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17 aprile 2015

Aula Bunker di Santa Verdiana
Ricordo di Gabriele Chelazzi

L'intervento di Giovanna Maggiani Chelli


Premessa
Rivista "DIVA" La mafia tour ultima tappa dell'orrore Visualizza
Per questo abbiamo scritto all'ambasciatore USA una lettera aperta.
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Veniamo a noi a questa giornata.
Prima di parlare del magistrato che non c'è più e che è la nostra spina nel fianco, un cenno, uno dei tanti, a quello che crediamo lui Gabriele Chelazzi avrebbe apprezzato ricordassimo.

Il 10 ottobre del 1997 fu una giornata memorabile in un'aula giudiziaria di Firenze.

Durante il processo per le stragi del 1993, Leoluca Bagarella perse il controllo dei suoi nervi solitamente d' acciaio, ed inveì con tutta la sua forza contro il collaboratore Di Filippo Pasquale nel mezzo dell'interrogatorio da parte del nostro Avvocato di parte civile. Il suo sfogo avvenne giusto un attimo prima che il collaboratore dicesse testuali parole, riportate a pagina 18 della trascrizione dibattimentale.

Ad una domanda del nostro avvocato sul fronte del 41 bis, ecco cosa rispose Di Filippo:
"Poi ne ho parlato con Bagarella, però... Questo l'ho commentato con Bagarella dicendo che non si era risolto niente. Questo discorso l'abbiamo, io personalmente con lui in via Pietro Scaglione. Abbiamo parlato di cose di una certa importanza, di cui oggi non posso parlare".

Ebbene, sono passati 18 anni.

Di Filippo, al processo trattativa Stato-Mafia di Palermo e non ad un processo per strage ai Concorrenti nella strage di Firenze, dato che quello non è più stato fatto,esattamente come in tanti altri procedimenti in corso negli anni ha affrontato il problema della politica nelle stragi del 1993 rispetto alle promesse sulla rimozione del 41 bis. Ma la sua voce, come sempre, non ha avuto l'effetto di un sasso nello stagno.

Il teste e collaboratore di giustizia Di Filippo al processo così detto trattativa Stato-mafia ha ben ribadito quanto non ci sia mai stato un incontro elettorale nel quale "cosa nostra" non l'abbia fatta da padrona.

Dal carcere, la mafia dà ordini precisi per chi votare. Lo ha fatto anche nel 1994, un attimo dopo che i nostri figli erano stati ammazzati per far saltare monumenti e luoghi simbolo dello Stato. Era in corso una trattativa, in quel maggio 1993, tra "cosa nostra" e lo Stato. Una trattativa voluta da uomini dello Stato per "sia pure in un primo momento, fermare le stragi".

Oggi, a 23 anni di distanza, noi vittime della mafia ascoltiamo nuovamente le parole dei collaboratori di giustizia come Di Filippo che hanno fatto letteratura già parecchi anni fa nel processo di Firenze per le stragi del 1993 e che bollano la politica, anche quella attuale, come collusa con la mafia.

Ciò nonostante, non vediamo una seria presa di posizione contro la mafia.

A distanza di più di venti anni, ciò a cui ci ritroviamo ad assistere è la solita litania demagogica e di facciata sulla lotta alla mafia. Quella litania che ci tiene ancora in ostaggio, che ci trattiene in balia di un sistema che tira a campare, ed a vivere con la mafia. Vivere, già: la parola "convivere" non è più necessaria, non è più adatta.

Un sistema che si atteggia a bello, ma che dietro quella facciata non si occupa a dovere neppure delle vittime di "cosa nostra". Figuriamoci della verità sui massacri del 1993.

Le stragi del 1993, la verità è che questo è un argomento ormai "passato di moda". La verità è che nessuno dei media se ne occupa più, se non marginalmente. I massacri del 1993 sembrano lontani anni luce, eppure gli uomini che li hanno gestisti sono ancora tutti con lo scettro del comando in mano, che varano leggi e gestiscono la vita dell'intero Paese.

Questo è il nostro pensiero, ed è qualcosa di tremendo che ci accompagna ogni giorno, che ogni giorno ci dà malessere.

Ma cerchiamo sempre e comunque di trovareforza,e quello che oggi noi abbiamo voluto portare a questo convegno è innanzitutto il ricordo dell'allora Vice Procuratore nazionale Antimafia Gabriele Chelazzi, perché tale era quando è morto.

La memoria di questo uomo, magistrato, e viceprocuratore Nazionale Antimafia: ecco ciò che portiamo oggi. Ancora a distanza di 23 anni, portiamo la necessità di combattere. Ancora a distanza di 23 anni, noi non ci arrendiamo.

Non ci arrendiamo alla drammatica consapevolezza di aver perso, di fronte all'inesorabilità del tempo che passa anno dopo anno. Quel tempo che passa e che lavora a favore degli stragisti.

