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Processo per la strage di Via dei Georgofili
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Note
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DIBATTIMENTO-1: udienze/980406.txt


PRESIDENTE: Buonasera.
Chiamiamo gli imputati, iniziando da quelli che potrebbero essere presenti in quest'aula.
Brusca Giovanni: detenuto, rinunciante.
Avvocati Li Gotti, De Paola. É presente l'avvocato Falciani? No? Allora, sostituto l'avvocato...
AVVOCATO Batacchi: Batacchi.
PRESIDENTE: Batacchi.
Carra Pietro: libero, assente.
Avvocati Cosmai e Batacchi, che è presente.
AVVOCATO Batacchi: Sì, Presidente.
PRESIDENTE: Di Natale...
(voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Ah, chiedo scusa. C'è un problema di composizione della Corte.
(voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Bene. Scusate, c'era stato un equivoco. Ricominciamo, allora.
Brusca Giovanni: detenuto, rinunciante.
Avvocati Li Gotti, De Paola. Sostituto: l'avvocato Batacchi.
Carra Pietro: libero, assente.
Avvocati Cosmai e Batacchi, che è presente.
Di Natale: libero.
Avvocati Di Russo e Gentili. L'avvocato Falciani, sostituto processuale, non è presente. Sostituto, allora, l'avvocato Batacchi.
Ferro Giuseppe: detenuto.
Avvocato Pietro Miniati Paoli...
AVV. Miniati Paoli: Presente.
PRESIDENTE: ...che è presente.
Ferro Vincenzo: libero, assente.
Avvocato Traversi e Gennai. É presente l'avvocato Traversi.
AVVOCATO: (voce fuori microfono)
Entrambi, Presidente.
PRESIDENTE: Ah, entrambi. Scusi, non l'avevo vista signora.
Frabetti Aldo...
IMPUTATO Frabetti: Presente.
PRESIDENTE: ...è presente.
Avvocati Monaco e Usai. In assenza del sostituto processuale, avvocato Roggero, sostituto processuale l'avvocato Gramigni.
Grigoli Salvatore: detenuto, rinunciante.
Avvocati Avellone e Batacchi di Firenze, che è presente.
Messana Antonino: libero, contumace.
Avvocati Amato e Bagattini. Sostituto: l'avvocato Maffei.
Messina Denaro Matteo: latitante.
Avvocati Natali e Cardinale. Sostituto: l'avvocato Pepi.
Provenzano Bernardo: latitante.
Avvocati Traina e Passagnoli. Sostituto: l'avvocato Ceolan.
Ero arrivato a Provenzano, vero? Quindi, Santamaria Giuseppe: libero.
Avvocati Battisti e Usai. Sostituto... l'avvocato Gramigni ha problemi a sostituire i difensori di Santamaria? Mi pare che no, non ne abbia mai avuti. Grazie.
Scarano Antonio: libero, assente.
Avvocati Fortini e Batacchi, che è presente.
Scarano Massimo: libero, contumace.
Avvocati Rocco Condoleo e Cianferoni, sostituiti dall'avvocato Pepi.
Chiamiamo, allora, gli imputati che partecipano al dibattimento a distanza, iniziando da Parma.
VICESOVR. Abriola: Sì, buongiorno, Parma in ascolto.
PRESIDENTE: Buongiorno. Chi è che parla?
VICESOVR. Abriola: Abriola Pasquale.
PRESIDENTE: Abriola. Mi pare che lei già abbia svolto le funzioni di ufficiale di Polizia Giudiziaria. Esatto. Mi sa dire, mi può dire, anzi, se è presente l'imputato Bagarella Leoluca?
VICESOVR. Abriola: L'imputato Bagarella, sì, è presente.
PRESIDENTE: É presente. Mi può dare atto che sono garantiti i diritti e le facoltà previsti a favore dell'imputato, se è stabilito il collegamento in modo regolare, se è possibile la comunicazione telefonica tra l'imputato e i suoi difensori come prescritto dalla legge?
VICESOVR. Abriola: Sì, signor Presidente.
PRESIDENTE: I difensori dell'imputato Bagarella Leoluca sono gli avvocati Ceolan e Cianferoni. É presente l'avvocato Ceolan.
Sentiamo, allora, Viterbo.
VICESOVR. Egidi: Buonasera, signor Presidente.
PRESIDENTE: Buonasera.
VICESOVR. Egidi: Viterbo, sala 2. Confermo la presenza di Barranca Giuseppe, Calabrò Gioacchino, Lo Nigro Cosimo, Mangano Antonino e Tutino Vittorio.
PRESIDENTE: Lei che parla si chiama?
VICESOVR. Egidi: Vicesovrintendente Egidi Arcangelo.
PRESIDENTE: Già designato da questa Corte. Mi può dare atto che sono garantiti i diritti e le facoltà degli imputati presenti in quella saletta, se è stabilito regolarmente il collegamento audiovisivo, se c'è la possibilità per gli imputati di comunicare telefonicamente e in modo riservato con i loro difensori?
VICESOVR. Egidi: Sì, signor Presidente, do atto di tutto ciò.
PRESIDENTE: La ringrazio. I difensori di Barranca sono gli avvocati Barone e Cianferoni. Sostituto: l'avvocato Gramigni.
I difensori di Calabrò gli avvocati Gandolfi e Cianferoni. Sostituto: l'avvocato Maffei.
I difensori di Lo Nigro Cosimo, gli avvocati Florio e Fragalò... Fragalà, chiedo scusa. Sostituto: l'avvocato Pepi.
I difensori di Mangano Antonino, l'avvocato Graviano Maffei... Graziano Maffei, che è presente.
E i difensori di Tutino Vittorio, gli avvocati Gramigni, presente, e l'avvocato Domenico Salvo, che presente non è.
Sentiamo, allora, Spoleto.
ISP. Capitanio: Sì, signor Presidente, buongiorno.
PRESIDENTE: Buongiorno.
ISP. Capitanio: Qui a Spoleto comunico... è l'ispettore Capitanio che vi parla, e comunico che sono rinuncianti: Pizzo Giorgio, Benigno Salvatore, Graviano Filippo e Giuliano Francesco. Mentre è presente il Cannella Cristoforo.
Per i quattro di cui prima, sono state prodotte relative rinunzie a mezzo fax alla sua attenzione.
PRESIDENTE: Bene.
ISP. Capitanio: E per quanto riguarda il Cannella Cristoforo do atto che non sono posti impedimenti o limitazioni all'esercizio dei diritti e delle facoltà spettanti all'imputato stesso.
PRESIDENTE: Il collegamento audiovisivo è regolarmente stabilito e c'è la possibilità per l'imputato Cannella Cristofaro di comunicare telefonicamente in modo riservato con il suo difensore?
ISP. Capitanio: Evidentemente sì.
PRESIDENTE: La ringrazio.
ISP. Capitanio: Prego.
PRESIDENTE: Il suo nome, mi scusi, se lo può ripetere.
ISP. Capitanio: Ispettore Capitanio Carlo, dalla sala numero 1 di Spoleto.
PRESIDENTE: Grazie. E allora i difensori di Benigno Salvatore, anzi, il difensore di Benigno Salvatore è l'avvocato Graziano Maffei, presente.
Difensore di Giuliano Francesco: l'avvocato Pepi, presente.
I difensori di Graviano Filippo: gli avvocati Oddo e Lapo Gramigni, che è presente.
Difensori di Pizzo Giorgio: gli avvocati Salvo e Giangualberto Pepi, che è presente.
Difensori di Cannella Cristofaro: gli avvocati Di Peri e Marco Rocchi, sostituiti dall'avvocato Florio, che entra in questo momento nell'aula di udienza.
Se per piacere, mano mano che i difensori fanno ingresso nell'aula di udienza, se non sono stati precedentemente richiama... se non è stata precedentemente richiamata la loro presenza, se possono, si presentino alla Corte in modo che risulti nella trascrizione...
AVVOCATO Florio: Presidente, avvocato Florio, ne ha già dato atto ma insomma...
PRESIDENTE: Ne ho dato atto già io, però, avvocato. Grazie.
AVV. Cianferoni: Buonasera Presidente, sono l'avvocato Cianferoni, sono intervenuto.
Mi ponevo, dopo il suo invito di sabato, il problema: se poi uno arriva... un difensore arriva quando sta già parlando il Pubblico Ministero è scortese dare sulla voce, come si dice. Comunque, ecco, per oggi è andata così e ci sono.
PRESIDENTE: Ecco, vuol dire che cercheremo di contemperare le diverse esigenze...
AVV. Cianferoni: No, come...
PRESIDENTE: ...facendo un segno a me, chiederò al Pubblico Ministero di sospendere un attimo. Tanto potrà accadere due, tre volte al massimo, nel corso dell'udienza.
AVV. Cianferoni: Certo, Presidente.
PRESIDENTE: E poi all'inizio.
AVV. Cianferoni: Bene.
PRESIDENTE: Chiamiamo, allora, L'Aquila.
ISPETTORE Scafi: Sì, buonasera signor Presidente, qui è L'Aquila.
PRESIDENTE: Buonasera.
ISPETTORE Scafi: Confermo la presenza... Buonasera. Confermo la presenza dei detenuti imputati: Gaspare Spatuzza e Giacalone Luigi.
PRESIDENTE: Lei che parla è?
ISPETTORE Scafi: Io sono l'ispettore Scafi Fabio.
PRESIDENTE: Mi può ripetere il suo nome in modo più chiaro, perché non l'ho compreso. Ispettore?
ISPETTORE Scafi: Scafi, Scafi, Scafi.
PRESIDENTE: Scafi Carlo.
ISPETTORE Scafi: No, Fabio.
PRESIDENTE: Fabio.
ISPETTORE Scafi: Fabio. "F" come Firenze.
PRESIDENTE: Ho capito. Non mi pare che lei sia stato designato dalla Corte per esercitare questa funzione, quindi mi deve dire se ha svolto indagini nei confronti degli imputati in questo processo, o se ha esercitato attività di protezione.
ISPETTORE Scafi: No, io qui sono designato solo per fare la videoconferenza; nient'altro.
PRESIDENTE: Sì. No, mi scusi, la designazione avviene da parte della Corte e lei non è tra gli ufficiali di Polizia Giudiziaria che sono già stati designati. Può essere designato adesso, però, per la designazione, occorre che la Corte accerti - e lo accerta direttamente da lei, una volta che lei esercita determinate funzioni - se ha svolto in precedenza indagini nei confronti degli imputati in questo processo, o se ha svolto nei loro confronti attività di protezione. Non so se sono stato chiaro.
ISPETTORE Scafi: No, non ho... non ho mai svolto indagini e non ho fatto mai protezione.
PRESIDENTE: Benissimo. Allora, la Corte designa lei quale ufficiale di Polizia Giudiziaria per l'esercizio delle funzioni previste dall'articolo 2 della Legge numero 11 del 1998.
Lei mi ha dato atto della presenza dei due imputati, Spatuzza e Giacalone; poi mi deve dare atto del fatto che non sono posti impedimenti, ovvero che ci sono, all'esercizio dei diritti e delle facoltà di questi imputati.
ISPETTORE Scafi: Sì, confermo quanto anzidetto da lei.
PRESIDENTE: Cioè, non vi sono impedimenti. É regolarmente collegata l'aula di udienza alla saletta in cui lei si trova?
ISPETTORE Scafi: Sì, è tutto collegato.
PRESIDENTE: Sì.
ISPETTORE Scafi: Tutto regolare.
PRESIDENTE: Esiste la possibilità di comunicazioni telefoniche?
ISPETTORE Scafi: Sì, sì, anche...
PRESIDENTE: Benissimo, basta così, grazie.
E, allora, i difensori di Giacalone Luigi sono gli avvocati Priola di Palermo e l'avvocato Florio di Firenze, che è presente.
Il difensore di Spatuzza Gaspare è l'avvocato Pepi, presente.
AVVOCATO Pepi: Sì, Presidente, appunto, sono l'avvocato Pepi.
Mi accennava prima Spatuzza, in una telefonata pochi minuti prima che entrasse la Corte, che voleva fare delle dichiarazioni spontanee. Non so se sia sempre di questa idea. Se magari lo vogliamo sentire.
PRESIDENTE: Sì, ascoltiamo le dichiarazioni prima di dare la parola al Pubblico Ministero. Ma vorrei che fossero pertinenti al processo.
Ascoltiamo, allora, Spatuzza. Lo faccia accostare al microfono.
IMPUTATO Spatuzza: Buonasera, signor Presidente.
PRESIDENTE: Buonasera.
IMPUTATO Spatuzza: Volevo dire a proposito... il Pubblico Ministero ha citato che io mi potei trovare nell'attentato di Firenze tramite una conversazione che io ho avuto con il Carra. Ora io debbo fare una denuncia che possibilmente forse avevo il telefono clonato.
Io a Firenze non ci sono stato mai.
La ringrazio, signor Presidente.
PRESIDENTE: Prego. Questa circostanza è già stata, mi pare, rappresentata dal difensore di Spatuzza nel corso dell'istruzione dibattimentale.
Allora, terminate queste attività, possiamo dare la parola al Pubblico Ministero.
PUBBLICO MINISTERO: Bene. Possiamo riprendere l'esposizione dal punto nella quale l'avevamo lasciata la scorsa udienza.
Sostanzialmente, avevo ricostruito quanto aveva riferito Scarano in relazione al momento, per così dire, conclusivo delle operazioni svolte nella notte tra il 27 e il 28 luglio del '93 e quanto aveva appreso in relazione a alcune particolari modalità dell'azione, in particolare, in piazza San Giovanni: macchina posizionata in un certo modo, presenza di quelle persone con i furgoni.
Vediamo, allora, di completare questa ricostruzione con gli avvenimenti della giornata successiva del 28.
Stando a Scarano, nella giornata, nel pomeriggio del 28 luglio, dopo che i quattro esecutori materiali dei fatti avevano passato la notte, avevano trascorso la notte nell'appartamento di via Dire Daua, nel pomeriggio del giorno 28, per l'appunto, erano stati accompagnati a Napoli, dove si dovevano imbarcare - quindi al porto - due da Scarano e due da Santamaria, il giovane che frequentava casa sua e che era amico dei figlioli.
Scarano ha precisato che queste cir... questo dato di fatto, cioè lo spostamento su Napoli, era stato anche motivato dai suoi complici col fatto di non fare il viaggio di rientro a Palermo munito di un biglietto del treno e quant'altro che dimostrasse uno spostamento diretto da Roma a Palermo.
Ora, per l'appunto, la Corte ricorderà senz'altro quanto ha riferito in aula Santamaria, il quale ha, per l'appunto, non solo confermato la circostanza che in quel giorno, e quindi nel giorno in cui, come dirò di qui a un attimo, era stata intercettata la famosa conversazione, nella serata, intorno alle 22.00, del 28 luglio, quella sorta di ambientale, diciamo, dalla quale si poteva chiaramente capire - era, del resto, esplicitata - lo spostamento di Scarano a Napoli, il fatto che questo spostamento fosse stato fatto di concerto con Santamaria, e nella circostanza si fa riferimento anche a un certo taxi che sarebbe stato preso da qualcuno.
Ricorderete, ancora, quanto ha riferito Santamaria in relazione all'accompagnamento di due persone che aveva prelevato a casa di Scarano in quel certo giorno, il giorno, per l'appunto, quello del 28 luglio. Il ricordo a Santamaria, in aula e prima ancora nel corso delle indagini preliminari, era suscitato dal fatto che il Pubblico Ministero aveva contestato il contenuto di quelle intercettazione telefonica che risulta ai vostri atti e che la Corte ha fatto trascrivere.
Quindi, diciamo, queste affermazioni, queste circostanze riferite da Scarano trovano un doppio punto di riscontro. Non solo le dichiarazioni di Santamaria, ma, ovviamente, anche il contenuto della intercettazione telefonica. E non solo: il fatto che due degli attentatori si fossero, per così dire, trasferiti in quella giornata a Napoli, risulta dal contatto cellulare che è stato illustrato già dal dottor Chelazzi quando ha esaminato il maresciallo Cappottella e sul quale, penso, poi qualcosa tornerà a dire.
Quindi, mi sembra che la ricostruzione, seguendo le dichiarazioni di Scarano abbia, per così dire, un riscontro estrinseco, un'attendibilità intrinseca di indubbia valenza. Ma vedremo - come spiegherò da qui a un attimo - che non sono solo questi gli elementi di conforto al racconto di Scarano. Perché la presenza a Roma in quel periodo delle persone chiamate in causa da Scarano, trova, per così dire, un punto di riferimento concreto nelle dichiarazioni che sono state rese in aula dalla signora Cantale e dal marito Liberati.
Ricorderete come la Cantale - ne abbiamo già parlato è la signora... anche del Liberati abbiamo delineato quel profilo, quei rapporti che questa coppia, diciamo, aveva con Scarano - bene, sia la Cantale sia il Liberati, con maggiore precisione in questo caso il Liberati, ha riferito come tramite Scarano aveva conosciuto una persona, un siciliano che si chiamava Gaspare, che aveva visto per la prima volta in un'epoca immediatamente precedente al suo arresto; arresto, per l'appunto, che era avvenuto il 13 maggio '93, come ho già descritto nella precedente udienza.
Non solo, il Liberati ha riferito che questo stesso Gaspare lo rivedrà insieme a un certo Peppe, allorché egli - Liberati - era stato posto agli arresti domiciliari. Dirà che erano venuti con Scarano, direi, secondo... riprendendo le affermazioni di Liberati, in un'epoca che si colloca subito dopo la concessione, per l'appunto, degli arresti domiciliari.
Ora, al signor Liberati, per l'appunto, gli arresti domiciliari sono stati concessi il giorno 21 luglio del 1993, e l'affermazione di Liberati a sua volta conferma una affermazione resa da Scarano, e cioè che, nel momento in cui, nel periodo di preparazione degli attentati del 27-28 luglio, per l'appunto, era andato con Spatuzza e con Giuliano a trovare il Liberati.
Scarano dirà in dibattimento: 'vi porto a trovare un mio amico, andiamo a fare visita a un mio amico che è agli arresti domiciliari'.
Quindi, mi sembra che il complessivo racconto di Scarano, sotto questo profilo, abbia molteplici, di diversa consistenza, riscontri.
Ancora. Diciamo che un segmento di riscontro alle dichiarazioni di Scarano, per quanto riguarda il nucleo costituito da due punti logistici di riferimento per l'esecuzione di questi attentati - cortile di via Ostiense, da una parte; appartamento di via Dire Daua, dall'altro - abbiano trovato due momenti di riscontro, direi in questo caso, molto significativi.
