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Processo per la strage di Via dei Georgofili
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Note
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DIBATTIMENTO-1: udienze/980421.txt


PRESIDENTE: Buongiorno.
Chiamiamo gli imputati, iniziando da quelli che non sono soggetti al regime del 41-bis.
Quindi, Brusca Giovanni: detenuto.
SEGR. D'UDIENZA: (voce fuori microfono)
Rinunciante.
PRESIDENTE: Avvocati Li Gotti, De Paola e Falciani. É presente l'avvocato Li Gotti.
Carra Pietro: libero, è assente. Avvocati Cosmai e Batacchi.
AVVOCATO Batacchi: Presente.
PRESIDENTE: Sono presenti entrambi.
Di Natale Emanuele: libero. Avvocati Civita Di Russo, Maria Gentili e Alessandro Falciani.
AVVOCATO Falciani: Presente, Presidente.
PRESIDENTE: Avvocato Falciani...
AVVOCATO Falciani: Sono presente.
PRESIDENTE: Non lo... Ah, ecco. Non la vedevo, avvocato.
Ferro Giuseppe. Avvocato Pietro Miniati Paoli. Sostituito dall'avvocato Falciani.
Ferro Vincenzo: libero, assente. Avvocati Traversi e Sara Gennai. É presente l'avvocato Traversi.
Frabetti Aldo.
SEGR. D'UDIENZA: (voce fuori microfono)
Rinunciante.
PRESIDENTE: Rinunciante. Detenuto, rinunciante. Avvocati Monaco, Usai e Roggero. Sostituiti dall'avvocato Pepi.
Poi Grigoli Salvatore: detenuto.
SEGR. D'UDIENZA: (voce fuori microfono)
Rinunciante.
PRESIDENTE: Rinunciante. Avvocati Avellone e Batacchi, che è presente.
Poi Messana Antonino: libero, contumace. Avvocati Amato e Bagattini. Sostituiti dall'avvocato Pepi.
Messina Denaro Matteo: latitante. Avvocati Natali e Celestino Cardinale. Sostituiti dall'avvocato Pepi.
Provenzano Bernardo: latitante. Avvocati Traina e Passagnoli. Sostituiti dall'avvocato Pepi.
Santamaria Giuseppe: libero. Avvocati Battisti e Monica Usai. Sostituiti dall'avvocato Pepi.
Scarano Antonio: libero, assente. Avvocati Fortini e Batacchi, che è presente.
Scarano Massimo: libero, contumace. Avvocati Rocco Condoleo e Luca Cianferoni. Sostituiti dall'avvocato Pepi.
Chiamiamo ora gli imputati che partecipano al dibattimento a distanza, iniziando da Parma.
Siamo in collegamento con Parma?
SOVRINTEN. De Luca: Sì, pronto. Buongiorno signor Presidente.
PRESIDENTE: Buongiorno.
SOVRINTEN. De Luca: Da Parma, sono il sovrintendente De Luca Giovanni. Confermo la presenza dell'imputato Bagarella Leoluca Biagio, nato a Corleone, Palermo, il 03/02 del '42.
PRESIDENTE: Dovrebbe ripetere per piacere il suo nome, che non è stato percepito esattamente, perfettamente in quest'aula.
SOVRINTEN. De Luca: Sovrintendente De Luca Giovanni.
PRESIDENTE: De Luca Giovanni.
Desidero sapere se è tra le persone designate dalla Corte. Sentiamo il segretario di udienza.
SOVRINTEN. De Luca: Signor Presidente, sono stato inserito...
Signor Presidente, sono stato inserito in un secondo momento.
PRESIDENTE: Dovrebbe parlare più forte perché non la sentiamo bene.
GIUDICE A LATERE: (voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Ah, è stato inserito in un secondo momento.
SOVRINTEN. De Luca: Signor Presidente...
PRESIDENTE: Va bene.
SOVRINTEN. De Luca: In un secondo momento.
PRESIDENTE: E allora i difensori di Bagarella Leoluca sono gli avvocati Ceolan e Cianferoni. Sostituiti dall'avvocato Pepi.
Ascoltiamo allora Viterbo.
VICEISP. Tognarini: Buongiorno, signor Presidente.
PRESIDENTE: Buongiorno.
VICEISP. Tognarini: É dalla sala 2 di Viterbo. Sono presenti: Mangano Antonino, Calabrò Gioacchino e Tutino Vittorio. Mentre Lo Nigro Cosimo e Barranca Giuseppe hanno rinunciato a presenziare all'odierna udienza.
Sono il vice-ispettore Tognarini.
PRESIDENTE: Già designato da questa Corte.
E allora, i difensori di Barranca Giuseppe sono gli avvocati Barone e Cianferoni. Sostituiti dall'avvocato Pepi.
Difensori di Calabrò Gioacchino gli avvocati Gandolfi e Cianferoni. Sostituiti dall'avvocato Pepi.
Difensori di Lo Nigro gli avvocati Florio e Fragalà. Sostituiti dall'avvocato Pepi.
Difensore di Mangano Antonino è l'avvocato Graziano Maffei,sostituito dall'avvocato Pepi.
Difensori di Tutino Vittorio: gli avvocati Lapo Gramigni e Domenico Salvo, sostituiti dall'avvocato Pepi.
Desideravo chiedere all'ufficiale di Polizia Giudiziaria che partecipa da Viterbo se sono assicurati i diritti e le facoltà spettanti agli imputati, se è regolare il collegamento audiovisivo e se vi è possibilità per gli imputati, presenti in quella saletta, di colloquiare telefonicamente e riservatamente con i loro difensori.
VICEISP. Tognarini: Sì, Signor Presidente. Confermo quanto da lei richiesto.
PRESIDENTE: Devo chiedere se sussistono le stesse circostanze all'ufficiale di Polizia Giudiziaria che si trova a Parma.
SOVRINTEN. De Luca: Sì, signor Presidente. Confermo quanto richiesto da lei.
PRESIDENTE: La ringrazio.
E allora ascoltiamo Spoleto. Da Spoleto.
ISPETTORE Cuomo: Sì, signor Presidente. Sono l'ispettore Cuomo Ciro dalla sala numero 3 di Spoleto. Gli imputati sono tutti assenti, ovvero: Benigno Salvatore, Cannella Cristofaro, Giuliano Francesco, Graviano Filippo e Pizzo Giorgio.
All'uopo chiediamo la disattivazione di questo sito.
PRESIDENTE: Io prendo atto di quello che lei mi dice e autorizzo che venga disattivato il collegamento con Spoleto.
ISPETTORE Cuomo: Grazie, Signor Presidente.
PRESIDENTE: Aspetti. Una cosa devo chiederle: sono assenti perché hanno rinunciato a partecipare al dibattimento oggi?
ISPETTORE Cuomo: Sono assenti perché hanno rinunciato a partecipare al dibattimento.
PRESIDENTE: Ho capito. La ringrazio.
ISPETTORE Cuomo: Vi abbiamo mandato la rinuncia secondo le modalità di legge.
PRESIDENTE: Perfetto.
E allora, i difensori... il difensore, anzi, di Benigno Salvatore è l'avvocato Graziano Maffei, sostituito dall'avvocato Pepi.
(segnale di scollegamento)
PRESIDENTE: L'avvocato Pepi è anche il difensore di Giuliano Francesco.
Graviano Filippo è difeso dagli avvocati Oddo e Gramigni,sostituiti dall'avvocato Pepi.
Pizzo Giorgio è difeso dall'avvocato Pepi, presente, congiuntamente all'avvocato Domenico Salvo.
Cannella Cristofaro è difeso dagli avvocati Di Peri e Rocchi. Sostituiti dall'avvocato Pepi.
Possiamo allora collegarci con L'Aquila.
ISPETTORE Rosati: Signor Presidente, buongiorno.
PRESIDENTE: Buongiorno.
ISPETTORE Rosati: Qui da L'Aquila, aula numero 2. Sono l'ispettore Rosati Ariano.
Do atto che in questa sala è presente il detenuto Spatuzza Gaspare.
Do atto, inoltre, che non sono posti impedimenti, o limitazioni, all'esercizio dei diritti e delle facoltà spettanti all'imputato.
Che è attivato il collegamento audiovisivo tra l'aula di udienza e il luogo ove si trova l'imputato, con modalità che assicurano la contestuale, effettiva e reciproca visibilità delle persone presenti nei luoghi collegati e la possibilità di udire quanto vi viene detto.
Inoltre è garantita la possibilità all'imputato di consultarsi riservatamente con il difensore tramite telefono.
PRESIDENTE: Benissimo. Mi deve dire anche se l'imputato Giacalone Luigi ha rinunciato a partecipare al dibattimento, o è assente per un altro motivo.
ISPETTORE Rosati: Dunque, il detenuto Giacalone ha rinunciato.
PRESIDENTE: Ho capito. La ringrazio.
E allora, i difensori di Giacalone Luigi sono l'avvocato Priola e l'avvocato Florio. Sostituiti dall'avvocato Pepi, che è anche il difensore di Spatuzza Gaspare.
A questo punto possiamo dare la parola ai difensori degli imputati. Erano stati indicati per i giorni di oggi e per la prossima udienza del 23 di aprile nell'ordine che ritengono più opportuno seguire secondo le rispettive esigenze.
Vedo in piedi l'avvocato Falciani.
*AVVOCATO Falciani: Presidente, grazie.
PRESIDENTE: Prego.
AVVOCATO Falciani: Ringrazio i colleghi che mi hanno dato la possibilità di intervenire in apertura, per gli altri impegni che ho nel corso della mattinata.
Presidente, signori della Corte, è con una certa emozione che questo difensore si accinge al suo breve intervento. Emozione dovuta all'importanza di un processo come quello che si sta celebrando, che ancora non è terminato, che ci ha accumunato da oltre 170 udienze.
Emozione dovuta al fatto che forse poca eco questo procedimento ha avuto nonostante l'importanza dei fatti che eravamo chiamati a valutare. C'è stato un po' un disinteresse abbastanza consistente, dell'opinione pubblica, direi anche per certi aspetti degli organi di informazione che non hanno probabilmente sensibilizzato troppo questo procedimento, che in realtà vedeva chiamati a giudicare davanti a voi fatti importanti. Come se gli elementi criminosi che hanno caratterizzato la storia di questo processo e comunque quelli che tutto sommato spesso sono tipici della storia del nostro Paese, nel corso del tempo siamo stati- come dire- sempre meno interessati da parte dell'opinione pubblica.
E devo dire che anche in questo caso non è mancata questa valutazione che io facevo, cioè questo disinteresse. Nonostante tutto ritengo che sia importante, seppur il mio intervento sarà un intervento breve, quello che deve essere rappresentato da parte di questo difensore, anche se io difendo in qualità di sostituto processuale un collaboratore di giustizia, ritengo comunque che sia importante quantomeno valutare, anche alla luce di quello che il Pubblico Ministero ha detto, quella che è la posizione di Di Natale Emanuele.
Rassegno immediatamente le conclusioni, anche perché, sulle quali articolerò una breve considerazione soprattutto nella via di ipotesi.
In tesi chiedo che vengano concesse le generiche prevalenti, il minimo della pena per quanto riguarda i reati previsti ai capi O, P, Q ed R. Assoluzione con formula di giustizia per gli altri reati. In ipotesi, che vengano concesse comunque le attenuanti generiche e l'attenuante speciale di cui all'articolo 8 del D.L. 152/91. Ovviamente con pena che sia contenuta nel suo minimo.
La figura del difensore, in casi di questo genere, è un po' spiazzata. Un po' spiazzata dall'attenta disamina del Pubblico Ministero, direi che ha compiuto un quadro assolutamente esauriente, dettagliato, estremamente puntuale e pertanto in questi casi resta forse ben poco al difensore, che rischia di ripetersi ciò che è stato detto appunto... di ripetere ciò che è già stato detto dall'organo della pubblica accusa.
Direi che, parlando appunto di collaboratori di giustizia, forse l'elemento costitutivo che caratterizza il collaboratore di giustizia, nel caso si sia macchiato di reati, sono sostanzialmente tre elementi: la dissociazione, una responsabilizzazione di ciò che lo stesso ha compiuto, e un contributo che lo stesso deve evidentemente poi fornire allo sviluppo delle indagini.
Indubbiamente per aversi la figura del collaboratore non è assolutamente necessario che questi elementi sussistano tutti. Ci sono addirittura posizioni che sono state anche archiviate e che comunque hanno visto figure di collaboratori di giustizia. Come addirittura non è assolutamente necessario che si possa collaborare con la giustizia... che per collaborare con la giustizia si debba necessariamente essere ancorché con posizione archiviata, si può essere anche dei semplicissimi cittadini, era quello che un po' l'altra sera il Procuratore della Repubblica, mi sembra di Reggio Calabria, Boemi diceva a una trasmissione televisiva, cioè: il nostro auspicio è quello di poter giungere ad un importante sviluppo delle indagini, ad una chiusura di determinati fatti criminosi attraverso il contributo che il cittadino qualsiasi possa dare a una vicenda criminale.
Ovviamente noi oggi siamo costretti a avvalersi dei collaboratori di giustizia proprio perché ancora è particolarmente importante e sentita tutta la tematica dell'omertà che evidentemente ci impedisce uno sviluppo articolato e positivo di determinate indagini. Ed ecco che quindi siamo, come dire, un po' costretti al contributo del collaboratore di giustizia che, una volta facente parte di determinate organizzazione e dissociatosi da queste, oggi può fornire dall'esterno quello che è il suo contributo.
E allora bisogna dare una valutazione a questo contributo. Il contributo, o un apporto contributivo che dir si voglia, ha una sua definizione addirittura nel vocabolario italiano, non importa attenersi a termini tecnici o termini giuridici. É un'offerta individuale per la realizzazione di un fine.
Detto questo è già dato estremamente significativo. Cioè non è necessario, secondo chi vi parla, che poi su questa offerta individuale debba essere compiuta una valutazione sul quantum in realtà. Cioè sul pacchetto, su ciò che di fatto il collaboratore ha, come dire, rappresentato.
Perché dico questo? Perché se fosse così, si rischierebbe di creare delle discriminazioni rispetto a chi offre un contributo minimo; rispetto a chi,appunto, invece un contributo per un ruolo evidentemente più importante, più interessante, più pregnante, può offrire diversamente all'altro.
E attraverso, direi, due operazioni, una delle quali è stata rappresentata in maniera molto chiara dal Pubblico Ministero: cioè l'isolamento di quel determinato contributo per esempio fra più soggetti. Cioè, lo stesso fatto che può essere rappresentato da più soggetti che si accingono a collaborare, non per questo può essere sminuito laddove un soggetto lo riferisce per secondo, per terzo e via discorrendo. Sennò si opererebbe, appunto, quella discriminazione che la normativa non ha assolutamente inteso segnalare.
Come del resto è assolutamente importante che questo contributo debba essere analizzato, come dire, in senso stretto, cioè deve essere operata una valutazione in astratto.
Portando un esempio estremamente semplice: se io dispongo di 100, l'importante è che, dal momento in cui io mi accingo a collaborare, ho fra quel 100 che io ho sul tavolo; se disporrò di 1000, mi è richiesto di portare 1000, e così via.
Quindi non possiamo sostenere, in sostanza, una discriminazione fra contributi offerti. Dal momento in cui le condizioni sono quelle della dissociazione della responsabilizzazione sui propri fatti e ovviamente successivamente si giunge a offrire un contributo, quel contributo è ciò che mi è sufficiente, come dire, per conclamare, per richiedere quella che è una legislazione premiale, attenuata, come vogliamo definirla.
Quindi qualsiasi, come dire, valutazione sul tipo di contributo più o meno che possa essere fatto sui collaboratori di giustizia rischia, secondo me, di essere un po' una forzatura. Noi dobbiamo... Tant'è che in qualità di difensore di Di Natale, io non ritengo di dover spendere una parola di più su quello che è il contributo che Di Natale ha offerto alle indagini.
Il contributo c'è stato, lo hanno dimostrato i fatti, la disamina del Pubblico Ministero e comunque delle 170 udienze che si sono celebrate lo hanno conclamato in maniera assolutamente netta; pertanto qualsiasi valutazione qualitativa sul contributo offerto dal Di Natale non compete, secondo chi vi parla, a questo difensore.
Pertanto, una volta che noi prendiamo atto che questo contributo c'è stato, noi non possiamo fare altro che, affermandolo, richiedere appunto quella che è la applicazione di una normativa attenuata, o premiale.
Direi che sul punto io, sulla posizione del contributo offerto, mi sembra che ci sia ben altre parole da... poche parole da spendere. Direi che l'unica cosa che posso sottolineare è, associandosi ovviamente alla richiesta di assoluzione da parte del Pubblico Ministero per la realtà di via Palestro relativamente alla posizione Di Natale.
Come si è evidenziato in maniera netta, Scarano nega di aver mai detto a Di Natale che una determinata azione criminale doveva essere compiuta su Milano. Il Pubblico Ministero ha rappresentato in maniera molto chiara quello che è stato - così come lo ha definito il P.M. - appunto, il gigantismo di Di Natale, cioè una sorta di globalità nella quale in sostanza ci ha inserito tutto. Cioè il famoso concetto per cui tutti i carichi di esplosivi transitavano necessariamente da casa del Di Natale. In realtà, quando poi si va a osservare quello che è stato detto da Scarano, che peraltro è stato ritenuto credibile per più considerazioni, Scarano è stato sia accusato di omicidi direi insospettabili- dice che non ha in sostanza rappresentato alcunché al Di Natale circa questo evento che doveva compiersi su Milano- evidentemente è come se mettesse un po' in crisi, quasi a contrario quello che è il fatto stesso. Cioè, c'è... A quel punto si parla di un ipotetico contributo, ma non è certo. E proprio in questa mancanza di certezza, perché appunto manca una sorta di riscontro a quello che Di Natale dice, da parte di altro soggetto che invece ha rappresentato certe situazioni, è ovvio che evidentemente non consente di poter affermarsi una responsabilità in tal senso.
Pertanto io ritengo quindi di concordare col Pubblico Ministero, relativamente alla posizione Di Natale per la assoluzione circa i fatti di via Palestro e relativamente a ciò che sono state le mie conclusioni, mi riporto alle stesse poc'anzi segnalate. Grazie.
PRESIDENTE: Grazie a lei, avvocato.
Chi può parlare adesso?
ISPETTORE Rosati: Signor Presidente, chiedo scusa.
PRESIDENTE: Prego.
ISPETTORE Rosati: Qui da L'Aquila. Senta...
PRESIDENTE: Ascolto.
ISPETTORE Rosati: Il detenuto qui presente, Spatuzza Gaspare, intende rinunciare a proseguire la presenza dell'udienza.
PRESIDENTE: La Corte prende atto della rinuncia e autorizza l'allontanamento dell'imputato da quella saletta e la fine del collegamento con L'Aquila, una volta che non sono presenti in quella saletta altri imputati.
ISPETTORE Rosati: La ringrazio.
PRESIDENTE: Prego.
ISPETTORE Rosati: Infatti in questa saletta non è presente nessun altro imputato.
PRESIDENTE: Va bene così.
ISPETTORE Rosati: Buongiorno.
PRESIDENTE: Buongiorno.
Ascoltiamo allora l'avvocato Li Gotti, difensore di Brusca Giovanni.
