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27 maggio 2012



Dal libro di Francesco Nocentini "Storia d'Italia in sette stragi", la presentazione di G.M.Chelli





Il 14 maggio 1993, 4 mesi esatti dopo l'arresto di Salvatore Riina, avvenuto il 15 gennaio 1993, iniziò in Italia per volere di 'Cosa nostra' un attacco violento contro lo Stato. Il primo obiettivo fu raggiunto in via Fauro a Roma.
Dicono i processi che la mafia decise di colpire Maurizio Costanzo perché sparlava di mafia. Il 27 maggio 1993, a Firenze, con 250 chilogrammi di tritolo fu fatta crollare la Torre de' Pulci in via dei Georgofili e fu incendiato il palazzo di fronte. I processi diranno che la mafia voleva colpire gli Uffizi. Il 27 luglio dello stesso anno a Milano in Via Palestro venne fatto crollare il padiglione d'arte moderna e messa in difficoltà la Villa Reale. Nel corso del processo emerse che l'attentato fu contro il padiglione di arte contemporanea. Il 27 luglio a Roma, contemporaneamente all'attentato al Padiglione di arte moderna di Milano, vennero colpite le due chiese San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro. Il processo disse che si volevano colpire le chiese care al Papa, perché il Papa era andato a Palermo e aveva tuonato contro la mafia. Il 31 ottobre 1993 venne messo in atto il tentativo di far saltare un pullman carico di carabinieri allo Stadio Olimpico di Roma durante una partita, ma il telecomando non funzionò e l'attentato non riuscì. Oggi il dato è cambiato dopo la collaborazione di Gaspare Spatuzza e il fallito attentato all'Olimpico viene datato al 23 gennaio 1994. Il 14 aprile 1994 a Roma si tentò di colpire il 'pentito' Salvatore Contorno, il collaboratore storico fra i collaboratori di giustizia, ma anche qui l'esplosivo non funzionò e Contorno si salvò.
Riassumendo per sommi capi, l'organizzazione criminale denominata Cosa Nostra nel 1993 mise in cantiere in Italia ben sette stragi, utilizzando quasi 1000 chili di esplosivo, con il risultato di dieci morti, fra bambini, ragazzi, donne e uomini, e cento feriti.
L'obiettivo di questa operazione fu colpire lo Stato attraverso i suoi monumenti; i moventi furono l'abolizione dell'ergastolo, l'abolizione del 41 bis, l'abolizione della confisca dei beni alla mafia, la revisione dei processi e così via. Questo è quanto è risultato dai dibattimenti di Firenze sulle stragi del 1993 dopo soli quattro anni e 160 udienze. Il risultato è stato quello di infliggere 15 ergastoli al gotha di cosa nostra, uomini del livello criminale di Salvatore Riina, Leoluca Bagarella, i fratelli Graviano e altri loro pari.
Dopo la descrizione degli eventi che da diciannove anni ci occupano, ecco perché di buon grado scrivo questa presentazione ad un libro che si commenterà da solo quando il lettore ne scorrerà le pagine, puntuali, perfette, esaustive al massimo.
Diamo il nostro contributo con questa presentazione ad un libro che Francesco Nocentini ci ha fatto sentire fortemente nostro, anche se la fatica è stata tutta sua, perché crediamo fra le pieghe di questo libro sia il posto giusto per dare spazio a ciò che ancora purtroppo angoscia, per mancanza di risposte certe, tutti noi.
Infatti se è pur vero che nei processi di Firenze per le stragi del 1993 per quello che riguarda Cosa Nostra esecutrice e mandante interna all'organizzazione criminale, tutto è stato scritto come Nocentini sapientemente sottolinea, questo non possiamo certo dirlo per quello che riguarda i 'mandanti esterni a cosa nostra', ovvero i concorrenti con la mafia nelle stragi del 1993. Pensate che oggi, a quasi 19 anni di distanza (tanti saranno il 27 maggio 2012 e venti lo saranno l'anno prossimo), ancora c'è chi mette in dubbio che 'mandanti esterni alla mafia', concorrenti con la mafia nella strage di Firenze del 27 maggio 1993 non ve ne siano. Noi invece, che siamo certi vi siano, siamo qui a testimoniare, documenti alla mano, che se mandanti esterni alla mafia non ve ne sono, allora davvero i documenti dei quali oggi vi parliamo sono il più colossale caso di 'giallo' storico che mente ricordi.