Primo. Nell'appartamento di via Dire Daua, come avete sentito dai consulenti, in particolare dal dottor Massari, l'appartamento stesso è stato, come dire, nell'appartamento è stata rilevata una contaminazione elevata di sostanze esplosive. In particolare, è stato riferito dal dottor Massari come la contaminazione fosse particolarmente significativa in alcune stanze dell'appartamento. Come in quei reperti che sono stati sequestrati nel maggio '95, allorché, per l'appunto, l'appartamento era stato individuato quando ancora Scarano non aveva reso dichiarazioni, era chiuso nel suo mutismo e respingeva ogni accusa; appartamento che come la Corte ben sa era stato individuato attraverso le dichiarazioni che erano state rese al Pubblico Ministero ed alla Polizia Giudiziaria, dalla Cantale Simonetta, per l'appunto, tra l'altro in alcuni oggetti sequestrati nella cucina del medesimo appartamento, stracci e quant'altro, era stata rilevata una contaminazione consistente da esplosivo.
Ancora. Nel famoso cortile di via Ostiense, come ha riferito ancora una volta il dottor Massari, sono state rilevate, nel cortile, alcuni reperti, il guanto di lattice, il terriccio che è stato repertato nel corso delle operazioni che si sono svolte alla presenza del dottor Massari, alla presenza dei funzionari della DIA, il dottor Giuttari e il colonnello Pancrazi, ancora una volta, come, per l'appunto, era stato possibile rilevare delle tracce di esplosivo nei reperti rinvenuti durante quei sopralluoghi.
Il repertamento di un guanto di lattice contaminato da esplosivo, riscontra, peraltro, delle dichiarazioni che in aula sono state rese da Siclari Pietro.
E qui, quindi apro un nuovo, come dire, segmento della ricostruzione che è stata possibile fare in relazione alle operazioni svolte nel cortile di via Ostiense.
Non richiamerò in dettaglio le dichiarazioni che sono state rese da Di Natale Emanuele, da Siclari Pietro e dallo stesso Maniscalco Umberto. Direi che la composizione di questo nucleo familiare, la dislocazione nelle due, chiamiamole, unità immobiliari contigue in via Ostiense, sono dati che la Corte ben conosce.
Ecco, per l'appunto, Siclari Pietro aveva parlato dell'utilizzo di guanti di lattice che erano stati utilizzati... aveva visto, per l'appunto, che erano stati utilizzati dagli attentatori, allorché erano state compiute quelle operazioni e allorché lui stesso aveva, per così dire, sgomberato dal materiale residuo quanto era rimasto nel cortile.
E, a questo punto, si può dire che il racconto che ha fatto Scarano, da una parte, l'originario racconto fatto da Carra in relazione al punto di riferimento terminale del cortile di via Ostiense, trova un indubitabile punto di conforto nelle dichiarazioni concordi rese da Di Natale Emanuele, da Maniscalco Umberto e da Siclari Pietro in relazione, per l'appunto, agli avvenimenti della notte, della tarda serata del 27 luglio.
Vi è - e poi è un punto che vorrò riprendere, diciamo, isolatamente - un punto di contrasto significativo nelle dichiarazioni del nucleo Di Natale, rispetto alle dichiarazioni di Scarano; fermo rimanendo che per il resto, diciamo, le convergenze sono abbastanza univoche. E riguardano, per l'appunto, la presenza o meno nel cortile di via Ostiense di Frabetti Aldo nella famosa serata. Ma questi dati li vorrei riprendere quando affronterò specificamente la posizione di Frabetti.
Cosa mi interessava enucleare dai dati riferiti dal nucleo familiare del Di Natale?
Alcuni particolari. Alcuni particolari che, vedremo, poi saranno, per così dire, oggetto di una serie di dichiarazioni di provenienza diversa, che ci daranno la misura, quantomeno delle relazioni e dei rapporti di conoscenza più o meno intensa che si erano venuti a consolidare, o che si erano venuti a concretizzare nel cortile.
Di Natale ha reso in dibattimento delle dichiarazioni, come dire, asciutte, piuttosto lineari; sono dichiarazioni scarne, e del resto la sua, come dire, personalità, la Corte l'ha sentito dallo stesso Di Natale, si tratta di persona che non sa né leggere né scrivere, danno la misura, per così dire, della elementarità del personaggio. Di Natale ha riferito in aula un particolare, e cioè che, nel corso di queste frequentazioni nel cortile di via Ostiense, era avvenuto un fatto singolare che in una qualche circostanza, con la sua macchina - disponeva di una Volvo; Volvo che è sequestrata agli atti - aveva accompagnato qualcuno di queste persone in un certo posto, lui parlerà di un ristorante, e che nell'occasione questa macchina - la Volvo, per l'appunto - aveva avuto un contrattempo di tipo meccanico, la macchina si era guastata.
Sembrano particolari insignificanti, di poco conto, ma se loro vanno a rivedere le dichiarazioni di Grigoli Salvatore - il cui spessore, la cui attendibilità ha ben altri punti di riferimento rispetto a quanto è possibile trarre, diciamo, dalle dichiarazioni di Di Natale - potrà agevolmente controllare come il Grigoli abbia, per l'appunto, riferito, nell'ambito di confidenze che erano state rese dai suoi complici per le altre stragi cui aveva lo stesso Grigoli preso parte, del fatto che in effetti a Roma c'era qualcuno, quello cui si erano appoggiati, che disponeva di una Volvo, dirà diesel, Volvo che si era guastata.
Dirà Grigoli esattamente: "una macchina che camminava piano piano, che andava piano piano."
Ancora. Sempre da Di Natale mi premeva far rilevare come sia stato lo stesso Di Natale, per primo, in epoca, per così dire, non sospetta, a descrivere quello che era la consistenza, la complessione fisica delle famose balle che si erano, per così dire, materializzate, in un primo tempo - lo vedremo di qui a poco, quando parleremo dell'attentato di via Palestro - in una descrizione assolutamente analoga a quella dei testimoni oculari di quanto era accaduto in via Palestro, a Milano; che avevano descritto, sostanzialmente, questi involucri in maniera identica; e poi, se ce ne fosse bisogno, con quanto la Corte ha potuto de visu constatare in relazione ai famosi involucri sequestrati in località Le Piane di Capena.
Per quanto riguarda le altre dichiarazioni che sono state rese, ancora una volta, da Siclari Pietro e da Maniscalco Umberto, ancora una volta qui avremo e l'avevamo già avuta - loro potranno controllare dai verbali che sono stati utilizzati per le contestazioni - quella descrizione degli involucri e, quindi, dell'esplosivo che avevano manipolato, che avevano, o meglio, che avevano spostato su richiesta del padre e del nonno, rispettivamente, allorché, nel pomeriggio tardo del 27 luglio, questi involucri erano tati portati nel magazzino del cortile di via Ostiense e prelevati da sotto il brecciolino.
Ancora una volta, qui avremo quella descrizione degli involucri che l'esperienza del processo fino a concludersi, per l'appunto, con il sequestro degli involucri a Le Piane, dimostrerà essere praticamente sempre identico a se stesso.
Ed ancora, per quanto riguarda il Siclari Pietro, ma è un dato di prova che ho già segnalato nell'udienza scorsa, segnalavo il fatto che aveva indicato, tra gli oggetti che erano rimasti sul terreno del cortile, quei famosi oggetti - in particolare la sedia a sdraio, l'ombrellone, gli oggetti per giocare sulla spiaggia - che esattamente erano quelli contenuti nell'autovettura del signor Brugnetti.
Stesso tema di prova per quanto... stesso tipo di, come dire, di riferimenti di ordine concreto, si rinvengono nelle dichiarazioni di Maniscalco Umberto, ancora una volta, a proposito della consistenza degli esplosivi ed a proposito del fatto che tali involucri apparivano assolutamente identici a quelli che avevano visto, per l'appunto, nel corso di un servizio televisivo e cioè, ancora una volta, negli involucri che erano stati sequestrati in quel di Capena.
I dati di fatto, quindi, sono piuttosto, come dire, univoci; sia in riferimento al quanto si era potuto accertare a seguito delle dichiarazioni di Scarano e di Carra, sia a seguito di una serie di indicazioni che provenivano, per l'appunto, da altri dichiaranti.
Altri dichiaranti che sono interni allo stesso gruppo che le stragi ha eseguite, e che vorrei, alla fine di questa mia esposizione, sinteticamente richiamare, perché danno conto, danno la misura del tipo di confidenza, del tipo di integrazione che ciascuno di questi dichiaranti aveva nell'ambito del gruppo, e quindi del tipo di conoscenze di cui si poteva fare portatore.
Sempre a proposito, per così dire, dei dati che appaiono significativi - e appaiono significativi in relazione alla gestione, alla preparazione, per così dire, simultanea, contestuale, dell'attentato alle chiese di Roma e l'attentato di Milano - vi è da rilevare un fatto che è a mio giudizio significativo; e cioè che nel periodo, per così dire, che precede l'esecuzione, la preparazione dei fatti di strage che si abbatteranno su Roma e su Milano, dopo un periodo di operatività in territorio siciliano, direi in maniera continuativa...
(voce fuori microfono)
PUBBLICO MINISTERO: Prego.
(voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Manca l'audio a Spoleto. Chiedo scusa.
Attendiamo un momento, se si riesce a stabilire il collegamento, altrimenti saremo costretti a sospendere.
(voci fuori microfono)
PRESIDENTE: Occorre che chiami per avere la verifi... per accertare se lo...
(voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Ah, per ora non sentono, è sicuro.
(voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Siamo collegati adesso, o no?
ISP. Capitanio: Qui è Spoleto che risponde. Per quanto riguarda il problema da me sollevato prima, adesso sì, sembra che è tutto a posto.
PRESIDENTE: Quindi, potete udire quello che viene detto in questa aula.
ISP. Capitanio: Ecco, adesso sì.
PRESIDENTE: Sì, da Spoleto adesso sentono.
Era da molto tempo che non si sentiva? Quanti minuti?
ISP. Capitanio: Eh, io ho registrato minimo cinque minuti di silenzio, è il tempo che chiamasse la sede di Firenze e di...
PRESIDENTE: Allora, chiederemo al Pubblico Ministero di esercitare la sua pazienza, ripetendo, o riassumendo...
PUBBLICO MINISTERO: Sì. No, ora Presidente ero concentrato su quello che avrei dovuto dire, quindi va be'...
Mi pare che avevo focalizzato, focalizzato una serie di elementi e di riscontro estrinseco alle dichiarazioni che erano state rese in aula da Di Natale - ma mi pare che andiamo più indietro nel tempo - alle dichiarazioni che erano state rese da Siclari Pietro, in relazione alla, diciamo, alla morfologia, alla complessione esteriore degli involucri, per come erano stati descritti sia dallo stesso Siclari che da Maniscalco Umberto, che risultava assolutamente coerente alla descrizione che avevano dato i testi di Milano, cioè i Vigili del Fuoco, i Vigili Urbani che si erano avvicinati all'auto che poi era esplosa. E poi, più di ogni altro, in relazione a quanto abbiamo potuto constatare, quanto la Corte stessa ha potuto constatare, per come si presentavano, per l'aspetto esteriore degli involucri, contenenti tritolo, trovati in località Le Piane del Comune di Capena.
Mi pare che, sostanzialmente, erano questi i punti che avevo toccato.
PRESIDENTE: Pare anche a me.
PUBBLICO MINISTERO: Ecco. Poi stavo dicendo che, in relazione alla contestuale, ovvia, preparazione degli attentati di Roma e Milano, non appare al Pubblico Ministero senza significato, il fatto che il cellulare del signor Cosimo Lo Nigro, operando, praticamente, continuamente sul territorio palermitano in epoca anteriore al 27-28 luglio - il 28 luglio, sappiamo... poi entrerà in questi dettagli il dottor Chelazzi, ma comunque - il 28 luglio sappiamo che c'è uno spostamento sul territorio di Napoli, per l'appunto, il cellulare di Lo Nigro è sempre a Palermo, poi nei giorni 2 e 3 luglio è silente, e il giorno 4 luglio compare a Roma.
Continuerà ad operare poi a Palermo, per riapparire dopo un giorno di silenzio, ancora una volta, quindi il giorno 11 luglio, per riapparire il 12 luglio a Milano.
Sono dati, quindi, che servono a dimostrare come, significativamente, questo cellulare non comparirà né a Bologna né in altre città del territorio dello Stato, nel periodo in questione; non si è allontanato dalla Sicilia se non nelle due città in cui, per l'appunto, poi le stragi si verificheranno.
E siccome gli elementi, come dire, di prova della strage di Roma del 27-28 luglio non possono che essere analizzati per ovvi motivi, molteplici motivi, in correlazione stretta con le vicende milanesi del 27 luglio, con gli avvenimenti che si concludono, che hanno il loro clou, diciamo, nella giornata del 27 luglio intorno alle 23.15, vediamo di quali contributi conoscitivi ci possiamo avvalere per ricostruire questo fatto che, sicuramente, tra i tanti di cui ci occupiamo, è quello che soffre, per così dire, i contributi rispetto a Formello, rispetto allo Stadio, rispetto a Firenze.
Direi che il contributo principale, essenziale, e vedremo molto significativo, sotto diversi aspetti, è quello che dà, ancora una volta, Carra.
Come voi sapete, Carra ha dettagliatamente descritto quali sono state le modalità del trasporto dell'esplosivo, che poi è stato impiegato in via Palestro.
Sappiamo che Carra ha riferito che questo viaggio è stato fatto via terra; che aveva fatto il viaggio insieme a Cosimo Lo Nigro; che il viaggio era stato fatto, per l'appunto, via terra; che i preparativi - carico dell'esplosivo, persone presenti - erano sostanzialmente analoghi ai viaggi precedenti.
Quello che del trasporto, diciamo, delle fasi siciliane di preparazione di questo trasporto, mi interessava particolarmente segnalare, è un passaggio delle dichiarazioni...
(voce fuori microfono)
PUBBLICO MINISTERO: É caduta la linea, quindi mi rifermo, Presidente.
PRESIDENTE: É caduta la linea?
(voci fuori microfono)
PRESIDENTE: Ma perché loro possano verificare se ascoltano o non ascoltano quello che avviene in quest'aula, bisognerà che qualcuno parli o...
(voce fuori microfono)
PRESIDENTE: No, che attualmente qualcuno parli, o no?
(voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Perché può darsi che venga ripristinato il collegamento e non se ne accorgano.
(voci fuori microfono)
TECNICO TELECOM: Scusate, è il Centro Servizi, per la sede di Spoleto.
PRESIDENTE: Sì. Ascoltate adesso?
TECNICO TELECOM: Mi sente, Spoleto?
ISP. Capitanio: Prego?
TECNICO TELECOM: Mi sente?
ISP. Capitanio: Sì, Spoleto è in ascolto. Ascolta il Centro Servizi, adesso.
TECNICO TELECOM: Sente bene?
ISP. Capitanio: Adesso sì.
TECNICO TELECOM: Pronto, pronto, prova. Pronto prova.
Un attimo solo, se per cortesia il Presidente può parlare, vediamo se la sede di Spoleto ascolta in maniera corretta.
PRESIDENTE: E, allora, da Spoleto ascoltano quello che si dice in quest'aula?
ISP. Capitanio: Ecco, adesso ancora sì.
Confermo l'avvenuto ripristino dell'audio.
PRESIDENTE: Benissimo. Allora, restituiamo la parola al Pubblico Ministero.
PUBBLICO MINISTERO: Bene. Dicevo, quello che mi premeva mettere in evidenza delle dichiarazioni di Carra per quanto riguarda la fase siciliana della preparazione di questo trasporto, è questo dato: Carra ha riferito di essere andato a prelevare, su richiesta di Lo Nigro ed insieme a Lo Nigro, un certo quantitativo di esplosivo, contenuto in degli involucri a forma - Carra li definirà - di "salsicciotti".
E per andare a recuperare questo esplosivo, Carra ha dato due indicazioni. Primo: appuntamento all'area di servizio all'uscita dell'autostrada e, agevolmente ognuno di noi ha evidenziato che si tratta dell'area di servizio famosa IP, gestita dai signori Forte, eccetera. Ma sembrerebbe un dato, per così dire, di mera suggestione.
Ha riferito un altro dato, e cioè di essere andato a prelevare questi "salsicciotti" in un luogo che Carra ha così descritto:
"Si entrava, era una masseria. Si entrava, c'eran gli alberi, c'erano le stalle, c'erano degli ovili."
Luogo che, nemmeno a farlo apposta, si trova, per l'appunto, a Castelvetrano.
Se loro vanno a riguardare le dichiarazioni rese in aula dal signor Geraci, il signor Geraci ci ha riferito un dato. E cioè che, a Castelvetrano, uno dei soci - chiamiamoli così - sceleris, uno degli affiliati, era il signor Nino Nastasi che aveva il compito di gestire, per così dire, l'armeria che fa capo al signor Matteo Messina Denaro.
Il dottor Bonanno ci ha detto, nell'udienza del 21 ottobre del '97, come a seguito della collaborazione di Geraci, uno dei primi luoghi, per l'appunto indicati da Geraci, era questo ovile, questa masseria che il dottor Bonanno ha personalmente perquisito e che risulterà indicata, descritta dal dottor Bonanno in termini esattamente identici a quelli che ha descritto in questa aula Carra, in relazione al luogo dove era andato a prelevare questi "salsicciotti".
Ci ha detto anche, il dottor Bonanno, che questo signor Nino Nastasi è stato arrestato, in quanto organico alla famiglia capeggiata da Matteo Messina Denaro.
Tutti questi dati si legano con le dichiarazioni che sono state rese in aula dal Sinacori Vincenzo.
Sinacori Vincenzo, che sappiamo aver fatto un periodo di latitanza insieme a Matteo Messina Denaro, riferisce un particolare, conseguente alla diffusione della notizia della collaborazione, ovvero: prima dell'arresto, e poi della collaborazione di Carra.
Sinacori ha riferito in aula che Matteo Messina Denaro, che aveva detto, per l'appunto, di essere preoccupato a seguito dell'arresto di Carra - prima che Carra si pentisse - che aveva dato disposizioni a Nino Nastasi di spostare l'arsenale che si trovava per l'appunto presso di lui, in virtù del fatto che Carra, nel caso in cui si fosse pentito, poteva essere la persona che avrebbe potuto indicare quel luogo come nascondiglio delle armi.
Ancora. In relazione al viaggio fatto da Carra via terra, avete sentito in aula la deposizione del dottor Giuttari, il quale ci ha illustrato come fossero state svolte le indagini per verificare gli imbarchi dei mezzi di Carra e come tali imbarchi non fossero stati rilevati. Mentre, invece, era stato rilevato, e ciò ancora una volta a conforto delle dichiarazioni di Carra, come il giorno 23 luglio del '93, risultava imbarcato da Genova e diretto al porto di Termini Imerese - esattamente come ha riferito il Carra - il famoso trattore Volvo, targato Torino 52079D.