(segnale di scollegamento)
*AVVOCATO Li Gotti: Preliminarmente, signor Presidente e signori della Corte, ad integrazione delle argomentazioni che io svilupperò, deposito ex articolo 121 una breve dichiarazione che mi ha fatto pervenire il mio assistito, dichiarazione rilasciata ovviamente nella struttura carceraria con firma autenticata dal direttore dell'istituto. Da intendere, questa dichiarazione, allo stesso livello della dichiarazione spontanea che l'imputato può rendere in qualunque fase del processo e comunque allegata ad una mia brevissima memoria introduttiva, sicché in ogni caso, ex articolo 121, riterrei la stessa acquisibile da parte della Corte.
PRESIDENTE: Mi chiedevo avvocato...
AVVOCATO Li Gotti: (voce fuori microfono)
Sì.
PRESIDENTE: ...se può dare lettura di questa dichiarazione.
AVVOCATO Li Gotti: Sì, gliela do... Posso darla... La do subito, oppure...
PRESIDENTE: Come lei ritiene meglio.
AVVOCATO Li Gotti: In ogni modo posso darla subito e poi la richiamerò nel corso della mia discussione.
Viene accompagnata, questa dichiarazione di Brusca Giovanni, da una mia brevissima memoria concepita in questi termini:
"Signor Presidente, l'imputato Giovanni Brusca mi ha consegnato l'allegata sua dichiarazione con sottoscrizione autenticata dalla Direzione della Casa Circondariale di Roma-Rebibbia diretta alla Corte. L'oggetto della dichiarazione attiene a uno specifico punto sviluppato nella requisitoria dei signori Pubblici Ministeri, al fine di collocare nel tempo il cosiddetto chiarimento tra il suddetto imputato Brusca e il coimputato Leoluca Bagarella. Il punto è di rilievo poiché alla giusta collocazione nel tempo è collegato, nella prospettazione dei requirenti, il coinvolgimento o meno del Brusca nel disegno e pratica criminale oggetto del giudizio."
PRESIDENTE: Mi scusi, avvocato. Se si potesse avvicinare un po' di più.
AVVOCATO Li Gotti: Sì.
PRESIDENTE: Perché non penso soltanto a noi che siamo presenti in aula, ma anche agli imputati che partecipano al diba...
AVVOCATO Li Gotti: Certo.
PRESIDENTE: Se vuole si può anche accomodare. Se le viene più comodo si può accomodare.
AVVOCATO Li Gotti: Se così dovesse risultare sufficiente, ecco, preferirei.
PRESIDENTE: Preferisce... La ascoltiamo.
AVVOCATO Li Gotti: La dichiarazione del Brusca è nei seguenti termini:
"Signor Presidente, sono Giovanni Brusca e voglio fornire una precisazione che ritengo molto importante per la mia responsabilità. Nel 1993 i miei rapporti con Leoluca Bagarella si erano raffreddati. La causa era in tanti piccoli fatti e in due fatti più importanti. I due fatti più importanti sono: l'attentato al giornalista Costanzo e la scomparsa di Vito Mutari.
L'attentato a Costanzo, Bagarella l'ha fatto anche se io avevo detto di sospendere.
Per la scomparsa del Mutari, gli "alcamesi", d'accordo col Bagarella, non volevano darmi notizia.
A causa di questi fatti e di tutti gli attentati che erano stati fatti, io ho un incontro con Bagarella per un chiarimento.
Sono sicuro, come ho già detto, che l'incontro è avvenuto nel mese di settembre. Il luogo dell'incontro è stato stabilito da Mico Farinella. Io in quel periodo mi rivolgevo a lui per gli appuntamenti con Bagarella. Il luogo dell'incontro è stato in una campagna nella disponibilità di Mico Farinella e nel territorio di San Mauro Castelverde. Sia Cefalù che San Mauro Castelverde fanno parte dello stesso mandamento de Le Madonie, con capo-mandamento Giuseppe Farinella, padre di Mico Farinella e reggente, essendo il padre in carcere. Cefalù e San Mauro Castelverde distano 15-20 chilometri.
É stata sempre una precauzione quella di evitare di fare appuntamenti nello stesso posto dove si faceva la latitanza. Ad esempio: io ho un incontro a maggio con Bagarella nella casa dell'avvocato Musotto, a Finale di Pollina, sempre nel mandamento di San Mauro Castelverde, o Madonie, ma Bagarella non era latitante in quella casa, ma in qualche altro posto del mandamento.
La stessa cosa è successa a Tullio Cannella, con appuntamento con Bagarella nella casa dell'avvocato Musotto, ma Bagarella non era latitante in quella casa.
Quando Bagarella era latitante nel territorio di Cefalù, io ho avuto appuntamenti in diversi posti: a Lascari, in una stalla alla periferia di Pollina, a San Mauro Castelverde, Campofelice e nel villaggio di Tullio Cannella, credo Euromare, ma quando Bagarella non abitava come latitante in quel luogo, ed esattamente nella casa di Antonino Mangano, mentre Bagarella faceva il latitante in un altro luogo.
Anche io per gli appuntamenti cercavo posti vicini, qualche volta anche lontani dal posto dove abitavo, ma mai nello stesso posto dove abitavo.
Quindi quando io ho avuto il chiarimento a San Mauro Castelverde con Bagarella, non vuol dire che Bagarella era latitante in quel posto, che era in campagna e vicino ad un casale diroccato.
Ho voluto dare questo chiarimento perché può aiutarvi a decidere.
Con rispetto, 15 aprile '98, Giovanni Brusca."
PRESIDENTE: Grazie avvocato.
AVVOCATO Li Gotti: L'importanza o il rilievo, diciamo il rilievo, che questa dichiarazione del Brusca potrà avere nell'economia del processo cercherò di individuarlo nel corso della mia discussione.
Signori della Corte, Signor Presidente, è impossibile non essere d'accordo con i signori Pubblici Ministeri, con i requirenti, quando essi all'inizio della loro discussione vi hanno detto che voi siete chiamati a scrivere una pagina della storia di questo paese.
Impossibile non condividere questa introduzione che ha sicuramente un aspetto solenne e quasi ridondante, ma che corrisponde alla realtà dei fatti. Perché mai, come per le vicende delle quali noi ci stiamo occupando, si era assistito ad una aggressione allo Stato sistematica, violenta, finalizzata a piegare lo Stato e a farlo retrocedere rispetto al suo dovere e potere di applicare la legge.
E sicuramente questa vicenda della quale noi ci stiamo occupando, della quale voi vi state occupando da numerosissime udienze - mi pare che siano 170 - consentirà di dare una risposta giudiziaria a queste vicende.
Poteva e doveva dare, questo processo - ma questo non dipendeva da voi, era l'occasione - anche una... rappresentare una bruciante rappresentazione di questa terribile realtà che noi, come cittadini contemporanei di queste vicende, abbiamo vissuto. Questa finalità che non dipendeva dalla Corte, dall'impegno dei Giudici, dall'impegno dei requirenti, dall'impegno delle parti, in effetti non ha fatto breccia nel Paese.
Aveva, d'accordo, aveva perfettamente ragione, ha perfettamente ragione l'avvocato Falciani quando si dice: questo Paese è un Paese distratto, insofferente, che rifiuta la memoria e la consapevolezza; che si estranea a se stesso.
Noi siamo un Paese passionale ed emotivo, ma non siamo un grande Paese.
Noi viviamo una perenne contraddizione.
Sino a pochissimi anni fa non esisteva per i fatti di criminalità organizzata una risposta giudiziaria al crimine e, giustamente, il Paese recriminava per questa mancanza di risposta giudiziaria; non c'erano i processi.
Nel momento in cui c'è la risposta giudiziaria al crimine, siamo diventati insofferenti alla risposta giudiziaria, cioè non gradiamo i processi.
E questo avviene perché in questo Paese - purtroppo le parole pesano moltissimo e sulle parole si costruiscono, poi, i fatti - in questo Paese ha vinto la battaglia delle parole e quindi dei concetti, quel capovolgimento della realtà; per cui in Italia esiste un problema Giustizia e non esiste un problema criminale.
Impostazione capovolta della realtà, ma è strumentale rintrodurre quel sottotema, che è in fondo il tema dominante di questi anni, che falsamente viene impostato e viene prospettato con un titolo: "il rapporto tra la politica e la Giustizia", quando invece il vero titolo era "il rapporto della politica con la criminalità".
Una attenta attenzione alla risposta giudiziaria avrebbe consentito di non dimenticare che in questo Paese esiste un problema criminale.
Una sistematica disattenzione per la risposta giudiziaria ha consentito questo irruente ingresso nel dibattito della "questione Giustizia" con obliterazione della "questione criminale".
Questo processo stava a dimostrare, sta a dimostrare, invece, che noi - e siamo i contemporanei - viviamo una questione criminale pesantissima.
Diceva il Pubblico Ministero in una delle diverse occasioni in cui abbiamo avuto modo - io mi riferisco indifferentemente al Pubblico Ministero, senza attribuire ai due rappresentanti della Pubblica Accusa l'una o l'altra affermazione - diceva il Pubblico Ministero che il lavoro degli inquirenti nella fase delle indagini deve essere contrassegnato dalla fantasia e nella fase delle conclusioni dalla geometria.
É una impostazione giustissima che viene poi concretamente applicata nello sviluppo della loro ricostruzione, nelle impostazioni che essi hanno dato a questa causa.
La impostazione dei requirenti è sintetizzabile in tre punti che attengono al metodo e anche agli obiettivi del loro lavoro.
Che cosa vi hanno detto?
Il P.M., innanzitutto, ha avvertito che è necessaria in questo processo la giusta comprensione del, virgolette: "linguaggio concettuale e comprensione dei modelli di ragionamento assolutamente inconsueti".
Vi hanno, altresì, avvertito della difficoltà di poter scindere dentro a questo processo i fatti dalla loro interpretazione; non da quella che noi diamo ora, ma da quella che è stata segnata a suo tempo in quel particolare contesto dai protagonisti di quegli stessi fatti.
Il terzo punto propedeutico del loro lavoro essi lo hanno sintetizzato nella: necessità di individuazione dei processi individuali, intesi come il combinarsi di determinate iniziative personali con l'oggetto di queste stesse iniziative. In altri termini, che il percorso decisionale è stato battuto da determinate persone, piuttosto che da altre.
Io intendo ripercorrere la medesima impostazione dei requirenti - che ho reputato e reputo corretta e persuasiva - richiamando la vostra attenzione su alcuni dei tasselli del mosaico da essi costruiti con la loro requisitoria, perché ovviamente la mia discussione dovrà avere una angolazione del tutto particolare essendo il mio compito quello di mettere a fuoco alcuni passaggi della posizione di Giovanni Brusca.
Diciamo che sulla impostazione che i signori requirenti hanno dato, noi possiamo convenire per affermare che, rispetto a quasi tutti - io penso a tutti - gli altri processi relativi ai crimini di Cosa Nostra, in questo processo non c'è assolutamente traccia di richiami ai teoremi.
Essi lo hanno detto ed è vero.
Purtroppo - forse è eccessivo, anche qui, il "purtroppo" - ma comunque, nel corso degli anni, ci si è molto... non dico adagiati, ma si è molto utilizzato una struttura processuale che ha un nome ben definito: era il cosiddetto "teorema" che per molti anni e continua ancora adesso in molti casi ad essere la base, come struttura portante, dei processi.
Hanno detto i requirenti - ecco la fantasia della fase delle indagini, poi trasfusa nel capo di imputazione - che c'era l'intuizione, virgolette: "che il processo ideativo, deliberativo, esecutivo delle stragi, avrebbe attraversato Cosa Nostra in verticale, interessando solo alcuni mandamenti."
Ora, sicuramente sarebbe stato più comodo utilizzare la struttura processuale sperimentata in tanti altri processi: applicazione del teorema e quindi responsabilità dei vertici di Cosa Nostra, considerando Cosa Nostra una associazione, società di vertici, un consiglio di amministrazione. Una impostazione che non teneva, che non avrebbe però tenuto conto della evoluzione che si era verificata nella organizzazione Cosa Nostra con l'avvento di gruppi egemoni.
Il gruppo, in particolare, dei "corleonesi" che, dopo la guerra di mafia, aveva applicato e stravolto, nello stesso tempo, alcune regole; divenendo, assumendo questo ruolo di guida e di controllo dell'intera organizzazione.
Situazione che avranno poi... egemonia che avrà poi dei riverberi anche in questo processo.
Io ritengo valido il metodo di lavoro di costruzione, di ricostruzione dei fatti, individuazione delle responsabilità, affrancato dai teoremi. Perché ritengo che la ricostruzione dei fatti sia l'unico strumento di verifica della dimensione soggettiva della imputazione. Ed i tasselli di questo mosaico costruito, sui quali io richiamerò l'attenzione, sono esclusivamente quelli relativi ad alcune considerazioni e conclusioni giuridiche di fatti ricostruiti.
Tre sono i tasselli fondanti - per la mia ottica di difensore dell'imputato Giovanni Brusca - tre sono i tasselli fondanti inseriti in questo mosaico convincente fornito dagli inquirenti.
É un virgolettato tratto dalla requisitoria dei signori Pubblici Ministeri.
Uno: "Dalla vicenda Bellini si estrarranno due elementi: la individuazione di un obiettivo inedito e quella che io chiamo opzione criminale debole. Per opzione criminale debole mi riferisco a quella pratica della minaccia e della intimidazione che ha avuto, come suo momento di concretizzazione, l'episodio di Boboli dell'ottobre del 1992.
Come individuazione dell'obiettivo, invece, mi riferisco, com'è evidente, al patrimonio dello Stato, il patrimonio storico, artistico, eccetera."
Due: "Dalla vicenda della trattativa del cosiddetto 'papello', estrarremo una opzione criminale forte; quella cioè che si propone di proseguire in azioni criminali di carattere distruttivo, con tecniche stragiste e che si concretizzerà nel progetto di eliminare con un'autobomba un magistrato a Monreale."
(voce fuori microfono)
AVVOCATO Li Gotti: Prego.
PRESIDENTE: Avvocato, mi scusi...
AVVOCATO Li Gotti: Prego.
PRESIDENTE: Da Viterbo non riescono a vederla bene e lei dovrebbe spostarsi un po' verso la sua destra, mi pare di capire.
Evidentemente hanno interesse di vederla, di vederla meglio.
AVVOCATO Li Gotti: Non so, se va bene così...
PRESIDENTE: Immagino di sì.
Ora, appena inizierà a parlare, la vedremo anche noi nel riquadro e le posso dire se è più centrale.
AVVOCATO Li Gotti: Va bene.
La conclusione su questi due punti, su questi due tasselli, dei requirenti, era che da "Bellini" - Bellini ovviamente tra virgolette - e dal "papello", deriva oggettivamente - oggettivamente - un contributo alla definizione del disegno criminoso stragista.
Terzo tassello. Primo tassello, Bellini; il secondo, la trattativa; sintesi dei due tasselli.
Terzo tassello. Il terzo tassello è di ordine temporale.
"Dopo l'arresto di Salvatore Riina vi è con certezza una fase di chiara indeterminatezza che si concluderà il 1 aprile 1993 con la riunione riferita da Sinacori."
Domanda: cosa accade nei 45 giorni che intercorrono dall'arresto di Salvatore Riina, 15 gennaio 1993, alla riunione del 1 aprile?
Noi, da Giovanni Brusca, abbiamo appreso che il primo proposito, all'indomani dell'arresto di Salvatore Riina, è quello del proseguimento nella strategia di eliminazione fisica; quella strategia che era stata discussa l'anno precedente, fine febbraio 1992, all'indomani della sentenza della Cassazione.
Ed è la strategia che inizia con l'eliminazione di Lima, la strage di Capaci, la strage di via D'Amelio, i progetti che riguardavano il questore La Barbera e i politici Mannino, Vizzini, Purpora; e il progetto Costanzo.
Quindi, all'indomani dell'arresto di Salvatore Riina, il primo proposito è quello di portare avanti quel progetto studiato e già attuato nel corso del 1992; e poi bloccato nella speranza che aveva Cosa Nostra di raggiungere degli obiettivi di riforma legislativa ed altro: modifica del 41-bis, revisione della Legge Rognoni-La Torre, eccetera.
Dice Giovanni Brusca che su questa ripresa di completamento del progetto di eliminazione fisica vi era l'accordo di Bagarella, di Graviano e di Messina Matteo Denaro.
Tanto è vero che vengono ripresi, in questa fase, i contatti con i "catanesi" finalizzati all'eliminazione di Maurizio Costanzo. E sul punto, vi è conferma di Pulvirenti, di Avola e di Malvagna.
Stiamo parlando del periodo 16 gennaio-1 aprile '93.
Dicono i requirenti, infatti: "Quindi siamo in un momento in cui è apprezzabile, per dati di fatto concreti, un'intesa programmatico-operativa da parte di Bagarella e Brusca.
Su questo punto vi è l'ulteriore conferma di Gioacchino La Barbera che ha riferito che alla fine di gennaio o inizi di febbraio c'è unità di intenti nel rapporto Brusca e Bagarella."
In questa fase temporale, l'altro elemento - questo è il proposito iniziale - l'altro elemento che si coglie è una indecisione ed un distacco da parte dei cosiddetti "palermitani" da questo progetto di prosecuzione di un piano giù deliberato l'anno precedente. I "palermitani" non erano molto vogliosi nelle aspettative siciliane.
Quando parliamo di "palermitani" intendiamo riferirci, intendo riferirmi, alle posizioni, alle persone di Cancemi Salvatore e Ganci Raffaele.
Tanto è vero che è lo stesso Brusca che introduce, in questa fase temporale, l'ulteriore discorso che può affiancarsi o in quella fase sostituire il progetto di eliminazione fisica che è quello di compiere azioni dimostrative al Nord per colpire il turismo.
A questa proposta, che Brusca aveva mutuato da una serie di ragionamenti che noi conosciamo e che non intendo ripetere, la risposta di Cancemi e di Ganci è: "poi ne riparliamo".
Il terzo elemento che caratterizza questa fase, cioè i 45 giorni dall'arresto di Riina, alla riunione del 1 aprile 1993, è un fatto nuovo che ha un grande rilievo. Perché i modelli di ragionamento e i modelli concettuali inconsueti, ma che noi dobbiamo utilizzare per capire, quel richiamo all'avvertimento iniziale fattovi dai requirenti.
Avviene che, alla presenza di Bagarella - in una riunione, se non sbaglio, a Santa Flavia - Gioè Antonino ventila l'ipotesi di un allontanamento temporaneo dalla Sicilia. Si pensa ad un trasferimento a Santo Domingo. Trattasi certamente di idea vaga, ma significativa, che provoca una reazione di Bagarella.
Ora noi dobbiamo chiederci: questo episodio può avere avuto una incidenza nel rapporto Brusca-Bagarella?
É una di quelle domande, di quei perché lasciati in parte in sospeso dai requirenti.
Perché nasce l'attrito ed il contrasto? che è grave, che è grave, proprio mutuando quelle regole di ragionamento, quei modelli di ragionamento e di comportamento in Cosa Nostra, vedremo che si tratta di segnali gravissimi nel rapporto tra i due.
Noi possiamo rispondere affermativamente sul fatto che quella vaga idea, vaga nel senso che non si è ancora concretizzata, di un allontanamento temporaneo dalla Sicilia, un trasferimento a Santo Domingo, ebbe sicuramente una incidenza nel rapporto.
Noi abbiamo un altro fatto che ci aiuta a capire il linguaggio concettuale cui faceva riferimento il Pubblico Ministero e i modelli di ragionamento assolutamente inconsueti.
Abbiamo un episodio, significativo ed emblematico del loro modo di ragionare. É un episodio che è del giugno del 1994 che ci è stato riferito da Brusca e che è riscontrato.