Partiamo con un dato incontrovertibile riportato da un numero incredibile di collaboratori di giustizia, più o meno sessanta: le stragi del 1993 sono state volute dalla mafia affinché fosse abolito il regime di detenzione speciale previsto dal 41 bis, non vi sto a dire quante altre cose ancora la mafia volesse abolire con quei 1000 chili di tritolo, perché vorrei che vi concentraste sul dato 'abolizione del 41 bis'.
E a questo punto ecco un carosello di documenti, la cui sola cronologia, naturalmente insieme al contenuto, fa rabbrividire al pensiero di quanti anzitempo sapessero ciò che sarebbe successo da quel 14 maggio 1993 fino al 14 aprile 1994. Facendo quindi ben comprendere come la mafia non potesse essere sola in via dei Georgofili la notte del 27 maggio 1993 ad ammazzare i nostri figli.
Il 17 febbraio 1993 alcuni familiari di detenuti scrivono al Presidente della Repubblica e molti altri ancora, informando che sono arrabbiatissimi della condizione dei detenuti loro parenti soggetti al 41 bis. Da quel febbraio 1993 fino a tutto il 31 ottobre 1993, con nel bel mezzo le stragi di quell'anno, noi avremmo dovuto tener conto che, attraverso uomini dello Stato, come è emerso nel processo Tagliavia (ennesimo mafioso condannato per la strage di via dei Georgofili), che di recente si è concluso in primo grado, c'era stato tutto un balletto all'interno delle nostre carceri, con passaggi di mafiosi da carcere speciale di detenzione di 41 bis a carcere normale e a volte con conferme di 41 bis come il 25 luglio 1993.
Passaggi che, anche ad essere i più benpensanti possibile, se non sono state collusioni con la mafia - non vogliamo neppure pensarlo - sono stati almeno plateali errori. Eppure durante il processo Tagliavia, come accennato, i noti uomini dello stato di allora non hanno fatto altro che autodifendersi e affermare che mai e poi mai lo Stato avrebbe trattato con la mafia.
Ed ecco allora attraverso altri documenti il giallo infittirsi: il 26 giugno 1993 il Direttore generale del Dap scrive un appunto per il Signor Capo del Gabinetto del Ministro, dove lo informa dei decreti di 41 bis in scadenza e di come da una parte non farli scadere giova alla collaborazione dei mafiosi, mentre farli scadere darebbe un segnale di distensione ai mafiosi.
Gli argomenti sono così delicati e l'informazione così precisa che le testimonianze di oggi di uomini dello Stato nei processi di Firenze e Palermo stridono veramente tanto. Non basta ancora: all'11 settembre 1993 è datato un appunto dello SCO della polizia di Stato, che durante l'analisi di quel terribile periodo delle stragi del 1993 scrive: «Per raggiungere l'obiettivo della 'trattativa' - secondo le fonti informative, la strategia del terrore potrebbe proseguire con analoghe iniziative criminali e, poi, con una seconda fase di cui verrebbero eseguiti attentati volti alla'uccisione di personaggi impegnati della lotta alla mafia». Insomma lo SCO nel settembre 1993 usa già l'espressione sia pure virgolettata «trattativa».
A condire tutto in 'insalata' ecco di questi giorni tornare alla ribalta la lettera che in questo Paese fu inviata a trentanove soggetti a giugno del 1992, fra le stragi di Capaci e di via d'Amelio, dove essi vengono informati della situazione drammatica in cui versa l'Italia e già si fa cenno a punti di quel famigerato 'papello': sono le richieste della mafia allo Stato, come le misure restrittive del 41 bis. Inoltre, in questa lettera, anonimi chiedono accoratamente di reagire e fare lotta alla mafia perché qualcosa potrebbe succedere.
E le cose in elenco nel mese di settembre 1992, nominate dall'anonimo, sono già quelle che oggi sono sotto gli occhi di noi tutti.
