseguiti per un fine specifico (quello che è stato sopra enunciato).
 
Questo fine non poteva esistere prima dell’entrata in vigore della legge della legge 7-8-92, n. 356, che convertì in legge il decreto sul “carcere duro”. E’ da escludere, quindi, come è stato ampiamente spiegato nel capitolo primo, che le stragi per cui è processo siano collegate finalisticamente con quelle di Capaci e via D’Amelio.
 
Sono collegate invece tra loro tutte quelle per cui è processo. Ciò è evidentissimo per le stragi di via dei Georgofili, di via Palestro, di S. Giovanni in Laterano, di S. Giorgio al Velabro.
Tutte queste stragi rientrano, inequivocabilmente, negli attentati ai “monumenti” di cui hanno parlato i molti collaboratori esaminati.
 
Il discorso non è meno evidente per la strage di via Fauro e per quella dell’Olimpico.
 
Quanto alla prima, basti dire che doveva essere seguita a ruota da quella di via dei Georgofili e che solo per l’improvviso ripensamento di Messana Antonino si verificò uno scarto (di appena 12 giorni, comunque) tra le due. Essa fu eseguita dallo stesso gruppo di fuoco di Brancaccio, contemplò l’impiego degli stessi esplosivi (segno che gli ordigni erano stati preparati insieme) e avvenne con le stesse modalità (autobomba).
 
Ma quello che più conta è che questa strage fu decisa, come si comprende dalle parole di Brusca, nello stesso contesto delle altre (vale a dire, insieme alle altre), tant’è che passò in esecuzione nello stesso periodo (come hanno detto Brusca e tutti i collaboratori catanesi).
 
Quanto alla seconda, basti dire, anche qui, che i sopralluoghi allo stadio Olimpico cominciarono, come ha precisato Scarano, il 5-6-93: vale a dire, otto giorni dopo la strage di via dei Georgofili e mentre gli attentatori stazionavano a Roma per preparare le stragi del 27 luglio. Va anche considerato che questa strage fu preannunciata dalle lettere ai giornali, spedite nella stessa serata (27 luglio 1993) degli attentati di luglio (come si è visto nel commento di dette stragi).
 
Va aggiunto, poi, quanto dice Grigoli: l’esplosivo per questa strage fu preparato alla fine di maggio del 1993 o poco dopo, quasi in contemporanea con la strage di Firenze e dalle stesse persone che eseguirono questa e tutte le altre stragi.
 
Anche qui, poi, la tecnica usata fu la stessa (autobomba) e identici, rispetto alle altre stragi, furono gli attentatori.
 
Tutto ciò rappresenta non già indizio, ma prova sicura che anche queste due stragi furono pensate insieme e rientravano nello stesso progetto volto a piegare lo Stato. E questo senza tener conto dell’esplicita indicazione che è venuta in questa direzione da Brusca.
 
Il discorso è ugualmente certo per l’attentato di Formello. Anche qui basta un dato fattuale, riferito da Grigoli: l’esplosivo per questa strage fu preparato quasi in contemporanea con quello dell’Olimpico, dalle stesse persone e negli stessi posti. Sempre da Grigoli si è appreso che il mandato di effettuare quest’attentato fu dato da Giuseppe Graviano, probabilmente nella stessa riunione in cui fu dato mandato per l’Olimpico.
 
Va aggiunto poi quanto detto da Scarano: i sopralluoghi a Formello cominciarono a gennaio del 1994, ma Spatuzza sapeva già di Formello e del fatto che qui dimorava Contorno.
 
Va rimarcato, infine, che gli autori di questo attentato furono gli stessi che per le altre stragi in imputazione e che anche quest’attentato doveva essere eseguito in modo “eclatante”; vale a dire, con una tecnica idonea a richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica (segno che lo scopo perseguito non era solo quello di uccidere un collaboratore).

 
Anche per l’attentato a Formello deve dirsi, quindi, che è collegato teleologicamente con gli altri.
 
Non sono certamente di ostacolo a questa conclusione il fatto che fu utilizzato un esplosivo diverso che nelle altre stragi e una tecnica diversa.
 
Posto, infatti, che tecnica e strumenti simili o identici non fanno l’dentità (né la diversità) del disegno criminoso (di cui possono essere soltanto una spia), va aggiunto che l’utilizzo di un esplosivo diverso aveva, nel caso specifico, una sua ragion d’essere: serviva ad evitare che gli inquirenti e l’opinione pubblica collegassero in un unico filo le varie stragi fin’allora eseguite.
 
