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25 maggio 2012
Regione Toscana
Convegno sulla Giustizia




Ringraziamenti

Questo convegno di oggi è molto importante per noi che in questi anni abbiamo detto molte cose e tutti sanno che cosa vogliamo:
- un processo per strage ai concorrenti nella strage di via dei Georgofili, per arrivare alla verità definitiva e non siamo disposti a sentire su questo tema, nessun tipo di ragione.
Infatti non abbiamo creduto a chi è venuto al processo celebrato a Firenze con imputato Tagliavia per testimoniare, in ragione della carica istituzionale ricoperta all'epoca dei fatti, raccontando aneddoti di nessun interesse sul piano giudiziario, inscenando autodifese e trincerandosi dietro a ricordi molto più sbiaditi di quelli dello smemorato di Collegno.
La sentenza del processo Tagliavia è datata ottobre 2011, le provvisionali, peraltro elemosine, ma immediatamente esecutive, sono ancora nei cassetti di Stato, pur giurando che questa volta il Fondo 512, destinato alle vittime dei reati di tipo mafioso, è a posto.
Ci domandiamo come farà ad esserlo, visto che i beni confiscati alla mafia continuano a non essere venduti e quindi monetizzati.
- Cosi come vogliamo una applicazione completa della legge 206 del 2004, quella legge che prevede, fra le altre cose, l'erogazione immediata della pensione a quanti in una strage riportano una invalidità almeno pari all'80% della capacità lavorativa.
Norma disattesa per uno degli invalidi della strage di Via dei Georgofili e per altre tre persone per altre stragi. Quattro persone in tutta Italia, e tanto non si trova il verso di sistemare questa vergognosa situazione, perpetrata quando l'ex Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi mise i quattro casi nelle mani del Ministro del Lavoro e poi del Consiglio di Stato; l'interpretazione della norma fu devastante: i feriti rimasti invalidi all'80% dovevano lavorare al momento della strage, ovvero dovevano godere nell'immediato di versamenti INPS anche se avevano 7 o 8 anni o 22 ed erano studenti.
Si è spesa l'Italia che conta per sanare questa vergogna, dal Presidente della Repubblica in giù, ma non abbiamo ottenuto nulla, nella migliore delle ipotesi c'è la scusa di oggi, ovvero che non ci sono i soldi.
Basta pensare a quanti soldi pubblici sono stati rubati e continuano ad esserlo anche soltanto attraverso i finanziamenti ai partiti per credere che davvero per i nostri invalidi di soldi non ce ne sono più. È bastata una legge con cui hanno sostituito il termine "finanziamento pubblico" con "rimborso elettorale" ed hanno potuto perseverare nelle loro ruberie.
Speriamo invece che sia giunto il momento di una legge ad hoc che non salvi dalle responsabilità penali chi è contiguo alla mafia. Serve una legge contro chi, favorendo i pagamenti di cospicue somme a Cosa Nostra, ha tenuto un comportamento di rafforzamento della stessa associazione mafiosa.


Eccoci quindi in questo anniversario centrato sulla giustizia attraverso la cultura della legalità, non la cultura da quattro soldi, ma quella cultura del vivere civile nella legalità totale. Cultura che ben si identifica nei libri che noi abbiamo presentato in tutti questi anni e soprattutto nei libri del Pna Grasso, ultimo in ordine "LIBERI TUTTI" del quale di qui a poco rispondendo alle domande del giovane presidente della consulta provinciale Alessio Mantellassi vi parlerà lo stesso dott Grasso.
Liberi finalmente dalla mafia, quella mafia che non deve essere mai invocata, neppure per scherzo, dicendo che è meglio in qualunque cosa dello Stato, anche quando lo Stato sbaglia e non ammette i propri errori come quando ha trattato con Cosa Nostra per fermare le stragi del 1993, o come quando in parte abbandona le vittime delle stragi perché non trova la forza di opporsi ad una burocrazia a volte anche pilotata per gli interessi o le cattiverie di alcuni.
LA MAFIA E' SEMPRE PEGGIO e se lo diciamo noi che per avere i nostri diritti siamo costretti a sputare l'anima, potete crederci.
La mafia che continua a mandare i suoi segnali in questo Paese alla deriva economica, guidato, come ai tempi delle stragi del 1993, da un governo tecnico. Ed ecco la recente notizia del tentativo di suicidio in carcere di Provenzano, azione alla quale non abbiamo creduto nemmeno per un istante.

