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Processo per la strage di Via dei Georgofili
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Note
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PRESIDENTE: Buongiorno.
Chiamiamo gli imputati che potrebbero essere presenti in aula...
Brusca Giovanni: detenuto, rinunciante.
Avvocati Li Gotti, De Paola e Falciani.
AVVOCATO Batacchi: Sostituito dall'avvocato Batacchi.
PRESIDENTE: Avvocato Batacchi sostituto.
Carra Pietro: libero, assente.
Avvocati Cosmai e Batacchi, che è...
AVVOCATO Cosmai: Sono presente.
PRESIDENTE: Sono presenti entrambi.
Di Natale Emanuele: libero.
Avvocati Civita Di Russo, Gentili e Falciani.
AVVOCATO Batacchi: Sostituito dall'avvocato Batacchi.
PRESIDENTE: Sostituito dall'avvocato Batacchi.
Ferro Giuseppe.
Avvocato Pietro Miniati Paoli, che è presente. Grazie.
Ferro Vincenzo: libero, assente.
Avvocato Traversi e avvocato Gennai, che sono entrambi presenti.
Frabetti Aldo: detenuto, presente.
Difensori: gli avvocati Monaco, Usai e Roggero. Sostituto: l'avvocato Cianferoni.
Grigoli Salvatore: detenuto.
Avvocati Avellone e Batacchi, che è presente.
Messana Antonino: libero, contumace.
Avvocati Amato e Bagattini, sostituiti dall'avvocato Cianferoni.
Messina Denaro Matteo: latitante.
Avvocati Natali e Cardinale, sostituiti anch'essi dall'avvocato Cianferoni.
Provenzano Bernardo: latitante.
Avvocati Traina e Passagnoli, sostituiti dall'avvocato... Ah, ecco, vedo anche l'avvocato Rocchi, dall'avvocato Rocchi.
Santamaria Giuseppe: libero, contumace... anzi, non più contumace, libero.
Avvocati Alessandro Battisti e Monica Usai, sostituiti dall'avvocato Rocchi.
Scarano Antonio: libero, assente.
Avvocati Fortini e Batacchi, che è presente.
Scarano Massimo: libero, contumace.
Avvocati Condoleo e Cianferoni, che è presente.
Colleghiamoci adesso con la Casa Circondariale di Parma.
VICESOVR. Abriola: Sì. Buongiorno, signor Presidente: Parma.
PRESIDENTE: Buongiorno. Il suo nome, per piacere?
VICESOVR. Abriola: Il signor Bagarella... Abriola.
PRESIDENTE: Sì. É presente l'imputato Bagarella?
VICESOVR. Abriola: Il signor Bagarella Leoluca rinuncia. No, rinuncia.
PRESIDENTE: Ah, è rinunciante. Bagarella Leoluca è rinunciante.
VICESOVR. Abriola: Sì, sì...
PRESIDENTE: Ho capito. La ringrazio.
VICESOVR. Abriola: Sì, essendo l'unico, chiedo...
PRESIDENTE: Autorizzo quindi la fine del collegamento e do atto che Bagarella Leoluca è difeso dall'avvocato Ceolan e dall'avvocato Cianferoni, che è presente.
Ascoltiamo adesso Viterbo.
VICESOVR. Abriola: Va bene, grazie.
VICEISP. Tognarini: Buongiorno signor Presidente, da Viterbo, sono il viceispettore Tognarini.
PRESIDENTE: Buongiorno.
VICEISP. Tognarini: Do atto che sono presenti presso la sala 2 gli imputati: Lo Nigro Cosimo, Barranca Giuseppe, Calabrò Gioacchino, Tutino Vittorio e Mangano Antonino.
PRESIDENTE: Mi può dare atto che sono liberamente esercitabili i diritti e le facoltà spettante all'imputato. Che è stabilito regolarmente il collegamento audiovisivo e che vi è la possibilità, per gli imputati presenti in quella saletta, di conferire telefonicamente e riservatamente con i loro difensori?
VICEISP. Tognarini: Sì, signor Presidente, ne do atto.
PRESIDENTE: La ringrazio.
Barranca Giuseppe è difeso dagli avvocati Barone e Cianferoni, che è presente.
Calabrò Gioacchino: dagli avvocati Gandolfi e Cianferoni, che è presente.
Lo Nigro Cosimo: dagli avvocati Florio e Fragalà. Sostituiti dall'avvocato Rocchi.
Mangano Antonino è difeso dall'avvocato Graziano Maffei di Lucca, sostituito dall'avvocato Rocchi.
Tutino Vittorio: difeso dagli avvocati Gramigni e Domenico Salvo, sostituiti dall'avvocato Cianferoni.
Sentiamo adesso Spoleto.
ISPETT. Capitanio: Sì, buongiorno signor Presidente, da Spoleto. Sono l'ispettore Capitanio. É la saletta numero 3.
A Spoleto, in questa saletta, sono presenti il Graviano Filippo e l'imputato Cannella Cristofaro. Mentre do atto che sono rinuncianti gli imputati Benigno Salvatore, Giuliano... Giuliano sì, dico bene, Giuliano Francesco e Pizzo Giorgio, i quali hanno prodotto regolare rinuncia, che segue vie fax.
Intanto do atto che non sono posti impedimenti o limitazioni all'esercizio dei diritti e delle facoltà spettanti agli imputati.
Che è attivato il collegamento audiovisivo tra l'aula di udienza e il luogo in cui si trovano gli imputati, con le modalità che assicurano la contestuale, effettiva e reciproca visibilità delle persone presenti nei luoghi collegati, con la possibilità di udire quanto vi viene detto.
Do atto, inoltre, che è garantita la possibilità per gli imputati di consultare riservatamente i difensori per mezzo di collegamento telefonico.
PRESIDENTE: La ringrazio.
Benigno Salvatore è difeso dall'avvocato Graziano Maffei di Lucca, sostituto dall'avvocato Cianferoni... Anzi, sostituito dall'avvocato Cianferoni.
Giuliano Francesco è difeso dall'avvocato Pepi, sostituito dall'avvocato Rocchi.
Graviano Filippo è difeso dagli avvocati Oddo e Gramigni, sostituiti dall'avvocato Cianferoni.
Pizzo Giorgio è difeso dagli avvocati Salvo e Pepi, sostituiti dall'avvocato Rocchi.
Cannella Cristoforo è difeso dagli avvocati Di Peri e Rocchi, sostituiti dall'avvocato Cianferoni.
(voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Come?
(voce fuori microfono)
PRESIDENTE: L'avvocato Rocchi, che è presente. Chiedo scusa. Quindi la sostituzione non ha luogo, non è necessaria; anzi, è inopportuna.
Ascoltiamo allora L'Aquila.
ISPETTORE Cerino: Buongiorno, signor Presidente.
PRESIDENTE: Buongiorno.
ISPETTORE Cerino: Faccio presente, signor Presidente, che il detenuto Spatuzza Gaspare ha rinunciato a questa udienza tramite modello IP-1.
PRESIDENTE: Mi dovrebbe dire il suo nome, per piacere.
ISPETTORE Cerino: Certo, sono l'ispettore Cerino Roberto.
PRESIDENTE: In quella saletta è presente l'imputato Giacalone Luigi?
ISPETTORE Cerino: No, ha già precedentemente rinunciato, Giacalone Luigi.
PRESIDENTE: Quindi non c'è nessun imputato a L'Aquila per ora presente?
ISPETTORE Cerino: No, no.
PRESIDENTE: In quella saletta.
ISPETTORE Cerino: No, signor Presidente.
PRESIDENTE: E allora autorizzo la fine del collegamento.
Luigi Giacalone è difeso dagli avvocati Priola e Florio, sostituiti dall'avvocato Cianferoni.
Spatuzza Gaspare è difeso dall'avvocato Pepi, sostituito dall'avvocato Rocchi.
A questo punto...
ISPETTORE Cerino: Grazie, signor...
PRESIDENTE: Prego.
ISPETTORE Cierino: Grazie, signor Presidente, buongiorno.
PRESIDENTE: Buongiorno.
A questo punto possiamo ascoltare un altro difensore degli imputati, nell'ordine che era stato preventivamente concordato e che...
(Segnale di scollegamento)
PRESIDENTE: Chi parlerà per primo?
*AVVOCATO Gennai: Sì, avvocato Gennai per Vincenzo Ferro.
PRESIDENTE: Prego, avvocato.
AVVOCATO Gennai: Di Vincenzo Ferro è stata chiesta la condanna per i fatti di strage, devastazione e reati minori connessi relativamente a via dei Georgofili, inserendolo specificamente nella fascia degli esecutori.
Come ha rilevato il Pubblico Ministero, il punto nodale della posizione di Vincenzo Ferro riguarda se esistesse o meno una sua partecipazione consapevole al fatto di strage.
Il Pubblico Ministero ha risolto la questione in senso affermativo, riconducendo sostanzialmente l'esistenza di questa consapevolezza a una serie di elementi. In particolare, che il Calabrò, quando gli aveva chiesto il famoso piacere di chiedere il garage allo zio, aveva espresso delle minacce, il che rendeva palese che si trattava di un favore illecito, e il fatto che, avendo assistito, avendo visto le operazioni che andavo compiendo le quattro persone presenti a Prato, avrebbe dovuto univocamente dedurre che stavano preparando un attentato con un'autobomba.
Ora, a parere di questa difesa sembra, invece, che si possano reperire degli argomenti di segno diverso per pervenire a conclusioni diverse.
Posto che non c'è dubbio che il Ferro sia stato, in senso naturalistico, fenomenologico, un concorrente del reato, in quanto era presente, era partecipe, occorre però vedere se il suo tipo di compartecipazione, essendo il titolo di compartecipazione criminosa - che sola interessa il Diritto Penale - una nozione assolutamente più ristretta, quindi se nella sua compartecipazione ci siano i requisiti richiesti perché assuma rilevanza penale.
Ora, per arrivare a questo, occorre - in tema appunto di concorso - identificare i criteri di individuazione della condotta di partecipazione penalmente rilevante; o, in altri termini, di quale sia la soglia minima di rilevanza perché vi sia un contributo punibile.
Sia la Dottrina che la Giurisprudenza hanno sostanzialmente identificato questo criterio nel criterio causale, in applicazione del quale risultano punibili quelle condotte che sono dotate di efficacia condizionante rispetto al fatto reato che è stato realizzato. Cioè, occorre che il concorrente abbia fornito un contributo efficace rispetto alla realizzazione della fattispecie criminosa.
Questo tipo di valutazione dell'efficacia del contributo va inoltre sempre operato in concreto e non in termini di idoneità astratta.
Quindi, per verificare in pratica se questi... in base a questi criteri, se questo tipo di responsabilità del Ferro sussiste, occorre poi distinguere a seconda che si tratti di ipotesi di concorso materiale o di concorso morale, in quanto i criteri veramente si applicano in modo diverso nei due casi. Cioè, quando si tratta di condotta materiale occorre ci sia stato un contributo materialmente efficiente; per quanto riguarda il concorso morale, occorre che l'apporto psichico dato dal soggetto abbia funzionato come fattore completamente determinante sulla psiche dell'autore del reato.
Quindi, per quanto riguarda in particolare il concorso materiale, tenuto conto che varie possono essere le figure dei concorrenti, non c'è evidentemente alcun dubbio che vi sia responsabilità da parte del soggetto che compie l'azione tipica - quindi dell'autore - o di quei soggetti che insieme compiono l'azione tipica. Sarebbe il caso dei "coautori".
Così come, in caso di esecuzione frazionata, come spesso si verifica quando il fatto criminoso avviene attraverso varie fasi, è sicuramente rilevante il contributo di ciascuno di coloro che ha commesso, realizzato una frazione dell'azione tipica.
Mentre invece rimane più problematica la posizione di quei contributi che si pongono al di fuori della realizzazione dell'azione tipica, o di una frazione di essa, e cioè di quei contributi che si definiscono atipici e che sostanzialmente sono riconducibili alla nozione di agevolazione; e sarebbe, appunto, la figura del concorrente che viene definito normalmente come "ausiliatore".
Quindi, in questi casi, la domanda che ci si deve porre è se l'azione tipica o l'evento del reato si sarebbero verificati ugualmente anche se non vi fosse stato quel contributo. Il quale, appunto, in applicazione dei criteri che abbiamo detto, deve risultare, dovrebbe risultare per avere rilevanza condizionante rispetto alla realizzazione del fatto reato.
Per quanto riguarda invece il concorso morale, come abbiamo detto, occorre che l'apporto psichico del concorrente abbia funzionato concretamente nella psiche dell'esecutore.
Quindi, alla luce di questi criteri, vediamo in particolare se la partecipazione di Vincenzo Ferro presenti i richiesti connotati di rilevanza penale. É pacifico, come è risultato dal dibattimento, che lo stesso non è stato autore, né coautore dei fatti di strage rispetto alla realizzazione dell'azione tipica o di una frazione di essa. Infatti il Ferro non ha trasportato l'esplosivo, non ha rubato il Fiorino, non ha predisposto l'autobomba, non l'ha portata sul posto, non ha acceso la miccia.
Quindi, vediamo in concreto quali atti ha compiuto Vincenzo Ferro.
Sostanzialmente, egli sappiamo che era qui per tranquillizzare lo zio, funzionando da intermediatore, diciamo, fra le richieste dei quattro soggetti e lo zio stesso.
In pratica lui per due volte, abbiamo visto, che ha preso l'auto dello zio guidandola solo per pochi metri - lui dice: fino appena svoltato l'angolo - per poi consegnarla al Giuliano e al Lo Nigro, i quali lo lasciarono alla stazione, per ben due volte, andando a fare quello che dovevano fare, senza che lui partecipasse all'attività da questi compiuta nel frattempo.
Fece quel giro nel centro storico di Firenze, quando andarono al ristorante, e anche in questa occasione, però, i due non ebbero a commettere alcuna azione particolare.
Infine, accompagnò una volta il Barranca dinanzi alla chiesa dei Testimoni di Geova, in occasione dell'incontro che noi sappiamo essere stato con il Carra, ma rimase in macchina, senza neppure partecipare al colloquio.
E vediamo invece, al contrario, che il Ferro è stato sempre assente dalle fasi significative, effettivamente realizzative del reato da parte degli esecutori.
Infatti, quando il 26 maggio Giuliano e Spatuzza andarono a commettere il furto del Fiorino, il Ferro fu lasciato a casa, rimase a casa.
Lo vediamo all'udienza del 5 marzo del '97, e gli fu detto:
"Ci serve di nuovo la macchina, ma tu stavolta non devi venire. Tuo zio se si arrabbia non fa nulla."
Così come quando quella stessa sera il Giuliano e il Lo Nigro si allontanarono con la Uno e con il Fiorino per consumare l'azione criminale, il Ferro non c'era; era a casa, e non si prestò nemmeno a dare loro la macchina.
Quindi, noi possiamo dire senz'altro che in questo comportamento del Ferro non vi è stato un apporto causale rilevante rispetto alla realizzazione del fatto...
PRESIDENTE: Mi scusi, avvocato.
Non vedo più nessuno nella saletta di Spoleto, ho capito bene? Cioè, vedo una saletta in cui mancano tutti.
(Segnale di scollegamento)
SEGR. D'UDIENZA: (voce fuori microfono)
É Parma forse.
PRESIDENTE: Parma? Comunque sono collegato con Spoleto e con Viterbo.
ISPETT. Capitanio: Sì, signor Presidente. Spoleto conferma. Stiamo qui in saletta, poi...
PRESIDENTE: E per Viterbo?
VICEISP. Tognarini: Sì, confermo anche la presenza da Viterbo.
PRESIDENTE: Grazie. Mi scusi, avvocato.
AVVOCATO Gennai: Quindi, noi possiamo dire che questa condotta del Ferro non è stata causalmente rilevante rispetto alla perpetrazione del reato, rispetto alle fasi significative di realizzazione del reato. Infatti vediamo che gli esecutori hanno autonomamente provveduto alle operazioni necessarie e la sera appunto determinante hanno autonomamente preso l'automobile del Messana, senza alcun bisogno della intermediazione del Ferro; dimostrando così che la riluttanza del Messana era un fattore assolutamente irrilevante e trascurabile. E lo stesso Messana, tra l'altro, si è guardato bene dall'opporsi, dal dargli la macchina o dal rifiutarsi.
Quindi, senz'altro possiamo affermare che il Ferro non ha partecipato ad alcuna frazione dell'azione tipica e quindi non ha fornito alcun apporto causalmente rilevante alla stessa sotto il profilo materiale, non potendo sicuramente ritenersi rilevante il fatto per esempio che abbia incaricato lo zio di acquistare il televisore.
Quanto al momento successivo, dopo il fatto, quindi cioè, quando il Ferro ha accompagnato le tre persone a Bologna, in questo caso perché si possano integrare gli estremi del concorso, sarebbe occorso che ci fosse stato un accordo preventivo, fino dall'inizio, per questo accompagnamento; cioè, gli autori avrebbero dovuto sapere fin dall'inizio che potevano contare sull'accompagnamento successivo del Ferro.
Il che assolutamente non è, non si è verificato, anche perché la presenza a Prato del Ferro è stata estemporanea e non era prevista fino dall'inizio.
Quindi, sicuramente non può questo integrare gli estremi del concorso, ma, eventualmente, ricorrendone i presupposti, un'ipotesi di favoreggiamento personale.
Per quanto riguarda il concorso morale, vediamo se c'è stato un apporto di questo tipo da parte del Ferro.
Posto che, come è risultato dal dibattimento, il Ferro non appartiene alla categoria degli ideatori e determinatori dei fatti di strage, occorre fare questa verifica sotto il profilo del rafforzamento del proposito criminoso degli altri.
Ora, direi che, appunto come abbiamo visto, deve avere avuto un'efficacia concreta. Deve, cioè, effettivamente aver funzionato come fattore determinante sulla psiche di questi altri soggetti. Direi che non ci sia bisogno di spendere molte parole per ritenere logicamente non ammissibile, non plausibile che questo si possa essere verificato.
Se noi teniamo conto di chi era il Ferro, che era un ragazzo giovane, che non aveva alcun ruolo nella associazione - alla quale era stato fino a quel momento fra l'altro assolutamente estraneo, salvo quegli accompagnamenti occasionali in qualità, diciamo, di autista che faceva per conto del padre, accompagnandolo a degli incontri cui peraltro non partecipava - rispetto alla posizione dei quattro presenti a Prato, i quattro che appartenevano al gruppo di fuoco di Brancaccio, quindi avevano una certa collocazione criminale, persone spietate, i cui crimini efferati ci sono stati descritti da vari collaboratori in questo processo.
Quindi, non è pensabile, quindi sotto il profilo della collocazione e della personalità, che il Ferro potesse avere alcun tipo di influenza su questi personaggi.
Né possiamo ritenere che ci sia stata, da parte del Ferro, quella prestazione minima, sotto il profilo di apporto psichico, costituita da un suggerimento con consiglio, dato che sostanzialmente non vi erano neppure rapporti con queste persone, salvo quelle richieste di quei servizi spiccioli, di quelle prestazioni materiali che sappiamo.
Escludendo, dunque, che si possa configurare anche un concorso morale, rimane un'ultima questione - anche se di notevole importanza - da affrontare. Noi abbiamo ritenuto, per le considerazioni svolte prima, che, sotto il profilo oggettivo, nel contributo materiale del Ferro non ci sia quell'efficienza causale condizionante dell'evento richiesta per poterlo riconoscere come apporto penalmente significativo.
Ma, in ogni caso, anche ritenendo diversamente, cioè ritenendo che la sua condotta sia stata materialmente rilevante, occorre comunque dimostrare, sotto il profilo soggettivo, che lo stesso fosse consapevole del fatto criminoso e di concorrere nella realizzazione di quello stesso fatto.
Infatti, sappiamo che non è punibile, secondo i principi del nostro ordinamento, una partecipazione meramente materiale spoglia di una volontà cosciente di compiere quel fatto incriminato. E la volontà di concorrere in un medesimo reato presuppone logicamente la conoscenza del fatto che si sta per commettere, non potendosi ovviamente configurare un concorso inconsapevole in delitti dolosi; potendosi, in questo caso, eventualmente configurare un diverso autonomo reato: noi possiamo pensare ad esempio, nel caso specifico, al concorso esterno in associazione mafiosa.
Dobbiamo dunque chiederci se noi abbiamo gli elementi necessari per affermare che il Ferro fosse a conoscenza del fatto che esponenti di Cosa Nostra avevano organizzato la commissione di stragi nel Continente, in particolare quella di via dei Georgofili, materialmente eseguita dai quattro soggetti che sappiamo, e che proprio a tale scopo era stato richiesto e quindi utilizzato il garage del Messana.
Noi sappiamo che il Ferro non ha mai partecipato alle riunioni deliberative, che sappiamo essersi svolte solo tra esponenti qualificati e nella massima riservatezza. Abbiamo sentito parlare dei discorsi sigillati. Sappiamo, tra l'altro, che la regola della segretezza, oltre a essere insita nell'organizzazione, nella struttura dell'associazione mafiosa, era diventata in quel periodo ancora più rigida in conseguenza del fenomeno del pentitismo. E, a conferma di questo, rammento le dichiarazioni dei collaboratori Geraci, Di Filippo, La Barbera, Sinacori, nonché quelle dei coimputati Brusca e del padre Giuseppe Ferro.
É quindi perfettamente credibile quanto ha riferito il Ferro stesso nel ricostruire la vicenda - fra l'altro con estrema dovizia di particolari - quello che lui ebbe a dire, cioè che il Calabrò non lo mise a conoscenza del perché servisse il garage. Questo, tra l'altro, è confermato anche dalle dichiarazioni del padre, che sul punto ha più volte dichiarato... e mi riferisco al verbale dell'udienza del 16 dicembre '97:
"Mio figlio è niente, non sa niente di questa cosa. Siccome sa che Gino è amico mio, si è convinto e venne qui da mio cognato. Gino che cosa gli poteva dire a mio figlio? Niente. A mio figlio non dissero nulla e nemmeno io gliel'ho fatta la domanda a mio figlio. Le cose che dovevo domandare, le dovevo domandare, per come l'ho fatto, a Calabrò."
E quindi, il fatto che Vincenzo Ferro non chiese spiegazioni al Calabrò è perfettamente plausibile. Tra l'altro, lo stesso Vincenzo Ferro lo spiega in modo, a mio parere, convincente.
E cito l'udienza del 6 marzo, laddove il Ferro dice:
"A me venne detto di andare da mio zio, per vedere se aveva la disponibilità di un garage per un giorno. Se una cosa del genere viene chiesta da una persona che è ritenuta mafiosa, in particolar modo da qualcuno che comanda, non si può dire di no, né si può chiedere il perché, perché è una cosa grave e si rischia o la vita o si rischiano altri danni materiali."
Possiamo, quindi, senz'altro escludere che il Vincenzo Ferro fosse a conoscenza del programma criminoso al momento in cui si recò a Prato. Tra l'altro doveva, tra l'altro su richiesta dello zio, neppure del Calabrò, il quale si limitò semplicemente ad autorizzarlo dicendogli oltretutto di non rimanere lì e di tornare via subito. Anche questa circostanza confermata dal Giuseppe Ferro all'udienza del 16 dicembre '97.
A questo punto rimane da verificare se il Ferro sia venuto a conoscenza di quanto si stava perpetrando in un momento successivo, cioè durante la sua permanenza a Prato.
Per i motivi che abbiamo già detto, non è logicamente pensabile che sia stato messo a parte del piano da parte dei quattro esecutori. Questo sia perché avrebbe costituito una violazione della regola della segretezza, sia perché sarebbe stato quantomeno imprudente far conoscere a una persona estranea al gruppo un fatto di così rilevante gravità, sia anche, e soprattutto, perché non ve ne era la necessità, dato che il Ferro non aveva alcun compito da eseguire, da svolgere in ordine alla realizzazione di quel reato. Tanto che, come abbiamo appunto visto, la sua presenza non era stata neppure prevista.
E quindi, per questi motivi, possiamo senz'altro escludere nel Ferro la presenza del dolo diretto. Vediamo dunque se si possa configurare una sua responsabilità a titolo di dolo eventuale, cioè se lo stesso si era potuto prefigurare come conseguenza della sua azione proprio quell'evento che poi si è verificato accettando, quindi, che si verificasse con un atto di volontà che rimane pur sempre, la volontà, l'elemento precipuo caratterizzante del dolo. Quindi, che lui ha fatto questo tipo di previsione concreta accettandone tutte le conseguenze.
Ora, sappiamo che l'accertamento del dolo eventuale si presenta tutt'altro che facile, perché occorrerebbe ricostruire dei processi mentali interni del soggetto, che non sono tangibili nella realtà esterna. E quindi non si può certo pretendere di immedesimarsi nella mente di quella persona per ripercorrere il ragionamento che, effettivamente, ha seguito.
Occorre allora ricorrere a criteri esterni, cioè alle regole della comune esperienza e a quanto risulti desumibile dagli elementi di fatto conosciuti e dalla personalità dell'agente.
Quindi ci chiediamo se poteva il Ferro, in base a ciò che gli era in quel momento conosciuto, prefigurarsi concretamente che la sua condotta portava un contributo alla realizzazione di un fatto di strage che si sarebbe certamente, o quantomeno probabilmente, verificato come conseguenza anche delle sue azioni. E decidendo, nonostante questo, di agire comunque, provocando così quell'evento criminoso e quindi accettandolo coscientemente e volontariamente.