Questa lettera era già nota alla politica tutta il 7 settembre 1992, oltre a tutti coloro che la ricevettero nel mese di giugno 1992: la lettera fu portata in Parlamento affinché tutti potessero lavorare e capire cosa stava per avvenire in Italia già in quell'anno, prima che si compiesse l'omicidio di Borsellino, prima delle stragi del 1993, ma nessuno se ne curò e le stragi del 1993 in nome e per conto dell'annullamento del 41 bis avvennero eccome ...ve lo posso assicurare!
Concludo, pur essendo ancora lungo - credetemi - l'elenco di lettere e documenti ufficiali tinti di giallo, con le ultime riflessioni che potremmo definire prese di coscienza.
In primis il documento della DIA, datato 10 agosto 1993, e reso pubblico integralmente da l'Unità, seppur ben noto già dal settembre 1993, a mezzo anticipazioni sulla stampa; anticipazioni che allora forse ebbero ripercussioni deleterie per il prosieguo delle indagini della magistratura, ma oggi davvero tardive. Da questo documento la trattativa è quasi palese, ma - ahimè! - l'opinione pubblica solo ora ne è informata chiaramente. Se ne deduce che quando c'è da bruciare notizie e indagini la stampa si mostra solerte, quando invece si tratta di informare a tempo debito, i tempi non sono mai maturi così che quando esce la notizia e diventa di dominio pubblico, tutto è già stato 'quagliato'. E, credetemi, anche in questo caso specifico tutto voluto fortemente dalla politica!
Proprio a proposito di politica ecco che giungo a menzionare, infine, gli ultimi lanci di agenzia di quest'anno, che informano come il Presidente del Commissione Parlamentare Antimafia Giuseppe Pisanu pare sia arrivato alla lettura politica delle stragi del 1993.
Noi chiaramente l'attuale commissione parlamentare, come tutte del resto, le abbiamo viste come il fumo negli occhi per ovvii motivi. Intorno ai tavoli di queste commissioni ci sono tutti i partiti in teoria per studiare le carte, trarre le conclusioni e fare in modo che si arrivi alla verità almeno a livello politico. In realtà intorno a quel tavolo ogni partito tira l'acqua al proprio mulino, ogni partito si sente e si manifesta innocente e gli altri colpevoli.
All'uopo ci ha fortemente dato ragione l'espressione usata dal Presidente Pisanu: dobbiamo riprendere i fili e tirarli, verso una ragionevole conclusione.
Può una commissione che si arroga il diritto attraverso la legge di cercare la verità pensare di trovare una 'ragionevole' conclusione in fatti di strage? Ragionevole per chi vuole che la politica ne esca fuori immacolata? E magari stabilire che la responsabilità, sia pure politica, è di partiti e di uomini morti e sepolti? O ragionevole verso uomini che giurano nei tribunali sui codici penali che presero decisioni scellerate sulla pelle dei nostri parenti e le presero perché credevano così di fermare le stragi? Ma quali stragi hanno fermato, se per prendere decisioni comunque scellerate hanno pasticciato così tanto sopra, che il 31 ottobre 1993, quando hanno deciso di non rinnovare 334 decreti che sancivano altrettanti 41 bis, ormai le stragi ci sono state tutte?
Insomma qui fra le righe di questa presentazione di un libro che racconta la storia d'Italia attraverso ben sette stragi, quell'Italia che si fonda sul sangue dei morti ammazzati in quelle stragi, e sulle montagne di lettere, documenti ufficiali, documenti falsi e quant'altro rinchiusi nei cassetti segreti di chi ogni giorno pretende di darci ad intendere che amministra la giustizia, il nostro tentativo è quello di mettere in evidenza un malessere che in molti in questo Paese potrebbero placare dando ai nostri morti un vera giustizia.
Infatti i documenti non solo restano rinchiusi nei cassetti per anni, a volte saltano fuori giusto per dare una mano ad una politica che ormai è alla deriva se non cambia in toto tutti i suoi uomini, quelli che ci vogliono ogni giorno vendere per i migliori.
Non ci sono più uomini migliori in politica, ci sono solo uomini che sanno tutto sulle stragi e tacciono.

Giovanna Maggiani Chelli
Presidente dell'Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili