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Processo per la strage di Via dei Georgofili
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Note
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PRESIDENTE: Buongiorno.
Cominciamo a fare l'appello.
Brusca Giovanni: detenuto. Difensori, avvocati Li Gotti, Alessandra De Paola e Alessandro Falciani. Sostituto...
(voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Eh. Ah, eccolo, non lo vedevo. Cioè, lo avevo visto prima; ora non lo vedevo più.
Carra Pietro: libero assente. Avvocati Cosmai e Massimo Batacchi, che è presente.
Di Natale Emanuele: libero. Avvocati Civita Di Russo, Maria Gentili e Alessandro Falciani; sostituto avvocato Batacchi.
Ferro Giuseppe: detenuto rinunciante. Avvocato Pietro Miniati Paoli; avvocato Batacchi sostituto.
Ferro Vincenzo: libero assente. Avvocati Traversi e Sara Gennai. Dunque, Ferro Vincenzo... Lei non può sostituirlo?
AVVOCATO Batacchi: Sì, sì.
PRESIDENTE: No, avevo visto un gesto che mi sembrava, che avevo interpretato male.
Frabetti Aldo: detenuto presente. Avvocati Monica Usai e Roggero. Sostituto, l'avvocato Pepi.
Grigoli Salvatore: detenuto...
SEGR. D'UDIENZA: (voce fuori microfono)
Rinunciante.
PRESIDENTE: ...rinunciante. Avvocati Avellone e Batacchi, che è presente.
Messana Antonino: libero contumace. Avvocati Nicolò Amato e Federico Bagattini.
Avvocato Pepi, ha problemi? No. Sostituto, l'avvocato Pepi.
Messina Denaro Matteo: latitante. Avvocati Natali e Cardinale di Marsala; sostituto l'avvocato Pepi.
Provenzano Bernardo: latitante. Avvocati Traina, Passagnoli di Firenze. E l'avvocato Pepi sostituto.
Santamaria Giuseppe.
AVVOCATO Pepi: (voce fuori microfono)
PRESIDENTE: E allora dobbiamo attendere che arrivi qualcun altro dei difensori.
AVVOCATO: (voce fuori microfono)
PRESIDENTE: No, credo proprio di no. Per Santamaria anche...
PUBBLICO MINISTERO: (voce fuori microfono)
Non c'è incompatibilità. Fra Scarano e Santamaria, non...
PRESIDENTE: Per Santamaria, lei può sostituire gli avvocati Battisti e Monica Usai?
AVVOCATO Batacchi: (voce fuori microfono)
Sì, Presidente.
PRESIDENTE: Sì? Va bene. Allora, sostituto, l'avvocato Batacchi.
Scarano Antonio: libero assente. Avvocati Fortini e Batacchi, che è presente.
Scarano Massimo: libero contumace. Avvocati Condoleo di Roma e Cianferoni di Firenze; sostituto l'avvocato Pepi.
Chiamiamo adesso gli imputati che partecipano al dibattimento a distanza. Cche sono... Cominciamo da Parma.
VICEISP. Vasapollo: Sì, buongiorno signor Presidente. Qui è Parma dalla saletta numero 1.
Sono il viceispettore Vasapollo Vincenzo. Confermo la presenza del detenuto Bagarella Leoluca Biagio in sala.
PRESIDENTE: Mi dica il segretario di udienza se...
SEGR. D'UDIENZA: (voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Se può ripetere il suo nome, per piacere.
VICEISP. Vasapollo: Sì. Viceispettore Vasapollo Vincenzo.
PRESIDENTE: Mi dica, lei ha svolto accertamenti... cioè, indagini nei confronti degli imputati di questo processo, o ha svolto attività di protezione?
VICEISP. Vasapollo: No, signor Presidente. La mia è solo una presenza qui in sala che garantisce, diciamo, il servizio di videoconferenza.
PRESIDENTE: Sì, lo capisco. Però, per potere esercitare questa funzione, occorre che, chi la svolge, non abbia svolto indagini sugli imputati del processo, o attività di protezione.
Per questo, prima di poterla designare a esercitare la funzione, l'ufficiale di Polizia Giudiziaria che assiste all'udienza a distanza, le chiedo se lei ricorda di avere svolto indagini o esercitato attività di protezione nei confronti degli imputati di questo processo.
Le posso dire anche i nomi, se vuole.
VICEISP. Vasapollo: No, ho capito signor Presidente. Niente di tutto ciò, negativo.
PRESIDENTE: Va bene.
Allora, la Corte designa il viceispettore con il quale stiamo parlando, quale ufficiale di Polizia Giudiziaria, ai sensi dell'articolo 2 della Legge numero 11 del 1998. Benissimo.
E allora i difensori di Bagarella Leoluca sono gli avvocati Ceolan e Cianferoni; sostituto, l'avvocato Pepi.
Sentiamo, allora, Viterbo. Viterbo ascolta?
VICESOVRINT. Egidi: Sì, buongiorno. Viterbo sala 2.
PRESIDENTE: Buongiorno.
VICESOVRINT. Egidi: Vicesovrintendente Egidi Arcangelo. Già con... già designato da questa Corte.
PRESIDENTE: Grazie.
VICESOVRINT. Egidi: Confermo la presenza di Barranca Giuseppe.
PRESIDENTE: E gli altri imputati: Calabrò, Lo Nigro, Mangano e Tutino, sono rinuncianti, o c'è un altro motivo per cui non sono presenti?
VICESOVRINT. Egidi: No, no, sono tutti presenti.
Mangano Antonino, Lo Nigro Cosimo, Barranca Giuseppe, Calabrò Gioacchino e Tutino Vittorio.
PRESIDENTE: Tutino e Calabrò. Ho capito.
Mi dica, lei può dare atto che è assicurato l'esercizio dei diritti e delle facoltà spettanti all'imputato e sono attivati i collegamenti con l'aula d'udienza, e la possibilità di comunicazioni telefoniche, così come previsto dall'articolo 2 della Legge che ho citato poco fa?
VICESOVRINT. Egidi: Sì, signor Presidente. Do atto di tutto ciò.
PRESIDENTE: La ringrazio.
E allora, i difensori di Barranca Giuseppe sono gli avvocati Barone e Cianferoni; sostituto l'avvocato Pepi.
I difensori di Calabrò Gioacchino, gli avvocati Franco Gandolfi e Luca Cianferoni; sostituto l'avvocato Pepi.
Difensori di Lo Nigro Cosimo, gli avvocati Florio e Fragalà; sostituto l'avvocato Pepi.
Difensori di Mangano Antonino, l'avvocato Maffei di Lucca; sostituto l'avvocato Pepi.
Difensori di Tutino Vittorio, gi avvocati Lapo Gramigni e Domenico Salvo di Palermo; sostituto l'avvocato Pepi.
Passiamo, allora, a Spoleto.
ISPETT. Cristella: Buongiorno, signor Presidente.
PRESIDENTE: Buongiorno.
ISPETT. Cristella: Sono l'ispettore Cristella Nicola, dall'aula numero 6 di Spoleto.
I detenuti Cannella Cristofaro... Il detenuto Cannella Cristofaro: è assente per rinuncia.
Giuliano Francesco: è assente per rinuncia.
Benigno Salvatore: è assente per rinuncia.
E Pizzo Giorgio: è assente per rinuncia.
PRESIDENTE: É presente Graviano Filippo?
ISPETT. Cristella: É assente per rinuncia.
PRESIDENTE: Quindi non c'è nessun imputato presente a Spoleto, o ho capito male?
ISPETT. Cristella: Nossignore, non c'è nessun imputato qui presente in aula a Spoleto.
PRESIDENTE: Sono tutti rinuncianti. Ho capito.
ISPETT. Cristella: Sissignore.
PRESIDENTE: Le intende... deve rimanere in linea o può essere scollegato? Il collegamento...
ISPETT. Cristella: Se la Signoria Vostra me lo consente, gradirei essere scollegato.
PRESIDENTE: Ma, una volta che non ci sono imputati, mi sembra inutile che lei rimanga in quell'aula. E quindi autorizzo che cessi, autorizzo che cessi il collegamento.
ISPETT. Cristella: La ringrazio.
PRESIDENTE: Sentiamo, allora L'Aquila.
VICEIS. Carnicelli: Buongiorno, signor Presidente, da L'Aquila aula 2.
PRESIDENTE: Buongiorno.
VICEIS. Garnicelli: Sono il viceispettore Garnicelli Silvio.
É presente l'imputato Spatuzza Gaspare.
L'imputato Giacalone Luigi ha rinunciato, è assente.
Non ho svolto alcuna indagine nel servizio di protezione; assicuro tutte le prescrizioni dettate dalla Legge numero 11 del '98.
PRESIDENTE: Comunque lei era già stato designato dalla Corte per esercitare di questa funzione.
Io, allora, devo chiederle se è assicurato l'esercizio dei diritti delle facoltà spettanti agli imputati, se è regolarmente stabilito il collegamento tra l'aula di udienza e quella saletta, se è possibile il collegamento telefonico tra l'imputato presente e il suo difensore, così come prescrive...
VICEIS. Garnicelli: Signor Presidente, è assicurato tutto ciò che ha detto.
PRESIDENTE: Sì. Il rinunciante, se ho capito bene, chi è?
VICEIS. Garnicelli: Giacalone Luigi.
PRESIDENTE: Giacalone Luigi è rinunciante. Grazie.
Giacalone Luigi è difeso dagli avvocati Priola di Palermo e Florio di Firenze; sostituto, l'avvocato Pepi.
Mentre Spatuzza Gaspare è difeso dall'avvocato Giangualberto Pepi che è presente.
Volevo collegarmi ancora con Parma...
AVVOCATO Pepi: Presidente, le volevo ricordare che non sono stati verbalizzato i difensori di Spoleto.
PRESIDENTE: Ha ragione.
AVVOCATO Pepi: Anche se ci sono io per tutti, ma insomma...
PRESIDENTE: Ha ragione, avvocato.
E allora, prima di collegarmi con Parma, devo dire che Benigno Salvatore è difeso dall'avvocato Graziano Maffei, sostituito dall'avvocato Pepi.
Che Giuliano Francesco è difeso dall'avvocato Pepi, che è presente.
Che Graviano Filippo è difeso dagli avvocati Oddo di Palermo e Gramigni di Firenze, sostituiti dall'avvocato Pepi.
Che Pizzo Giorgio è difeso, oltre che dall'avvocato Domenico Salvo, dall'avvocato Giangualberto Pepi che è presente.
Ed infine, che Cannella Cristoforo è difeso dagli avvocati Di Peri di Palermo e Marco Rocchi di Firenze sostituiti dall'avvocato Pepi.
Allora vorrei ritornare un momento a Parma.
VICEISP. Vasapollo: Sì. Qui è Parma. Dica, Presidente.
PRESIDENTE: Ecco, volevo chiederle se mi può dare atto che sono garantiti i diritti e la facoltà spettante all'imputato e se è regolarmente stabilito il collegamento, non solo tra l'aula di udienza e la saletta in cui lei si trova, ma tra la saletta e l'aula di udienza. E se è garantita, all'imputato Bagarella Leoluca, la possibilità di comunicare telefonicamente con il suo difensore nell'aula di udienza.
VICEISP. Vasapollo: Sissignore, confermo tutto questo.
PRESIDENTE: La ringrazio.
Forse non ho chiesto all'ufficiale di Polizia Giudiziaria che si trova a L'Aquila, se sussistono queste condizioni. Quindi ne vorrei la conferma o meno.
VICEIS. Garnicelli: Sì, sì, confermo tutto ciò, signor Presidente.
PRESIDENTE: Diritti e facoltà degli imputati, collegamenti e possibilità di comunicazioni telefoniche. La ringrazio.
Allora, a questo punto, possiamo dare ancora la parola al Pubblico Ministero.
PUBBLICO MINISTERO: Bene. Allora, Signori Giudici, dico che il pro... Non so se è acceso. Forse no.
Va bene, signor Presidente?
PRESIDENTE: Si sente un po' poco.
PUBBLICO MINISTERO: Credo sia forse un po' basso il volume.
PRESIDENTE: Possiamo aumentare il volume del microfono del Pubblico Ministero?
PUBBLICO MINISTERO: Forse ora dovrebbe andar meglio.
PRESIDENTE: A me sembra lo stesso. Però io riesco a sentire.
Mi chiedo se riescono a sentire a distanza.
PUBBLICO MINISTERO: Ecco, ora... Forse ora... ora va meglio.
PRESIDENTE: Ora sì.
PUBBLICO MINISTERO: Signor Presidente, Signori Giudici, la necessità di, come dire, rimodulare, in virtù del rispetto dei tempi, l'organizzazione della requisitoria, renderà in certi momenti, come dire, necessario che ci alterneremo ancora col dottor Chelazzi.
Quindi la Corte si vedrà, come dire, un Pubblico Ministero di fronte anche durante la requisitoria. Questa seconda parte.
Abbiamo dovuto, per rimanere nei tempi che sono stati concordati, ripiazzare, diciamo così, certi temi, certi argomenti. Da qui, queste ulteriori necessità.
Allora, riprendiamo da dove ci eravamo fermati nell'esposizione di ieri.
Sostanzialmente noi sappiamo da Vincenzo Ferro che, in quella fascia temporale che ho cercato di individuare esattamente tra il 15 maggio e il 19 maggio, giorno in cui Vincenzo sarà di nuovo sull'aereo insieme alla mamma e andrà di nuovo a trovare lo zio a Prato, è accaduto qualcosa.
É sicuramente accaduto qualcosa, e sapremo - perché ce lo riferirà lo stesso Vincenzo, ce lo confermerà il padre Ferro Giuseppe - che c'è stata una situazione nuova, rispetto a quelli che erano stati, diciamo così, gli accordi.
O comunque, forse - questo lo dico io - un malinteso con Messana, allorché il 7 maggio, Calabrò, Pizzo e lo stesso Vincenzo Ferro, erano andati a visionare gli ambienti, i locali del Messana che aveva, come ricorderete, indicato quei depositi, quei magazzini che sono ubicati, erano ubicati di fronte la sua abitazione.
Il fatto nuovo era che, a casa del Messana, si erano presentate delle persone che dovevano, o meglio, avevano preteso di dover trascorrere la notte, di dover alloggiare presso lo stesso Messana.
Situazione che, evidentemente, o era stata fraintesa al momento in ci c'erano stati gli accordi, ovvero che si era presentata ex novo, in quella fascia temporale.
É qui che dobbiamo registrare un fatto importante. Perché importante? Perché serve, ancora una volta, a dimostrare qual è il vero ruolo, la vera portata, l'impegno, in questa vicenda, di Gioacchino Calabrò.
Ricorderete come il comportamento di Messana abbia provocato in Calabrò quella reazione forte, tanto da poter dire a Vincenzo: 'ma tuo zio cosa ha combinato?'
Vincenzo Ferro ha usato l'espressione: 'Calabrò mi chiamò ed era arrabbiatissimo'. Ha cercato di sottolineare.
E parrebbe di capire che, il comportamento del Messana, non era stato nemmeno tanto gradito dal vecchio Ferro; tanto che lui stesso vi ha spiegato come, ha detto testualmente: "Effettivamente mio cognato aveva fatto fare a Gioacchino, a Gino" - come lo chiama - "una figura da cane."
Questa esposizione di Calabrò in questa vicenda, il fatto che Calabrò... Ricorderete che, quando c'era stato l'incontro alla Stazione di Firenze con Messana, con i tre provenienti dalla Sicilia, Vincenzo aveva preso da una parte lo zio e gli aveva, come dire, fatto presente che la situazione doveva essere accettata. Gli aveva fatto capire che c'erano in aria, o ci potevano essere, quelli che lo stesso Vincenzo aveva chiamato "brutti discorsi", i "mali discorsi".
E sappiamo ancora che, questa prospettiva di minaccia, proveniva ancora una volta dallo stesso Calabrò.
Tutto ciò, che cosa comporta, cosa significa tradotto, diciamo così, nel comportamento complessivo di Calabrò? Che si muove, il Calabrò, come colui che ha da eseguire un ordine. Che quindi deve portare a compimento un certo compito. In definitiva, come colui che ha la responsabilità organizzativa di un fatto di strage; colui che ha preso un impegno forte con Matteo.
Tanto è vero che dirà allo stesso Vincenzo Ferro che, per l'appunto, la brutta figura lui - Gino Calabrò - l'aveva fatta con Matteo. Cosa che, evidentemente, Calabrò non si poteva permettere di fare perché aveva sicuramente assicurato il risultato complessivo della operazione.
Calabrò aveva, fino a quel momento, lui stesso, come dire, assicurato i parametri della sicurezza di questo, della gestione della fase preparatoria dell'attentato. É Calabrò, ricordate, che quando arrivano a Roma decide di lasciare, di far lasciare l'auto alla stazione, di proseguire in treno.
Evidentemente perché si voleva, come dire, circondare della cautela massima possibile, ovviamente compatibile con la necessità di spostarsi. E quindi di non lasciar traccia nemmeno della vettura di Vincenzo.
In definitiva non vuole, Calabrò, - ed è Calabrò che decide - lasciare alcuna traccia nemmeno di quella presenza del 7 maggio.
É ancora Calabrò che, dopo avere parlato con il capomandamento titolare - usiamo così questa qualifica, si incontrerà, per l'appunto con lo stesso Giuseppe Ferro - a svelare anche a Vincenzo che agisce, che Calabrò agisce sul mandato di Matteo. Ed è lo stesso Calabrò, in accordo con Ferro Giuseppe, che decide di, decide e si assume la responsabilità. Una responsabilità forte che quindi ha esclusivamente chi è investito di quel ruolo che ho cercato di spiegare nell'udienza di ieri, che decide che i parametri, per così dire, della sicurezza di tutta l'operazione, vengano per una certa parte meno. Decidendo che, posto che le persone che devono venire a Firenze devono necessariamente andare a casa di Messana per far da cuscinetto, come dire, da interfaccia tra il Messana e le persone che devono andare a casa dello stesso Messana, sia presente Vincenzo Ferro.
Con ciò, evidentemente, facendo venire, decidendo, assumendosi la responsabilità di far venir meno un parametro della sicurezza della operazione complessiva perché deciderà che Vincenzo Ferro veda a casa dello zio quali sono, chi sono le persone che dovranno poi compiere la strage.
É stato Vincenzo Ferro che è venuto a conoscenza delle persone che lì avevano soggiornato. Poi vedremo che ci sarà un ulteriore aggiornamento in corso d'opera. E cioè che poi la permanenza per motivi che ci spiegherà Vincenzo, si è protratta al di là del tempo previsto.