Io credo che non ci siano sufficienti elementi per poter rispondere affermativamente a questa domanda.
Noi sappiamo, per le ragioni già dette, che il Ferro non era in possesso di conoscenze sull'esistenza della "campagna stragista". E le azioni che vedeva compiere da quelle quattro persone, contrariamente a quanto ritenuto dal Pubblico Ministero, non appaiono di un segno così univoco da far ritenere con sufficiente certezza o probabilità che fossero proprio dirette al compimento di un delitto di strage.
Tanto più, se si tiene presente l'atteggiamento mentale del Ferro; che, sia per il suo carattere, sia per il fatto che fin dall'inizio - com'è desumibile dal suo comportamento e come abbiamo visto - era stato riluttante ad andare. Era, alla fine, forzosamente rassegnato. E, tanto più, che il padre gli aveva anche detto di non interessarsi, di tenersi al di fuori.
Quindi c'era un atteggiamento mentale di chiusura: di non vedere, di non sentire, quindi di non porsi una serie di domande.
A questo punto ritengo che, quindi, non si possa, in termini di ragionevole certezza, ritenere che il Ferro sapesse esattamente che cosa stava succedendo.
Tantomeno si può ritenere, perché non basta solo quello, trattandosi di concorso, lui, tantomeno si può ritenere che lui potesse rappresentarsi che proprio quella sua condotta materiale fosse, apportasse un contributo causale al perpetrarsi di un evento di strage.
Quindi, è vero - e questo non è seriamente negabile e sicuramente non lo neghiamo - che il Ferro non potesse non essere consapevole che stavano quelle quattro persone compiendo un'attività illecita. Questo è... senza ombra di dubbio, dobbiamo ritenere questo. Sia perché la richiesta era stata fatta da un esponente mafioso; sia perché era evidente, dal comportamento di quei soggetti, che si stavano occupando di qualche cosa di illecito.
Ma la consapevolezza che si sta probabilmente perpetrando una generica attività illecita non può, ritengo, essere ritenuta sufficiente ai fini della configurabilità di una responsabilità penale a titolo concorsuale, dato che il nostro ordinamento non prevede una figura di dolus generalis, ma occorre che il dolo sia rivolto ad un fatto specifico, cioè, oggetto del dolo può essere solamente un fatto tipico previsto come reato.
Non può rivolgersi ad una generica attività criminosa.
Se noi anche facciamo riferimento, perché la tematica è analoga, all'articolo 116 del Codice penale che stabilisce, appunto, i casi in cui il concorrente in un reato che non ha voluto il reato diverso che poi sia stato in effetti commesso, ne risponde se questo evento è conseguenza della sua azione, essendo però richiesto - come chiarì la Corte Costituzionale con la sentenza interpretativa del 1965 - non solo questo rapporto di causalità materiale, ma anche di causalità fisica, secondo il criterio della prevedibilità, cioè, nel senso che anche questo concorrente doveva rappresentarsi mentalmente che il fatto diverso verificatosi fosse uno sviluppo logicamente prevedibile rispetto a quello comunemente voluto.
Il caso classico è quello che viene sempre fatto, quello del furto che, per la resistenza della vittima, si trasforma, si evolve in rapina.
Allora chiedo: se il Legislatore - perché questo costituisse una deroga ai principi generali stabiliti dall'articolo 42 del Codice penale - ha previsto specificamente questa norma, da ritenersi di carattere eccezionale, per estendere la punibilità in fatto non voluto da quell'agente, nei casi in cui comunque sussisteva un previo accordo criminoso per commettere un determinato reato, a maggior ragione non si può ritenere che possa essere punibile, nel nostro ordinamento, il fatto doloso commesso da altri, non voluto, quando non c'è stato neppure un accordo precedente per commettere un determinato tipo di reato.
E quindi, se tra l'altro, come abbiamo detto appunto, occorrono questi due nessi di causalità sia materiale che psichica fra la condotta di questo oggetto e l'evento concreto verificatosi - e questo vale nel caso dell'articolo 116 del Codice penale - tanto più deve valere in un caso del genere in cui, appunto, non c'è un preventivo accordo per commettere un certo reato.
Allora, io mi chiedo quale possa essere, nella mente di quella persona, come possa rappresentarsi quello sviluppo logicamente prevedibile di un reato ignoto.
Per tutti questi motivi, io ritengo che nella partecipazione del Ferro non sia identificabile un contributo né materiale, né morale che abbia avuto una rilevanza causativa del fatto tipico; cioè che non vi sia, appunto, il richiesto rapporto causale tra la sua condotta e la realizzazione dei fatti reato che gli sono stati contestati. Di talché noi chiediamo, per le imputazioni che gli sono state rivolte, l'assoluzione: per non aver commesso il fatto, o perché il fatto non costituisce reato.
Non mi posso poi esimere, in linea d'ipotesi, di esaminare però, comunque, la portata e la valenza probatoria della collaborazione offerta da Vincenzo Ferro nel presente procedimento.
Le sue dichiarazioni appaiono senz'altro connotate dai requisiti richiesti per dare alle stesse una piena valenza probatoria.
Il Ferro è, infatti, innanzitutto intrinsecamente attendibile.
Questo sia sotto il profilo soggettivo della personalità, del suo passato, dei rapporti con i chiamati in correità; sia sotto il profilo oggettivo, cioè della logicità, costanza, coerenza, spontaneità della narrazione.
Sappiamo, abbiamo visto, che il Ferro è, appunto, una persona giovane, che aveva condotto fino a quel punto una vita sostanzialmente normale; aveva studiato, si era laureato in medicina.
E in questo senso abbiamo anche la conferma di quanto dichiarato dalla teste Blunda al dibattimento: persona che, a un certo punto, sciaguratamente, è stato coinvolto nell'associazione mafiosa che lo ha utilizzato, così come tra l'altro era successo a numerosi collaboratori che abbiamo sentito qui, che ci hanno descritto come sono stati cooptati da una vita che poteva essere normale, nell'ambito dell'organizzazione mafiosa.
E mi riferisco, per esempio, a Trombetta, Ganci, Addolorato, Cannella, D'Agostino, Geraci, Pennino.
Quindi, il Ferro non aveva rapporti antecedenti con queste persone chiamate in correità, salvo la conoscenza col Calabrò che era amico del padre e col quale era in buoni rapporti.
Di talché possiamo senza dubbio affermare che il suo racconto, le sue dichiarazioni, siano scevre da motivi di inimicizia, di odio, di rancore, se non, addirittura, da fini calunniosi nei confronti delle persone da lui chiamate in correità.
Possiamo dire poi che le sue dichiarazioni sono senz'altro spontanee, in quanto fu il Ferro stesso che chiese di iniziativa di poter conferire con gli inquirenti di Firenze per parlare dei fatti di Firenze di cui era a conoscenza, quando, a quel momento, lui era stato sottoposto a misura cautelare dall'Autorità Giudiziaria di Palermo per il 416-bis.
E, a quel momento, per quanto era a sua conoscenza, non era neppure indagato relativamente ai fatti di Firenze.
Le sue dichiarazioni sono immuni da suggestioni, perché ha reso gli interrogatori tutti nella casa Circondariale di Prato dove era detenuto, in un arco di tempo limitato. Quindi non aveva contatti con l'esterno, non conosceva le dichiarazioni di altri collaboratori, non conosceva gli altri collaboratori stessi.
Ha reso le sue dichiarazioni immediatamente, subito, tutte insieme, integralmente, non a rate, non frazionate. Ha fornito una narrazione precisa, dettagliata, senza contraddizioni. Non ha cambiato mai versione, quindi è stato coerente e costante fino dall'inizio, fino a quando è venuto qui, al dibattimento.
Ha parlato di fatti cui ha assistito direttamente e non de relato ed ha illustrato pienamente il proprio coinvolgimento nella vicenda. Quindi possiamo dire che ha avuto un comportamento assolutamente leale.
Detto questo, quindi, rispetto all'attendibilità estrinseca, vediamo i riscontri esterni, se ci siano.
Io direi che i riscontri esterni sono molteplici. Infatti, tutto quello che ci ha minuziosamente narrato il Ferro è stato puntualmente riscontrato, così come ha riferito qui in udienza l'ispettore Puggioni, e come risulta anche dalla documentazione che è stata acquisita.
E questo mi riferisco, quindi, a tutti i viaggi effettuati dal Ferro da lui riferiti; l'accesso alla Corte di cassazione; l'acquisto, addirittura, del televisore; l'indicazione delle auto del Messana.
Per quanto riguarda la dinamica, invece, degli avvenimenti, abbiamo ulteriori riscontri costituiti dalle dichiarazioni del Carra e del Giuseppe Ferro a conferma delle modalità descritte dal Ferro.
Per quanto riguarda l'indicazione degli esecutori materiali della strage di Firenze, così come indicati dal Ferro, abbiamo la conferma di altri collaboratori.
Mi riferisco a Grigoli, che ricevette le confidenze di Giuliano, lo abbiamo sentito all'udienza del 14 ottobre '97; a Romeo Pietro, anch'egli ricevette le confidenze di Giuliano, sentito all'udienza del 3 ottobre '97; a Calvaruso, che ricevette, invece, le confidenze di Giacalone, sentito all'udienza del 10 giugno '97.
Quindi possiamo senz'altro dire che alla credibilità intrinseca si aggiunge una considerevole mole di riscontri esterni.
Venendo infine al contributo offerto dal Ferro in questo processo, le sue dichiarazioni hanno permesso di ricostruire dettagliatamente ed esattamente lo svolgimento dell'azione criminosa a Firenze, individuando in via diretta gli esecutori materiali e consentendo, inoltre, di collocare nell'ambito dell'organizzazione di questo programma criminoso, così come ha già rilevato il Pubblico Ministero, le figure di Pizzo e di Calabrò. Ma non solo, anche di fornire elementi in ordine all'implicazione del Matteo Messina Denaro.
Ricordo, infatti, che all'udienza del 5 marzo '97, ha riferito il Ferro che il Calabrò gli disse: "Questo favore me lo deve fare, perché questa brutta figura con Matteo non si può fare."
Identificando poi il "Matteo" nel Matteo Messina Denaro.
Quindi il Ferro è sicuramente meritevole della concessione delle attenuanti speciali richieste, tra l'altro, già dal Pubblico Ministero.
Aggiungo inoltre, però, che, in considerazione della sua personalità, delle sue condizioni personali, argomenti sui quali fra l'altro... Cioè, però che verranno illustrati poi dall'avvocato Traversi. Quindi, sia per questo, sia in considerazione della minima partecipazione che comunque il Ferro avrebbe avuto, infatti ricordo che, in ogni caso, l'ausiliatore rappresenta la figura minima del concorso; così come il dolo eventuale rappresenta la figura meno intensa di dolo.
E quindi, tenuto conto di questo, tenuto conto anche dell'entità e della qualità del contributo offerto dal Ferro, io ritengo che, oltre alla concessione delle attenuanti generiche prevalenti, già richieste dal Pubblico Ministero, si possa e si debba sensibilmente ridurre la pena, che così com'è stata richiesta, per i motivi che ho detto, appare veramente eccessiva.
E quindi, come conclusioni, in ipotesi, io concludo perché siano concesse le attenuanti speciali di cui all'articolo 8 della Legge del '91 e all'articolo 4 della Legge dell'80; nonché le attenuanti generiche prevalenti. E che la pena sia ridotta nella misura minima di Giustizia.
PRESIDENTE: Grazie, avvocato.
*AVVOCATO Gennai: Chiedo di depositare una memoria difensiva.
PRESIDENTE: Certo.
Chi parla adesso?
ISPETT. Capitanio: Signor Presidente, da Spoleto.
PRESIDENTE: Sì, ascoltiamo.
ISPETT. Capitanio: Senta, volevo dirle che ci sono due detenuti imputati che chiedono di rinunciare: il Filippo (?) e il Cannella.
Però intanto la signora mi comunicava che c'era una comunicazione con l'avvocato del Filippo Graviano. Quindi non so, un momento di empasse per me.
PRESIDENTE: Quindi, ho capito bene che Cannella vorrebbe rinunciare.
ISPETT. Capitanio: E anche il Graviano. Che, al momento, mi comunicano che forse c'è pure l'avvocato che gli vorrebbe parlare.
Intanto se accetta le due rinunzie, poi procediamo anche al collegamento con l'avvocato, magari.
PRESIDENTE: E allora, la Corte prende atto della rinuncia di Cannella, autorizza il suo allontanamento.
E, quando sarà possibile, la prego di mettersi di nuovo in contatto, per quanto riguarda l'altro imputato. Ma...
ISPETT. Capitanio: Va bene, va bene, va bene.
PRESIDENTE: ...se, anche Filippo...
ISPETT. Capitanio: Signor Presidente, mi permetto magari di interrompere qualcuno. Non vorrei essere scortese, perché il Graviano...
PRESIDENTE: Sì, bisogna cercare di farlo nei limiti del possibile.
ISPETT. Capitanio: ...ha chiesto di parlare con l'avvocato...
PRESIDENTE: In questo momento c'era una pausa.
Dunque, anche Graviano Filippo rinuncia?
ISPETT. Capitanio: Sì, perfetto.
PRESIDENTE: Va bene. Allora la Corte prende atto della rinuncia di entrambi quegli imputati.
VICEISP. Tognarini: Scusi...
PRESIDENTE: E allora, la parola all'avvocato Traversi.
VICEISP. Tognarini: ...Presidente, da Viterbo.
Scusi, signor Presidente, da Viterbo.
PRESIDENTE: Prego, dica.
VICEISP. Tognarini: C'era l'imputato Mangano che voleva rilasciare una dichiarazione.
PRESIDENTE: Dopo l'intervento dell'avvocato Traversi, in continuazione a quello dell'avvocato Gennai, l'imputato Mangano Antonino potrà rilasciare la sua dichiarazione.
E allora, avvocato Traversi.
VICEISP. Tognarini: Senta, comunque... Scusi, Presidente.
PRESIDENTE: Prego.
VICEISP. Tognarini: Comunque, sempre qui da Viterbo, gli imputati: Lo Nigro, Tutino e Mangano vorrebbero lasciare la sala e rinunciare al prosieguo dell'udienza.
PRESIDENTE: Chi sono questi imputati? Se li può ripetere.
VICEISP. Tognarini: Certo. Lo Nigro, Tutino e Mangano, lo stesso.
PRESIDENTE: Sì. Ma Mangano non voleva fare una dichiarazione?
VICEISP. Tognarini: Era solo per la nomina di un avvocato. Per cui stiamo trasmettendo via fax, comunque, tramite modello IP-1, la comunicazione.
PRESIDENTE: Quindi, praticamente, la stessa nomina, la nomina che voleva dichiarare adesso verbalmente, voleva fare verbalmente, sta avvenendo intanto via fax?
VICEISP. Tognarini: Sì, tramite matricola.
PRESIDENTE: Ho capito. Va bene.
Va bene, allora la Corte prende atto della rinuncia volontaria.
Rimangono altri imputati in quella saletta?
VICEISP. Tognarini: Sì, rimangono gli imputati: Barranca e Calabrò.
PRESIDENTE: Benissimo.
Allora, a questo punto, ci sono altre richieste che provengono dalle sale collegate con l'aula di udienza o no?
Mi pare di no. E allora diamo...
ISPETT. Capitanio: No, da Spoleto no.
PRESIDENTE: Benissimo
Allora diamo la parola all'avvocato Traversi.
*AVVOCATO Traversi: Nel prendere la parola, signor Presidente e Signori della Corte di Assise di Firenze, come secondo difensore di Vincenzo Ferro, e senza nulla togliere alle conclusioni che per scrupolo difensivo sono state formulate in linea di ipotesi dalla collega Sara Gennai che mi ha preceduto, voglio innanzitutto chiarire qual è la tesi difensiva che intendo porgere a loro, Signori Giudici.
La tesi difensiva di Vincenzo Ferro è che costui non ha partecipato, non solo agli episodi di Roma via Fauro, Milano via Palestro, Roma San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro e Formello, come del resto già richiesto dai Pubblici Ministeri, ma che Vincenzo Ferro non ha commesso nemmeno i fatti per i quali è imputato in relazione all'episodio di via dei Georgofili a Firenze.
Per cui, ai fini del verbale, la richiesta che io intendo formulare è:
In tesi: di assoluzione, per non aver commesso il fatto da tutti gli episodi compreso ovviamente anche quello di Firenze;
In ipotesi: per quello di Firenze, assoluzione, perché il fatto non costituisce reato, per difetto - usiamo dire noi - dell'elemento psicologico del reato, vale a dire della consapevolezza che da parte degli altri imputati si andasse a commettere quel nefando delitto che è stato commesso a Firenze.
Detto ciò, ritengo, ancor prima, direi, come cittadino che come avvocato, ritengo di dover formulare un doveroso omaggio al dottor Gabriele Chelazzi e al dottor Beppe Nicolosi per, come dire, la professionalità, la tenacia, la sagacia, con la quale sono state condotte le indagini ed è stato portato a termine questo dibattimento.
Il che non esclude - e ci arriverò tra pochi momenti - che le conclusioni che ho già preannunciato si pongano peraltro in rotta di piena collisione con le argomentazioni e le conclusioni, alle quali, per quanto riguarda l'episodio di Firenze contestato a Vincenzo Ferro, sono invece pervenuti i Pubblici Ministeri.
E voglio aggiungere un'altra cosa: che come fiorentino credo sia un motivo di legittimo orgoglio, che a giudicare di fatti che hanno insanguinato l'Italia sia proprio questa Corte di Assise di Firenze: la città che ha subito le più gravi perdite in termini di vite umane e l'affronto più ignobile al proprio patrimonio artistico.
Firenze che è la città dove è nato, come un miracolo nuovo, l'Umanesimo; città dove, in effetti, tutto è a misura d'uomo. Firenze, la città dove ogni cosa è governata da regole di una architettura che è la stessa per gli archi, le cupole, gli edifici, il colore e le forme delle colline. E anche i pensieri, i sentimenti, le azioni, perché no?, i giudizi degli uomini.
Ed è questo un motivo che mi tranquillizza, specie dopo aver osservato la attenzione con la quale tutti voi Giudici - e mi riferisco in particolare ai Giudici popolari - avete seguito questo lungo e faticoso dibattimento.
Con un solo rammarico - se mi è consentito dirlo ai Pubblici Ministeri - che non sia stata data ancora attuazione ad una recente Legge dello Stato - è la numero 22, se non ricordo male, del 5 febbraio di quest'anno - che imporrebbe negli edifici giudiziari, laddove si svolgono le funzioni giurisdizionali, imporrebbe, dicevo, di far uso di esibire la bandiera italiana e quella dell'Unione Europea.
E mi auguro e, quantomeno, nel momento solenne in cui verrà pronunciata la loro sentenza, a questa legge venga data attuazione.
Siccome, Signor Presidente e Signori Giudici... voi dovete giudicare di fatti, certo. Ma prima ancora dei fatti dovete giudicare delle persone, dovete giudicare degli uomini, prima di entrare nell'esame, nella trattazione dei fatti e delle argomentazioni, a dimostrazione della estraneità di Vincenzo Ferro, rispetto all'episodio di Firenze - perché parlerò esclusivamente solo di quello - io credo sia doveroso porsi innanzitutto una domanda: ma chi è Vincenzo Ferro?
Vincenzo Ferro è figlio di Giuseppe Ferro, vi ricordate, l'ex capo del mandamento di Alcamo.
Vincenzo Ferro è nato ad Alcamo, "come una lucciola piovuta dal cielo in una notte d'estate, in una campagna di ulivi saraceni affacciata sul mare africano", per usare una espressione, un paragone che a me piace tantissimo, tratto dall'autobiografia di uno dei più nobili figli della terra siciliana: Luigi Pirandello, che di sé questo diceva.
Ma io sottolineo questa... Pirandello diceva, parlando di se stesso: siamo un po' tutti figli del caso, del caos, a seconda di come si voglia guardare la cosa.
Ebbene, Vincenzo Ferro ha avuto in sorte di nascere ad Alcamo. Vincenzo Ferro ha avuto la malasorte di crescere e vivere in una famiglia mafiosa di Alcamo.
Ciò nondimeno, Vincenzo Ferro, che fino da piccolo, ad una domanda che gi facemmo noi difensori: come mai da sempre abbia avuto quella passione per la medicina, per fare da grande il medico, ci diceva perché i suoi familiari erano pieni di acciacchi. Spesso avevano problemi, spesso ricoveri in ospedale, per cui questa figura del medico taumaturgo forse questo era la ragione di questo sogno che egli ha sempre avuto.
Ebbene, nonostante intuibili difficoltà è riuscito a studiare, a laurearsi in medicina.
Aveva, Vincenzo Ferro, addirittura iniziato a fare le prime sostituzioni in ospedale, quando - giorno fatidico per la vita di Vincenzo Ferro - il 20 febbraio del 1996 fu arrestato.
Badate, arrestato non per i fatti di questo processo, non per delitti di strage, ma per un reato associativo: il 416-bis del Codice penale.
E immediatamente, subito dopo l'arresto, Vincenzo Ferro dichiarò, fino dal primo interrogatorio, di voler collaborare con la Giustizia per far luce sui fatti di cui egli era in qualche modo venuto a conoscenza.
E per terminare questo breve quadro sulla vita di Ferro, posso solo aggiungere che qualche mese dopo, nell'agosto del 1996, Ferro è entrato poi nel Programma di Protezione. E ora vive ovviamente lontano dalla propria terra - in, purtroppo, ozio coatto - e coltiva il segreto desiderio di poter un giorno esercitare quella professione che ha sempre sognato di fare, di potere un giorno finalmente avere una vita tranquilla, una famiglia normale.
Voglio però chiarire, a completamento di questo quadro sulla personalità di Vincenzo Ferro, che Vincenzo Ferro non è un pentito nel significato tradizionale del termine.
Vincenzo Ferro non è - amici e colleghi della difesa - un "infame", è soltanto un uomo che ha scelto la vita, è soltanto un uomo che ha scelto e ha deciso di spezzare quella catena di omertà, di lutti e di sangue che lo teneva indissolubilmente legato alla propria famiglia, alla propria terra, a quel contesto mafioso in cui è nato e vissuto fino al momento, appunto, dell'arresto.
E che il caso di Vincenzo Ferro sia un caso molto singolare non sono io a dirvelo, fu addirittura l'allora Procuratore della Repubblica di Firenze dottor Pierluigi Vigna il quale; in una intervista rilasciata al giornale "La Repubblica" del 15 giugno 1996, evidenziò come questo fosse il primo caso di un figlio di boss di Cosa Nostra che, avendo optato per la collaborazione con la Giustizia: "...si era - sono parole testuali del dottor Vigna - "sottratto al destino di una inevitabile successione mafiosa."
E sapete che cosa ricordava il dottor Vigna, sempre in questa intervista?
Il dottor Vigna ricordava le parole testuali che Vincenzo Ferro gli aveva detto non appena, nel primo interrogatorio, dopo essersi a lui consegnato, gli aveva detto in risposta a quella che è la prima domanda che viene fatta dai Pubblici Ministeri a chi intende collaborare: 'ma quali sono' - gli chiese il dottor Vigna - 'le ragioni che ti hanno indotto a questa scelta così radicale, tu, figlio di boss di Cosa Nostra?'
E la risposta, guardate, è... questa è da memorizzare, questa è fondamentale, perché tutto il processo, tutta la posizione di questo imputato ruota intorno a questa che fu la prima risposta che Vincenzo dette al dottor Vigna. Disse così:
"Da Cosa Nostra si esce o morti o pentiti. E c'era bisogno che qualcuno rompesse questa catena nella mia famiglia, altrimenti eravamo destinati ad essere mafiosi a vita."
Questo è il biglietto di presentazione di Vincenzo Ferro, fino dal suo primo interrogatorio.
E allora, Presidente e Giudici, io sinceramente mi sono chiesto, di fronte ad una affermazione simile, se sia, per me, per voi, che abbiamo, diciamo pure, la fortuna di essere vissuti, di vivere in questa bella città di Firenze, mi sono domandato come sia mai possibile che il solo fatto di essere nato ad Alcamo in una famiglia mafiosa costituisca catena così indissolubile che non si può spezzare se non o con la morte, o attraverso questa scelta della collaborazione.
E allora sapete che cosa ho fatto? Ho deciso di andare sui luoghi, sissignori, in terra infidelium, Alcamo - Alcamo, voi sapete, paesone, avrà circa 40.000 abitanti - in provincia di Trapani.
Il centro storico presenta ancora, come dire, le vestigia di una antica nobiltà. Ma la visione, guardate, è assolutamente irreale: persiane sigillate, rari e sospettosi passanti, targhe di strade inutilmente erudite.
E non appena fuori dal centro storico, appena nella prima periferia, larve di abitazioni lasciate a mezzo, abbandonate, cassonetti sventrati, carcasse di macchine abbandonate.
Signori, macerie di una guerra perduta. Ma che dico: di una guerra che lo Stato ha addirittura rinunziato a combattere.
Eppure, ancora appena fuori, in lontananza, c'è ancora il fulgore, direi quasi ancestrale, atavico di un, in lontananza, di un mare di un colore meraviglioso, c'è una campagna splendida.
