Home page Indietro Contatti Cerca nel sito RSS
Cerca nel sito

Inserisci
una o più parole da ricercare
Cerca:
fra le notizie del periodo:


nei file del sito  
negli atti ufficiali
ma solo nella directory

Combina
le parole chiave con
"E"
"OPPURE"


Versione stampabile   
26 maggio 2010
        Piazza Signoria - Ore 21,30





Tutti i ringraziamenti possibili a quanti sono qui presenti , a quanti ci hanno consentito di essere qui oggi in questo importante contesto:
La Regione Toscana, La Provincia di Firenze, il Comune di Firenze, Il PNA Grasso, La Magistratura, la Scuola, l'Informazione

[Ricordare Chelazzi- e Daniela.]

L'intervento che propongo è già uscito sotto forma di intervista sul mensile "In-forma Firenze" del mese di maggio, un giornalino distribuito in questa città porta a porta, così il nostro messaggio di questa mattina ha raggiunto oltre tutti voi 200.000 persone.

Siamo ad un altro 27 maggio. L'ennesimo senza la verità.
Sul manifesto per le celebrazioni della strage dei Georgofili dello scorso anno campeggiava una foto di Matteo Messina Denaro, ancora latitante. Purtroppo, non è cambiato molto dall'anno scorso ad oggi. Nonostante il fatto che siano in tanti a sperticarsi dicendo che il "cerchio gli si stringe intorno al collo". Messina Denaro è sempre latitante. Per quello che ne sappiamo, potrebbe essere ancora in via Condotti a Roma, a farsi fare le camicie su misura. Chissà, magari incontra qualcuno del Parlamento per capire se davvero il cerchio gli si stringe intorno al collo o se può stare ancora tranquillo.
Il manifesto di quest'anno non è lontano da quello dell'anno scorso. Parla di 41 bis ammorbidito, di socializzazioni in carcere, di vittime che penano, di carnefici che godono, di magistrati nel mirino della mafia.
Ci sono argomenti che però, soprattutto negli ultimi mesi, con novità e "colpi di scena" quasi quotidiani, stanno prendendo sempre più campo. Una parola soprattutto ricorre: trattativa.
È una parola che fa venire il prurito ai nostri politici, ad ex ministri, e anche a tante istituzioni.
Stando a quanto sostenuto da lorsignori, non è stata una trattativa: è stato un sondare, dicono, un andare a capire cosa si poteva fare per fermare le stragi dopo le uccisioni di Falcone e Borsellino. Purtroppo però l'interlocutore era Vito Ciancimino, uno condannato per mafia. E quando Don Vito ha mandato qualcuno a parlare con Riina affinché interrompesse le stragi, Riina deve avere capito che poteva trattare. Vogliono far ricadere la colpa solo su Riina: certo che è colpa sua. Ma il "capo dei capi" aveva bisogno di far abolire il 41 bis e tante altre cose. Perché lasciarsi scappare una occasione simile? Del resto, Riina sa solo uccidere per ottenere qualcosa. La domanda è: chi è andato a parlare con Don Vito, queste cose non le sapeva?
Assistiamo all'emergere di "non ricordo", "forse ricordo" da parte di personaggi politici importanti in quel periodo oscuro, 17 anni fa.
Noi pensiamo che siano semplicemente scandalosi i non ricordo e i ricordo a metà. Questa loquacità a diciassette anni di distanza non la perdoneremo mai a nessuno.
Si vergognino davanti ai nostri morti e ai nostri feriti.
I loro figli sono tutti al caldo, in posti di grande rilievo, a preparare la loro vita; i nostri sopravvissuti sono massacrati nell'anima e nel corpo. Alle nostre domande, ci rispondono con giudizi del Consiglio di Stato, che non può certo discernere gli invalidi delle stragi da quelli dell'incidente in moto, e interpretazioni di Enti previdenziali che hanno paura della loro ombra.
La coperta sta diventando corta, per lorsignori. Quando Massimo Ciancimino a Palermo e Gaspare Spatuzza a Torino hanno cominciato l'uno a testimoniare e l'altro a collaborare, in tanti l'hanno capito, che la coperta non basta più a coprire tutto e tutti.
Meglio parlare per primi, quindi, mettere le mani avanti, cercando scusanti e scuse, casomai la verità dovesse venire fuori davvero.
Ma il rischio vero è che non succeda nulla.
Non è la prima volta che sentiamo dire certe cose. Aspettiamoci quindi che tutto finisca nel dimenticatoio se non ci sarà prova penale del tipo "io c'ero". Insisto: le uniche cose non "de relato" dette da Spatuzza, per ora, sono che l'Accademia dei Georgofili non era il vero obiettivo della strage, che sarebbe invece stato 200 metri più in là, e che Tagliavia ha avuto una parte determinante nelle stragi. Questi due particolari sono certi perché Spatuzza c'era, ma speriamo che Spatuzza, criminale di grande spessore che godrà dei benefici della legge sul 41 bis e sull'ergastolo, non sia venuto a dirci solo questo. Sarebbe ben poco, soprattutto per la questione dell'obiettivo "200 metri più in là" e non lì dove è esplosa effettivamente la bomba, parole su cui abbiamo le nostre riserve.
Resta il fatto che vogliamo credere fortemente nella magistratura. Ormai, non c'è rimasto altro che sperare nella forza che la toga può dare alle persone che vogliono vivere in un paese civile. Questa è la speranza, se vogliamo sapere cosa è successo in via dei Georgofili 17 anni fa.