Ricorderete che, anche in questa fase, l'accordo è che Vincenzo vada dallo zio, faccia da, come dire, da intermediario; faccia da cuscinetto, da filtro, fra lo zio e le persone. Ma comunque, nell'ambito di una, nella gestione di una vicenda, doveva esaudirsi in - si continua a dire - mezza giornata.
Dicevo, nell'occasione, quindi, Calabrò svela anche allo stesso Ferro padre, Ferro Giuseppe, al Vincenzo, che tutta l'operazione è, per così dire, fatta in nome e per conto di Luca Bagarella e di Matteo Messina Denaro.
É lo stesso Calabrò che, per così dire, finanzia lo spostamento di Vincenzo Ferro perché, come ricorderete, consegnerà i due milioni a Vincenzo.
Già ieri avevamo messo a fuoco questo parametro, ma dato che siamo a ridefinire la posizione Calabrò per delinearne la vera implicazione in tutto il programma, ricorderete che dopo l'attentato di Firenze, ci sarà quella famosa riunione alla quale parteciperà Ferro Giuseppe, all'incontro tra Ferro Giuseppe, Matteo Messina Denaro, Leoluca Bagarella e Giuseppe Graviano.
É il momento in cui Calabrò rimane, per così dire, nell'area della segretezza di tutta l'operazione, rimane nell'area della segretezza di tutta l'operazione. Tanto è vero che è Calabrò che rimane a colloquio presente alla discussione, al discorso sigillato che avverrà tra il capomandamento titolare, nel pieno, diciamo così, delle sue attribuzioni, Ferro Vincenzo e lo stesso Bagarella e lo stesso Matteo Messina Denaro.
Tant'è che, addirittura, al discorso non partecipa Giuseppe Graviano perché evidentemente la vicenda è, per così dire, il Calabrò rientra in quel segmento della sicurezza, della segretezza di tutta l'operazione. Pertanto, la sua presenza, la presenza del Calabrò al discorso che viene fatto tra Bagarella, Messina Denaro e lo stesso Ferro Giuseppe, è una persona che non altera i canoni di questa riservatezza e della conseguente sicurezza del tutto.
In quel momento Calabrò non avrebbe, per così dire, alcuna... la presenza di Calabrò, ha questa spiegazione.
Ricorderete, Calabrò dirà: 'te lo spiegherà Luca quando poi avrai la possibilità di incontrarlo'.
É evidente che, in quel momento, la presenza del Calabrò non avrebbe alcun significato, per così dire, istituzionale.
É evidente quindi che il Calabrò è già all'interno di quell'area dei... Ripeto, la frase è molto efficace: "dei discorsi sigillati", e quindi si muove all'interno dell'area stessa.
Fra l'altro, vedremo come, lo stesso Calabrò - questo emergerà chiaramente sia dalle dichiarazioni che abbiamo appreso, le dichiarazioni che sono state raccolte in quest'aula dallo stesso Ferro Giuseppe e da Giovanni Brusca - il Calabrò sarà presente, diciamo, all'interno di quest'area che vede come perno le tre figure, sempre le stesse, di Giuseppe Graviano, di Leoluca Bagarella, di Matteo Messina Denaro e poi ancora di Giovanni Brusca. Ci saranno una serie, come ricorderete, una serie di incontri nei quali si discuterà di un progetto criminale assolutamente coerente a quelli portati parallelamente avanti proprio negli stessi tempi. E cioè l'eliminazione del collaboratore Balduccio Di Maggio.
Ricorderete gli episodi relativi alla ricerca della fotografia, al fatto che, persona che era vicina a Giuseppe Graviano, aveva ritenuto di individuare il luogo dove, sotto copertura, soggiornava Di Maggio come Calabrò fosse la persona più qualificata a fare gli spostamenti; come questi spostamenti, in una località del Nord, fossero avvenuti in un periodo autunnale, dirà Ferro Giuseppe. Posto che, ricorderete,... O Brusca, meglio ancora, riferirà, entrambi riferiranno, come Calabrò si lamentava del fatto che pioveva, stava nella macchina, gli si appannavano i vetri mentre eseguiva questa operazione, diciamo così, di studio, di fattibilità della operazione.
Siamo in un'epoca - ci dirà Ferro - che è abbastanza prossima all'arresto di Calabrò che, come ricorderete, è avvenuta il 12 novembre del 1993.
Quindi, siamo... diciamo, le condotte successive di Calabrò, le sue relazioni qualificate con Matteo Messina Denaro da una parte, con Leoluca Bagarella dall'altra, daranno, per così dire, la misura completa della sua integrazione nell'originario progetto.
Torniamo a quanto avviene a Firenze, o meglio, a Prato, nel momento in cui c'è la decisione da parte di Ferro Giuseppe e di Calabrò di spedire il figlio a Prato, nel momento in cui quelle persone si recheranno dallo zio.
Gli accordi sono nel senso che: Vincenzo si sposterà, sarà avvertito dallo zio, allorché queste persone si presenteranno a casa.
Questi dettagli vengono definiti, per così dire, nell'incontro che Vincenzo Ferro avrà con lo zio, allorché accompagna la mamma il 19 maggio.
Ed è evidente che Ferro fosse, per così dire, chiamato all'ultimo tuffo tanto da essere chiamato a Firenze nella giornata del 23 maggio '93.
Abbiamo documentato, e qui si tratta di uno di quei viaggi in cui, per l'appunto, Vincenzo Ferro ci ha definito - è l'unico questo, con quello del 23 maggio - che lo ha definito in termine di data.
Abbiamo chiesto:
"Come mai, mentre prima ha detto fine aprile, i primi di maggio lo spostamento con la mamma in quel periodo, in questo caso, per così dire, ha potuto indicare una data precisa?"
E Ferro ha dato una spiegazione molto semplice: perchè era il giorno dell'anniversario del suo fidanzamento, 23 maggio '93, tant'è che l'accertamento in questo caso è stato fatto, per così dire, in maniera mirata, ed effettivamente il 23 maggio, nel pomeriggio del 23 maggio - come risulta dai documenti che abbiamo prodotto - Ferro Vincenzo si imbarcherà sul volo che parte da Palermo alle 18.25.
Vediamo cosa, la situazione che trova Ferro al suo arrivo dallo zio.
Trova quattro persone...
(voce fuori microfono)
PUBBLICO MINISTERO: Prego.
(voce fuori microfono)
PUBBLICO MINISTERO: L'ora di arrivo lo possiamo... Ferro, l'orario d'arrivo a Prato non ce l'ha esattamente specificato. Lo possiamo desumere dal fatto che dovrebbe essere arrivato nella tarda serata del 23, posto che, lo spostamento risulta fatto su Roma e la prosecuzione in treno.
Quindi, Vincenzo non ha riferito, ci ha spiegato quello che è avvenuto al momento del suo arrivo a casa dello zio a Prato.
Al di là della esattezza dei ricordi sugli spostamenti, poi vedremo che i parametri certi li possiamo rinvenire nel racconto di Vincenzo.
Quello che mi preme sottolineare è questo: come Vincenzo, nel momento in cui si presenta a casa, ha il mandato, ancora una volta di Calabrò, di presentarsi a quelle persone - lui ovviamente fino a quel momento non sa, non conosce, non ha mai visto, non sa come si chiamino - di presentarsi con, diciamo così, una parola d'ordine, una parola chiave, una presentazione, un biglietto da visita.
É Calabrò che gli dice: "Quando tu arrivi, di' alle persone che troverai lì, sono fratello di Matteo."
La presentazione è molto significativa, perché ancora una volta mette in correlazione la persona con la quale interloquirà Ferro, e vedremo - e questo dà significato al discorso, alla ricostruzione che ho dato ieri - Ferro Vincenzo ci riferirà di aver interloquito sempre, solo ed esclusivamente con una delle quattro persone presenti a casa di Messana, dello zio Antonino, e cioè con Barranca; tant'è che, effettivamente, si presenta a Barranca - che evidentemente sa chi è Matteo - si presenta a Barranca ed è con lui che si interfaccia Vincenzo Ferro per tutto ciò che accadrà nei giorni successivi.
É Barranca, secondo il racconto di Vincenzo Ferro, che, poste le resistenze ancora una volta fatte dal Messana sulla richiesta della Uno: "Di' a tuo zio che abbiamo bisogno della macchina", ricorderete, Vincenzo riferirà questo fatto come al primo dei sopralluoghi che verrà fatto a Firenze.
Lo zio non vuol dare la macchina, è Barranca che decide: 'bene, allora tu rimani qui', tant'è che Vincenzo rimarrà - come è noto - fino a che le operazioni non sono state ultimate, fino a che, addirittura, gli esecutori materiali della strage non lasceranno Prato.
Dicevo: è Barranca la persona con la quale si interfaccia Vincenzo Ferro, e guardate l'assoluta simmetria in questi particolari del racconto che denotano - se ancora ce ne fosse bisogno - che è Barranca il responsabile del compimento dell'operazione come, andando a vedere, a scorrere le dichiarazioni di Piero Carra, nel momento in cui riferirà come nel famoso incontro al cimitero prima davanti alla chiesa, poi nella ricerca del luogo più opportuno dove andare a scaricare l'esplosivo, le persone che gli si presentano incontro - e saranno Spatuzza, Lo Nigro e Giuliano - diranno che prima di prendere una decisione sul momento dello scarico definitivo dell'esplosivo, devono andare a consultarsi con Barranca; cosa che, in effetti, viene fatta.
É lo stesso Barranca che scandirà, per così dire, i momenti della presenza e degli avvenimenti che si svolgeranno nei giorni della presenza a casa di Messana, la richiesta della chiave del garage, allorché l'esplosivo verrà accantonato nel garagino - come lo chiamano, come lo chiamerà Vincenzo - dello zio che è comunicante con il vano che sta al pianterreno con il soggiorno della casa.
Ed ancora è Barranca e da Barranca che proveranno le richieste della macchina, sempre dello zio, la FIAT Uno bianca, con la quale avverranno gli spostamenti a Firenze, nei sopralluoghi che non sto a ripetere e che Vincenzo ha dettagliato quanto ai luoghi, quanto agli spostamenti.
L'abbiamo questo segmento, l'abbiamo esattamente ricostruito anche facendo visionare a Vincenzo Ferro i luoghi, che aveva peraltro ripercorso con il Pubblico Ministero, del punto esatto in cui era stata lasciata a Firenze l'auto al momento dei due sopralluoghi, i luoghi che aveva percorso, il famoso "piazzale degli Uffizi", l'andamento - ricordate, l'invito che aveva avuto, poi, da Giuliano - a percorrere quel tratto del piazzale ad un'andatura sostenuta, in perfetta coincidenza col punto dove erano posizionate le telecamere, sulla cui dislocazione l'ispettore Bugioni si è lungamente soffermato.
Quindi siamo in una fase in cui, diciamo così, lo svolgersi degli avvenimenti ed il racconto di Vincenzo, che riferirà questa sua ricostruzione in maniera del tutto autonoma da quella che proverrà da un'altra fonte nota oggi processualmente, in relazione a questo segmento della vicenda complessiva; dichiarazioni, per l'appunto, che provengono da Pietro Carra come questi due racconti in relazione alla tempistica, alle presenze nel territorio, in quel ristrettissimo fazzoletto della periferia di Prato - la chiesa, indico esclusivamente i luoghi, la chiesa, il cimitero indicato da Carra come punti di riferimento, e stanno quasi in maniera simmetrica ai due estremi dell'abitazione del Messana: il cimitero è a quattrocento metri, la chiesa a circa un chilometro di distanza - come i due racconti vengano, per così dire, a sposarsi, ad investire simultaneamente, contemporaneamente, convergano inequivocabilmente su quelle quattro persone che erano presenti a Prato per eseguire il fatto di strage.
Noi abbiamo, nel corso dell'istruttoria dibattimentale, ricostruito in maniera ritengo dettagliatissima, lo spostamento del Carra, l'imbarco, il famoso "freccia rossa", il racconto del Carra sul bigliettino, il numero di telefono, l'appuntamento davanti alla chiesa dei testimoni di Geova, la ricerca del luogo dove scaricare l'esplosivo.
Carra ci ha spiegato anche il motivo puntuale per cui non era possibile uno scarico, arrivava con un autoarticolato che nelle stradine di Mezana, in quell'ora tarda della sera, avrebbero suscitato certamente l'attenzione di chi vi abitava: il luogo dello scarico dell'esplosivo, il famoso viottolo largo sei metri, come abbiamo visto anche dalle testimonianze degli ufficiali delle Polizia Scientifica che avevano eseguito quelle misurazioni; racconto che fa da sé, che è di una attendibilità intrinseca estrema.
Nella notte del 31 agosto Carra immediatamente dà come suo punto di riferimento, indica le quattro persone: Barranca, Lo Nigro, Giuliano, Spatuzza; indicherà bigliettino, numero di telefono - sappiamo che è esattamente il numero dell'abitazione del Messana - indicherà, come punto di riferimento, questa famosa chiesa dei testimoni di Geova che, vi dice anche a chi vi parla, era assolutamente ignota. Evidentemente solo chi c'era stato, poteva fare riferimento ad una chiesa dei testimoni di Geova, che solo in seguito al sopralluogo effettuato con Carra nei giorni immediatamente successivi, si scoprì essere a quella breve distanza dall'abitazione di Messana.
Carra non saprà mai, non ha mai riferito di aver mai conosciuto Messana, di aver mai capito che la sua telefonata andava a, come dire, ad attingere un'utenza che si trovava a breve, brevissima distanza dal luogo in cui era stato fissato l'appuntamento; come non saprà, evidentemente, come il cimitero disti quattrocento metri dall'abitazione del Messana.
Il racconto del Carra, quindi, è punteggiato da una serie di riscontri oggettivi che denotano l'attendibilità intrinseca del suo racconto, e in relazione alla individualizzazione di tali riscontri, basterà citare il dato della ormai - non dico più nemmeno né la data, né l'ora della telefonata - la famosa telefonata intercorsa tra il cellulare del Carra e quello di Spatuzza.
Come questi racconti si individualizzeranno in maniera certa, in maniera inequivoca, indubitabile, come anche si può desumere da una certa Giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione in relazione a Giuliano che, all'ultimo tuffo si è inventato per la notte tra il 26 ed il 27 maggio del 1993 un alibi che è crollato miseramente - è già dire, fare un complimento alla, come dire, alla ricostruzione - a come era stato messo su questo alibi, sul quale anche in questo caso non starò certo a ripercorrere le tappe di quell'accertamento, ancora una volta in questo caso dettagliatissimo, che abbiamo svolto insieme a voi in una delle fasi terminali del dibattimento.
Il racconto, peraltro, di Vincenzo Ferro troverà, oltre ai riscontri, per così dire, derivanti dalla puntuale verifica dei suoi spostamenti, da tre dati: uno, il più macroscopico, quello relativo al documentato acquisto del TV color da quattordici pollici, il giorno 25 maggio 1993.
É un dato assolutamente certo, abbiamo visto come è stato possibile... come è stato possibile gli ufficiali di Polizia Giudiziaria hanno ripercorso le tappe di questa verifica, come si sia potuto giungere alla identificazione certa della data dell'acquisto del TV color, partendo dal sequestro del televisore che era ancora in casa di Messana, rilevando il numero seriale del TV color e via, fino ad arrivare alla ditta Cosci di Prato, abbiamo prodotto il documento.
Ma, mi soffermerei su due particolari che è bene richiamare nel racconto di Vincenzo; due particolari che derivano da testimonianze che, forse si sono perse nella memoria del tempo, nella ricostruzione della generica che è stata fatta sin dalle prime udienze, ormai nel lontano novembre, dicembre del 1996. Ne richiamo esclusivamente due.
Ricorderete come ci sia stata una teste, la signora Sullio Michelina, che aveva descritto qui, aveva raccontato come nella notte del 26 maggio la sua attenzione fosse stata attirata da quel Fiorino bianco, descritto esattamente come, il Fiorino che poi è esploso, come questo Fiorino e era un dato - la signora si espresse in aula con questa espressione il "famoso Fiorino" - come questo famoso Fiorino fosse senza portabagagli, era un dato che era... una testimonianza che era quasi, ricorderete le ricostruzioni in relazione al furto del Fiorino, al fatto che il Fiorino aveva questo famoso portabagagli.
In quella udienza abbiamo descritto, abbiamo illustrato abbondantemente come, di che dimensioni, di quale portata fosse questo portabagagli, tanto che la signora Sullio, si è espressa in aula utilizzando questo aggettivo del "famoso", posto che, all'epoca, quando nel giorno del 28 o lo stesso giorno 27 era stata interrogata dagli investigatori, da qualcuno della DIGOS - che evidentemente andavano alla ricerca di un Fiorino nelle condizioni identiche in cui era stato rubato, cioè con il portabagagli sopra - si era trovata a, come dire, a dovere ribadire anche in quella sede, che il Fiorino che lei aveva visto esattamente pochi minuti prima - l'indicazione dell'orario è certamente, sicuramente compatibile con le indicazioni con quello che poi è avvenuto, e dirò una altro particolare subito dopo - come questo Fiorino fosse senza portabagagli.
Ora è evidente che la fantasia degli investigatori poteva essere, come dire, la più aperta, la più vasta, certo, ritenere un Fiorino che risulta rubato - come ricorderete - nella tarda serata, intorno alle 19.38 e 19.40 del giorno 26, che gli attentatori si fossero, come dire, dilettati nello smontare un portabagagli, era una circostanza assolutamente fuori da ogni portata logica a quel momento.
Ecco, che questo particolare che era sembrato, anche all'epoca insignificante, assume, come dire, acquista un rilievo incredibile nel momento in cui riceviamo il racconto di Vincenzo Ferro che ci dice, ce l'ha spiegato in termini dettagliati, come al momento dell'arrivo del Fiorino nel garagino dello zio, Spatuzza si fosse trovato contro questa parte superiore del portabagagli che andava ad urtare contro la parte superiore della piccola apertura, e si erano trovati nella necessità di smontare il portapacchi e di ripiegarlo in due e di metterlo dentro il Fiorino stesso.