Sapete, di questa stagione fiorisce la zagara; è un profumo inebriante, vero, dottor Nicolosi?
"La terra dove fioriscono i limoni" la definì Wolfgang Goethe, in una struggente elegia che costui scrisse di ritorno dal suo celebre viaggio in Italia, e particolarmente in Sicilia ed anche ad Alcamo, sissignori.
La terra dove fioriscono i limoni, la terra forse, io credo, la più bella del mondo, che sarebbe la più bella del mondo se non ci fosse questa situazione di totale, come dire, abbandono da parte dello Stato, di totale illegalità, di totale anomia.
E mi sono allora domandato - e vedrete Presidente e Giudici, che il rispondere a queste domande, il porsi queste domande non è ozioso perché, ve l'ho detto prima, tutto nasce da quel discorso della catena - mi sono chiesto: ma cos'è, di che cosa è fatta esattamente questa catena?
Mi sono domandato: ma se anche noi fossimo nati e cresciuti in quella terra, in quel paese, in quella famiglia, figli del capomandamento di Alcamo, ma noi che cosa avremmo fatto?
Quali sono i tipi di condizionamento che in una situazione del genere non dico escludono la responsabilità... Non mi fraintendano, Giudici, non è a questo che io voglio arrivare; ma voglio questo illustrare per farvi capire quello che è il nodo di questo processo, per quanto riguarda la posizione di Vincenzo Ferro.
E qual è il nodo, la domanda che credo anche voi fin dal primo momento vi sarete posti: ma se questo Vincenzo Ferro era estraneo agli episodi nefandi che sono stati compiuti a Firenze, all'attentato di Firenze, ma perché mai costui doveva partire nientemeno che da Alcamo, dalla lontana Sicilia e venire fino a Firenze, fino a Prato dallo zio?
Ecco, se noi però riusciamo a capire di che metallo è fatta questa catena, quanto realmente indissolubile essa sia, credo che avremmo trovato una risposta fondamentale a questa domanda.
Allora, le risposte che io ho trovato sono essenzialmente tre.
Il primo tipo, come dire, di... continuo a chiamarlo legame, di catena, di vincolo, diciamo meglio, di vincolo indissolubile di mafia e di sangue - rituale indissolubile di mafia e di sangue - ha natura molto profonda, è di carattere psicologico.
Guardate, esiste, è stato pubblicato recentemente, una bel saggio di una analista che ha scritto un interessantissimo volume, tale Silvia Di Lorenzo, che è intitolato "La Grande Madre Mafia".
Che cosa si sostiene? Qual è la tesi e quanto attiene a quello che è il motivo meno appariscente, perché vi ho detto attiene alla psicologia del profondo? Quale sarebbe questo motivo, secondo la tesi prospettata da questa studiosa?
La tesi sarebbe che nel carattere siciliano, per ragioni storiche facilmente intuibili - vero? Chi non sa che la Sicilia è stata da sempre oggetto di invasioni e devastazioni: Fenici, Cartaginesi, Romani, Arabi, Normanni, Spagnoli e chi più ne ha più ne metta -, abbia determinato, stiamo parlando del profondo dell'inconscio, come dire, un senso di esistenziale insicurezza dell'individuo. Di talché sarebbe portato a ricercare la protezione, che non potendo essere del "padre Stato" perché abbiamo detto lo Stato purtroppo è assente, protezione, funzione protettiva che viene esercitata dalla "madre, mamma mafia".
E ci sono anche delle connotazioni di carattere lessicale molto interessanti; tanto è vero, si dice, o non si chiama anche "mammasantissima"?
E non finisce qui la tesi.
Ancora si dice - ecco il profondo, ecco l'inconscio - che questo diffuso, tenace desiderio di... come dire, di protezione, si trasformerebbe, condurrebbe, si risolverebbe in un desiderio di ricongiungimento, per così dire, simbiotico con l'archetipo inconscio della grande madre mediterranea, la antica dea sanguinaria, la Madre Terra, colei che spietatamente genera i propri figli e poi li divora.
Io mi rendo conto che una tesi del genere detta in un'aula di Corte di Assise forse può fare sorridere, però può essere motivo di riflessione, può essere motivo, per esempio, di comprendere che cosa? Certe stranezze, per esempio, che caratterizzano Cosa Nostra, che caratterizzano in generale il fenomeno mafioso.
Per esempio i rituali, la pungitura; vi ricordate? Si brucia il santino; il sangue. Questi rituali di sangue per entrare a far parte della mafia.
Può dare spiegazione anche di un singolare connubio di sacro e profano che noi troviamo sempre nel fenomeno mafioso, di talora rozza superstizione, ma talaltra anche di fede sincera.
Non c'entra nulla con questo processo, ma non riesco a dimenticare una notizia che fu pubblicata sui giornali non molto tempo fa nel corso di questo processo.
Vi ricordate quando fu arrestato uno dei boss più famosi, Pietro Aglieri, e gli fu trovato in un diario segreto una preghiera che è terribile sotto un certo profilo.
"Gesù, Gesù, guariscimi. Gesù, Gesù, dammi un cuore nuovo".
Vedano, lascia sconcertati.
Questi richiami... mi ricordo il Presidente Sechi, a domanda di un difensore, pose proprio questo quesito addirittura a Giuseppe Ferro, vi ricordate? Quando Giuseppe Ferro, addirittura, parlava di una... quasi di una presenza diabolica, con riferimento a questo fenomeno della mafia: 'nei tempi antichi' - dirà Beppe Ferro - 'era fatta di persone equilibrate e ora sono saltate le regole' - dice Beppe Ferro - 'e ora c'è il diavolo di mezzo'.
Seconda catena o seconda radice di questo condizionamento. La seconda radice è molto più breve, la seconda radice è evidente, è di carattere squisitamente familiare.
Citerò soltanto, ancora una volta, un figlio della terra di Sicilia, che è Leonardo Sciascia, il quale in un bel volumetto che è intitolato "La Sicilia come Metafora" sapete che cosa dice?
Eppure lui sì, la conosce la Sicilia, lui è un grande conoscitore della Sicilia e del carattere dei siciliani e anche, lasciatemelo dire, di questo fenomeno.
La famiglia - dice Sciascia - è la prima radice della mafia, perché nelle sue varie ramificazioni ha proprio questa funzione di proteggere, di privilegiare i suoi membri rispetto ai doveri che invece la società e lo Stato impongono a tutti.
Eh, di contro però la famiglia, di fronte... a fronte di questa protezione che assicura ai suoi componenti, ad onta delle leggi dello Stato, la famiglia pretende che cosa - e vi dico subito qui c'è il collegamento con la posizione di Vincenzo Ferro - pretende, che cosa? Cieca obbedienza.
Quando il capomandamento Giuseppe Ferro, se lo ha fatto, dice a Vincenzo di fare qualcosa, non gli dà spiegazioni: è un'ordine.
Vi ricordate un altro... sempre per chiudere sull'argomento familiare, lo stesso Vincenzo Ferro dirà in una delle udienze in cui è stato esaminato: "Io qui uso il 'tu', ma a mio padre ed anche allo zio Messana davo del 'vossia'."
E questo la dice lunga sul tipo di legami e di rapporti di carattere familiare.
E infine c'è una terza catena, chiamiamola terzo tipo di condizionamento, per chi è nato e vissuto in quel di Alcamo, che è quello di natura sociale.
Avrete la pazienza, ho solo un paio ancora di citazioni e poi non ne farò più. Però vedrete che sono a mio parere molto interessanti.
Una viene nientemeno che dal presidente Luciano Violante, non ora, all'epoca in cui presiedeva la Commissione Parlamentare di inchiesta sulla mafia. E sapete che cosa dice Luciano Violante in una sua presentazione dei lavori? Ci dice, quando fornisce una spiegazione di quale sarebbe l'origine e la ragione per la quale in Sicilia c'è la mafia:
"Ci sono" - dice Luciano Violante - "precise ragioni di carattere storico e politico che hanno favorito da più di un secolo i rapporti di Cosa Nostra con i pubblici poteri. Le hanno attribuito una specifica e riconosciuta funzione politica, le hanno consentito di svolgere un ruolo di sostegno ad esperienze politiche, partiti, uomini politici."
Eh, vedete, il condizionamento politico non lo possiamo trascurare; ma, badate, non c'è solo quello, perché nella tradizione entrano, come dire, anche altri fattori.
E questa è l'ultima citazione che faccio.
É un altro personaggio, fu anche Presidente del Consiglio Italiano. Fece un discorso, Vittorio Emanuele Orlando, nel giugno del 1925 al Teatro Massimo di Palermo, fece un discorso di questo tenore:
"Se per mafia si intende il senso dell'onore portato fino all'esasperazione, l'insofferenza contro ogni prepotenza e sopraffazione, la generosità che fronteggia il forte ma indulge al debole, la fedeltà all'amicizia, allora, in tal senso, si tratta di contrassegni individuali dell'anima siciliana e mafioso mi dichiaro e sono fiero di esserlo."
Vittorio Emanuele Orlando, ex nostro Presidente del Consiglio all'epoca che ho ricordato prima.
Vedano, Presidente e Signori Giudici, quando si giudicano fatti di mafia, persone ritenute mafiose, credo che questa serie di condizionamenti non possa essere trascurata. Ma non per giustificare il "fenomeno mafia" o l'adesione a questa organizzazione criminale, ma semplicemente per farvi capire come, nato ad Alcamo in una famiglia mafiosa con questo tipo di condizionamenti oltretutto, sia molto difficile sottrarsene - questo è il punto - se è vero come è vero che oggi, ieri, da sempre, probabilmente la mafia è stata utilizzata dal potere politico.
E c'è... questa è l'ultima citazione, questa vi garantisco è proprio simpatica.
Sapete da dove viene? Il famoso "Prefetto di ferro", vi ricordate? Cesare Mori, colui che fu mandato da Mussolini per combattere la mafia in Sicilia. Ebbene, Cesare Mori, anche lui ha scritto un libro che è intitolato "Con la Mafia ai ferri corti", sapete che cosa scrisse? Scriveva così a un suo fido aiutante di campo:
"Il vero colpo mortale alla mafia noi lo daremo quando ci sarà consentito di rastrellare non soltanto tra i fichi d'india, ma negli ambulacri delle prefetture, delle questure, dei grandi palazzi padronali, e perché no, di qualche ministero."
Ve lo sareste aspettata dal "Prefetto di ferro" una dichiarazione del genere? Io no.
Sta di fatto, peraltro, che dopo averla fatta, poco dopo fu richiamato a Roma e dispensato dal servizio attivo. E anche questo è un fatto che la dice lunga.
Insomma, per tirare le conclusioni su questo aspetto del... che è un aspetto anche questo del processo, perché ne costituisce uno dei presupposti dei fatti che ora andrò rapidamente a esaminare, credo che loro non possano trascurare anche questo, come dire, modo di porsi di fronte al "fenomeno mafia".
Modo di porsi, guardate, che non è solo dei mafiosi. Tommaso Buscetta, che è il primo e il più famoso... il pentito, chiamiamolo così, che ha dato la più ampia collaborazione alla Giustizia, ebbe a dichiarare a Arlacchi che lo intervistava, e quasi con, come dire, quasi con nostalgia che rimpiangeva i principi positivi, i concetti di bontà, di onestà, di giustizia su cui la mafia si basava, che lo avevano - dice testualmente - "sempre affascinato".
Ma, mi direte, questo è il Tommaso Buscetta; pentito sì, ma... E allora vi do la prova provata di come non si possa dare un taglio netto tra il bene e il male, tra mafia e antimafia. Se è vero come è vero che - e questo è un personaggio, come dire, è un martire nuovo, è uno dei nostri eroi, della vostra categoria, magistrati, eroi - Giovanni Falcone, il quale in un bellissimo volume che è intitolato "Cose di Cosa Nostra", nel narrare la propria esperienza di giudice antimafia, sapete che cosa ha scritto? Che:
"La mafia" - testuale - "mi ha impartito una lezione di moralità, poiché lo 'stato mafia' con cui mi sono dovuto confrontare, purtroppo, più funzionale ed efficiente del nostro Stato, a pensarci bene altro non è che espressione di un bisogno di ordine e quindi di Stato."
Questo scrive Giovanni Falcone.
Chiudo sul punto per dire che se in quel casolare di Alcamo in cui Vincenzo Ferro è vissuto, allattato da immaginate quali nostalgie, quali principi, anche quella sua scelta, o quella sua non decisione - lo vedremo fra un istante - di obbedire all'ordine che Calabrò gli aveva impartito, di venire a rabbonire lo zio a Prato, è una decisione che non si colloca necessariamente in un contesto criminoso, come noi con la mentalità nostra potremmo essere, dovremmo essere necessariamente portati a credere; ma la dovrete esaminare, questa decisione - se di decisione si è trattato - alla luce di questi vincoli, di questi condizionamenti, di queste catene di cui vi ho parlato prima.
E badate... Un'ultima cosa per quanto riguarda sempre, come dire, la personalità di Vincenzo Ferro.
Guardate, che quella decisione di presentarsi dal dottor Vigna, di collaborare, di cambiare, voi capite, totalmente, di chiudere con un tipo di vita e di offrirsi a un futuro assolutamente incerto, considerate che è stata decisione certamente dolorosa e certamente molto sofferta.
A domanda del Pubblico Ministero, dottor Chelazzi, siamo all'udienza pomeridiana del 5 marzo 1997, il quale gli domandava a Vincenzo Ferro quali conseguenze avesse comportato la sua decisione di rompere col passato, Vincenzo Ferro... lo so che è nei verbali, Giudici, però sono migliaia di pagine, dubito che abbiate la possibilità di rileggerli, sono poche righe soltanto.
Vincenzo Ferro a domanda del dottor Chelazzi rispose così:
"Il tipo di conseguenze è che io praticamente non ho più visto mia madre, le mie sorelle. Ho dovuto rompere con tutto quello che erano i miei sogni, cioè, diciamo, le mie ambizioni. Perché io non è che ambivo a molto, volevo fare il medico, sposarmi, avere dei figli e una famiglia tranquilla, mentre invece ho dovuto rompere con tutto questo, anche perché le ricordo, dottor Chelazzi, che il 3 luglio del 1996 avrei dovuto sposarmi, mentre invece questo non è più avvenuto."
Pensate, alla vigilia di un matrimonio, una donna con la quale erano stati fatti progetti di vita, questo passaggio alla collaborazione con la Giustizia anche questo ha comportato, anche questa rottura di un affetto.
Detto ciò, Signor Presidente e Signori Giudici, affronterei, ma molto rapidamente, perché la collega Sara Gennai, credo, così bene vi ha esposto le ragioni giuridiche per le quali Vincenzo Ferro non può essere chiamato a rispondere della strage di Firenze, che mi rimane da aggiungere soltanto pochissime parole.
Più che commenti, più che argomentazioni saranno degli interrogativi che porrò a me stesso.
Prima domanda. Vincenzo Ferro può essere visto come l'ideatore della strage di Firenze?
Questa è una sequenza attraverso la quale voi, in Camera di Consiglio, quando esaminerete la posizione di Vincenzo Ferro, dovrete necessariamente passare.
Primo punto: può essere ipotizzato che lui sia stato l'ideatore? La risposta è certamente: no.
Primo, perché sappiamo da altre dichiarazioni che ben altri sono stati coloro che in talune riunioni alle quali Vincenzo Ferro non ha partecipato ebbero a decidere quel "programma stragista".
Ma poi c'è una ragione, uno sbarramento di carattere giuridico: che nello stesso capo di imputazione Vincenzo Ferro viene visto, gli viene contestata la partecipazione come mero esecutore materiale.
Allora il problema si sposta a vedere se nella azione posta in essere da Vincenzo Ferro, in quel di Prato e di Firenze, siano da ravvisare estremi di un concorso, cioè di una... cosa vuol dire "concorso" dal punto di vista materiale? Cioè, domandarci se costui abbia fatto qualcosa - questo è il punto - che abbia contribuito, anche se non in misura determinante, alla realizzazione dell'evento.
Ve lo ha già detto la collega.
Ma scusate, Pubblici Ministeri, mi spiegate - e questo non me lo avete spiegato nella vostra requisitoria - sulla base di quali prove o di quali argomenti mai Vincenzo Ferro avrebbe dovuto fattivamente collaborare con gli altri nella realizzazione di questo vile attentato? Se è vero come è vero: primo, che il procurarsi l'esplosivo fu opera - può darsi che mi sbaglio - comunque, di Lo Nigro e Spatuzza - correggetemi se non è così - o comunque di altri, certo non di Vincenzo Ferro. Se è vero come è vero che a portare l'esplosivo dalla Sicilia a Prato chi fu, Vincenzo Ferro? Certamente no, perché questa è azione confessata da Carra, che fu lui da solo a portare l'esplosivo stesso.
Il furto della macchina? Il furto del Fiorino servito poi per commettere l'attentato? Ah, ma qui bisogna ricordare bene come stanno le cose.
Ve lo ricordate quando i correi, gli altri imputati gli dissero: 'vogliamo la macchina', e lui timidamente, siccome la macchina lo zio l'aveva affidata a lui, vi ricordate, disse qualcosa del genere: 'vengo anch'io'. E loro che cosa gli risposero? 'No, tu no'.
E quando poi andarono a Firenze la sera dell'attentato, c'era forse Vincenzo Ferro?
Non so se anche lì, lui, come dire, ingenuamente, si offrì di accompagnarli, certamente non sapendo che cosa andavano a fare.
Anche in quell'occasione la risposta fu:
"No, tu no".
Ora, vi pare possibile che dei complici, cioè delle persone che... complici vuol dire che preventivamente si sono messi d'accordo per realizzare un attentato, dice: 'no, tu no, non devi venire con noi'?
Questo è sintomo, secondo voi, di complicità nel delitto? O non è forse questa la prova, invece - la prova provata - che lui non sapeva nulla, Vincenzo Ferro, che non doveva sapere che cosa costoro andavano a commettere a Firenze?
Per mero scrupolo difensivo, voglio aggiungere che, quand'anche la Corte ritenesse di scavalcare, non so come, ma di superare questo che è un fatto obiettivo assolutamente fermo, non controvertibile, comunque, ritesse che anche nel solo fatto di essere andato dallo zio a perorare la causa di quella messa a disposizione del garage, voglio domandarmi se, posto, dato e non concesso, quindi che da parte di Ferro ci sia stata la realizzazione di un'opera, come dire, fattiva dal punto di vista materiale, se vi siano elementi per poter ritenere, o per poter supporre che costui fosse consapevole di quello che gli altri imputati andavano a compiere.
La risposta ve l'ho già detta: è sicuramente no.
Ve l'ha già detta la collega, quando vi ha parlato della "super Cosa", quando vi ha parlato di "discorsi sigillati" che nessuno doveva conoscere nella maniera più assoluta.
Ve l'ha già data la collega, quando prima vi ha detto che non solo non c'è nessuna prova che Vincenzo Ferro sapesse quel che si stava per commettere, ma che, addirittura, dalle risultanze dibattimentali, casomai, è emersa la prova negativa.
E voglio aggiungere una cosa, che la prova di una ipotetica consapevolezza non la si può nemmeno desumere - ve lo ha già detto anche questo la collega - a titolo, noi usiamo chiamarlo, di "dolo eventuale".
Signori Giudici popolari, una digressione di due minuti di orologio soltanto su questo, e mi avvio poi alla conclusione.
Cosa vuol dire "dolo eventuale"? Essere chiamati a rispondere di un reato non perché lo si è voluto direttamente, ma perché si è accettato il rischio che quell'evento si potesse compiere.
Questo è, in termini molto semplici, se vogliamo semplicistici, il concetto di "dolo eventuale".
E vi voglio fare un esempio, perché sennò sono concetti che rimangono così, credo un po' nebulosi, e sto sempre parlando per i Giudici non togati.
Esempio classico è quello di quegli scriteriati ragazzi, vi ricordate, quelli che tiravano i sassi dal cavalcavia dell'autostrada, no?
Quasi certamente costoro non volevano uccidere, perché avevano fatto una scommessa, perché sono scriteriati. Punto e basta. Volevano fare una gara per vedere chi di loro riusciva a colpire le macchine.
Ma se, come purtroppo è avvenuto, la macchina è stata colpita e ne è derivata la morte di una persona, eh, in questo caso certo che l'evento più grave da loro probabilmente non voluto - la morte di quella persona - viene posto a loro carico ugualmente a titolo, si chiama appunto, di "dolo eventuale".
Perché una persona ragionevole non può non immaginare, non può non porsi davanti, dinanzi a sé la possibilità che da un'azione simile, così stupida, ne possa derivare la morte di una persona.
E questo evento, certo, che verrà posto a carico di chi lo ha compiuto.
Però, vedete qual è la differenza sostanziale e ontologica rispetto al fatto per cui è il processo.
Nell'esempio che vi ho portato - ma potrei farne altri - il soggetto non può non essere consapevole di usare un mezzo idoneo ad uccidere. Perché chiunque, anche il più stupido, capisce che tirando un masso di qualche chilo su una macchina, si deve rendere conto che quello costituisce un mezzo idoneo per realizzare l'evento non voluto, ma di cui si è accettato il rischio.
Eh, ma nel caso di Vincenzo Ferro, signori Giudici, voi mi dovreste dimostrare che costui era a conoscenza di quello che era contenuto in quei famosi pacchi rinvoltati in una carta gialla, non so, e scotchati, che lui intravide solo per un attimo nel garage dello zio.
Questo mi dovreste dimostrare.
Perché se non mi dimostrate questo - e la prova vi garantisco non c'è, anzi vi ho già detto prima, casomai c'è la prova contraria - eh, allora è ovvio che non solo non si può parlare di concorso morale, cioè né di sussistenza dell'elemento psicologico del reato, ma tantomeno si potrà parlare di "dolo eventuale".
Rimane un'ultima considerazione, Signori. E ruota tutto sempre intorno a quel problema che avevo già accennato prima.
Ma quando Calabrò si presenta da Vincenzo Ferro e gli dice: 'guarda tu devi prendere...' Oltretutto, aveva da fare gli esami, se non ricordo male in quei giorni, quindi, non aveva nessuna voglia di perdere tempo per andare da questo zio di Prato.
Quando Calabrò chiede a Vincenzo Ferro di partire immediatamente per andare a rabbonire lo zio - è questo il punto - noi ci dobbiamo chiedere anche questo: se Vincenzo Ferro avrebbe potuto rifiutarsi.
Anche qui, ancora una volta, Giudici, io ho l'abitudine, nel difendere, di mettermi sempre dalla parte come se fossi io il Giudice.
Dico, ma uno che mi viene a raccontare una cosa del genere, ma per me è inverosimile: io non ci posso credere che tu non ti possa rifiutare di fronte ad una richiesta più assurda.
Non ci posso credere, ve l'ho detto prima, perché noi qua a Firenze abbiamo, vivaddio, una mentalità ed un carattere completamente diversi.
Se uno mi viene a chiedere una cosa del genere, gli dico: 'o Pallino, da' retta, ma che bischerate mi dici!' Con la spontaneità e la chiarezza del vernacolo toscano.
'Ma cosa mi viene a dire, partire io da Alcamo e andare fino a Prato?'
Questo gli avrei risposto io. Questo, credo, ciascuno di voi gli avrebbe risposto.
E perché questo non era possibile? Ve lo dice Vincenzo Ferro, verbale della mattina del 13 marzo '97, pagine 78-79. A domanda:
"Ma non ti potevi rifiutare?" La domanda è questa.
Risposta: "Guardi, che io vivo ad Alcamo. Là si cresce con una mentalità ben diversa, per cui fin da piccolo si impara che non bisogna fare domande, né bisogna mai immischiarsi in cose che non ci interessano. Per cui, quando una persona è normale, diciamo non mafiosa, a fare una domanda del genere, uno normalmente risponde: 'ma, insomma, io questo favore non te lo faccio, vattelo a fare da te'. Ma quando viviamo là ad Alcamo e si sa benissimo la gente che può essere mafiosa o meno, e quando uno di questi ti fa una richiesta del genere, tu non puoi dire di no, perché si rischia, perché si rischia la propria vita."
E, guardate, questo è un discorso che poi ritorna ancora una volta per spiegarvi come sia possibile che lui non sia stato informato di cosa doveva venire a fare, non sia stato informato sulla ragione per cui occorreva questo garage, ma soprattutto mi serve per farvi capire come sia plausibile che lui non abbia nemmeno sentito il bisogno di chiederlo; anzi, si sia ben guardato di fare simili domande.
Perché questo gusto della comunicazione - come dire - avara, cifrata, sì certo fino all'omertà, è una caratteristica ormai, come dire, antropologica del siciliano medio. Ma direi qualcosa di più, è una caratteristica che è, guardate, addirittura stratificata nello stesso lessico familiare.
Ci sono un apologo ed un proverbio che non posso fare a meno di ricordarvi, perché illuminano perfettamente questa situazione.
L'apologo è Danilo Dolci - avete sentito - sociologo che lungamente visse in Sicilia. Racconta di un episodio a cui ha assistito, in una udienza di Tribunale, di un signore che, interrogato, sapete come disse? Mi scuserà, dottor Nicolosi, se non ho una pronuncia perfetta.
"Niente saccio e niente vogghiu sapiri, ma si su stessu fattu costituisce virdittu, come non detto."
Guardate che è bellissimo; bellissimo perché rende, in maniera plastica bene l'idea di quale sia l'atteggiamento psicologico.