Si celebra a Reggio Calabria il processo per l'assassinio del sostituto procuratore generale Scopelliti.
In una pausa della celebrazione del processo in una pausa di udienza, Salvatore Riina, dalla sua gabbia, esterna alcuni concetti, in parte ripresi dalla TV, in parte ripresi da giornalisti, quindi riportati dalla carta stampata.
Concetti leggeri per noi. In fondo fa quattro nomi. Critica il ruolo di Arlacchi, di Caselli, di Violante.
Noi sentivamo questo, un discorso banale che hanno riproposto in TV un sacco di altre volte, quindi probabilmente anche voi lo avrete presente. Ma questo è l'episodio che noi coglievamo.
Ecco come ce lo riferisce il Brusca all'udienza del 13 gennaio '98: "Ci sarebbe da uccidere Violante, Caselli." Commenta Agostino Lentini: "Ma cosa sta dicendo?"
Continua Brusca che: "Peppe Ferro presenta alla frase di Lentini, 'ma cosa sta dicendo', al solito va da Leoluca Bagarella e gli racconta il fatto.
Leoluca Bagarella voleva la testa di Agostino Lentini perché aveva criticato questo fatto.
Io so che non viene ucciso Agostino Lentini perché il discorso era finito lì, però Agostino Lentini mi avverte di questo fatto e dico: 'guarda, non ti preoccupare, non ci sono problemi'. Non ci sono problemi nel senso che se avrebbero toccato Agostino Lentini, io non avrei avuto la reazione; che subito io sarei andato a casa, proprio a casa di Peppe Ferro, lo sarei andato a cercare e di ucciderlo. E poi chi prendeva le sue parti.
Quindi, quando io dico certe volte scontro con Bagarella, questo poteva essere uno scontro con Bagarella.
Che succede? Succede che poi vengo a sapere nel '95 che Agostino Lentini non è morto per volontà di Messina Denaro Matteo, perché se era per Bagarella e Peppe Ferro quello doveva morire perché aveva criticato le parole di Riina."
Allora è chiaro che è un modello concettuale, è un metodo di ragionamento inconsueto per noi.
Un commento, una frase banale. E un commento banale, per noi, di Lentini: "Ma cosa va dicendo?", aveva messo in moto tutta una serie di reazione nella organizzazione che avrebbero potuto determinare l'eliminazione fisica di Agostino Lentini; la reazione di Brusca, che avrebbe ucciso Ferro perché era andato a riferire a Bagarella questo commento. Non solo, ma Brusca era pronto a prendere i provvedimenti, che significa uccidere, colui che avesse difeso Peppe Ferro, cioè Bagarella.
Allora, se il metodo di ragionamento, i modelli concettuali e i metodi di ragionamento inconsueti - perché questo per noi è inconsueto - dobbiamo e siamo in grado anche di capire che significò per Bagarella quella frase di Nino Gioè: "Andiamocene a Santo Domingo. Perché non ci allontaniamo?", e la sua risposta: "Finché c'è l'ultimo 'corleonese', di qua non si muove nessuno."
Comprendiamo benissimo che significò per quei modelli concettuali, per quei metodi di ragionamento, quel momento di debolezza.
Ecco perché si diventa "miserabili" ecco perché Giovanni Brusca diventa "il miserabile". Perché un suo amico, Nino Gioè, aveva detto: 'chissà se è il caso di allontanarci temporaneamente dalla Sicilia'.
Applicando e individuando e comprendendo il metodo di ragionamento, di comportamento, noi riusciamo a capire lo spessore di alcuni episodi che diversamente noi non riusciremmo a cogliere e collegarli, collocarli nel posto giusto.
La riunione del 1 aprile 1993 riferita da Sinacori. Dicono i requirenti: "La data del 1 aprile 1993 ha un significato particolare nel processo, perché è la data alla quale può dirsi definita la deliberazione di attuare una 'campagna stragista' di attentati nel Continente."
Dicono ancora i P.M. che:
"Da Sinacori apprendiamo che ad un momento si verificò una frattura tra Brusca e Bagarella e si rafforzò l'asse Bagarella-Graviano.
Alla riunione del 1 aprile 1993 - come riferisce Sinacori - partecipano Matteo Messina Denaro, Giuseppe Graviano, Leoluca Bagarella."
Per il requirente questa è la riunione per effetto della quale cessa il dibattito intorno al disegno criminoso stragista ed inizia la fase preesecutiva del disegno criminoso di strage.
E due risposte positive ritiene giustamente di cogliere il requirente da questo passaggio della vicenda.
"Positiva la risposta in ordine al fatto che vi è continuità nel disegno criminoso, sia nell'enunciazione, quindi nel programma deliberato. Risposta positiva al fatto che all'interno di Cosa Nostra si sono effettivamente sviluppate delle dinamiche. Risposta positiva, ancora, al fatto che all'interno di Cosa Nostra si sono verificate delle identificazioni e quindi delle differenziazioni di atteggiamento, di orientamento, in ordine al disegno criminoso stragista.
Alla riunione" - è un virgolettato - "del 1 aprile '93 partecipano, o devono partecipare, solamente i soggetti che consentono sull'attuazione del disegno criminoso stragista.
La riprova di questa affermazione è molto semplice: alla data del 1 aprile 1993, Brusca è già stato messo fuori gioco, 'Brusca il miserabile' che nemmeno è convocato per partecipare a questa riunione. Brusca fa parte dello schieramento dei 'miserabili' alla data del 1 aprile 1993. 'Brusca il miserabile', a questa data, al pari di Salvatore Cancemi, di Michelangelo La Barbera, di Raffaele Ganci.
Questo tassello, relativo alla riunione del 1 aprile '93, a significato di quella riunione delle presenze e delle assenze, è ulteriormente rafforzato dall'altro dato rappresentato dalla riunione a Bagheria che viene riferita da Giuseppe Ferro e collocata nel giugno del 1993, presenti Messina Denaro, Bagarella, Ferro, Calabrò e Graviano.
Come riferisce Giuseppe Ferro, da questa riunione del giugno del '93 si possono enucleare tre proposizione dalle esternazioni di Leoluca Bagarella."
Prima esternazione:
"Quanto è successo appartiene" - virgolette - "a situazioni delle quali non si deve parlare con nessuno, nemmeno con gli amici più intimi. Il che vuol dire volere esplicitamente dire che dell'avvenuto non si doveva in alcun modo mettere al corrente Giovanni Brusca."
Due - virgolette -:
"Da questo momento ognuno rispetti i suoi limiti territoriali. Il che vuol dire, per Ferro: Brusca ad Alcamo non conta più niente."
Il commento del requirente è giustamente nel termine che queste due proposizioni sono coerenti con il giudizio di miserabilità che ormai seguiva la posizione di Brusca in Cosa Nostra.
Terza proposizione, enucleabile dalla riunione del giugno del '93:
"Riferisce Bagarella: 'mio cognato non ha preso impegni con nessuno. Quanto sta succedendo, non si deve dire a nessuno'. Questa è l'interpretazione che può darsi Riina stabilì come linea di azione, per la quale non era condizionato da vincoli o da impegni nei confronti di alcuno."
Allora noi dobbiamo porci, a questo punto, una domanda, domanda che si è posto il signor Pubblico Ministero: è affidabile il racconto di Sinacori sulla riunione del 1 aprile 1993?
La risposta che ne ha dato il requirente è in senso positivo, con questa motivazione, ecco il modello di ragionamento che in quel momento si coglie e che riguarda la riunione e i ragionamenti che intorno ad essa si fanno:
"É il momento - 1 aprile '93 - in cui si vara una decisione rispetto alla quale l'assenza di Brusca non può essere valutata come l'assenza di un qualsiasi altro soggetto. Se è spiegabile l'assenza di Cancemi, di Ganci, di La Barbera, perché dissidenti, l'assenza di Brusca oltranzista è perché è un 'miserabile', Brusca è la persona del voltafaccia."
Tanto è vero che il requirente conclude dicendo:
"Si era ormai aperta una forbice, e la forbice aperta alla massima..." - forbice nel rapporto Bagarella-Brusca - "e la forbice aperta alla sua massima estensione al momento in cui Bagarella disporrà che Ferro Giuseppe mantenga il silenzio su quanto sta avvenendo con tutti ed in particolare con Brusca, ed in primo luogo con Brusca."
Anche questo è un virgolettato.
Questa situazione è ulteriormente rafforzata proprio dall'episodio gravissimo dell'attentato a Maurizio Costanzo. Il requirente si esprime in termini di "singolare situazione". É vero, in una singolare situazione.
Noi sappiamo - e ve lo ha ricordato il Pubblico Ministero - che Brusca sul punto è stato verificato per accertamenti fatti successivamente alle sue dichiarazioni.
"Il suo racconto, verificato, è che a seguito dell'arresto di Nino Gioè e a seguito della circostanza che gli inquirenti fecero ascoltare le registrazioni delle intercettazioni di via Ughetti al Gioè, il Nino Gioè, tramite il fratello Mario col quale aveva avuto due colloqui - uno il 10 aprile e l'altro l'8 maggio - fa sapere a Brusca, come riferisce il Brusca: 'il discorso di Costanzo è fuori'; che significava: non procedere perché c'è il rischio che eseguito il progetto di attentato, proprio perché in quelle intercettazioni c'era un chiaro riferimento all'attentato, era semplice, sarebbe stato semplice il collegamento tra l'attentato e i suoi autori."
Così viene sintetizzato tutto il discorso dal Pubblico Ministero. Brusca, però... ecco i modelli di ragionamento che noi dobbiamo comprendere, Brusca risponde, proprio in questa aula: 'sì, per l'italiano sono queste le parole che si devono adoperare, per noi bastava dire: il discorso è fuori'.
Saputo il discorso di Gioè, Brusca - come hanno correttamente ricostruito i Pubblici Ministeri - va a chiedere a Bagarella di togliere il piede dall'acceleratore nell'esecuzione di questa campagna di attentati, senza sapere che le decisioni sono state già prese dal 1 aprile, perché dal 1 aprile Brusca è fuori dalle decisioni. La riunione del 1 aprile riferita dal Sinacori vede l'assenza di Brusca.
Brusca va da Bagarella invece in epoca successiva, il colloquio di Gioè con il fratello Mario è o dell'8 aprile o del 10 maggio.
"Quindi, Brusca va a parlare con Bagarella, giustamente" - come dice il Pubblico Ministero - "senza sapere che le decisioni sono state già prese dal 1 aprile in sua assenza.
Brusca è fuori tempo massimo, ecco perché l'attentato viene fatto lo stesso, Brusca è arrivato tardi, Brusca è già fra i "miserabili" da tempo e non lo sa."
Prosegue il Pubblico Ministero:
"Brusca non si è nemmeno reso conto che quando è andato a chiedere a Bagarella di sospendere l'esecuzione dell'attentato di Costanzo era già fuori gioco. Contava, per le decisioni che Bagarella e gli altri avevano assunto, meno di quanto contava un qualsiasi altro uomo di Cosa Nostra."
É giusto, è giusta questa osservazione, perché diversamente è impensabile che alla frase di Brusca di sospendere l'attentato per il discorso riferitogli dal Gioè tramite Mario Gioè, il Bagarella avesse potuto rispondere: 'sì, sì', nel senso: 'sì, sì sospendiamo'.
Solo se si mantiene la formalità di un rapporto, che nella sostanza è cambiato, è pensabile che un capomandamento - perché Brusca era reggente del mandamento di San Giuseppe Jato - possa andare da chi ancora non è neanche capo di un mandamento - perché il capomandamento di Corleone è Provenzano - possa andare da Bagarella a proporre - però è il cognato di Salvatore Riina - a suggerire la sospensione dell'esecuzione dell'attentato a Costanzo e che gli venga risposto: 'sì, sì'.
Ora, questo sta a significare... consente, questo fatto, di fare due ulteriori riflessioni; una è quella che vi ho poc'anzi fatto, e cioè che i rapporti formali continuavano, erano cambiati i rapporti sostanziali; e l'altro elemento che contiene di sviluppare... ritiene... è proprio con riferimento a quell'avvertimento iniziale che vi faceva il Pubblico Ministero di comprensione dei modelli di ragionamento e di comportamento.
Brusca ha riferito che l'esecuzione dell'attentato a Maurizio Costanzo accelerò il mutamento del rapporto con Bagarella e cristallizzò quello che viene chiamato raffreddamento.
Noi sappiamo che da tempo, rispetto a questa conoscenza di Brusca, Bagarella aveva già qualificato Brusca un "miserabile", tenendolo fuori - al pari di Cancemi, Ganci e La Barbera - dalle decisioni.
Ora, l'atteggiamento di Leoluca Bagarella nei confronti di Giovanni Brusca era di notevole pesantezza, pur se si salva il rapporto formale, perché continuano ad esistere interessi comuni, e si incrina il rapporto sostanziale. Perché quando Brusca riferisce in aula: 'mi disse: sì, sì, ora ci fermiamo, ora stiamo attenti, valutiamo, invece cosa che non è successo'; significa: il dialogo formalmente continuava, ma su una base di disprezzo.
E a domanda del Pubblico Ministero in quest'aula:
"Volevo dire, visto che comunque la faccenda lo aveva contrariato e preoccupato, lei, nei giorni successivi, si è posto il problema di presentarsi a Bagarella a chiedergli spiegazioni del perché nonostante la sua richiesta di sollevare il pedale dall'acceleratore, invece era andato avanti senza considerare in alcun modo le esigenze, le sue preoccupazioni?"
Risposta di Brusca:
"No, non ci sono andato, perché non mi sentivo di andarmi ad abbassare a lui dicendo: ma cosa stai facendo, cosa non stai facendo?"
Questi erano i rapporti.
Qui io non chiarisco niente.
'Io mi vado ad abbassare, io reggente del mandamento di San Giuseppe Jato, mi vado ad abbassare a chiedere a Bagarella: perché lo hai fatto?'
Anzi, riferisce Brusca di quell'emblematico colloquio avuto con Bagarella a Pollina, in quella solita casa citata poc'anzi, citata da Brusca nelle sue memorie, e riferita da Brusca che dice:
"Poi più avanti, man mano che andavamo avanti, poi si andava vedendo come stavano i fatti; tant'è vero che mi ci sono incontrato l'indomani mattina a Pollina e abbiamo fatto finta come se l'argomento non esistesse."
"Sì."
A domanda del Pubblico Ministero:
"Come se non fosse successo nulla?"
"Sì. Anzi, abbiamo commentato a dire: come mai? Cioè tipo che l'avrebbero fatto altri estranei, per dire: ma come mai gli hanno fatto l'attentato e non è morto? Cioè parlavamo come se eravamo due caduti dalle nuvole."
Questi erano i rapporti, cioè dialogavano, formalmente, ma su alcuni temi erano, si presentavano "come due caduti dalle nuvole", perché su quei temi c'era il disprezzo, il giudizio, il voltafaccia, c'era lo scontro.
Cioè, era una situazione di strisciante contrapposizione che è in questo periodo - perché siamo sempre in questo periodo - ulteriormente esaltata dalla vicenda relativa alla scomparsa di Vito Mutari, uomo d'onore di Balestrate. Scomparsa - uccisione di Vito Mutari - condivisa da Brusca. Brusca dice: 'doveva essere ucciso'. Era una persona vicina ai cosiddetti "scappati", ai "perdenti", quindi doveva essere ucciso.
"Però" - dice Brusca - "che questo episodio è stato per poter io capire che il gruppo Bagarella e gli 'alcamesi' c'era qualche cosa nei miei confronti. Ma non confronti di prendere precauzione nel senso che mi volevano mettere... nel senso che mi volevano mettere in difetto" - queste sono... la convenzione riguardo alle regole di Cosa Nostra - "mi volevano mettere in difetto ed in difficoltà, che se io andavo a chiedere qualche cosa alle persone di Castellammare - che al solito prima gli hanno amici poi gli danno le pugnalate, cioè queste erano le persone - nel senso che vanno da Agostino Lentini e gli dicono: se viene Giovanni Brusca e ti chiede questa cosa" - cioè la scomparsa di Vito Mutari - "digli di fare il giro. Nel senso che io dovevo andare a chiedere alle persone giuste, regolari, per avere questa risposta."
Cioè, significa rispettare le competenze territoriali e gerarchiche. La domanda diretta non si può fare, bisogna passare rispettando le regole del territorio e gerarchiche.
"Cioè" - prosegue Brusca - "una sorta di punizione. Ma siccome io lo avevo capito, poi Agostino Lentini mi viene a raccontare questo fatto, io quando gli vado a chiedere a loro questo particolare" - perché se Brusca fosse andato a chiederlo si sarebbe messo in difetto, avrebbe violato una regola e quindi passava dalla parte del torto - "quando andavo a chiedergli questo particolare, allora capisco che c'è malumore nei miei confronti e decido di mettere il muro, per dire: va beh, verrà il momento, quando ci sarà che ci dobbiamo..." poi ci sono dei puntini di sospensione.
"Ma Agostino Lentini si allarma di questa situazione." - Agostino Lentini, diffidato da non parlare con Brusca e dire: 'chiedi alle persone giuste, io non so nulla' - "Si mette in allarme quel poveretto, me lo viene a dire.
Quindi sapendo che succedeva questo, io sapevo, loro prevedendo che io potessi andare a chiedere, si mettono, come si suol dire, dietro il bastone e chiudono la porta, per dire: se viene Giovanni Brusca, tu non sai niente, però devi fare... digli di fare il giro."
Domanda il Pubblico Ministero:
"Ma lei con Peppe Ferro di questo fatto di Mutari ne ha parlato?"
É quasi irritata la risposta di Brusca:
"Ma completamente. Io con Peppe Ferro quando ho parlato di Vito Mutari? No, no, non mi è piaciuto questo comportamento, cioè di tenersi chiusi nei miei confronti come se io ero un traditore, o se io non ero degno di sapere quello che dovevo sapere."
Intanto il P.M.:
"Ma lei, quindi, all'epoca venne a sapere o a capire che dietro questa direttiva del silenzio nei suoi confronti c'era Bagarella?"
"Sì, sicurissimo."
"Lei per caso decise di ripagare Bagarella con la stessa moneta?"
"Io ho deciso di ripagare la stessa moneta a Bagarella quando gli uomini di Balestrate o di Alcamo andavano a Partinico per dire: fate il giro. E così ho fatto.
Quando gli 'alcamesi' o quelli di Balestrate andavano a chiedere qualche cosa, qualche decisione, lo ripagai con la stessa moneta. Tant'è vero" - ma guardate queste regole, l'incidenza che hanno sui processi mentali - "che per questo fatto abbia fatto un omicidio, tale Vito Salvia di Partinico, perché era andato" - ecco il torto - "da Vito Coraci a chiedergli alcune spiegazioni di fatti che avvenivano a Partinico."
Ecco la risposta di Brusca. Io devo fare il giro?
Quando Vito Salvia va a chiedere a Vito Coraci alcuni fatti, ma non rispetta la regola della competenza territoriale e della gerarchia, viene ucciso. Ecco la risposta per dire l'importanza che questi modelli di ragionamenti e di comportamento hanno.
Noi, comprendendo questi, come giustamente diceva il signor Pubblico Ministero, potremo capire i fatti del processo.
L'ulteriore domanda che fa il Pubblico Ministero è:
"Con Ferro, diciamo, i rapporti sono diventati in qualche modo difficili?"
Risponde Brusca:
"No difficili, lo trattavo come una persona che non avevo mai conosciuto."