E ancora una volta, sempre per come affermato da Carra, il semirimorchio targato Palermo 15424, risultasse imbarcato il 30 luglio del 1993. Anteriormente, ha detto il dottor Giuttari, non vi erano tracce di spostamenti via mare.
Ancora. Sul luogo indicato da Carra, loro sanno che Carra ha puntualmente indicato la località tra Arluno, Santo Stefano Vattuone, dove Carra aveva fatto lo scarico di questo esplosivo.
I dettagli del racconto sono, per così dire, documentati, dal punto di vista visivo, nel servizio fotografico che era stato realizzato contestualmente a queste individuazioni con il Pubblico Ministero.
Quindi, gli apporti, per così dire, che provengono da Carra sono documentati; ma c'è qualche altro particolare.
Carra ha parlato di un sacco, di un qualcosa che portava con sé il Lo Nigro, al momento della partenza da Palermo, e ha descritto dei fili, ha parlato espressamente di micce; e ne ha descritto la consistenza, lo spessore e quant'altro.
Questa consistenza, lo spessore ed il fatto che, quindi, a Milano fossero stati impiegati... l'esplosivo fosse stato attivato a mezzo di miccia a lenta combustione, non è solo, per così dire, conseguente a quanto hanno riferito in questa aula i consulenti del Pubblico Ministero, ma anche sotto diversa prospettiva, anche gli altri ufficiali di Polizia Giudiziaria intervenuti al momento del fatto, ma esattamente questo tipo di attivazione dell'ordigno è stato riferito dai testimoni che avevano, per l'appunto, avuto la possibilità - ahimè - di vedere; alcune, addirittura, di essere, per così dire, vittima dell'esplosione.
E abbiamo avuto da questi testimoni alcuni particolari, che ancora una volta potrebbero apparire insignificanti, ma che, in realtà, riscontrano alcune affermazioni rese dallo stesso Carra, ovvero, ancora una volta da Scarano.
Dunque, ricorderete che abbiamo sentito, piuttosto in dettaglio, il teste Abbamonte, che è uno dei Vigili del Fuoco che è scampato poi all'esplosione. É quello che ha visto, forse meglio di ogni altro, l'involucro che stava nella bauliera.
Ha indicato, non solo ha indicato, per così dire, lo spessore di questo filo che lui aveva potuto toccare - io ricordo molto bene, ma penso che anche voi siate in grado di mettere a fuoco il particolare - come sia Abbamonte, che poi Carra, abbiano afferrato il filo del microfono dicendo che, sostanzialmente, era quella la consistenza della miccia che corredava all'ordigno di Milano.
Non solo, la stessa consistenza e la spiegazione anche del fatto che alcuni testi avessero visto, qualcuno dei fili neri, altri dei fili rossi, è stata data in maniera ampia dal consulente Egidi, il quale ci ha riferito come e qualmente esistano, per l'appunto, delle micce di colore rosso, di colore nero ed anche di colore bianco, a seconda della diversità, diciamo, dell'involucro che le riveste: miccia catramata, miccia caolinata, miccia miplata... viplata.
L'elemento comune di tutti questi artifizi, qual è? Il fatto che in nessun caso si vede il cosiddetto "dardo" di fiamma.
Tutti questi dati danno la misura di come, per l'appunto, non solo l'ordigno fosse attivato attraverso una miccia, e a questo punto di questo dibattimento, dire che un ordigno rivolto contro un obiettivo mobile è incompatibile con l'attivazione attraverso una miccia a lenta combustione, mi sembrerebbe far torto all'intelligenza della Corte.
Ancora. Se ricordate, Scarano ha riferito come - secondo quanto apprendeva via via, che ormai diventava anch'egli un po' esperto di queste cose - come Spatuzza e Lo Nigro attivavano la miccia dall'interno dell'abitacolo; tanto da riferire quel particolare relativo all'attivazione dell'ordigno in San Giovanni in Laterano, che Spatuzza aveva avuto un qualche problema, perché aveva acceso la miccia troppo in anticipo.
E potrete agevolmente constatare come sia i Vigili del Fuoco, che avevano avuto modo di vedere l'ordigno, sia i testimoni, la vigilessa Cucchi che gli altri che abbiamo sentito in aula, siano concordi nel riferire come questi fili - quelli che loro chiameranno "fili" - andavano a finire, per l'appunto, dentro l'abitacolo.
Ancora. La descrizione - l'ho già messo a punto questo dato, riferendo delle dichiarazioni del gruppo familiare Di Natale - le descrizioni che avevano dato a suo tempo questi testi era assolutamente conforme alla descrizione che avevano dato degli ordigni e degli involucri il Di Natale, il Maniscalco e Siclari.
Punto unificante era non solo la dimensione di questi involucri, ma anche il fatto che fossero fasciati da scotch da imballaggio.
Ricorderete la descrizione che in aula ha fatto Grigoli - poi la riprenderò - allorché ha riferito delle operazioni di assemblaggio del tritolo e del particolare delle famose maniglie che venivano realizzate attraverso delle cordicelle.
Queste cordicelle le ritroviamo esattamente nelle descrizioni che ha fatto in aula il vigile Abbamonte, il Vigile del Fuoco Abbamonte, il quale aveva provato ad afferrare una di queste cordicelle, ed a smuovere questo pacco.
E la consistenza di queste cordicelle, il teste Abbamonte l'ha potuta esattamente confrontare allo spezzone di cordicella che era stato repertato all'interno della famosa buca fatta nel giardino della villetta di Capena, allorché, nel corso delle indagini preliminari - ma l'ha ripetuto anche in questa aula - aveva potuto sostanzialmente saggiare la stessa, identica consistenza delle cordicelle che aveva afferrato, rispetto alle cordicelle che aveva potuto toccare nell'ufficio del Pubblico Ministero - cordicella che era, per l'appunto, quella rinvenuta nella buca di Capena - e un pezzo di quella prelevata dagli involucri sequestrati in località Le Piane.
In sostanza e in maniera molto scheletrica: le cordicelle che assicuravano l'involucro di Milano, la cordicella trovata all'interno della buca del giardino di Capena, la cordicella prelevata dagli involucri sequestrati a Capena, in località Le Piane, erano identici.
Su questo punto, però, abbiamo un ulteriore contributo.
Questa volta è di tipo scientifico, non è affidato alla memoria di un teste che ha, per così dire, dei ricordi in relazione a ciò che ha toccato.
Ricorderete che la dottoressa Bellomo, aveva eseguito un'indagine di tipo merceologico, in relazione al cordino sequestrato all'interno, ancora una volta, della buca del giardino di Capena, ed il cordino prelevato dall'involucro, ancora una volta, sequestrato a Le Piane.
La conclusione, in termini merceologici, era di una identità... sotto il profilo morfologico, sia sotto il profilo chimico, i due cordini erano identici.
Se andrete a riguardare, come sicuramente farete, come già può darsi che avete già fatto, potrete agevolmente constatare che la dottoressa ha provveduto anche ad una misurazione millimetrica - e non è un modo di dire - dei due cordini ed ha riferito delle conseguenti analisi chimiche fatte su queste cordicelle.
Quindi, mi sembra che i dati che è stato possibile ricavare da quanto ha riferito Carra, da quanto hanno riferito i testi - che quell'involucro hanno visto, per così dire, dal vivo, hanno visto poi successivamente esplodere - è una ricostruzione che calza esattamente con i dati che ci vengono da Carra da una parte e da Scarano dall'altra. Il quale Scarano, ovviamente, non si è limitato a riferire circa le modalità esecutive di accensione degli ordigni nel caso di specie, quindi per come era avvenuto a Roma e a Milano; ma ci ha riferito come, per l'appunto, la esecuzione degli attentati il 27 luglio a Roma fosse stato preceduto dall'arrivo di due dei complici, e cioè di Lo Nigro e di Giuliano, da Milano, uno il giorno avanti, uno il giorno successivo - siamo intorno al 23, 24 luglio del 1993 - e ci ha riferito in aula del colloquio al quale aveva assistito...
PRESIDENTE: Scusi, Pubblico Ministero...
PUBBLICO MINISTERO: Prego.
PRESIDENTE: ...non ho capito. Il giorno 23 e 24 di luglio, sono i giorni in cui?
PUBBLICO MINISTERO: Sarebbero, secondo il racconto di Scarano, arrivati in successione da Milano, o nei giorni immediatamente successivi; e della conversazione alla quale aveva assistito Scarano... In verità, riferirà che Giuliano arriverà lo stesso giorno degli attentati.
Scarano dirà: "Lo Nigro arriva qualche giorno prima."
PRESIDENTE: Sì.
PUBBLICO MINISTERO: Ecco, dicevo, per l'appunto, della conversazione alla quale aveva assistito lo stesso Scarano, conversazione intercorsa tra Lo Nigro e Giuliano e che era, per così dire, partita dalla domanda di Lo Nigro a Giuliano se a Milano aveva lasciato tutto a posto. Giuliano si era, per così dire, lamentato che la sistemazione non era delle più confortevoli; dice: 'abbiamo dormito in un pulciaio, abbiamo mangiato pane e salame'. Ecco, era stata una sistemazione piuttosto, come dire, arrangiata.
Ovviamente, Scarano poi riferirà di quanto saprà dei commenti che nella giornata successiva raccoglierà in relazione a quanto era avvenuto a Milano. E, sostanzialmente, il dato che mi pare di mettere a fuoco è che Scarano dirà che si lamentavano del fatto che l'autobomba a Milano era scoppiata 150 metri prima, cioè era scoppiata davanti al Padiglione d'Arte Contemporanea, come tutti sappiamo.
Sappiamo altrettanto bene che esattamente 150 metri più avanti è la distanza che i testi, diciamo, che hanno ricostruito il segmento milanese - abbiamo sentito il dottor D'Amato, il dottor Finolli, eccetera - è esattamente la distanza che intercorre tra il Padiglione e l'ingresso della Villa Reale, dove, sappiamo altrettanto bene, esiste la Galleria d'Arte Moderna di cui il PAC è una dipendenza, si trova all'interno del cortile; quindi è inutile stare a ripetere questi dati di fatto.
Mi sembra che, quindi, la ricostruzione in relazione alla attribuibilità del fatto di Milano, non solo sotto il profilo ideativo, per quanto già è stato riferito nelle precedenti udienze, come segmento di una campagna, ma il fatto stesso che l'esplosione di Milano sia simultanea, sostanzialmente, a quelle romane, il fatto che gli esecutori materiali che hanno approntato tutto ciò... l'occorrente per queste esplosioni siano esattamente gli stessi, non lascino dubbi circa il fatto che anche questo fatto di strage sia certamente da attribuire agli stessi esecutori che abbiamo finora via via, come dire, analizzato.
A questo punto, le ricostruzioni dei fatti e quanto è stato possibile evidenziare in relazione alla attendibilità del racconto di ciascuna delle nostre fonti conoscitive dirette, cioè quelle che sono state protagoniste in prima persona di questi fatti, va necessariamente a, come dire, sposarsi con i contributi che derivano da dichiaranti che appartengono al medesimo gruppo criminale, e che quindi hanno una fonte di conoscenza privilegiata e che, come vedremo - io cercherò di essere, come dire, sintetico, ma senza non essere allo stesso tempo chiaro - ho bisogno, per l'appunto, di ripercorrere questi fatti di strage che vedono per ora come punti di riferimento Roma, Firenze, Milano, nella fascia temporale maggio-luglio 1993.
Vedremo come dall'analisi dei contributi che vengono da persone che ormai la Corte conosce - perché sono state esaminate in questa aula, e perché magari ho avuto modo di, o abbiamo avuto modo di richiamare nelle fasi precedenti della nostra ricostruzione - questi contributi andranno perfettamente a sovrapporsi alle conoscenze che abbiamo, per così dire, avuto dai protagonisti principali delle vicende.
Per quanto riguarda via Fauro: Romeo.
Romeo Pietro, sappiamo, è la persona che è stata integrata nel gruppo di fuoco a partire dal febbraio del 1994, dopo una pausa, per così dire, dovuta a un periodo di carcerazione.
Sappiamo anche, lo vedremo poi più in dettaglio, che è uno degli esecutori materiali, uno che ha avuto parte all'attentato ai danni di Salvatore Contorno.
Quindi, insieme agli altri del gruppo di fuoco, sul quale poi intenderò fare una discorso di tipo complessivo, Romeo, per l'appunto - già posso anticipare - è persona che ha conoscenze sicuramente qualificate; non fosse altro perché ha le medesime frequentazioni, condivide gli stessi obiettivi criminali, è partecipe di uno di questi fatti di strage.
Sappiamo altrettanto bene che anche all'interno del gruppo dei dichiaranti - usiamo così l'espressione allargata - che provengono dalla realtà di Brancaccio, vi sono dei contributi più specifici in relazione ai rapporti di tipo personale che intercorrevano tra alcune di queste persone. E sicuramente tali erano - stretti, quindi, molto di confidenza e di frequentazione - i rapporti esistenti tra Romeo e Giuliano.
Per l'appunto, da Romeo abbiamo appreso che, a suo tempo, da Giuliano aveva appreso - mi riferisco ora all'attentato di via Fauro - che Costanzo quel giorno aveva cambiato auto; ed era questo il dato di fatto che aveva, per così dire, mandato a monte l'attentato.
Lo stesso Romeo ci dirà che presenti sul posto erano: Giuliano, Lo Nigro e Benigno.
Qui devo fare una precisazione che ha un po' carattere generale.
Soprattutto da persone che hanno eseguito a livelli bassi - bassi intendo dire a livello di manovalanza - alcuni di questi fatti, avremo, per così dire, una rappresentazione molto riduttiva del significato di partecipazione a un fatto. Normalmente intendono questi dichiaranti, o comunque le persone che hanno partecipato a questi fatti, per partecipe chi era, per l'appunto, come dice Romeo, presente sul luogo al momento del fatto. E di questi episodi ne vedremo diversi; saranno in diversi a dare una rappresentazione dei fatti, per così dire, molto riduttiva.
Da Grigoli.
Da Grigoli sappiamo chi è "il cacciatore". Lo sapevamo in quest'aula fino a prima del giugno '97, allorché è stato arrestato, lo sappiamo ancor meglio dal momento in cui Grigoli ha iniziato a rendere le sue dichiarazioni.
Grigoli, sul punto dell'esecuzione dell'attentato di via Fauro, è certo. Dirà più volte: 'con me ne parlavano perché ero uno di loro, ero uno con cui potevano parlare', perché era uno che faceva le stesse cose che facevano loro. Strage di via Fauro commessa da Cannella, Barranca, Spatuzza, Giuliano, Benigno.
Da Ferro Giuseppe.
Sappiamo chi è Ferro Giuseppe e che tipo di collocazione ha all'interno di Cosa Nostra. Apprenderà da Matteo Messina Denaro che Ferro... che Costanzo, per l'appunto, era stato fortunato.
Stesso tipo di analoga confidenza riceverà Sinacori Vincenzo dal Matteo Messina Denaro.
Ancora. Per quanto riguarda i contributi in via dei Georgofili, qui, avremo qualche contributo ancor più di dettaglio, più specifico, a iniziare da Calvaruso.
Chi è Calvaruso lo abbiamo detto già nelle precedenti udienze.
E quando riferirà, Calvaruso, delle confidenze più o meno generiche che riceverà da Giacalone all'interno del carcere di Rebibbia, Calvaruso dirà che, per l'appunto, da Giacalone aveva appreso che a piazzare il Fiorino agli Uffizi era stato suo genero e che all'azione avevano partecipato anche Spatuzza e Giuliano.
Ancora Romeo, che ancora una volta ha la fonte delle sue conoscenze in Giuliano, apprende che a Firenze avevano operato Giuliano e Lo Nigro. Erano rimasti a casa Spatuzza e Barranca.
Se ora loro vanno a ripercorrere mentalmente le dichiarazioni rese da Ferro Vincenzo, potranno agevolmente constatare quanto pertinente sia il riferimento ai due che hanno operato. Effettivamente, secondo Vincenzo Ferro, si sono spostati Giuliano e Lo Nigro, mentre, effettivamente, sia Spatuzza che Barranca erano rimasti a casa.
Ancora. Sempre da Giuliano saprà che l'esplosivo per l'attentato di Firenze era stato trasportato da Pietro Carra. E ancora, un passaggio che ritengo significativo, che l'appoggio era stato a Prato.
Riferirà ancora Romeo delle lamentele che aveva raccolto all'interno del gruppo di fuoco; in particolare delle lamentele di Spatuzza che pare si lamentasse con Barranca del fatto di aver fornito, di aver dato il numero di telefono a Carra ed era questo il fatto che aveva provocato quella famosa, chiamiamola così, chiamata.
Ancora. In relazione all'attentato di Firenze, Grigoli dirà, riferirà che erano sempre loro, rifarà sempre gli stessi nomi, e cioè: Spatuzza, Giuliano, Benigno, Lo Nigro. E darà un particolare a proposito delle operazioni di tipo manuale che compiva Cosimo Lo Nigro, e cioè dice: 'mah, sentivo dire che accendevano la miccia utilizzando' - lui dirà - 'una sigaretta'.
Ricorderete il particolare riferito in aula da Ferro Vincenzo, allorché, prima di partire col Fiorino dal "garagino" del signor Messana, per l'appunto, come era stata fatta richiesta di un sigaro allo zio.
Ancora. In relazione agli attentati alle chiese di Roma, un'altra persona che abbiamo sentito in aula e che sappiamo essere, come dire, organica a partire dal giugno '93, a questo gruppo, affondando invece i rapporti criminali di amicizia in epoche molto risalenti nel tempo, e cioè da Ciaramitaro Giovanni, sapremo che... ancora una volta la sua fonte è Giuliano, e non è un caso che molte delle dichiarazioni rese in aula da Ciaramitaro e da Romeo, provengano proprio da Ciaramitaro (N.d.t.: Giuliano), posto che costituivano una sorta di trio stabile.
Ricorderete le dichiarazioni che sono state rese a partire anche dal l'omicidio del famoso Damiano Rizzuto, quello che era il loro, per così dire, punto di riferimento in Cosa Nostra; i loro rapporti, la loro frequentazione, le identificazioni comuni, i procedimenti in comune sono stati evidenziati in aula, in particolare abbiamo potuto fare riferimento alla testimonianza del dottor Savina, che era il dirigente della Squadra Mobile di Palermo che aveva arrestato la gran parte di queste persone.
Dicevo, da Ciaramitaro sapremo, in relazione all'attentato alle chiese, che - sempre fonte Giuliano - era stato Carra a trasportare l'esplosivo e che l'appoggio su Roma era stato dato da "Saddam", come veniva chiamato Scarano. Non sottolineerò nemmeno i motivi per cui Scarano veniva chiamato "Saddam", stante la, come dire, evidente somiglianza con il personaggio.