Per non parlare di questo che è un antichissimo, e aggiungo bellissimo, proverbio siciliano:
"A megghiu parola è chidda ca un si dice."
Conclusioni: signor Presidente, signori Giudici della Corte di Assise di Firenze, se è vero come è vero che ogni delitto, in certo qual modo, è lo specchio dell'anima di chi lo ha commesso, se è vero come è vero che ogni delitto deve avere un movente, io mi chiedo e vi chiedo come sia mai possibile che a commettere un così infame delitto possa essere stato consapevolmente Vincenzo Ferro, uomo mite - vi ricordate - "una pantina di paradiso", viene definito.
Un uomo che per tutta la vita ha avuto soltanto questo sogno e questo desiderio: di poter alleviare le sofferenze altrui, di veder scintillare la vita dalle proprie mani o dal proprio bisturi, se chirurgo.
Un uomo che, in ossequio all'antico giuramento di Ippocrate, si è impegnato a non arrecare mai ad alcuno nocumento né ingiustizia.
Vorrete, pertanto, Giudici, assolvere Vincenzo Ferro da tutti i reati ascrittigli.
Grazie.
PRESIDENTE: Credo che bisognerà sospendere sino alle ore 15.00, dopodiché, parleranno gli altri difensori che si erano prenotati per oggi.
PRESIDENTE: Allora, buonasera.
Do lettura del fax che è arrivato dall'imputato Mangano Antonino dalla Casa Circondariale di Viterbo. Il testo è in riferimento al procedimento penale numero 12/96:
"Nomino mio difensore di fiducia l'avvocato Cuccureddu Antonella del Foro di Sassari."
Non mi sembra che ci sia revoca del precedente difensore, che è l'avvocato Graziano Maffei, oggi sostituito; quindi non ritengo che ci siano altri adempimenti, se non questo di dare atto della nomina di un altro difensore.
E a questo punto posso dare la parola all'avvocato Batacchi...
AVVOCATO Batacchi: Per Grigoli Salvatore.
VICEISP. Tognarini: Signor Presidente, è da Viterbo, mi scusi.
PRESIDENTE: Prego.
VICEISP. Tognarini: Senta, vorrei darle atto che a seguito della sua sospensione, prima, l'imputato Barranca Giuseppe, alle 13.30, per mezzo del modello IP-1 ha fatto dichiarazione di rinuncia di presenziare al prosieguo dell'udienza.
PRESIDENTE: La ringrazio. Ne prendo atto.
Do atto che, durante la sospensione, l'imputato aveva chiesto di potere rinunciare. Non ci son problemi.
SEGR. D'UDIENZA: (voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Anche Frabetti ha rinunciato... che era presente in aula. Non è ora più presente, ha rinunciato.
Scusi, avvocato Batacchi.
(voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Prego, avvocato Batacchi.
*AVVOCATO Batacchi: Dunque, per Grigoli Salvatore anticiperò le richieste che faremo alla conclusione della discussione.
PRESIDENTE: Si sente poco.
AVVOCATO Batacchi: Anticipo...
PRESIDENTE: Se vuole sedersi.
AVVOCATO Batacchi: No, preferisco stare in piedi, grazie.
PRESIDENTE: Come preferisce lei.
AVVOCATO Batacchi: Anticipo le richieste che proporremo alla Corte al termine della discussione, che faremo io e l'avvocato Roberto Avellone.
In conformità a quanto richiesto dal Pubblico Ministero, chiederemo l'assoluzione di Grigoli per l'attentato di via Fauro ed i reati connessi, l'attentato a via dei Georgofili ed i reati connessi e chiederemo inoltre la concessione a Grigoli delle attenuanti speciali, previste sia per i reati commessi con finalità mafiosa e quelli commessi con finalità di terrorismo e di eversione; chiederemo inoltre anche la concessione delle attenuanti generiche.
In difformità rispetto a quanto richiesto dal Pubblico Ministero, chiederemo invece la assoluzione di Grigoli per gli attentati di Milano e alle chiese di Roma.
La storia di Grigoli è nettamente diversa rispetto a quella di Scarano, che ho illustrato l'altro giorno, e è diversa anche rispetto a quello che avete sentito stamattina, relativo a Ferro Vincenzo.
Grigoli, se non erro, è una persona che ha la terza o la quinta elementare, ed è una persona che fa parte di quel gruppo di fuoco di cui più testi hanno parlato dinanzi a questa Corte. Dell'importanza del contributo di Grigoli ha già, ovviamente, messo in luce gli aspetti fondamentali il Pubblico Ministero nella sua requisitoria. Tuttavia io vorrei fare anche qui un quadro generalissimo, estremamente sintetico degli elementi che ritengo più rilevanti.
Il contributo di Grigoli, in generale, è servito in primo luogo a fornire indicazioni essenziali per confermare che gli odierni imputati - i suoi coimputati - fanno parte effettivamente di quel gruppo della famiglia Brancaccio che oggi voi siete chiamati a giudicare.
Grigoli ha fornito inoltre conferme sui ruoli che ciascuno di questi soggetti aveva all'interno di questo gruppo. Ha fornito indicazioni precise sul ruolo che lui stesso, nell'ambito di questo gruppo, aveva: era lui che andava a sparare.
Inoltre ha confessato, dinanzi a questa Corte e prima ancora dinanzi al Pubblico Ministero, i reati che lui ritiene appunto di aver commesso.
Già vi è stato detto che questi imputati, appunto, non sono dei giuristi, per cui se confessano qualche cosa, in linea di massima confessano quello che materialmente hanno commesso. É difficile per loro comprendere il concetto di concorso morale nel reato, il fatto che si può concorrere in un reato non soltanto andando a sparare insieme a chi uccide, ma anche in altre forme magari più attenuate.
Comunque le sue dichiarazioni, a livello appunto generale, sono state dichiarazioni senza alcuna reticenza. In particolare Grigoli... di Grigoli ho già in qualche modo parlato nella mia discussione sulla posizione di Scarano Antonio, soprattutto per quanto riguarda il contributo dato in ordine alla comprensione di quanto è avvenuto allo Stadio Olimpico e nell'attentato a Contorno.
Mi interessa soprattutto mettere in luce le novità del racconto di Grigoli. Perché anche il Pubblico Ministero ha sottolineato come non deve essere considerato elemento di disvalore il fatto che Grigoli sia l'ultimo degli imputati che ha cominciato a collaborare. L'importante è che se Grigoli aveva 100 da dire, 100 abbia detto. Nonostante che sia stato l'ultimo, è riuscito a fornire degli elementi di estrema importanza per la ricostruzione appunto del mosaico che voi siete chiamati a confermare con la sentenza.
Diciamo che le dichiarazioni di Grigoli sono servite al Pubblico Ministero per colmare quegli ultimi spazi che rimanevano aperti a seguito della mancanza di conoscenza che avevano Scarano, Carra, eccetera, e gli altri collaboratori, su queste vicende.
In particolare, novità del racconto di Grigoli Salvatore è stato il fatto che l'esplosivo utilizzato nelle stragi proviene da un certo posto, e cioè dalle elaborazioni compiute in Corso dei Mille Guarnaschelli e poi presso la Edil Vaccaro. Cioè, Grigoli ci ha confermato, sostanzialmente quello che già avevano capito dalle dichiarazioni di Scarano e di Carra, che questo esplosivo veniva da quel gruppo; ma addirittura ci ha detto qualcosa di più: che veniva lavorato da quel gruppo di persone.
Grigoli ci ha detto inoltre, non solo ci ha detto dove veniva lavorato questo esplosivo, ma ci ha detto che era lui stesso che aveva partecipato alla raffinazione di queste pietre, e poi successivamente alla loro, diciamo, alla creazione di quelle che lui chiama queste "forme di parmigiano", che poi ritroviamo appunto nei vari attentati.
Interessante notare che lui ci descrive anche come venivano fatte queste balle di esplosivo: venivano appunto nastrate, strette appunto con delle corde, e questo ci ricorda un pochino le descrizioni che ci hanno fatto anche Scarano e Carra appunto di queste balle di esplosivo.
Altro particolare importante della deposizione di Grigoli è... io non so se vi ricordate che siamo stati un po' di tempo, durante questa istruttoria dibattimentale, a osservare quella fotografia dell'esplosivo posto ai margini della via Formellese coperto con quell'erba. Ci si domandava, ma da dove viene quest'erba, che è diversa rispetto a quella che si trova, diciamo, intorno a queste balle di esplosivo.
É stato Grigoli a dirci che lui aveva falciato quell'erba fuori dalla villa di Capena e l'avevano portata sul posto per coprire appunto l'esplosivo. E quindi anche questo piccolo dubbio ha trovato appunto soluzione.
Altro particolare interessante e di novità è il fatto che, per esempio, nella fase preparatoria dell'attentato allo Stadio Olimpico, Grigoli ci ha riferito che fu ritenuto eccessivo il numero di persone presenti su Roma, in particolare nella villa di Tor Vaianica procurata da Scarano tramite Bizzoni, e Grigoli ed uno dei suoi coimputati fu rimandato in Sicilia.
Queste sono, sostanzialmente, le novità più importanti del racconto di Grigoli.
Più specificamente, per quanto concerne l'attentato allo Stadio Olimpico, come ho già detto, Grigoli riesce a collocarlo in un periodo di tempo molto più specifico rispetto a quanto possono fare Scarano e Carra.
Ci chiarisce che fu una decisione presa effettivamente in Sicilia, quella di attentare alle Forze dell'Ordine, perché ci racconta di una riunione fatta a Misilmeri, dove lui fu informato del fatto che dovevano essere colpite le Forze dell'Ordine... dovevano essere colpite le Forze dell'Ordine e quindi, a quel punto, lui comprende anche lo scopo per cui aveva già cominciato, appunto, a lavorare l'esplosivo in Corso Guarnaschelli.
Inoltre, sempre con riferimento all'attentato allo Stadio Olimpico, ci dice chi ne furono i protagonisti e indica esattamente gli stessi soggetti di cui ci hanno parlato sia Carra che Scarano.
Indica La Rustica come punto di riferimento per la preparazione della Lancia Thema che poi sarà lasciata allo Stadio Olimpico. Ci dice che fu utilizzata una Lancia Thema proveniente da Palermo e portata appunto da Giacalone.
Ci racconta anche quel particolare del fatto che furono costretti a lasciare un appartamento in Roma a causa delle rimostranze fatte dalla portiera. Ed è interessante quella cosa che ci dice Grigoli del momento in cui arriva Bizzoni, questo tizio con la Mercedes 190, il quale, venuto a sapere di questa lite, dice: 'ora io vado dall'avvocato'. E Grigoli fra sé pensa: 'ma guardate in che mani siamo. Siamo qui per fare delle stragi e questo vuole andare dall'avvocato perché ci tocca andare via dalla casa che ci avevano procurato'.
Altro particolare importante che riferisce Grigoli sull'attentato allo Stadio Olimpico è che, praticamente, lui prepara l'esplosivo e prepara anche tre piccole balle di esplosivo che poi, noi sappiamo, verranno consegnate da Carra a Scarano e che Scarano farà ritrovare nel giardino di casa Frabetti.
Ci conferma inoltre che per l'Olimpico, così come ci aveva detto Scarano, venne utilizzato un telecomando.
Per quanto riguarda invece l'attentato a Contorno, l'apporto che dà Grigoli ha uno spessore maggiore rispetto a quello, per esempio, di Scarano e di Carra, che osservano queste vicende un pochino dall'esterno, perché Grigoli è il protagonista dell'attentato a Contorno.
Conferma che vi furono due tentativi. Conferma l'appoggio che fu dato da "Saddam" o "Baffo", come lo chiama lui, mediante il reperimento della villa di Capena. Ci dice che l'esplosivo utilizzato per l'attentato a Contorno proveniva da Brusca e che doveva essere diverso da quello utilizzato nelle altre stragi; ci spiega anche perché.
Perché, praticamente, dice che non si doveva capire che praticamente quello utilizzato per Contorno e per colpire appunto un pentito era lo stesso che per gli altri attentati.
Altro particolare interessante: ci parla di quella gabbia di ferro battuto che fu creata con una sparachiodi e che per la prima volta Scarano, dinanzi a voi appunto, vi aveva descritto.
Quindi, secondo questo difensore, il contributo dato dal Grigoli per arrivare ad una maggior comprensione di quello che è avvenuto, ed arrivare soprattutto a comprendere, diciamo a chiudere quel cerchio che attraverso le dichiarazioni di Carra e Scarano e di Romeo si era aperto; questo cerchio viene chiuso dalle dichiarazioni di Grigoli.
Io non mi voglio soffermare oltre sui particolari di queste dichiarazioni che voi sicuramente avete ben presenti. Io ho preannunciato che noi chiederemo l'assoluzione di Grigoli anche per gli attentati di Milano e quelli alle chiese di Roma.
In quest'aula il difensore vi ha anche chiesto di valutare se Grigoli non debba essere condannato anche per l'attentato di via Fauro, proponendo una ricostruzione dell'arrivo di questo esplosivo, diversa da quella prospettata dal Pubblico Ministero.
Io ritengo che si possa essere d'accordo con il quadro fornito dal Pubblico Ministero, ma ritengo che da questo quadro possano esserne ricavate delle conseguenze giuridiche diverse.
Perché secondo me Grigoli deve essere assolto dagli attentati di Milano e di Roma?
Né Scarano, né Carra, né Di Natale attribuiscono a Grigoli alcun ruolo materiale su Roma, o comunque su Milano. A Milano noi non sappiamo esattamente chi stesse a Milano. Ci dobbiamo pertanto basare su quello che dice Grigoli stesso.
Grigoli ci dice che comincia a lavorare l'esplosivo prima della riunione di Misilmeri, dove viene informato che bisogna colpire le Forze dell'Ordine. Ci dice anche che, quando comincia - e questo nella prima udienza in cui viene sentito - ci dice anche che, quando comincia a lavorare l'esplosivo, i suoi compagni già avevano lavorato, avevano già lavorato da tempo questo esplosivo. Poi c'è la riunione di Misilmeri e poi nuove lavorazioni dell'esplosivo, col passaggio dal magazzino... da Corso dei Mille Guarnaschelli alla Edil Vaccaro.
Ci dice anche che non è che per preparare un attentato era sufficiente una lavorazione, ci potevano volere anche più lavorazioni per preparare l'esplosivo per un attentato.
Quindi, il fatto che lui diciamo si riferisca a una pluralità di lavorazioni, secondo me ha un significato che deve essere valutato alla luce di questa precisazione.
Soprattutto però ci dice una cosa. Lui si ricorda che la prima volta che ha lavorato l'esplosivo, ha preparato anche tre piccole balle di esplosivo destinate a "Saddam" o al "Baffo". E basta.
Queste tre balle di esplosivo per l'appunto sono quelle tre balle che Scarano dice di aver ricevuto da Carra a La Rustica. In una serata di pioggia, queste balle e la borsa portata da Carra vengono prima posizionate all'interno del furgone arancione della CEA (?) che c'era nel cortile de La Rustica e poi spostate nella terra.
Cioè, dai racconti di Grigoli dice: 'io ho lavorato l'esplosivo e mi ricordo la prima volta di aver preparato queste tre balle', si capisce che quello che poi, portato a La Rustica, Scarano ci dice è stato utilizzato per l'attentato all'Olimpico.
Sul fatto che Grigoli abbia partecipato a quell'attentato con la preparazione di quell'esplosivo non c'è dubbio. Sul fatto che Grigoli ha partecipato all'attentato a Contorno non c'è dubbio. Ma mi domando: vi sono degli elementi, diciamo, per ritenere che Grigoli abbia contribuito alla raffinazione dell'esplosivo anche per gli attentati di Milano, delle chiese, quando lui inconsape... lui non sa dell'arrivo dell'esplosivo a La Rustica. Dice: 'io mi ricordo di aver preparato anche queste tre piccole balle'. É Scarano che dice che a La Rustica gli arrivano anche quelle balle di esplosivo.
E quindi, secondo me, se si deve fare una valutazione degli elementi, vi sono più elementi per ritenere che Grigoli deve essere ritenuto responsabile di quanto è avvenuto da La Rustica in poi, piuttosto che di quanto è avvenuto prima de La Rustica.
Pertanto, io chiedo che la Corte lo assolva con la formula che riterrà appunto di giustizia, e comunque con la formula dell'articolo 530 II comma, perché gli elementi raccolti sono insufficienti o contraddittori per ritenerlo coinvolto anche negli attentati di Milano e delle chiese.
Nessuna questione sulla responsabilità di Grigoli per quanto riguarda l'attentato a Contorno e all'Olimpico.
Premetto, quanto ho già detto anche per Scarano. Cioè, non è una questione di pena. Non è una questione di pena, è una questione, praticamente, di aderenza ai fatti così come sono emersi da questa istruttoria dibattimentale.
Per quanto riguarda la concessione delle attenuanti speciali della collaborazione, per quanto riguarda la concessione delle attenuanti generiche, a questo punto io lascio la parola al mio collega avvocato Roberto Avellone.*
PRESIDENTE: Grazie, avvocato.
*AVVOCATO Avellone: Signor Presidente, signori della Corte, il collega Massimo Batacchi ha delineato, ha ricostruito quello che si è svolto in quest'aula di giustizia, ha espresso il suo pensiero, ed è chiaramente identico al mio. E ora questo difensore si accinge a dover parlare in generale di Grigoli, della sua collaborazione. Ma prima di fare questo, deve naturalmente prendere atto delle richieste del Pubblico Ministero, che sono appunto per la concessione delle attenuanti speciali, di cui agli articoli 4 della Legge 625 del '79 e dell'articolo 8 del Decreto Legge 552 del '91; da ritenersi quindi prevalenti alle aggravanti contestate.
Dobbiamo, nel prendere appunto le mosse da questo inizio, dobbiamo appunto verificare quale è stata la scelta di questo imputato.
Grigoli, maturata la propria scelta di intraprendere la strada di una assoluta collaborazione con gli Organi di Giustizia, ha fornito un importantissimo contributo di notizie ed elementi in tutti i procedimenti nei quali è stato a vario titolo interessato.
Il Grigoli in primo luogo - attraverso una collaborazione mai interrotta, coerente e costante - ha così contribuito in maniera determinante a fare piena luce sulla famiglia mafiosa di appartenenza e quindi sul mandamento di Brancaccio, delineando la personalità dei vari componenti, la suddivisione dei compiti degli stessi, gli svariati traffici delittuosi, le connivenze e i rapporti di vario titolo con l'ambiente esterno.
Questo vasto e dettagliato apporto informativo, dato dal collaboratore di Giustizia Grigoli, in tutte le occasioni nelle quali è stato chiamato a rispondere, risulta finora pienamente confermato da qualsiasi riscontro testimoniale ed oggettivo, costituendo quindi i cennati continui riscontri, la prova ormai palese sia della coerenza dell'apporto collaborativo del Grigoli, che dell'assoluta ed irreversibile volontà dello stesso di dissociarsi definitivamente dal sodalizio mafioso nel quale era inserito.
Del resto, questa incondizionata collaborazione del Grigoli, quanto la ferma determinazione dello stesso nel dissociarsi dal vincolo criminale, sono ampiamente comprovate dalla circostanza che il collaboratore si sia da principio autoaccusato di far parte - quale elemento di spicco - del gruppo di fuoco della propria cosca, confessando la sua partecipazione diretta ad una lunga serie di omicidi.
Per quel che attiene a questo procedimento, è chiaramente... il primo aspetto che bisogna appunto verificare è la partecipazione a non tutte le stragi, come ha detto l'avvocato Batacchi, ma soltanto a quelle per le quali il Grigoli ha in quest'aula di giustizia - e prima di allora, durante l'interrogatorio reso dinanzi ai Pubblici Ministeri di Firenze - si è autoaccusato dell'attentato a Totuccio Contorno e della strage dell'Olimpico.
La credibilità del Grigoli viene da particolari, da circostanze utili alle indagini e alla rivelazione di fatti particolari.
Mi limito semplicemente ad evidenziare alcuni particolari che sono emersi nell'istruttoria dibattimentale.
Il Grigoli ha affermato, per esempio, il reperimento dell'auto targata Roma... Milano. Compito che era stato indicato al Giacalone. La preparazione dell'esplosivo: ha dichiarato come si faceva l'esplosivo, come si preparavano le balle di esplosivo e, in particolare, ha anche tracciato l'acquisto del telecomando compiuto da Spatuzza, in un negozio di Corso dei Mille a Palermo.
Il particolare del rafforzamento delle sospensioni posteriori dell'auto usata nella strage dello Stadio Olimpico. Le telefonate a nome della Falange Armata. Il reperimento della gelatina da parte di Giovanni Brusca, che doveva praticamente avvolgere l'esplosivo. Il materiale esplosivo fornito la seconda volta da Giuliano. Come avveniva la ripulitura delle armi usate dalla cosca di Brancaccio. Gli appostamenti effettuati per l'attentato a Contorno. La composizione analitica del mandamento di Brancaccio, dei rapporti tra lo stesso e altre famiglie, o altri uomini d'onore come Bagarella, come Brusca, come Messina Denaro.
Il fatto che lo stesso Grigoli sia stato incaricato di curare la latitanza di Messina Denaro, boss ancora latitante, dimostra l'alto valore di fiducia che avevano queste persone in Grigoli. E il particolare di tutti i soprannomi usati dagli stessi uomini d'onore. Grigoli ha riferito in quest'aula tutti gli appellativi con i quali erano chiamati gli uomini d'onore.
Tutto questo deve essere quindi valutato da questa Corte, nel senso che il Grigoli quindi ha fornito una serie di elementi decisivi per quel che concerne la fase preparatoria delle stragi e con specifico riferimento ai due falliti attentati dello Stadio Olimpico e al Contorno. Anche per quel che riguarda le varie fasi attuative, indicando luoghi, personaggi, tecniche operative ed ogni altra circostanza a lui nota è utile per la ricostruzione dei fatti.
Questo importante contributo, unito alla ferma e definitiva dissociazione del Grigoli da Cosa Nostra e dai suoi metodi criminali, non possono non portare il Giudice a conclusioni sicuramente favorevoli in merito alle due diminuenti di cui sopra. E si manifesta, però, un approfondimento sulla personalità del collaborante al fine di valutare se esistano, e noi crediamo - sia io che l'avvocato Batacchi crediamo - che questi fatti indicativi esistano per un possibile futuro adattamento di Grigoli nella società civile che preludano all'applicazione delle circostanze attenuanti generiche soggettive.
Sotto questo profilo vorrei soltanto limitarmi a parlare di alcuni indici sintomatici di una personalità che si presenta, sotto certi aspetti, passibile di adattamento, e che sono - sempre ad avviso di questo difensore - riscontrabili da una complessa visione e valutazione delle dichiarazioni rese dal collaborante in dibattimento, e che ne delineino chiaramente le caratteristiche psicologiche e comportamentali.
Traspare infatti chiaramente la figura di un uomo, il quale nato e cresciuto in un contesto ambientale estremamente degradato, sotto il profilo dei valori umani e sociali viene inesorabilmente cooptato in quella logica mafiosa e criminale, che comporta l'assimilazione obbligata di altri valori, quali quelli dell'omertà, del silenzio, della violenza prevaricatrice, della crudeltà con la insensibilità quasi scientifica nel commettere i più atroci delitti.
La lunga serie di azioni criminali commesse dal collaboratore per ordine della famiglia mafiosa di appartenenza, e culminata con gli eventi stragistici per cui è processo, viene portata a compimento al di fuori di una personale volontà e premeditazione; quasi meccanicamente, in ossequio a quelle tremende, immutabili, inderogabili norme che sono corollario dell'essere mafioso.
Ma ecco che, allorché il Grigoli - velatamente in un primo momento, durante il suo periodo di latitanza, ma più profondamente in seguito, dopo l'arresto e la collaborazione - si allontana da quel mondo contorto e orribile dal quale proviene, si liberano e si sviluppano altri valori, sintomatici di una coscienza in parte ancora incorrotta e suscettibile di trovare in futuro una collocazione tranquilla, una vita normale, una realtà diversa da quella mafiosa.
Tali valori sono rappresentati dalle acquisite... dalla sofferta consapevolezza di non aver dedicato né alla famiglia, in particolare né ai figli, il tempo e lo spazio dovuti. Dalla comprensione, inoltre, di come appunto il lavoro onesto costituisca la vera unica forma di emancipazione e di riscatto sociale.
Il pentimento, seppure determinato da valutazioni che possono sembrare opportunistiche, non perde per questo motivo la valenza sua propria di chiusura e rifiuto di una situazione di vita volta al male e di contemporanea apertura verso un sistema di vita e di vedute compatibili con i canoni di una società libera e civile.
Per questi motivi, questo difensore chiede, ritiene di dover chiedere anche la concessione in capo al Grigoli delle attenuanti generiche di cui all'articolo 62-bis.
In particolare, voglio soltanto soffermarmi brevissimamente su una istanza che depositeremo alla fine di questo dibattimento, appunto per non aumentare il lavoro della Corte e per evitare inutili Camere di Consiglio, o comunque Camere di Consiglio anticipate.
É motivo di questo difensore chiedere anche la revoca delle misure cautelari disposte in questo processo per Grigoli.