Ma non c'è solo questo. Questo è uno dei riscontri al racconto di Vincenzo Ferro per quanto riguarda questo particolare apparentemente insignificante del suo racconto, ma che tale evidentemente non è, con altre due indicazioni: l'indicazione dell'orario in cui vede arrivare il Fiorino a casa dello zio e l'orario, lui dirà intorno alle 20.30. intorno alle 20.15, in un orario che è perfettamente compatibile con l'ora in cui il furto è stato - credo, che sia forse uno dei casi, tra nei casi di flagranza questo del furto del Fiorino utilizzato in occasione del fatto di strage di Firenze - sia uno dei pochissimi casi in cui è stato accertato al secondo, il momento in cui il furto del Fiorino è stato operato. Ricorderete le testimonianze del Rossi, del proprietario del, o meglio dell'utilizzatore del Fiorino che, per l'appunto, ha riferito che era tornato appena a casa - era solito parcheggiarlo nello stesso punto - era rientrato a casa intorno alle 19.30, al momento in cui andava in onda il TG regionale, che, per l'appunto, va in onda intorno a quell'ora.
Avete sentito il dottor Gabrielli che vi ha spiegato come quel giorno, la sera del 26 maggio, il TG era iniziato alle 19.33.
Avete poi sentito le dotte spiegazioni degli ingegneri Pampaloni e Menichetti, i quali hanno spiegato attraverso come l'elaborazione grafica, computerizzata dell'immagine che era stata estrapolata dal filmato della Caserma Simoni, avevano potuto stabilire come quel luogo, i famosi Bixel che modificavano quei luoghi, la modifica tale per cui il luogo indicato dai due ingegneri era tornato esattamente come prima del momento in cui il Fiorino si veniva ad arrivare nel filmato, era stato stabilito - credo di ricordare esattamente - alle 19.37 minuti e qualche secondo, esattamente il tempo che occorre perché da Porta al Prato si raggiunga agevolmente l'abitazione di Messana; ma non solo. Quanti sono gli attentatori, chi son quelli che hanno portato il Fiorino, in quanti erano, se c'era una macchina d'appoggio, se c'erano più attentatori a bordo del Fiorino, quanti erano.
Ancora una volta i dubbi, in maniera certa, ce l'ha risolti ancora una volta, per l'appunto, li ha risolti Vincenzo Ferro.
Ricordo ancora la testimonianza della Sullio la quale, sia pure in termini non di certezza, ricorda la presenza di una FIAT Uno bianca dietro il Fiorino; sarebbe esattamente l'auto del Messana.
Ma ancor più precisa mi sembra l'indicazione che ci è stata fornita dal teste Borgioli, il quale vede arrivare il Fiorino - ricordate era stato a casa della fidanzata, stava percorrendo a piedi quel tratto di strada - vede arrivare il Fiorino, e cosa ha riferito Borgioli? Che dal Fiorino vede scendere una persona, intorno alla mezzanotte e quaranta.
Ancora una volta l'indicazione del Borgioli che vede parcheggiare il Fiorino, vede parcheggiare il Fiorino, Borgioli dirà, per rendere l'idea, che la persona, una che era scesa dal Fiorino gli dava l'idea di uno che si era dimenticato il portafogli, ad indicare una rapidità di abbandono del Fiorino. Ha riferito anche come il Fiorino non è che fosse stato parcheggiato, era stato lasciato in una maniera non proprio, non esattamente urbana, nel punto in cui poi esploderà.
Racconto, quindi, del Borgioli che si sposa perfettamente con l'indicazione oraria che ci viene da Vincenzo Ferro, circa la partenza dell'accoppiata Lo Nigro Giuliano: uno a bordo del Fiorino, uno a bordo della Uno; una persona a bordo del Fiorino esattamente intorno alla mezzanotte, ora in cui, per l'appunto, è partita l'accoppiata di morte dal garagino del signor Messana.
Come vedete si tratta, quindi, di racconti, Ferro da una parte, Carra dall'altro, che hanno dei punti di convergenza univoci.
Ferro Vincenzo vi ha spiegato come abbia reso le sue dichiarazioni prima che fosse raggiunto da qualunque provvedimento cautelare, vero che era stato raggiunto da una informazione di garanzia che gli era stata notificata in relazione alla proprio, al suo concorso ai fatti di strage, al fatto di strage di Firenze, ma come non avesse alcuna conoscenza, evidentemente, delle dichiarazioni che erano state rese, dei dettagli che erano stati resi da Carra, anche in relazione a quel particolare ulteriore che è Barranca che lascerà, si disimpegnerà dal territorio toscano, da Prato si disimpegnerà ancor prima che la strage venga portata a compimento.
Le indicazioni di Vincenzo Ferro si sposano esattamente con il racconto di Carra, che ci ha spiegato come fosse proprio il Barranca la persona che poi era rientrata in Sicilia con lui.
Quindi si tratta, come dire, di chiamate in correità ed hanno, non solo un grado di attendibilità elevatissima ed intrinseca, ma che si estrinsecano in riscontri di portata direi determinante e decisiva.
A questo punto, siccome avevamo lasciato il signor Barranca in rientro a Palermo, ancora una volta il fatto che, sia il solo Barranca che lascia per primo, prima che gli esecutori materiali in senso stretto dell'azione portino a compimento la loro azione di morte, ancora una volta dimostra - come ho già detto stamani in apertura di udienza - che fosse proprio il Barranca, come fosse proprio il Barranca la persona, per così dire, responsabile di tutta l'operazione, tanto da dover assicurare la sicurezza sua e quella dello stesso Carra proprio in vista dell'impegno del camionista nelle successive azioni, per un disimpegno rapidissimo dal luogo dove la strage di lì a poco si stava per abbattere.
Vi è un altro particolare che occorre sottolineare e che è uno dei parametri che la Corte dovrà valutare per saggiare l'attendibilità dei due dichiaranti, e cioè che Carra e Vincenzo Ferro saranno gli unici, sono tra i pochi che non si sono conosciuti mai prima, non si conosceranno durante l'esecuzione dell'attentato, delle fasi che, rispettivamente in luoghi diversi, ma vicinissimi racconteranno, non si conosceranno mai successivamente.
Non risulta, nessuno ha mai riferito, ne tantomeno loro stessi, che Carra e Vincenzo Ferro si siano mai conosciuti, nemmeno in epoca successiva, al contrario di quanto è avvenuto per entrambi con gli esecutori materiali del fatto di strage: Carra da una parte, Ferro Vincenzo dall'altra.
Ferro Vincenzo, poi addirittura in epoche successive, verrà implicato anche - come dire - in azioni di sangue, esattamente con le persone che aveva conosciuto, per così dire, a casa dello zio, e che ricorderete gli si erano presentate con il nome Mimmo, Mimmo, Mimmo. Barranca, Spatuzza: li vedrà, saranno implicati in uno dei famosi fatti di sangue, diversi da quelli di cui specificamente ci occupiamo, il famoso - dico famoso perché ormai l'hanno raccontato quasi tutti - il famoso duplice omicidio dei gemelli Pirrone ad Alcamo.
Ma vorrei sottolineare un altro dato di fatto che riscontra ancora una volta l'attendibilità di Vincenzo Ferro. Anche in relazione a quelle che sono state, secondo il suo racconto, le implicazioni dello zio, le resistenze opposte da Messana al soggiorno, chiamiamolo così, toscano di queste persone. Qui dobbiamo andare ad attingere alle dichiarazioni di Grigoli.
Ricorderete che lo stesso Grigoli e lo stesso Vincenzo Ferro hanno riferito come ci fosse stato un periodo in cui, nel '95, in cui lo stesso Grigoli insieme a Spatuzza, insieme ad altri, conducevano la latitanza a Marausa. E avete sentito dalla voce di Grigoli come, in occasione di questi incontri che lui aveva con Vincenzo Ferro, che faceva un po', come dire, da tramite, un po' curava la gestione della latitanza di queste persone, come Grigoli aveva appreso dallo stesso racconto di Vincenzo Ferro, ma anche dagli altri soci di Grigoli del gruppo di fuoco in varie occasioni, dirà lo stesso Grigoli, come, in buona sostanza, aveva appreso che - questo lo apprenderà da Vincenzo Ferro - come lo zio Messana era rovinato a cagione del comportamento della implicazione del Messana in questo fatto e come un po' tutti gli altri, cioè riferito ai vari Barranca, Lo Nigro, Giuliano, Spatuzza, lo stesso Vincenzo Ferro, erano concordi tutti nel riferire come questo zio non voleva assolutamente dare questo appoggio alle persone che poi avevano materialmente eseguito la strage.
Grigoli aggiungerà che l'appoggio gli era stato, per così dire, imposto dal padre di Vincenzo, cioè da Giuseppe Ferro.
E un apporto conoscitivo negli stessi termini lo darà, sia pure in maniera più sfumata, nel senso che saprà alcuni passaggi della vicenda che porta alla implicazione dello stesso Vincenzo Ferro nel fatto, del Messana nel fatto, lo riferirà ancora una volta Vincenzo Sinacori. Il quale ci ha illustrato come non solo Matteo Messina Denaro in una fase storica bene determinata, tra l'esecuzione dell'attentato di via Fauro e l'esecuzione dell'attentato di Firenze del 27 maggio, Vincenzo Sinacori si è spinto anche ad azzardare una data, dirà intorno al 23 maggio. E dirà questo in riferimento ai suoi spostamenti in relazione... per l'appunto i suoi spostamenti in relazione alla latitanza. Noi sappiamo che Vincenzo Sinacori è entrato in latitanza il 1 aprile 1993. Nel corso di un incontro con Matteo Messina Denaro, lui dirà: non era ancora accaduto... Come indicazione di data dirà la metà di maggio, ma si spinge a dire che ancora non era avvenuto l'attentato a Costanzo, e questo è importante. Nel corso di un incontro per l'appunto con Matteo Messina Denaro; Matteo Messina Denaro gli mostrerà l'edificio de Gli Uffizi dicendoci che era stato individuato come obiettivo.
Sinacori riferirà esattamente la frase che Matteo Messina Denaro gli dirà in quella occasione: "'Questo museo uno di questi giorni lo facciamo saltare in aria'. Mi venne a dire che erano pronti, mi fece vedere Gli Uffizi dicendo che dovevano saltare in aria."
Se il racconto di Sinacori è preciso anche sulle date, sull'epoca, quindi lui dice intorno alla metà di maggio, Costanzo ancora non era avvenuto, ma lo dico con la stessa approssimazione con la quale lo ha riferito il Sinacori, si potrebbe dire che ancora una volta qui abbiamo la riprova che l'esecuzione dell'attentato a Costanzo dipende dalla esecuzione dell'attentato al museo de Gli Uffizi che era, per così dire, l'obiettivo primario.
Sinacori non solo dirà questo, che spiegherà perché nel racconto di questi uomini di Cosa Nostra che provengono da area trapanese, Calabrò potrà dire a Vincenzo: 'vai dallo zio e alle persone alle quali ti presenti...' - sapremo che Vincenzo, ripeto, parlerà esclusivamente con Barranca, potrà dire - 'sono fratello di Matteo'.
Ma c'è ancora qualcos'altro di più preciso che riscontra, dicevo, Vincenzo Ferro. E cioè il fatto che nel corso di incontri ripetuti che Sinacori avrà con Ferro Vincenzo, il Vincenzo si era lamentato con Matteo. Si era lamentato di quello che era accaduto nel corso delle indagini e cioè che gli investigatori, la DIA e l'ufficio del Pubblico Ministero avevano individuato il telefono dello zio, tanto che pensano che c'era qualche pentito. In realtà l'epoca in cui colloca questo fatto cade esattamente, come abbiamo spiegato nel corso del dibattimento in relazione a quanto abbiamo potuto rappresentare alla Corte, risale proprio alla prima decade di luglio del 1995, quando ancora Carra, per così dire, nega ostinatamente qualunque circostanza. Effettivamente vennero eseguite delle perquisizioni a casa del Messana, esattamente il 10 luglio del 1995 e si era data un'informazione di garanzia a Messana e si era chiesto allo stesso Messana e, come ho già accennato ieri, allo stesso Vincenzo come e qualmente fossero avvenute delle telefonate, degli spostamenti di Vincenzo Ferro nel periodo noto. In particolare si riferiva, per quanto riguardava il Messana la telefonata pervenuta alla sua abitazione, come ho accennato ieri, a Vincenzo Ferro, gli si chiedeva spiegazioni in relazione allo spostamento del 13-14 maggio del 1993 e delle telefonate in casa dello zio.
Lo ripeto, l'ho detto ieri, ma il passaggio mi sembra importante: non si riusciva a comprendere, se si riusciva a comprendere benissimo la negazione del Carra. Il Carra fino a che non ha iniziato a rendere le sue dichiarazioni aveva sempre negato di aver fatto la telefonata. L'illustrazione che è stata fatta dal maresciallo insieme al maresciallo Cappottella delle sequenze dei risultati del tabulato Carra dava contezza che solo Carra poteva aver fatto quella telefonata. Ma era spiegabile che Carra negasse di aver fatto quella telefonata, posto che era uno degli elementi di accusa. Carra al 10 luglio del '95 era da quattro-cinque giorni in carcere. Era stato arrestato il 6 di luglio a Genova.
Non si riusciva, non riuscivamo a dare alcuna spiegazione al perché Vincenzo Ferro, che pure era certamente l'utilizzatore del cellulare a lui intestato nei giorni 13-14 maggio, negasse di aver fatto le famose telefonate a casa dello zio. Non doveva certo spiegare il motivo per cui... Evidentemente perché il suo spostamento, come poi Vincenzo Ferro riferirà nel momento in cui si è deciso a riferire la verità, evidentemente perché quello spostamento, quelle telefonate erano evidentemente all'intera esecuzione del fatto di strage di Firenze.
A questo punto, lasciando da... congelando per così dire, le conclusioni, per quanto riguarda Ferro Vincenzo, Ferro Giuseppe, Messana Antonino, possiamo trarre la conclusioni in relazione a due degli imputati cui risulta contestato anche l'attentato di via Georgofili. E cioè a Salvatore Grigoli e a Scarano.
Per quanto riguarda Scarano, c'è bisogno di valutare quanto e in che termini è stato implicato nel fatto precedente a quello di Firenze e cioè all'attentato di via Fauro.
E allora passo senz'altro a rappresentare, in termini molto, come dire, concentrati.
Sappiamo che i riferimenti di Scarano in relazione a questo fatto, Scarano ha iniziato a rendere le sue dichiarazioni il 31 gennaio del '96 e avete sentito in dettaglio il suo racconto. Qualcosa del racconto stesso ho accennato nell'esposizione che ho fatto ieri.
Ho già detto ieri, parlando della posizione di Cannella, che, premesso che le indicazioni temporali non sono mai, come dire, precisissime, ma una lettura attenta delle dichiarazioni di Scarano ci porta a ritenere con buona approssimazione al fatto che Cannella fa la sua comparsa a Roma intorno al 10 maggio del '93.
Richiamerò esclusivamente questo dato per dire come, alla data del 10 maggio, o comunque in prossimità del 10 maggio, era già avvenuto qualcosa. E cioè era avvenuto che, Scarano per lo meno così ha riferito, che una certa parte del quantitativo famoso di hashish era stato già venduto, tanto che Scarano ne aveva ricavato 200 milioni, meno 5 mila lire come ha sempre tenuto a precisare Scarano.
Sappiamo anche che Scarano colloca questa, come dire, la consegna del denaro a Cannella in un'epoca molto ravvicinata poi al fatto che Cannella si ripresenta a casa sua portandosi dietro - mi pare che usi proprio questa espressione Cannella - gli altri.
Sappiamo anche che - sotto questo aspetto il racconto di Scarano trova, come dire, una buona conferma - nel fatto che, ad esempio, già a quell'epoca aveva venduto un buon quantitativo di hashish a Liberati. Lo dirà Scarano, lo dirà lo stesso Liberati.
Lo dirà Liberati... Ricordate, è il marito della signora Cantale Simonetta, la donna che poi andrà a fare le pulizie in via Dire Daua e Largo Capitolino a Capena.
Bene, il Liberati, come voi ricordate, verrà arrestato in flagranza di reato, perché aveva ricevuto mi pare una camera d'aria famosa, ricordate il peso di ciascuna di queste camere d'aria. L'acquisto quindi sicuramente precede il 13 maggio. E ricorderete come nel racconto del signor Liberati sia entrato anche il signor Aldo Frabetti. Perché nel contesto della perquisizione che portò all'arresto di Liberati, gli era stato anche trovato il numero del Frabetti, il numero di telefono... il bigliettino famoso l'abbiamo prodotto all'udienza in cui abbiamo esaminato Liberati e Liberati ha confermato trattarsi del numero di telefono di Frabetti, fatto che peraltro è pacifico. Ha un significato in quanto lo stesso Liberati dirà che a quella consegna era presente anche Frabetti.
Quindi diciamo, sotto questo aspetto, nel fatto che già un quantitativo di hashish era stato venduto, tanto che Scarano ne aveva potuto ricavare un certo quantitativo, è un episodio che possiamo ritenere abbastanza riscontrato, abbastanza provato.
Cannella quindi, effettivamente, compare sulla scena intorno a quel periodo sicuramente e a Roma, a casa di Scarano, il 10-11 maggio del 1993.
Cosa ci preme... Voi conoscete in dettaglio il racconto di Scarano, i tre sopralluoghi, il furto dell'auto, il furto dell'auto che viene eseguito quando Scarano consegue la disponibilità del garage di via Parasacchi nel famoso complesso Le Torri di quel famoso signor Massimino, le cui relazioni con Scarano le abbiamo affrontate, le ha affrontate il dottor Chelazzi quando ha riferito del tipo di relazioni nell'ambiente castelvetranese che intratteneva Scarano.
Cosa voglio evidenziare di tutto il racconto di Scarano? Due dati. Primo: che Scarano, con il suo racconto - siamo quindi al 31 gennaio e negli interrogatori seguenti - introdurrà un elemento di totale novità nella ricostruzione dei fatti che fino a quel momento era stato possibile operare. E cioè che l'esplosivo che era stato utilizzato per Costanzo non era partito dal famoso cortile di via Ostiense. Fino a quel momento, nella imprecisione di ricordo temporale di Carra, nella enfasi - come è stato riferito anche da Maniscalco Umberto - del, chiamiamolo così, del nucleo familiari Di Natale, si riteneva che l'esplosivo utilizzato per via Fauro fosse stato accantonato nel cortile di via Ostiense.
Scarano, senza smentire il fatto che effettivamente nel cortile di via Ostiense effettivamente Carra aveva portato esplosivo sì, ma l'esplosivo che poi verrà impiegato negli attentati del 27 luglio a Roma, dirà, direi un certo senso assumendosi anche il rischio di queste sue affermazioni, come dire, si poneva in evidente scontro, contrapposizione con quanto era stato possibile accertare fino a quel momento, dirà: primo, 'l'esplosivo stava nel mio scantinato' e voi sapete la storia dell'esplosivo nello scantinato.