E allora, in questa fase temporale che noi stiamo esaminando, i rapporti tra Giovanni Brusca e Bagarella ed il suo gruppo sono questi. Tant'è vero che la domanda, a consuntivo, posta a Giovanni Brusca in quest'aula dal signor Pubblico Ministero è stata:
"Allora, io metto insieme una serie di fatti, perché poi il periodo storico è lo stesso, mi basta mettere insieme due fatti.
Allora, nella primavera del '93 si verifica che lei chiede a Bagarella di soprassedere sull'eliminazione di Costanzo. Bagarella le dice: 'va bene', e poi l'attentato viene fatto lo stesso.
Secondariamente si verifica questa situazione ad Alcamo che ha come suo fatto più significativo l'eliminazione di questo Mutari, e soprattutto questa specie di consegna del silenzio nei confronti suoi. Perché, a quello che mi sembra di aver capito poco fa, c'erano quasi i presupposti per uno scontro diretto tra voi due."
La risposta di Brusca:
"Sì, gli umori andavano sempre peggiorando."
Allora possiamo cominciare a tirare alcune conclusioni, premettendo alle stesse conclusioni un richiamo fatto dal signor Pubblico Ministero in punto di fatto e in punto di valutazione.
In punto di fatto è un richiamo a quanto riferito da Gioacchino La Barbera.
Gioacchino La Barbera ha spiegato a modo suo la continuità del disegno criminoso fino alla data del suo arresto, 23 marzo 1993, due mesi dopo l'arresto di Riina, dicendo che:
"Fino a quella data i temi di cui si discuteva, le azioni criminali che erano all'ordine del giorno erano le stesse dell'anno prima, progetto dell'eliminazione fisica dei traditori, dei nemici e degli ex amici. "
Questa è la triplice ripartizione fatta da Gioacchino La Barbera: "traditori, nemici, ex amici".
"I programmi erano tanti" - prosegue La Barbera - "ma erano anche sempre gli stessi: dal progetto di compiere, perché non era mai stato abbandonato, quell'azione contro il magistrato Piero Grassi ed altri."
Commenta il signor Pubblico Ministero:
"La Barbera ha vissuto la sua esperienza criminale soprattutto in continuità con Brusca, e quindi nelle dichiarazioni di La Barbera si trovano molte delle indicazioni che provengono da Brusca. Loro ritrovano le siringhe nelle spiagge, ritrovano la Torre di Pisa, eccetera. E sarebbe l'opzione criminale debole."
Allora, il requirente ha ricostruito la vicenda dicendo e convincendo che dalla vicenda Bellini si trae l'opzione... noi ricaviamo l'opzione criminale debole con un fatto specifico rappresentato dall'episodio di Boboli.
Mentre dalla trattativa noi ricaviamo l'opzione criminale forte.
Dice il Pubblico Ministero:
"E dal momento in cui tutti questi elementi si fondono - opzione criminale debole e tipo di obiettivi, opzione criminale forte, metodo distruttivo - e dal momento in cui tutti questi elementi si fondono, che il disegno criminoso si definisce storicamente e per ogni tipo di valutazione di ordine giuridico.
Prima che vadano a convergere i vari elementi, non si potrà nemmeno parlare di un'ideazione raggiunta dal disegno criminale specifico.
Se un disegno criminoso si identifica tradizionalmente nel suo momento ideativo e nel momento deliberativo, il momento ideativo sarà individuato e individuabile nel momento in cui vanno a fondersi i vari elementi, quelli che attengono all'obiettivo, così come quelli che attengono al presupposto, così come quelli che attengono al tipo di azione criminale che è stato in via definitiva poi prescelto e messo in discussione.
Occorrerà ancora qualcosa perché si arrivi alla vera e propria deliberazione. Dobbiamo andare più avanti, perché di deliberazione non si potrà parlare se non a 1993 avanzato.
Altro è ideare altro è deliberare, come loro mi insegnano.
Non c'è bisogno di citare Giurisprudenza o dottrine di sorta sul conto dell'autonomia fra i reati di associazione ed i reati che concretizzano il programma criminale dell'associazioni, intesi questi reati come reati mezzo o come reati fine.
Non c'è assolutamente bisogno di citare questa complessa e più che decennale elaborazione giurisprudenziale per sottolineare che altro è il momento ideativo, altro è il momento deliberativo."
Allora veniamo ad alcune conclusioni.
Brusca è portatore della proposta di opzione criminale debole, più Costanzo; vecchio progetto.
Un uomo di Brusca, ma alla presenza di Brusca, propone un temporaneo allontanamento dalla Sicilia. Brusca diviene "il miserabile", viene escluso dalla riunione decisiva del 1 aprile 1993.
Chiede la sospensione dell'esecuzione dell'attentato a Costanzo ma non viene preso in considerazione.
Vi dice il Pubblico Ministero che in questa fase egli conta come un qualsiasi altro uomo d'onore, non più un capo; per Bagarella per lo meno.
Si verifica la chiusura nei confronti di Brusca, il rapporto con gli "alcamesi", la storia ... da Ferro. L'episodio di Vito Mutari, la reazione di Brusca che ripaga Bagarella con la stessa moneta. Si arriva alla guerriglia, c'è un omicidio per questo fatto, per la violazione di queste regole che son regole-sfida, chiaramente; si stanno sfidando in quel momento. E si arriva ad un omicidio di quel tizio che io vi ho citato, di Partinico.
"I rapporti con Ferro sono difficili?" Domanda il Pubblico Ministero.
"No, facevamo finta di non conoscerci."
Si coglie l'avvisaglia dello scontro.
Questa è la situazione che sicuramente noi possiamo individuare, collocare, temporalmente, in quell'inverno, primavera, sino all'inizio dell'estate del 1993.
E allora, se erano le valutazioni giuridiche che vi ho letto , fatte dal Signor Pubblico Ministero- saldatura d'opzione criminale debole, individuazione dell'obiettivo, del tipo di obiettivo o l'opzione criminale forte, deliberata il 1 aprile '93- se le valutazioni conclusive di questa fase sono queste, ma per la strage di via dei Georgofili come può individuarsi ed affermarsi, chiedersi l'affermazione di responsabilità di Giovanni Brusca, a titolo di concorrente nell'attuazione di quelle opzione criminale forte, decisa il 1 aprile 1993, quando Brusca era già un miserabile tenuto fuori dalle decisioni?
Il Signor Pubblico Ministero ha affrontato il tema giuridico di questo punto del processo.
L'ha affrontato dicendo, all'udienza del 6 aprile del '98:
"Brusca fa parte sicuramente di quel gruppo di uomini d'onore di Cosa Nostra, di quel gruppo del vertice di Cosa Nostra che ha ideato proprio l'azione militare, comunque, contro il patrimonio culturale dello Stato. L'opzione criminale debole era, comunque, giustamente, un'azione militare contro il patrimonio culturale dello Stato.
Loro ricordano che io ho distinto tra opzione criminale forte e opzione criminale debole. Quella di Brusca era sicuramente l'opzione criminale debole, emblematizzata e concretizzata dall'episodio di Boboli, ma ciò non toglie che Brusca ha propugnato, ha continuato a propugnare, la necessità di coppie, azioni criminali contro il patrimonio culturale."
Quindi, siamo in una situazione in cui, in qualche modo, viene evocata tutta quella tematica, che la Corte conosce, del concorso in un reato che ha esteriormente i caratteri di un reato con connotati diversi rispetto a quelli che, magari, colui che propone il reato stesso, si prefigura di adottare per caratterizzare l'azione criminale da compiere.
Siamo in quella situazione che più volte e ripetutamente è all'ordine del giorno della Giurisprudenza di Legittimità, e che riguarda esattamente la linea di demarcazione che c'è tra l'articolo 110 e l'articolo 116 del Codice penale.
E, allora, io credo - prosegue
il P.M. - che se si ambienta la proposta di opzione criminale debole all'interno di Cosa Nostra, tutto si potrà pensare fuorché che una proposta di azione criminosa debole possa soffrire fattori di imprevedibilità, se questa azione criminale perde il carattere della debolezza e assume il carattere della forza.
Non c'è nessun fattore di imprevedibilità, siamo all'interno di un concorso a pieno titolo, l'interno quindi, di un titolo di responsabilità penale che è regolato dall'articolo 110 e da nient'altro.
Ora, io rilevo in questa prospettazione, un errore in punto di diritto.
É chiaro che il tema giuridico è quello del confine della linea di demarcazione tra l'articolo 110 e il capoverso dell'articolo 116.
L'articolo 110 è il concorso di persona in reato, l'articolo 106 secondo verso, è comunque il concorso di persona in reato con un qualcosa in più o in meno per i Giudici, ovviamente, non togati.
Se il capoverso dell'articolo 116, se il reato commesso è più grave di quello voluto - Brusca portatore dell'opzione criminale debole, la strage di via dei Georgofili, opzione criminale forte - se il reato commesso è più grave di quello voluto, la pena è diminuita a riguardo a chi volle il reato meno grave.
Dice il Pubblico Ministero:
"Ma attenzione, se l'opzione criminale debole viene calata nel contesto criminale di Cosa Nostra, non ci sta, non esiste il requisito della imprevedibilità, qualora da quell'idea debole venga tratta poi, vengono tratti gli elementi per procedere all'idea, all'opzione criminale forte."
Ma attenzione, il capoverso dell'articolo 116 ha, tra i presupposti, non la imprevedibilità, ma la prevedibilità.
Il Pubblico Ministero vi dice:
"Non può definirsi imprevedibile e quindi prevedibile" - ma il presupposto per applicare l'articolo 116 è proprio la prevedibilità, non l'imprevedibilità - "per la realizzazione della figura del concorso anomalo, così definito nel reato, è necessario e sufficiente da parte di chi volle il reato meno grave, la prevedibilità dell'evento, è necessaria la prevedibilità dell'evento, più grave e diverso, non già la sua previsione."
Sentenza 7 giugno '79:
"Ai fini della responsabilità - una Giurisprudenza costante, poi vedremo qual' è la differenza di Giurisprudenza sul punto - "ai fini della responsabilità per il reato diverso da quello voluto da taluno dei concorrenti, ai sensi dell'articolo 116, il rapporto di causalità psichica va inteso nel senso che il reato diverso commesso dal concorrente debba potersi rapportare alla psiche dell'agente nell'ordinario svolgersi e concatenarsi dei fatti umani come uno sviluppo logicamente prevedibile di quello voluto, essendo necessaria la presenza anche di un coefficiente di colpevolezza, sotto forma di colpa, con o senza previsione dell'evento diverso, bastando l'estremo nella prevedibilità, a nulla rilevo che l'agente prospettandosi la facilità dell'azione, eccetera."
C'è ulteriore Giurisprudenza - questa è una Giurisprudenza che arriva sino al 1986 - ma c'è Giurisprudenza del 1995, I Sezione, sentenza massima 200699: "Per la sussistenza del concorso anomalo, previsto dall'articolo 116 capoverso, è necessario che ricorrono tre requisiti.
A) L'adesione psichica dell'agente ad un reato concorsuale meno grave.
B) La commissione da parte di altro concorrente in un reato diverso e più grave.
C) Un nesso psicologico, in termini di prevedibilità, tra la condotta dell'agente compartecipe e l'evento diverso e più grave in concreto verificarsi.
Quanto al terzo requisito, quello della prevedibilità, non è sufficiente un rapporto di causalità materiale tra la condotta dell'agente e l'evento più grave, ma è necessario che sussista un rapporto di causalità psichica, nel senso che il reato diverso e più grave commesso dal compartecipe, possa rappresentarsi alla psiche dell'agente come uno sviluppo logicamente prevedibile di quello voluto.
Pertanto, in conformità dell'indirizzo espresso dalla sentenza 42, del '65 della Corte Costituzionale, che è in aderenza effettiva al principio prevista dall'articolo 27 della Costituzione, ha inquadrato la responsabilità penale derivante dal concorso anomalo nell'ambito delle forme dolose, previsto dall'articolo 42 e 43 del Codice penale, la responsabilità penale del compartecipe può essere affermata solo nel caso che egli, nell'ordinario svolgersi, concatenarsi dei fatti nuovi, sia stato in grado di prevedere in concreto l'evento come sviluppo logico della sua condotta, sulla base delle norme di comune esperienza."
Ma, quindi, anche la tesi più censoria per cui Brusca, portatore dell'opzione criminale debole, nell'ambito di quel determinato contesto ambientale criminale, non poteva non prevedere - quindi, considerare prevedibile - che quella sua idea poteva poi essere utilizzata per l'opzione criminale forte, alla quale egli non ha partecipato, perché da quella decisione è stato escluso.
Proprio questa prospettazione, in termini di prevedibilità, vengono applicabili il capoverso dell'articolo 116 Codice penale, e non il contrario.
A mio parere, il Signor Pubblico Ministero ha errato quando ha prospettato quale requisito, per l'applicabilità del capoverso dell'articolo 116 del Codice penale, l'imprevedibilità. Perché l'imprevedibilità avrebbe comportato l'assoluzione per i fatti non voluti e non prevedibili.
La prevedibilità comporta una condanna attenuante per i fatti non deliberati, non voluti - perché così, si colloca Brusca in quella fase - ma prevedibili.
Vi ricordate, il Signor Pubblico Ministero aveva detto che in quella fase, contava Brusca, per le decisioni che Bagarella e gli altri avevano assunto, meno di quanto contava un qualsiasi altro uomo d'onore di Cosa Nostra.
La tesi del Signor Pubblico Ministero sarebbe stata una tesi difficile da contrastare, qualora Brusca portatore dell'opzione criminale debole - cioè attentati contro il patrimonio, intimidazione - avesse convinto i suoi complici della bontà della sua scelta, e nella fase di esecuzione l'azione di intimidazione commessa con quelle modalità in concreto che noi conosciamo, avesse determinato l'esito non dell'intimidazione, ma della distruzione della strage.
É chiaro che era prevedibile quella evoluzione; è chiaro che in quel caso non è scusabile il comportamento di chi mette un'autobomba a ridosso, con quella carica di esplosivo, a ridosso di una costruzione, di una abitazione, non può non prevedere; anzi, lo deve dare per scontato che la sua azione non è azione di intimidazione, ma è azione distruttiva.
In questo caso , noi avremmo casomai discusso di dolo diretto o eventuale - sarebbe stato questo il tema- ma le ipotesi in concreto che noi stiamo esaminando, proprio i fatti così come evidenziati e sviluppati nella requisitoria del Signor Pubblico Ministero e che io ho ripreso fedelmente, proprio questa fattispecie è la fattispecie prevista e disciplinata dal capoverso dell'articolo 116 del Codice penale.
Il problema si pone per gli attentati... Torno un attimo indietro per completare il mio discorso.
Io tecnicamente non ritengo di poter prospettare l'estraneità di Brusca dai fatti della primavera del 1993, per la semplice ragione che il contesto nel quale si stava parlando, in termini di decisioni da prendere, è in un contesto di attacco violento ed armato allo Stato.
Non si parlava accademicamente; quindi, non è invocabile nessuna tesi di accademica presenza.
Dico che lo sviluppo di quei discorsi hanno interessato altre persone e, quindi, c'è una assoluzione giuridica sanzionatoria di tutti i comportamenti dei protagonisti di questa vicenda.
Non parlo di estraneità, parlo di valutazione giuridica di un comportamento in termini di responsabilità: gli attentati di Roma e di Milano del 27 e 28 luglio 1993.
Dice il requirente:
"A partire da una certa data, Brusca, avendo avuto un chiarimento con Bagarella si allinea in pieno con le decisioni prese, e quindi, si allinea con il disegno di strage che si sta portando avanti, tanto da atteggiarsi - se ce ne fosse stato bisogno - nuovamente, nel ruolo o del propugnatore o del promotore o dell'istigatore del disegno criminoso."
Brusca, il 14 gennaio del '98 in questa aula, ha proprio dichiarato che da una certa fase in poi, egli piano piano rientra nel cosiddetto "discorso", a seguito del chiarimento avvenuto con Leoluca Bagarella a San Mauro Castelverde.
Allora, le questioni da dover risolvere sono due: una, in punto di fatto ed una in punto di diritto.
Punto di fatto: l'epoca dell'incontro del cosiddetto chiarimento.
PRESIDENTE: Avvocato...
AVVOCATO Li Gotti: Secondo, se il chiarimento abbia la valenza del contributo causale, sottospecie di concorso nelle stragi di Roma e Milano ed ancora di Roma.
PRESIDENTE: Avvocato, mi scusi, prevedo che queste due questioni, che sono di notevole rilevanza nella sua difesa, richiedano un po' di tempo.
AVVOCATO Li Gotti: Sì.
PRESIDENTE: Quindi, se potessimo sospendere...
AVVOCATO Li Gotti: Certo, certo.
PRESIDENTE: per dici minuti...
AVVOCATO Li Gotti: Va bene.
PRESIDENTE: ...e le affronteremo dopo questa breve sospensione.
AVVOCATO Li Gotti: Va bene. Grazie.
PRESIDENTE: La ringrazio, avvocato.
<< DOPO LA SOSPENSIONE >>
PRESIDENTE: Attendiamo un momento, perché non vedo l'ufficiale di Polizia Giudiziaria... Ah, ecco, arriva in questo momento.
Allora possiamo ridare la parola all'avvocato Li Gotti.
VICEISP. Tognarini: Scusi, signor Presidente, da Viterbo.
PRESIDENTE: Prego.
VICEISP. Tognarini: Senta, c'era l'imputato Tutino Vittorio che aveva chiesto di poter rinunziare al prosieguo dell'udienza.
PRESIDENTE: Bene. La Corte prende atto della rinuncia dell'imputato Tutino e autorizza l'allontanamento.
VICEISP. Tognarini: Grazie.
PRESIDENTE: Prego.
E allora, avvocato Li Gotti, se non ci sono altre interruzioni.
AVVOCATO Li Gotti: Dovevo introdurre il capitolo, devo introdurre il capitolo che riguarda gli attentati di Roma e Milano del 27 luglio e del 28 luglio del 1993 e poi gli episodi del 1994, Olimpico e attentato a Salvatore Contorno.
Il Pubblico Ministero vi ha detto che, esaminata la vicenda che riguarda le stragi della primavera del 1993, per le quali vi ha chiesto la condanna del Brusca quale ideatore, avendo escluso una sua partecipazione materiale ai fatti... in particolar modo per la strage di via dei Georgofili, per l'episodio Costanzo è stata un'altra la conclusione, sempre di responsabilità, del Pubblico Ministero, avendo Brusca deliberato proprio esattamente quell'azione e essendosi attivato anche per attuarlo.
Dirà poi il Pubblico Ministero, in previsione del discorso sulle altre stragi, che il fatto che Brusca sia stato escluso dalla fase decisionale, dalla fase esecutiva attuativa, deliberativa, delle stragi della primavera del '93: "Questo non toglie che Brusca" - sono parole testuali - "ritornerà tempestivamente nel circuito decisionale."
Allora, le questioni da risolvere sono due: una in punto di fatto e una in punto di diritto.
In punto di fatto noi dobbiamo tentare di risolvere il problema relativo all'epoca dell'incontro con Bagarella, nel corso del quale si ebbe il chiarimento.
La seconda questione è se il chiarimento, nei termini così come intervenuto, abbia la valenza di contributo causale, sotto specie di concorso nelle stragi di Roma, Milano ed ancora Roma.
Nel racconto di Giovanni Brusca c'è uno specifico riferimento, tra le altre cose, alle ragioni del chiarimento con Bagarella.