Ancora una volta, per completare, per così dire, questa carrellata, dato che siamo oggi a completare l'esposizione relativa all'attentato di Milano, e sempre ancora da Ciaramitaro avremo il contributo, che proviene indirettamente da Giuliano, che sia stato Carra a trasportare l'esplosivo, che era Lo Nigro ad avere su Milano dei rapporti, delle conoscenze in virtù dei suoi traffici di hashish. Qui è evidente, come la Corte potrà mettere a fuoco, non solo le dichiarazioni di Carra in relazione all'uomo, chiamiamolo così, di Arluno, che era persona conosciuta da Lo Nigro, ma quanto questi rapporti su Milano di Lo Nigro, fossero, per così dire, concreti, anche in riferimento a fatti, ad avvenimenti successivi alle stragi.
É evidente il mio riferimento ai fatti raccontati da Carra relativamente agli anni '94 e '95.
Sempre Ciaramitaro dirà che... sempre da Giuliano... che lo stesso Giuliano aveva partecipato in prima persona alle stragi.
Ancora. Da un dichiarante che è altamente attendibile, non fosse altro perché di questo gruppo ha condiviso la vita, era, per così dire, il leader - non per nulla veniva chiamato "il cacciatore" - e quindi, ancora una volta, da Grigoli sapremo che a Milano erano state usate delle micce, ma questo era abbastanza evidente. Che i riferimenti che noi abbiamo introdotto nell'aula per sgomberare qualsiasi riferimento - abbiamo esaminato il teste che ha riferito della presunta presenza di una biondina sul posto - erano dei riferimenti assolutamente inconsi... non solo inconsistenti ma addirittura fuorvianti, tanto fuorvianti da preoccupare Matteo Messina Denaro che intratteneva la relazione con la Andrea Haslener, che per l'appunto era biondina, dice: vuoi vedere che ora pensano che sul posto c'ero io con la mia ragazza?
Sempre ancora da Romeo. Ha delle confidenze generiche, noi le abbiamo chiamate le cosiddette "confessioni extragiudiziali" - ancora una volta da Giuliano - con riferimento al fatto che erano stati loro quelli che avevano fatto la strage di Milano; ancora una volta con riferimento a Spatuzza, Giuliano, Lo Nigro e a Barranca.
Sinacori.
Sinacori ha delle conoscenze particolari e segnatamente, ancora una volta, dal suo omologo, capomandamento, e anzi, si direbbe dal suo capoprovincia, quindi, ancora una volta, da Matteo Messina Denaro, che gli darà conferma che l'attentato di Milano era opera, dirà Matteo Messina Denaro che 'eravamo stati noi' a fare l'attentato, per l'appunto, a Milano.
E fa un cenno anche alla... sempre Sinacori, al fatto che Giuseppe Graviano a Milano potesse godere altrettanto sicuramente di appoggi in relazione a questo fatto.
Ancora. Abbiamo sentito in aula in dettaglio e sappiamo, per così dire, per tabulas, quale importanza, quale fosse la integrazione di Pasquale Di Filippo all'interno di questo gruppo, primo fra tutti la cattura di Bagarella è un fatto che si commenta da sé, non a caso abbiamo voluto rappresentarlo alla Corte in maniera, come dire, completa, aveva saputo - questa volta da Grigoli - come era stato Carra a essere stato utilizzato per trasportare l'esplosivo che era stato impiegato in tutte le stragi.
Questo riferimento che fa Pasquale Di Filippo... Pasquale di Filippo in verità l'aveva fatto in epoca non sospetta, aveva qualificato le sue conoscenze in virtù del rapporto privilegiato che aveva avuto con Salvatore Grigoli, poi è stato, per così dire, confermato dallo stesso Grigoli con il quale aveva condiviso un periodo particolare, e cioè il periodo nel quale... successivo al ferimento di Grigoli in occasione del duplice omicidio di Alcamo.
Quindi, come loro potranno notare, si tratta di contributi, in questo caso, che vanno, per così dire, a sovrapporsi, che vanno a concretare, a dare spessore, a qualificare quanto già trasversalmente, oserei dire, in relazione a questo trimestre di sangue della primavera-estate del 1993, come questi contributi, per l'appunto, siano stati di elevato rilievo e come, in definitiva, vadano tutti a convergere sugli imputati che voi dovrete giudicare.
Altri saranno ancora i dati, questa volta la rappresentazione sarà, come dire, tangibile, speriamo di avere il tempo di poter dare adeguata rappresentazione, per quanto riguarda gli spostamenti dei cellulari che erano, per così dire, in uso a questi imputati, che daranno una rappresentazione sul territorio dello Stato degli spostamenti di queste persone; addirittura in alcuni casi del luogo specifico di operatività - lo vedremo in più di una occasione - esattamente nei luoghi indicati dai vari dichiaranti.
Se consente, Presidente, dieci minuti. Grazie.
PRESIDENTE: Sì, certo, dieci minuti di sospensione.
<< DOPO LA SOSPENSIONE >>
PRESIDENTE: E allora, il Pubblico Ministero può riprendere.
PUBBLICO MINISTERO: Ecco, ricostrui...
VICESOVR. Abriola: Da Parma. Signor Presidente da Parma.
L'imputato Bagarella chiede di rinunciare, Presidente.
PRESIDENTE: Non si è capito bene cosa ha detto.
VICESOVR. Abriola: Da Parma...
PRESIDENTE: Sì.
VICESOVR. Abriola: ...Abriola. L'imputato Bagarella chiede di rinunciare al proseguimento dell'udienza.
PRESIDENTE: La Corte prende atto della rinuncia, ne autorizza l'allontanamento, e autorizza che sia scollegato.
VICESOVR. Abriola: Grazie.
PRESIDENTE: Prego.
(Segnale di scollegamento)
PRESIDENTE: Allora, il Pubblico Ministero.
PUBBLICO MINISTERO: Bene, Signori Giudici, a questo punto della ricostruzione dei fatti, fino ad arrivare al 27-28 luglio, possiamo, per così dire, fare un bilancio. Fare un bilancio, perché nei fatti che avverranno successivamente, troveremo le stesse persone, troveremo, diciamo, quella che abbiamo... rinveniremo quella che abbiamo definito la stabilità del quadro operativo. Ed in questa fase ci siamo occupati sia di quelli che abbiamo definito i fiduciari mandatari - ne ho parlato nella udienza di venerdì - sia gli esecutori sul campo dei fatti di via Fauro, di Firenze, di Roma e Milano.
Siccome l'imputazione è, per così dire, trasversale, possiamo, per l'appunto, a questo punto dell'esame complessivo degli elementi di prova che abbiamo raccolto, concludere su alcune delle posizioni, a iniziare da Carra.
Noi sappiamo che Pietro Carra ha, per così dire, si è aperto alla collaborazione, enunciando i fatti ai quali ha partecipato, con quelle imprecisioni di ricordo che derivano - e Carra l'ha detto subito, anche nel corso del suo esame in dibattimento - circa l'avverarsi di un fatto, prima o dopo l'altro.
Ma da tutto ciò che ci ha riferito Piero Carra in aula, da tutto ciò che abbiamo potuto verificare sulla base delle conoscenze e delle prove che abbiamo raggiunto oggi, possiamo dire, con sufficiente tranquillità, che Piero Carra non ha commesso il fatto di via Fauro che gli è stato contestato, posto che, abbiamo la prova sufficientemente tranquillizzante, che egli ha sicuramente preso parte, ha avuto parte, ha eseguito i trasporti di esplosivo a partire dai fatti di Roma, l'episodio di via Ostiense - il trasporto che si è concluso in via Ostiense - l'episodio precedente di Firenze - che sappiamo essere contrappuntato da quei riscontri, da quelle verifiche che abbiamo enunciato nelle scorse udienze - e così per Milano, e così per i fatti che vedremo essere riferibili all'attentato allo Stadio Olimpico, e ai fatti relativi a Contorno.
Abbiamo raggiunto anche, secondo ovviamente il Pubblico Ministero, la certezza che un altro degli imputati, che pure è interno al gruppo di fuoco, che è uno degli esecutori principali dei fatti che avverranno in epoca successiva, e cioè Salvatore Grigoli, non ha commesso il fatto di via Fauro.
Questo noi diciamo, perché abbiamo la prova, non solo per così dire sul versante continentale, Romano ci ha chiarito... Scarano ci ha chiarito quello che è avvenuto in relazione all'attentato di via Fauro a Roma; e, peraltro, lo stesso Grigoli ci ha chiarito quali sono state, e in che termini, le sue implicazioni in relazione ai fatti che lo vedono protagonista, a partire dalla manipolazione dell'esplosivo.
Manipolazione che è, per così dire, a valle della data del 22 maggio '93; data che ho citato come punto di riferimento certo.
E ancora: Vittorio Tutino.
Vittorio Tutino - ne delineerò un profilo più avanti - è sicuramente interno a questo gruppo di fuoco di Brancaccio, che ha avuto la responsabilità, in termini esecutivi, di tutti i fatti. Ma Vittorio Tutino - sulla cui vicinanza ai fratelli Graviano, diremo qualcosa più avanti - pur potendosi, come ce l'ha il Pubblico Ministero, avere delle convinzioni che però potrebbero rimanere nell'interna corporis dello stesso Pubblico Ministero, non abbiamo elementi proprio in virtù della sua posizione all'interno del gruppo per come ci viene delineata dagli altri. Non abbiamo rinvenuto, a carico di Tutino, degli elementi per affermare la sua responsabilità, per chiedere l'affermazione della sua responsabilità in ordine ai fatti di via Fauro.
Ancora. Possiamo dire che Scarano, in relazione al fatto di via dei Georgofili, non ha commesso il fatto.
Questo perché avevamo ipotizzato una stabilità di questo quadro in relazione a tutti i fatti di strage, e sappiamo quanta parte ha avuto Scarano nel segmento romano. Sappiamo, altrettanto certamente, come Scarano ha avuto un ruolo centrale.
Però, sappiamo anche che Scarano ha avuto questa integrazione nell'esecuzione, nel dare appoggio, nel dare supporto agli attentatori su Roma, primo: in maniera estemporanea e in relazione all'attentato di via Fauro - per il quale chiederemo l'affermazione di responsabilità di Scarano - poi, ritroveremo ancora Scarano nel momento in cui fornisce, diciamo, il supporto logistico in termini di procacciamento dell'appartamento, quello di via Dire Daua, delle autovetture, delle operazioni compiute nella notte del 27 e 28 luglio a Roma, in coordinamento stretto con quanto egli sapeva avvenire contemporaneamente avvenire a Milano.
Però, per affermare la responsabilità di Scarano in relazione al fatto di via dei Georgofili, dovremmo ipotizzare che anteriormente al 27 maggio del 1993 Scarano fosse stato, per così dire, inglobato nel gruppo che aveva, per così dire, il compito di portare avanti un programma indeterminato di fatti di strage.
Sostanzialmente, dovremmo definire a carico di Scarano, un ruolo da parificare, per così dire, a quello dei vari: Mangano, Cannella, Barranca, ovvero degli altri uomini che abbiamo definito "cerniera", cioè quelli che hanno avuto, per così dire, l'avvio della campagna nelle mani.
Nulla di tutto questo.
Sappiamo che Scarano non appartiene nemmeno a Cosa Nostra; ha avuto un ruolo importante, questo sì, lo affermeremo con altrettanta puntualità in relazione a tutti gli altri attentati.
Quindi, Scarano va, secondo la ricostruzione che facciamo, va assolto dal fatto di Firenze e dei delitti connessi.
Ancora. Possiamo, ancora una volta per Grigoli, cui è contestato anche il fatto di strage di Firenze, dire che Grigoli non ha commesso questo fatto.
Perché diciamo che Grigoli non può, o comunque che a carico di Grigoli, non vi sono elementi sufficienti per affermarne la responsabilità in ordine alla strage di Firenze?
Sappiamo che Grigoli è in una posizione strutturale all'interno di Cosa Nostra in posizione del tutto, ovviamente, diversa da quella di Scarano. Ne chiederemo, infatti, per la strage di via dei Georgofili, l'assoluzione per motivi diversi di quelli che abbiamo prospettato per Scarano.
Grigoli è un appartenente al gruppo di fuoco di Brancaccio, e persona stabilmente inserita nel quadro esecutivo delle stragi, ma sappiamo - perché è lo stesso Grigoli che è la fonte delle nostre conoscenze e del resto non abbiamo, per così dire, elementi contrari che ci provengono da Scarano, da Romeo, da Ciaramitaro, da altri dichiaranti, da Pasquale Di Filippo - che la sua implicazione materiale nei fatti - e vedremo che poi ne trarremo anche delle conclusioni in ordine all'affermazione della sua responsabilità per i fatti di Roma e di Milano del 27 e 28 luglio - diciamo, questa sua implicazione consapevole, nella manipolazione degli esplosivi utilizzati per gli attentati, ancora una volta è successiva al 22 maggio del 1993.
Ora, noi sappiamo quello che ha fatto Grigoli; sappiamo l'opera, l'apporto di tipo materiale che ha dato a Lo Nigro, a Spatuzza e a Giuliano, nella fattispecie, per predisporre le operazioni prima di macinatura, poi di confezionamento dell'esplosivo. Però sappiamo, per l'appunto, che sono tutte operazioni che avvengono successivamente al 22 maggio del 1993.
Sappiamo che Grigoli, per l'appunto, essendo persona inserita stabilmente in questo gruppo, nel momento in cui a Cosimo Lo Nigro - come ci racconterà lo stesso Grigoli - chiederà, farà quella domanda fra il serio ed il faceto: "posso fumare?", "posso accendere la sigaretta?" sapeva, perfettamente, che stava maneggiando esplosivo, che era esplosivo in quantità notevoli, che era esplosivo utilizzato da un'organizzazione, Cosa Nostra, che ha tra i suoi fini immanenti, direi... grazie, istituzionali, quello di eseguire anche fatti di strage.
Ma è per lo stesso motivo per cui non possiamo dire, dato che non possiamo non solo datare con esattezza, ma abbiamo, nel caso specifico, degli elementi che ci portano a ritenere con certezza, in questo caso, che il camion con il carico di morte, con i 250 chili di esplosivo con a bordo Piero Carra, parte da Palermo il 24 maggio per arrivare a Livorno il 25. Quindi saremo in una fascia temporale ristrettissima per attribuire a Grigoli l'inizio della sua manipolazione.
Esattamente dovremo pensare, se queste operazioni sono state fatte in maniera rapidissima, proprio nei giorni immediatamente precedenti alla... o nel giorno, addirittura, immediatamente precedente la partenza di Carra.
Sappiamo peraltro, dallo stesso Grigoli, come queste operazioni che venivano compiute prima, nel famoso rustico di Nino Mangano e poi nel deposito di fondo di vicolo Guarnaschelli, sono operazioni che richiedevano un certo lasso di tempo.
Grigoli ci ha parlato della macinazione e dell'accantonamento, del fatto che l'esplosivo in pietra - come lo definisce lui - veniva messo in quei certi contenitori; quindi, tutte attività che richiedono un certo lasso di tempo, che non è compatibile con la brevità del riferimento al 22 maggio, tra... e il lasso di tempo in cui Piero Carra parte da Palermo con il suo carico di morte.
Quindi, riteniamo che, quanto meno nei confronti di Grigoli per questo fatto, per il fatto di via Georgofili, vi sia una prova non sufficiente in relazione, per l'appunto, alla manipolazione dell'esplosivo.
Quindi Grigoli, secondo noi, andrà assolto per il fatto di via dei Georgofili.
E, per gli stessi motivi che ho rappresentato in relazione all'attentato di via Fauro, anche Vittorio Tutino andrà mandato assolto dall'attentato di Firenze.
A questo punto, noi abbiamo più volte fatto riferimento ad una stabilità di quadro esecutivo; abbiamo fatto riferimento al gruppo di fuoco di Brancaccio; abbiamo fatto riferimento, nell'udienza di venerdì, ad alcuni riferimenti che danno corpo, sostanza, a queste affermazioni che vengono da molteplici fonti di prova.
Allora, siccome questo è il ruolo specifico che l'istruttoria dibattimentale ha rilevato a carico dello stesso Grigoli, a carico di Giuliano, a carico di Spatuzza, di Lo Nigro, dello stesso Tutino e di Salvatore Benigno, io farei un profilo brevissimo di queste persone.
Faccio, io, questo profilo di questa fascia di esecutori, tutti appartenenti al gruppo di fuoco, con le distinzioni in relazione all'attribuzione ai singoli fatti che via via andrò dicendo, alcuni li ho già fatti, ma il discorso andrà affrontato necessariamente in maniera unitaria.
Già nelle udienze precedenti ho fatto riferimento ad alcuni documenti, quelli che abbiamo prodotto nell'udienza del 25 novembre '96, e cioè alle lettere che vengono dal carcere, firmate "Madre Natura", alla lettera di risposta di Nino Mangano e ho fatto dei riferimenti di tipo testuale, anche leggendo alcuni brani di queste lettere.
Servono per darci dei parametri - qui si potrebbe dire veramente di tipo oggettivo - per suffragare, riscontrare, le affermazioni che nel caso del gruppo di fuoco sono, per così dire, convergenti; convergenti e omogenee quanto a fonti orali e, nel caso di specie, quanto a fonti di tipo documentale.
Vedremo che dichiarazioni, documenti che abbiamo prodotto si sposano perfettamente ad un altro elemento, e cioè a quello che è scaturito, al carico di queste persone, in relazione all'attribuzione alle stesse o alla riferibilità alle stesse, di armi, munizioni, esplosivo.
Voglio dire: un gruppo di fuoco che non ha disponibilità di fuoco sarebbe una sorta di contraddizione interna.
Vedremo che questo gruppo di fuoco e la composizione, l'organicità di queste persone, ha come punto di riferimento uno di quegli uomini che abbiamo definito fiduciari o mandatari, e cioè - e sarà il caso di riparlarne - di Nino Mangano.
Allora... Io non voglio ripercorrere, perché ritengo che i Signori Giudici le conoscano quanto e forse meglio del Pubblico ministero, le dichiarazioni a carico di ciascuno di questi imputati, quanto all'appartenenza a questo gruppo di fuoco.
Cosa vuol dire gruppo di fuoco?
Significa l'appartenenza di queste persone ad un gruppo che ha, fra i suoi compiti precipui: quello di compiere, al minimo, degli omicidi, nel grado più elevato, stragi.
C'è una gamma, una fascia di esecuzioni, di fatti che varia tra questi due estremi; nell'ambito dell'esecuzione di omicidi ci potrà essere la variabile delle modalità esecutive più o meno orripilanti, il risultato è comunque, invariabilmente uguale a se stesso.