Ciò non è assolutamente in contraddizione col fatto che lo scopo immediato delle stragi era quello di instaurare una trattativa con lo Stato (per la qualcosa occorreva un interlocutore riconoscibile).
 
Va considerato, infatti, che gli interlocutori istituzionali non erano, per i mafiosi impegnati nella campagna stragista, né  l’opinione pubblica né gli investigatori. Erano, invece, frange particolari dell’apparato statuale, con cui erano in contatto o che ritenevano di poter contattare. Per costoro la matrice mafiosa di tutti questi attentati sarebbe stata ben comprensibile o facile da comprendere (o da far comprendere).
 Il depistaggio era pensato per gli investigatori e per l’opinione pubblica, di cui temevano la reazione.
 
Deve dirsi, quindi, che le stragi di cui i dirigenti mafiosi intendevano servirsi per instaurare un contatto lo Stato e pervenire all’eliminazione del “carcere duro” e del “pentitismo” erano tutte le stragi per cui è processo.
 
Gli obiettivi di queste stragi furono principalmente cercati nel patrimonio artistico della Nazione. Il fatto che, nella scelta degli obiettivi siano entrati anche personaggi singoli (Costanzo e Contorno) si spiega considerando che, come sempre avviene negli accadimenti umani, soprattutto se complessi, la componente personale (dalla parte degli autori) riveste sempre un ruolo significativo e, talvolta, decisivo.
 
Costanzo vi entrò perché aveva già catalizzato su di sé l’attenzione con alcuni lodevoli programmi televisivi ed aveva già urtato la suscettibilità di mafiosi importanti; Contorno vi entrò perché, essendo uno degli storici collaboratori, era un esempio vivente della redditività del “tradimento”.

 
Uccidendo queste persone la mafia avrebbe ottenuto il duplice risultato di “fare rumore” e di eliminare delle persone sgradite. Avrebbe fatto, cioè, come recita proprio un proverbio siciliano, “ un viaggio e due servizi”.
 
Nel caso di Contorno, va aggiunto, i “servizi” erano addirittura tre, giacché Graviano e Spatuzza avevano anche motivi di rancore personale verso costui. Ma è chiaro che non sono i sentimenti di alcuni degli autori che fanno cambiare natura ad un fatto già altrimenti qualificato.
 
La deliberazione unitaria di tutte queste stragi, in vista del fine che è stato più volte detto, comporta che tutte devono ritenersi unite sotto il profilo della continuazione.

 
Competente a conoscere di tutte è il giudice di Firenze, dove si è verificato il primo, più grave reato della serie.
- In conclusione, vanno ricordati alcuni orientamenti della giurisprudenza sul reato continuato.  Il primo concerne la deliberazione unitaria dei singoli reati di cui si compone il programma delittuoso. E’ stato detto, e questa Corte condivide, che il reato continuato sussiste anche laddove risulti accertato che, nel programma di azione preventivamente ideato, alcuni episodi siano previsti solo come eventuali e legati allo svolgimento del disegno originario.[1]
 
Ciò consente di dire che, nel caso di specie, non verrebbe meno la continuazione dei reati ove, com’è possibile (e fors’ anche probabile), gli ideatori della campagna stragista avessero messo in conto le prime stragi, riservandosi di compierne altre ove lo Stato non si fosse subito piegato.

   Un altro orientamento concerne il grado di determinatezza che devono avere le modalità esecutive del programma deliberato.
 
E stato detto, e questa Corte condivide, che per l’applicazione della norma di cui all’art. 81,cpv, cp, non è richiesta una dettagliata programmazione delle modalità delle azioni criminose nel loro graduale susseguirsi, ma è sufficiente la generica programmazione dei crimini aventi tutti una finalità predeterminata.[2]
 
Ciò consente di dire che, nel caso di specie, non verrebbe meno la continuazione ove le modalità esecutive delle stragi (sotto il profilo dei mezzi da impiegare, delle persone da utilizzare nell’esecuzione, dell’ordine di successione delle azioni) fossero state precisate al momento dell’azione o avessero subito modificazioni rispetto al progetto originario.
 
Ciò vale, in particolare, per l’attentato a Contorno, in ordine al quale è ben possibile che gli ideatori non avessero ben presenti, già nell’aprile 1993, tutti gli elementi (es. luogo esatto dell’abitazione) per giungere alla sua eliminazione.
 
Nell’un caso e nell’altro, infatti, non verrebbe toccata la sostanza della “continuazione”, che è integrata dall’unitarietà del fine (concreto e specifico) perseguito con le molteplici condotte delittuose.



[1] Cass., sez.I, 86/172350.

[2] Cass., sez.V, 88/179431.