A questo punto vorrei, a nome dell'associazione che rappresento, riportare le parole del Magistrato Gabriele Chelazzi pronunciate il 25 Maggio 2002 ad un convegno sulla giustizia, come quello di oggi.
Avevo proposto la lettura di questo testo al Quirinale il 9 Maggio scorso, dove avrebbe dovuto leggerla per noi il Presidente della Consulta Provinciale Mantellassi, ma non è stato possibile, da qui la scelta di lasciare a voi questa testimonianza perché non sia mai dimenticata.

"...Perché quando in undici mesi il territorio continentale di un Paese viene per sette volte aggredito con la strage, non siamo davanti a manifestazioni occasionali della criminalità, per quanto si tratti della criminalità più efferata, non siamo davanti a una pagina criminale della storia del nostro paese, siamo davanti a una pagina della storia del nostro Paese fatta anche di criminalità. Ecco perché all'appello queste vicende non chiamano solamente i magistrati, queste vicende chiamano all'appello per intero il corpo sociale, per intero le rappresentanze istituzionali, a cominciare da quelle politiche, per intero le rappresentanze accademiche. Io aspetto che queste pagine, questi anni vengano raccontati bene nei libri di storia.
La Commissione parlamentare Antimafia della quale era presidente l'onorevole Luciano Violante nel biennio 1992-1994 chiuse con una relazione, scritta dallo stesso presidente Violante, che non era per noi cittadini delle nostre città, del nostro quotidiano, delle nostre professioni, era per noi in quanto cittadini della politica, ma soprattutto era per i politici.
Cosa si affermava in quella relazione? Si affermava che era il momento che la rappresentanza politica nelle sue istanze massime nazionali si riappropriasse del potere e del dovere di giudicare, storicamente e politicamente, gli avvenimenti. Era venuto il momento in cui si cessasse di delegare tutto, comunque in ogni caso, al giudiziario. Noi abbiamo vicende giudiziarie della portata delle stragi delle quali il giudiziario si può occupare, ma solamente nei termini in cui ci sono dei reati e delle responsabilità penali. Non tutta la vicenda delle stragi, soprattutto se è una vicenda che è durata un anno, ma forse la dobbiamo congiungere a quella dell'anno prima, allora è durata due anni, ma dal '92 al '94 sono tre addirittura gli anni. Tutto quello che è accaduto in questo periodo di tempo ha sicuramente avuto a che fare anche col tritolo, anche con l'organizzazione che ha adoprato il tritolo, ma non è stato solo tritolo, non è stata sola responsabilità penale. Ma quello che è successo in quelle che qualcuno ha definito stanze dei bottoni all'indomani delle stragi, quello che è successo nelle stanze della politica all'indomani delle stragi può interessare al giudice? Solo nei termini nei quali questo diventi, per un meccanismo di ricostruzione a ritroso, la spiegazione di una delle responsabilità; altrimenti il giudice che si occupasse di queste tematiche è un giudice che va fuori tema, è un giudice che sbaglia, è un giudice che legittima quell'eccesso di delega che la politica troppo spesso fa a favore del giudiziario. Non si può aspettare che siano le sentenze pronunziate in nome del popolo italiano, quando le sentenze non riescono a attingere fino in fondo determinate verità, a fare stato rispetto a tutto, anche rispetto ai libri di storia, rispetto alle responsabilità politiche, rispetto al modo col quale si governa un paese, o li orienta istituzionalmente.
La Commissione parlamentare Antimafia di questa legislatura, non della legislatura passata, ha deciso, e ha cominciato a farlo, di occuparsi del problema delle stragi; la Commissione parlamentare della legislatura che precede l'attuale non l'ha mai fatto. Perché si aspettava che le sentenze divenissero irrevocabili? È divenuta irrevocabile una sentenza fiorentina, ma altre sentenze devono essere pronunziate, altre sentenze devono divenire irrevocabili. Ci sarà stata una ragione? Non lo so, sono interrogativi che come magistrato mi rifiuto di affrontare, sono interrogativi che stanno sul filo che unisce la società civile e la sua rappresentanza politica.
Dice un mio collega simpaticissimo, milanese, il dottor Davigo, ricorrentemente, quando vuol spiegare i profili della responsabilità politica o della responsabilità amministrativa, che non sono sovrapponibili alla responsabilità giudiziaria, dice: "Se uno invita degli amici a cena una sera, e al momento nel quale li congeda, li saluta perché la cena è finita, si accorge che è sparita metà dell'argenteria da tavola, per non invitarli più non aspetta che ci sia il pretore che li ha condannati per furto, lo decide da sé, non ha bisogno che ci sia una sentenza pronunziata a nome del popolo italiano e con lo stemma della Repubblica". A ciascuno il suo quindi, a ciascuno il suo in maniera molto corretta..."

Grazie a tutti
Vi aspettiamo domani sera in Piazza Signoria

Giovanna Maggiani Chelli