La Corte ha avuto modo di raccogliere, sotto questo profilo, le dichiarazioni diverse appartenenti al gruppo di fuoco. Primo tra tutti, non fosse altro per la qualifica che riveste all'interno del gruppo, per l'abilità che gli altri ed egli stesso si attribuisce, mi riferisco esattamente a Salvatore Grigoli.
Grigoli, sappiamo, è fonte dichiarativa in relazione, e qui mi riferisco esclusivamente in relazione all'appartenenza al gruppo di fuoco, non faccio riferimento alle chiamate in correità per la partecipazione ai fatti di strage che ho passato sinteticamente in rassegna nelle precedenti udienze, ma sicuramente, l'appartenenza dello stesso Grigoli, di Giuliano, di Spatuzza, di Lo Nigro, di Tutino, al gruppo di fuoco, ivi compreso Salvatore Benigno, è pacifica.
E dichiarazioni assolutamente analoga a quella di Grigoli, a carico di queste persone, la Corte ritroverà in Ciaramitaro, in Calvaruso, in Pasquale Di Filippo, in Pietro Romeo.
Son tutte persone che hanno accompagnato - se posso usare questa espressione - la vita di questo gruppo, a partire dal momento della sua creazione, dal momento della sua concreta operatività, che direi coincide, quantomeno nella sua massima espressione, proprio con la esecuzione dei fatti di strage di cui ci dobbiamo occupare.
Dico che le prime tracce della esistenza di questo gruppo e soprattutto la riferibilità del gruppo alle disposizioni di Nino Mangano, pur in presenza ancora sul territorio di Giuseppe e Filippo Graviano, ce lo dà, esattamente, Giovanni Ciaramitaro.
Sappiamo quali fossero i rapporti tra Giovanni Ciaramitaro e Giuliano; sappiamo che il Ciaramitaro stesso verrà, per così dire, risucchiato all'interno di questo gruppo.
Ci ha raccontato di quali fatti egli sia stato partecipe insieme agli altri del gruppo, ma sappiamo con sicurezza che, al momento della scarcerazione di Ciaramitaro, giugno '93, Giuliano fa a Ciaramitaro queste confidenze, sia in relazione all'esistenza del gruppo, sia in relazione del fatto che il gruppo prende disposizioni da Nino Mangano, sia in relazione, poi, al fatto che il gruppo si era reso responsabile delle stragi.
E notizie via via, per così dire, cronologicamente susseguenti nel tempo, le avremo da Calvaruso, che sappiamo è stato integrato nel gruppo a partire dalla sua frequentazione con Cannella; poi ancora, dallo stesso Pietro Romeo, che vedremo comparire sulla scena a partire dal febbraio del '94; per andare avanti fino a Pasquale Di Filippo, che di quel gruppo poi farà parte ancora nei mesi successivi; per finire ancora a personaggi, per così dire, di supporto, di contorno, a persone che, perlomeno in via prioritaria, non avevano il compito di uccidere, come, per esempio, quel Trombetta i cui legami con tutti gli altri componenti di questo gruppo di fuoco sono stati documentati anche attraverso l'analisi delle relazioni che esistevano dallo studio dei tabulati dei cellulari.
Quindi, sono dichiarazioni, quelle che provengono da Ciaramitaro, da Grigoli, da Calvaruso, da Di Filippo, da Romeo, da Trombetta sul gruppo che abbiamo chiamato gruppo di fuoco - e che vede, come dire, protagonisti Grigoli, vede protagonista Giuliano, che vede protagonista Spatuzza, che vede protagonista Lo Nigro Marcello e Vittorio, Tutino - sono dichiarazioni perfettamente omogenee.
Ciascuno di questi dichiaranti ha riferito quella serie impressionante di delitti cui accennavo prima.
É importante, a questo punto, dare alla Corte alcuni riferimenti. Li ho già sottolineati, ma per comodità mia espositiva è conveniente, come dire, risottolinearli.
Grigoli veniva chiamato "Cacciatore"; Spatuzza sappiamo che veniva chiamato "u' Tignusu", a stare a sottolineare una calvizia più o meno incipiente; Giuliano mi pare che è notoriamente "Olivetti"; Lo Nigro è stato indicato con i due soprannomi di "Bingo" e "Cavallo"; Tutino mi pare che fosse indicato con il nome di "Mariuccio il bello", o qualcosa di simile.
C'è ancora l'altro componente del gruppo, ma su cui vorrei fare un discorso, per così dire, individualizzato, che è Salvatore Benigno.
Tutti i dichiaranti danno l'appartenenza di queste persone al gruppo di Brancaccio. All'epoca di questi fatti, dei fatti di cui ci dobbiamo occupare, nessuna di queste persone è, per così dire, consacrata uomo d'onore.
Vedremo che di queste, semplicemente e solamente Gaspare Spatuzza, le fonti dichiarative che abbiamo introdotto al processo, ne daranno l'appartenenza a Cosa Nostra in veste formale, a partire dal settembre-ottobre del '95; quindi a Mangano arrestato. E vedremo anche quali saranno i motivi di questa formale affiliazione.
Ho passato in rassegna i soprannomi, perché?
Perché i soprannomi hanno un rilievo formidabile nei documenti che citavo già l'altra volta e che, sia pure en passant, ho citato anche in riferimento a questi imputati.
Quindi, il nome di Grigoli sotto lo pseudonimo del "Cacciatore", lo troveremo sia nelle lettere indirizzate da Mangano, scambiate da Mangano con Giuseppe Graviano, sia nelle schede, in quella sorta di contabilità che è stata trovata a casa di Mangano.
Il nome di "Olivetti" lo troveremo nelle lettere di Giuseppe Graviano. Evidentemente era una delle persone che gli stava a cuore: ci sono i famosi "saluti a Olivetti".
Il nome di Spatuzza, sotto lo pseudonimo del "Tignusu", lo troveremo ancora una volta nei documenti di Nino Mangano.
Il nome di Cosimo Lo Nigro, sotto lo pseudonimo di "Bingo" o "Cavallo", evidentemente "Cavallo" doveva essere un soprannome appiccicato a Cosimo Lo Nigro dopo l'arresto di Giuseppe Graviano. Vi ho letto ieri un passo della lettera in cui Graviano scriveva a Mangano:
"Non ho capito cosa significa il riferimento a 'Cavallo'."
Nella lettera di risposta di Nino Mangano, Nino Mangano dirà: "'Bingo' e 'Cavallo' sono la stessa persona", esattamente come diversi di quei dichiaranti a cui ho fatto prima riferimento, per l'appunto, avevano dichiarato.
Quindi, dicevo Lo Nigro con questi due pseudonimi lo troveremo, "Bingo" e "Cavallo", lo troveremo sia nelle lettere che nei documenti.
Stessa cosa troveremo i riferimenti a "Mariuccio".
Possiamo trarne una conclusione. E cioè che anche, come abbiamo visto in relazione a questi documenti per Giacalone, "Barbanera", Cannella "zio Giacomino", Barranca, "Ghiaccio", Mangano "Aria", che avevamo sottolineato nell'udienza in cui ci eravamo occupati di questi uomini cerniera, di questi mandatari fiduciari, anche il gruppo di fuoco degli esecutori ha, per così dire, un riscontro di tipo documentale.
E la riferibilità del gruppo alle disposizioni di Nino Mangano lo ritroveremo ancora una volta per tabulas nel contenuto nelle lettere di Giuseppe Graviano, lo troveremo nelle dichiarazioni che, sotto vari aspetti, provengono dagli stessi dichiaranti appartenenti al gruppo di fuoco, primo tra tutti lo stesso Grigoli. Il quale esemplificherà la sua, del cacciatore. Ricordatevi che Grigoli dirà di se stesso che era l'unico, insieme a qualche altro, materialmente a sparare, cioè ad essere abile con le armi. Gli altri negli omicidi avevano ruolo di supporto, di accompagnamento, di copertura, eccetera, anche perché il metodo usato molto spesso nell'ambito di questo gruppo, come sappiamo, non era solo e tanto l'uso delle armi quanto lo strangolamento, l'incaprettamento e quelle altre modalità orripilanti che ci hanno rappresentato in quest'aula.
Grigoli esemplifica questa sua... ma sua... Grigoli, stiamo attenti, è persona nell'ambito di questo gruppo di fuoco che sicuramente ha una qualificazione, una caratura quasi direi superiore a quella di un Lo Nigro, di un Giuliano, o di un Benigno.
Grigoli quando ci riferirà, come poi vedremo più analiticamente, della sua implicazione nel fatto dello stadio e di Contorno - vedremo che sono anche queste due stragi, due programmi criminosi attuati quasi contemporaneamente, anzi direi contemporaneamente - ci dirà come era stato convocato a Misilmeri da Mangano, perché c'era Giuseppe Graviano che voleva dare questo imprimato definitivo e dirà Grigoli: 'io, se una disposizione non me la dava Nino Mangano, io non andavo da nessuna parte'.
E stesso tipo di riferimento, con specifico riguardo alle disposizioni di Nino Mangano, le troveremo nelle dichiarazioni di Ciaramitaro, come dicevo poc'anzi, in riferimento alle confidenze che gli venivano da Giuliano. Ci dirà che questo gruppo - di fuoco aggiungo io - era alle dipendenze di Nino Mangano.
Quando Calvaruso dal carcere, o meglio, quando Calvaruso riferirà in aula delle confidenze che aveva ricevuto da Bagarella, o ai discorsi che aveva sentito fare tra Mangano e Bagarella; Mangano, nel parlare, nel riferire a Bagarella, nel tranquillizzarlo sul buon fine dell'attentato a Contorno - ricordate che Calvaruso ha riferito diciamo dell'impazienza di Bagarella, che quasi voleva essere lui partecipe dell'attentato a Contorno - lo tranquillizzava Mangano dicendo: 'tranquillo, i ragazzi, i miei ragazzi hanno dato prova di sé', fino a oggi evidentemente, in relazione ai fatti che avevano compiuto a Roma, a Firenze e a Milano.
Per alcuni di questi imputati, per i quali le relazioni con Cosa Nostra sono, per così dire, più risalenti nel tempo: vedi per esempio Cosimo Lo Nigro. Abbiamo dei riferimenti a collaboratori - usiamo questa espressioni - vecchi, cioè a collaboratori che hanno conoscenze più lontane nel tempo e per l'appunto, a proposito di Cosimo Lo Nigro, vedremo che la sua internità a certi grossi traffici di stupefacenti condotti per conto e insieme al gruppo mafioso facente capo a Francesco Tagliavia, addirittura ci son riferiti da Bartolomeo Addolorato.
Si tratta del famoso capitano, comandante di pescherecci che faceva la spola per conto dei Madonia, per conto del Tagliavia, per conto di Lo Nigro, sia Cosimo sia del padre. Dirà Addolorato, ci ha anche riferito della sua conoscenza col padre di Cosimo Lo Nigro, mi pare che si chiamava Pietrino, c'ha una gamba infortunata, una menomazione ad una gamba.
Stesso riferimento per quanto riguarda il Lo Nigro e questa sua pregressa implicazione... ambientazione all'interno di Cosa Nostra ce la darà Emanuele Di Filippo con riferimento ai rapporti, sempre in funzione del traffico di hashish, dello stesso Lo Nigro e di Barranca.
Ancora, per quanto riguarda Spatuzza, sappiamo che Spatuzza si era reso già latitante a seguito delle dichiarazioni di Giovanni Drago. Il quale ci ha dato qui in aula un profilo, per così dire, di abilità di Spatuzza che era la persona che conduceva, che attirava nel tranello la vittima designata.
Molti degli omicidi che abbiamo sentito qui rappresentare nella "camera della morte", ovvero nel famoso villino di Giuliano in quel di Bolognetta, qualcuno l'ha riferito, mi pare anche lo stesso Ciaramitaro; sappiamo che era proprio uno... era proprio questa una delle modalità tipiche di esecuzione degli attentati.
Stesso profilo interno al gruppo di Brancaccio, una conoscenza per così dire storica, è ancor una volta Giuliano: ha il padre uomo d'onore e persona della famiglia di Brancaccio. Tant'è vero che, non a caso, i riferimenti che noi troviamo ai Giuliano padre e figlio risalgono per l'appunto a Giovanni Drago.
C'è bisogno di sottolineare che nelle famose lettere uno dei passaggi iniziali... in uno dei passaggi iniziali si fa proprio riferimento, da parte di "Madrenatura", Giuseppe Graviano, al padre di Olivetti che è uno di quelli che in carcere si lamenta di più in relazione evidentemente agli assetti diciamo interni all'organizzazione.
Stesso rapporto molto fiduciario, vicinissimo a Giuseppe Graviano, ai fratelli Giuseppe e Filippo Graviano allo stesso Tutino Vittorio. Sappiamo qui ancora una volta, lo stesso Tutino Vittorio era per così dire indicato da Giovanni Drago come persona vicinissima ai Graviano. Drago dirà di Tutino: 'era la persona che sapeva dove dormivano i latitanti'. Il che dà la misura del rapporto fiduciario che c'era evidentemente tra i Graviano e lo stesso Vittorio Tutino. Addirittura sapeva, Vittorio Tutino, dove conduceva la latitanza lo stesso Giovanni Drago.
Mi pare che abbiamo introdotto, anzi ne sono sicuro, abbiamo introdotto in dibattimento i riferimenti anche di tipo testuale al fatto che un contratto di fornitura dell'ENEL era intestato per l'appunto a Tutino Vittorio e si trattava proprio dell'appartamento dove a sua volta aveva condotto la latitanza Giovanni Drago. E l'omogeneità anche di Tutino al gruppo di fuoco, come dicevo, è dato sostanzialmente da quei dichiaranti che ho elencato prima.
É singolare che queste conoscenze, quindi del gruppo di fuoco, vengano esattamente a interfacciarsi con due dichiaranti che, per motivi diversi, non hanno questo tipo di integrazione. Guardate un po' come le dichiarazioni di Scarano vanno a incidere esattamente su quelle persone che appartengono al gruppo di fuoco e guardiamo peraltro le conoscenze che ci riferirà aver fatto Carra via via che verrà implicato nei trasporti di esplosivo.
Carra di tutte queste persone conosceva esclusivamente "ghiaccio", Barranca, per i motivi che ho accennato già, che ho spiegato nell'udienza di venerdì.
Guardate che singolare convergenza di fonti autonome di dichiaranti - Scarano da una parte, Carra dall'altra, saranno i primi a chiamare in causa queste persone - come verranno esattamente le loro dichiarazioni a incidere su persone che altre fonti dichiarative, documentali, vedremo anche di altro tipo, verranno ad avere su queste quattro, su questi appartenenti al gruppo di fuoco.
Dicevo che un discorso un po', un attimino, come dire, modellato in maniera diversa, ma vedremo che poi il risultato sarà identico, va fatto per quanto riguarda Benigno. Benigno Salvatore, è notorio, è "u' picciriddu", tale era il soprannome. É altrettanto pacifico che questa persona era, per così dire, aveva il suo punto di riferimento territoriale in quel di Misilmeri.
Come mai qui ci troviamo a parlare di un quadro esecutivo che appartiene interamente al mandamento di Brancaccio e spunta fuori, per così dire, un estraneo a questo gruppo e cioè Salvatore Benigno. Come mai? Che bisogno c'era di inglobare in questo gruppo Salvatore Benigno?
Allora, per capire esattamente le relazioni e il perché della presenza di Salvatore Benigno in questo gruppo, noi sappiamo esattamente che quegli stessi dichiaranti di area di riferimento di Brancaccio indicano tutti il Benigno con riferimento a molteplici fatti di sangue. Quindi significa che in un determinato momento storico Salvatore Benigno è stato, per così dire, associato a quello che è il quadro stabile del gruppo di fuoco di Brancaccio.
Ancora una volta qui bisogna fare, per capire esattamente queste collocazioni, bisogna fare, per così dire, un passo indietro. E bisogna affondare, andare ad attingere alle conoscenze di Giovanni Drago che credo, anzi sono sicuro, nulla sa dell'esistenza del signor Salvatore Benigno, detto "u' picciriddu", ma molto sa dei rapporti che ci sono tra la famiglia e il mandamento di Brancaccio e la famiglia e il mandamento di Misilmeri.
Avete sentito da più di un dichiarante far riferimento, a partire da Giovanni Brusca, a seguire con Ganci, a seguire con Cancemi ed altri ancora, come il signor Pieruccio, Pierino, o Piero, o Pietro Lo Bianco, fosse il capo della famiglia di Misilmeri.
Sinacori ci dirà che - e sappiamo bene quante qualificate siano le conoscenze di Sinacori - come il Lo Bianco era persona di assoluta fiducia di due dei nostri imputati del quadro ideativo: Graviano, i Graviano, e Matteo Messina Denaro.
Giovanni Drago, che ha queste conoscenze ancor più vecchie, dirà che c'era un vecchissimo rapporto tra il Pieruccio, o Pierino Lo Bianco e il mandamento di Brancaccio e in particolare col padre dei Graviano, con Michele Graviano. Addirittura Drago si spinge nelle sue conoscenze a dire che era a conoscenza, Giovanni Drago, di quella sorta di disposizione, di consiglio, di, come dire, di raccomandazione che era stata rivolta dai vertici di Cosa Nostra allo stesso Lo Bianco che per qualunque iniziativa si doveva rivolgere ai Graviano. C'era una sorta di, chiamiamolo protettorato, di rapporto particolare tra quindi il mandamento di Brancaccio e Misilmeri. Addirittura rapporto che è passato, come dicevo, per un vecchio legame tra Lo Bianco e i Graviano.
Se noi attualizziamo queste relazioni al momento storico che a noi ci interessa, vediamo come da Ganci Calogero sapremo dell'incontro che aveva avuto in carcere con Benigno, del fatto che il Benigno si fosse presentato a Ganci Calogero - che evidentemente all'interno di Cosa Nostra è un nome, non è come dire Benigno, per lo meno all'epoca, era dire Ganci, era dire il figlio di Raffaele Ganci - come per l'appunto sedotto, uso volutamente questa espressione, dal nome del suo interlocutore, gli si era avvicinato per dirgli: io sono persona vicina a Piero Lo Bianco. E il Ganci ci dirà in quest'aula come il Benigno gli avesse confidato, gli avesse detto degli stretti rapporti che c'erano tra i Graviano e lo stesso Lo Bianco. Sostanzialmente suo uomo, suo di Benigno, uomo di riferimento.
Ciaramitaro ha conoscenze che gli derivano dal suo livello all'interno di questo gruppo, all'interno inizialmente ai margini e poi via via all'interno di questo gruppo. Saprà, a causa delle sue frequentazioni con tutti gli altri del gruppo, che per l'appunto Benigno, che è persona che conosce, un quest'aula Ciaramitaro ci ha raccontato un episodio particolare, la motocicletta presa a Misilmeri proprio da Benigno in relazione a un certo fatto di sangue; dirà che faceva parte della famiglia di Misilmeri, però attenzione, era disposizione di Nino Mangano. E cioè quando Nino Mangano ne aveva bisogno, il Benigno per così dire veniva chiamato.