Secondo, l'autobomba per via Fauro non è stata attrezzata in via Ostiense, l'esplosivo non è arrivato lì. É stata attrezzata nel famoso locale di via Parasacchi.
Ha spiegato come qualmente aveva avuto la disponibilità del locale. Questa disponibilità l'abbiamo ricostruita nei termine che la Corte ben conosce, attraverso le dichiarazioni di Massimino: che aveva confermato il racconto di Scarano sul fatto che prima aveva voluto... c'era l'idea di impiantare il bowling, che poi il locale era basso, che non era idoneo.
Che effettivamente nel periodo, nel maggio '93, con buona approssimazione una volta Scarano si era presentato lì con uno che non era il figliolo, col quale peraltro Scarano in precedenza era andato a visionare questo locale.
Che le chiavi di questo immobile transitavano da Massimino alla segretaria, dalla segretaria a una disponibilità autonoma da parte di quello del bar. Scarano dirà che le chiavi le prende dalla signora della lavanderia, che invece dirà che le chiavi lei non ce le aveva in maniera, come dire, fissa. Cambia poco nel racconto di Scarano perché il dato certo, inconfutabile, il riscontro che non meriterebbe nemmeno di essere sottolineato in relazione a queste affermazioni di Scarano, l'abbiamo trovato nel senso che la Corte è ben a conoscenza di quello che è avvenuto il giorno 3 maggio del '96, nel momento in cui il colonnello Pancrazi e il dottor Massari vanno a eseguire un famoso sopralluogo nel deposito di via Parasacchi nel momento in cui, per l'appunto, verrà sequestrato quel materiale che dimostra, in maniera certa, che l'autovettura della Corbani lì è stata certamente.
C'è bisogno di dire che era stato trovato il bigliettino della signora Corbani, la ISAF, che lì era stato trovato La Settimana Enigmistica di cui la signora Corbani, quando è stata sentita, ha riferito, ha riconosciuto la sua grafia, diceva che la teneva sempre in macchina. Il famoso bigliettini relativo a quel nominativo, Simone, non mi ricordo più come si chiama, Benenati o... No, Simone Benenati è quello di Alcamo. No, quel... Ecco, non era Simone Benenati, perché poteva essere pericoloso.
Comunque, quel nominativo che risultava appuntato in uno di quei documenti, riconoscerà quindi un po' tutto il materiale che, per così dire, era autografo della signora Corbani.
Ricordate, c'è stato anche... come mai siete andati a vedere nel locale solamente il 3 maggio, quando Scarano l'aveva detto un mese prima. Ci sarà andato il colonnello Pancrazi a mettere il bigliettino da visita, credo che nessuno lo pensi nemmeno... C'era...
(voce fuori microfono)
PUBBLICO MINISTERO: Molti lo pensano, mi dice il dottor Chelazzi, ma comunque io penso... spero, spero proprio di no. O peggio ancora quella famosa Settimana Enigmistica che stava lì.
A ben vedere, tutto ciò che può apparire, perché il fatto prova e prova in maniera inequivoca il racconto di Scarano, trova due spiegazioni. Primo: il fatto che quel locale, come avete potuto vedere, era molto ampio e che era stata la curiosità del maresciallo Grasso che, avendo composto il giorno avanti, o due giorni prima, il fascicolo fotografico, non era stato nemmeno nella famosa stalla del Frabetti dove nella buca era stato trovato i piccoli involucri di esplosivo insieme alle armi, insieme ai documenti. Il maresciallo Grasso aveva fatto, aveva composto l'album fotografico. E come ha spiegato nel corso del suo esame, gli era rimasto impresso quel particolare adesivo relativo alla marca di un nastro adesivo, era un tondino, mezzo giallo mezzo di colore rosso, che esattamente rivedrà mentre era a gironzolare nel locale di via Parasacchi. Lo vedrà e dirà: 'la mia attenzione è stata colpita da quello, né dalla Settimana Enigmistica, né da altro, ma dal fatto che lì dentro c'era un qualcosa che io avevo visto nell'esplosivo che avevo, per così dire sotto gli occhi, in fotografia nei giorni avanti'.
Rovistando, salta fuori non solo il materiale che vi ho descritto, ma anche la famosa pagina del quotidiano, o più pagine, de Il Giornale di Sicilia, che - e questo è un ulteriore elemento che dà forza a quanto rappresentavo ieri circa la trasversalità dell'organizzazione complessiva di questi fatti - reca, non a caso, la data del 26 aprile 1993.
Quindi che l'autovettura della Corbani sia stata portata lì e lì il giorno 13, nel pomeriggio del giorno 13 maggio è un dato... o comunque nella giornata del 13 maggio è un dato certo: l'autovettura della Corbani, come ricorderete, viene... il furto dell'auto avviene nella notte. La signora Corbani ha, per così dire, ci ha spiegato come quella sera si era trattenuta più del solito a lavorare, credo che fosse arrivata lì, sul luogo di lavoro, intorno alle 19.00, 19.30 del giorno 11... Un attimo solo che trovo il passaggio.
Ecco, trovo qui, il nominativo che era appuntato sul foglio non era Benenati, era Bonatesta, c'era una certa assonanza. Il furto dell'auto è della notte, o le prime ore del mattino del giorno tra il 12 e il 13 maggio del 1993.
Quindi l'auto viene ricoverata nel locale: è un dato di certezza assoluta.
L'altro parametro di novità che introduceva Scarano nel suo racconto, dicevo, era quindi lo spostamento dell'obiettivo prepa... attrezzatura dell'autovettura nel locale di via Parasacchi; deposito dell'esplosivo nello scantinato di via delle Alzavole. E effettivamente voi avete sentito il dottor Vadalà e il dottor Massari come hanno spiegato come in quei particolari materiali, nelle tavole, nel telo di poliedene, sul pavimento, fossero state rinvenute quelle certe tracce di esplosivo.
Dicevo quindi che il racconto di Scarano trova questi due punti fermi, questi cardini assoluti, nel primo elemento di novità che ha introdotto.
Il secondo elemento di novità introdotto da Scarano, fino a quel momento ovviamente nessuno ne aveva contezza, era il fatto che l'attentato a Costanzo era stato eseguito il giorno 13. Quindi Scarano si esprimerà dicendo per l'appunto che la sera avanti, rispetto al momento in cui l'attentato era stato poi effettivamente eseguito e Costanzo aveva scampato allo stesso in maniera fortunosa, introduceva dicevo, per l'appunto, questo elemento di assoluta novità.
Qual è il fatto che aveva, secondo quanto apprenderà quella sera dai complici, il fatto che c'era stato un inconveniente di tipo tecnico, in quel caso l'esperto era Benigno, che aveva fatto sì che il congegno non era stato attivato.
Ci dirà Scarano che questo tentativo del giorno 13 seguirà a due o tre sopralluoghi, nei pomeriggi, indicherà un orario che è esattamente quello in cui sappiamo avveniva la registrazione della trasmissione del Maurizio Costanzo Show e rappresenterà quel fatto che Scarano, come dire, è stato in grado di sottolineare. Dicendo che a un determinato momento gli era stata chiesta la macchina, quella piccola, la A112, che lui capirà dira era stata utilizzata per tenere il posto; fatto che l'aveva fatto arrabbiare tantissimo.
Abbiamo fatto una serie di domande a Scarano anche, ricordate, nel momento in cui dirà, all'arrivo di Cannella, che era l'unico Cannella, che poteva chiedere a Scarano: 'mi porti da Costanzo?' Era l'unico, Cannella, che poteva fare questa domanda, il motivo è abbastanza evidente, ma merita di essere sottolineato proprio perché Cannella ben conosceva quello che era avvenuto un anno e qualche mese prima in relazione alla vicenda che è stata in dettaglio ricostruita. E del resto altrettanto logica - vi ha già detto il dottor Chelazzi ricostruendo quell'episodio - era la risposta di Scarano, posto che Scarano all'epoca non era stato messo al corrente assolutamente di quello che quelle persone che avevano alloggiato in via Martorelli andavano a fare a Roma.
Quindi, era assolutamente logica sia la domanda di Cannella sia altrettanto logica la risposta di Scarano del fatto che lui non sapeva assolutamente niente. Ha suscitato anche un po', come dire, di perplessità il fatto che Scarano poteva dire: mah, io non sapevo nemmeno chi era questo Costanzo. L'affermazione, se i Signori Giudici, come certamente faranno, rileggeranno attentamente i verbali di Scarano, si spiega nel senso che lui il nome, come giornalista, di Costanzo non gli diceva nulla, ma certo Scarano non si è, per così dire, nascosto dietro un dito, dicendo: bah, io avevo capito sicuramente che questo Costanzo lo dovevano far fuori, discutevano se lo dovevano far fuori con le armi, se lo dovevano far fuori con l'esplosivo, ma il fatto che queste persone erano lì per eliminare questo Costanzo, è un dato assolutamente pacifico.
Quindi dicevo, presenza della A112... richiesta, per meglio dire, della A112 e, come dire, arrabbiatura conseguente di Scarano.
Se loro vanno... Questa richiesta fatta in un certo momento da Giuliano - la macchina la porterà lì Giuliano - questa richiesta troverà un riscontro formidabile in quanto ci ha riferito uno dei testimoni che abbiamo sentito, anche in questo caso in epoca molto lontana nel tempo, e cioè esattamente la signora Heissler, che abitava al civico 38 di via Fauro. La teste si chiama Heissler Annamaria Rosaria, è stata sentita all'udienza del 3 gennaio 1997.
Ha raccontato un episodio molto curioso questa signora, e cioè che, abitando lei al civico 38 di via Fauro, per due sere di seguito, dirà l'11 e dirà il 12, aveva parcheggiato in una certa ora la sua macchina - per due sere di seguito l'11 e il 12, sono i giorni esattamente in cui il gruppo presente a Roma, Barranca, Cannella, Benigno, Giuliano, Lo Nigro, Spatuzza, esegue i vari sopralluoghi che erano predisposti in vista dell'esecuzione dell'attentato - e racconterà questo episodio, ma non l'ha raccontato il 3 gennaio del '97, in verità l'aveva raccontato nell'immediatezza del fatto, che avendo, per l'appunto, parcheggiato per due sere di seguito, dirà esattamente nel punto dove poi c'era la buca dove è scoppiata l'autobomba, la mattina si era vista... aveva trovato nel parabrezza della sua autovettura un bigliettino con scritta una frase ingiuriosa che la... ingiuriosa e minacciosa, la signora l'ha vista più sotto il profilo della minaccia, di non parcheggiare più la macchina in quel punto.
Ecco perché si spiega così come la tempistica riferita dalla teste Heissler, questa modalità, chiamiamola poco elegante, di... e la preoccupazione, evidentemente, di chi aveva fatto quei sopralluoghi, di non esser certi che in quel punto dove l'autovettura doveva esplodere potessero assicurarsi il buon esito di tutta l'operazione, per l'appunto, parcheggiando lì l'autobomba, avevano diffidato la teste per precauzione ancora, la signora Heissler, e per precauzione poi ci avevano piazzato la autovettura di Scarano, la A112.
Dicevo, novità del tentativo del girono 13 che trova un doppio riscontro. Il doppio riscontro lo trova nel fatto che, la Corte ben ricorda come, proprio il 13 maggio del 1993 ci sarà, saranno documentate tre chiamate: una intorno alle 20.38... due: una alle 21.41, una alle 21.44 - 13 maggio, cellulare Benigno che opera sotto il ponte radio di Roma, qui non mi addentro in questa tematica che è stata affrontata già dal maresciallo Cappottella e sul quale poi penso qualcosa dirà il dottor Chelazzi ancora - ma il dato che mi preme mettere in assoluto rilievo qual è? Non solo che il cellulare di Benigno operava sul ponte radio di Roma a conferma che Benigno era anche sul territorio, ma il fatto che queste telefonate siano intervenute proprio il giorno 13. Se loro riguardano attentamente l'ora, 21.41, 21.44, è esattamente l'ora in cui l'attentato doveva essere fatto ed evidentemente i due interlocutori, Scarano dirà che il cellulare lui lo prestava a qualcuno, qualcuno di loro lo prendeva perché a Scarano è stato chiesto conto di queste telefonate e lui dirà di non averle mai fatte le telefonate, tanto che l'unica spiegazione possibile delle telefonate in questione è che, evidentemente, le persone che stavano lì con compiti di osservazione, si saranno certamente resi conto che Costanzo era passato indenne e volevano sapere cosa era accaduto. Le telefonate risultano esattamente fatte alla stessa ora in cui poi il giorno successivo, Costanzo ci ha spiegato che era assolutamente abitudinario nei suoi spostamenti, il giorno successivo, qualche minuto prima - ma qui siamo veramente nella, come dire, mistica della prova - verrà eseguito l'attentato del giorno 14 maggio.
Terzo elemento di novità che introduce Scarano, o meglio, un elemento che completa il racconto di Scarano in relazione al fatto che l'indomani, giorno 14 maggio, Scarano ha raccontato quello che Lo Nigro e Giuliano hanno fatto, lui li ha accompagnati, la macchina, la Uno, è rimasta tutta la notte del giorno 13, fino ad arrivare al 14, hanno sistemato quello che c'era da sistemare, e avete avuto, abbiamo avuto, a suo tempo, il racconto di un altro fatto nuovo, e cioè che, secondo il racconto che poi Scarano aveva recepito dagli altri, l'attentato del giorno 14 era fallito per quel pochissimo, perché Costanzo... perché si aspettavano - Scarano si esprimerà sempre in questi termini - una 164 e invece era spuntata un'altra macchina, nel caso specifico una Mercedes.
Bene, ricorderete come, sempre siamo a rianalizzare testimonianze che risalgono ormai ai primi, diciamo, alle prime battute del processo, come lo stesso Costanzo, come tutti i suoi collaboratori, a partire dall'autista, uno che ha fatto l'autista per Costanzo, il signor Peschi, ricordate, era una persona anche piuttosto semplice, per come si è presentata davanti alla Corte, ha raccontato come, avendo lui fatto per vent'anni o giù di lì, l'autista di Costanzo, come il giorno 14 doveva, per l'appunto, eseguire delle visite mediche, o comunque delle analisi, tale per cui quel giorno non era potuto andare a svolgere regolarmente il suo lavoro, tanto che Costanzo, altrettanto abitudinariamente aveva chiamato quell'autonoleggiatore, il signor Degni, il quale ha confermato che era stato avvisato, per così dire, all'ultimo tuffo, del fatto che, per l'appunto, doveva prestarsi ad accompagnare Costanzo il girono 14.
Questi erano elementi che erano... per così dire, vanno messi nel dovuto rilievo per confermare la complessiva attendibilità di Scarano nel riferire quello che era a sua conoscenza in relazione a questo fatto. Molti altri, in verità sono... io non li cito tutti, perché la Corte li avrà sicuramente, ce li ha sicuramente ben presenti questi elementi di conforto al suo racconto, all'arrivo... ne cito uno che mi sembra anche abbastanza significativo: all'arrivo di Cannella e del gruppo, ricorderete, lui, Scarano ci ha raccontato della richiesta che gli era stata fatta di acquisto di due ricetrasmittenti. Dirà che l'aveva comprate uno dei suoi, come dire, accoliti, cioè quel Santamaria che poi è fra i nostri imputati ma che comunque ci ha confermato che effettivamente una richiesta del genere era stata lui fatta da Scarano e lui effettivamente aveva compiuto questo accertamento, questo acquisto insieme a quel "Braciola", "er Braciola", uno dei frequentatori del famoso Bar Torremaura con il quale, per l'appunto, era andato a fare questo acquisto.
Dicevo, il racconto di Scarano, quindi, ha una attendibilità complessiva formidabile, compreso il fatto che Scarano aveva raccontato un altro elemento di dettaglio in relazione al famoso capannone di via Parasacchi, nel momento in cui aveva detto, quando parla della predisposizione dell'autobomba, che essendovi quelle finestre, loro - Scarano si espresso in questi termini - avevano messo la macchina dietro un pannello di gesso o di cartongesso, pannello di cartongesso che era ancora lì presente nel momento in cui il colonnello Pancrazi era andato ad eseguire quel famoso sopralluogo il giorno 3 maggio del '97.
Quindi mi sembra, che... '96, '96. Presidente, il tempo per noi si è fermato o non si capisce più a che punto siamo.
Ecco, quindi, mi pare che con la definizione di questi dati di tipo oggettivo che scaturiscono dal racconto di Scarano che trovano quell'individualizzazione forte in relazione alla presenza del cellulare Benigno, quello che mi prova mettere alla prova... alla prova, in evidenza è come, in relazione al fatto di via Fauro vi sia stata la implicazione estemporanea, non preannunciata di Scarano nell'ambito dell'esecuzione di questo fatto, fatto che peraltro Scarano ha, sia pure con quella, come dire, con quella ignoranza della veste professionale della persona che gli altri chiamavano Costanzo, fatto che Scarano ha pacificamente, non solo ammesso ma raccontato con questa dovizia di dettagli, con questi elementi di assoluta novità che hanno trovato un altrettanto certo riscontro.
Presidente, se ritiene possiamo fare una pausa.
PRESIDENTE: Bene, allora sospendiamo per venti minuti.
VICEIS. Garnicelli: Signor Presidente, da L'Aquila.
PRESIDENTE: Sì? Dica, dica pure.
VICEIS. Garnicelli: L'imputato Spatuzza... C'è l'imputato Spatuzza che rinuncia al prosieguo... a presenziare all'udienza. Chiede di lasciare l'aula.
PRESIDENTE: Bene, la Corte prende atto della rinuncia e autorizza Spatuzza a lasciare l'aula.
VICEIS. Garnicelli: Va bene signor Presidente.
PRESIDENTE: Occorre che ci sia l'autorizzazione anche a scollegare quella saletta?
VICEIS. Garnicelli: Sì, signor Presidente.
PRESIDENTE: Perché non ci sono altri imputati, quindi può essere scollegata.
VICEIS. Garnicelli: Va bene, grazie signor Presidente, buongiorno.
PRESIDENTE: Prego, buongiorno.
VICEIS. Vasapollo: Signor Presidente, chiedo scusa, qui è Parma, dalla saletta numero 1, il detenuto Bagarella Leoluca Biagio chiede di assentarsi dall'aula.
PRESIDENTE: Rinuncia...
VICEIS. Vasapollo: E di rinunciare pertanto all'udienza.
PRESIDENTE: Se rinuncia...
VICEIS. Vasapollo: Sì, rinuncia.
PRESIDENTE: ...la Corte ne prende atto e autorizza che sia scollegata quella saletta.