É un argomento del quale abbiamo già parlato. E si trattò, in modo particolare... egli parla di una serie di piccoli episodi, piccoli segnali. Comunque, l'argomento, diciamo, fondante per questo chiarimento era questa consegna del silenzio intorno alla scomparsa di Vito Mutari, consegna del silenzio che provocava un attrito, una chiusura con gli "alcamesi", utilizzata - questa chiusura - per esaltare la frattura che tra i due, tra Bagarella e Brusca, si era ormai cristallizzata nella valutazione data da Bagarella che il Brusca era un "miserabile".
Giovanni Brusca ha collocato l'epoca del chiarimento a settembre del 1993.
Interrogato, deponendo in quest'aula il 13 gennaio del '98, alla pagina 264, rispondendo ad una domanda del Pubblico Ministero, ha affermato:
"Niente. Io, come al solito, sapendo che sapevo il discorso delle trattative del cognato, pensavo che lui" - si sta parlando di Bagarella, ovviamente - "pensavo che lui avesse qualche contatto anche lui, cioè perlomeno questi fatti avrebbero creato qualche contatto.
E mi fa capire che non aveva nessun contatto. O perlomeno, in poche parole, mi fa capire che, forse, qualche contatto lo avevano i fratelli Graviano, o Giuseppe Graviano, e che l'avevano abbandonato e l'avevano lasciato da solo.
E quindi, perché si cominciò a lamentare: 'non si fanno vedere, non si fanno sentire, si vanno a divertire, sono al Nord'.
Io gli dico: 'scusa, ma visto che ormai sei nel ballo, continua a ballare'.
Dice: 'beh, ci stiamo muovendo per continuare'.
Quindi, il suo progetto, le sue persone, cioè vicino a lui, cioè il suo gruppo, continuavano per andare avanti nei progetti, però che poi non ho sentito più. Perché non siano stati fatti, perché non siano realizzati, questo non glielo so dire."
E ad una ulteriore domanda, pagina 267 delle trascrizioni:
"A quel punto io non vedevo altra lettura, non vedevo altra chiave di lettura, a quel momento storico, dottor Chelazzi.
Cioè, nel senso: 'hai fatto quattro attentati' - perché erano quattro, mi sembra; tre o quattro. Comunque quelli che... - 'erano già tutti fatti, quelli che sono stati fatti. Cioè, visto e considerato che sei arrivato a questo punto e ti fermi, e non hai ottenuto ancora nessun risultato, cioè, non ti fermare più, vai avanti perché se ti fermi non hai concluso niente'.
A distanza di tempo ho saputo che un attentato, che pure era già pronto, si doveva attuare. E poi non è stato fatto."
Quindi, Brusca, chiaramente, indica non solo l'epoca, settembre del 1993, ma indica anche un contenuto specifico dell'incontro; incontro che interviene quando gli attentati erano stati già fatti.
Il requirente giustamente ha sottoposto a verifica il racconto di Giovanni Brusca attraverso le dichiarazioni di Ferro relative alla scomparsa di Vito Mutari e quindi alla consegna del silenzio intorno a questa scomparsa.
"Ferro ritiene" - ha detto il Pubblico Ministero - "che Mutari sia stato fatto sparire, e quindi ucciso con il solito sistema, intorno ai primi del luglio 1993.
Come loro ricordano, Brusca ha riferito che nell'incontro famoso del chiarimento, fu oggetto di chiarimento anche quello che era successo a Vito Mutari.
In realtà a Brusca interessava capire perché ad Alcamo e dintorni gli chiudevano tutti la porta in faccia. Questo era uno dei tanti elementi del contenzioso con Bagarella.
Quando, quindi, Brusca si incontra con Bagarella, si deve presumere che la sorte del Mutari sia già stata non solo segnata, ma la morte sia anche stata data con uno di questi barbari sistemi." Punto.
E, allora, la fonte di prova Ferro colloca la scomparsa di Vito Mutari ai primi del luglio 1993. La consegna del silenzio intorno a questo fatto è ovvio che sia successiva alla scomparsa di Vito Mutari. E quindi siamo in una fase più avanti dei primi del luglio del 1993.
Senonché, il signor Pubblico Ministero ritiene di poter collocare la data del chiarimento tra Brusca e Bagarella - avente per oggetto anche la cosiddetta consegna del silenzio - ritiene di poterla collocare intorno alla metà del giugno del 1993.
E lo fa attraverso una argomentazione di natura logica.
"Brusca ha riferito che l'incontro con Bagarella avvenne in una località di San Mauro Castelverde.
Bagarella fu latitante nella zona di San Mauro Castelverde, o Pollina, fino al giugno del 1993, perché da quella data Tullio Cannella ha riferito che il Bagarella proseguì la latitanza nel villaggio Euromare a Cefalù.
"Sicché" - conclude il requirente - "se l'incontro avvenne a San Mauro Castelverde e se la latitanza a Cefalù, che è successiva alla latitanza a San Mauro Castelverde, è collocabile nel giugno del 1993, secondo quanto riferisce Tullio Cannella, giocoforza, l'incontro che Brusca sicuramente colloca a san Mauro Castelverde deve essere prima della latitanza a Cefalù, quindi, prima del giugno."
Io questa mattina ho depositato quella dichiarazione di Giovanni Brusca, che non è innovativa rispetto a quanto da egli stesso dichiarato in quest'aula; è, per alcuni versi, esplicativa.
"Leoluca Bagarella era latitante nel mandamento delle Madonie. Curava la sua latitanza il figlio del capomandamento, il Ferro."
San Mauro Castelverde - questo è un fatto oggettivo - dista da Cefalù 10-15 chilometri.
Proprio per i rapporti di strisciante contrasto, di quasi scontro, che esistevano tra Brusca e il Bagarella, è impensabile che Bagarella abbia avuto l'incontro per il cosiddetto chiarimento nel medesimo luogo ove trascorreva la latitanza. Per una regola vecchia di precauzione: si sa genericamente la zona, perché si sa la persona che cura la latitanza, quindi quello è il mandamento, ma non il luogo.
Se l'incontro è avvenuto a San Mauro Castelverde, significa che a San Mauro Castelverde Bagarella non era latitante, perché non avrebbe portato quello che era un suo nemico in quel momento nel luogo della sua latitanza.
Si sapeva e si sanno quali sono le regole nei momenti di attrito interno a Cosa Nostra: era una buona e saggia regola quella di non portare il potenziale nemico, quello che io ho considerato e valuto un miserabile, un voltafaccia, quello nei cui confronti sto creando la consegna del silenzio, sto creando le condizioni per farlo sbagliare e quindi per punirlo, e quindi per legittimare una punizione... ed io lo accolgo a casa mia per chiarire i rapporti?
L'incontro a San Mauro Castelverde non significa che lì, e non a 10 chilometri di distanza - perché Cefalù è a 10 chilometri di distanza - era il luogo di latitanza del Bagarella.
Allora noi possiamo dire che il criterio individuato dal signor Pubblico Ministero per arrivare alla conclusione attraverso il luogo d'incontro, dell'epoca dell'incontro, non è un criterio affidabile. Anzi, per logica, dovremmo dire che, proprio perché lì a San Mauro Castelverde avvenne l'incontro, lì non era il luogo di latitanza del Bagarella.
Peraltro, cosa potevano chiarire al giugno del 1993, quando cioè inizia la latitanza del Bagarella nel villaggio Euromare - come ha riferito Tullio Cannella - se l'episodio Vito Mutari è del luglio del 1993?
Se l'oggetto del chiarimento è anche l'ostracismo e la consegna del silenzio intorno alla vicenda Vito Mutari, e la scomparsa di Vito Mutari è del luglio del 1993, che senso aveva incontrarsi per un chiarimento, quando ancora la vicenda Vito Mutari non era accaduta?
Ed, allora, tra le indicazioni temporali e logistiche fornite in maniera peraltro non precisissime dal Cannella, tra le indicazioni del Ferro che colloca ai primi di luglio la scomparsa di Vito Mutari, che precede la consegna del silenzio, tra la regola di buonsenso che induce a ritenere che il luogo dell'incontro non è il luogo di latitanza, noi possiamo concludere che tra i diversi elementi - questi che ho indicato - non univoci, rispetto al racconto di Brusca che dà e offre il contenuto di quell'incontro, noi dobbiamo per logica privilegiare un racconto che ha determinati contenuti specifici, rispetto ad una tesi alternativa non affidabile per gli elementi che vi ho esposto.
Perché il racconto di Giovanni Brusca che colloca temporalmente, escludendosi che su questo specifico punto Brusca abbia follemente ritenuto di dover raccontare una menzogna, e offrendovi dei criteri di controllo della sua dichiarazione, tra il discorso del Brusca che dice settembre - e quando le stragi, tutte, del '93 erano già avvenute - è l'elemento contrario, fragile, non affidabile, non concludente. Noi al di fuori, al di là di altre possibili sempre soluzioni, concludendo, dobbiamo concludere con ragionamento corretto in termini processuali, che la parola, il racconto di Giovanni brusca non è un racconto errato - non voglio dire falso - un racconto errato, in quanto gli elementi che dovrebbero contrastare il suo racconto sono degli argomenti fragili e non concludenti.
Ovviamente, il significato dell'incontro ha, però, una importanza per gli accadimenti del 1994. Perché se il chiarimento avvenuto nel settembre o fine estate del 1993 significa che Brusca non è, al momento delle stragi di fine luglio '93, rientrato - come assume il Pubblico Ministero - rientrato nel circuito decisionale, questo non significa che, in prospettiva del progetto stragista che si svilupperà successivamente, certamente a quell'incontro, lo stesso incontro non abbia un suo rilievo.
Mi riferisco all'episodio dello Stadio Olimpico e all'episodio di Formello con obiettivo Salvatore Contorno.
Ora, c'è Giurisprudenza... Noi sappiamo in che termini Brusca si espresse: 'arrivato a questo punto, non ha senso, vai avanti. Perché non ha senso tutto quello che hai fatto, se non hai ancora avuto il contatto. Prosegui nella tua strada'.
Anzi, Brusca dice: 'io mi ero offerto, mi ero offerto'.
Brusca era un oltranzista: si era offerto.
C'è Giurisprudenza, Cassazione I, che afferma il principio che: "Non è sufficiente ad integrare gli estremi del concorso nel reato, il solo e semplice fatto di essersi dichiarato disposto a collaborare nell'esecuzione dello stesso, qualora, rifiutata la promessa collaborazione da chi l'aveva richiesta, il reato sia stato eseguito con il concorso materiale di altre persone."
In questo caso sappiamo con certezza, perché lo ha dichiarato egli stesso, che Brusca si era dichiarato disposto a collaborare nell'esecuzione del progetto. Sappiamo che questa sua disponibilità, di fatto, non venne accolta da Bagarella, che non coinvolse il Brusca nelle altre operazioni.
Dovremmo concludere, in termini giuridici, che la proposta della dichiarazione di essere disposto a collaborare nell'esecuzione non assume i connotati del concorso.
Senonché io ritengo che c'è comunque un episodio, a mio modo di vedere, qualificante e sarebbe irrispettoso nei confronti dei Giudici non doverne parlare.
É vero che l'episodio Contorno è stato eseguito da altri, ma è altrettanto vero che per un altro episodio riguardante sempre Contorno, Brusca, pur non sapendo a cosa serviva il materiale che andava a fornire, Brusca fornì dell'esplosivo comunque per un attentato.
Così come, dopo le stragi del '93, Brusca fornì dei detonatori, non utilizzati, ma fornì dei detonatori.
Ed allora io ritengo che, per il rispetto del mio ruolo, per il rispetto della tragedia che è oggetto di questa causa, io non posso ritenere che colui che, a seguito di quel chiarimento e a quella sollecitazione dell'andare avanti, poi fornisca dell'esplosivo plastico e dei detonatori, non abbia dato un seguito concreto alla dichiarazione di disponibilità di rientrare nel disegno stragista.
Questo, per stare con i piedi per terra; perché ognuno deve assumersi le responsabilità per i fatti che ha commesso.
E così come con convinzione vi ho prospettato le soluzioni degli altri episodi, con la medesima convinzione devo dirvi che i comportamenti concludenti, concretizzatisi nella consegna dei detonatori e dell'esplosivo, dimostrano chiaramente che Brusca voleva entrare nuovamente nel circuito decisionale della strategia stragista.
Il Pubblico Ministero vi ha detto che Giovanni Brusca ha sicuramente dei meriti, in termini processuali, per il contributo che egli ha fornito agli inquirenti e ai Giudici che dovranno emettere la sentenza.
Vi ha anche parlato dei demeriti, del "fanatismo interpretativo" - così lo ha definito - di Giovanni Brusca di quelle sensazioni che in queste ed in altre occasioni possono essere tratte da alcune affermazioni che, intorno ad alcuni episodi, fa Giovani Brusca.
Ora, Giovanni Brusca nasce in Cosa Nostra, proprio nasce in Cosa Nostra. Il padre è un patriarca, uno dei capi storici dell'organizzazione. Egli si nutre di Cosa Nostra.
All'età di 12-13 anni il suo compito era quello di portare a Totò Riina e a Provenzano, latitanti, il vitto, sapendo benissimo quale doveva essere il suo comportamento qualora fosse stato fermato, individuato, richiesto dei chiarimenti da parte dei Carabinieri.
Aveva un ruolo delicato: il contatto con i latitanti, con i capi dell'organizzazione.
Egli si nutre... Tutta la sua vita, oltre 20 anni, è stato una vita di crimini portati a compimento con grande scientificità, con grande determinazione, con grande freddezza.
Noi lo sappiamo qual è la sua vita, sappiamo qual è la sua scelta; non facile.
Stiamo parlando di un capomandamento, sia pure reggente, figlio di uno dei capi di Cosa Nostra, irriducibile. Quindi, la scelta di Giovanni Brusca è una scelta difficilissima per il contesto culturale e ambientale, che continua ad esistere intorno a lui.
Il salto dal regno dell'omertà, al dominio della parola è abissale culturalmente e Cosa Nostra ha vissuto e vive di omertà, cioè del silenzio.
(Segnale di scollegamento)
PRESIDENTE: Mi scusi, avvocato.
AVVOCATO Li Gotti: Prego.
PRESIDENTE: C'è un problema di collegamento?
(voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Sentiamo il Centro Servizi se ci assicura che tra breve possiamo riprendere, altrimenti saremo costretti a sospendere.
TECNICO TELECOM: Qui è il Centro Servizi, scusate l'interruzione. É caduto momentaneamente il collegamento con Parma, lo stiamo ripristinando.
PRESIDENTE: Grazie dell'informazione.
(Segnale acustico)
TECNICO TELECOM: Il collegamento è stato ripristinato, quindi...
PRESIDENTE: Bene.
TECNICO TELECOM: ...possiamo continuare. Buon proseguimento.
PRESIDENTE: Allora, avvocato, può riprendere.
AVVOCATO Li Gotti: Sappiamo la sua vita, sappiamo e comprendiamo la complessità della decisione, cioè il passare dall'omertà alla parola. Sappiamo la sua determinazione nel compiere e nell'attuare questa decisione.
Datene l'interpretazione che vorrete, ma Brusca ha deciso di attuare questa sua decisione con dignità. Anche parlando di Cosa Nostra, noi dobbiamo abituarci a capire che esistono delle regole e principi anche in quel mondo criminale.
Lo vuol fare con dignità, non vuole la doppia colpa - che in questo Paese ha preso così piede - per cui colui che collabora con l'Autorità Giudiziaria e con gli inquirenti, è colpevole due volte: per il suo passato criminale e perché è diventato un infame.
Questo è quanto la società civile è stata costretta a mutuare dalle logiche di ragionamento di Cosa Nostra: doppio giudizio di disvalore per i delitti commessi e per l'infamia, quando si decide di rompere con il proprio passato. Perché è più apprezzato il delinquente coerente, che coerentemente continua a delinquere, invece, un disvalore il delinquente incoerente, cioè colui che incoerentemente decide di non delinquere.
É un disvalore l'incoerenza, perché la nostra è una società di sani principi e quindi preferisce la coerenza, l'omertà e l'attacco violento e la distruzione contro lo Stato.
Brusca non vuole subire questa doppia colpa e vuole, e lo fa, con dignità. E così facendo si coprono quegli errori che il Pubblico Ministero ha definito di "fanatismo interpretativo".
C'è l'ansia, sicuramente, nella persona di cercare di spiegare i percorsi logici, questo è quello che noi continuamente chiediamo.
La testimonianza è un modo attraverso la persona che è assente, rispetto ad un fatto, riesce a conoscerla con gli occhi, con l'udito e con le parole del testimone. Cioè, la testimonianza deve consentire a colui che non sa, di sapere in forma mediata, attraverso un'altra persona.
Lo sforzo che noi, sempre, che io sempre cerco di fare, è quello di dire: anche al momento della collaborazione, ragionate come se foste in Cosa Nostra; perché noi dobbiamo capire i vostri ragionamenti, capire perché vi comportavate in un certo modo, perché in un certo modo uccidevate, perché in un certo modo voi vi rendevate presenti in maniera così massiccia nell'organizzazione.
Vogliamo capire i vostri ragionamenti.
Io ricordo una primissima causa che feci, quando un'imputato chiedeva di essere - che io difendevo - chiedeva di essere assolto perché il suo avversario, che era un capomafia, incontrandolo si era tolto il cappello. E non si riusciva a capire la ragione di questa sua dichiarazione di non responsabilità o, comunque, dichiarazione per cui non doveva essere condannato, perché si era tolto il cappello. Assolutamente assurdo questo ragionamento.
Poi, capimmo che un capomafia si toglie il cappello solo di fronte ai morti e, allora, nel momento in cui il capomafia si è tolto il cappello vedendolo, quel mio imputato aveva capito benissimo il significato di quel gesto semplice.
Ma se noi non ci fossimo sforzati di capire attraverso quella mentalità, quei metodi di ragionamento e di comportamento così inconsueti per noi, se noi non ci dovessimo sforzare di capire queste cose, noi avremmo una conoscenza parziale di avvenimenti o falsata.
Il fanatismo interpretativo di Giovanni Brusca va tarato, ma aiuta a capire.
Il Pubblico Ministero, i Pubblici Ministeri hanno chiesto l'applicazione delle attenuanti di quell'articolo 8 della legge sulla collaborazione, per i dissociati da Cosa Nostra, dell'organizzazione criminale, è l'articolo 4 del Decreto Legge per i dissociati dal terrorismo, essendo contestate in entrambe le finalità, nel capo d'imputazione.
Vi hanno anche spiegato che si tratta di rinunzia parziale alla pretesa punitiva dello Stato.
La concessione di questa attenuante non significa che il fatto commesso da Giovanni Brusca sia censurabile, il fatto commesso sia meno censurabile il fatto rispetto agli altri.
Il fatto è censurabile come il fatto commesso dagli altri; soltanto che attraverso queste attenuanti, è la sanzione punitiva che viene attenuata per compensare la collaborazione.
I criteri per l'applicazione di queste due norme - come vi è stato già detto - sono quello della dissociazione e quello del concreto aiuto nella ricostruzione dei fatti.
L'articolo 8, in modo particolare, privilegia sicuramente la dissociazione.
"L'imputato che, dissociandosi dagli altri, si adopera per evitare che l'attività delittuosa sia portata ad ulteriori conseguenze, anche aiutando concretamente l'Autorità di Polizia..." eccetera, eccetera.