Ancora. Ancora Calvaruso: fa da autista a Bagarella. Alla domanda che abbiamo rivolto: 'conosce questo signor Benigno, "u' picciriddu", lo studente di medicina di Misilmeri'. Dirà che l'aveva visto in una occasione allorché si era incontrato con Bagarella... o meglio, allorché Bagarella si era incontrato con Lo Bianco e il Lo Bianco per l'appunto era accompagnato dal Benigno. "U' picciriddu", dirà Calvaruso, era il braccio destro di Lo Bianco.
Scarano. Scarano nulla sa di queste dinamiche interne a Cosa Nostra, però molta gente conosce all'interno di Cosa Nostra. Ha raccontato quel singolare episodio, al quale possiamo dare il valore che ha e cioè che 15-20 giorni dopo l'attentato di via Fauro, viene convocato ancora una volta da Fifetto Cannella, va a prenderlo al porto, o comunque va a guidarlo in questo incontro Gaspare Spatuzza; lo portano in quel di Misilmeri. Lì il Graviano farà delle conoscenze...
(voce fuori microfono)
PUBBLICO MINISTERO: Scarano. Scarano sì, lapsus linguae. Scarano farà delle conoscenze, per l'appunto Giuseppe Graviano, che poi vedrà - come vedremo - a Roma. E ancora una volta la persona che aveva conosciuto a Roma, che aveva visto a Roma per eseguire l'attentato ai danni di Costanzo e cioè, ancora una volta, Benigno.
Le indicazioni ancora più puntuali, più precise ci vengono da Grigoli. Il quale dirà: 'Benigno faceva parte del gruppo di Misilmeri, però insomma non è che a Misilmeri potevano vantare quella potenza di fuoco che aveva Brancaccio. E quindi loro, i palermitani si recavano lì a compiere le loro brave azioni e quando c'era bisogno era il Benigno ad essere aggregato al gruppo di Brancaccio'. E, vivaddio, se c'era bisogno di braccia e di esecutori per compiere gli attentati in Continente.
Ancora Romeo, che dirà che Benigno... Romeo, avete visto, è molto scheletrico nelle sue dichiarazioni, però molto efficace. Dirà di Benigno: era una persona che faceva gli omicidi con loro. Punto. E tanto basta per capire chi era Benigno.
Tutti questi riferimenti di collocazione di area all'interno di Cosa Nostra, la particolare fiducia di Benigno nei riguardi di Lo Bianco. Pasquale Di Filippo dirà che era il killer di fiducia di Pieruccio Lo Bianco. Dirà Pasquale Di Filippo di quella singolare preoccupazione che aveva attraversato Mangano nel momento in cui, su un certo quotidiano aveva appreso dell'arresto di un certo Salvatore Benigno di Belmonte Mezzagno. Ricorderete questa affermazione. Che era fra l'altro il nome riportato sulla stampa, sul quotidiano, in riferimento a questo fatto di sangue - vedremo che non di omicidio si trattava, ma di un tentato omicidio - era il fatto storico che gli aveva fatto suscitare il ricordo a Pasquale Di Filippo. Poiché, avendo parlato di uno che lui conosceva semplicemente con il soprannome "u' picciriddu", alla affermazioni nel corso delle indagini, nel corso del verbale del Pubblico Ministero, posto che ne aveva riconosciuta la foto, trattasi di Benigno Salvatore, aveva per l'appunto Pasquale Di Filippo... dice: 'ora mi ricordo il nome, si trattava proprio di uno che si chiamava Salvatore Benigno, perché avevo sentito un commento di Nino Mangano, alla lettura della notizia della uccisione' - dirà Pasquale Di Filippo, sapremo invece che non è l'uccisione ma è il tentato omicidio - 'il Nino Mangano dice: oddio hanno ucciso "u' picciriddu"'.
In effetti abbiamo fatto verificare, la Corte ne è a conoscenza in quanto la circostanza è stata riferita dal dottor Giuttari, che effettivamente in data 17 febbraio 1995, in quel di Belmonte Mezzagno, era stato tentato l'omicidio ai danni di una persona che si chiamava per l'appunto Salvatore Benigno.
Quindi, come vedete, le qualificazioni all'interno di Cosa Nostra non sono mai casuali, le relazioni non sono mai casuali. Potrei azzardare, ma vale quel che vale, che la integrazione di Benigno che faceva lo studente in medicina poteva essere anche cementata dalla sua frequentazione quotidiana di Palermo, ammesso che andasse all'università. Ma sarebbe una mera illazione.
I fatti sono quelli che abbiamo rappresentato, sia con riferimento all'internità di Salvatore Benigno, quindi al gruppo che ha fatto le stragi, sia la internità al gruppo di fuoco di Brancaccio, pur non appartenendo egli - se mi si passa questa espressione - istituzionalmente al gruppo di fuoco.
Questa lunga digressione sull'appartenenza al gruppo, sul fatto che Benigno avesse questa certa collocazione, ci serve per trarre delle conclusioni. E cioè per trarre la conclusione che, essendo Benigno stabilmente inserito, sin dal primo fatto di strage che abbiamo cercato di dimostrare è andata di pari passo con quella di via dei Georgofili; essendo il Benigno, al contrario in questo caso di Scarano, inserito stabilmente nel gruppo organico che le stragi ha portato, per così dire, a compimento; essendo il suo inserimento pacifico ben prima della strage di via Fauro, avendo egli partecipato anche a quella. Si può dire che Benigno dovrà rispondere anche della strage di via dei Georgofili, essendo la sua messa a disposizione trasversale rispetto a tutta l'esecuzione dei fatti di strage.
Pongano mente a una circostanza, la Corte la potrà rilevare agevolmente: come Benigno sia del gruppo presente su Roma, Benigno e Cannella - Cannella si sposterà al Nord, Benigno farà rapidamente rientro in Sicilia - come il fatto fosse strettamente coordinato alla azione che nel frattempo era già stata concertata su Firenze. Siamo esattamente nei giorni in cui a casa Messana è successo quell'episodio delle persone famose cacciate via.
Quindi mi sembra che anche sulla posizione di Benigno, a questo punto della nostra complessiva ricostruzione, secondo il Pubblico Ministero non vi sono assolutamente dubbi sulla sua responsabilità anche per il fatto di via Georgofili.
Ho anticipato anche di Tutino Vittorio, della sua appartenenza al gruppo, pacifica, a quel gruppo di fuoco. Anche in questo caso, ma mi sembra di averlo già detto, però per Tutino Vittorio non abbiamo gli stessi elementi di cui possiamo disporre per gli altri. Anche se in verità è proprio Tutino Vittorio la fonte prima delle conoscenze di Pasquale Di Filippo.
Ricordiamoci come il primo di questo gruppo di fuoco che abbia collaborato con la Polizia e con i Magistrati, sia stato proprio Pasquale Di Filippo e come affondino proprio nelle conoscenze di Vittorio Tutino le conoscenze dell'intera "campagna di strage".
Il discorso potrebbe essere spinto alle estreme conseguenze e dire che, essendo Vittorio Tutino persona di strettissima fiducia dei Graviano, tanto era di stretta fiducia dei Graviano che in occasione di una delle fasi preparatorie dell'attentato all'Olimpico lo vedremo presente a Roma ad accompagnare Giuseppe Graviano, possa dirsi che la sua messa a disposizione sia stata, per così dire, originaria all'interno del gruppo.
Però obiettivamente questo dato in maniera certa non lo abbiamo. Mentre lo abbiamo per tutti gli altri appartenenti al gruppo di fuoco, con le distinzioni che ho fatto quindi per Tutino da una parte e per Grigoli dall'altro, lo abbiamo nella sua interezza.
Proseguendo in questa disamina di queste posizioni, alcune poi le completerà il dottor Chelazzi, mi resta da fare due riferimenti.
Uno è quello relativo alla posizione di Frabetti e uno è quello relativo alla posizione di Di Natale. Sgombero subito il mio argomentare in relazione alla posizione di Di Natale. Per dire che di Di Natale i fatti diciamo che sono a lui contestati, perlomeno nella loro materialità, sono pacifici. Quindi sicuramente andrà affermata la sua responsabilità, vedremo poi in che termini in relazione ai fatti di Roma del 27-28 luglio.
Una posizione invece che ci ha, per così dire, occupato a fondo, sulla quale abbiamo molto riflettuto, è quella di Frabetti Aldo. E la conclusione a cui il Pubblico Ministero è pervenuta è quella che Frabetti, che risponde dei fatti di Roma, delle chiese, quindi del 27 luglio, debba andare assolto perché la prova nei suoi confronti non ci sembra univoca.
La posizione di Frabetti ha come suo sfondo il rapporto strettissimo che lo stesso Frabetti ha con Antonio Scarano. Direi che la, come dire, la simbiosi di tipo criminale fra Frabetti e Scarano è un dato di assoluta certezza nell'ambito di tutto il processo, a partire dalla famosa vicenda dell'hashish, per concludersi con l'esplosivo occultato nella famosa buca della stalla. Passando attraverso gli spostamenti delle armi che erano transitate nel suo scantinato, eccetera.
Questa internità di Frabetti alle iniziative, possiamo dire pure alle malefatte di Scarano, costituisce sicuramente uno sfondo che può anche, come dire, essere suggestivo in relazione alla implicazione di Frabetti nei fatti delle chiese, quindi nelle stragi del 27 luglio.
Ci troviamo di fronte a una contraddizione, come dire, insuperabile, netta tra l'affermazione - e su questo una parola potrei dire - della presenza di Frabetti nel famoso cortile di via Ostiense la sera del 27-28 luglio e l'altrettanta recisa, netta affermazione di Scarano che Frabetti quella sera nel cortile non c'aveva mai messo piede.
Noi sappiamo che l'attendibilità del nucleo familiare Di Natale è certa per quanto riguarda i riferimenti di tipo fattuale. E cioè che lì è stato portato l'esplosivo è un fatto certo; che lì sono avvenute quelle certe operazioni è un dato che abbiamo potuto verificare.
Abbiamo dall'altro lato un dichiarante, sicuramente affidabile, riscontrato, che ha manifestato, per così dire, tutta la bontà del suo contributo a partire dal disvelamento di un fatto di strage che fino a quel momento era assolutamente ignoto e tale sarebbe rimasto, quale Scarano. E le asserzioni dei tre, per così dire, del gruppo Di Natale.
Abbiamo letto e riletto attentamente le dichiarazioni che hanno reso Maniscalco Umberto, Siclari Pietro, Di Natale Emanuele. Non ci sembra che queste dichiarazioni in presenza della recisa, netta affermazione di Scarano, relativa al fatto che Frabetti quella sera mai e poi mai avesse messo piede nel cortile di via Ostiense, abbiano la capacità di infirmare le affermazioni di Scarano. Perché? Perché la presenza di Frabetti, il gruppo, chiamiamolo così, Di Natale la trasversalizza anche in momenti in cui sicuramente Frabetti non era presente nel cortile di Di Natale.
Noi riteniamo molto affidabili le dichiarazioni di Carra, se loro andranno a controllare, vedranno che Di Natale, se non vado errato, ma credo di essere nel giusto, riferirà che Frabetti era presente al momento dello scarico dell'esplosivo, quando sappiamo - è certo - che allo scarico dell'esplosivo era certamente presente Scarano, oltre ovviamente allo stesso Carra; mentre Carra ci dirà che nel cortile c'era sì Scarano, c'era Spatuzza, c'erano altri del gruppo di fuoco che aveva indicato Carra nelle sue dichiarazioni, ma non certo il Frabetti.
Sappiamo che la presenza di Frabetti nel cortile di via Ostiense è, per così dire, ammessa, riferita da Scarano, sia pure con le incertezze del ricordo, per quanto riguarda il prelievo dell'hashish dal cortile stesso.
Sinceramente, la contraddittorietà di prova su questo punto ci appare insuperabile. Tenendo conto anche di un fatto, che non ci è sembrato, nella ricostruzione complessiva di quelli che erano gli avvenimenti, che quella sera andavano a svolgersi nel cortile di Di Natale, del perché di una presenza di Frabetti, sarebbe quasi stata immotivata; del perché di una presenza in quella notte in cui si andava a compiere un'operazione che era particolarmente, come dire, tenuta... compartimentata; era il solo Scarano, per quanto ci risulta, che era a conoscenza delle operazioni che si stavano svolgendo, che si andavano a svolgere, oltre ovviamente al Di Natale, perché Di Natale era stato utilizzato come punto di appoggio; non si capisce come mai Scarano si dovesse essere preoccupato di, come dire, portarsi dietro lo stesso Frabetti.
In definitiva, gli elementi di prova ci appaiono contraddittori, a fronte di una sicura affidabilità delle dichiarazioni di Scarano, valutate nel loro ambito complessivo.
Vero è che c'è un altro dato fattuale di riferimento, e cioè il riferimento a un "Aldo" che seguiva, in occasione dell'accompagnamento famoso dei nipoti a Napoli, la sera del giorno 28.
Però, anche qui, abbiamo una affermazione di Scarano che è netta nell'escludere la presenza di Frabetti. Un'altrettanta certa affermazione di Santamaria, il quale ha detto che due erano le persone che aveva preso a bordo della Ibiza prestatagli dall'amico, mentre le altre due erano state prese a bordo dallo stesso Scarano con l'Audi. E sappiamo, perché quella telefonata ce ne dà conto, che effettivamente anche Scarano si era spostato con la macchina.
In definitiva, il Frabetti, che altre fonti - lo stesso Scarano - ci danno come sicuramente, come dire, presente trasversalmente nella vita di Scarano, che è in buona parte... era in buona parte una vita criminale, non ci dà alcun metro di comparazione in più per valutare l'attendibilità eventualmente dei Di Natale, in riferimento alla contraria affermazione di Scarano.
C'è un fatto che ci ha fatto riflettere molto, e cioè: valutiamo quello che è accaduto a Formello.
A Formello abbiamo, perché è un dato pacifico, ancora una volta la presenza di Frabetti, quantomeno in una occasione a casa... nella famosa villetta di Capena. É un dato di fatto che ha riferito Carra, è un dato di fatto che ha riferito Scarano, è un dato di fatto che ha riferito Grigoli.
Bene. Noi sappiamo - anche qui non vorrei essere enfatico - che l'episodio, chiamiamolo così, di Formello è uno dei fatti criminali più dimostrati della storia giudiziaria. Non vorrei essere enfatico, ma io, ora, dire che lì non c'era l'esplosivo, che Capena, la villetta di Capena non era... là, di passaggio, è un po' il pendant della vicenda dell'hashish. Bene, quasi tutti quelli che hanno commesso quel fatto lo hanno confessato: Carra, Grigoli, Scarano, Romeo; molti altri lo sanno. Bene, nessuno di questi... sappiamo che Grigoli è stato a preparare Formello per circa venti giorni, quindici giorni sicuramente, vedremo che comparirà credo intorno al 2 aprile, avremo... della presenza di Grigoli, e sappiamo da uno studio dei cellulari, dalle dichiarazioni incrociate che Grigoli non si muove da Formello fino al 14.
Bene, sappiamo che Frabetti è a lavorare nella villa lì vicina di Scarano, sappiamo che l'hanno visto, tutti conoscono Frabetti, perché così non poteva essere altrimenti e Frabetti conosce tutti. Ovviamente, Frabetti qui si è, come dire, buttato la zappa sui piedi da sé, avendo sin dalle origini del processo articolato una difesa insostenibile, tanto che è dovuto, per così dire, arrivare esclusivamente in dibattimento per dire: sì, che forse lì c'era stato qualcosa all'interno della sua grotta, della stalla, eccetera.
Insomma, si è difeso non male, in maniera inconcludente, in maniera direi miseranda, ecco.
Ma l'episodio di Formello, se lo vogliamo valutare in rapporto a quanto è avvenuto nel cortile di via Ostiense, ci può dare un po' la misura del significato della presenza di Frabetti.
Frabetti è criminalmente l'ombra di Scarano, su questo non c'è dubbio. Solo Frabetti dirà che non è così, ma è un dato assolutamente pacifico.
Ma questo fatto, visto anche, come dire, con la cartina di tornasole di Formello, ci tranquillizza - io dico a noi Pubblici Ministeri, i Giudici faranno, ovviamente... - a dire in coscienza che Frabetti quella sera fosse presente nel cortile di via Ostiense? E in presenza, fra l'altro, di dichiarazioni fra loro non perfettamente omogenee, del gruppo, chiamiamolo così, Di Natale.
Perché qualcuno ha detto che era arrivato prima che arrivasse Scarano; altri - Maniscalco Umberto - che era andato ma poi era tornato; il Di Natale, che era arrivato senz'altro; il Siclari, mettendo, come dire, il Frabetti in quella condizione di scavalcare la finestra e andare nel cortile.
A noi queste dichiarazioni non ci son parse tranquillizzanti a fronte, ripeto, delle affermazioni nette e recise di Scarano, non solo con riferimento al fatto di Roma, ma anche e soprattutto con riferimento al fatto di Formello. Lo stesso Carra ci ha detto che Frabetti era presente, l'hanno visto. É vero, c'era. Però sappiamo con altrettanta certezza che tutti quelli che hanno, per così dire, organizzato il fatto ed eseguito il fatto di Formello non hanno nessuno attribuito alcuna condotta.
Al più, potremmo spingerci a dire che Frabetti sapeva quello che stava accadendo, cosa che probabilmente potrebbe anche essere molto prossima alla verità.
Abbiamo anche verificato la possibilità che ci viene offerta dal contributo di Grigoli.
Grigoli ha riferito di aver saputo da Giuliano, che Frabetti era stato uno che l'aveva accompagnato a compiere un determinato furto. Grigoli dirà: 'per le chiese'.
Ora noi sappiamo che la presenza di queste persone a Roma si è allungata per una fascia temporale considerevole. Sappiamo che furti di auto, ivi compresa quella che poi è stata utilizzata per Formello, la famosa FIAT Uno di Benedetti, ne sono stati compiuti. Non ci sembra che un de relato di Grigoli serva a vincere quella affermazione che viene da Scarano circa la assenza. Ripeto, ci è sembrato molto significativa la ricostruzione della vicenda di Formello.
In definitiva, per Frabetti siamo convinti che la situazione probatoria non sia uscita dall'area della incertezza. Se andate a riguardare l'esame di Scarano, vedrete - l'esame lo aveva condotto il dottor Chelazzi - con quanta... quasi in maniera accorata, oserei dire, gli è stato chiesto a Scarano di dire in tutta coscienza se Frabetti era lì.
Ora, noi non sposiamo le tesi di nessuno, ma sinceramente, quando non abbiamo certezze, non ce la sentiamo di concludere in termini di affermazione di responsabilità. Quindi, riteniamo che Frabetti vada assolto ai sensi del II comma del 523, sostanzialmente perché la prova non è completa, non è rassicurante e ci appare contraddittoria.