VICEIS. Vasapollo: Confermo che in aula non c'è più nessun detenuto.
PRESIDENTE: Bene.
VICEIS. Vasapollo: Grazie signor Presidente.
PRESIDENTE: Prego. Non c'è altri che intenda intervenire? Pare di no e allora ci possiamo allontanare per un po' di tempo.
<< DOPO LA SOSPENSIONE >>
AVVOCATO Gramigni: Presidente, mi scusi, sono l'avvocato Gramigni, prima di iniziare... no, le volevo solo segnalare purtroppo lo stesso inconveniente tecnico di ieri. Nel senso che mi segnala il mio assistito Tutino che anche oggi c'è stato una serie di difficoltà non indifferenti prima di poter mettere in contatto Viterbo con Firenze affinché potesse avvenire il colloqui con il difensore. Questo le segnalavo.
PRESIDENTE: Poi è riuscito a parlare?
AVVOCATO Gramigni: Poi sì, sì, sì.
AVVOCATO Florio: Presidente, per quanto occorrer possa però si tratta, sono l'avvocato Florio, dello stesso carcere, anche questa vicenda mi era segnalata da Lo Nigro. Per cui...
PRESIDENTE: Pure da Viterbo.
AVVOCATO Florio: Sì.
PRESIDENTE: Pure da Viterbo. Allora vorrei sentire Viterbo che è l'unico rimasto collegato.
VICESOVRINT. Egidi: (voce fuori microfono)
...in ascolto.
PRESIDENTE: Sì. É stata segnalata questa difficoltà degli imputati di avere rapidamente il collegamento. Effettivamente c'è stato qualche ritardo, immagino.
VICESOVRINT. Egidi: Signor Presidente, c'è stato ritardo, in quanto non riuscivamo a prendere la linea, ci dava sempre occupato.
PRESIDENTE: Poi è riuscito comunque a collegarsi tele... a collegare telefonicamente gli imputati con il loro difensore?
VICESOVRINT. Egidi: Sì, signor Presidente, dopo ci siamo riusciti.
PRESIDENTE: Mi hanno riferito che c'era qualche... che lei aveva invitato gli imputati, per rendere più agevole la conversazione... chi è il mio interlocutore?
VICESOVRINT. Egidi: Sono io, signor Presidente. No, io non è che ho invitato, come da disposizione sono state installate delle apposite...
PRESIDENTE: Si chiamano cupole...
VICESOVRINT. Egidi: Cabine per telefonare, cupole di...
PRESIDENTE: Cupole fonoassorbenti.
VICESOVRINT. Egidi: Per quanto riguar... sì, va bene, cupole per telefonare. Ecco, se è possibile, non è che pretendo, se possono parlare lì dentro, in quanto sono parecchie persone e se parlano tutti insieme qui dentro viene, diciamo, rimbomba tutto quanto. Anche tra di loro non possono, diciamo, conferire tranquillamente in quanto se uno parla ad alta voce l'altro non può sentire. Ecco, se è possibile che parlino lì dentro.
PRESIDENTE: Certo. Lei può chiederlo e io posso disporlo perché si tratta di rendere più agevole la conversazione tra gli imputati e i loro difensori senza disturbare gli altri imputati che contemporaneamente vogliono o seguire quello che accade nell'aula di udienza, o, contemporaneamente, se possibile, parlare con i loro difensori. Quindi, mi sembra che nella disciplina dell'udienza si può disporre che la conversazione avvenga attraverso quelle cupole fonoassorbenti che sono state installate proprio per rendere più agevoli queste conversazioni. Va bene?
E allora...
VICESOVRINT. Egidi: Va bene, grazie.
PRESIDENTE: Possiamo dare la parola al Pubblico Ministero...
VICESOVRINT. Egidi: Signor Presidente...
PRESIDENTE: Ah, prego, mi dica.
VICESOVRINT. Egidi: Dalla sala 2. Tutino Vittorio deve rilasciare una dichiarazione spontanea.
PRESIDENTE: Bene, ascoltiamo. Lo faccia parlare.
IMPUTATO Tutino: Posso?
VICESOVRINT. Egidi: Prego.
IMPUTATO Tutino: Signor Presidente, buongiorno.
PRESIDENTE: Buongiorno.
IMPUTATO Tutino: Mi scuso per dover interrompere la requisitoria del dottor Nicolosi per fare un chiarimento. Il problema oggi non è per conferire dentro le cupolette, il problema è stato specifico che dal momento dell'interruzione, per conferire con il mio legale sono passati bene 25 minuti. Questo per informare la Corte.
PRESIDENTE: Sì, sì, ho capito.
IMPUTATO Tutino: Non ho altro...
PRESIDENTE: Mi è stato riferito, grazie.
IMPUTATO Tutino: Grazie a lei, buongiorno.
PRESIDENTE: Buongiorno. Possiamo allora ridare la parola al Pubblico Ministero.
PUBBLICO MINISTERO: Ecco, prendo la parola io per alcune considerazioni, più che altro per richiamare alcuni dati del processo che vanno a completare la illustrazione che ha fatto il dottor Nicolosi nella prima parte dell'udienza di oggi. Questi dato che io vado a richiamare provengono specificamente da quella complessa attività fatta anche al dibattimento in tema di telefoni, più che altro in tema di tabulati, in tema, quindi, di cellulari, di spostamenti e quant'altro.
Loro sanno che è stata un'attività molto complessa dal punto di vista del tempo che ha richiesto al dibattimento - non è stato sufficiente un ufficiale di Polizia Giudiziaria per quanto di notevoli capacità - anche proprio di illustrazione. É addirittura stato necessario, ma sembrava che fosse anche imprescindibile un supporto rappresentativo di tipo tecnico, tant'è che una giornata intera l'abbiamo passata in compagnia dell'ingegner Staiano che ha fornito, credo, a sua volta chiarimenti di notevole importanza.
É naturale che... non penso assolutamente di richiamare l'attenzione della Corte su alcuni, sarebbero numerosissimi, alcuni dati che siamo riusciti a decifrare grazie a questa attenta verifica che è stata praticata sia con il testimone sia con il tecnico, ma qualcosa occorrerà dirlo lo stesso.
Noi ci troviamo - il dottor Nicolosi ed io - a fare continuamente una scelta degli argomenti. Questo non è un processo nel quale si possa pensare di passare in rassegna tutti gli argomenti. Io facevo tra me e me un calcolo, conteggiando circa 150 udienze di istruttoria dibattimentale, avendo preparato la requisitoria in un mese, viene che per ogni giorno di lavoro abbiamo dovuto metabolizzare e rendere funzionale alla requisitoria qualche cosa come 5 udienze. Quindi è qualche cosa di inimmaginabile, credo che non abbia precedenti, d'altra parte non si sarebbe potuto fare altrimenti. Ci sono quindi delle lacune deliberate e delle lacune involontarie, sicuramente, ce ne saranno più d'una. Quello che noi non abbiamo potuto fare ma sicuramente lo farà la Corte.
E allora, anche il discorso dei tabulati, il discorso dei contatti telefonici che, come loro rammentano, ha comportato che il maresciallo Cappottella sia stato in aula quattro giorni davanti a voi, solamente su questo argomento, io lo dovrò condensare in una decina-quindici minuti di osservazioni, non di più, e di riferimenti, relativamente in particolare a questi due primi fatti di strage dei quali ha parlato il dottor Nicolosi. Ma non per illustrare i dati evidenti. Come si diceva una volta "in cares non fit interpretatio", le cose che si sanno è inutile stare a rimasticarle, è solamente una perdita di tempo. Solamente per invitare la Corte a soffermarsi su come per i dati che provengono dall'analisi del traffico telefonico facente capo a un certo numero di cellulari, convenga, secondo me, oltre al criterio di prendere in esame il dato per quello che rappresenta in maniera diretta, convenga tenere conto anche di un criterio di valutazione, io lo chiamerei, per diversità.
Detto in una maniera un po' più lineare, il fatto che in quella certa notte tra il 25 e il 26 maggio del '93, vi sia un contatto telefonico dal cellulare nella disponibilità di Carra e l'utenza di abitazione di Messana Antonino, ha importanza non solo perché il contatto c'è, ma ha importanza - ecco qui il criterio per diversità - perché prima e dopo questa data non ci sarà più un contatto tra queste due utenze.
In altri termini vuol dire che in quella certa particolare situazione di tempo e di spazio, perché anche il cellulare di Carra si trova in Toscana e non genericamente in Toscana - ecco un'altra applicazione del chiarimento per diversità - ma nella parte centrale della Toscana, come loro sanno, vi è un contatto, appunto, tra le due utenze. Evidentemente si è concretizzata una situazione specifica in assenza della quale, visto che si tratta dell'unica ricorrenza, nient'altro giustificherebbe perché queste due utenze sono entrate in contatto.
PRESIDENTE: Mi posso permettere di dire che proprio questa circostanza era stata oggetto di una serie di specifiche domande fatte dal Pubblico Ministero al maresciallo Cappottella.
PUBBLICO MINISTERO: Certo, ma io ora spiegavo, richiamando un esempio, spiegavo perché ora qualche altra considerazione dovrò svolgerla sul conto del traffico facente capo a un certo numero di apparecchi telefonici.
Questo, certo, è il dato sul quale - come ricordava il Presidente - a suo tempo fu chiesto anche al maresciallo Cappottella se vi erano altri contatti tra queste utenze. Vi sono altre situazioni, che si possono affrontare con lo stesso metodo di giudizio, per le quali, a suo tempo non abbiamo chiesto la stessa cosa al maresciallo Cappottella anche perché il maresciallo Cappottella o non ci avrebbe potuto dare la risposta, oppure ci avrebbe dato una risposta diversa da quella che invece... con un argomento, con un chiarimento che è diverso da quello che io vorrei ora rappresentare.
Sulla falsariga, ma anche per abbandonare poi immediatamente questo punto, sulla falsariga di questo riferimento vi è l'altro, costituito dal fatto che, durante l'intera permanenza del cellulare nella disponibilità di Carra, in territorio toscano, dal 25 a quando si sa, del maggio del '93, non vi è contatto alcuno tra questo apparato cellulare e una qualche altra utenza, fissa o cellulare, di area toscana. Questo è un altro elemento che mette maggiormente in risalto il contatto telefonico che c'è tra il cellulare nella disponibilità di Carra e la utenza fissa di abitazione di Messana.
Abbandoniamo per un attimo questa prospettiva e prendiamone un'altra, per sottolineare un altro aspetto di come si sono mossi i personaggi implicati nella strage di Firenze. Se è vero che qualcuno ha dato a Carra un numero di telefono è altrettanto vero che questo qualcuno ha fatto di tutto - e ci è riuscito - per tenere Carra a distanza rispetto all'abitazione di Messana. Carra ha avuto un numero di telefono senza sapere, ovviamente, a chi fosse intestata questa utenza, e una consegna. Una volta composto quel numero chiedere di Peppuccio. E Peppuccio è, per l'appunto, Peppuccio Barranca.
Analizziamo una situazione che assomiglia, in qualche misura, il comportamento di Calabrò, che evidentemente affronta il problema della organizzazione di un fatto di strage all'insegna, a sua volta, di un criterio di sicurezza. Tanto che, allorché si avrà il primo arrivo di alcune persone a Prato, quelle che si imbatteranno nella reazione, non sappiamo esattamente in quali termini, di Messana Antonino, questo fatto non è preceduto da alcun preavviso a Vincenzo Ferro. Vincenzo Ferro, fino a questo punto, qui, è stato interessato per fare da apripista - consentitemi questo termine - per dar modo, quindi, a Calabrò e a Pizzo di giungere a Prato, prendere fisicamente un contatto con la persona di Messana Antonino. Ma, secondo un piano di gestione della strage, qui si sarebbe dovuto arrestare il ruolo di Ferro Vincenzo, sostanzialmente la posizione di Carra.
Un contatto ridotto al minimo, rispetto alle modalità di esecuzione del fatto; quindi ai soggetti implicati nel fatto.
Senonché - e questo è importante, il dottor Nicolosi lo ha già segnalato - senonché si verifica, appunto, questa alterazione del programma costituita dalla reazione di Messana. Per modo che, Calabrò deve regolare diversamente il profilo di sicurezza dell'intera operazione.
E come si verifica questa diversa, diverso controllo del grado di sicurezza? - e guardino che è un aspetto molto delicato del problema - indirizzando Ferro Vincenzo a Prato perché sostanzialmente, con la sua presenza, faccia in modo che non vi siano problemi durante la permanenza di coloro che dovranno eseguire la strage nell'abitazione di Messana.
É una scelta delicata, perché questo comporterà che Ferro finirà per vedere in faccia tutti coloro che eseguono la strage.
Diversamente, se le cose fossero andate per come erano state programmate, Ferro non avrebbe dovuto vedere in faccia nessuno.
Giungendo a Firenze, Ferro, ha nodo di vedere quindi in faccia tutti coloro che andranno ad eseguire la strage. E si verificherà una variazione ancora che riguarda sempre i profili della sicurezza dell'operazione. Sono importanti i profili della sicurezza in genere, nelle operazioni... le più varie, di carattere criminale, non solo le stragi, che sono state rappresentate anche in quest'aula.
Qual è la variazione? Anziché trattenersi Ferro Vincenzo quella mezza giornata, o quella giornata, così com'era stato preventivato, Barranca deciderà, perché evidentemente la presenza continuativa di Ferro, finché la strage non sia eseguita, è considerata da Barranca condizione se non proprio determinante, comunque condizione di agevolazione della realizzazione del programma, stabilirà che Ferro si trattenne a Firenze, più esattamente che si trattenga a Prato.
Facendo sì, in tal modo che Ferro, non tanto veda non una ma più volte le persone che sono a Firenze per realizzare l'attentato, ma si renda conto più in profondità di ciò che in realtà, queste persone, stanno facendo.
Nel senso che è per disposizione di Barranca che, per due volte, Ferro prenderà alcune di queste persone in macchina, quella dello zio, e li porterà a Firenze.
Cosicché Ferro verrà a conoscere anticipatamente, anticipatamente, almeno le coordinate geografiche dell'azione criminale che poi sarebbe successo.
Lasciamo impregiudicato per ora se Ferro abbia saputo che poi a Firenze sarebbe stata, in quel certo punto, in quel certo loggiato, o nelle immediate vicinanze, portata un'autobomba, o commesso chissà quale altro crimine. Non è questo il problema che ci interessa, perché io sto parlando, stando questa situazione, fu in relazione ad altre posizioni di altri imputati.
Allora qual è la risultante di questo discorso? Che Calabrò prima e Barranca dopo, con iniziative evidentemente calcolate intervengono ripetutamente sui livelli di sicurezza dell'operazione.
Allora riprendo un argomento già ieri presentato alla Corte, io credo anche in maniera abbastanza puntuale, ma le cose importanti non è mai sbagliato sottolinearle.
E prima di formulare la considerazione finale invito a prendere in considerazione questa circostanza abbastanza curiosa: quando Ferro si presenta in casa dello zio, apre la porta della stanza superiore, si trova davanti delle persone che si presentano a lui, come? Non si presentano nemmeno, e comunque adoprano tra di loro il nome "Mimmo", si chiamano tutti "Mimmo".
Perché lo fanno? Per una evidente ragione di sicurezza personale. Sanno che hanno consegnato la loro fisionomia a Ferro, però sanno anche che, un minimo di prudenza, comporta che arrivare a proferire il proprio nome, se non addirittura qualche cosa di più, contraddica ad una esigenza di sicurezza.
Ecco, questo è, in rapporto al problema della sicurezza, il comportamento degli esecutori; altro è, in relazione al problema della sicurezza, l'iniziativa di chi? Di quelli che me ne confermo attraverso questa, l'approfondimento di questo aspetto del processo, non sono degli esecutori, sono degli organizzatori.
Chi dispone del livello di sicurezza di una operazione come una strage, non è l'esecutore.
Calabrò non ha bisogno di chiedere a nessuno l'autorizzazione - abbiamo visto come si sono svolti i fatti - per stabilire che Ferro prenda senz'altro e si presenti a Firenze allorché ci saranno determinate persone. Non ha bisogno di andare a chiedere l'autorizzazione a qualcuno.
La razione di Calabrò, come loro vedono, ad ogni fatto nuovo che si verifica strada facendo, a partire da quando Vincenzo inizialmente riferirà che lo zio, tutto sommato, non era propriamente dell'idea di accoglier delle persone, la reazione di Calabrò è immediata.
Questo che, tutte le iniziative che prende Calabrò sul piano della sicurezza, della strage di via Georgofili, sono coerenti sia verso il basso, sia verso l'alto. Verso il basso, verso gli esecutori, e l'ho detto un attimo fa; ma anche verso l'alto.
Guardino che, quando vi è l'incontro a valle di quella situazione di impasse verificatasi in quanto Messana, appunto, aveva rimandato indietro delle persone, Calabrò non procura che a Ferro venga data - Ferro padre, questa volta - venga data una qualche spiegazione in separata sede da Matteo o da chi altri. É Calabrò stesso che, nei confronti di Ferro, manifesta che ciò che si va facendo, lo si va facendo in ragione di quanto hanno stabilito Bagarella e Messina Denaro.
Anche sotto questo profilo loro vedono che Calabrò ha, anche perché è il reggente del mandamento - lo è stato fino a che Ferro non è tornato a casa dal carcere di Messina -, lo fa perché è sostanzialmente quello che costituzionalmente deve sostituire Ferro e tutte le iniziative che Ferro non possa prendere per una o per un'altra ragione; lo fa perché è il capo della famiglia di Castellammare.
Questi sono tutti dati relativamente ininfluenti. Lo fa perché lo può fare. Lo fa perché è investito di una responsabilità per la quale può anche dosare, a seconda delle necessità, gli interventi sul piano della sicurezza e, se del caso, anche fare i nomi delle persone che sono quelle alle quali l'iniziativa, sul piano deliberativo, deve essere riferita.
Ecco, fatto questo excursus, nella direzione quindi di un problema tutto diverso da quello dei telefoni, anche se da lì sono partito, che altro voglio segnalare alla Corte, vorrei segnalare alla Corte relativamente a questi tabulati? Non molte cose, per la verità.
Voglio richiamare, anche se la Corte probabilmente è in grado... ma insomma, un minimo di scrupolo il Pubblico Ministero lo deve avere, sennò è inutile che abbia ricostrui... cercato di ricostruire con tanta attenzione una indagine, se poi deve far giustizia su tutti gli aspetti di dettaglio, nella convinzione che la Corte è in grado di controllarli meglio di quanto non possa fare il Pubblico Ministero.