E questo, alla luce di quelli che sono i presupposti sui quali si fonda, appunto, l'articolo 274. E, in particolare, diciamo, che i caratteri del pericolo di inquinamento delle prove, del pericolo di fuga, nel pericolo di reiterazione dei reati, sono da ritenere venute meno se si considera e si valuti attentamente tutta la vicenda giudiziaria di Grigoli.
Infatti, in relazione a questi caratteri dell'articolo 274, questa difesa non può non sottolineare ancora una volta la tenuta processuale di Grigoli, sotto il profilo di una sua riconosciuta ed ascrivibile centralità probatoria per effetto dei positivi riscontri sulle dichiarazioni fornite in sede di indagine preliminare e confermate in dibattimento.
É di qualche giorno fa la sentenza nei confronti degli esecutori materiali del delitto di padre Puglisi.
Devo dire che anche questa sentenza, è praticamente stata portata anche con il contributo di Grigoli, il quale ha fatto piena luce su tutti gli esecutori materiali del delitto di padre Puglisi.
Appare, tra l'altro, anche significativa anche alla luce del riformato articolo 513, la disponibilità da sempre dimostrata dal Grigoli.
Ed è proprio dalla più che affermata necessità che la prova si forma nel dibattimento, nel rispetto del contraddittorio delle parti; in una, con l'atteggiamento di Grigoli teso a sfidare in pubblico dibattimento la tracotanza mafiosa, sorreggendo, confermando ed avvalorando in udienza la tesi dell'accusa.
É possibile quindi trarre, da questi significativi apporti del Grigoli, validi argomenti a dimostrazione della rottura, del segno di rottura col passato. Ed quindi plausibile prospettare come molto remoto - per non dire impossibile - il pericolo di reiterazione dei reati per cui è il processo.
Per cui, sotto questo profilo, questo difensore si riserva di depositare apposita istanza alla fine del dibattimento.
Io ho finito, associandomi naturalmente a quelle che sono le richieste del difensore, del mio collega Massimo Batacchi. E quindi, da questo punto di vista, insisto in queste richieste.*
PRESIDENTE: Bene, avvocato, la ringrazio.
Vedo l'avvocato Cosmai pronto ad intervenire.
*AVVOCATO Cosmai: Sì, Presidente, la ringrazio.
Signor Presidente e Signori della Corte, anch'io ritengo opportuno individuare subito le conclusioni che rassegnerò nell'interesse di Pietro Carra, che assisto. Conclusioni che sgombrano il campo, conformemente a quanto già richiesto dal Pubblico Ministero, dal primo attentato, quello di via Fauro, contestato ai capi A, B, C e D, e per il quale, appunto, chiedo l'assoluzione per non aver commesso i fatti.
Per il resto, in ordine all'affermazione di colpevolezza degli altri reati, si chiede l'applicazione delle diminuenti di cui all'articolo 4 Decreto Legge 625 del '79, all'articolo 8 Decreto Legge 152 del '91. E si chiede la concessione delle attenuanti generiche da dichiararsi prevalenti sulle aggravanti contestate ritenuta la continuazione fra i vari reati.
Conclusa questa conclusione, diciamo del tutto tecnica, parliamo, a questo punto, dell'uomo Pietro Carra.
La connotazione principale di Pietro Carra, dell'imputato Pietro Carra, evidentemente è il suo status, chiamiamolo così, di collaboratore di Giustizia.
Ora so benissimo che all'interno di quest'aula c'è la massima serenità e la massima tranquillità.
All'esterno, al di là di quella porta, simbolicamente, il problema dei collaboratori di Giustizia è diventato quasi un fenomeno che viene analizzato, evidentemente attraverso esternazioni di politici, attraverso interviste, attraverso giornali, televisione.
É un fenomeno che, nel momento stesso in cui si chiama così, e nel momento stesso in cui viene generalizzato, loro si rendono conto non esiste. Cioè, non esiste il fenomeno in sé, esistono singoli imputati in singoli processi, la cui posizione singolare deve essere presa in considerazione dal giudicante, e di fronte alla quale ognuno, ognuno di questi personaggi, evidentemente, oltre che alla massima attenzione, riceve un'analisi dettagliata del contenuto delle sue dichiarazioni, delle motivazioni che possono averlo spinto a prendere questa decisione - se veramente gli atti del processo consentono di arrivare a questa conclusione - e, soprattutto, è necessario provvedere ad esaminare se ci sia stata tutta quella serie di riscontri esterni alle sue dichiarazioni, le quali evidentemente ne possano confermare il contenuto.
Detto questo, il problema, alla luce di questa Legislazione... E non possiamo certo immaginare altre legislazioni che potranno, verranno, saranno migliori, saranno peggiori. Non è questo il nostro compito, il loro compito.
Alla luce di questa Legislazione vigente dobbiamo porci questi problemi e potranno essere risolti evidentemente, come si premetteva, con la serenità che contraddistingue, appunto, la vita in quest'aula, lasciando fuori i clamori.
Una, come dire, una premessa che era così metodologica, ma anche un po' una presa di posizione mia personale nei confronti del clamore, appunto, che si fa su questo argomento da parte spesso di persone che non conoscono, non vivono questa realtà.
Questa realtà che - e mi riferisco ai Giudici non togati - che loro hanno avuto il grave onere, ma anche il grande onore di vivere, esercitando questa funzione giurisdizionale, una funzione fondamentale nella vita dello Stato; e che evidentemente consente loro di esercitare direttamente quel potere che il Popolo Italiano in astratto, nelle altre giurisdizioni, esercita attraverso i suoi magistrati.
Un'altra premessa diciamo di carattere metodologico è questa - e risulta anche, loro potranno rilevare, dalle mie conclusioni -: non ci sono grossi argomenti sotto un profilo di fatto, cioè sotto un profilo obiettivo e di ricostruzione del fatto, all'infuori della precisazione, più che altro, che riguarda l'attentato, la strage di via Fauro.
Al di là di questo, ci pare di poter affermare che non vi sono problemi in ordine alla ricostruzione dei fatti dei quali il Carra deve rispondere. E se non vi sono problemi a questo riguardo, ci si consenta, gran merito è anche del Carra stesso e, soprattutto, delle sue dichiarazioni non solo confessorie, ma ampiamente descrittive di quello che è accaduto del fatto stesso.
E direi di sgombrare subito il campo dal problema di quell'episodio in via Fauro.
In questo senso, questo difensore è perfettamente d'accordo con il Pubblico Ministero.
La confessione del Carra non è stata specificamente riferita a questo episodio per tutta una serie di motivi, ma soprattutto perché egli non sapeva - ed è questo un argomento evidentemente di cui ci occupiamo subito, immediatamente, è argomento principale della posizione del Carra - non sapeva, non aveva una consapevolezza piena di quello che accadeva, di quello che faceva, e della destinazione di certe partite di esplosivo che, appunto seppe essere esplosivo, che trasportava sul suo autocarro.
Quindi, questa indicazione generale, generica che egli ha fornito fino dall'inizio della sua collaborazione, pareva che potesse ricomprendere anche l'episodio via Fauro.
Finché non è intervenuta una dichiarazione, in questo senso illuminante, del coimputato egualmente collaborante Scarano, il quale ha precisato: 'attenzione, l'esplosivo che è stato utilizzato in via Fauro si trovava nella mia abitazione, esattamente nella cantina della mia abitazione in Roma. E stava lì da più di un anno e ce l'aveva portato, trasportato il Messina Denaro'.
Quindi, questa affermazione che trova, come tutte le affermazioni di collaboranti in questo processo, puntuali riscontri obiettivi, toglie qualsiasi elemento di, non dico di dubbio, ma neppure di sospetto nei confronti del Carra.
Ce lo conferma, dicevo, obiettivamente il rilevatore elettronico della contaminazione da molecole di esplosivo, l'Egis, per usare questa abbreviazione; ce lo confermano due imputati di reati connessi: il Sinacori e il Geraci; i quali, appunto, ci illuminano anche loro su questo punto. E, ripeto, sgombrano il campo da qualsiasi possibilità di riferimento di responsabilità di questo fatto a Pietro Carra.
Premesso che per tutti gli altri episodi vi è questo atteggiamento assolutamente remissivo del Carra, questa piena confessione, il problema della sua posizione processuale è, evidentemente, se Carra merita o no la concessione delle diminuenti che sono state richieste, vale a dire della dissociazione e della collaborazione; se Carra merita o no la concessione delle attenuanti generiche, vale a dire quelle attenuanti non specificamente previste, ma che, in considerazione di parametri che sono sostanzialmente la gravità del fatto e la personalità, la capacità a delinquere del reo, consentono di poter concedere con quelle conseguenze, evidentemente, su una applicazione di una pena, la quale dovrà essere commisurata - evidentemente, anche questa pena - sulla base di questi criteri fondamentali, dicevo: gravità di reato e capacità a delinquere.
Quindi, un problema, questo, in riferimento alla scelta della sanzione e alla applicazione o meno di questa normativa attenuata e delle circostanze attenuanti generiche, il problema è squisitamente personale, soggettivo.
Evidentemente, allora, bisogna proprio partire - per domandarsi fino a che punto Carra possa meritare questi benefici - dalla sua origine, che è nota, che è agli atti, che è rappresentata, come dire, raccontata anche con dovizia di particolari. E che è evidentemente, Signori della Corte, evidentemente è la matrice, il punto di riferimento, l'origine di quello che poi è accaduto. Cioè di quello che... di un avvenimento che ha cambiato radicalmente la sua vita e gli ha dato così un colpo ad angolo retto che lo ha fatto allontanare dalla tranquillità, dalla normalità di una vita di lavoro in famiglia e lo ha fatto entrare in questa spirale di questi episodi con tutte le conseguenze che poi ne sono derivate.
Nasce nel '63, Carra, quindi ha 30 anni all'epoca dei fatti.
Da giovanissimo - ecco, questa è una connotazione abbastanza singolare - a 12 anni, 12 anni e mezzo, il padre se lo mette sul camion e lo porta con sé. Anche il padre è un autotrasportatore; Carra, per tutta la vita farà l'autotrasportatore.
Poi si sposa giovanissimo; ha, si forma una famiglia, ha figli. Si separa una prima volta dal padre, si rimette di nuovo con il padre, si separa di nuovo.
Il padre di Carra è, come dire, magari involontariamente, ma è come un'ombra sulla sua vita.
Il Pubblico Ministero ebbe a dire, nella sua requisitoria, che il padre di Carra aveva una certa caratura mafiosa, non bene accertata, non bene individuata, ma fatto sta che questa ombra evidentemente si è estesa su questa famiglia inevitabilmente e inesorabilmente.
Direi che il primo problema è derivato proprio dalla incostanza di quest'uomo, del padre, nella gestione dell'azienda.
Praticamente si giocava quasi tutti i soldi a carte, faceva una vita che non esiteremmo a definire dissoluta, anche se il pudore del figlio ha evitato di rappresentarci certi eccessi.
Fatto sta che questo provoca una grossa crisi a livello finanziario dell'azienda. Si mette finalmente per conto proprio, definitivamente, Carra, ma comincia non da zero, ma da sotto zero, con quasi 100 milioni di debiti.
Connotazione anche questa importante, perché decisiva sotto un certo profilo per quello che accadrà, appunto, diciamo successivamente.
Ecco che, grossomodo, nella primavera del '93, questa è la situazione: Carra gestisce una ditta individuale intestata alla segretaria, la signorina Sabato; viaggia, continua a viaggiare, lavora. Perché, ecco, questa è una connotazione, diciamo, di vita sua: un grosso lavoratore.
Loro sanno che l'autotrasportatore, il camionista, fa una vita durissima. In particolare lui non si risparmiava, faceva migliaia di chilometri. Ci dice consumava addirittura treni di gomme, uno al mese.
Stava cercando di rimontare questa china che lo aveva spinto così in basso, questi debiti di questa azienda, però era deciso e, dicevo, in questo senso non si risparmiava.
Quindi una vita non del tutto tranquilla, non del tutto priva di preoccupazioni; una vita, in un certo senso, di grosse agitazioni, però finalizzata al lavoro e alla famiglia.
Ricordiamoci che Carra non aveva mai riportato nessuna condanna penale, non era mai stato inquisito per nessun reato.
Poi che succede? L'evento che cambierà, che stravolgerà completamente la sua vita: si presenta nell'ufficio della sua ditta il Barranca. Barranca detto "Ghiaccio", per le sue doti evidentemente di decisione, di freddezza, che Carra conosce indirettamente, ma conosce di vista, e di cui Carra sa che Barranca, appunto, è uomo d'onore.
Precisazione importante: nonostante la figura paterna, Carra non è mai stato affiliato a Cosa Nostra.
Carra, in questo senso, non ha mai fatto parte di questa associazione, ne è completamente estraneo; pur tuttavia, in qualche modo, viene attratto, calamitato, reclutato.
Potrebbe sembrare a prima vista, questo, un assurdo. Come, un'associazione come questa, finalizzata al segreto, strutturata sul segreto e sull'omertà, che si rivolge a persona la quale è al di fuori.
Evidentemente c'erano dei buoni motivi per farlo, logici. E c'era anche, sotto un profilo proprio di metodo, una ragione del tipo che Carra nasce, vive in questo quartiere popolare di Palermo, in questa realtà, in questo contesto, con questo padre.
E loro sapevano che Carra sapeva che, qualunque richiesta gli fosse stata fatta non avrebbe potuto dire di no.
E queste sono le prole testuali che vengono verbalizzate, secche, una frase molto semplice, sintetica, che però è il dramma della gente di Sicilia: "Non potevo dire di no."
Quindi, non era un ostacolo insormontabile; in più Carra rappresentava una figura utile per Cosa Nostra.
C'era da compiere evidentemente nella ideazione, progettazione, decisione di questi reati, di queste stragi, c'era da compiere un trasporto, vari episodi di trasporto. E bisognava evidentemente eseguirli più rapidamente possibile, per motivi di sicurezza, e quindi bisognava affidarsi a persona che fosse esperta del settore, che sapesse come muoversi, come spostarsi; che avesse esperienza quindi di autotrasportatore. Perché, evidentemente, se fosse partita e arrivata in tempi, in quei tempi previsti, questo avrebbe diminuito il margine di rischio.
É evidente anche che una persona incensurata poteva passare molto meglio attraverso quelle che sono le maglie della sorveglianza dell'apparato statuale. Non era conosciuto alla Polizia Giudiziaria, non era mai stato imputato davanti all'Autorità Giudiziaria, quindi era una persona che si poteva muovere con una certa disinvoltura.
E Barranca lo va a trovare in ufficio.
E quando Carra lo vede arrivare, capisce che il suo destino sta cambiando. Perché quando un uomo di spicco come lui si scomoda - come si dice a Firenze - si scomoda, si sposta, va a trovare qualcuno a casa sua, nel suo ufficio, c'è qualcosa che sta per accadere. Lo sente, ha una premonizione, ma è di facilissima previsione questa premonizione.
Lo rimprovera il Barranca, loro ricordano. Lo rimprovera: 'tu hai fatto di testa tua e questo non va bene'.
Quindi lo mette immediatamente in una situazione di paura. Dico paura per non dire terrore. In relazione a che cosa? In relazione a quello che, molto probabilmente, era stato il pretesto ideato, premeditato, o, comunque sia, un pretesto al quale era stato facile aggrapparsi.
Intendo riferirmi a quella cortesia, quel favore che era stato chiesto a Carra in cambio di un certo compenso - due milioni di lire - di scaricare delle casse di sigarette di contrabbando nel periodo di sciopero dei tabaccai nel garage, nel locale della ditta di autotrasporti.
Questo Ciareddu, vicino di casa, fa questa richiesta; Carra aderisce, perché effettivamente è in una situazione abbastanza difficile sotto un profilo economico; aderisce a questa richiesta, viene effettuato lo scarico, aspetta il suo compenso.
In questo, in questa fase, si inserisce il Barranca. Lo rimprovera perché aveva preso questa iniziativa e quindi aveva violato, in un certo qualmodo, certe regole di comportamento.
Dicevo, la prima reazione si può immaginare qual è stata: terrore.
Poi però, poi però - ecco che l'attività comincia a delinearsi nel suo ordito - Barranca offre una via di uscita, una penitenza:
"Portami i soldi del compenso, più due stecche di sigarette, le portiamo ai carcerati. Fammele recapitare a Sant'Erasmo."
Carra, a questo punto, si sente un attimo così, sollevato, evidentemente. Intravede una via d'uscita, aderisce immediatamente e senza nessun problema.
Evidentemente, a questo punto, fa quello che gli viene detto e porta questo compenso, diciamo, che aveva ricevuto e destinato ai carcerati.
Contemporaneamente a questa... chiamiamola a questa penitenza, che però era la via di uscita, era il senso di sollievo, gli fa intravedere una speranza: 'poi te li faccio fare io dei viaggi'.
La speranza, in che senso? Di rimettere un po' in sesto l'azienda, di fare un po' di soldi, evidentemente, che avrebbero consentito di coprire quei debiti.
Evidentemente questo non era il movente principale, non era il movente sostanziale. Il movente principale era la mancanza assoluta di una possibilità di scelta: il movente principale era la paura.
Però va da sé che, con tutto il rispetto per Carra, un po' di bastone e un po' di carota. Gli dà anche questa chance, in maniera che Carra aderisce, a questo punto, anche con una prospettiva positiva.
Allora, che cosa succede? Che cosa avrebbe potuto fare Carra?
Ecco, perché evidentemente, a questo punto, comincia a delinearsi un primo indizio di quella che è la graduazione della sua responsabilità.
Poteva rifiutare le proposte che gli sono state fatte successivamente? In questo senso, evidentemente, la paura per sé - ma non ci dimentichiamo - e per i propri cari - aveva tre bambini, Carra - non gli consentiva assolutamente di potersi svincolare.
L'insetto era già nella tela.
Evidentemente il piano concepito così dettagliatamente e con questa precisione si stava attuando. Il reclutamento stava avvenendo.
Il dramma, uno dei tanti drammi per quanto riguarda Cosa Nostra è proprio... Ecco, questo mi porta ancora alle parole del Pubblico Ministero: l'attenzione che Cosa Nostra rivolge a coloro i quali non sono nell'organizzazione.
Questa attenzione è un'attenzione sempre e comunque letale, perché o si entra in questa spirale, oppure le conseguenze possono essere del tipo che la comune esperienza ci fa purtroppo conoscere tutti i giorni sulle cronache.
Quindi, siccome si parlerà di concorso nel reato, di concorso in questi reati, evidentemente loro possono immaginare a che livello e a che grado di concorso il Carra possa avere, in qualche modo, partecipato.
Ma vi è di più. Vediamo i viaggi rapidamente, sinteticamente, uno per uno, come si articolano.
Il primo viaggio. Abbiamo parlato di un pretesto con uno scarico delle sigarette di contrabbando.
Adesso c'è il test. Si fa un test, gli si fa fare a Carra un viaggio di hashish.
Quindi, sostanze stupefacenti, quantità massicce. E, evidentemente, viene mandato a Roma a consegnare questo carico di hashish.
Il Barranca torna da lui e gli dice puramente e semplicemente, senza dettaglio alcuno, che c'era da fare un trasporto di hashish a Roma. Niente di più, niente di meno.
E, al solito, ribadisce: 'se questo viaggio va bene, ci saranno altri viaggi'. Mette le mani avanti.
Il viaggio, effettivamente, va bene: Carra si reca a questa consegna; siamo tra il 19 e il 20 di aprile. Supera, in un certo qual modo, questo test, dimostra di essere persona che sa come muoversi via terra, via traghetto, eccetera. Arriva, scarica e ritorna.
Tempo 20-25 giorni - e siamo verso il 10 di maggio - ecco il primo trasporto di esplosivo.
Barranca, insieme a Lo Nigro, si reca da Carra così, all'improvviso. E vi rendete conto, loro possono immaginare, non è che si fanno annunciare, non è che telefonano: 'guarda, verrei da te, ci sei?'
No, vanno da lui e gli dicono che c'è da fare un trasporto, ma non gli dicono dove deve andare e neppure che cosa deve trasportare.
Questo è sintomatico, perché? Perché evidentemente dimostra il grado di fiducia che queste persone avevano in lui.
Si è detto che l'associazione aveva bisogno di lui come autotrasportatore abile, ma non si fidava di lui, evidentemente, perché ne conosceva la stoffa, sapeva che non aveva la valenza criminale tale da poterlo associare pienamente, tale da renderlo pienamente consapevole.
Quindi, addirittura, viene a sapere... conosce la destinazione di questo viaggio solamente alla fine dell'operazione di carico. É evidente che doveva sapere dove andare, ci mancherebbe! Però glielo dicono proprio effettuato il carico: 'devi andare a Roma, appuntamento all'area di servizio, al raccordo anulare'.
Qui c'è il primo, i primi contatti con Scarano e via, insomma. Anche questo episodio si sviluppa in una certa maniera.
Evidentemente, l'articolarsi di questi viaggi, di questi episodi, è storia che è negli atti del processo.
Io mi limito, ecco, a sottolineare, a far rilevare quegli aspetti che possono essere indicativi nei confronti dell'atteggiamento, del comportamento del Carra da una parte, e di chi, in un certo qualmodo, lo ha coinvolto, dall'altra.
Il viaggio successivo si svolge a Galciana di Prato il 25 maggio.
Questa volta ancora Barranca e Lo Nigro contattano il Carra. Gli dicono di tenersi a disposizione, effettuano il carico, gli danno un bigliettino dove c'è scritto la destinazione e il numero di telefono e l'orario dell'appuntamento.
Questo è un viaggio evidentemente decisivo per Carra, perché durante il ritorno si matura la consapevolezza di quello che sta accadendo. Perché? Perché Barranca torna insieme a lui, si nasconde letteralmente nella cuccetta retrostante i sedili di guida del camion, non esce mai durante la trasferta fino a Palermo, però formula una richiesta precisa: chiede una radio, una radio portatile.
Area di servizio, sosta. Carra la compra, la porta a Scarano; Scarano... chiedo scusa. A Barranca; Barranca comincia a cercare le varie stazioni, vuole ascoltare che cosa? I radiogiornali. Carra sente la notizia.
A questo punto non può più dire a se stesso, non lo ha potuto dire al Pubblico Ministero e non lo ha detto a loro, non può più dire che non sa che cosa trasporta.
Evidentemente l'uomo, l'uomo Carra che non è, vediamo, un uomo aduso a commettere delitti, un uomo aduso a non rispettare le altre persone nella loro integrità fisica e nella loro dignità morale, rimane sconvolto, come evidentemente qualsiasi buon diavolo rimarrebbe sconvolto, allorché gli si prospetta la certezza di essersi reso complice di un delitto così grave.
Disse, pensò Carra, in quel momento: "Capii che la mia vita era finita", perché evidentemente questa coscienza e questo rimorso, e oltre a tutto, il pericolo di pagare le conseguenze gravi di questo fatto gravissimo, si prospettarono in un attimo davanti ai suoi occhi.
Quando arrivarono a Palermo, il Barranca lo fissò negli occhi, lo guardò con aria... nemmeno tanto minacciosa perché non c'è bisogno di fare minacce, gli disse: 'mi hai capito? Ti devi dimenticare tutto'.
Fu, questa volta, un input preciso, un colpo di lama proprio, nel cuore di Carra. A questo punto non si fingeva più; a questo punto, senza dire, ma si era detto tutto.
E questi viaggi continuano.
Dopo un viaggio veloce a Roma - c'è un problema di una borsa di armi - Carra effettua nel luglio del '93 un trasporto ad Arluno, Milano. Evidentemente l'esplosivo destinato a Milano.
Addirittura Lo Nigro e Giuliano lo incontrano casualmente, o poco casualmente, con l'auto, lo fermano, scendono, parlano insieme, gli dicono: 'tu sai dov'è Arluno?' Dice Carra: 'sì, mi ricordo è un'uscita all'Autostrada Milano-Torino', eccetera. A questo punto riparte di nuovo per questo viaggio, lo esegue, ma ci fa notare un elemento importante: comincia, Carra, a non riuscire a nascondere più la sua paura e gli altri se ne accorgono. E addirittura, quindi, finiscono per tenerlo emarginato ancora di più, e ogni volta che parlano cercano di isolarsi e di non farlo partecipare, perché evidentemente chi ha paura non dà e non può dare certe garanzie.
Ancora altri viaggi, e quindi per ultimo, un viaggio, diciamo, di esplosivo che rileva agli effetti di questo processo, il viaggio con l'esplosivo destinato a Contorno.
Quindi, ecco, in questo contesto, si diceva, è emersa la paura, la paura di avere un compito sproporzionato alle proprie possibilità; la paura di non riuscire, a questo punto, nemmeno a eseguire quello che gli veniva chiesto. E questo si sapeva che cosa avrebbe comportato. Perché, ripetiamo, c'era una piena coscienza, una consapevolezza di chi lo aveva reclutato, della sua inadeguatezza a compiere questo tipo di atti, e c'era anche una grossa diffidenza nei suoi confronti: veniva tenuto al margine, gli veniva detto il minimo indispensabile, gli venivano dati addirittura degli avvertimenti di dimenticare.
E a chi domanda a Carra: 'ma perché non si è informato, perché non ha chiesto?' Carra alza le mani e dice: 'mai', perché domandare, fare domande è colpevole nell'ottica di questi atteggiamenti di tipo omertoso e segreto. Fare domande significa passare da curioso. Se la persona è curiosa, solo per questo, si può sospettare di lei. Perché se è curioso, può essere curioso per qualche motivo e allora, ripetiamo, in questa ottica di Cosa Nostra si rischia la vita.