La presenza di "quell'anche" sta a significare che sono due criteri che hanno una loro autonomia, cioè, già la dissociazione di un capomafia significa incidere e scardinare l'organizzazione criminale.
Già in questo primo passaggio forte c'è un comportamento che è ritenuto apprezzabile da parte del Legislatore.
"A questo iniziale comportamento, molto pesante, si aggiunge la specificazione dell'ulteriore comportamento del concreto aiuto, per l'individuazione della cattura degli autori dei reati..." eccetera, eccetera.
Deve essere così, perché diversamente il contributo di un capo dell'organizzazione che dissociandosi disgrega, ma che non dovesse apportare un contributo di conoscenze rispetto alle cose già conosciute, diventerebbe un contributo non apprezzabile.
Quando, invece, ai fini della disgregazione - come prevede per l'appunto la legge - si adopera per evitare che l'attività delittuosa sia portata ad ulteriori conseguenze, la dissociazione stessa è un mezzo per incidere sulla ... dell'organizzazione e quindi sulla capacità dell'organizzazione di commettere ulteriori reati.
Quindi, sono due comportamenti entrambi presenti nel comportamento di Giovanni Brusca.
Egli vi ha, attraverso il suo racconto - sia pure per tratti essenziali - riferito delle stragi del '92, che si legano alla stagione stragista del '93. Vi ha riferito dell'impennata e della deviazione rispetto al programma criminoso originario, l'eliminazione fisica degli amici, degli ex amici, dei nemici e dei traditori.
Vi ha riferito della loro esaltazione e della presunzione di cogliere un momento di debolezza dello Stato.
Vi ha riferito questo passaggio, non noto in questa vicenda, l'atteggiamento di Cosa Nostra che colse un momento di debolezza dello Stato e pensò di utilizzare, di sfruttare questa occasione.
Chiave di lettura anche di vicende delle quali voi vi state... una delle chiavi di lettura delle vicende delle quali voi vi state occupando. Vi ha riferito delle lotte, attraverso il suo racconto, delle lotte di potere tra questi gruppi egemoni dell'organizzazione.
Ha inserito brevi, ma intensi squarci, su quella che poteva e potrebbe, oggi ancora, significare la restaurazione di quella "pax mafiosa" su una sorta di compromesso: con l'arretramento dello Stato e con la concessione di zone franche.
Se noi dovessimo ragionare realisticamente e oggettivamente, dovremmo dire che i risultati che quella "campagna stragista" voleva cogliere, li stanno cogliendo: 41-bis, il 192, legislazione sui pentiti. Li stanno cogliendo, quegli stessi risultati.
Dalla sconfitta militare dei "corleonesi" si accompagna quella che potrebbe diventare una vittoria politica. Perché si è diventati immemori per il sangue versato, per il sacrificio delle tragedie, dei risultati ottenuti, dei processi che si riescono a celebrare.
Nel momento dell'offensiva viene costituito dalla smobilitazione.
C'è una tendenza forte che cominciò con alcune sentenze nel '94 a Catania - me lo ricordo benissimo - nello sconfessare quegli stessi strumenti di legge individuati dal Legislatore che oggettivamente avevano e consentono risultati utili per sgretolare dall'interno l'organizzazione criminale.
Poi, il tempo ci dirà se dovremmo rimuovere anche dalla memoria il sacrificio delle vittime.
Mentre voi giudicate, c'è qualcuno che, tra le ovazioni, parla di associazioni a delinquere istituzionali, parla di carneficina del Diritto, mentre voi giudicate le carneficine reali.
Io non so se noi riusciremo mai a recuperare il senso, il valore, la portata dell'insegnamento della Storia.
Ecco perché la vostra sentenza dovrà essere sì una risposta all'aggressione criminale, ma dovrà essere una risposta ai tentativi di rimozione dalla memoria e ai tentativi di vanificare una Legislazione voluta dai tanti eroi semplici, che anche per questa Legislazione sono stati uccisi.
La vostra sentenza può rispondere a tutte queste domande tremende che ci sono nel Paese.
Giovanni Falcone è stato ucciso anche per questo, per questa intuizione della legge sui collaboratori.
La non applicazione o la vanificazione di questa legge va a coincidere con l'interesse di coloro che hanno insanguinato il Paese.
La vostra sentenza, nella distrazione collettiva, può aiutare - speriamo - in futuro a capire come ci si deve muovere, quanto, come e quando arriva il momento della smobilitazione.
Io vi chiedo, per Giovanni Brusca, artefice di questa campagna di sangue e di distruzione, di riconoscere una forma attenuata di responsabilità, ex articolo 116 capoverso, per la strage di via dei Georgofili, così come per le stragi del 27 e 28 luglio 1993, collocabili nello stesso periodo di rapporti di rottura, di frizione e di scontro che vi erano quando venne commessa la strage di via dei Georgofili.
Quindi, responsabilità attenuata sotto questo aspetto, mentre ritengo - perché per gli altri reati contestati per le altre stragi - lo stesso sia raggiunto da elementi di responsabilità; pertanto, chiedo che vengano concesse, così come aveva chiesto il Pubblico Ministero, le attenuanti che spettano ai collaboratori.
Non devo ripetere qui che il titolo formale di collaboratore attiene ad una fase amministrativa, le attenuanti della collaborazione è una fase di esclusiva competenza del Giudice, tanto è vero che a Giovanni Brusca è stata riconosciuta la stessa attenuante nel processo cosiddetto "Agrigento" + 59, a Palermo - sentenza che per noi è passata ingiudicata - hanno ritenuto l'applicabilità dell'articolo 8 della collaborazione.
In questi giorni al processo per l'omicidio dell'onorevole Lima, la Pubblica Accusa ha chiesto l'applicazione dell'articolo 8 previsto per i collaboratori; in questa sede i Pubblici Ministeri hanno chiesto di riconoscere questo tipo di attenuanti, il che significa che, al di là del fatto che Brusca sia dichiarante, aspirante ad altro, queste sono questioni che attengono una fase amministrativa.
La fase giudiziaria, quella del giudizio, invece, consente l'applicazione di questa attenuante, di questa e di quella di quell'articolo 4 del Decreto Legge del '79, quella del reato commesso per finalità... del reato commesso per finalità del terrorismo, con la diminuente di cui al capoverso dell'articolo 116.
In punto processuale, ovviamente, ne consegue che l'applicazione dell'attenuante... della diversa pena prevista dal capoverso dell'articolo 116, comporta che nell'applicazione dell'articolo 8 per la collaborazione, l'ipotesi da prendere in considerazione è la seconda di cui al I comma. Il primo comma prevede alla pena dell'ergastolo e sostituzione della pena da 12 a 20 anni; la seconda ipotesi: le altre pene sono sostituite, sono diminuite da un terzo alla metà.
Nel momento in cui dovesse riconoscersi - come io mi auguro - la diversa pena prevista dal capoverso dell'articolo 116, è ovvio che alla pena dell'ergastolo va sostituita una pena, eventualmente, di anni 30, per cui scatterebbe la seconda ipotesi, di cui al I comma dell'articolo 8, per cui ben a tempo determinato con una disciplina, quanto agli sconti, diversa rispetto a quella prevista per la mera sostituzione della pena dell'ergastolo con la pena a tempo determinato da 12 a 20 anni.
Valuterà la Corte, ovviamente, queste mie conclusioni, tenendo anche, nella dovuta considerazione, che non stiamo facendo un discorso di pene.
Brusca Giovanni ha 40 processi, già diverse condanne definitive. É un problema di aderenza ai fatti storici così come ricostruitivi, di corretta valutazione giuridica. Per il resto non ci sposta nulla.
Una condanna meno alta di quella richiesta non ci sposta nulla dal punto di vista concreto, perché abbiamo già tante di quelle condanne passate in giudicato e tante altre ne arriveranno che... Ci interessa che, così come il Pubblico Ministero vi ha detto all'inizio, questa pagina di Storia venga scritta da voi con una aderenza completa ai fatti così come ricostruiti e alle responsabilità così come voi individuerete.
Grazie.*
PRESIDENTE: Grazie a lei, avvocato.
Vedo l'avvocato Batacchi e prima di dare la parola all'avvocato Batacchi, mi scusi, vorrei informare che mi è stato detto che il difensore di Messana Antonino ha difficoltà a parlare il giorno 27 di aprile e, d'accordo con i difensori dell'imputato Tutino - che dovrebbero parlare il 18 - potrebbe parlare lo stesso giorno 18 contenendo il proprio intervento a poco tempo.
Lo stesso mi è stato detto a proposito del difensore di Provenzano, cioè mi pare l'avvocato Passagnoli, che anch'egli avrebbe la possibilità di parlare lo stesso giorno 18, avendo trovato la comprensione - diciamo - degli altri difensori che parleranno quel giorno.
A questo punto, allora, il 7 maggio, giorno che era destinato all'intervento del difensore di Provenzano, parlerebbe il difensore di Matteo Messina Denaro.
Quindi, il 27 ed il 28 sarebbero giorni in cui non si terrebbe udienza, il giorno 7 l'udienza si terrebbe regolarmente, ma parlerebbe il difensore di Matteo Messina Denaro e i difensori di Messana Antonino e di Provenzano parlerebbero il giorno 18.
Questo, salvo a nuove richieste, a nuovi ripensamenti, e a disposizioni che riguardano le prenotazioni per le... delle videoconferenze.
A questo punto, chiedo scusa all'avvocato Batacchi di avere ritardato sia pure di qualche momento il suo intervento, e gli do la parola.
SOVRINTEN. De Luca: Presidente, da Parma.
PRESIDENTE: Prego, ascoltiamo.
SOVRINTEN. De Luca: L'imputato Bagarella chiede l'autorizzazione a rinunciare al proseguimento dell'udienza.
PRESIDENTE: Non ha bisogno di autorizzazione. La Corte prende atto della sua rinuncia e autorizza il suo allontanamento e la fine del collegamento con Parma.
SOVRINTEN. De Luca: Grazie.
PRESIDENTE: Prego.
SOVRINTEN. De Luca: Buongiorno.
(Segnale di scollegamento)
*AVVOCATO Batacchi: Signori Giudici e Presidente, io comincerò la mia arringa, che cercherò di contenere nei limiti del possibile...
PRESIDENTE: Abbiamo tutto il giorno per lei, avvocato.
AVVOCATO Batacchi: ... anticipando quelle che saranno le mie richieste conclusive.
Per Scarano Antonio chiederò, in conformità a quanto ha chiesto anche il Pubblico Ministero, che voi applichiate le attenuanti speciali previste dalla legge per il collaboratore di Giustizia, sia quella relativa ai delitti di mafia, sia quella relativa a delitti commessi con finalità di terrorismo e di eversione.
In secondo luogo, chiederò che voi riconosciate a Scarano Antonio le attenuanti generiche.
In terzo luogo chiederò che Scarano Antonio sia andato assolto, in conformità a quanto richiesto dal Pubblico Ministero, dal delitto di strage relativo ai Georgofili, ma anche dal delitto di strage relativo a Milano, via Palestro, ed dai reati connessi.
Si tratta non di una valutazione che si basa su fatti diversi da quelli che hanno portato il Pubblico Ministero, probabilmente, a concludere diversamente; i fatti sono gli stessi, sono diverse le conseguenze giuridiche che io ne traggo rispetto al Pubblico Ministero.
Detto ciò, posso sottolineare come il contributo che Scarano Antonio ha dato al Pubblico Ministero prima, ed al Giudice poi per la comprensione dell'intera vicenda, che voi Giudici vi trovate ad esaminare. É stato un contributo fondamentale e, per certi aspetti, insostituibile. Cioè, quello che vi ha raccontato Scarano, non poteva essere raccontato da nessun altro.
Le dichiarazioni di Scarano, pertanto - e sarà quello che io cercherò di dimostrare - voi le potrete utilizzare non solo come prove per stabilire anche la posizione di quelli che Scarano chiama in correità, ma li potrete utilizzare anche e soprattutto per stabilire se Scarano merita le attenuanti speciali della collaborazione, se Scarano merita le attenuanti generiche.
Perché, in primo luogo, il contributo di Scarano, a mio parere, è stato fondamentale ed insostituibile?
Per il semplice fatto che Scarano vi ha raccontato la verità. Cioè, quello che lui ha raccontato è quello che lui ha visto ed è la verità.
Il fatto che io sostenga che si tratti della verità non è una mera affermazione, ha dei riscontri ben precisi.
In primo luogo, io vi invito a considerare l'atteggiamento che Scarano ha assunto a partire dal 1 febbraio del 1996 di fronte al Pubblico Ministero e poi dinanzi a questa Corte.
Un atteggiamento di totale lealtà. Non è una parola che io butto lì a caso, senza poter dimostrare che sotto questa parola vi è un contenuto.
La lealtà di Scarano, a mio parere, risulta dal fatto che le sue dichiarazioni sono state rese senza fare calcoli di sorta, cioè lo scopo che ha portato Scarano a fare queste dichiarazioni, non è uno scopo utilitaristico.
Come si fa ad arrivare a questa conclusione? Scarano, all'inizio della sua collaborazione, racconta al Pubblico Ministero dell'attentato allo Stadio Olimpico. Secondo me è un punto di riferimento importante, per comprendere la lealtà di Scarano.
Il Pubblico Ministero fino a quel momento che cos'ha? La dichiarazione di Carra che si ricorda di aver portato dell'esplosivo a La Rustica, che quel giorno pioveva e basta.
Lo stesso Pubblico Ministero ha detto che senza Scarano, probabilmente, dell'attentato allo Stadio Olimpico se ne sarebbero sentiti soltanto dei vaghi echi.
Allora, io vi domando: vi rendete conto del fatto che Scarano confessa al Pubblico Ministero un fatto del quale non è stato ancora accusato, del quale ancora non si sa assolutamente niente, ma soprattutto confessa un fatto che non è in grado di prevedere se potrà essere dimostrato nella sua verità?
Come faceva Scarano a prevedere che il Pubblico Ministero sarebbe riuscito a dimostrare che effettivamente - come è risultato da questa istruttoria dibattimentale - questo attentato c'è stato?
Vi rendete conto del rischio incredibile che Scarano ha corso nel raccontare questa circostanza? Se per caso non fosse risultato provato, Scarano sarebbe stato passato per un inventore, avrebbe perduto completamente la sua credibilità.
Come poteva, Scarano, prevedere che sarebbe stato arrestato e poi si sarebbe addirittura "pentito" - tra virgolette - cioè avrebbe cominciato a collaborare Enzo Sinacori, il quale vi ha raccontato di aver sentito Messina Denaro Matteo, il quale gli diceva che effettivamente questo attentato allo Stadio Olimpico c'era stato e che addirittura si era trattato di un attentato che non era riuscito semplicemente perché c'era stato un problema di telecomando.
Come poteva Scarano prevedere che sarebbe stato arrestato e avrebbe iniziato a collaborare Grigoli Salvatore? Scarano ha avuto qualche difficoltà, mi ricordo, nel corso delle indagini a collocare nel tempo questa vicenda dello Stadio Olimpico. Grigoli invece dà alla Corte dei parametri ben precisi. Grigoli dice:" Questo attentato è avvenuto dopo l'omicidio di padre Puglisi - settembre '93 - è stato Grigoli a uccidere padre Puglisi. É avvenuto prima dell'arresto dei fratelli Graviano- che mi sembra che sia del gennaio '94- era inverno".
Questo si coordina perfettamente con quello che aveva raccontato Scarano. Scarano che si era preoccupato di questa Lancia Thema piena di esplosivo e quando erano venuti su gli odierni imputati a Roma gli avevano detto: 'eravamo impegnati... come, non hai sentito che eravamo impegnati ad uccidere il prete?'
Come poteva prevedere Scarano che addirittura sarebbe stato trovato - e qui mi riferisco ai testi Massimi Pasquale e Papetti, dell'udienza del 26 novembre '97 - sarebbero stati trovati coloro che avevano eseguito i lavori in via dei Gladiatori, circostanza che Scarano praticamente si ricorda dopo un po' di tempo, ed è importantissima. Perché in quella strada, in quel punto si veniva a verificare un restringimento, in quel punto viene posta la Lancia Thema e in quel punto l'effetto dell'esplosivo sarebbe stato ancora più devastante.
E poi, come poteva Scarano prevedere quanto è venuto a riferirvi il teste Nannola il 18 novembre '97,il quale ci ha raccontato come anche il Giarrizzo Andrea - che ha deposto dinanzi a voi - del fatto che i militari che facevano i turni di guardia all'Aula Bunker in quella zona, si ricordavano che c'era stato un problema di una persona che non riusciva a spostare la macchina perché aveva perso delle chiavi.
Sono tutti piccoli tasselli che - ora il termine mosaico è stato usato già diverse volte - effettivamente, diciamo, chiudono il cerchio che Scarano aveva aperto con le sue dichiarazioni. Per non parlare poi di quanto è venuto a raccontare anche il vice-questore Bernabei e il maresciallo Leggeri sulle dichiarazioni di Moroni Bruno, il quale conferma, ha confermato di essersi recato là allo Stadio Olimpico a prelevare questa Lancia Thema.
Questo è un elemento che a mio parere dà chiarezza della lealtà. Chi gliel'ha fatto fare a Scarano, lì per lì - era l'unico che parlava di questo attentato - di raccontare un fatto del genere? Perché è leale. Ed è stato leale anche nei vostri confronti.
Io ora ho preso come punto di riferimento un fatto, diciamo, di dimensioni notevoli. Ma secondo me c'è anche un'altra piccola circostanza che il Pubblico Ministero ha messo in luce nella sua requisitoria: la questione delle lettere.
Scarano si ricorda che una sera, accompagnato da uno degli odierni coimputati, da Di Natale, a ritirare delle lettere che erano arrivate precedentemente insieme a Carra:chi?.
Rendiamoci conto che si tratta di un piccolo particolare, ma che poteva, se non dimostrato, minare ancora una volta la credibilità di Scarano. Che cosa vuol dire? Che Scarano ha detto tutto, non solo le cose, i fatti, diciamo, di dimensioni notevoli, ma anche queste piccole circostanze.
Il Pubblico Ministero ha detto: 'abbiamo fatto indagini sia a Milano che a Roma; abbiamo trovato quelle due famose lettere che effettivamente sembrano preannunciare l'attentato allo Stadio Olimpico'.
Ma c'è un altro particolare. C'è da chiedersi, questo fatto che ha raccontato Scarano, questo utilizzo delle lettere, è un unicuum nella storia diciamo di questa organizzazione, oppure ne abbiamo già sentito parlare?
Il collaboratore di giustizia Ferrante, all'udienza del 1 luglio '97, ci ha detto che c'è stato un periodo in cui erano soliti inviare lettere ai giornali per creare confusione, per depistare le indagini, eccetera.
Ecco quindi che l'utilizzo delle lettere non è il parto della fantasia di Scarano, ma ha trovato delle conferme di carattere documentale e ha trovato anche delle conferme in un ambiente da un soggetto che di Scarano non ha mai sentito parlare. Anche questo è sintomatico della lealtà dello Scarano. Il fatto che abbia raccontato anche questo piccolo dettaglio.
Ma c'è di più. A Scarano chi glielo faceva fare di raccontare il primo tentativo all'attentato... nell'attentato di Costanzo, che c'era stato un primo fallito tentativo. La bomba era scoppiata il 14 maggio, se Scarano voleva fare delle dichiarazioni a scopo utilitaristico- cioè: 'non voglio sbagliare'- diceva era scoppiata quella sera e era a posto. E invece no, ha raccontato anche del fallito attentato. Il Pubblico Ministero vi ha detto come attraverso delle intercetta... attraverso i tabulati si può effettivamente ricavare che quella sera, in cui effettivamente risulta esservi stato questo fallito tentativo, ci fu uno scambio di chiamate, a quell'ora particolarmente indicativa, fra il cellulare di Scarano ed il cellulare di uno degli odierni coimputati.