Io, Presidente, avrei, per la mia parte, potremmo anche sospendere. Se la Corte ritiene di andare avanti...
PRESIDENTE: No, non so, se c'è qualcosa di breve da fare possiamo, non so...
PUBBLICO MINISTERO: Sì.
(voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Ascoltiamo L'Aquila, vediamo cosa accade.
ISPETTORE Scafi: Pronto?
PRESIDENTE: Pronto?
ISPETTORE Scafi: La sala numero 2 di L'Aquila, mi sentite?
PRESIDENTE: Sì, sì.
ISPETTORE Scafi: Pronto?
PRESIDENTE: Sì, pronto.
ISPETTORE Scafi: Qui è la sala numero 2.
PRESIDENTE: Ascolto.
ISPETTORE Scafi: Vorrei far presente che i detenuti Gaspare Spatuzza e Giacalone Luigi vorrebbero rinunciare al proseguimento dell'udienza.
PRESIDENTE: Ci sono altri imputati presenti in quella saletta?
ISPETTORE Scafi: No, solo due.
PRESIDENTE: Allora, la Corte prende atto della rinuncia e autorizza l'allontanamento degli imputati e la cessazione del collegamento.
ISPETTORE Scafi: Grazie, buonasera.
PRESIDENTE: Prego.
ISP. Capitanio: Signor Presidente?
PRESIDENTE: Sì?
ISP. Capitanio: É da Spoleto che chiedo la parola.
PRESIDENTE: Ascolto.
ISP. Capitanio: Senta, sono l'ispettore Capitanio e chiedo alla Signoria Vostra se autorizza la dipartita dell'imputato Cannella Cristofaro; chiede pure lui di rinunciare.
(Segnale di scollegamento)
PRESIDENTE: La corte prende atto della rinuncia dell'imputato e ne autorizza l'allontanamento.
ISP. Capitanio: Va bene, grazie.
PRESIDENTE: Ci sono altre richieste? No.
Ecco, desideravo chiedere al Pubblico Ministero la durata approssimativa per valutare l'opportunità di sospendere o di andare avanti direttamente.
PUBBLICO MINISTERO: No, Presidente, magari possiamo fare in altro modo. Siccome ho una serie di argomenti, messi in maniera ordinata...
PRESIDENTE: Sì.
PUBBLICO MINISTERO: ...è come leggere un libro a capitoli, si stabilisce più o meno quanto possiamo stare ancora in udienza e io mi regolo di conseguenza.
PRESIDENTE: Mah, io... adesso sono le sette meno venti...
PUBBLICO MINISTERO: Sì.
PRESIDENTE: ...credo che sino alle sette e mezza potremo rimanere in udienza. Quindi, cosa ritiene meglio, il Pubblico Ministero, andare avanti subito?
PUBBLICO MINISTERO: Sì, sì, sì.
PRESIDENTE: Va bene, allora facciamo così, così guadagniamo del tempo.
PUBBLICO MINISTERO: L'ultima parte dell'illustrazione fatta dal dottor Nicolosi è proprio l'anticamera delle conclusioni; molte sono già state annunziate. Sono state annunziate delle richieste di condanna, sono state annunziate anche delle richieste di assoluzione.
Al termine di tutto questo lavoro, che è iniziato, la Corte ben lo sa - anche personalmente - è iniziato cinque anni fa, al termine di questo lavoro, il Pubblico Ministero cerca di oggettivizzarsi rispetto... o meglio, cerca di guardare al proprio lavoro, cerca di guardare a questa estremamente complessa opera, cerca di guardare nella maniera più spassionata possibile.
La fase delle indagini è alimentata dal concetto dell'indizio. La fase del dibattimento, soprattutto quando il dibattimento vuol dire decisione, si articola intorno, esclusivamente e rigorosamente, al concetto di prova. E il Pubblico Ministero non può distaccarsi da questo che è il parametro sul quale poi si decidono o le condanne o le assoluzioni.
Ecco perché il dottor Nicolosi, che ha fatto bene, come sempre, ma ha fatto bene una volta di più a adoprare il plurale, la prima persona plurale nella sua esposizione, ricorrentemente vi ha detto: 'abbiamo pensato', 'abbiamo considerato', 'abbiamo valutato', 'abbiamo approfondito', 'abbiamo analizzato', perché questo è proprio il lavoro che facciamo, voi farete; quando l'ultima delle parti avrà detto l'ultima parola in questa aula, voi comincerete a fare quello che noi stiamo facendo già da tempo.
Proprio prendere le distanze, anche dal nostro lavoro. Cercare di osservare con molta freddezza, ma freddezza raziocinante, non freddezza dell'animo, non freddezza dello spirito, perché questa non ci può essere, mai.
Quando introdussi la requisitoria, mi ricordo che il primo giorno, o più o meno il primo giorno, dissi mi veniva in mente una frase, quella con la quale Lisia chiudeva una sua orazione giudiziaria famosissima, rivolgendosi ai suoi giudici diceva: "avete udito, avete visto, giudicate". Avevo dimenticato, deliberatamente, un inciso: "avete udito, avete visto, avete sofferto, giudicate". Perché quella che è la passione dell'animo è incoercibile, ma occorre che il modo di ragionare, occorre che il livello raziocinante del Giudice e di chi interloquisce con il Giudice, non sia mai contaminato, soprattutto nel momento difficile, vorrei dire solenne come questi, sia mai contaminato da un eccesso di passione.
Quindi, altra non avrebbe potuto essere la richiesta, secondo il nostro punto di vista, non avrebbe potuto essere la richiesta relativamente a Frabetti; rendendoci conto che la posizione di Frabetti è una posizione nella quale, tanto più si rafforza l'indizio sulla sua disponibilità a compiere azioni illecite all'ombra di Scarano, paradossalmente tanto si indebolisce l'indizio per la sua partecipazione a titolo di concorrente morale o materiale - materiale in ogni caso, non morale - in ordine agli attentati di San Giovanni in Laterano e di San Giorgio al Velabro.
Questa proporzione inversa, tale per cui l'elemento poi in definitiva determinante - e loro lo sanno - per un giudizio di affermazione di responsabilità, la presenza nel cortile fatidico di via Ostiense numero 895, quell'elemento, se si fosse scorporato da possibili varianti interpretative della prova, forse avrebbe portato inesorabilmente alla conclusione di responsabilità.
E quali sono queste varianti?
Il fatto è che fra Frabetti e Scarano il rapporto non solo è continuativo nel tempo e nello spazio, anche in quell'epoca, ma è così continuativo che quelli si sono fatti vedere in giro, sono andati in via Ostiense anche per altre ragioni. Di questo, purtroppo, non possiamo... da questo non possiamo prescindere. Occorre, quindi, valutare quell'affermazione di Siclari e di Maniscalco, che come loro hanno presente, intanto non va già più d'accordo con le dichiarazioni di Di Natale, sullo stesso punto; perché, stando a Di Natale, Frabetti quella sera sarebbe arrivato lì assieme a Scarano con la stessa automobile. Mentre invece se si sta al nipote e al figlio, sarebbe arrivato, Frabetti, per conto suo, per chiedere di Scarano che ancora non è arrivato e per farsi, quindi, rivedere a distanza di qualche minuto. Già c'è questa contraddizione intrinseca pur tra coloro che affermano la presenza di Frabetti quella sera nel cortile di via Ostiense.
Ma questo dato, ripeto, è, per così dire, alterato nella sua capacità dimostrativa finale, proprio dal fatto che, da un lato, la presenza di Frabetti è stata affermata anche per situazioni nelle quali - obiettivamente viene da dire - i dichiaranti hanno sbagliato. E faceva bene il dottor Nicolosi a ricordare prima il momento in cui Carra arrivò a scaricare il camion. Ma è alterato perché la presenza nel cortile... nel comprensorio di via Ostiense di Frabetti è una presenza che si lega anche a situazioni diverse.
Allora è come avere un'equazione con tre elementi, ma due elementi sono incogniti e il terzo è praticamente un incognito.
Il Pubblico Ministero, che appunto deve prendere le distanze dagli elementi, deve cercare di valutarli, a questo punto, nella maniera più neutra possibile, non può, francamente, forzare in una direzione, per escludere quindi che un contributo conoscitivo affidabile venga dall'altra direzione, né fare esattamente l'operazione inversa.
Io, se dovessi fare una considerazione in più, mi troverei a fare questa, anche se è una considerazione che mi rendo conto può essere controvertibile. Non mi è perfettamente plausibile la ragion per cui Frabetti avrebbe fatto comodo quella sera del 27 di luglio in via Ostiense.
(segnale di scollegamento)
PUBBLICO MINISTERO: In altri termini...
PRESIDENTE: Non si è scollegata la...
PUBBLICO MINISTERO: Appunto, mi sembra non ci sia nessun inconveniente grave.
PRESIDENTE: No, anzi...
PUBBLICO MINISTERO: In altri termini, se avessimo dovuto analizzare i dati con qualche elemento di conoscenza in meno, e avessimo cercato - o avessimo dovuto - di mediare dati equivoci sulla base di una regola di esperienza, avremmo finito per far passare questo giudizio attraverso un punto interrogativo ulteriore del tipo: ma a che poteva servire Frabetti quella sera?
Il che, se avessimo trasferito questo giudizio, o per meglio dire questo problema, sul terreno della efficienza di un contributo da parte di un ipotetico partecipe, avremmo posto il problema in questi termini: e in che cosa avrebbe contribuito?
A me non mi interessa questo, perché per ora stiamo valutando il problema più alla lontana. Stiamo valutando il problema della possibilità, se uno proprio non vuol lasciare nemmeno intentato l'ultimo strumento di sperimentazione, appunto, se stiamo cercando di esercitare in qualche modo un'ulteriore verifica per vedere se delle dichiarazioni che contrastano le une possano poi, in definitiva, apparire più plausibili, per non dire più convincenti, delle altre, allora dovremmo passare anche attraverso questa domanda e dire: ma a che cosa sarebbe servito?
Guardino, Signori della Corte - io lo dico senza presunzione e con molto rispetto nei loro confronti - francamente credo, se non ho mal capito, non dico proprio tutto, ma insomma se non ho mal capito una buona parte delle vicende di questo processo, ho la sensazione che dalle stragi, anche nel loro momento propriamente operativo, esecutivo nel senso vero del termine, insomma, non si entra o si esce all'insegna di un canone di convenienza o di semplice opportunità. Ho idea che queste persone nel fare le stragi si siano regolate secondo un criterio di necessità, non secondo un criterio di semplice opportunità.
Credo che il processo ne consegni vari di esempi di questo tipo.
Cosa voglio dire con "criterio di necessità"? Se serve una persona la si utilizza, la si impiega, si vince magari anche la resistenza di una persona, se non si può fare diversamente; pensino a quello che è successo a Firenze. Ma se una persona non serve, non la si fa partecipare al fatto, né la si fa partecipare nel momento esecutivo, come non la si fa partecipare nel momento preesecutivo.
E qui mi rifaccio a un'altra circostanza, che credo la Corte abbia piuttosto ben presente, che sta nelle fasi di preparazione dell'attentato all'Olimpico, allorché Giuseppe Graviano fa una ricognizione dei presenti e stabilisce che ce n'è qualcuno di troppo: lo prende e lo rispedisce a Palermo.
É vero che non c'era Giuseppe Graviano in via Ostiense, però non credo che prima di darsi convegno per compiere le attività preesecutive, e poi anche quelle esecutive, della strage, non credo che tra Scarano da una parte, e Spatuzza, Lo Nigro, Benigno e Giuliano dall'altra, ci si sia lasciati in un qualche modo e reciprocamente carta bianca perché se uno aveva da portare un amico o un conoscente, o anche semplicemente una persona estremamente affidabile la poteva portare tranquillamente.
No, no. Credo che poter fare un'affermazione di questo genere... fare un'affermazione di questo genere vorrebbe dire che, allora, anche gli attentati si prendono alla leggera, anche gli attentati si fanno un po' così come viene. Perdonatemi il fiorentinismo, ma è per rendere l'idea.
É questo tentativo di rigore nella analisi della prova, dal quale nasce anche, come la Corte avrà avuto modo sicuramente di apprezzare, nasce anche quella che è, per il Pubblico Ministero, una scelta di rigore questa volta sul capo di imputazione.
Nel senso che il capo di imputazione enunzia, quale dato di realtà che dà origine a una responsabilità a titolo di concorso per tutti i fatti di strage, la cosiddetta "messa a disposizione di se stessi" in funzione di un certo programma criminoso.
Però il capo di imputazione non menziona solo questo. Il capo di imputazione menziona questa condotta, e è una condotta reale quella di mettere se stessi a disposizione di altri che vogliono commettere un reato, è una condotta apprezzabile sul piano naturalistico, è più che sufficiente per articolare su una condotta di questo genere una pronunzia di responsabilità penale; però, questa che era e rimane uno degli enunciati di passaggio del capo di imputazione, già nel capo di imputazione si coniuga al compimento di attività ulteriori rispetto alla semplice "messa a disposizione". Non perché dal punto di vista tecnico-giuridico fosse sbagliata la contestazione, quindi fosse sbagliata l'articolazione dell'azione penale. No, perché questa che è una affermazione corretta, ha bisogno poi di storicizzarsi in qualche cosa. Cioè a dire, richiede, a posteriori, che, attraverso ciò che si è potuto verificare, si dimostri, a partir da quando e per quale fatto concludente, vi è stata la "messa a disposizione" dei singoli nell'ambito della fase di organizzazione, o di preparazione, o di preesecuzione, o di esecuzione, del programma criminoso.
Allora, loro hanno sentito, nei giorni passati, come noi abbiamo cercato di dare ancora più concretezza - ripeto, non perché non ci fidassimo dei profili della contestazione, ma perché avevamo bisogno di rapportarci alla prova formata al dibattimento - come abbiamo cercato di coniugare la "messa a disposizione" di volta in volta alle attività anche concretamente poste in essere, a Palermo, ma non solo a Palermo, a Firenze come a Palermo, a Firenze come a Roma, a Roma come a Milano, distinguendo, nuovamente, quali erano le "messe a disposizione" personali che, comprovate da una certa attività, dimostravano la internità al progetto stragista come mandatari, come organizzatori su scala generale, della esecuzione della "campagna di strage", quali invece, erano le posizioni che si diversificavano da queste, perché individuavano il singolo soggetto semplicemente tra gli esecutori.
Da questo tentativo di guardare con rigore alla prova, di guardare con rigore al capo d'imputazione, nasce quello che il dottor Nicolosi ha già illustrato, anche sul conto della posizione di Vittorio Tutino per i fatti di cui ci siamo occupati ad oggi.
Non essendo possibile, essendo altrimenti scorretto, attribuire a Tutino, attribuire alla posizione Tutino un carico di prova diverso da quello che si è formato nei suoi confronti; la sua messa a disposizione per l'esecuzione del programma di strage, non essendo una messa a disposizione in qualità di organizzatore, perché non abbiamo di questa dimostrazione; si risolve nella messa a disposizione in qualità di esecutore, ma solo a partire da un certo punto e quindi per certi fatti.
Allora, quali sono le posizioni sulle quali il dottor Nicolosi, in qualche modo, mi ha lasciato la parola e l'ingrato compito, sempre relativamente a questi primi cinque fatti di strage? Le posizioni sulle quali, dico subito che viene formulata richiesta di condanna, ma sulle quali forse l'argomentazione richiede che ci si approfondisca e non poco, in qualche caso.
Le posizioni sono sostanzialmente queste quattro e riguardano: la prima, tutti e cinque i fatti di strage; la seconda, la terza e la quarta riguardano, viceversa, solo il fatto di strage di via dei Georgofili.
La prima posizione è quella di Giovanni Brusca, le altre tre posizioni sono quelle di Giuseppe Ferro, di Vincenzo Ferro e di Antonino Messana.
Per Brusca, quindi, il Pubblico Ministero formula la richiesta di condanna per il fatto di strage commesso in via Fauro, per il fatto di strage commesso in via dei Georgofili, per i tre fatti di strage della notte fra il 27 ed il 28 luglio del 1993.
Per Ferro Giuseppe, per Ferro Vincenzo e per Messana Antonino, il Pubblico Ministero formula richiesta di condanna per, e limitatamente, il fatto di strage commesso a Firenze il 27 di maggio del 1993.
Cerchiamo di andare con ordine.
La richiesta di condanna per Brusca, da un lato, appare la più semplice e la più scontata; dall'altro, richiede, viceversa, un approfondimento.
Per dirimere un aspetto del problema, che dal punto di vista storico c'è, c'è nella sua concretezza, e si tratta di quella situazione che io ho cercato, in qualche modo - in una delle passate udienze - di illustrare: rappresentata, cioè, dal fatto di trovarsi Brusca, al di là di una certa data e senza che egli ne fosse nemmeno edotto - io ricordo di aver adoprato l'avverbio penosamente, ma oggi a distanza di giorni, scrivo nuovamente e pronunzio nuovamente quell'avverbio "penosamente" - di essersi trovato al di là di una certa data, fuori dal percorso organizzativo, e a maggior ragione esecutivo, dei fatti di strage.
Questo, addirittura dagli inizi dell'aprile del 1993; almeno, se non addirittura da una data precedente.
Per poi rientrare a pieno titolo nella fase organizzativa e addirittura per un certo episodio quella di esecuzione - a titolo questa volta di partecipazione materiale non al fatto, ma alla preparazione del fatto - per i fatti, per gli episodi del 1994, o della fine del 1993.
E, allora, se è un problema, come al Pubblico Ministero pare che in qualche misura sia un problema, va affrontato.
Come è che Brusca, essendo stato scavalcato, in qualche modo, da Bagarella, che lo ha tenuto all'oscuro delle decisioni che andava a prendere, com'è che Brusca, ciò non pertanto deve rispondere anche di quanto è successo a Roma, di quanto è successo a Firenze, a Roma ed a Milano?
Intanto, per un principio - questo - elementare, direi; il primo dei fatti è l'attentato a Costanzo, la cui deliberazione, quando fu nuovamente assunta all'indomani dell'arresto di Riina, Brusca ha concorso a pieno titolo.
Non è una autocalunnia quella di Brusca, perché sul punto loro hanno conosciuto le dichiarazioni di La Barbera, che è così ben al corrente di questa storia, che rammenta di come Gioè facesse più volte la spola tra Palermo e Catania, perché al progetto di eliminazione di Costanzo si era ritenuto di agganciare, ingaggiare, interessare, anche la famiglia di Cosa Nostra catanese.
Il tutto, ovviamente - essendo pacifico l'inquadramento di la Barbera e di Gioè - il tutto ovviamente, sulla base di una decisione che Brusca non andava a prendere a titolo personale, ma che prendeva d'intesa con Bagarella e con gli altri, come sappiamo.