Un dato volevo segnalare.
PRESIDENTE: Meglio, sicuramente no.
PUBBLICO MINISTERO: Sicuramente meglio, Presidente. Anche per ragioni numeriche. Voi siete in tanti, noi siamo due e basta.
Un dato, volevo segnalare: il contatto che intercorre tra l'utenza cellulare nella disponibilità di Scarano l'11 di maggio del '93 e l'utenza fissa del centro commerciale Le Torri.
Il dottor Nicolosi spiegava come, alle dichiarazioni di Scarano, si debba - perché è la verità - si debba questo cambiamento radicale di prospettiva sulle modalità e anche sui riferimenti topografici della strage di via Fauro.
Ecco, le dichiarazioni di Scarano hanno quel riscontro che hanno, da ciò che è stato rinvenuto nello stanzone di via Parasacchi.
Non dimentichino, non dimentichino che sono presidiate da un dato ancor meno controllabile - ammesso che qualcuno abbia controllato e orientato qualche cosa nel processo - da un dato meno controllabile, perché è un dato nella disponibilità delle memorie magnetiche della ex Telecom, della ex SIP, costituito dal contatto telefonico che c'è tra il cellulare di Scarano e l'utenza fissa che poi è quella dell'ufficio del signor Massimino al centro commerciale Le Torri. Contatto dell'11 maggio del 1993, mai preceduto da altri contatti di sorta.
Per modo che, analogamente a quello che si diceva per la situazione pratese del 25 e 26 maggio, anche in relazione a questo contatto telefonico vi è evidentemente da supporre che ci sia stato una ragione contingente per la quale, diversamente da come era successo in tutto il periodo precedente di esistenza e del cellulare e dell'utenza fissa, Scarano si era trovato nella necessità di contattare quella certa utenza evidentemente per contattare chi stava all'altro capo del filo.
Situazione contingente che noi abbiamo poi chiarita dalle dichiarazioni di Scarano.
Così come, utilizzando sempre lo stesso criterio, io ritengo che estremamente significativo non sia solamente il fatto che vi sono stati quei contatti telefonici del giorno 13 maggio a sera tra l'utenza cellulare nella disponibilità di Scarano e l'utenza cellulare intestata a Benigno Salvatore.
Ciò che è importante è prendere in esame il comportamento complessivo di questo cellulare.
Loro sanno che è stato attivato pochissimi giorni prima, perché il contratto risale a cinque o sei giorni prima della data del... mi pare sia il 7 di luglio, ora non lo ricordo. Loro hanno anche il contratto tra i documenti prodotti dal Pubblico Ministero.
Ecco, la vita di questo cellulare, nei periodi immediatamente precedenti, questo duplice contatto della sera del 13 maggio del '93, è una vita scheletrica. Nel senso che vi è un contatto telefonico in uscita da questo cellulare il 9 maggio del '93. Vi sono tre giorni di silenzio del cellulare. E il cellulare si attiva nuovamente il 12 maggio del 93 in un territorio... Mi fermo qui, perché dovrei richiamarvi tutta la precisazione data dall'ingegner Staiano su questo punto, per attivarsi in data 12 maggio del '93 con una telefonata che è stata fatta da una certa località ed è indirizzata ad un'altra certa località.
Nella giornata successiva, questo cellulare non viene attivato per effettuare alcuna chiamata; bensì, nell'intera giornata successiva riceve due sole telefonate che sono quelle due indicate - controllo la mia affermazione, ma mi pare di essere sicuro - che sono esattamente quelle due. Poi sono tre. Ma sono due quelle sulle quali, in particolare, vorrei richiamare la loro attenzione.
Quelle tre telefonate che provengono dal cellulare intestato alla signora Tusa Silvia.
Allora dove sta l'aspetto interessante di questo... nella vita di questo cellulare? Che questo cellulare, comprato quando è stato comprato, viene gestito, viene gestito, viene utilizzato con una avarizia - non in termini patrimoniali - quasi unica. Una sola telefonata il giorno 9, una sola telefonata il giorno 12. Perché questo telefono faccia ancora telefonate bisogna aspettare il giorno 15.
Il giorno 15 ne farà un paio, ne farà tre il giorno 17. Ma dal giorno 9 al giorno 15, questo cellulare fa una sola telefonata, una sola, il giorno 12. E basta.
Allora si deve pensare, sia in ragione della sua telefonata che fa, sia in ragione delle sole telefonate che riceve, che si sia determinata in quella particolare situazione di tempo una qualche contingenza particolare per la quale il cellulare, anziché rimanere inutilizzato, è utilizzato sia per ricevere, sia per chiamare.
Situazione che è sicuramente contingente, ma deve anche ruotare intorno a due elementi, perché sono gli unici che contrassegnano l'utilizzo del cellulare nel giorno 12 e nel giorno 13.
Il primo è che il cellulare è attivo su Roma; la seconda è che il cellulare riceve da un cellulare che è romano.
Allora questa contingenza noi siamo, se non appiattiamo il significato dei dati di fatto di cui disponiamo, questa contingenza si articola e su Roma e sui personaggi, il personaggio in particolare che è colui dal telefono del quale partono le uniche telefonate che raggiungono il cellulare in questione.
Ancora - e completo il dato - due le telefonate fondamentalmente che interessano: quelle della serata del 13 maggio, quelle ricevute. L'orario delle telefonate.
Anche qui, anche qui bisogna provare a vedere se, come io ritengo, i fatti ci sanno dire qualcosa. Ovvero, se i fatti sono utili, neutri, convinto come sono che, di regola, i messaggi, le chiarificazioni, quelle sulle quali si può stare più sicuri di non essere messi, condotti in un errore da una interpretazione, o da una soggettivizzazione, sono quelli che vengono dai fatti.
Allora, per l'appunto queste telefonate del giorno 13 sono: una, delle 20.28 e poi le due in successione delle 21.41 e delle 21.44.
Proviamo a ragionare con lo stesso criterio di prima. Vi è da pensare che vi sia una situazione contingente per la quale, la ragione di tenere il contatto telefonico si va a concretizzare in quel momento. Perché sono tre contatti consecutivi in capo a poco più di un'ora: dalle 20.28 alle 21.44.
É quello il momento in cui c'è ragione evidentemente di tenere questi contatti.
Stabilito che sono, alla luce anche di tutto quello che denunziano questi tabulati, contatti isolati nel corso dei mesi, nel corso degli anni.
Allora, rispetto ad un nulla di comunicazione abbiamo un eccesso di comunicazione, una concentrazione di comunicazione, per l'appunto in un orario che è, che si sviluppa dalle 20.28 alle 21.44.
Qual è la situazione contingente, che suscita la necessità di tenere contatti in quel momento? Certo, è l'ora in cui si va a cena, è l'ora in cui, se uno cena presto, prende, esce per andare a prendersi il caffè al bar, è l'ora del gelato e di quant'altro si voglia.
Questo lo potremmo dire potremmo rimanere su questo dubbio se non avessimo, se non avessimo una fonte di conoscenza che non può mettere a controllo quello che c'è scritto in questi fogliolini; che non può mettere sotto controllo quello che c'è nelle memorie magnetiche della SIP.
Questa fonte di conoscenza loro sanno chi è. Questo è esattamente l'orario all'interno del quale va a compimento infruttuosamente il primo tentativo di compiere l'attentato a Costanzo.
E allora, a questo punto, mi sento abilitato, senza forzare in alcun modo i dati del processo, a dire che, essendo queste persone in azione sul territorio, hanno avuto la necessità di mantenere, mantenere, i contatti; di tenere i cellulari accesi come fa un qualsiasi cittadino quando deve avere comunicazioni con una persona, primo. Secondo, dispone di un cellulare; terzo, non si ha la possibilità di parlare a quattr'occhi, tiene il cellulare acceso.
É quello che hanno fatto in questo caso con le comunicazioni che sono passate dal cellulare di Scarano nelle mani di chi non o so, sarà qualcuno di quelli che era a fare l'attentato assieme a lui e assieme a Benigno. E c'è stato necessità di comunicare qualche cosa prima, c'è stato la necessità di fare due comunicazioni ravvicinatissime, subito dopo il fallimento dell'attentato.
Ecco le chiamate delle 21.41 e delle 21.44. Per ricoordinare gli spostamenti, per ricoordinare quindi... per rimettere i cocci si direbbe alla fiorentina, per rimettere insieme i cocci di questa operazione che era andata male.
Ormai che ho fatto queste considerazioni per questo cellulare, lasciatemela raccontare tutta la storia del cellulare Benigno. Ma è una storia brevissima per le possibilità - lo dico senza polemica, ci mancherebbe altro! - per le possibilità espositive che mi posso concedere.
Loro hanno presenti... Io credo che quando il maresciallo Cappottella ha fatto una certa illustrazione e vi ha parlato dei contatti con una serie di cellulari, questi dati siano nella vostra disponibilità, nella vostra conoscenza per poterli poi, ciascuno di questi, collocare al punto giusto quando voi scriverete la vostra sentenza: il cellulare di Lo Nigro, il cellulare di Pizzo.
E poi, quel cellulare in parte misterioso - ecco, mi soffermo solo un secondo su questo - il cellulare La Lia Giovanni, che è un cellulare cerniera, se il dato non fosse stato rappresentato al meglio, appunto, queste due parole. É un cellulare cerniera perché sta tra il cellulare Benigno, il cellulare Taormina e il cellulare Spatuzza.
Loro sanno il cellulare Taormina che cosa voglia dire: è il cellulare intestato a Taormina Costantino che è parente di Spatuzza. Parente, un cugino della moglie. É nella disponibilità dei fratelli Graviano al momento del loro arresto.
Eh, voglio dire, questo dato la Corte non lo dimenticherà certo.
I signori Graviano fanno la loro latitanza in condizioni di, per sicurezza, hanno un cellulare. E il cellulare da dove viene? Viene dall'entourage familiare di Spatuzza: è di Taormina Costantino.
Il cellulare di Taormina Costantino, come se fosse una specie di costellazione, ha contatti ripetuti - io qui non li richiamo, non li descrivo - con questo cellulare La Lia, che è come al centro di una costellazione nella quale si muovono coordinatamente quello di Spatuzza, quello di Benigno e, appunto, quello di Taormina Costantino.
Questi mi sembravano i dati utili ad essere richiamati, visto che siamo passati, abbiamo dovuto percorrere, in parte almeno, la vicenda del cellulare intestato a Benigno Salvatore.
Per quanto riguarda infine... Sto ulteriormente limando sul mio programma espositivo, perché il dottor Nicolosi deve finire un certo discorso in mattinata. E, per poterlo finire, calcolando che è mezzogiorno e mezzo, bisogna che mi affretti a restituirgli la parola.
Ecco, volevo, pur limando, però non esimermi da alcune considerazioni sul cellulare intestato a Spatuzza Gaspare.
In questo modo passo anche il testimone, perché porto, porto questo discorso più avanti nel tempo. Cioè dal 27 di maggio lo porto in un periodo successivo.
Questo cellulare, come loro sanno, è di vita estremamente singolare perché, dopo un periodo prolungatissimo di silenzio, si attiva nelle circostanze di tempo che loro conoscono.
Ecco, non si può, o meglio, si può lo stesso, ma l'operazione è antieconomica, affrontare la ricostruzione di ciò che avviene nella notte tra il 27 ed il 28 di luglio, se non ci si ricorda che, strada facendo, mentre ci avviciniamo verso questa data, il cellulare di Gaspare Spatuzza, che è un cellulare stanziale. Stanziale nel senso che si muove solamente in concomitanza o delle fasi esecutive, o delle fasi preesecutive dei fatti di strage del 1993.
Ma vediamo che poi, nel 1994, si verifica una situazione analoga, quando Spatuzza disporrà del cellulare non più di quello intestato a lui, ma di quello intestato alla moglie.
Ecco, gli spostamenti del cellulare di Spatuzza del 16 di luglio del 22 di luglio e dei giorni immediatamente successivi, fino ad arrivare ad una certa qual significativa presenza del cellulare, proprio il 27 di luglio e poi ancora il 28 di luglio a Roma, il primo giorno; in territorio, genericamente chiamiamolo napoletano, il giorno successivo.
Ecco, io ho richiamato semplicemente questi dati senza soffermarmi nemmeno per un attimo: primo, su tutti gli elementi che dimostrano che questi cellulari sono stati effettivamente nelle mani di queste persone. É tutta quella complessa ricostruzione che abbiamo fatto col maresciallo Cappottella per ricostruire quello che si potrebbe chiamare il circuito familiare lavorativo di riferimento ordinario: quando di Carra, quando di Scarano, quando dello stesso Spatuzza.
Questi son tutti criteri, o parametri di analisi del tabulato, del singolo tabulato che, se la Corte le condivide, potrà anche metterli a frutto, impiegarli utilmente perché i tabulati, per come li abbiamo fatti analizzare all'ufficiale di Polizia Giudiziaria, sono a questo punto espliciti anche su tutti i numeri, su tutti gli intestatari, per essere più precisi, dell'utenze chiamanti o chiamate, a seconda dei casi.
Questo vale sia per il 26 di maggio, così come vale per il 16 di luglio, così come vale per il 22, il 23, il 27 di luglio. E così come varrà anche in prosieguo.
Passo la parola al dottor Nicolosi, dopo aver fatto un bilancio però. Abbiamo preso in esame due episodi di strage, concentrando la nostra attenzione su due aspetti dei fatti di strage: vale per l'uno e vale per l'altro. Quello che abbiamo chiamato il momento organizzativo, quello che abbiamo chiamato il momento esecutivo.
Il dottor Nicolosi vi ricordava che vi è coincidenza di chiamata in correità per quanto riguarda gli esecutori relativamente alla strage di via dei Georgofili, tra le dichiarazioni di Carra e le dichiarazioni di Vincenzo Ferro. Loro sicuramente hanno sovrapposto questa realtà, che proviene dalla combinata lettura di queste dichiarazioni, a questo punto convincente, garantita da una serie di elementi di convalida. Loro hanno sovrapposto questa situazione a quella verificatasi in via Fauro.
E hanno anche gli elementi per poter dire che l'elemento in più del quadro esecutivo, rappresentato da Benigno Salvatore, è - nemmeno a farlo a posta - proprio colui che, in ragione della disponibilità di un cellulare - ha costruito da solo quello che noi oggi chiamiamo, con termine tradizionale che non mi piace per niente, il famoso riscontro oggettivo.
Ma a prescindere da questo, a prescindere dal fatto che quindi vi sono chiamate in correità che, anche se guardano a fatti diversi però collimano, però concordano, però si sovrappongono, quindi si valorizzano, le chiamate in correità di Ferro Vincenzo e di Carra per l'attentato di via dei Georgofili, convalida la chiamata in correità di Scarano per via Fauro. In quanto - pensiamo a questo punto di averlo già dimostrato, non noi, le fonti di prova ovviamente - in quanto si sia pervenuti a certezza sul fatto che si tratta di azioni criminali, condotte deliberate e gestite in una visione unitaria.
Allora limitiamoci a sottolineare il fatto che comincia a delinearsi - e sarà così anche per gli episodi di strage successivi - quella che si può definire... io c'ho un po' il vizio della definizione, ma credo che la definizione se poi si spieghi aiuta a capire. Quella che io chiamo, che noi chiamiamo la stabilità del quadro esecutivo. Anche questo a dimostrazione che Cosa Nostra in questa "campagna di stragi", ma lo ha fatto anche, come loro avranno ormai appreso, anche nelle azioni criminali diverse, anche in quelle palermitane, anche quando si trattava semplicemente di fare gli omicidi e l'avverbio "semplicemente" mi costa; si è regolata con moduli che sono sempre gli stessi.
Qui abbiamo un quadro esecutivo permanentemente utilizzato, così come era permanentemente utilizzato il quadro esecutivo della "camera della morte". Là ci hanno messo più tempo per fare più morti; qui c'hanno messo un po' meno tempo per fare un minor numero di morti, ma erano sempre le stesse persone.
La stabilità del quadro esecutivo.
La stabilità quindi di quel gruppo di persone, delle quali nessuna uomo d'onore all'epoca, alle dipendenze dei loro superiori, che sono i mandatari di esecuzione del programma criminoso e che, in ragione degli incarichi ricevuti, si sono occupati della esecuzione materiale delle stragi qui, come si sono occupati ripetute volte dell'esecuzione materiale degli omicidi a Palermo.
E restituisco quindi il problema, il compito oneroso al dottor Nicolosi.
PUBBLICO MINISTERO: Ecco, riprendo la mia esposizione. Dato che siamo diciamo in epoca fine maggio 1993, riprendo semplicemente un punto relativamente alle problematiche che avevo accennato per Grigoli, cui erano contestati i fatti di via Fauro e di via Georgofili.
Ha appena detto il dottor Chelazzi che c'è una stabilità di un quadro esecutivo e quindi ci riferiamo ovviamente finora a quelle persone che son comparse sulla scena in via Fauro e poi a Firenze e alla medesima fascia appartiene sicuramente Salvatore Grigoli. Posto che non appartiene a quella fascia intermedia, di quelli che abbiamo chiamato i mandatari, fiduciari, quelle persone nelle cui mani era stata affidata la realizzazione della concreta "campagna di stragi".
Bisogna dire che Salvatore Grigoli non lo troviamo in via Fauro. Non lo troviamo in via Georgofili. Sappiamo però quello che in quel periodo Salvatore Grigoli ha fatto in quel di Palermo a metà strada, o un po' qui e un po' là, tra vicolo Guarnaschelli, deposito del Corso dei Mille Guarnaschelli 1419/d e la casetta rustica di Mangano.
Ho già detto ieri che nella incertezza dei ricordi, sotto il profilo cronologico-temporale, di Salvatore Grigoli, dobbiamo necessariamente fare riferimento a quello che è stato il suo punto di riferimento: l'attentato incendiario alla vettura del costruttore Ventura.
Grigoli ci ha spiegato che successivamente a questa epoca lui ha materialmente partecipato ad operazioni di manipolazione dell'esplosivo.
Bene, questa implicazione di ordine materiale, Salvatore Grigoli non è, non era all'epoca, non lo è mai stato nemmeno in epoca successiva un uomo d'onore, è un appartenente a questo quadro esecutivo. Diventerà stabilmente inserito nel quadro esecutivo a partire da una certa epoca, certamente nel compimento di operazioni materiali in epoca successiva al 23 maggio del 1993. Ne possiamo trarre immediatamente due conclusioni: in relazione al fatto di via Fauro che gli viene contestato, non... sicuramente Salvatore Grigoli non ha titoli di responsabilità. Sarebbe incerto se, posto che l'esplosivo sappiamo con sicurezza che è partito da Palermo sull'automezzo del Carra il giorno... Carra si imbarca il giorno 24 maggio, arriverà a Livorno il 25. L'attentato alla vettura di Ventura è del giorno 23 maggio.