E su questo stesso piano, sempre per sottolineare la lealtà dello Scarano, vi ricordo anche l'arrivo dell'esplosivo, che poi fu utilizzato per l'attentato a Costanzo, a cui segue l'arrivo di Enzo Sinacori di Messina Denaro Matteo. Come faceva Scarano a prevedere che addi... Non solo, va be', la collaborazione di Sinacori, ma come faceva a prevedere che con quello strumento, l'annusatore elettronico, sarebbero state trovate tracce di esplosivo nella sua cantina?
Vi rendete conto che Scarano ha raccontato al Pubblico Ministero che è arrivato un camion con esplosivo e armi, lui l'ha preso e li ha messi nello scantinato del suo palazzo. Una cosa apparentemente incredibile. Scarano l'ha detto ed è risultato confermato, perché là sotto c'è stato dell'esplosivo. Sinacori ha raccontato anche dell'arrivo di questo camion.
Secondo me tutti questi elementi, questi piccoli particolari, fanno capire qual è stato l'atteggiamento di lealtà di Scarano nei confronti di questa Corte. Lealtà che a mio parere, da sola, giustifica - e qui faccio una piccola anticipazione - la concessione di attenuanti generiche. Perché la lealtà, diciamo, non è prevista nell'ambito delle attenuanti speciali; è un fattore a parte che a mio parere può essere una valida ragione per concedere delle attenuanti generiche.
L'altro giorno l'avvocato Danilo Ammannato della parte civile dice: 'io non voglio' - quando faceva riferimento alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia - 'non voglio che la Corte consideri per esempio la logicità e la coerenza dei racconti fatti, mi voglio basare su altri elementi'. Secondo me, invece, la Corte deve considerare anche questo aspetto.
La giurisprudenza della Suprema Corte, quando indica i requisiti di cui i Giudici devono tener conto per stabilire se una chiamata di correo può essere utilizzata o meno come prova, richiede tra questi requisiti anche la logicità e la coerenza di queste dichiarazioni.
Chiediamoci pertanto a questo punto e sotto questo profilo, io non intendo ovviamente ripercorrere tutto il racconto di Scarano, ma voglio mettere in luce da cosa si può ricavare la logicità e la coerenza del racconto di Scarano. Chiediamoci se Scarano, il ruolo che è emerso di Scarano in questo processo è stato quello: lui è stato un punto di appoggio per degli attentati, delitti gravissimi commessi su Roma e nelle zone circostanti.
É un fatto che lui si è inventato? É una circostanza che gli è sta... diciamo una condotta che gli è stata cucita addosso da qualcuno? Oppure effettivamente questo suo ruolo di punto di appoggio trova una quantità di conferme assolutamente innumerevoli?
Lo Scarano- fra l'altro le dichiarazioni di Scarano, e questa è anche la sua particolarità- non è che vi ha raccontato un attentato, un omicidio. Vi ha raccontato la sua vita dal 1986 fino al giorno del suo arresto. Perché la sua vita e il suo incontro con questo mondo, comincia nel 1986 quando conosce Accardo nel carcere di Rebibbia. Pertanto è evidente che nel racconto di Scarano ci potranno essere delle smagliature. Ma secondo me queste smagliature non derivano dalla reticenza, ma derivano unicamente dalla mancanza di coscienza, o dalla dimenticanza.
Ora, per vedere se effettivamente questo ruolo che Scarano assume in questo processo, in questi fatti, sia un ruolo vero, va bene - e questo rientra nel concetto di logicità e coerenza dei racconti di Scarano - io credo che bisogna fare riferimento a quello che ci ha raccontato il colonnello Pancrazi e poi anche il... ora non mi ricordo il grado del Carlo Fischione, il 13 maggio... capitano Fischione il 13 maggio del '97.
Vediamo se Scarano effettivamente è un soggetto appetibile per coloro che vogliono compiere questo tipo di delitti nel continente. Qual' è la dimensione criminale di Scarano? La DIA di Scarano fino al 1993 non sa nulla. Cominciano a seguirlo contro un mare di gente, gira per Roma, ma al termine di queste indagini non sanno che cosa contestargli dal punto di vista criminale.
Non mi interessa a me che questo possa essere ricollega... che durante quel periodo Scarano addirittura aveva messo le bombe alle chiese e a Costanzo. Non mi interessa se questo possa derivare dall'incapacità di quelli che hanno fatto le indagini. Resta il fatto che Scarano praticamente è un soggetto che praticamente nessuno poteva collocare in uno spazio criminale ben preciso.
Lo Scarano,inoltre, è un soggetto che sa come muoversi a Roma, sa sempre dove andare. Arriva Carra che sbaglia strada con il camion? Lo porta allo sfascio di Renato a scaricare l'hashish. Scarano sa sempre su Roma chi trovare, per... a seconda del tipo di problema. C'ha bisogno degli appartamenti? Trova Bizzoni, trova Gesù Giacomino. Ha bisogno del carro attrezzi? Moroni Bruno è un soggetto disponibile. Ha bisogno di un posto? Trova Tor Bella Monaca, il magazzino de' Le Torri; trova la villa di Capena per l'attentato a Contorno.
É un soggetto che sa stare anche zitto, perché Scarano prima di questi fatti aveva commesso due omicidi, dei quali nessuno sapeva assolutamente niente, ne sente parlare Enzo Sinacori in quella riunione a cui assiste, a cui avrebbero partecipato Salvatore Riina e Messina Denaro Matteo, dove Salvatore Riina dice: 'c'ho io a Roma una persona da utilizzare come punto di appoggio, che ha fatto anche degli omicidi per noi'.
A ciò aggiungiamoci anche la sua origine calabrese, il fatto che ha una moglie di Partanna, quindi che proviene da un certo ambiente, che frequenta, appunto, quell'ambiente.
Questo suo ruolo di punto di appoggio comincia, ho detto, quando conosce una serie di soggetti: Accardo, Pandolfo; Pandolfo gli presenta Messina Denaro Matteo, Peppe Garamella, Alfio Massimino. Vediamo se questi soggetti che ha menzionato Scarano sono un gruppo di amici che andavano a pescare, andavano al mare insieme, oppure hanno una valenza che corrisponde al ruolo che Scarano praticamente fa loro attribuire.
Che non si tratti dell'amicizia di Scarano con Messina Denaro Matteo, che non si tratti di una mera invenzione dello Scarano, risulta confermato dalla deposizione anche di Enzo Sinacori. Enzo Sinacori ci dice che lui è venuto su a Roma insieme a Messina Denaro Matteo, che hanno incontrato Scarano. Scarano si è recato a casa di Gesù Giacomino a portare le paste a Messina Denaro Matteo e Messina Denaro Matteo gli ha detto: 'tu qui non ci metti piede, vattene via. Se ho bisogno di te, ti cerco io'. Quindi la conoscenza fra questi due soggetti è assolutamente indiscutibile.
Lo stesso Brusca Giovanni ci ha raccontato come Messina Denaro Matteo gli diceva: 'pensa te in che guaio ho cacciato quel mio amico di Roma, a coinvolgerlo in queste storie'. Cioè, le conferme che effettivamente questa amicizia c'è stata, questo rapporto c'è stato, arrivano da direzioni talmente diverse che è indubitabile che il racconto di Scarano sia corretto.
Per quanto concerne inoltre i suoi collegamenti con quel mondo, diciamo, del partannese, io ricorderei anche un altro dettaglio. Il 9 settembre del '97 ha deposto dinanzi a voi un certo Addolorato Bartolomeo, membro della famiglia degli Spadaro, mi sembra. Non so se Spadaro o Spataro.
Questa persona vi ha raccontato che doveva recarsi a Roma per portare del danaro ad un certo Bono e riferisce che gli era stato detto: 'se a Roma hai dei problemi, se a Roma non sai come muoverti, hai bisogno di qualche punto di appoggio, puoi rivolgerti a un romano, sposato con una donna di Partanna', dice Addolorato Bartolomeo. E fu dato un numero di telefono - che era il numero di un ristorante di Triscina, località dove il figlio di Scarano ha un'abitazione - 'io potevo telefonare a questo numero per avere informazioni su Roma e su come muoversi... poi non ce ne fu bisogno'. Però anche questo è un piccolo dettaglio del fatto che Scarano pian piano, con queste amicizie, comincia ad assumere un ruolo ben preciso. Comincia ad assumere un ruolo ben preciso.
C'è un fatto però: qui si sta parlando di amicizie. Una volta Scarano dà una pistola ad Accardo, può fornire informazioni su Roma. Ma come si fa a passare da questa semplice amicizia al fatto di diventare un punto di appoggio per fare delle stragi? Cioè, il salto effettivamente è grosso. Il salto è grosso. La spiegazione ve l'ha accennata il Pubblico Ministero: Scarano ha fatto, prima di queste stragi, due omicidi. Due omicidi per i quali è in corso oggi un processo a Trapani, il processo Mega, che si inseriscono nell'ambito della cosiddetta "guerra di Partanna".
Di questi due omicidi ci ha riferito lo stesso Enzo Sinacori. Di questi due omicidi non sapeva nulla nessuno. Di questi due omicidi si accusa Scarano. Evidentemente se n'è soltanto parlato superficialmente, ma tenete pre... io vi dico che Scarano - ed è oggetto di questo processo - non ha semplicemente detto di aver commesso questi omicidi, ha anche fatto trovare il cadavere della persona da lui uccisa, che corrispondeva effettivamente dall'analisi del DNA con quello che era risultato assassinato al Pubblico Ministero di Trapani.
Scarano quindi arriva ad essere un punto di appoggio su Roma dopo, non solo per le amicizie che ha, ma anche per quello che ha fatto e cioè ha commesso due omicidi.
Scarano quindi ha fatto un racconto che non solo esprime lealtà nel suo comportamento, ma ha fatto anche un racconto coerente e logico. Il fatto poi che si tratti di un racconto così vasto, che consente, diciamo, che comprende così tanti anni, fa emergere un altro carattere che la Suprema Corte di Cassazione ritiene importante ai fini della valutazione di una chiamata di correo, cioè la articolazione del racconto.
Cioè, la Corte di Assise di Firenze ha, nel racconto di Scarano, che è così articolato, la possibilità di confrontarlo da tutte le direzioni possibili e immaginabili; perché come ho detto prima riguarda tantissimi luoghi, tantissime persone, tantissimi fatti. Per cui, o Scarano è un genio che riesce a controllare tutti questi fattori, che sono a mio parere incontrollabili, oppure effettivamente Scarano ha fatto un racconto vero.
Il racconto di Scarano, inoltre, è anche un racconto genuino. E qui si entra nell'ambito, appunto, dei riscontri oggettivi delle dichiarazioni di Scarano. E io intendo fare un volo, diciamo a volo di uccello, passare a volo di uccello sulle dichiarazioni che lui ha fatto.
Lui ha ammesso di aver partecipato all'attentato a Costanzo, all'attentato alle chiese, all'attentato a Contorno, all'attentato all'Olimpico.
Per l'attentato a Costanzo lui, come punto di riferimento principale noi abbiamo l'appartamento da lui trovato presso Gesù Giacomino, nel quale si presentano per la prima volta, nel tentativo di individuare appunto l'obiettivo, di studiare le sue abitudini, Messina Denaro Matteo, Enzo Sinacori, Francesco Geraci. Lì comincia sostanzialmente il suo coinvolgimento più pregnante nella vicenda.
Si è inventato tutto Scarano? No, perché abbiamo sentito l'entourage di Gesù Giacomino, che è venuto a deporre, che ci ha detto che effettivamente sono venuti su degli amici di Scarano, che erano diversi. A questi amici fu data la casa, temporaneamente libera, della moglie... della mamma di Gesù Giacomo, che queste persone stavano lì solo la notte. E questa è una conferma esterna.
Abbiamo poi una conferma diciamo di tipo soggettivo, quando depone Geraci Francesco e ci dice che effettivamente lui è stato lì. Geraci ha visto Scarano, che non ha visto invece Geraci. E un altro piccolo particolare: Scarano dice che, recatosi a casa di Gesù Giacomo, sente parlare un certo Nuvoletta. É un particolare che sembra insignificante, ma invece, a mio parere, importantissimo. Perché Brusca Giovanni ci dice che furono contattati gli ambienti criminali, anche del napoletano, per questa campagna, ma di questi contatti non se ne fece nulla. Effettivamente quindi la presenza di questo Nuvoletta - che poi di questo Nuvoletta parla anche Enzo Sinacori, eccetera - è una presenza confermata, riferita da Scarano e confermata in maniera evidente.
Questo per quanto concerne i primi tentativi, i primi sopralluoghi per l'attentato a Costanzo.
Però il contributo più, a mio parere, significativo dato da Scarano è quello relativo, per esempio, all'attentato a Costanzo. Il Pubblico Ministero non sapeva qual era l'esplosivo, da dove veniva l'esplosivo utilizzato per l'attentato a Costanzo. Forse che l'esplosivo era tutto in via Ostiense, era stato portato sempre da Carra. No, è stato Scarano a dire che l'esplosivo utilizzato per l'attentato a Costanzo era quello che si trovava nel suo scantinato. É stato Scarano ad indicare il magazzino di Tor Bella Monaca, e quello mi sembra veramente un colpo incredibile per delle indagini. Magazzino dove addirittura vengono trovate delle cose che si trovavano nell'auto della signora che aveva denunciato il furto i giorni precedenti all'attentato a Costanzo e che poi effettivamente fu utilizzata per l'attentato a Costanzo.
Mi sembra che un riscontro di questo genere sia veramente clamoroso, mi si passi il termine.
Però sull'attentato a Costanzo, a parte questo, io vorrei fare un piccolo cenno a un aspetto che non è stato toccato dal Pubblico Ministero: per esempio, la deposizione di Alfio Massimino. Alfio Massimino non è un collaboratore di giustizia, non è un incensurato, è un soggetto che vive in quell'ambiente-credo che sia imputato, o comunque indagato per reati di mafia- e quindi un soggetto che è stato molto circospetto nella sua deposizione dinanzi alla Corte. Però delle cose, diciamo con difficoltà, ma le ha dovute ammettere. Ha ammesso la conoscenza di Scarano; ha ammesso le sue visite a casa di Scarano; ha ammesso l'interesse di Scarano manifestato per il magazzino di Tor Bella Monaca; ha ammesso che Scarano in diverse occasioni gli aveva chiesto le chiavi per potere andare a vedere il magazzino da solo: almeno due volte, dice Alfio Massimino. Ha ammesso anche che le chiavi erano nelle disponibilità della signora che gestiva la lavanderia del centro di Tor Bella Monaca.
Quindi queste sono circostanze che fanno capire come il racconto di Scarano si vada a inserire perfettamente nel quadro che risulta dagli elementi oggettivi raccolti dal Pubblico Ministero e dalle dichiarazioni degli altri soggetti.
Io mi ricordo una frase che disse il dottor Chelazzi durante le indagini: 'Scarano è quasi più... diciamo ha una quantità tale di riscontri estrinseci, cioè è quasi più credibile estrinsecamente di quanto lo sia intrinsecamente';perché va anche considerato chi è Scarano'.
Scarano non è che ha fatto dei ragionamenti pindarici, è uno che ha detto che quando ha iniziato a collaborare è stata una decisione che gli è venuta dallo stomaco. Cioè, è una persona che ragiona a chili, che non ragiona a grammi. Mi si scusi il passaggio. E quindi- e anche questa cosa deve essere presa in considerazione-
per quanto riguarda poi l'attentato alle chiese. per quanto riguarda l'attentato alle chiese, chi poteva raccontare il percorso fatto dalle macchine la sera dell'attentato, se non Scarano?
Scarano, per quanto riguarda l'attentato alle chiese, Vi ha parlato dell'appartamento di via Dire Daua che fu utilizzato come punto di appoggio; delle prove che furono fatte su strada per calcolare tempi e percorsi: perché le micce dovevano avere una certa lunghezza, non solo perché chi le accendeva doveva salvarsi, ma perché le esplosioni dovevano essere contemporanee. Ci ha parlato dell'arrivo dell'esplosivo in via Ostiense.
Io in queste mie considerazioni non prenderò quasi mai in considerazione quello che ha detto Carra perché la congruenza perfetta tra le dichiarazioni di Carra e Scarano mi sembra inutile sottolinearla.
Scarano Vi ha addirittura spiegato perché fu scelta via Ostiense e non i magazzini di Tor Bella Monaca per l'attentato alle chiese. Perché il Di Natale incontra, sotto casa di Scarano, uno degli odierni coimputati e gli propone... Andava sotto casa di Scarano continuamente, Scarano non è che si inventa delle cose particolarmente...
Dice: 'questo veniva da me a chiedermi i soldi, tutti i giorni, questo Di Natale. Era un disgraziato che voleva dei soldi'. Un bel giorno ha trovato uno degli odierni coimputati e gli ha proposto questa località, questo magazzino in via Ostiense. Scarano è andato là insieme a questa persona e l'ha trovato di suo gradimento per i fatti che si accingeva a fare, a commettere.
Quindi tanti, tanti elementi che Scarano ha riferito circa l'attentato appunto alle chiese.
Altro particolare, a chiudere la questione sull'attentato alle chiese, la deposizione di Pino Santamaria, detto "melanzone". Il 29 gennaio '98 ci dice che ha accompagnato a Napoli due cugini, nipoti di Scarano e - è costretto ad ammettere dietro pressanti domande del Pubblico Ministero e soprattutto anche sulla scorta del tabulato dei cellulari - che il giorno in cui viene fatto questo viaggio è il 28 luglio del '93, il giorno dopo l'attentato alle chiese.
Pino "melanzone" conferma quindi quello che ha raccontato Scarano, cioè che loro sono partiti il giorno dopo, divisi in due gruppi - perché Pino Santamaria doveva sapere quante persone c'erano a Roma - divisi in due gruppi e soprattutto c'è anche spiegato il perché di queste modalità di allontanamento da Roma. Perché loro doveva risultare che venivano via da Napoli e non che provenivano direttamente da Roma, con treni, aerei, o quello che era. Dovevano partire da Napoli.
Sull'attentato allo Stadio Olimpico, io vi ho già detto tutto.
Sull'attentato invece a Contorno, il Pubblico Ministero si è soffermato soprattutto sulla genesi di questo fatto. Scarano ha chiarito quello che è avvenuto fin dai primi sopralluoghi, ed ha indicato come persona che ha partecipato a questi sopralluoghi per l'attentato a Contorno proprio quella che poi anche Grigoli indicherà congruamente alle dichiarazioni di Scarano.
Scarano ha una partecipazione, secondo me, un po' diversa all'attentato a Contorno. Non che Scarano non se ne ritenga responsabile, perché ha trovato la villa di Capena, però ci riferisce delle circostanze un po' spezzettate, diciamo. Perché lui stava lavorando alla sua casa e quindi frequenta la villa di Capena saltuariamente.
Tanto Scarano ci spiega perché sono andati a Capena e dove erano prima. Prima erano alla villa di Tor Vaianica al villaggio Tognazzi di Bizzoni. Però c'avevano difficoltà a arrivare praticamente nella zona perché era troppo lontana e quindi hanno bisogno di un punto di appoggio più vicino.