Purtroppo, però, anche se sapremo il come e il chi, il "perché" non lo sapremo mai. Forse un giorno sapremo anche il nome dei famosi "mandanti esterni". Ma mai e poi mai sputerà il movente.
"Di queste stragi si sa chi le ha eseguite - mi disse in prima persona D'Alema a Sarzana qualche anno fa- ma non si conosce il perché e il movente". Il perché erano le indagini in corso. Il movente era ciò che le indagini portavano alla luce in quegli anni.
Di questo, noi siamo convinti. "Perché" e "movente", che sono la stessa cosa, e non li diranno mai, neppure sotto tortura. Io sono certa di questo, perché ci sono dentro tutti, nel "perché". È un perché prettamente economico, fatto di troppi soldi rubati lungo le strade dei grandi traffici, lungo la tortuosa strada della 185 del 1990.Questa la nostra di idea.
Ma torniamo al manifesto, a quello che c'è scritto sopra. Si parla di 41 bis, argomento di cui ogni tanto si riparla, in un modo o nell'altro.
Abbiamo più volte visto operare l'attuale ministro della Giustizia in modo che i mafiosi non la facessero franca rispetto al 41 bis. Ma troppo spesso, per gente come Gioacchino Calabrò e altri rei di strage, le cose non sono andate così.
Il Ministero della Giustizia sa bene quali sono i nomi che noi continuiamo a denunciare affinché tornino a 41 bis: sono tutti coloro che a vario titolo erano a Firenze la notte del 27 maggio 1993, compreso Giuseppe Graviano, il quale, pur essendo a 41 bis, passeggia e parla con i camorristi, socializza con gente normale che può ricattare, e quindi ben si sa che la norma in fatto di isolamento diurno va cambiata a breve.
Ma che tutto il Governo, un po' come tutti i governi, abbia lavorato con efficacia verso il 41 bis come sostenuto da vari esponenti, non ci crediamo. Troppe cose non tornano.
Facciamo un esempio.
"La mafia italiana risulterebbe essere la sesta al mondo, ma guarda caso è quella più conosciuta perché c'è stato un supporto promozionale a questa organizzazione criminale che l'ha portata a essere un fatto di giudizio molto negativo per il nostro Paese: ricordiamoci le otto serie della Piovra, programmate dalle televisioni di 160 Paesi nel mondo, e tutto il resto, tutta la letteratura, il supporto culturale, Gomorra e tutto il resto". Sono parole dette e ripetute più volte da Berlusconi.
Noi su questo punto abbiamo risposto con un comunicato: rivendichiamo la forza di libri come i nostri, affinché si impari a conoscere la mafia e se ne prendano le distanze.
L'ultimo lavoro "Peggio di una guerra", curato da Francesco Nocentini e da noi, è il lavoro di Gabriele Chelazzi messo in letteratura e divulgato. Un pilastro per la lotta alla mafia: abbiamo avuto un discreto successo a Firenze in Tribunale il 16 aprile scorso, fortemente voluto proprio come strumento di contrasto alla mafia.
Certo, la diffusione non è quella di "Gomorra": ma noi siamo un'icona scomoda e rappresentiamo la vera lotta alla mafia, perché noi non abbiamo interesse alcuno, se non quello delle vittime di mafia terroristica ed eversiva.
D'altronde, proprio il rapporto tra informazione, comunicazione e lotta alla mafia è un argomento delicato. Lo vediamo in questi stessi giorni, con la "legge bavaglio" che sembra stia per passare e per cui il lavoro dei magistrati diventerà ancora più difficile.
Ma ancora prima sono successe cose devastanti.
Faccio un esempio: ho sentito il direttore del TG1 parlare subito dopo il caso Spatuzza. Ha detto che Spatuzza è un terribile assassino, un criminale che ha ucciso don Puglisi e sciolto un bambino nell'acido.
A Torino, in Tribunale, il bel tomo ha infangato il nome di Berlusconi e dell'Utri, riportando parole di Giuseppe Graviano sul probabile coinvolgimento dei due nelle stragi del 1993. Minzolini ha sottolineato anche come lo stesso Giuseppe Graviano, capo di Spatuzza, abbia smentito quanto riportato da Spatuzza stesso.
Tutto vero. Però l'informazione va fatta in modo giusto e completo. A quanto sopra, andava aggiunto che proprio perché Giuseppe Graviano è il capo di Spatuzza, non può che essere stato lui ad ordinare l'omicidio di don Puglisi; e non poteva non sapere, il capo, che il suo subalterno Spatuzza scioglieva i bambini nell'acido. Altrimenti, che capo è?
Grave è stato scordare di dire forte e chiaro da parte del direttore di un tg di Stato che il capo di Spatuzza è uno stragista. Che Caterina Nencioni non l'ha sciolta nell'acido, ma l'ha fatta infilzare da mille schegge e soffocare da quintali di calcinaccio a soli 50 giorni; e Dario Capolicchio, invece, lo ha fatto bruciare vivo, lentamente.


Tutto questo è attribuibile a Spatuzza per l'esecuzione. Ma su ordine chiaro e forte del "capo", Giuseppe Graviano. Le testimonianze di Graviano e Spatuzza si equivalgono prima dell'esito di un processo.
L'informazione, perciò, deve essere chiara, piena di dovizia per i particolari. Dovrebbe esserlo sempre, ma su temi così delicati ancora di più. Poi, come sempre, dovrà essere il processo penale a stabilire chi ha torto e chi ha ragione, ma l'informazione non può già partire monca, quasi contando sul fatto che tanto i processi non si faranno mai.
Termino qui ,vi ringrazio ancora , ascoltate con noi la Messa in Requiem.

Giovanna Maggiani Chelli