Quindi Carra non poteva assolutamente fare alcuna domanda; non poteva non solamente essere messo al corrente, ma neppure a lui sarebbe passato per la mente di poter fare domande di questo tipo.
Addirittura siamo arrivati alla derisione. Lo deridevano perché si rendevano conto che tremava. Meno male, dico, meno male quest'uomo aveva ancora queste reazioni che rivelano un sentimento di umanità di fronte a persone che lo colpivano. E lo dice, specialmente di Lo Nigro: 'come faceva ad essere così calmo, quando eseguiva questa operazione?'
E allora, visto che si fanno spesso, noi difensori si fanno citazioni più o meno letterarie, io vorrei citare proprio Alessandro Manzoni. É la figura di Don Abbondio.
Dice il Manzoni che: il nostro Don Abbondio si era accorto di essere in quella società un vaso di terracotta costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro.
Carra è un vaso di terracotta gli altri sono vasi di ferro.
E questo è un dramma, il dramma, insistiamo, di coloro nei confronti dei quali Cosa Nostra pone la propria attenzione. Perché commettere un delitto è riprovevole; costringere qualcuno a commettere un delitto che non vorrebbe commettere e che non avrebbe mai commesso è ancora più riprovevole.
Ecco, quindi, che si compie tutta questa serie di attività di Carra, con queste connotazioni.
Poi, a un certo punto, una sua collega, un'autotrasportatrice, tale Angela Correra, gli mostra un foglio - siamo già nel '95, già trascorso tutto un certo tempo - gli mostra un foglio con l'intestazione DIA, Direzione Investigativa Antimafia. Su questo foglio c'è un elenco di nomi - evidentemente di persone nei confronti dei quali si sta indagando, così lo percepisce Carra - c'è il suo nome, c'è il nome di suo fratello.
Carra, che è vissuto tutto questo tempo nel rimorso e nella paura, ha ancora più paura e rimorso ora che sa, ha la certezza, praticamente, che prima o poi arriverà la resa dei conti, che i nodi arriveranno al pettine. Il suo comportamento - ci tiene a precisarlo - non è la corsa immediata alla latitanza o il cercare di nascondersi, continua a lavorare alla luce del sole come ha sempre fatto. Tant'è che sarà arrestato dopo due mesi, il 7 luglio del '95, nel porto di Genova, mentre aspettava di imbarcarsi. E lui accoglierà questo arresto quasi, sotto un certo aspetto, come una liberazione, una liberazione da un incubo che era cominciato con quella visita del Barranca.
Però, dopo l'arresto, e dopo una volontà di liberare la propria coscienza dal peso che la opprimeva, rimane indeciso, rimane ancora in lui questo - ed è germogliato, purtroppo, e ha prodotto i suoi frutti - quel seme del terrore che gli era stato inserito da Cosa Nostra: la paura per sé, per i propri familiari.
Diventa una larva di essere umano, non esce più nemmeno all'aria, rimane sempre chiuso in carcere. Risponde al Pubblico Ministero per due volte inventando tutta una serie di scuse, nascondendosi dietro una versione dei fatti insostenibile.
Poi, ad un certo punto, la coscienza prevale anche sulla paura e alle nove di sera - ecco, questo è significativo, perché non aspetta quest'uomo la mattina, quando evidentemente sa che gli uffici sono aperti e che è più facile reperire i magistrati - piangendo, vuole parlare con il direttore del carcere, si appella a due ispettori degli agenti di custodia, e vuole che venga fatto chiamare il magistrato perché vuole rendere dichiarazioni, vuole riferire sui fatti di cui è imputato.
Ed accade. Comincia quindi, a questo punto, il percorso della sua collaborazione.
Ora, questo primo interrogatorio di Carra, quello che ha reso proprio nella notte fra il 30 e il 31 agosto del '95, è evidentemente una chiave di lettura decisiva per interpretare le sue intenzioni, per interpretare il suo atteggiamento e per dare conferma, mi si consenta, a tutto quello che questo difensore vi è venuto a dire.
Perché io avrei potuto anche sostenere tutto quello che ho sostenuto perché difendo quest'uomo. Avrei potuto prospettare una situazione particolarmente non dico positiva ma benevola nei suoi confronti, allo scopo di diminuire in qualche modo ai loro occhi la sua responsabilità, soprattutto in relazione a queste connotazioni di tipo soggettivo, a questi umori, a questi sentimenti, a queste emozioni, a queste paure.
Mi sento, mi sono sentito di fare queste osservazioni, di sostenerle davanti a loro con piena convinzione dell'animo, perché da tutte le dichiarazioni di quest'uomo emerge una assoluta coerenza, una assoluta serietà di intenti e una verifica esterna totalmente tranquillante, sotto il profilo dell'attendibilità.
In altri termini, Carra merita attendibilità sotto un profilo soggettivo; possiamo credergli per come la sua deposizione, le sue deposizioni si sono strutturate. Merita attendibilità sotto un profilo oggettivo per tutti i riscontri - e sono stati innumerevoli - e al contenuto di queste dichiarazioni è stato possibile accedere.
Lo stesso breve, brevissimo, intervallo di tempo tra l'arresto e la decisione di collaborare - sono 54 giorni - per lui saranno stati un'eternità e sicuramente il tempo si sarà dilatato in quella cella dove stava da solo, però, in senso assoluto, 54 giorni per decidersi a raccontare tutto e subito al magistrato che lo interroga, sono un breve, brevissimo lasso di tempo. Di una persona che, possiamo dirlo, è vero, si è fatta arrestare, non si è nascosta. Non sarebbe servito a nulla probabilmente nascondersi, ma ciò nonostante egli non ha nemmeno iniziato a farlo, non si è nemmeno provato in questo senso, si è esposto alla luce del sole.
E la sua collaborazione, intendo dire, era una collaborazione annunciata, oserei dire, a posteriori, in questa nostra analisi, prevedibile, visto tutte queste connotazioni di carattere soggettivo del suo comportamento.
Dico, collaborazione formidabile perché è il primo; siamo ancora nella fase delle indagini, è stata già compiuta una notevole attività di indagine da parte dei Pubblici Ministeri, quindi, il quadro istruttorio comincia già a delinearsi.
Arriva Carra e comincia il racconto di questi viaggi.
É importante dire che Carra è un po' il trait d'union fra tutti questi episodi, in quanto, come trasportatore, materialmente è stato lui che ha portato l'esplosivo sui luoghi, ad eccezione del primo attentato.
Quindi, come si pone davanti al magistrato che addirittura a notte fonda va a interrogarlo, proprio perché evidentemente siamo in un momento particolarissimo, delicatissimo, nella vita, nella fisiologia del processo, soprattutto della fase delle indagini, allorché c'è questo annuncio di collaborazione?
Rende un racconto, per quello che è possibile, enormemente dettagliato.
Tra l'altro è stato acquisito agli atti il primo interrogatorio di Carra, proprio perché sono state effettuate contestazioni, precisazioni in ordine a circostanze da lui riferite.
Quindi, oltre a quello e oltre agli stessi fatti che sono stati poi raccontati verbalmente, oralmente qui davanti a loro in questa Corte, Carra ha praticamente esaurito tutti gli argomenti che poteva prospettare al Pubblico Ministero.
Quindi, il primo che si pente - siamo ancora nella fase delle indagini - reca un contributo importantissimo. E questo, Signori della Corte, è storia, storia di questo processo, non è certo una prospettazione difensiva. Un contributo importantissimo perché siamo ancora in una fase di avvio. Per carità, i contributi di ciascuno dei collaboranti devono essere valutati autonomamente, come dire, isolati quasi chirurgicamente dal resto per poi essere collegati certo a tutto il contesto. Ma se c'è un merito del collaborante, questo è indipendente anche dalla fase in cui decide di collaborare, se porta più o meno efficacia alla conclusione delle indagini questo suo contributo. Però, mi si consenta, Carra lo fa in una fase in cui era estremamente importante.
E allora i vari episodi si collegano, i protagonisti si evidenziano, e introduce, addirittura, un episodio - questo, mi si consenta, è una nota di merito eccezionale nei confronti di quest'uomo; merito si fa per dire, merito della sua attendibilità - introduce una notizia relativa all'attentato a Contorno della quale, anzi, del quale attentato, progettato ma poi non andato a compimento per quei problemi di carattere tecnico, i Pubblici Ministeri non avevano prospettato a loro volta al Giudice delle indagini preliminari una imputazione che poi doveva essere - come le altre - contestata nell'ordinanza di custodia cautelare. In altri termini, Carra non sapeva, perché non era contenuto nell'ordinanza di custodia cautelare, di questa contestazione.
E anche di questo episodio fornisce un racconto dettagliato, esauriente, e che consente quindi di inserire questo stesso episodio nel capo di imputazione, e consente di individuare i vari protagonisti che si sono alternati e susseguiti in questo ulteriore sviluppo della vicenda.
Quindi, se questo è stato fatto, è stato fatto da una persona, insistiamo, che merita assolutamente credibilità.
E ha detto tantissime altre cose, cioè, si è anche accusato di altri reati, per esempio, il trasporto di hashish iniziale, per il quale, evidentemente, è stato giudicato e il procedimento è ancora in corso a Palermo, di altri reati oltre a questi che formano oggetto di questo processo per il quale, evidentemente, risponde davanti ad altre autorità giudiziarie.
Carra, si è detto, è un autotrasportatore.
La sua ansia di essere creduto in questo suo racconto è sempre stata tale che ha sfruttato la sua memoria visiva, direi non comune, per fornire agli inquirenti tutta una serie di riscontri che non avevano attinenza ai fatti veri e propri. Che però poi hanno consentito, sul piano pratico, di poter constatare come, in effetti, avesse detto la verità e la avesse esposta anche in una maniera incredibilmente esatta.
Intendo dire, non è che ha raccontato solo un viaggio, una destinazione, ha descritto il... che so, il cortile dove è entrato, o magari ha fornito un particolare, come quello di via Ostiense, di aver rovinato il cancello con lo specchietto, o magari che il camion, il suo camion, era stato danneggiato dalla pala meccanica in occasione del trasposto di hashish.
Non ha solo descritto i personaggi - nome, cognome, soprannome, professione, rapporti di parentela, autoveicoli che guidavano - ma ha descritto anche altri punti di riferimento obiettivi: una chiesa dei Testimoni di Geova, una casa cantoniera, una discoteca, un'area di servizio, un grande viale, addirittura si ricordava di aver visto una prostituta che camminava in una certa strada.
E questo è importante perché? Ma perché il Pubblico Ministero, i Pubblici Ministeri che conseguentemente a queste indicazioni hanno effettuato per ciascuna di queste indicazioni di viaggio un sopralluogo, quindi, altrettanti viaggi in quei luoghi, hanno avuto modo, la possibilità di verificare come in effetti, quando c'era un'indicazione di questo tipo, corrispondeva tutto esattamente al racconto di Carra.
Quando una persona dice la verità, ha questa ansia di fornire questi particolari perché sa, perché sente, perché intuisce che poi saranno verificabili, e questa sua verità che dice sarà una verità creduta. Perché alle volte si dice, il vecchio proverbio: incredibile ma vero. No, questa volta è stato credibile e vero quello che ha raccontato Carra.
E poi al dibattimento, davanti a loro, usando l'apparecchio apposito, è passato a ogni ricognizione fotografica di questi posti e ha potuto riconoscerli non solo insieme ai Pubblici Ministeri, nella fase delle indagini, immediatamente dopo le sue dichiarazioni, ma anche al dibattimento con le fotografie.
E se Carra aveva raccontato - sempre in tema di riscontri obiettivi - sse Carra aveva raccontato che in un certo vicolo, o in un certo edificio si era trovato dell'esplosivo, sempre il rivelatore elettronico di esplosivo, l'Egis, ha consentito sempre e comunque una conferma in tal senso.
Signori della Corte, questo è... non è, come dire, con compiacimento che questo difensore espone loro queste considerazioni, io lo faccio in termini brevissimi, pur, per carità, abusando del loro tempo in questa discussione, ma questo che sto dicendo in poche parole è stato frutto di un lavoro lunghissimo, accuratissimo, meticoloso, minuzioso. Evidentemente, un riscontro di questo tipo, quindi, non è solamente perché c'è una casa cantoniera di colore rosso, o c'è una discoteca davanti all'edificio dove si fa lo scarico, o un'area di servizio, è evidentemente una conseguenza di tutta un'attività di indagine che ha consentito di trovare piena conferma di questi elementi.
E ancora, mi si consenta, i tabulati Telecom.
Questi sono stati un'ulteriore elemento formidabile di riscontro, perché quando Carra, o gli altri collaboratori, hanno detto: 'io ero lì in quel giorno e a quell'ora', la telefonata fatta da un cellulare lo conferma.
Quando dice che l'altra persona era lì, era in quel luogo, nel luogo dove si scaricava l'esplosivo, nel luogo della strage, in quel giorno, a quell'ora, telefonate fatte sempre con i cellulari hanno consentito di vedere che la telefonata proveniva a quell'ora da quel ponte radio di quel luogo.
Quindi, aggiungerò ulteriori conferme ma, Dio mio, non ce n'è bisogno. Bolle di consegna di materiale, perché alle volte Carra abbinava anche questi viaggi a del prelievo di materiale; per cui la sabbia che va a prendere a Massarosa o le tegole che va a prendere a una fornace, che poi le tegole saranno portate da Scarano, evidentemente anche questi costituiscono ulteriori elementi.
Una contestazione della Polstrada di Brescia, perché aveva perduto del ferro, era caduto del ferro nell'episodio relativo al trasporto per Contorno.
Direi che, come analisi veramente velocissima, a tempo di record, di tutto questo enorme lavoro dei Pubblici Ministeri prima e della Corte dopo, nei confronti di questi riscontri di tipo obiettivo, può essere sufficiente.
Si dirà, è stato detto: ci sono delle inesattezze, comunque, nel racconto di Carra. C'è qualcosa che non torna alle volte: il numero delle persone, le persone, il periodo del viaggio fatto.
Ci si consenta di esporre il proprio parere su questo.
Certe inesattezze sono un sintomo prima di tutto di umanità, perché non siamo davanti ad un computer che consente attraverso la pressione sui suoi tasti di darci delle informazioni con certezza e rapidità.
É un sintomo anche di credibilità, perché sarebbe, argomentando al contrario, incredibile che una persona avesse dei ricordi perfetti, assolutamente perfetti.
Carra ha già fatto molto, ha raccontato tanto e lo ha raccontato in maniera articolata, dettagliata e tutto sommato abbastanza precisa. Però evidentemente, quando ha fatto più di una volta un viaggio per una destinazione, è potuto succedere che abbia potuto non ricordare al meglio. Lui stesso ha detto qui, davanti a loro: 'ma io ce la metto tutta'. Però, il primo racconto è stato fatto dopo quasi due anni dai fatti; il secondo racconto davanti a loro in questo dibattimento a distanza di quasi quattro anni dai fatti.
Tutto questo evidentemente non fa che rafforzare, a maggior ragione, la sua credibilità.
E se loro mi consentono, in quale stato d'animo è stato fatto il primo racconto, anzi, la prima serie di racconti? Voglio dire, dopo che egli aveva preso la decisione, appunto, di collaborare.
Quindi, se questi particolari sono stati illustrati, e sono stati illustrati con qualche inesattezza, ci si consenta, questi sono veramente peccati veniali e non possono altro che confermare la sostanziale attendibilità del collaboratore.
A questo oserei aggiungere, ma l'avevo lasciata proprio per ultimo perché mi sembrava ultroneo, ma insomma, oserei aggiungere le dichiarazioni degli altri collaboranti.
Queste dichiarazioni si integrano perfettamente fra di loro, pur provenendo da persone diverse, che per esempio non avevano avuto tra di loro se non sporadici contatti - come può essere successo tra il Carra e lo Scarano - e si inseriscono perfettamente in questo teorema accusatorio, sotto un certo punto di vista, ma, ripeto, io le sottopongo alla loro attenzione proprio in virtù di una valutazione di assoluta attendibilità nei confronti del collaborante.
Merita allora, il Carra, l'applicazione della normativa attenuata? Direi assolutamente sì, come lo ha chiesto il Pubblico Ministero.
C'è stata o non c'è stata la dissociazione? Direi che è stata attuata in maniera clamorosa. Vale a dire, uno stacco, uno strappo da una realtà nella quale era stato inserito forzatamente. Un'incrinatura di questo muro, di questo masso dell'omertà che è, evidentemente, il sostrato di qualsiasi associazione segreta: se si intacca il segreto si intacca l'associazione.
E la condotta processuale, sotto tutti gli aspetti, del Carra è stata esemplare sia per quanto ha potuto contribuire in termini di accertamento dei fatti - e in questo senso io ho fatto un riferimento puramente indicativo a quello che egli ha detto e come l'ha detto - sia per quanto riguarda l'aiuto concreto che è stato fornito alla Autorità Giudiziaria, per quanto riguarda l'individuazione dei colpevoli, senza mezzi termini, senza reticenze; con tanta paura, perché la paura rimane sempre, non abbandona mai la vita del collaborante, ma ha fatto quello che era giusto fare.
Non è stato, nonostante il terrore che poteva porsi davanti ai suoi occhi, non è stato un salto nel buio al momento in cui Carra ha deciso di collaborare. Io direi che è stata una fuga dal buio, ha abbandonato per sempre questo mondo di morte, di squallore, di ingiustizia. É stata per lui come una rinascita e si sa che per rinascere bisogna morire. E la morte di questa consapevolezza di aver posto in essere questo tipo di comportamenti è qualcosa che evidentemente si è impressa in maniera indelebile sul suo animo.
Merita questa normativa premiale? Se non la merita lui, direi che non si può concedere a nessuno.
É stato, ripeto, esemplare sia l'atteggiamento del collaborante e - mi si consenta - anche l'attività di verifica dei Pubblici Ministeri, che non ha lasciato nessuna possibilità, nessun margine di dubbio rispetto a tutto quello che egli aveva raccontato.
E, mi si consenta, quando si procede così, non ci possono essere polemiche sui collaboranti. Quando si procede così il problema non sussiste, perché tutto secondo gli schemi, anche precisi, indicati anche nell'articolo 192 del Codice di procedura penale, si arriva evidentemente a questa conclusione tranquillante di un giudizio in punto di fatto e soprattutto in punto di ruolo dei protagonisti.
E per quella che è la scelta della sanzione, e per quella che è la concessione delle attenuanti generiche, ci si consenta di evidenziare - e qui ho concluso - non solamente il percorso personale, umano di Pietro Carra all'interno di questa realtà nella quale si è mosso e ha vissuto, ma soprattutto, una volta che entra, come si potrebbe dire, in azione il bassissimo profilo della sua valenza delittuosa in questa condotta; bassissimo profilo soprattutto di consapevolezza, una consapevolezza che loro rilevano dagli atti, parte da zero nel primo episodio, per arrivare poi fino all'ultimo a gradi e livelli, insistiamo, minimali. Minimali perché?
Non c'è una volontà vera, cosciente, una determinazione fredda, una adesione ostinata e decisa a quello che stava facendo quella certa organizzazione che si chiama Cosa Nostra. C'era semplicemente... c'era stato questo reclutamento, c'era stato questo coinvolgimento.
Sotto certi aspetti, mi si consenta, anche Carra è stata una vittima di questo atteggiamento, di questa cultura - che poi è assolutamente incultura - del segreto della violenza e della morte.
Per quello, questo difensore, raccomanda questa posizione evidentemente non solamente alla loro scienza, ma anche alla loro coscienza; perché, nella scelta della sanzione e con la concessione delle attenuanti generiche si possa arrivare ad irrogare quella pena che sarà ritenuta, sempre secondo scienza e coscienza, giusta, che si attagli al caso concreto, ai fatti concreti e soprattutto alla persona dell'imputato.
Grazie.*
PRESIDENTE: La ringrazio, avvocato.
Avvocato Miniati Paoli.
AVVOCATO Florio: Presidente, chiedo scusa.
PRESIDENTE: Ah, prego.
AVVOCATO Florio: Avvocato Florio. Chiedo scusa anche al collega.
Vedo ora sono rimasto l'unico dei difensori, tra virgolette, di questa parte...
PRESIDENTE: No, no, veramente ci sono l'avvocato Gramigni e l'avvocato Cianferoni.
AVVOCATO Florio: Ah.
PRESIDENTE: É lei che è sopraggiunto.
AVVOCATO Gramigni: No, le stavo comunicando che mi dovrei allontanare...
AVVOCATO Florio: Sì, era...
AVVOCATO Gramigni: ...al collega. Per cui chiedevo la cortesia di sostituirmi.
PRESIDENTE: Quindi, l'avvocato Gramigni si allontana.
AVVOCATO Gramigni: Sì...
PRESIDENTE: Le posizioni che lei attualmente aveva assunto, come sostituto, sono assunte adesso dall'avvocato Florio.
AVVOCATO Gramigni: Sono cortesemente rilevate all'avvocato.
Grazie.
AVV. Cianferoni: Anch'io, Presidente - sono l'avvocato Cianferoni - dovrò tra un quarto d'ora assentarmi, e a quel momento verrò sostituito dall'avvocato Florio.
PRESIDENTE: Certamente.
AVV. Cianferoni: Grazie.
PRESIDENTE: Io penso che... Chiedo all'avvocato Miniati Paoli se può pazientare dieci minuti, un quarto d'ora massimo, prima di iniziare il suo intervento.
AVV. Miniati Paoli: Senz'altro, Presidente.
PRESIDENTE: La ringrazio.
Sospendiamo, allora, per questo periodo.
<< DOPO LA SOSPENSIONE >>
PRESIDENTE: Allora, avvocato, a lei la parola.
*AVV. Miniati Paoli: Signor Presidente, Signori della Corte, ritengo opportuno, per motivi di chiarezza proprio, anticipare quelle che saranno le mie richieste.
Mi associerò alle richieste del Pubblico Ministero in ordine ai fatti di Roma via Fauro, Milano via Palestro, Roma San Giovanni in Laterano e San Giovanni (San Giorgio N.d.T.) al Velabro, Roma Stadio Olimpico e Formello.
Non tratterò i relativi argomenti perché, a parte che il Pubblico Ministero ha chiesto in maniera decisa l'assoluzione del Ferro Giuseppe, ma anche perché francamente non avrei argomenti, perché il Ferro Giuseppe in queste vicende proprio non c'entra.
E anche a andare a frugare fra le pieghe più recondite del processo, non si potrà mai trovare alcun elemento a carico di Ferro Giuseppe per queste vicende.
Chiederò per i fatti di Firenze, in tesi, l'assoluzione per non aver commesso il fatto; in ipotesi, l'assoluzione perché il fatto non costituisce reato per difetto dell'elemento psicologico.
In ipotesi contestata chiederò la applicazione, ai fini della pena, delle attenuanti generiche, che non sono state richieste dal Pubblico Ministero, l'applicazione delle attenuanti speciali e la concessione delle attenuanti di cui all'articolo 116 Codice penale, prevalenti sull'aggravante contestata.
Presenterò, Signori della Corte, una istanza per la attenuazione della custodia cautelare in carcere negli arresti domiciliari. Quindi chiederò per motivi medici che venga revocata la custodia cautelare e che vengano disposti gli arresti domiciliari per Ferro Giuseppe.
Questo perché - e poi lo dirò nelle conclusioni - la situazione medica, le condizioni di salute del Ferro, da quando è stata fatta l'ultima perizia medico-legale - e non è molto, perché è del febbraio - ad oggi si sono estremamente aggravate. e soprattutto in questi ultimi giorni la situazione è diventata preoccupante.
Io avevo in animo di chiedere la revoca per le cessate esigenze cautelari. L'avrei chiesta alla fine, quando anche gli altri colleghi avessero concluso, per evitare la corsa. Perché i termini sono troppo stretti, quindi proprio per rispetto alla Corte evitare...
Però vi dico che sono costretto a presentare oggi questa istanza perché ci sono dei motivi seri. Poi comunque tornerò in argomento.
I rappresentanti... Venendo all'argomento Ferro Giuseppe devo osservare innanzitutto che - e questo è un elemento fondamentale - i rappresentanti della Pubblica Accusa, che pure hanno dato prova con la loro requisitoria di conoscere perfettamente le carte processuali, di conoscere tutto quello che si può conoscere del processo - e del resto hanno costruito loro l'impianto accusatorio - hanno esplicitamente detto che gli elementi per giudicare Ferro Giuseppe si possono trovare solo ed esclusivamente nelle sue dichiarazioni.
E voi che così attentamente avete seguito tutta la fase dell'istruttoria dibattimentale, e quindi certamente già conoscete tutto del processo, dovete convenire con il Pubblico Ministero, e con la difesa che sostiene questo, che tutto sta nell'interpretare quello che Ferro Giuseppe ha detto. Perché altri elementi nel processo non ce ne sono.
C'è un altro elemento importante, senz'altro: il fatto che Ferro Giuseppe fosse il capomandamento della provincia di Alcamo. Di Alcamo, scusate, non della provincia. Del mandamento di Alcamo.