E allora, a questo punto, a nulla rileva che Brusca avesse chiesto a Bagarella di sospendere, o perlomeno di ritardare l'esecuzione dell'attentato, perché questo, casomai, era un buon consiglio perché l'attentato lo si potesse eseguire in condizioni di maggior sicurezza, reputate tali da Brusca, ma comunque lo si potesse eseguire.
Quindi, se si vuole anche attraverso quella che apparentemente è una azione di dissuasione, una condotta di dissuasione, in realtà non si assiste ad una dissuasione reale, ma si assiste semplicemente ad un consiglio di prudenza maggiore nel compiere un'azione criminale, quando la si è deliberata insieme.
Sotto questo profilo, ciò che si è dato alla realizzazione del reato in termini di ideazione del reato e di deliberazione del reato, mantiene la sua integrità e quindi il titolo di responsabilità non viene minimamente caducato.
Ben altri sono i problemi che riguardano la partecipazione a titolo di concorso ideologico in un reato, che cosa postuli perché venga caducata. Sono, se Dio vuole, tematiche che per decidere la posizione di Brusca, decidere della imputazione elevata a Brusca per l'attentato a Costanzo, non ci riguardano né punto né poco.
Gli attentati di Firenze e i successivi attentati di Roma e di Milano.
Anche qui, pur dovendo correggere, in qualche misura, la prospettiva con la quale ho proposto una soluzione per il capo di imputazione che riguarda Costanzo, il discorso non è molto diverso.
Rispetto a questo tipo di azione criminale, Brusca, come loro sanno, ha avuto la funzione di ideatore, non da solo peraltro, ideatore di concerto con altri, almeno per la parte in cui un'azione criminale come quella degli Uffizi voleva essere un'azione criminale contro il patrimonio culturale dello Stato.
E mi pare di poter dire correttamente che Brusca fa parte sicuramente di quel gruppo di uomini d'onore di Cosa Nostra, di quel gruppo del vertice di Cosa Nostra che ha ideato - e forse Brusca con funzioni propulsive, insieme a Gioè - ha ideato proprio l'azione militare, comunque, contro il patrimonio culturale dello Stato.
Loro ricordano che io ho distinto tra ozione criminale forte e opzione criminale debole. Quella di Brusca era sicuramente l'opzione criminale debole, emblematizzata e concretizzata dall'episodio di Boboli, ma ciò non toglie - come loro sanno - che Brusca ha propugnato, ha continuato a propugnare, la necessità di compiere azioni criminali contro il patrimonio culturale dello Stato, fino a tutte le riunioni che è andato, agli incontri che è andato a fare con Bagarella, con Messina Denaro, con Giuseppe Graviano dopo l'arresto di Riina e prima dell'arresto di Gioè.
Quindi, siamo in una situazione in cui, in qualche modo, viene - mi pare - evocata tutta quella tematica, che la Corte conosce, del concorso in un reato che ha esteriormente i caratteri di un reato con connotati diversi rispetto a quelli che, magari, colui che propone il reato stesso si prefigura di adottare per caratterizzare l'azione criminale da compiere.
Siamo in una situazione... mi dispiace, da un lato sono più contento, perché così maschero la mia ignoranza dietro la scusa di non poter approfondire l'argomento; ma vorrei, tutto sommato, approfondirlo, e allora mi dispiace lo stesso.
Dicevo, siamo in quella situazione che più volte e ripetutamente è agli ordini del giorno della giurisprudenza di legittimità e che riguarda esattamente la linea di demarcazione che c'è tra l'articolo 110 e l'articolo 116 del Codice penale. E, allora, io credo che se si ambienta la proposta di opzione criminale debole all'interno di Cosa nostra, tutto si potrà pensare fuorché che una proposta di azione criminosa, per l'appunto debole, possa soffrire fattori di imprevedibilità, se questa azione criminale perde il carattere della debolezza ed assume il carattere della forza.
In altri termini: sarebbe come pensare che, nell'ambito di Cosa Nostra taluno propone a chi conta più di lui di dare una lezione a un qualcuno che non si comporta esattamente come dovrebbe comportarsi - si pensi al negoziante magari che non paga il pizzo, o a qualcosa di simile - e ipotizziamo, cose che peraltro si sono verificate, ipotizziamo che ci scappi il morto.
Mai e poi mai si penserebbe che all'interno di Cosa Nostra, in un'organizzazione criminale che pratica la violenza come strumento principale di soluzione dei problemi, mai si potrebbe pensare che quell'omicidio, rispetto a chi lo ha suggerito, anche se ha suggerito un'azione di violenza non già dimensionata in tutti i caratteri dell'articolo 575, figuriamoci se l'omicidio a quel punto dovesse considerarsi esorbitante dalla decisione iniziale, al punto da configurare un concorso anomalo.
Non c'è nessun fattore di imprevedibilità. Siamo all'interno di un concorso a pieno titolo, all'interno, quindi, di un titolo di responsabilità penale che è regolato dall'articolo 110 e da nient'altro.
Io questo passaggio del processo, ripeto, ho bisogno di risolverlo accennando al problema, accennando alla soluzione che il Pubblico Ministero gli ha dato.
Io son certo che l'approfondimento che la Corte vorrà fare, porterà la Corte stessa - io penso - a verificare che la schematicità del ragionamento non fa torto, però, alla bontà di una conclusione.
Gli attentati di Roma e di Milano della notte del 27 e del 28 di luglio, mutuano - mi occupo sempre del capo di imputazione - mutuano qualche cosa dall'argomento che io ho sviluppato ora, ma devono però fare i conti con un'emergenza processuale, questa volta precisa, che per l'attentato di via dei Georgofili non potevamo prendere in considerazione.
Qual è questa emergenza? É rappresentata - mi pare di averlo accennato - dal fatto che, a partire da una certa data, come loro sanno, Brusca, avendo avuto un chiarimento con Bagarella, si allinea in pieno con le decisioni prese e quindi si allinea con il disegno di strage che si sta portando avanti, tanto - queste son parole sue - da atteggiarsi, se ce ne fosse stato bisogno, nuovamente nel ruolo o del propugnatore, o del promotore, o dell'istigatore del disegno criminoso.
Queste sono le parole che Brusca dice di aver pronunziato a Bagarella, commentando con Bagarella il fatto che le stragi eseguite non avevano dato gran risultati fino a quel momento.
"Ormai che sei in ballo, continua a ballare."
Un'altra frase della stessa portata:
"Continua: quello che succede, succede. Visto che sei nel ballo, continua a ballare e non ti fermare."
Qual è, appunto, il ballo che Bagarella, secondo Brusca, deve continuare a praticare? Qual è la musica che si deve suonare?
Questa non è un'espressione mia: "cambiava il sonatore, ma la musica restava sempre la stessa."
É un'espressione di uno dei tanti dichiaranti che avete sentito.
"Io sapevo che era lui che giostrava tutta la situazione" - si sta parlando degli attentati - "io non avevo dato il consenso. No, il consenso, avevo detto fermiamoci, per il famoso fatto di Costanzo. Però, una volta che lui è andato avanti, va be', continua: quello che succede, succede."
"A questo punto, visto che sei a questo punto, a che punto sei, non so se rendo l'idea. Ormai, visto che sei nel ballo, continua a ballare, non ti fermare."
Allora, perché queste parole, un po' sconnesse anche grammaticalmente - come è nello stile di Brusca - escano dall'ambiguo, gli è stato fatta una domanda in più:
"Scusi, ma chiedendo lei a Bagarella a che punto sei, che cosa voleva sapere? A che punto era arrivato il programma?"
"Sì."
"A che punto era arrivato come risultati?"
"Sì."
"Mi faccia capire."
"Niente. Io, come al solito, sapendo che sapevo il discorso delle trattative del cognato, pensavo che lui avesse qualche contatto, cioè, perlomeno questi fatti avrebbero creato qualche contatto. E mi fa capire che non avevano nessun contatto.
In parole povere, mi fa capire che forse qualche contatto lo avevano i fratelli Graviano, o Giuseppe Graviano, e che l'avevano abbandonato, l'avevan lasciato da solo. Si cominciò a lamentare: 'non si fanno vedere, non si fanno sentire'. Gli dico: 'scusa, ma visto che ormai sei nel ballo, continua a ballare'."
"Dico, 'beh, - dice - 'ci stiamo muovendo per continuare'. Quindi, il suo progetto, le sue persone, e cioè vicino a lui, il suo gruppo, continuavano per andare avanti, perché però che poi, non ho sentito più. Perché non siano stati fatti, non siano stati realizzati, questo non glielo so dire. Ma se mi avrebbe chiesto un appoggio sarei stato a disposizione, tanto che mi ha chiesto dei detonatori e gliel'ho dati."
Voi magari la rileggerete, anche più ampiamente, questa parte delle dichiarazioni di Brusca e vi trovate alle prese con quella che è una condotta che, in quanto produttiva poi anche dal punto di vista materiale, e della fornitura dei detonatori, e della fornitura di esplosivo - arriverà più avanti - reinserisce l'imputato a pieno titolo nei fatti che gli vengono contestati, in vista di una equa e doverosa sentenza di condanna.
Però un passaggio va controllato: a quando risale questo discorso? Perché io sostengo, appunto, noi sosteniamo, che il periodo durante il quale Brusca è stato su un binario morto - se vogliamo adoprare questa espressione - è un periodo che non va oltre il giugno del '93, con la conseguenza che, quando poi le stragi riprenderanno - giugno è un mese calmo, è una bugia, ma esteriormente è un mese calmo - quando a luglio le stragi ricominceranno, chi le fa, Bagarella compreso, gode anche, beneficia anche, fruisce anche di un nuovo appoggio da parte di Brusca.
Io non penserò mai che un appoggio dato da Brusca, in una prima fase, un appoggio verbale, sia un appoggio che possa aver lasciato il tempo che trovava. Mi pongo il problema del contributo causale al reato da darsi attraverso un assenso rinnovato nel corso di un programma criminoso, che è un problema con delle caratteristiche - mi pare - dal punto di vista giuridico, un attimino diverse rispetto a quelle che normalmente si riscontrano, quando si affronta il problema della rilevanza del concorso morale prestato mediante assenso nel reato singolo.
Qui siamo in una situazione un attimino più articolata.
Però io non penserò mai, ma non per un a priori, in ragione di una certa conoscenza dei fatti, che credo siamo stati in grado di farsi, che l'assenso prestato da Brusca sia stato un assenso ininfluente; nel senso, cioè, che è stato lasciato cadere, è stato messo il non cale da colui che l'assenso ha ricevuto, cioè Bagarella.
E mi sembra che la dimostrazione si abbia dalla circostanza successiva sia della partecipazione comune, sia di Brusca e sia di Bagarella, ad incontri che si svolgeranno in quei mesi estivi ed autunnali del 1993 - su questo punto loro devono, penso, ricontrollare le dichiarazioni di Brusca e di Ferro - incontri che dal punto di vista della progettazione di nuovi crimini avranno il loro apice nella deliberazione del sequestro del bambino di Santino Di Matteo. Reato questo che, come si vede, nasce dal consenso che si prestano reciprocamente tutti gli imputati del nostro processo. Tutti.
Ma è comprovato anche dalla circostanza, alla quale poco fa facevo riferimento, della messa a disposizione della fornitura, proprio a valle di questo chiarimento che c'è stato, quindi dell'assenso - perché questo è quello che ci interessa - dell'assenso dato da Brusca, rinnovato da Brusca al programma criminale, forniture di detonatori e di esplosivo.
Quando si è verificato questo episodio? É un passaggio in qualche modo complesso, dal punto di vista degli elementi.
Io, come al solito, mi faccio prendere dallo scrupolo di rappresentare alla Corte delle situazioni che magari la Corte ha già chiarissime; ma io non lo posso sapere. Allora, quello che ritengo sia indispensabile rappresentare, e qui mi sembra che la data sia importante rappresentarla, quindi mi sforzo, sia pur sinteticamente, richiamare alla loro attenzione questi elementi sui quali mi pare si può fare, si può articolare una ricostruzione rassicurante delle cronologie.
Siccome si sta parlando di Brusca e di una dichiarazione di Brusca, controlliamola intanto attraverso le dichiarazioni di Ferro.
Allora, loro ricordano che Ferro ha riferito di quella singolare situazione, con tanto di causale e di consegna del silenzio, che ruota intorno alla figura dell'uomo d'onore di Balestrate, Vito Mutari.
E Ferro riferisce che in quell'incontro, nel quale fu messo al corrente... cioè, per la verità non fu messo al corrente di nulla. Gli fu semplicemente detto che i discorsi erano sigillati e che bisognava, quindi, mantenere il silenzio nei confronti di chiunque, amici più intimi compresi. Tra gli argomenti affrontati con Bagarella, vi fu quello di questo Vito Mutari che doveva essere eliminato, secondo Bagarella - ed è stato eliminato sicuramente, perché è sparito - doveva essere eliminato, in quanto era stato a suo tempo legato ai Grado, il che vuol dire era stato legato ai "perdenti" o agli "scappati", come venivano chiamati; quelli dai quali veniva anche Contorno, per intendersi.
Questo incontro Ferro lo colloca nei primi giorni del giugno del '93, come loro ricordano, ai primi del giugno del '93, forse verso il 10; addirittura Ferro si è sbilanciato, ha indicato anche un giorno: il 10 giugno del '93.
Ferro non è in grado di dire: io so che Mutari è stato fatto sparire.
Mutari non è vittima di un omicidio, è vittima di una scomparsa, come loro sanno.
In Cosa Nostra si distingue: quelli si ammazzano e quegli altri scompaiano; come se non fossero uccisi gli uni e gli altri.
Ferro ritiene che Mutari sia stato fatto sparire e quindi ucciso con il solito sistema, intorno ai primi del luglio del '93.
Come loro ricordano, Brusca ha riferito che, nell'incontro famoso, del chiarimento, fu oggetto di chiarimento anche quello che era successo a Vito Mutari. In realtà, a Brusca interessava capire perché ad Alcamo e dintorni gli chiudevano tutti la porta in faccia. Questo era uno dei tanti elementi del contenzioso con Bagarella.
Quando, quindi, Brusca si incontra con Bagarella, si deve presumere che la sorte di Mutari sia già stata non solo segnata, ma la morte sia anche stata data con uno di questi barbari sistemi, ovvero che si sia in prossimità del momento in cui la decisione di sopprimere Mutari verrà eseguita.
Brusca, peraltro, e dopo aver detto che il periodo in cui si incontravano era estivo, perché vestiva in pantaloni corti con la maglietta, dopo aver detto quali erano un po' gli elementi del contenzioso, ha anche riferito - e loro lo ricordano - dove si svolse questo incontro.
Ed ha specificato che si svolse, questo incontro, nella zona di Finale di Pollina, o San Mauro Castelverde, luogo dove all'epoca Bagarella era latitante.
Dopodiché è stato chiesto a Brusca di chiarire se avesse contezza di dove Bagarella fosse stato latitante prima e di dove fosse stato latitante dopo, in sostanza di fare la rassegna di tutti i luoghi di latitanza del Bagarella nel corso dell'anno '93, o addirittura anche nell'anno precedente.
E Brusca ha fatto una rassegna corretta dei luoghi della latitanza di Bagarella, soprattutto precisando che, allontanatosi da quella zona - zona di San Mauro Castelverde, Finale di Pollina - Brusca è andato a stare poi a Cefalù, è andato da latitante a Cefalù... Bagarella, chiedo scusa.
Noi sappiamo che cosa vuol dire la latitanza di Bagarella a Cefalù. Vuol dire la latitanza nel villaggio Euromare, quello di Cannella.
E dalle dichiarazioni di Cannella sappiamo che Bagarella si trasferì lì, su richiesta di Graviano, proprio nel giugno del '93.
Tutta questa situazione, quindi, ruota nel giugno del '93. Al più ci possiamo spostare un po' più avanti del giugno del '93.
E questa è la ricostruzione che io credo di avere effettuato correttamente, senza forzare i dati che emergono su questo punto.
Così come Cannella non indica il giorno esatto con riferimento alla festa della Repubblica, che è il 2 giugno, o chissà a che cosa, l'arrivo di Bagarella; così Brusca non può dare il giorno esatto - lo avesse fatto ne sarei rimasto sorpreso - dell'incontro; così Ferro non ha potuto indicare il giorno esatto dell'incontro con Bagarella, quello dei discorsi sigillati. E nemmeno ha potuto indicare il giorno in cui è scomparso - perché non lo sa nessuno - l'uomo d'onore Vito Mutari.
Ma tutta questa situazione, tutta questa situazione, che ruota intorno anche alle stesse situazioni, compresa quindi quella di Mutari, ci porta in un periodo di tempo che non si allontana, io direi, dalla metà del giugno del '93.
Non si allontana comunque dalla metà del giugno del '93; siamo più di un mese, più di un mese prima degli attentati del 27 e del 28 di luglio.
Volendo prendere alla lettera una certa dichiarazione di Brusca, addirittura, noi dovremmo portare... questa riunione anticiparla prima del 10 giugno del '93; per un dato che, credo, loro abbiano presente e costituito dal fatto che, in quella riunione, Brusca avrebbe chiesto a Bagarella di essere messo a confronto con Ganci.
Siccome l'antefatto era rappresentato da una certa qual riunione con determinate incomprensioni, o determinate versioni di comodo date successivamente e fatte arrivare a Bagarella, Brusca avrebbe fatto richiesta di essere messo a confronto con Ganci. E Ganci - su questo punto il Pubblico Ministero gli ha fatto tre volte di fila la domanda, per essere ben sicuro della risposta, o due o tre - Brusca chiede di essere messo a confronto con Ganci e Ganci non era stato ancora arrestato. Quindi siamo prima del 10 giugno del 1993.
Ecco perché mi pare che, per quanto riguarda la responsabilità di Brusca per i fatti della fine del luglio del '93, la nuova sua legittimazione come partecipe a titolo di concorrente morale per gli attentati di fine di luglio, non risulta che abbia dato alcun contributo di tipo materiale alla realizzazione dei fatti. Mi sembra che sia dimostrata in maniera esauriente e appagante, come deve essere ogni tipo di dimostrazione a questo punto del processo.
Credo, Presidente, essendo le sette e mezzo...
PRESIDENTE: Allora, il Pubblico Ministero proseguirà domani.
PUBBLICO MINISTERO: Senz'altro.
PRESIDENTE: E l'udienza riprenderà domani, 7 di aprile 1998, alle ore 09.00.
Traduzione degli imputati in quest'aula che non siano soggetti al regime dell'articolo 41-bis. E traduzioni degli altri, soggetti a quel regime, nelle salette da cui partecipano al dibattimento a distanza.
Buonasera.