Se Salvatore Grigoli effettivamente lo stesso giorno 23 o il 24 abbia partecipato a confezionare, a mettere le mani in senso materiale, per come lui ha spiegato, nell'esplosivo che poi verrà impiegato a Firenze, è dato che secondo noi rimane assolutamente incerto, è forse molto più probabile che non l'abbia fatto, che l'abbia fatto.
Quindi le conclusioni, anche in relazione all'attentato di via Georgofili, per Salvatore Grigoli, mi sembrano evidenti. Non può affermarsi la sua responsabilità in relazione all'attentato e ai delitti commessi di via... eseguiti a Firenze il 27 maggio.
Sulle operazioni compiute da Salvatori Grigoli e su quanto avviene successivamente al 27 maggio - quindi mi riferisco in particolare agli attentati del 27-28 luglio a Roma e Milano - direi che un elementi centrale, determinante sotto il profilo logistico, ha sicuramente avuto il famoso appartamento di via Dire Daua. E, ne abbiamo già accennato ieri quando abbiamo preso in esame le posizioni di Cannella e di Giacalone in funzione del loro particolare ruolo, in funzione del fatto che questo appartamento era richiesto per un tempo indeterminato, al contrario dell'appoggio fiorentino. Ieri ne abbiamo già parlato per dire che la campagna era, per così dire, stata rimessa nelle mani anche di Cannella e Giacalone.
Vediamo allora in concreto quando troviamo le tracce della disponibilità di questo appartamento in mano a Scarano e conseguentemente al Giacalone e di nuovo a Spatuzza, Lo Nigro, Giuliano e Benigno.
La richiesta dell'appartamento è fatta sicuramente, secondo il racconto di Scarano, a Palermo già prima dell'esecuzione dell'attentato di via Fauro. La richiesta dell'appartamento verrà ribadita a Roma nel momento in cui inizieranno le frequentazioni, gli incontri, i rapporti tra Giacalone e Scarano.
Questo è il ricordo di Scarano. Scarano dirà che l'appartamento, la disponibilità concreta dell'appartamento dirà: 'l'avrò subito dopo via Fauro. Ci sarà una fase temporale che servirà per attrezzare nella dovuta maniera questo appartamento'.
Questo è il contributo di conoscenza che ci dà Scarano.
Sull'appartamento di via Dire Daua abbiamo fatto una ricostruzione la più dettagliata possibile in dibattimento. Purtroppo non abbiamo, perché contratti, quindi documenti non ne erano intercorsi tra la signora Ruiz e il signor Bizzoni, quindi ci siamo dovuti affidare, sia nelle indagini e poi naturalmente in dibattimento, a ricostruire attraverso i loro ricordi esattamente le epoche.
Lo dico in estrema sintesi. Sappiamo che sicuramente l'appartamento verrà affittato a Bizzoni dalla signora Ruiz dopo il 19 febbraio del '93. Data in cui il precedente proprietario, il signor, dottor Di Pietro Antonio, ha lasciato l'appartamento.
Sappiamo con altrettanta certezza che gli assegni, le prime tracce del pagamento di questo mensile per l'appartamento di via Dire Daua risale all'aprile. Quindi è da parte del Bizzoni certa la disponibilità diciamo tra la fine di aprile e i primi di maggio. A maggio sicuramente Bizzoni ha l'appartamento, già ha le chiavi dell'appartamento e deve essere sicuramente una disponibilità conseguita da poco per i motivi che vi ho spiegato: gli assegni datano - li abbiamo anche prodotti - datano all'aprile del '93.
Vi è un ulteriore contributo che ci deriva questa volta dalle dichiarazioni di Bizzoni. Che non riuscirà a esser precisissimo nella data, ma dirà che la richiesta di Scarano - e sappiamo che Scarano si rivolge a Bizzoni posto che riferirà dell'incontro avvenuto a casa sua fra Scarano, Bizzoni e Giacalone - dirà che, e contestualizzerà il fatto che Scarano gli chieda l'appartamento per ospitarvi i suoi nipoti, così dirà Bizzoni delle persone che ha conosciuto, e cade nel periodo in cui la sua compagna dell'epoca, la signora De Folchi, era stata licenziata. E dirà che il licenziamento della signora De Folchi è del giorno 10 maggio 1993.
Peraltro, la signora Cantale Simonetta, il cui rapporto con Scarano è stato documentato in aula, l'hanno dichiarato: Scarano e la Cantale si frequentavano, si erano conosciuti qualche anno prima, Scarano frequentava anche l'abitazione della signora Cantale. Anche la Cantale collocherà la sua prima visita, o le sue prime visite nell'appartamento di via Dire Daua per l'appunto in quel lasso di tempo.
Si può dire quindi, direi con certezza, che a maggio del 1993 Scarano, e conseguentemente Giacalone - perché è a Giacalone che verranno affidate le chiavi dell'appartamento - il gruppo che deve eseguire le altre stragi ha la disponibilità dell'appartamento di via Dire Daua.
Bizzoni dirà qualcosa di più. Dirà che conoscerà proprio in quel lasso di tempo... ora non sappiamo se Scarano l'ha presentato l'11, il 12, il 13 maggio. Sappiamo che sicuramente le persone che citerà Bizzoni erano a Roma. Non sappiamo se questa presentazione è avvenuta in quei giorni mentre queste persone erano lì per eseguire l'attentato di via Fauro, ovvero che tale conoscenza sia avvenuta in epoca immediatamente successiva. Ai fini della ricostruzione di carattere probatorio che intendiamo fare, penso che il problema sposti di poco.
Il dato certo, sicuro è che quelle stesse persone vengono presentate a Bizzoni. Una la chiamerà, dice: 'sapevo che lo chiamavano "u' picciriddu"', cioè Salvatore Benigno, come poi dirà lo stesso Bizzoni. La conosce di Bizzoni con queste persone quindi è direi certa.
Completerei i riferimenti sull'appartamento dando due altri parametri, che ci servono a capire tutto ciò che è avvenuto nella esecuzione della "campagna di stragi" e del conseguente apporto di tipo logistico che Scarano ha fornito a Roma.
Non vi erano limiti temporali alla disponibilità di questo appartamento. Tanto è vero che Scarano ci ha riferito che l'appartamento di via Dire Daua è stato utilizzato dagli attentatori, in quel caso le quattro persone... come vedete simmetricamente è un po' come avviene per gli altri uomini interfaccia, o per i mandatari, i fiduciari, eccetera. Anche in questo caso scomparirà la figura di Giacalone.
I quattro esecutori materiali, non uomini d'onore, i quattro componenti di quel gruppo che è stabilmente inserito a livello esecutivo nei fatti: Spatuzza, Benigno, Lo Nigro, Giuliano. Si ripresenteranno a Roma e lì opereranno utilizzando l'appartamento di via Dire Daua.
Quindi è certo, e Scarano contrappunterà la sua ricostruzione di quel periodo, quindi che va dal maggio fino ad attentati del 27 luglio eseguiti, dicendo: 'sono venuti moltissime volte. Loro avevano le chiavi, ci sono stati delle volte in cui li ho visti. Può darsi che siano venuti anche quando io non c'ero'.
Ma siccome stiamo parlando dell'appartamento di via Dire Daua, diciamo quello che accadrà successivamente. Sappiamo che fino al 27 luglio hanno, anche nella notte tra il 27 e il 28 luglio hanno utilizzato questo appartamento. Sappiamo, per concorde dichiarazioni di Scarano e poi di Bizzoni, che queste stesse persone si ripresenteranno ad agosto e troveranno l'appartamento, loro diranno: 'non siamo potuti entrare perché la chiave non funzionava', c'era stato un fatto che aveva determinato l'impossibilità di entrare nell'appartamento.
Abbiamo... Se loro vanno a riesaminare attentamente, come faranno, le dichiarazioni dei testimoni che hanno avuto a che fare con questo appartamento - in particolare la signora Ruiz, il figliolo Casini, lo stesso Bizzoni - apparirà un dato certo: perlomeno nessuno di loro ha riferito di un cambio della serratura. Bizzoni è stato incerto, ma più portato ad escluderlo.
Il dato certo qual è? Che ci viene in questo caso da Bizzoni. Che in quella fascia temporale, quindi Bizzoni dirà: 'quando torno dalle vacanze', ha cambiato compagna, era con la signora Bucci. Fino a quel momento l'appartamento è stato praticamente nella disponibilità esclusiva di Giacalone e company. Dirà che da quel momento in poi Bizzoni si riapproprierà dell'appartamento.
C'è un qui novi che quindi legittima perfettamente il fatto che Scarano si vede, per così dire, arrivare in casa i quattro, chiamiamoli dell'Ave Maria perché è un'espressione che mi aiuta a, come dire, indicarli in un colpo solo e per l'appunto gli diranno in buona sostanza che non son potuti entrare... sta di fatto che l'appartamento aveva avuto una inversione di possesso.
E che ci sia stata effettivamente un'inversione di possesso, nel senso che ciò che si vedrà all'interno dell'appartamento ce lo dirà il figliolo della signora Ruiz che farà una visita, direi abusiva, nell'appartamento verso la fine del 1993, a ottobre, novembre, non sappiamo esattamente quando, comunque nel periodo in cui il signor Bizzoni non pagava regolarmente l'affitto e dirà: 'sono entrato dentro e ho visto la vestaglia rosa, le riviste femminili', tutti oggetti difficilmente compatibili con il signor Spatuzza, Lo Nigro, eccetera.
Mi fermo a questo punto perché poi dalla indisponibilità dell'appartamento di via Dire Daua nascerà - secondo il racconto di Scarano, secondo il racconto di Bizzoni e secondo quanto poi ci verrà a riferire Salvatore Grigoli - la disponibilità, direi immediata successione dell'appartamento di Largo Giulio Capitolino.
Qual è la conclusione che possiamo trarre da questa ricostruzione? Che il gruppo aveva bisogno e riteneva di averlo effettivamente trovato, di un appoggio stabile per una durata prolungata nel tempo, appoggio che evidentemente non poteva esser costituito dalla abitazione di Scarano.
Due, l'abbiamo già detto ieri, ma le cose importanti è bene ridirle: ricordiamoci che questo appoggio prolungato nel tempo, questa disponibilità era già servita nei primi giorni del giugno '93 per eseguire i primi sopralluoghi allo Stadio Olimpico, in vista della preparazione di quell'attentato.
Ma siccome l'appartamento di via Dire Daua è certamente servito per il compimento, per la buona riuscita degli attentati di Roma del 27 luglio, passiamo in rassegna gli elementi che ci provengono, da Scarano prima e dalle altre persone che hanno dato il loro contributo conoscitivo su questo segmento, per vedere come siamo riusciti a ricostruire quello che è accaduto a Roma il 27 luglio del '93.
É evidente che il perno delle dichiarazioni di Scarano passa attraverso... che il perno delle dichiarazioni di Scarano, diciamo, passa attraverso una gestione di questo gruppo di persone che ormai sono note a lui. Scarano dirà che, una volta che, come dire, gli avevano preso la mano, per così dire, gli avevano ormai... Scarano era, come dire, inserito in questo programma in maniera irreversibile.
Faranno i primi sopralluoghi, dirà Scarano, nel periodo estivo della festa di Trastevere, la famosa festa di "Noantri".
Ricorderete che Scarano ha illustrato il tragitto che aveva fatto insieme a Lo Nigro e a Giuliano, per visionare i luoghi dove poi esattamente sono avvenuti gli attentati.
Ricorderete che, in relazione a un certo punto dei sopralluoghi che avevano fatto, si era posto il problema... si erano posti - Lo Nigro e lo stesso Giuliano - il problema che in un certo punto di via dei Cerchi, lì nella zona che era oggetto della loro osservazione... Scarano mi pare che usa sempre l'espressione per indicare che è la zona del Velabro, "il borgo vecchio". Dirà che c'era un problema di telecamere. Dirà dei tempi che venivano - dei tempi nel senso proprio cronologico - che venivano misurati tra "il borgo vecchio", ovvero San Giorgio al Velabro e la chiesa di San Giovanni. E Scarano ha detto che dovevano calcolare effettivamente questa distanza per commisurare, diciamo così, il quantitativo, il metraggio della miccia che doveva essere impiegata. Evidentemente per far sì che le due esplosioni avvenissero in contemporanea.
Ha riferito anche Scarano dell'arrivo dell'esplosivo a Roma. Ha riferito puntualmente del fatto che era stato Carra a portare l'esplosivo; che era stato Carra a portarlo nel cortile di via Ostiense; che era stato Carra ad abbattere il cancello nel momento in cui aveva fatto la manovra per effettuare lo scarico.
Il racconto di Scarano trova il suo pendant, ancora una volta, nelle dichiarazioni di Carra. E sappiamo come, nell'aula Carra è stato preciso nel dire come era arrivato a Roma, come era stato condotto, dalle altre persone che erano presenti su Roma, nel cortile di via Ostiense. Avete appreso in aula, ma il Pubblico Ministero ovviamente lo aveva appreso dallo stesso Carra nel momento in cui Carra, nella prima decade di settembre allorché aveva iniziato a rendere le sue dichiarazioni, condurrà il Pubblico Ministero esattamente nel cortile di via Ostiense dove diceva di avere operato questo scarico. C'è stata quell'ampia illustrazione anche in aula del materiale documentale-fotografico relativo allo scarico.
Dall'altra parte abbiamo avuto, sempre in relazione al fatto che nel cortile di via Ostiense era stato depositato il materiale, le famose balle di esplosivo, abbiamo avuto i contributi che in realtà erano stati forniti, sin dal maggio del 1994, dal Di Natale e dal suo entourage familiare: dal figliolo, dal Pietro Siclari, dal nipote Maniscalco Umberto.
Qui veramente, la convergenza, in relazione all'utilizzo del cortile di via Ostiense, è precisissima.
Possiamo dire oggi che ciascuno dei dichiaranti... ricordate, c'era stato un problema di... Che probabilmente è dovuto al ricordo, più o meno preciso, di taluno dei dichiaranti, se l'esplosivo era arrivato prima dell'hashish nel cortile di via Ostiense, ovvero se era avvenuto esattamente all'incontrario.
Un dato è pacifico, ovvero ancora - scusate - se l'esplosivo era arrivato prima che Maniscalco Umberto fosse posto agli arresti domiciliari, ovvero in epoca successiva.
Sappiamo che Maniscalco Umberto arriva, per così dire, a casa, agli arresti domiciliari il giorno 7 luglio del 1993; peraltro era stato arrestato - ce lo ha riferito il colonnello Pancrazi - il giorno 5 maggio dello stesso anno.
Qual è il dato certo che sia Scarano che Di Natale hanno riferito concordemente, di aver riallacciato i loro rapporti esattamente, essendosi casualmente incontrati nella sala colloqui del carcere di Rebbibbia, essendo la loro conoscenza risalente nel tempo - per motivi che non ha importanza qui, stare ad illustrare - ma sta di fatto che, per così dire, il contatto, il nuovo contatto tra Scarano e Di Natale, è sicuramente databile - per come ci ha riferito ancora una volta il colonnello Pancrazi - in un' epoca, cioè l'unica che poi risulta, il giorno in cui, per l'appunto, i due hanno fatto il colloquio insieme nel carcere di Rebbibbia; data che, per l'appunto, è quella del 2 giugno del 1993.
Questo dato dirime una serie di dubbi: se Maniscalco Umberto fosse agli arresti domiciliari nel momento in cui era arrivato l'esplosivo, se poteva essere l'hashish arrivato quando ancora Maniscalco Umberto era agli arresti domiciliari.
La data del colloquio e quindi della riattivazione dei contatti, è quella che vi ho appena riferito, e quindi anche le cronologie vanno molto a restringersi, perché la fascia temporale in cui Scarano e Di Natale hanno potuto riallacciare il loro rapporto, partendo dal deposito delle camere d'aria nel cortile di via Ostiense, è sicuramente collocabile in epoca, quindi successiva, a quella che vi ho appena indicato.
Sta di fatto che il racconto di Scarano, sul punto dell'arrivo dell'esplosivo nel cortile, sul fatto singolare che hanno riferito sia, e concordemente, il Di Natale ed il suo entourage che ne aveva appreso il fatto subito dopo - qualcuno lo aveva anche visto - dell'abbattimento del cancello, è un dato che risulta in maniera inequivoca in relazione al fatto che, effettivamente, abbiamo sentito in aula il signor Berto. Il quale ci ha riferito, per l'appunto, di avere eseguito questa riparazione, addirittura è stato lui anche preciso, nel senso di dire che l'altezza in cui la botta - mi pare che si è espresso in questi termini - al cancello, era stata l'altezza in cui era, quindi, stato procurata questa lesione al cancello, non era compatibile con un'autovettura, perché era molto in alto.
Scarano ci ha raccontato in dettaglio, quello dopo detto dei sopralluoghi, ci ha raccontato anche in dettaglio delle fasi che hanno preceduto la notte, chiamiamo così, la notte delle due esplosioni.
Ci ha riferito, in particolare, quello che lui, personalmente, avrebbe fatto accompagnando Cosimo Lo Nigro a rubare una delle autovetture.
Sul furto delle autovetture, poi torneremo, perché vedremo che ci saranno degli elementi importanti che dovremo mettere nella necessaria evidenza.
Dirà, quindi, come lo stesso giorno 27 - questo è il ricordo di Scarano - dirà:
"Io ho accompagnato Lo Nigro a rubare una macchina. Una delle macchine è stata rubata lo stesso giorno" - dice - "qualche ora prima che ci si allontanasse per compiere le loro azioni."
Del furto della terza macchina Scarano nulla dirà; dirà semplicemente che nel cortile di via Ostiense, effettivamente, queste macchine le ritroverà.
E su quanto è accaduto nel cortile di via Ostiense, il contributo di Scarano è, per così dire, stato completato da quanto abbiamo appreso da Siclari Pietro, da Maniscalco Umberto e dallo stesso Di Natale.