Anno dopo anno: ormai sono ventitre, tutti in fila, ed il disinteresse è ormai totale. Forse è giusto che sia così. Troppi i gravi problemi che hanno in qualche modo determinato quelle bombe: mancanza di lavoro, di letti in ospedale, istruzione per i nostri figli.

Rimaniamo solo noi, nel silenzio. A volte compianti. Speriamo non derisi.

Oggi, abbiamo voluto riproporre in un volumetto gli atti del convegno del 2003, a dieci anni precisi dalla strage.

E' di certo una cosa modesta nella rilegatura e nella presentazione; il suo valore, però, sta tutto in ciò che esso contiene. E questo, forse, è il segno dei tempi.

Del resto, in questi 23 anni noi abbiamo fatto e dato tantoalla politica, forse anche le nostre reali intenzioni: non abbiamo mai voluto fare politica attiva, ma la strage è un atto politico forte. Ed è perciò inevitabile che la vittima venga strumentalizzatada tutto l'arco costituzionale.

Noi abbiamo dato molto alla politica, anche in questa città, e questo è un fatto inoppugnabile, sotto gli occhi di tutti.

Dalla politica, invece, non abbiamo avuto alcun ritorno. Ci ha sfruttati, ha sfruttato le nostre battaglie ed i nostri nomi solo quando lo ha ritenuto strumentale, se non opportuno.

Ma bando alle polemiche: noi presentiamo gli atti di quel convegnoche preparò il magistrato Chelazzi. Un appuntamento a cui teneva ma a cui non poté prendere parte: morirà un mese e mezzo prima dell'anniversario.

Rileggendo le parole degli illustri relatori di allora, e anche le nostre parole, trapelava già ciò che oggi è ormai al centro del tavolo: la trattativa Stato mafia.

Avevamo sperato che la Regione Toscana allora si incaricasse di rilegare questo volumetto perché 10 anni dopo la strage ormai la verità, tracimava da tutte le parti.

Tuttavia, ad oggi non si può sostenere pubblicamente che davvero avvenne la trattativa.

Questo perché tutto ciò è al centro del processo che sta andando oggi in scena a Palermo, e noi aspettiamo sempre le sentenze.

In questi atti, però, almeno un dubbio su una possibile se non plausibile trattativa - comunque confermata dalla sentenza di primo grado a Tagliavia - è già espresso nella ricostruzione di professori universitari che hanno letto gli atti processuali fino a quel 2003.

E' un paese, questo, in cui non si può dire neanche che nel 2001 ci furono quegli incredibili 61 seggi su 61 come risultato elettorale. Non si può dire perché ci sono in atto larghe intese. e tutti pare abbiano diritto a dire la loro. Anche noi, però. Ecco perché quindi distribuiamo questo volumetto che riporta la parola di persone offese, e di persone che hanno letto fiumi di atti processuali.

Questa è la nostra, che vogliamo dire, uniti a tanti altri, proprio come in quel 2003. Dobbiamo farlo!

Del resto, è da questa città che è partito il messaggio, uno slogan: "Non ci sono stati mandanti per la strage del 27 Maggio 1993, né uno, né due, né tre, né quattro né cinque...": è stata la mafia, punto.

È da questa città che è nato il Governo che a giugno ancora una volta come altri governi metterà in discussione tutto ciò che per legge hanno dato alle nostre vittime, come le esenzioni fiscali.

È ormai penoso dirlo dopo tutti questi anni: le pensioni agli invalidi all'80% della capacità lavorativa per terrorismo restano incardinate nelle leggi che non vengono applicate. Strombazzate come la Legge di Stabilità ma non applicate nel bene. Sempre nel male.

L'ultima lagnanza, e chiudo:

In Cassazione, lo vogliamo dire?

Al momento del processo Tagliava, l'ultimo mafioso che si è occupato di esplosivo, abbiamo avuto i ritorni della distensione anche verso organizzazioni criminali.

Possiamo forse limitarci a definirla "mancanza di rispetto"?

Forse esageriamo, masiamo finiti in una Corte di cassazione CHE SEMBRAVA all'insegna del garantismo ed il processo è stato respinto per richiesta della difesa.

Ma non solo: la mattina dell'udienza non abbiamo avuto nessuna priorità.

Non per noi. Noi, nonostante tutto, non abbiamo mai voluto nessun lustro per noi, né ci siamo mai sentiti diversi, o superiori, rispetto alle vittime di altri reati.

Avremmo preteso più rispetto per ciò che un altro processo per le stragi del 1993 rappresentava.

E invece.

Invece, siamo finiti in coda a tante altre udienze per tanti altri processi, sia pure importanti, ma nessuno per strage terroristica eversiva.

Il passare del tempo ha segnato tutto, anche le stragi del 1993.

Eppure per noi è come se fosse ieri. E sapete perché? Perché noi i figli non li abbiamo più, o li abbiamo ammalati dal terrorismo.

Giovanna Maggiani Chelli