Questo è vero. Però, dalle dichiarazioni del Ferro ed anche da altri elementi - dati, elementi obiettivi, qui in questo caso - è emerso che all'epoca dei fatti Ferro Giuseppe non era di fatto il capomandamento di Alcamo, perché il capomandamento del mandamento di Alcamo era il Calabrò.
Sulla base di questo fatto, di questa carica importante che effettivamente sulla carta il Ferro rivestiva, la Pubblica Accusa, all'epoca nella quale fu disposta la custodia cautelare in carcere di Ferro Giuseppe, disse esattamente questo... Ve lo devo leggere, perché è importante. Perché può essere proprio una cosa che non si vede, perché è un cosa superata, superata agli avvenimenti, però ha importanza.
"All'epoca dei fatti, la famiglia e il mandamento di Alcamo erano saldamente" - saldamente - "nelle mani di Ferro Giuseppe. E l'impegno dei Messana in fatto di eccezionale gravità, quale quello che andava a realizzarsi in Firenze, non poteva certo essere frutto di autonoma iniziativa di Ferro Giuseppe."
Quindi si partiva dal presupposto che Ferro Giuseppe comandasse veramente, perché ancora non si sapeva quello che poi è venuto fuori nel corso dell'istruttoria.
Quindi, sulla base del presupposto che Ferro Giuseppe era capomandamento, era padre di Vincenzo ed era cognato di Messana Antonino, si emise l'ordine di custodia cautelare.
Allora, se, dico - e questo è un elemento che, nel corso del, come ho detto, nel corso dell'istruttoria dibattimentale ha perso di smalto e non c'è dubbio.
Quindi noi possiamo, voi potrete, dovrete giudicare Ferro solo sulla base, come dicevo, delle sue dichiarazioni.
Ed allora bisognerà che facciate un'analisi delle sue dichiarazioni ed una analisi della persona Ferro.
Certamente, Ferro non è che si presenta bene. Diciamo, non è che si è presentato bene, mi rendo conto. Io sono subentrato al vecchio difensore. Certamente è stato un simulatore, questo nessuno lo può negare.
Si è presentato di fronte a voi su una barella, immobile, mentre, poteva - nei limiti, dico - però poteva muoversi.
Si è presentato, come giustamente lo ha definito con un termine appropriato il Pubblico Ministero, come un "vegetale" di fronte a voi.
Poi, dopo la pausa estiva, è pervenuta a questa Corte una revoca della nomina del precedente difensore, nomina di altro difensore e richiesta di esame.
Quindi vuol dire, voleva dire che il Ferro chiaramente aveva simulato di fronte a voi, e questa certamente è una situazione anomala che va chiarita. E quindi il difensore ha il dovere di chiarire, proprio per attenuare le eventuali conseguenze negative che questa posizione può avere nel vostro giudizio.
Dunque, questo chiarimento, comunque, il Ferro lo ha fornito nel corso dell'esame e soprattutto, in maniera più efficace, nel corso del controesame.
In maniera più efficace e più importante nel corso del controesame, perché a risposta di uno dei difensori - esattamente l'avvocato Ceolan - che gli chiedeva: 'ma lei, Ferro, che si professa timorato di Dio, come può conciliare questa sua dichiarazione con la sua vita scellerata, macchiata di gravi fatti di sangue?'
A questo rispose - e loro ricordano bene - il Ferro, facendo la sua storia.
Ecco, questo dico è importante.
Perché è importante? É importante perché chiaramente è una dichiarazione spontanea al cento per cento, non suggerita da nessuno. É scaturita proprio dalla domanda della difesa di un coimputato.
E un connotato particolare a favore di quello che io vi dico, a sostegno di quello che io vi dico, è che io, difensore di Ferro, mi opposi a questo tipo di domanda perché la ritenni... insomma, andare a scavare troppo nel profondo della coscienza, qui non siamo in un confessionale, dicevo, ma siamo davanti ad una Corte di Assise che deve decidere su cose gravi. Effettivamente, infatti, io mi opposi proprio per questo motivo.
Il Presidente, e giustamente, invece, dette libero sfogo al Ferro, il quale disse tantissime cose, sulle quali poi ritorneremo.
Allora, però, anche prima di questo episodio, anche prima del controesame, il Ferro - e voi lo troverete a pagina 72 e 75, udienza del mattino 16/12/97 - il Ferro già anticipò quella che era la sua difesa. Non il fatto, ma la sua difesa, la sua giustificazione sul perché si era comportato in quel modo veramente particolare; diciamo particolare.
Allora vi ha detto il Ferro: 'io sono veramente malato, signori, non è che ho simulato le mie condizioni di salute e fisica. Ho la paresi' - e la paresi ce l'ha - 'ho la atrofia, soffro di anemia grave, per cui ho necessità di continue trasfusioni; sono cieco da un occhio' - è vero che da un occhio ha perso la vista - 'corro il rischio di perdere la vista... Quindi, è vero che io ho mentito, però, diciamo, io ero in una situazione di debolezza tale' - ha voluto dire il Ferro - 'per cui io non avevo altra difesa, mi sono lasciato andare perché stavo male'.
E che stava male, Signori della Corte, voi ora potete dire che era vero, con certezza matematica. Proprio perché, come prima ho detto, voi avete esaminato una perizia di due medici legali che sono andati nel febbraio a visitare il Ferro e hanno riscontrato esattamente le malattie lamentate dal Ferro.
Poi voi avete fatto una vostra valutazione estremamente restrittiva del 275 IV comma, per cui avete respinto la richiesta in maniera, mi sembra, severa. Perché gli stessi medici legali vennero a dire: 'sì, però in carcere proprio curare bene non si può. L'anemia si cura male, perché la luce, l'aria non c'è; il problema dell'occhio, beh, andrebbe sottoposto a cose diverse. Ha bisogno di... l'atrofia, la paresi, certamente ha bisogno di uno che gli stia dietro. E uno che gli stia dietro, comunque, per farlo muovere non c'è.
Sì, è un centro clinico, ma certamente il Ferro, voi potete immaginare, se ne sta dalla mattina alla sera in una cella, poi quando ha bisogno chiama. É diversa la situazione'.
Quindi, diciamo che, una base... Io, questo lo dico proprio perché è doveroso dire pane al pane e vino al vino. Ha simulato la sua situazione certamente critica, però non ha simulato - non ha simulato - le sue malattie. E di cervello...
Ha detto: "Io volevo morire. Volevo morire per la mafia." Questo ha detto.
E, certamente, se la situazione non cambiava il Ferro moriva. Perché pensiamo, questa è la situazione: le malattie sono queste, la cura... come può parlare, non può parlare col medico, lui non parla. Quindi non può dire al medico: 'ho questo, sento male qua...'. Non può consentire una diagnosi seria, quindi è stato sottoposto a cure inadeguate.
Ha sofferto in maniera incredibile, questo ve lo dico non per far l'eroe, però per... Lo dico perché? Parliamoci chiaro, per vedere la persona, per valutare la persona. E lo dico perché, ve lo anticipo, poi lo dirò, perché evidentemente è una persona tutta di un pezzo.
Evidentemente, se a un certo punto decide di pentirsi... E io dico, parlo di pentiti, perché non mi vergogno, Ferro lo considero un pentito. Pentito soprattutto di coscienza, di coscienza. E certamente questo... Ora ho perso il filo di quello che io dicevo.
Quindi, dicevo che il Ferro, continuando su quella strada, moriva; certamente moriva. Perché il medico non poteva, era immobile, non poteva, quando aveva un bisogno corporale, aveva un bisogno, aveva fame, o aveva di qui... Quindi è automatico, come i periti dicono, che le cure, seppure ora certamente convenientemente applicate, pure in questa situazione, va a peggiorare, voi potete capire come.
"Volevo morire per la mafia."
Eh, d'altra parte altri lo hanno detto, altri lo hanno detto. Perché qui si sono veramente, hanno veramente pensato sul loro passato e hanno veramente, si sono veramente pentiti nel senso di coscienza e hanno rinnegato il loro passato. Quelli che hanno rinnegato, hanno visto solo due strade, noi lo abbiamo visto: o il suicidio, o la collaborazione con la Giustizia.
Non so se c'è agli atti, perché io poi sono intervenuto tardi in questo processo. Ma ho visto del suicidio di Gioè. Gioè, c'è una lettera nella quale fa proprio questo discorso: il dramma... Sì, sono gente che ne hanno commesse, però, dico, questo valutiamolo...
PRESIDENTE: É agli atti, avvocato.
AVV. Miniati Paoli: É agli atti.
PRESIDENTE: Fascicolo numero 10...
AVV. Miniati Paoli: Ecco, no. Mi scuso, ma io non... Sa, avevo visto questa cosa, però esattamente non sapevo.
Poi ha detto anche: 'suicidio, ecco, del mio amico, grande amico, Gambino'.
Che Gambino era uno che aveva, era un suo grande amico, era uno che lo aveva aiutato. Gli aveva anche salvato la vita, lo aveva portato... Certamente, non so che bene, visto da parte nostra, gli abbia fatto. Però, certamente, lo ha materialmente aiutato nei momenti di bisogno.
E poi, drammatica è stata per lui - per lui - la posizione processuale assunta da Ferro Vincenzo, dal figliolo.
Questo ha detto in sede di esame; in sede di controesame, come dicevo, provocato controesame, quindi a domanda del difensore di un altro imputato, ha, Ferro, raccontato la sua vita.
E credo che debba interessare alla Corte. Perché, come è interessato al Presidente... No, lo dico, perché vi vedo interessatissimi, questo, e vi ringrazio. Però lo dico, è un argomento che deve interessare la Corte, penso che siate d'accordo. Perché il Presidente, a suo tempo, il Presidente Sechi, dice: 'ma andiamo avanti su questa strada', e lo fece parlare. Lo fece parlare perché evidentemente ritenne che questi argomenti hanno una notevole importanza. E infatti hanno una notevole importanza.
E faccio autocritica per quella opposizione che feci a suo tempo.
Ed allora, dice: 'come spiega: timorato di Dio e delinquente?' Scusate se uso il termine.
E lui risponde: "Quando arriva la mafia, la persona è un'altra. É convinta di essere pure giudice."
E questa frase dice tutto, Signori. Perché la mafia è lo Stato.
Io non sto a fare tutti i discorsi sulla mafia, la storia. Però questo lo sappiamo tutti. Lui lo sapeva da quand'era ragazzino. Però la mafia è nata come lo Stato, perché, per difendersi dalle ingiustizie, dalle deficienze dello Stato.
E chi è mafioso convinto si considera uno che ha il potere anche di vita o di morte; come non c'è la condanna a morte in Italia, c'è la condanna a morte per lo stato mafioso.
Questo è tremendo, però dobbiamo - per valutare la persona - cercare di entrare e di capire la sua mentalità.
Questo è uno che ha fatto la IV elementare, e ve lo ha detto, vero. Questo è uno che non sa parlare italiano, e ve lo ha detto.
É uno così che, dice, è convinto di essere pure giudice.
Questo mi sembra veramente un elemento, un dato, che voi dovrete tenere in considerazione quando dovrete giudicare Ferro Giuseppe. Perché Ferro Giuseppe certamente si è macchiato di gravi, di gravissimi reati. Però Ferro Giuseppe è uno che ha detto, riallacciandosi al discorso della mafia - e lo ha detto e lo troverete negli atti - 'là siamo in guerra. La mia teoria è quella... sì, si deve ammazzare il magistrato, Polizia, Carabinieri. La guerra è questa. Ma non quella delle stragi con le quali si ammazza gli innocenti'.
Il discorso... In questo è coerente Ferro quando dice questo. E c'è un abisso. E lui professa queste... Lui è convinto di questo. Tanto è vero voi avete sentito con quale disprezzo ha trattato alcuni imputati, ha trattato - dico sulla carta -alcuni imputati della strage. Non faccio i nomi, ma voi lo sapete, che considera feccia, considera gente che non è degna di stare nella mafia. Perché lui è il mafioso all'antica. É il mafioso all'antica, però se voi dovete giudicare...
Sì, è un mafioso, ha confessato una serie di reati da far paura. Però voi paragonate un personaggio di questo tipo a un personaggio di quelli che si sono resi colpevoli delle stragi.
Perché, scusate, io non è che vi chiedo - perché sono avvocato del Ferro - vi chiedo l'assoluzione del Ferro; ve la chiedo in coscienza, perché sono sicuro. Perché il difensore certamente dice: 'sono sicuro', 'eh, grazie, avvocato'. Ma... E quindi, dico, non è che conta quello che dico io. Beh, quello non c'è dubbio.
Io però vi dico, vi do... non ve lo posso giurare, perché... Vi dico che stando, parlando con il Ferro, certamente inizialmente riuscivo a capire poco, poi, via via sono riuscito a capire, mi sono convinto in tutta coscienza, in tutta coscienza, che quest'uomo è un uomo che ne ha fatte di tutti i colori, però ora è un altro. É un altro uomo.
Ora io non amo fare le citazioni, però ricordiamoci di San Paolo. Per carità, confronta Paolo, cosa fa, cosa dice l'avvocato che... Ma si scherza davvero!
No, veramente ho esagerato forse nei paragoni, però quest'uomo, per chi poi crede in certe cose, quest'uomo si è confessato nel carcere, si è... e ora è diventato un altro. Ora voi lo avete sentito maledire la mafia, lo avete sentito bene, rinnegare il suo passato.
Mica tutti i pentiti di mafia hanno avuto il coraggio di dire - ci vuole anche un certo coraggio - di dire quello che ha detto Ferro Giuseppe. Eh, guardiamo un po' le cose.
Ha detto, sempre in relazione alla domanda dell'avvocato Ceolan, ha detto: 'mia madre era timorata di Dio, ci ha educato alla...'.
Capisco, vedo che giusta... lei sorride, Giudice, però forse è un argomento, che certamente lascia perplessi, che però tutti sappiamo che ci sono stati dei precedenti di questo tipo, di persone di mafia.
Beh, lo ha citato prima un mio collega della difesa. Ma certamente è una cosa che torna poco, anche a me che ve lo dico, ma torna in generale.
Poi ti trovi ad avere il contatto diretto con la persona, contatto diretto che voi non avete, è questa è la differenza, perché certamente voi avete un punto in meno per giudicare certi casi particolarmente delicati, perché non conoscete la persona.
Perché una cosa è sentirlo qui di fronte alla Corte di Assise, un'aula piena, televisione e tutto, che qui dicono, parlano, si sono preparati... No, preparati no. Una cosa è il colloquio a quattrocchi dove vedi, dove sei sicuro che col difensore questo dice e si apre veramente e ti dice veramente la verità.
Perché al difensore si può anche non dire la verità. Eh, il difensore è sempre il difensore e comunque deve difenderlo come se dicesse la verità, anche se sa che non la dice.
"Ho cominciato a lavorare" - dice il Ferro - "mentre andavo alle elementari."
Quindi lui a sette anni ha cominciato a lavorare.
E giustamente, quello che diceva l'avvocato Traversi: mettiamoci un po' in certe situazioni.
Ha cominciato a lavorare. Prima, faceva le botti - e queste sono cose vere - poi muratore. A 13 anni ha lasciato la scuola e ha cominciato a fare il muratore.
A 23 anni, nel '65, è stato arrestato per il sequestro... C'è qualcosa? No.
PRESIDENTE: No, no.
AVV. Miniati Paoli: Per il sequestro Viola.
Lui si è sempre dichiarato innocente di questo fatto. E questo può essere. A questo, diciamo, non vedo perché non dobbiamo credergli, perché ha raccontato dei particolari processuali che sono credibili.
E di lì, di lì, in carcere... Ecco, pensate quest'uomo, quindi, IV elementare, di situazione economica evidentemente molto precaria, si trova in carcere ingiustamente e trova il capomafia. E fa amicizia col capomafia e di lì comincia, lui dice: 'la mia sventura, il mio dramma...'
E come diceva giustamente l'avvocato Traversi - mi sembra che era lui che lo diceva - e se noi ci trovassimo, ci fossimo trovati in una situazione di questo genere, perché la mafia poi ti aiuta, ti salva da certe situazioni... Voi avete sentito, non vi sto a dire tutto quello che ha detto il Ferro - lo hanno aiutato, lo hanno... Insomma, ha avuto appoggi che nessuno gli ha dato, che lo Stato non gli ha dato. Torniamo quindi alla mentalità del...
E quindi nell'81 è stato "pungiuto", come si dice.
Allora, dicevo, che dopo questo discorso voi troverete agli atti una lunga filippica, una lunga del Ferro e la troverete e ve ne ricorderete anche. Tant'è vero che poi chi faceva le domande...
PRESIDENTE: Scusi, avvocato, parli un po' più forte perché si sente poco bene e temo che non venga registrato e poi trascritto adeguatamente.
AVV. Miniati Paoli: Ah. Sì, sì, sì, certo.
PRESIDENTE: Se si vuole accomodare? Se preferisce parlare da seduto.
AVV. Miniati Paoli: Forse è meglio, sì. Sì. Direi forse sì.
PRESIDENTE: Grazie.
AVV. Miniati Paoli: Mi scuso, ma...
Ecco, questo diciamo... ora si sente meglio. Questa diciamo è la storia che il Ferro ci ha raccontato. Ora veniamo più in concreto ai fatti. Ferro Giuseppe voleva, e su questo non ci sono dubbi... e il Pubblico Ministero parte di qui poi per analizzare i fatti e poi pervenire a una richiesta di condanna che a parere della difesa non è lo sbocco logico alle premesse che il Pubblico Ministero ha fatto.
Dice il Pubblico Ministero:
"Voleva tenere il figlio lontano dalle iniziative di mafia." E su questo non c'è dubbio, su questo siamo tutti d'accordo. Lo hanno detto tutti, lo ha detto anche Sinacori, lo ha detto anche Brusca. Era notorio che il padre voleva tener fuori il figlio. E questo dico quindi può anche essere che con questa volontà, che del resto si concretizza anche in questo studio in medicina, perché sì, curare i genitori... fra parentesi, voi vedete che questo discorso si può riallacciare anche alla veridicità delle malattie del Ferro, perché se fin da allora era malandato di salute, figuriamoci ora.
Dice il Pubblico Ministero quindi:
"Voleva tenere il figlio lontano. Non ha partecipato né alla fase ideativa, né alla fase di decisione delle stragi." E questi sono elementi obiettivi, signori della Corte, perché ci sono dei fatti e delle date. Il Ferro è uscito di carcere il 29 aprile '93. Dopo pochi giorni è stato ricoverato in ospedale - evidentemente non simulava perché sennò gli conveniva star fuori, mi sembra - è stato ricoverato in ospedale ed è uscito il 15 maggio. La strage di via Georgofili, della quale è imputato, è del 27 maggio.
Le riunioni successive hanno avuto come argomenti, tutti argomenti diversi e voi lo vedrete: 'eh' - dice - 'ma lo dice lui' direte. E allora chi è che dice il contrario?
La situazione, vero... prima di condannare uno ci vuol la prova. Se noi abbiamo solo le sue dichiarazioni, possiamo vagliarle. Ma dove non possiamo trovare un elemento contrario, gli dobbiamo credere, mi sembra. Quindi qui sono elementi concreti sui quali certamente non si può discutere.
Ed il Pubblico Ministero ha preso per buone queste circostanze, anzi le ha usate nelle loro premesse che grossomodo sono quelle che ora sto dicendo. Non solo ma, e quindi riallaccio al discorso dell'ordinanza di custo... della motivazione dell'ordinanza di custodia cautelare dove si dice, ecco e di lì si è ... il Ferro: il potere su Alcamo, il mandamento di... era saldamente in mano a Ferro Giuseppe.
Non è vero niente. Non è assolutamente vero. E quali sono le prove? La prova principale è che Calabrò, il quale lo doveva sostituire in caso di incapacità del Ferro Giuseppe. Ferro Giuseppe, o in carcere o malato, non era all'altezza - e risulta e lo dicono - non era all'altezza di fare il capo-mandamento.
Quindi Ferro Giuseppe era sostituito da Calabrò. Sennò come si concepisce che Calabrò si rivolge direttamente a Ferro Vincenzo. Diciamo che questa non è solo scavalcata, ma è anche una grande offesa anche per Ferro Giuseppe, quantomeno è una grossa offesa. Te sai che Ferro Giuseppe vuole tenere il figlio al di fuori delle questioni di mafia.
PRESIDENTE: Scusi, avvocato.
AVV. Miniati Paoli: Dicevo, te sai che... No, perché è un punto importante.
Te sai che il Ferro vuole così. Non solo non gli dici niente, però ti rivolgi direttamente al figlio: 'guarda, te fai in modo, vai dallo zio perché noi abbiamo bisogno'. Sapendo che il padre senz'altro avrebbe detto di no, perché sennò non sarebbe vero che lo voleva tenere lontano. Ora, poi se dobbiamo dubitare anche di questo, ma io credo che di questo non dobbiamo dubitare. E di questo non dubita l'accusa, che ha approfondito, diciamo in maniera perfetta, tutto quello che c'era da approfondire e ha conosciuto il Ferro, lo ha valutato e lo ha vagliato in maniera esauriente.
E poi ce lo dice anche lo stesso Vincenzo e voi lo trovate a pagina 24 dell'esame di Vincenzo. Il quale dice:
"Era lui, Calabrò, che comandava ad Alcamo e Castellammare, per cui non potevo dire di no." Più chiaro di così. Il Ferro, perché capo-mandamento di Alcamo, non può essere condannato. Solo perché capo di mandame... non può essere condannato. E quindi, o si trova altri elementi, o si assolve.
Può dispiacere assolvere un personaggio come il Ferro, però si deve assolvere se si vuol fare giustizia - dico giustizia umana, la giustizia divina è un'altra cosa - dico... la giustizia vostra, io parlo della giustizia vostra.
Questa è la verità, il capo del mandamento di Alcamo era Calabrò e Ferro non contava più assolutamente niente.
Un'altra riprova. Volete un'altra riprova? E c'è un'altra riprova. Il Ferro Giuseppe viene avvisato, in un secondo momento, viene relazionato, in un secondo momento, della cosa, al momento nel quale si parla di discorsi sigillati e niente gli viene detto al Ferro. Sì, anche questa è una cosa che dice il Ferro, però è una cosa questa che ha anche dei riscontri dettati anche dalla logica. Altri elementi non ci sono.
Voi direte: sì, ma Ferro Vincenzo era quello che poteva dire qualcosa del padre e non l'ha detto. Ha detto: 'io di mio padre non voglio parlarne'. Eh, ma questo è un processo alle intenzioni, questo è un discorso che sì, può,può,è ambivalente perché non si può certamente... e voi, in una vostra motivazione non potete certamente puntare su questo, perché certamente padre e figlio... la situazione è come io dico e sono convinto, però è comunque delicata e pensiamo anche a queste cose.
Allora, a questo punto, viste le dichiarazioni, visto... qual è il problema? Qual è il problema? É quello di valutare, di analizzare le dichiarazioni del Ferro. Quindi si limita certamente il campo della difesa di Ferro Giuseppe, perché si tratta di vagliare, di valutare, di interpretare quello che lui ci dice. E il punto del processo, per quanto riguarda Ferro Giuseppe, è solo questo.
Quindi esaminata questa... ora io cerco anche di saltare... però mi avete fatto parlare troppo tardi e quindi...
PRESIDENTE: No, no, avvocato. Lei può parlare quanto vuole, fino...
AVV. Miniati Paoli: No, no, non ho colto il minimo segno di...
PRESIDENTE: Fino alle otto...
AVV. Miniati Paoli: No, no, l'ho detto per me. Così, è stata una riflessione mia che forse dovevo dire a bassa voce.
PRESIDENTE: Le dico sino alle ore 20.00 perché alle 20.00 stacca il collegamento.
AVV. Miniati Paoli: No, no, molto prima.
PRESIDENTE: Se vuole può continuare sino alle 20.00.
AVV. Miniati Paoli: No, no, no, molto prima.
Allora analizziamo le dichiarazioni di Ferro. Io credo di trattare argomenti importanti, vi dirò, non farò divagazioni di nessun tipo, però questi argomenti sono fondamentali.
Allora, come ho detto, Ferro esce dal carcere il 29 aprile. Dopo quattro o cinque giorni che è uscito... ma ripeto, questo vien dal discorso di Ferro. Eh, questo è il punto... mi rendo conto che è il mio punto debole, però se dobbiamo fare così, dobbiamo far così, non avete altra strada. Se... Presidente, lei mi può dire: 'no, guardi avvocato, lei conosce il processo', no, forse, perché io sono intervenuto anche tardi. C'è qualche altro dichiarante che ha detto qualcosa, per questi fatti, del Ferro, lei me lo dice, a questo punto la mia difesa è smantellata, quindi io chiudo subito l'argomento, mi limito a chiedere le generiche... ecco.
PRESIDENTE: No, io non ho nulla da dirle, avvocato. Devo ascoltarla.
AVV. Miniati Paoli: Sì, sì, sì. No, l'ho detto così, ma...
Allora, il Ferro dice, il figlio:
"Papà, è venuto Gino e mi ha detto che aveva bisogno dello zio Nino." Messana Antonino.
Allora Ferro:
"Proprio lo zio Nino? Fa un discorso al giorno." Questo discorso al giorno vuol dire che è un personaggio, una persona ignorante, pensa solo al lavoro, non ha idee di... non lo so, cosa vuol dire, proprio, analizzare questo, non lo so. Però resta il fatto che questo ha un'importanza perché poi il discorso finisce lì perché il Ferro poi viene ricoverato. Esce il 15 di maggio e quando esce parla col figlio.