E ci dice qualche cosa ancora, piccoli dettagli, Scarano, che sono significativi. Dice di aver visto coimputati che con una sparachiodi costruivano una specie di contenitore con dei fogli di lamiera e gli hanno detto che lì dentro ci doveva essere messo dell'esplosivo. Lui l'ha buttata lì questa circostanza. É stato arrestato Grigoli e Grigoli ci ha spiegato effettivamente che quello che ha detto Scarano era vero e ci ha anche spiegato perché poi non fu utilizzato, perché mi sembra non entrava nella macchina, era difficoltoso utilizzare questa struttura.
Scarano vede seppellire dell'esplosivo. Scarano sente le discussioni che queste persone fanno e che c'è stato un fallito tentativo anche per Contorno: cosa che poi ci verrà confermata specificamente da Grigoli, che vi ha partecipato appunto attivamente.
Quindi anche, per quanto concerne il contributo che Scarano dà alla comprensione dell'attentato a Contorno, io ritengo che il suo contributo che, per esempio per l'Olimpico e per Costanzo, secondo me è stato insostituibile, così come anche per le chiese - è comunque fondamentale per l'attentato a Contorno.
Siamo sempre nell'ambito della logicità e della coerenza delle dichiarazioni di Scarano. Sono state dichiarazioni leali, sono state dichiarazioni logiche e coerenti.
Questa logicità e questa coerenza, a mio parere, risulta confermata anche dal fatto che di Scarano ne parlano soggetti che nessun rapporto hanno avuto con lui, che nessun rapporto hanno avuto con lui.
Io mi ricordo di Calvaruso Antonino, il 10 giugno '97, il quale ci ha parlato del "villino di Scarano", dove questi ragazzi del gruppo andavano, venivano, eccetera.
Anche Ciaramitaro Giovanni, all'udienza dell'11/02/97, ci ha detto che a Roma c'era un certo "Baffo " o "Saddam", al quale si faceva riferimento.
Trombetta Agostino, che ci ha detto della preoccupazione che c'era in questi ambienti quando Scarano... si cominciò a spargere la voce che Scarano aveva cominciato a collaborare.
Anche Pasquale Di Filippo, il 30 settembre '97, ci racconta del fatto che, quando hanno arrestato Giacalone e Scarano a Palermo, hanno cominciato veramente a preoccuparsi.
La logicità e la coerenza risulta poi confermata anche dai riconoscimenti fotografici che Scarano ha fatto dinanzi a questa Corte; preceduti, ovviamente, nella fase delle indagini preliminari, da tutta una serie di sopralluoghi con il Pubblico Ministero.
Ha riconosciuto l'area di servizio sulla Casilina dove avvenivano gli incontri con Carra, che arrivava con il camion; il piazzale de La Rustica, il punto dove fu lasciata la Lancia Thema; ha riconosciuto, ha indicato anzi - perché questa è un'altra circostanza fondamentale - che l'esplosivo inc casa di Frabetti, seppellito nel giardino, è stato ritrovato su indicazioni di Scarano. E quindi anche questo è un fatto fondamentale.
Ha riconosciuto il magazzino di Di Natale. Ha indicato il magazzino di Tor Bella Monaca, il cimitero di Formello dal quale si facevano i primi sopralluoghi insieme a un suo coimputato e anche la villa di Contorno.
Tutto questo, secondo me, mostra la logicità e la coerenza del racconto di Scarano.
Il racconto di Scarano, però, non è stato solo questo; è stato anche un racconto caratterizzato dalla costanza delle sue affermazioni. Scarano, quando ha deciso di cominciare a collaborare, ha cominciato a fare dichiarazioni e da lì non si è più mosso.
Io sono stato zitto un anno e mezzo, però ho assistito al controesame, per esempio, di Scarano Antonio e non sono intervenuto, perché secondo me Scarano mi ha dato l'immagine di una pietra che si provava in tutti i modi a scalfire, o addirittura di una bomba dalla quale si gira alla larga, perché gli si è girato intorno proprio perché non c'era verso assolutamente di smontare le sue affermazioni. Anche laddove, magari, sbagliava; perché anche questo è un aspetto interessante.
Scarano, per esempio... noi abbiamo visto tutti, in quest'aula, all'inizio di questo processo, la foto di una Uno, con le porte aperte e con i fari accesi e tutto, che è quella che fu lasciata dopo gli attentati alle chiese.
Scarano depone dopo che si è vista questa foto. Si sa che è una Uno, ma lui è convinto che sia una Tipo. Dice: 'sì, forse no. Anzi, secondo me è una Tipo'.
Per dire, lui nella sua... diciamo, la sua versione è quella e quella è rimasta perché lui si fida ciecamente, appunto, del suo ricordo.
Infine, costanza delle sue dichiarazioni, infine anche spontaneità del racconto di Scarano. Perché è vero che Scarano collabora dopo che il Pubblico Ministero gli ha contestato dei delitti, ma non tutti.
É Scarano che racconta dell'attentato allo Stadio Olimpico.
É Scarano che racconta di aver commesso questi omicidi.
É Scarano, non dietro contestazione del Pubblico Ministero, che ci racconta dell'arrivo dell'esplosivo a casa sua.
Sono tutti elementi, cioè la confessione di comportamenti di rilievo criminale, senza che tale confessione sia sollecitata dalle accuse del Pubblico Ministero, a mio parere indicano con chiarezza il carattere di spontaneità delle dichiarazioni di Scarano.
Infine, la novità e la decisività di queste dichiarazioni mi sembra di averle messe già in evidenza nel corso, appunto, del mio intervento.
Queste dichiarazioni - caratterizzate pertanto, mi ripeto, da lealtà, spontaneità, costanza, logicità, coerenza - hanno una doppia valenza.
Questi aggettivi che io ho utilizzato non sono stati utilizzati casualmente- e, a mio parere, sono stati utilizzati anche in modo tale da poter essere riempiti di un contenuto,va bene?-Sono quei parametri che la Suprema Corte di Cassazione ritiene debbano sussistere affinché le dichiarazioni di un collaboratore di Giustizia possano essere utilizzate come prove nell'ambito di un processo penale. Nel contempo, queste dichiarazioni hanno avuto quella portata, diciamo, fondamentale ai fini della comprensione dei fatti, delle dinamiche di questo processo, eccetera, e quindi hanno anche un altro valore: queste dichiarazioni, infatti, consentono - a mio parere - alla Corte di applicare senza dubbio le attenuanti speciali richieste appunto dal Pubblico Ministero.
Attenuanti speciali che, come diceva appunto l'avvocato Li Gotti, non implicano un giudizio di minor gravità del fatto, ma si tratta di cuna cosa potremmo dire aritmetica. Se il Giudice ritiene che effettivamente Scarano abbia fornito un contributo per la ricostruzione di questi fatti per individuare i colpevoli, non ha alternative: deve applicare queste attenuanti, perché la legge lo prevede come una conseguenza automatica e nello stesso senso queste attenuanti vengono interpretate dalla Suprema Corte.
Per quanto concerne la strage di via Palestro:
ora, le mie considerazioni sono un po' analoghe a quelle dell'avvocato Li Gotti, che mi ha preceduto. Io non ne faccio una questione di pena, io ne faccio una questione di quello che mi ha detto Scarano stesso. Io vi ho detto: Scarano è un soggetto che ragiona... non è un giurista; lo stesso avvocato Ammannato per la parte civile lo ha messo in luce. Dice: 'io con Milano non c'entro nulla'.
É difficile far comprendere a Scarano, come anche a altri imputati, il concetto di concorso di persone nel reato.
Però, secondo me, dall'analisi degli elementi che sono emersi dinanzi a questa Corte nell'istruttoria dibattimentale, si può concludere nel senso dell'assoluzione di Scarano da questo delitto.
Vediamo quali sono questi elementi. Non sono diversi da quelli che, presumo, il Pubblico Ministero abbia preso in considerazione.
Il Pubblico Ministero ritiene responsabile Scarano del delitto di Milano e dei reati ad esso collegati sulla base delle parole stesse di Scarano. Perché Scarano dà un contributo anche per collegare l'attentato di via Palestro agli altri attentati. Scarano ci racconta che il giorno che precede l'attentato alle chiese, giunge da Milano uno dei coimputati, uno dei suoi coimputati, il quale entra in contatto con un altro degli odierni coimputati che già si trovava a Roma.
Quest'ultimo chiede, in presenza di Scarano: 'se a Milano era tutto a posto', gli viene risposto: 'sì, è tutto a posto. Abbiamo mangiato male, abbiamo dormito male, però è tutto a posto'. Si gira verso Scarano e gli dice: "Stasera succederanno cose eclatanti per l'Italia."
Tenete presente che Scarano non aveva in previsione di andare al cinema, ma aveva in previsione di andare a mettere le bombe alle chiese, per cui va tenuto presente questo aspetto.
Questo è quello che racconta Scarano.
Scarano, il giorno dopo, accompagnando queste persone a Napoli - due le porta Pino Melanzone, due le porta Scarano - sente che queste persone dibattono sull'errore che sarebbe stato commesso nel posizionamento dell'auto in via Palestro: 150 metri dopo, eccetera.
Allora, questi sono degli elementi che derivano dalla deposizione di Scarano.
A mio parere si possono aggiungere due altri elementi indubitabili.
L'esplosivo per la strage di Milano giunge a Milano direttamente dalla Sicilia per mezzo di Carra, che lo porta ad Arluno. Scarano questo esplosivo non lo vede mai, non gli passa per le mani: va direttamente a Milano.
In secondo luogo - e questo in omaggio, appunto, alla logicità e alla coerenza del quadro - Scarano vive a Roma ed è stato utilizzato a Roma, per i fatti su Roma. Quando si è avuto bisogno di qualcuno su Firenze non si è andati da Scarano, si è andati da Ferro e Messana. Allo stesso modo, quando si è avuto di andare su Milano, ci si sarà rivolti a qualcuno che purtroppo Scarano non può indicare, perché non sa chi sia questo qualcuno. Però ognuno in questo mosaico ha un ruolo ben preciso e Scarano ha il ruolo preciso di essere stato il punto di appoggio su Roma.
Pertanto, secondo me - vi è stato già dall'avvocato di parte civile Danilo Ammannato prospettata tutta una carrellata di Giurisprudenza sul concorso di persone nel reato; io sarò, diciamo, molto più breve e conciso - secondo me, dal punto di vista del contributo materiale che Scarano potrebbe aver dato all'attentato di Milano, voi non avete nulla. Scarano non ha partecipato, né si può pensare che abbia partecipato alla ideazione dell'attentato di Milano, alla sua preparazione e alla sua esecuzione.
Non è sufficiente questo, però, per concludere che Scarano deve essere mandato assolto, perché esiste, assieme al concorso materiale, anche la possibilità di un concorso morale.
La Giurisprudenza richiede, affinché si possa parlare appunto di "contributo morale" e quindi di concorso nel reato, sostanzialmente che questo concorso si estrinsechi in due direzioni: o Scarano ha provocato o rafforzato il proposito criminoso di chi ha eseguito l'attentato su Milano, oppure ha facilitato la preparazione e l'attuazione del delitto di Milano.A mio parere nessuna di queste possibilità è presente.
Nessun elemento è presente per sostenere che Scarano ha provocato chi ha agito su Milano a commettere questo delitto. Oppure che si possa pensare che senza l'intervento, senza la presenza passiva e neutrale di Scarano il delitto di Milano non sarebbe stato commesso. Scarano ascolta in via indiretta delle persone che parlano di qualche cosa che avverrà, appunto, su Milano.
Quando Scarano sente parlare di Milano, lassù c'è già qualcuno che Scarano non conosce e che accenderà la miccia a prescindere da quello che può pensare o fare Scarano.
Perché poi c'è anche il piccolo particolare che Scarano si trova a centinaia di chilometri di distanza.
É vero che, quando si costruisce una casa, ne deve rispondere anche l'architetto; ma Scarano, se vogliamo utilizzare quel paragone, stava costruendo una casa diversa, era a Roma, non era a Milano.
A meno che non si voglia attribuire a Scarano un ruolo diverso da quello di punto d'appoggio e gli si voglia attribuire il ruolo di ideatore e mandante di tutte le stragi. Ma così mi sembra che non possa essere.
Cioè, secondo me, da come si sono svolti i fatti, dagli elementi che voi avete visto come me formarsi in dibattimento, la conoscenza di Scarano del fatto di Milano, è casuale.
Secondo me Scarano non era destinato a sapere niente su Milano. Sente questi due coimputati che parlano, e, a quel punto, si rende conto che forse qualche cosa dovrà avvenire. Quindi, secondo me, non c'è neanche la possibilità di ritenere sussistente il concorso morale di Scarano.
Non è finita qui, però. Perché io posso ammettere che la Corte ad un certo punto - non so come - possa ritenere che Scarano abbia contribuito materialmente o moralmente alla commissione del delitto di Milano.
C'è qualche cosa di più che però la legge richiede. La legge richiede anche un aspetto, di considerare l'aspetto psicologico di chi commette un reato.
C'è da considerare cioè anche se Scarano era conscio e voleva il delitto di Milano. Cioè, non è sufficiente contribuire, è necessario anche la consapevolezza e la volontà di concorrere nella commissione del delitto di Milano. Cioè, andare a vedere l'elemento psicologico del concorso di persona nel reato.
Io faccio un breve accenno ai Giudici popolari sul fatto che, per stabilire l'animus, l'animo, qual è l'atteggiamento psicologico di chi commette un reato, non è una cosa poi così difficile. Cioè, non si fa un'analisi psicologica dell'imputato; è una valutazione che il Giudice fa considerando le circostanze. Si guardano le circostanze, in base ad esse si stabilisce se Scarano era conscio e voleva concorrere al delitto di Milano ed ai reati ad esso collegati.
Quali sono queste circostanze? Secondo me sono circostanze oggettive.
Abbiamo detto che Scarano non ha un ruolo di ideatore delle stragi, ma un ruolo più terra-terra. É un esecutore.
Scarano non viene previamente informato di quello che si progetta a Milano; Scarano ne sente parlare vagamente quando già ormai è tutto pronto. Scarano non vede l'esplosivo, Scarano non ha la disponibilità dell'esplosivo. Scarano, quando viene informato, non viene informato direttamente, ma sente due che parlano e lui ha la possibilità di ascoltarli. Scarano non sa nemmeno che tipo di delitto e se un delitto sarebbe stato commesso a Milano.
"Stasera succederanno cose eclatanti per l'Italia", per Scarano poteva anche essere rapito un politico, poteva essere commesso un omicidio...
Come si fa a dire che Scarano sapeva, non solo che un delitto sarebbe stato commesso a Milano, ma addirittura che proprio quel delitto sarebbe stato commesso. Perché, fra le tante sentenze che sono state citate, ce n'è anche una recente che riguarda appunto la Mambro. E cioè, tutti sappiamo chi era e della quale la Corte di Cassazione dice che non è sufficiente la generica conoscenza del fatto che sarà commesso un reato, ma è necessaria la piena consapevolezza che si stava per commettere non un generico reato, ma proprio quel reato che poi è stato commesso.
E a me sembra che, sulla base di queste circostanze, questa conclusione, se valutate ragionevolmente, non può essere presa dalla Corte.
Quindi, il concorso di Scarano nel delitto di Milano non sussiste, secondo me, né dal punto di vista del contributo materiale- comunque non c'è stato nemmeno un contributo morale-
ed in ogni caso, manca l'elemento psicologico richiesto per potersi parlare di concorso nel reato.
Infine, una breve considerazione io voglio fare sulla concessione delle attenuanti generiche a Scarano.
Le attenuanti generiche hanno, come scopo fondamentale, quello di consentire al Giudice l'adeguamento della pena alla personalità dell'imputato e al caso concreto.
La concessione delle attenuanti generiche non implica un giudizio di minor, di non gravità del fatto.
Cioè, le attenuanti generiche vengono concesse anche in presenza di fatti di gravità pari a quelle che voi state, appunto, esaminando.
Lo stesso avvocato di parte civile - e io faccio riferimento ancora all'avvocato Danilo Ammannato - ha detto che, elemento sufficiente per concedere le attenuanti generiche, è la semplice confessione di aver commesso un reato.
Per stabilire se a Scarano devono essere concesse le attenuanti generiche, io teoricamente potrei anche limitarmi a invitare la Corte di Assise di Firenze a prendere in considerazione la collaborazione di Scarano. Perché, per le attenuanti generiche, non vale quel principio per cui lo stesso elemento non può essere valutato più di una volta ai fini della concessione delle attenuanti.
Cioè, per le attenuanti generiche, siete voi sovrani, potete voi stabilire praticamente qual è l'elemento in base al quale concederle o meno. Per cui io potrei limitarmi a dire: la collaborazione di Scarano è stata di livello tale che, secondo me, oltre alle attenuanti speciali, ha diritto anche alle attenuanti generiche.
No, secondo me, ci sono ben altri argomenti che possano portare la Corte a riconoscere le generiche a Scarano. In primo luogo quella lealtà di cui vi ho parlato e che mi sembra aver dimostrato ampiamente nella prima fase del mio intervento. La lealtà di Scarano, secondo me, giustifica la concessione delle attenuanti generiche.
In secondo luogo, la confessione spontanea di certi reati, gravissimi, giustifica la concessione delle attenuanti generiche a Scarano.
In terzo luogo giustifica la concessione alle attenuanti generiche il comportamento remissivo processuale avuto, appunto, dallo Scarano, dinanzi a questa Corte. Giustifica la concessione delle attenuanti generiche il corretto comportamento avuto da Scarano dopo che voi gli avete revocato la custodia cautelare. Giustifica anche il ruolo di diverso spessore che ha avuto lo Scarano in queste vicende.
Pertanto, tutti questi, sono elementi che, anche secondo la Suprema Corte, se ritenuti presenti, possono giustificare la concessione di queste attenuanti.
Pertanto io concludo chiedendo che la Corte di Assise di Firenze voglia riconoscere, in conformità a quanto richiesto dal Pubblico Ministero, le attenuanti speciali della collaborazione in entrambe le figure: quella prevista dall'articolo 8 del Decreto Legislativo 152 del '91 e quella prevista dall'articolo 4 del Decreto Legislativo 625 del '79.
Chiedo che la Corte conceda a Scarano le attenuanti generiche; chiedo che la Corte mandi assolto Scarano da, non solo dal delitto di strage relativo ai Georgofili e ai reati ad esso connessi, ma anche al delitto di strage commesso in Milano via Palestro, con la formula: o perché praticamente manca l'elemento psicologico richiesto dalla legge per poter ritenere Scarano concorrente in questo reato; o perché comunque, dal punto di vista oggettivo, non c'è stato né un contributo materiale, né un concorso morale.
Ed infine, con la formula del 530 II comma, perché gli elementi di cui la Corte dispone, a mio parere, non sono sufficienti per affermare la responsabilità di Scarano in questa direzione.
PRESIDENTE: Non ci sono altri interventi, per oggi, mi pare di aver capito.
E allora, il processo è rinviato al 23 di aprile 1998. Cioè, l'udienza è rinviata al 23 aprile 1998, ore 09.00.
Traduzione degli imputati detenuti non soggetti al regime del 41-bis. E traduzione degli altri imputati soggetti a quel regime nelle salette in cui partecipano al dibattimento a distanza.
(voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Ah, ecco, una precisazione: il 23 l'udienza inizierà non alle 09.00, ma alle ore 11.00 per la concomitanza con un altro processo che si dovrà aprire a Palermo e che sarà chiuso prima delle 11.00.
L'udienza è tolta.