Ecco, al ritorno dall'ospedale il figlio gli riferisce che Calabrò gli ha detto:
"Ma tuo zio che ha combinato? Ci sono andate delle persone e lui le ha mandate via." Cioè, questo è quello che sa il Ferro attraverso il figlio, non è poi quello che... non lo so quello che sa il figlio. Questo è quello che sa il Ferro.
'Allora' - gli dice il padre - 'allora chiariamo una cosa, fissa un appuntamento con Calabrò, parliamo di questa cosa'. E il giorno dopo, mi sembra, viene fissato l'appuntamento in campagna in una casa del Ferro e il Ferro domanda al Calabrò:
"Non sarà che sono cose delicate?" Cose delicate vuol dire cose gravi. Certamente il Ferro dice: 'ma che è 'sta roba, ma son cose gravi?'
Il Calabrò dice: "No, no." E qui mi riferisco all'ermetismo veramente all'essenziale che nel linguaggio mafia vi ha ben illustrato l'avvocato Traversi. Calabrò dice:
"No, serve solo un appoggio per mezza giornata a Matteo e Luca." Cioè Luca Bagarella e Matteo Messina Denaro. "Quando ti incontri con loro, te lo diranno loro."....Questo...
Da notare che il Ferro non sa delle minacce - che il Ferro padre - non sa delle minacce che il Ferro figlio ha avuto dal Calabrò. Perché quando il Ferro figlio disse delle difficoltà portate da Messana Antonino... eh, il Calabrò lo minaccio dicendo: 'te, la tua famiglia... insomma, qui succederanno cose brutte'. Ora non mi ricordo il termine, ma che è una minaccia veramente seria.
Oh, allora, queste frasi che io vi ho detto sono state interpretrate in un certo modo dal Pubblico Ministero, mentre vengono interpretrate in un certo altro modo dalla difesa. Quindi tutto sta nel come voi interpreterete queste frasi, perché poi altri elementi non ci sono. La base dell'accusa è questa. Ferro, quando sente che ci sono di mezzo Matteo e Luca, capisce che è una cosa gra... che è una strage. Questo è il ragionamento che fa il Pubblico Ministero. Allora scatta la molla, vuole tener fuori il figlio.
Tant'è vero che dice: 'guarda, ci penso io, ti trovo io un appoggio'.
Notare, e vi ho detto il Ferro non sa delle minacce, perché forse questa interpretazione del Pubblico Ministero è stata un po' forzata dalla convinzione che Ferro Giuseppe avesse avuto nozione di queste minacce. Invece se voi guardate bene gli atti, vi rendete conto che queste minacce al Ferro padre dal figlio non sono state rivelate, per motivi non so, evidentemente... non so per quale motivo, ma questo,è. Ma è così.
L'interpretazione invece che la difesa dà di questa frase. Ferro crede al Calabrò quando gli dice che non sono cose delicate. Non sa della minaccia e dice... Scusate, questo è un punto fondamentale, perlomeno per la mia tesi difensiva, che poi potrà essere anche disatteso, non lo so.
Ecco, qui il Ferro aggiunge- e questa frase non è stata tradotta dal traduttore- Se loro guardano con attenzione, carte 23, c'è una frase che non è stata tradotta dal traduttore, ma è importantissima perché...
"Allora c'era questo problema che mio cognato aveva assicurato a chistu." E questo ci fa capire una cosa molto importante: che non è vero, come dice il Pubblico Ministero, che il Ferro si è preoccupato perché riteneva che fosse una cosa grave, che riteneva che si trattasse di cose delicate. Tant'è vero che si preoccupava di più della figura che il cognato aveva fatto facendo il voltafaccia dicendo prima sì e poi no.
Allora la difesa conseguentemente, e credo di essere nel giusto, vi dico sinceramente, e credo che anche voi dovrete ragionare così, dovrete anche se non vorrete, non lo so. Il Ferro ha agito non perché la cosa grave la voleva levare al figliolo, ma per levare di impiccio il Calabrò, che si trovava male nei confronti di Messina Denaro Matteo, che voi sapete era il capo della provincia, e Bagarella. Questa è la... E siccome la condanna del Ferro si basa esclusivamente sull'interpretazione di questa frase, io ritengo che se voi interpretrate questa frase come la difesa vi ha detto di interpretare, e credo che la logica vi debba necessariamente portare a questo, voi dovrete assolvere Ferro Giuseppe.
E un'altra considerazione. Qui sono due interpretazioni, ma è giuridicamente corretto? Ci vuol la prova per condannare una persona, ci vuol la prova. Quindi qui siamo già al limite, qui si interpreta così: si condanna; non si interpreta così: non si condanna. Quindi io invito la Corte, ma credo non ce ne sia bisogno, di accentrare il riflettore proprio su questo, perché è su questo che si gioca la sorte di Ferro Giuseppe. La sorte, intendiamoci bene, Ferro Giuseppe avrà delle condanne; voi sapete quanti omicidi ha commesso, vero. Quindi non è che, perché se la cava con questo poi... lui dovrà scontare pene anche più gravi. Quindi questo - dico - io faccio un ragionamento in questo momento anche asettico, ma questo per Ferro è importante sotto il profilo morale. Vi dico perché lui, dato che è contrario e lo ha dimostrato con quello che ha detto, poi altri che possano dire: 'no, non ci sono'. A questa strategia stragista non vuole essere implicato in un fatto che lui ritiene veramente giusto e (voce fuori microfono) diabolicamente giusto.
Questa è l'importanza di quella che sarà la vostra decisione. Perché, ripeto, qui o gli anni - non so quanti - o nulla, per la posizione processuale complessiva del Ferro non è che abbia una grande rilevanza. Quindi voi potete anche giudicare, in coscienza veramente, perché non avete il timore di dire 'ma qui mettiamo fuori', ma fuori non ci va insomma, ci sono altre... fuori in senso, i meccanismi voi li conoscete bene. Ma qui una persona innocente di questo fatto noi la condanniamo, ecco, questo è il discorso.
Dunque, per quanto riguarda questo discorso di quello che può portare all'interpretazione di questo discorso, ecco, è importante a mio avviso vedere i limiti del concorso - e voi senz'altro avete una giurisprudenza più completa e più aggiornata della mia - però vi dico... Vi dico, ma vedo che è una sentenza che già vi è stata citata e quindi ne faccio a meno.
Allora, qui si tratta di... abbiamo approfondito la... però a questo, a un giudizio serio, deve anche corrispondere una affidabilità in generale di quello che il Ferro ha detto. E il Pubblico Ministero, e lo ha detto più volte, non ha mai dubita... è chiaro, visto e conosciuto il Ferro, non ha mai dubitato della sincerità del Ferro. Lo ha detto esplicitamente in più riprese:
"Il Ferro non è un mistificatore. Il Ferro da quando ha cominciato a parlare, ha detto la verità; ha detto quello che sapeva."
Quindi al Ferro, siamo a un bivio: o crediamo, o non crediamo. Se gli crediamo, il Pubblico Ministero, l'accusa vi dice: ci crede. Se gli crediamo noi lo dobbiamo assolvere. Se diciamo: 'no, il Pubblico Ministero non... ma non è sincero, non è credibile', lo dobbiamo condannare. Per me, come vi ho detto, il Ferro è credibile.
E ci rafforza in questa credibilità la personalità di quest'uomo. Volete valutarlo in negativo? Valutatelo in negativo. Però, per quello che vi ho detto prima, per le sofferenze che lui ha subìto, e io sfido chiunque a stare per mesi, anni, in quelle condizioni, per un ideale. Quindi è un uomo tutto d' un pezzo. Su questo non potete mai di... non potete dire di no. E se un uomo tutto d' un pezzo passa dall'altra parte, non è un passa... è un passaggio globale, sarebbe contrario alla personalità di chi fa un passo di questo tipo. Lui, certamente, per questo ci sono una serie, vi dico, di ordinanze di revoca di custodia cautelare motivate che dicono che il Ferro è credibile. Io queste ve le devo leggere perché voi non ce l'avete.
Corte di Assise... E poi magari le metterò nella istanza di detenzione domiciliare.
Corte di Assise di Trapani. É un provvedimento recentissimo, del 16 di febbraio '98. Nell'estate '97 il Ferro, il quale dopo l'omicidio... e qui è per il processo per l'omicidio Milazzo e Bonomo. Voi ne sapete qualcosa perché Ferro ha detto cose qui.
"Delitto di cui è imputato dinanzi alla Corte di Assise, ha assunto la direzione del mandamento di Alcamo. Ha iniziato a collaborare con la giustizia rendendo dichiarazioni di particolare importanza per la ricostruzione..."
PRESIDENTE: Mi scusi, avvocato.
AVV. Miniati Paoli: Sì.
PRESIDENTE: Questo provvedimento è tra i provvedimenti che possono essere prodotti nel giudizio?
AVV. Miniati Paoli: Li produco.
PRESIDENTE: No, dico, è tra i documenti che possono essere acquisiti dalla Corte?
AVV. Miniati Paoli: No, no, la Corte. Però io intendevo, Vi dico, produrlo con la mia istanza per la detenzione domiciliare a conforto. Perché io posso certamente fare l'istanza...
PRESIDENTE: Sì, ho capito.
AVV. Miniati Paoli: ...per motivi esclusivamente medici, però il Codice richiede anche un contorno e quindi mi è necessario anche questo elemento.
PRESIDENTE: Sì, ho capito, quindi...
AVV. Miniati Paoli: Poi abbiamo la ricerca della verità...
PRESIDENTE: Quindi non ai fini della decisione del processo, ma ai fini dell'esame della sua istanza.
AVV. Miniati Paoli: Ai fini dell'esame certamente e poi la Corte farà quello che è in genere opportuno fare.
PRESIDENTE: Sì, sotto questo aspetto...
AVV. Miniati Paoli: Io...
PRESIDENTE: Scusi.
AVV. Miniati Paoli: Io ve lo leggo perché...
PRESIDENTE: No dicevo, sotto questo aspetto credo che il Pubblico Ministero non abbia nulla da obiettare.
PUBBLICO MINISTERO: (voce fuori microfono)
Nessuna obiezione.
AVV. Miniati Paoli: Io ho sottoposto già al Pubblico Ministero, per correttezza, l'istanza e i documenti. Io, scusate, ve li leggo perché...
PRESIDENTE: No, una volta chiarita qual' è la funzione della produzione, credo che qualsiasi ostacolo sia superato.
AVV. Miniati Paoli: Sì, sì. Ecco, però ora io ve la leggo perché ritengo che poi certamente voi avrete da leggere tante cose e questo ha un'importanza anche proprio per quello poi anche che dovete decidere. Dunque:
"Delle strategie... Rendendo dichiarazioni di particolare importanza per la ricostruzione della struttura" - e questo lo sapete anche e poi ve lo dirò - "delle strategie e degli interessi delle famiglie mafiose del trapanese e accusandosi di molti e gravi reati, per la maggior parte dei quali non esistevano elementi a suo carico." Non è quello che lui ha raccontato quello che voleva raccontare. "In particolare con riferimento al duplice omicidio Milazzo Vincenzo e Bonomo Antonella" - che sono oggetti del processo nel cui ambito è stata avanzata l'istanza di scarcerazione in esame che ho presentato io - "il Ferro, dopo aver ricostruito puntualmente il suo percorso criminale ed avere ammesso la propria responsabilità in ordine a vari episodi criminosi, ha fornito dichiarazioni confessorie che unitamente e conformemente a quelle rese da altri concorrenti nei medesimi reati, appaiono idonee a consentire una piena ricostruzione dei fatti.
La decisione da parte del Ferro di collaborare con la giustizia e di recidere conseguentemente ogni legame con l'associazione mafiosa, si profila irreversibile, essendo stata ingenerata anche" - questa è una Corte di Assise - "anche dalla medesima scelta operata prima di lui da suo figlio Vincenzo nelle dichiarazioni, ed essendo già stata estrinsecata in importanti sedi dibattimentali, pertanto, appare cessata l'esigenza cautelare di cui alla lettera C dell'articolo 274 C.p.p.
Inoltre, avendo egli reso piena confessione relativamente ai delitti ascrittigli nel presente giudizio, ed essendo il dibattimento già in fase molto avanzata, questa Corte... infine, delle gravi patologie di cui Ferro risulta affetto... inducono" - e anche loro hanno assistito alla immobilità del Ferro - "inducono a reputare che non sussiste in concreto il pericolo di fuga ai sensi dell'articolo 274...", eccetera.
Questa è la Corte di Assise di Trapani.
Ed ancora il Gip di Palermo, dottor Scaduto, processo Pirrone, del quale anche voi avete notizia:
"Ritenuto che il Ferro, già colpito da precedenti ordinanze di custodia cautelare in carcere per associazione a delinquere di stampo mafioso e per omicidio, ha intrapreso, a partire dal giugno '97, una fattiva collaborazione con l'Autorità Giudiziaria, innanzitutto ammettendo la sua partecipazione a Cosa Nostra ed il ruolo di vertice assunto all'interno della famiglia di Alcamo dopo l'omicidio del suo predecessore, Milazzo Vincenzo, cui egli stesso aveva contribuito, e riferendo, inoltre, con ricchezza di particolari quanto a sua conoscenza in ordine alla struttura, alle dinamiche, agli interessi ed alle strategie della famiglia mafiosa di Alcamo, ma anche delle altre famiglie mafiose della Sicilia occidentale..."
Perché certamente voi non potete sapere tutto delle altre vicende processuali del Ferro, ma questo ha parlato, ed ora si stanno iniziando dei nuovi processi, ma tantissimi, proprio in conseguenza di quello che ha dichiarato Ferro, eh.
Qui io non ho bluffato in nessun modo, o ho esagerato su quello che ho sostenuto.
"...e con particolare riferimento ai fatti del 27 luglio, di cui all'ordinanza 22 luglio '97, ammettendo anche le proprie responsabilità in ordine al duplice omicidio Pirrone...", eccetera.
E salto, poi: "Ritenuto che l'affidabilità e serietà della scelta di collaborazione trova anche conferma nella precedente decisione del figlio Vincenzo anch'egli...", eccetera, eccetera.
Ed infine, ancora, Tribunale di Trapani, imputazione 416-bis, anche qui ho ottenuto una revoca dell'ordinanza di custodia cautelare.
"E proprio in base" - dice l'ordinanza - "rendendo importanti dichiarazioni che hanno consentito la ricostruzione di strutture, strategie e interessi delle famiglie famose della provincia di Trapani, nell'ambito della sua collaborazione, nonostante sia accusato anche di delitti gravissimi...", eccetera. Questo riporta.
"Le sue dichiarazioni, unitamente ad altre fonti di prova ed a riscontri oggettivi, hanno permesso agli inquirenti la completa ricostruzione di gravissimi crimini.
Alla luce di quanto evidenziato, la decisione dell'imputato di collaborare con la Giustizia e di recidere i legami con Cosa Nostra, appare definitiva ed irreversibile, con conseguente cessazione del pericolo di reiterazione criminosa.
La piena confessione dei fatti ascrittigli nel presente procedimento, mediante l'acquisizione delle dichiarazioni rese da Ferro ed altri procedimenti, esclude la sussistenza di esigenze di salvaguardia dell'acquisizione e della genuinità delle prove."
Questa è la situazione. Mi sembra che questo confermi in pieno quello che io ho sostenuto sulla credibilità del Ferro, che è fondamentale, perché se gli si crede, ripeto per conto del difensore, si deve assolvere.
Quindi, chiedo come ho detto, la assoluzione.
Nell'ipotesi, si dice "deprecata ipotesi" - si usa dire "deprecata ipotesi" - nella deprecata ipotesi di condanna del Ferro, io ritengo che le attenuanti generiche gli debbano essere date anche se non sono state chieste, perché c'è la piena confessione.
Eh, questo... Voi potrete dire: ma per via dei Georgofili ha confessato poco.
Però, io vi dico: ma sapeva anche poco.
Quindi, però, vi ha dato, vi ha fatto, vi ha detto che era disposto a dir tutto, tanto è vero che c'era difficoltà a fermarlo quando parlava: uno che fa il furbo non fa così.
Voi lo sapete perché giudicate, sapete che quando avete di fronte una persona la sapete valutare. Ma uno che parla così... è un uomo intelligente questo, non è che parla per bellezza, lui era estremamente spontaneo quando parlava.
Uno che vuol giocare sull'equivoco misura le parole, ma Ferro le parole non ne ha mai misurate. Quindi, piena confessione.
La storia della sua vita deve... per conto mio ha una importanza; un esame della sua vita ha una importanza, perché noi ci dobbiamo un po' calare nella situazione nella quale le persone, che poi vengono giudicate, si sono trovate.
La cessata pericolosità che, vi dico, non è solo un'idea folle mia, ma è concretizzata anche in altri provvedimenti.
E quindi le generiche, contrariamente a quanto il Pubblico Ministero non le ha chieste, ma io ritengo che gli debbano essere date.
Le attenuanti speciali altrettanto, perché... e qui mi posso richiamare a quello che il Pubblico Ministero ha sostenuto. Come vi ho detto ha detto poco, però non è che ci avesse molto da dire.
La Giurisprudenza dice: beh, insomma, se uno dice quello che sa, non è che deve dire quello che non sa.
Quindi, non è giusto, dico, dare generiche a quello che sa tanto, le speciali a quello che sa tanto, quello che sa meno e racconta tutto, no.
Quindi, mi sembra che, giustamente, il Pubblico Ministero abbia fatto un discorso molto chiaro sulla applicabilità delle attenuanti speciali.
E qui vi riporto, voi lo trovate però:
"Il Giudice è tenuto a valutare il contributo in relazione alla quantità delle conoscenze disponibili da parte del soggetto."
Questo, riporto una frase del Pubblico Ministero, ma che mi sembra abbia una importanza. Altrettanto ho visto - ricercando nella Giurisprudenza - ho visto che c'è anche una sentenza che dice: 'ma se però un contributo proprio concreto, perché già si sapevano le cose, allora no'.
Però, mi sembra veramente ingiusto e giustamente il Pubblico Ministero vi ha portato l'esempio dei due che si presentano davanti allo stesso Giudice, nello stesso giorno, uno viene sentito per prima e racconta tutto; quello dopo racconta le stesse cose. Al primo, gli si dovrebbero dare le attenuanti speciali, al secondo no, perché già si sapeva.
Quindi, mi sembra che il discorso del Chelazzi non faccia una piega e che, quindi, le attenuanti speciali richieste debbano essere date.
E poi consideriamo, Signori, il contributo che il Ferro ha dato concretamente per la ricostruzione della, per farci capire, dell'organizzazione mafiosa della sua provincia, la provincia di Trapani.
É lui: famiglia di Alcamo, capomandamento Ferro Giuseppe.
Lo ricostruite, non l'ha detto tutto insieme, però se andate a vedere le varie cose.
Consigliere: Vito Coraci; sottocapo: Melodia Antonino. Quadro completo.
Famiglia di Castellamare. Capofamiglia: Calabrò; consigliere: Nino Valenti; sottocapo: Lentini Agostino.
Queste erano cose che non si erano mica dette. Si sapevano? Non lo so se già qualcuno nel processo... Io ho una lacuna ora, non voglio dire una cosa, però mi sembra di una importanza, questo. Poi...
AVVOCATO Florio: (voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Aspetti, mi scusi avvocato Florio.
AVVOCATO Florio: Ho fatto... Sì, sono l'avvocato Florio per la registrazione.
Ho fatto segnale al segretario di udienza che rimaneva l'avvocatessa Caramella.
PRESIDENTE: Ah, la ringrazio...
AVVOCATO Florio: Grazie.
PRESIDENTE: ...perchè non lo sapevo.
AVVOCATO Florio: No, no, ha ragione. Non ho informato la Corte, ma non volevo interrompere.
PRESIDENTE: Mi ero preoccupato a vederla allontanare.
Scusi, avvocato. Riprenda pure.
AVV. Miniati Paoli: Inoltre, ha detto cose decisive su Bagarella, quando ha raccontato delle riunioni e quando ha detto anche ha fatto il nome proprio per l'episodio di Firenze; per Messina Denaro, la figura che nei confronti di Messina Denaro, Messina Denaro capo della provincia e Calabrò.
Su questo non c'è dubbio.
Su Bagarella ricordo, perché è significativo, l'avvocato del Bagarella domandò a Ferro Giuseppe se era vero che Bagarella gli aveva salvato la vita due volte. Non so se lo ricordate, questo.
Eh, quello dice: "Sì."
"Ah, bel ringraziamento."
Voi da questa frase capite l'importanza che anche sulla posizione Bagarella, sulla quale già si sapevano tante cose, ha avuto la dichiarazione del Ferro.
Dichiarazione rilasciata, diciamo, con dolore - dico da parte del Ferro - perché se voi leggete bene, vedete che c'è un sentimento di affetto nei confronti di questa persona, che non ha detto Bagarella, ma che lo ha anche richiamato e lo ha invitato - ed il messaggio era rivolto a lui - lo ha invitato a cambiare vita.
Anche questa circostanza è importante, perché voi sapete che ora avevo portato tante sentenze, però ho deciso di non... Perché anche questo è, sicuramente, una sentenza che voi conoscete.
Quindi, io ritengo che le attenuanti debbano essere date: sia le generiche che le attenuanti speciali.
Ritengo anche, però francamente vi dico non sono sicuro sulla applicabilità, ma credo che si possa, il 116, perché comunque, se vogliamo ammettere un contributo del Ferro anche se, allora si dovrebbe presumere per il 116 che lui sapeva che si commetteva, non so, un furto, invece è venuta fuori una strage. Lo dico in parole estremamente povere.
Però, allora, questa attenuante non si può concedere a chi pensava a qualcosa di illecito in generale, poteva pensare, mentre invece, perché se si vuol calcare la mano si può dir solo questo, non è che si può dir di più.
E allora, dico, succede poi, invece, la tragedia e quello che pensava... eh, come? Deve rispondere di strage?
Ecco, quindi, io credo che sia in questo caso, se voi vedete bene le cose con obiettività e se con poca obiettività - scusate - decidete di condannare il Ferro, dovete applicargli anche questa ulteriore attenuante.
Quindi, non sto a rileggere quello che ho detto prima, ma forse per una questione di forma lo devo ridire, le mie conclusioni...
PRESIDENTE: Se ha letto tutte le conclusioni...
AVV. Miniati Paoli: Io le ho lette tutte.
PRESIDENTE: ...le ha anticipate...
AVV. Miniati Paoli: Se il Cancelliere, poi, le riporta come io le ho dette pari, pari...
PRESIDENTE: E può semplicemente fare richiamo a quelle che ha già espresso.
AVV. Miniati Paoli: Ecco, io Presidente, come preannunciato, e ne ho fornito una copia al Pubblico Ministero, dico non lo faccio volentieri, perché capisco che vi sottopongo ora, in questo momento, ad un tour de force, me ne rendo conto. Però, io la devo presentare, proprio perché...
PRESIDENTE: Certamente.
AVV. Miniati Paoli: ...vi ho detto, ho constato anche di persona, questo potete non credere, un peggioramento nelle condizioni di salute del Ferro; perché il Ferro sta veramente peggiorando.
Ora voi vedrete anche le altre - ritualmente, non ritualmente - proposte, però in questi casi, in questi processi penso che si debba guardare alla sostanza delle cose, soprattutto quando ci sono dei rischi per la salute, sì nella Giustizia, però certamente la salute dell'imputato va salvaguardata.
Quindi, voi disporrete, ritengo, una nuova perizia e chiederei - questo suggerisco nella mia richiesta - e una nuova perizia per valutare se, da allora ad oggi, c'è stato veramente un peggioramento.
Ecco quindi, il quesito, penso, poi, voi vedrete come impostare la cosa, però vi dico che è una cosa seria, ecco non è... Perché l'altra richiesta che io vorrei fare in base... mi ero riservato e la presenterò alla fine della discussione, perché io, comunque, la presenterò l'istanza...
PRESIDENTE: Quindi...
AVV. Miniati Paoli: ...della revoca della custodia cautelare, per cessata esigenza cautelare.
PRESIDENTE: Quindi, attualmente l'istanza...
AVV. Miniati Paoli: Questa è di supporto. É solo, solo sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari.
PRESIDENTE: ...per ragioni di salute.
AVV. Miniati Paoli: Per ragioni di salute.
PRESIDENTE: Il Pubblico Ministero...
AVV. Miniati Paoli: Intanto lo posso aggiungere a penna, non l'ho scritto, ma...
PRESIDENTE: No, no, ma...
AVV. Miniati Paoli: ...la sostanza è...
PRESIDENTE: Il Pubblico ministero ritiene di poter esprimere adesso il parere, o domani mattina...
PUBBLICO MINISTERO: Domani mattina...
PRESIDENTE: ...alla ripresa?
PUBBLICO MINISTERO: ...alla ripresa.
PRESIDENTE: Bene. Allora, viene depositata questa istanza e, non essendoci altri interventi, l'udienza è rinviata a domani, 24 di aprile 1998, alle ore 9.00.
Traduzione degli imputati detenuti nell'aula, per coloro i quali non sono soggetti al regime del 41-bis, e degli altri detenuti presso le salette dove partecipano al dibattimento a distanza. Nient'altro?
Allora, l'udienza è tolta.