Dicevo, uno dei furti, secondo il racconto di Scarano, era stato fatto lo stesso giorno 27, ed effettivamente, se andiamo a rivedere quello che ha riferito in aula il teste Cocchia - si tratta del proprietario di quella che Scarano chiamerà la macchina "d'appoggio", cioè l'autovettura con la quale, poi... che era stata utilizzata per accompagnare le altre due FIAT Uno e che poi viene abbandonata in un certo punto, che indicherò più avanti - effettivamente, dicevo, l'autovettura, la FIAT Uno del Cocchia viene asportata al suo proprietario. La zona in cui avviene il furto è prossima alla via Ostiense e quindi abbastanza... siamo in una zona molto vicina al luogo dove è il cortile famoso di Di Natale.
Il teste Cocchia ci ha riferito che il furto della sua autovettura avviene tra le 22.00 del giorno 27, e le 01.00 del giorno 28 - quindi, in una fascia temporale ristrettissima - lui sale a casa alle 22.00, poi alle 01.00, mi pare, è costretto a compiere una certa operazione, ridiscende di nuovo in strada, e non trova più la macchina.
Questo dato dell'immediatezza del furto lo ritroveremo, per così dire, nell'accertamento negativo che la Polizia Ferroviaria e gli agenti che erano intervenuti quando troveranno - ad attentati appena eseguiti - l'autovettura stessa, interpellando i terminali, l'auto non ancora risultava rubata.
Scarano ci descrive quello che avviene nel cortile di via Ostiense. Saprà che un'altra dell'autovetture era stata rubata da Giuliano e da Benigno, la cui presenza a Roma in quei giorni, Scarano aveva abbondantemente descritto. Ci ha detto che abitavano, i quattro occupavano, per l'appunto, l'appartamento di via Ostiense.
Scarano dirà quello che avviene all'interno del cortile, dirà delle due vetture che trova dentro, le altre... quindi, c'erano in tutto - Scarano dirà - tre auto; una di queste auto, dirà che rimane fuori, lui arriva sul posto con l'Audi.
Inutile stare a ripetere quello che vede Scarano: le balle di esplosivo che dal cortile vanno a finire nelle due bauliere.
Di Natale, per parte sua, dirà: "di due ne facevano una." Cioè a dire, descriverà le operazioni di compattamento dei due involucri di esplosivo.
Dirà ancora delle operazioni che, ancora una volta, compivano Benigno e Lo Nigro in relazione al posizionamento dei detonatori, descriverà questa operazione e dirà: "avevano un cacciavite lungo e facevano un buco".
Scarano vedrà queste operazioni, riferirà questi particolari, relativamente al fatto che i due involucri provenivano serrati con delle corde, le due, quindi... gli involucri che, precedentemente erano stati trasportati da Carra, quattro, due ciascuno verranno posizionate all'interno delle bauliere di queste due autovetture.
Dirà ancora Scarano come questi movimenti che si svolgono all'interno del cortile di via Ostiense, avverranno, per l'appunto, in una fascia temporale che Scarano indica tra le 21.30 e le 22.00 del giorno, per l'appunto, 27.
Ha riferito Scarano un particolare, nel senso che, mentre venivano compiute queste operazioni - poi ci sarà la partenza, il disimpegno dal cortile di via Ostiense - qualcuno, forse lo stesso Di Natale, aveva trovato un ombrellone ed una sedia a sdraio, e forse gli aveva chiesto il permesso, l'autorizzazione a trattenersi questi oggetti.
É un particolare che accantonerò, riprenderò quando descriverò il racconto di Siclari Pietro.
Partono dal cortile di via Ostiense - dirà Scarano - intorno alle 23.30, questo corteo di autovetture. Dirà che Benigno sarà a bordo della FIAT Uno, che Scarano chiama "d'appoggio" - sapremo che è l'autovettura quella rubata a Cocchia, perché poi l'auto verrà, per l'appunto, ritrovata - Scarano a bordo della sua Audi, Lo Nigro a bordo della Uno, che poi verrà abbandonata nel "borgo antico", cioè a San Giorgio a Velabro, Spatuzza e Giuliano con l'altra FIAT Uno che verrà lasciata in Piazza San Giovanni.
Si avviano in corteo e la prima autovettura che viene lasciata è quella, per l'appunto, lasciata nel luogo dove poi esploderà al Velabro, proseguono - Benigno, evidentemente, è salito a bordo delle altre auto - vanno in Piazza San Giovanni e Scarano attende insieme alla macchina, o meglio la macchina d'appoggio insieme... Scarano - scusate - da solo attende un po' più avanti, non appena vede uscire una macchina dalla Piazza San Giovanni - una sapremo che verrà lasciata, e lì esploderà - si avvia, avevano concordato evidentemente questo punto, si avviano verso il luogo.
Scarano non lo indicherà mai, lo individuerà col Pubblico Ministero questo luogo, che poi sappiamo essere quello della Stazione di San Lorenzo, ed indicherà esattamente il punto, il civico 7 - mi pare - dove ricordava di aver preso a bordo gli altri, e dove gli altri avevano abbandonato l'autovettura. E Scarano, nel suo racconto, riferirà due particolari: vettura lasciata con luci accese e frecce accese; Scarano dirà anche con le portiere aperte.
Prende a bordo i quattro e tornano verso casa.
Scarano riferisce immediatamente i commenti che sentirà in relazione alle operazioni. Scarano era con la sua macchina davanti, non ha visto, perché stava più avanti, quello che è accaduto in Piazza San Giovanni.
Sentirà che i commenti di Spatuzza... e darà due particolari. Dirà di una, chiamiamola, lamentela relativamente al fatto che l'autovettura non era stata posizionata così come doveva, e cioè con la bauliera rivolta verso l'edificio.
Punto secondo, dirà: "dicevano..." Era Spatuzza che giustificherà questo suo comportamento, dicendo: "Mah, c'erano dei furgoni, non potevo perdere tempo."
Dirà un terzo particolare e cioè che sentiva, che commentavano il fatto che Spatuzza nell'occasione, aveva acceso la miccia cinquanta metri prima - così dice Scarano - talché aveva dovuto compiere queste operazioni in tempi più rapidi di quelli che aveva preventivato.
Questo, direi nelle linee essenziali, il racconto di Scarano sulla esecuzione, riferirà poi, degli avvenimenti del successivo giorno 28.
Vediamo se questi passaggi del racconto di Scarano hanno trovato conferme più o meno significative ed importanti.
Vi ho detto già che Scarano ha con il Pubblico Ministero - qui in aula poi queste individuazioni di luoghi sono state, per così dire, replicate attraverso l'esibizione a Scarano del materiale fotografico - ha esattamente individuato tutti i luoghi; mah, certo era poco significativo individuare il luogo dove erano esplose le autobombe, ma in particolare il luogo dove era stata lasciata l'autovettura: Stazione Scalo di San Lorenzo.
Punto secondo: il dato perché è significativo e macroscopicamente significativo della veridicità del racconto di Scarano? Perché, appunto, come abbiamo dettagliatamente ricostruito in aula, è esattamente il punto, quello indicato da Scarano, in cui la notte tra il 27 ed il 28, diciamo nei primi minuti, nella prima mezz'ora del giorno 28, la signora che stava al piano di sopra vede questa macchina abbandonata con le frecce accese, tanto da richiamare la sua attenzione, tanto da far attirare l'attenzione anche di una pattuglia della Polizia. Ricordate, si era fermata, avevano interpellato... erano appena avvenute le esplosioni, avevano interpellato il terminale, per l'appunto, l'auto non risultava rubata.
Quegli agenti avevano fatto anche una serie di telefonate. Avevano preso l'elenco telefonico, avevano telefonato ad un Cocchia, omonimo del proprietario, il quale diceva di non aver mai avuto una FIAT Uno o che comunque nessuna auto era stata a lui rubata.
Il Cocchia vero, diciamo, i veri Chiocchia erano assenti dall'abitazione talché l'accertamento verrà completato solamente qualche tempo più avanti.
Quindi, il dato rappresentato da Scarano dell'abbandono dell'autovettura d'appoggio, effettivamente in quel punto che ha indicato già nelle fasi delle indagini preliminari, nel corso di quegli atti di individuazione, è un riscontro notevolissimo al racconto di Scarano. Punto secondo.
Altro riscontro di portata notevolissima al racconto di Scarano, è l'aver percepito da Spatuzza e company i commenti, in relazione al fatto che in Piazza San Giovanni l'auto, non tanto era stata lasciata alla presenza dei furgoni, e noi sappiamo quanto tempo abbiamo impiegato per esaminare i camperisti.
Vi ricordate, non erano nemmeno camperisti, erano gli appassionati di furgoni attrezzati in una certa maniera. Ricordate come tutti i testimoni che abbiamo sentito e non sono stati pochi, ne ricordo alcuni, ricordo i signori Bastianelli Ezio e Bastianelli Daniele, Simeone Nino e il signor Ruggeri e gli altri, questi sono i più significativi questi che ho indicato, come tutti - con le divergenze ovvie nella percezione di un fatto che avviene, che passa sotto i loro occhi, sul colore delle macchine che vedono - sono tutti concordi nel dire che arrivano due FIAT Uno, che una FIAT Uno viene lasciata - attenzione - con il muso rivolto verso la facciata, e quindi, con la bauliera dell'autovettura rivolta verso la piazza.
Esattamente nella posizione che Scarano riferirà essere quella lamentata dagli attentatori, in quanto il commento che l'artificiere Lo Nigro faceva, era che l'autobomba non aveva potuto espletare il suo potenziale devastante, perché era stata rivolta in una zona aperta, tantoché i danni non erano stati quelli che gli attentatori si proponevano di compiere, e comunque, erano stati ridotti.
Voi ricorderete che questo dato del posizionamento della vettura in quella determinata posizione, riferita da Scarano, non solo è stata confermata da questi testi, ma autonomamente, dal punto di vista tecnico, la posizione proprio con il muso rivolto verso la facciata dell'edificio, c'è stata confermata in aula dal dottor De Logu, dal capitano De Logu. Il quale ci ha spiegato come dal punto di vista tecnico, per il fatto che il motore fosse stato sparato in una... l'ha usata lui questa frase, questo termine, in una certa direzione, dal fatto che alcune parti meccaniche erano state rinvenute nella finestra dell'edificio, davano la certezza già ai tecnici già quella notte, che l'autovettura era stata posizionata in quella certa maniera.
Vi è un altro dato che conferma il racconto di Scarano, ed in questo caso lo traiamo... mah, qui, Presidente, dovremmo fare un discorso di carattere generale, comunque lo rappresento in maniera sinteticissima, sul peso delle cariche.
Voi ricorderete che per quanto riguarda San Giovanni, analogamente a quanto era avvenuto in via Fauro, gli esperti non avevano potuto determinare il peso della carica in funzione della dimensione del cratere, perché in entrambi i casi i crateri erano, non erano, per meglio dire, significativi, posto che, al di sotto non vi era un terreno compatto, ma ecco, vi era quella determinata conformazione: il tombino in via Fauro ed il pavimento dello scantinato dei locali di San Giovanni in occasione dell'attentato del 27 luglio.
Ecco, il peso comunque, era stato possibile comunque determinarlo e determinarlo con esattezza, in virtù di quelle famose prove di scoppio fatte, con una macchina analoga, nel corso degli esperimenti che avevano condotto i tecnici.
I pesi ne erano risultati assolutamente compatibili con le indicazioni che ci provenivano ancora una volta da Scarano. Per quanto riguarda le due cariche che erano state impiegate, sia in questa occasione, sia in occasione del precedente attentato di via Fauro, allorché aveva riferito che l'esplosivo utilizzato per l'attentato di via Fauro era, per l'appunto - aveva dato un'indicazione ponderata, approssimativa - erano tre involucri, quello che aveva, tre sacchi quelli che aveva lui nello scantinato; più un'aggiunta per via Fauro.
Scarano parlerà di un pallone che era stato portato da loro, il cui peso complessivo, esattamente, era corrispondente a quello che gli esplosivisti avevano individuato essere stato impiegato in via Fauro.
Dicevo, questi sono, come dire, i riferimenti oggettivi più significativi; ma altri ve ne sono.
Ho parlato del fatto che Scarano ha riferito questo singolare episodio che Di Natale gli aveva detto:
"Ho trovato l'ombrellone, la sedia a sdraio."
Sappiamo che un particolare analogo ha riferito in aula il Siclari Pietro, il quale era stato impegnato, dopo il disimpegno delle autovetture dal cortile, era stato richiesto di effettuare quelle certe operazioni di ripulitura del cortile di via Ostiense. E lo stesso Siclari ha riferito, in particolare, la circostanza del rinvenimento nel cortile, dell'ombrellone e di quei certi oggetti da spiaggia utilizzati dai bambini: secchiello, palette e quant'altro.
Il dato si sposa perfettamente con quanto ha riferito in aula il proprietario di una delle autovetture esplose la notte del 27 luglio. E cioè con il signor Brugnetti, il quale ha detto come all'interno della sua autovettura si trovassero esattamente gli oggetti che erano stati descritti da Siclari Pietro.
Ancora: c'è stato un dato che aveva riferito il Siclari Pietro che, per l'appunto, era stato richiesto di compiere questa operazione di pulizia, aveva parlato di alcune riviste, lui ha detto: "Eva 2000."
Era questo il suo ricordo. Ed in realtà anche se di riviste non si tratta, ma si tratta di poster tratti da riviste, la signora Mazzer Barbara, che è la proprietaria dell'altra autovettura esplosa quella notte, ha riferito che, per l'appunto, all'interno della sua autovettura vi erano dei ritagli, dei poster, alcuni dei quali provenienti da una rivista che non si chiama Eva 2000, ma si chiama Ciak 2000.
Come vedete, quindi, la veridicità complessiva del racconto di Scarano, è data innanzitutto da quello che è accaduto, per così dire, sul campo - usiamo questa espressione - sul campo nel cortile di via Ostiense, in Piazza San Giovanni, quanto è accaduto davanti allo Scalo di San Lorenzo.
Ma vi è molto di più, molti altri dettagli si potrebbero riferire sotto questo aspetto, ma vi è molto di più circa la complessiva attendibilità del racconto di Scarano.
Voi sapete che - l'ha detto, l'ha riferito Scarano, ma ancor meglio l'ha precisato il signor Bizzoni - come, in quel periodo a Roma, Scarano aveva presentato a Bizzoni delle persone che poi Bizzoni indicherà, per nome e cognome, nelle persone che hanno eseguito questi attentati, come fossero stati presentati come nipoti di Scarano.
Peraltro da Scarano sappiamo che questi nipoti utilizzavano quel certo appartamento, quindi, che in definitiva a Roma disponevano di una casa in quei giorni.
Bene, noi abbiamo chiesto, la Corte lo ha disposto, la trascrizioni di non moltissime intercettazioni, quelle famose intercettazioni che erano state eseguite dal ROS di Roma in occasione della indagine fata da quel Nucleo di Polizia Giudiziaria in relazione alla figura di Scarano come trafficante di stupefacenti.
Abbiamo sentito in aula sia gli ufficiali del ROS, che erano gli stessi che avevano, per così dire, o alcuni di essi erano gli stessi che la notte del 19 aprile avevano incrociato, per così dire, ed erano stati, uno di essi, il maresciallo Leone era stato testimone del famoso incontro tra Scarano e De Masi, per l'appunto, si trattava quindi dello stesso Ufficio di Polizia che in quel periodo, quindi, conduceva operazioni di intercettazioni telefoniche sull'utenza della abitazione di Scarano.
E avete sentito dagli ufficiali di Polizia Giudiziaria che avevano svolto a suo tempo le indagini, come già al Pubblico Ministero di Roma, in occasione di quella indagine, avevano riferito come in una certa epoca erano state intercettate sulla utenza, delle telefonate che sicuramente avevano attirato l'attenzione di chi stava svolgendo quelle operazioni, non perché il contenuto fosse, come dire, così singolare, ma perché apparivano delle persone che si qualificavano come nipoti e singolarmente davano del lei alla signora Tusa Silvia allorché questa rispondeva.
Le telefonate erano assolutamente di significato, come dire, contenutisticamente erano minimali, però davano contezza di un fatto: che queste persone che si qualificavano come nipoti erano a Roma perché a Roma disponevano di una casa. Punto.
É quello che ci basta per ripercorrere in termini di riscontro certo sia l'affermazione di Scarano sia l'affermazione di Bizzoni, in relazione al fatto che quelle persone che Bizzoni individuerà nei nostri esecutori materiali di quei fatti - in realtà dirà che anche Giacalone, conosciuto in quell'epoca, gli era stato presentato come nipote, ma con Giacalone avrà un rapporto, per così dire, diretto - daranno quindi una certezza, direi, assoluta in relazione ai dati rappresentati da Scarano.
Le conversazioni in questione sono quelle del 19 luglio del 1993, è una telefonata che intercorre tra la signora Tusa Silvia e Scarano, è una chiamata che viene fatta quindi diretta al cellulare di Scarano, la signora Tusa avver... la telefonata è brevissima e dirà a Scarano, dice: "Guarda che ci sono i tuoi nipoti." - punto - "É urgentissimo."
Poi la telefonata... un'altra telefonata sempre intercorsa in quel periodo, 24 luglio, ore 7.58, telefonata intercorsa tra Scarano e un nipote. Ancora lo stesso giorno alle ore 9.45, chiama una persona che si qualifica come nipote, risponde la signora Tusa - siamo quindi al giorno 26 luglio del 1993 - e lascia un messaggio per Antonio: 'signora, può dire se viene a casa?' Anzi, mi pare che è la stessa Tusa che dice: 'so che deve venire a casa'.
Poi ancora l'ultima telefonata, ma quella riguarderà e rifletterà un altro segmento, un altro passaggio del racconto di Scarano, telefonata molto importante - più che una telefonata è una conversazione captata ambientalmente dal telefono di Scarano - intercorrerà il giorno 28 luglio alle ore 22.06.
Non so, Presidente, se dobbiamo andare avanti o se dobbiamo interrompere.
PRESIDENTE: Mah, forse sarebbe meglio interrompere.
PUBBLICO MINISTERO: Come la Corte ritiene.
PRESIDENTE: É sabato, è un po' tardi.
PUBBLICO MINISTERO: Bene.
PRESIDENTE: Riprend...
PUBBLICO MINISTERO: Bene, possiamo proseguire...
PRESIDENTE: Riprenderemo allora lunedì, che mi pare sia il giorno 6, alle ore 15.00.
Quindi, traduzione degli imputati detenuti, non in questa aula ma nella solita aula di udienza contigua a questa, per quelli che non sono soggetti al regime del 41-bis.
Per gli altri, traduzione nelle salette con le quali saremo collegati.
Volevo poi chiedere una cosa ai difensori degli imputati in particolare. Perché risulti anche dalle trascrizioni, nel caso in cui alcuni difensori intervengano nel corso dell'udienza se possano farsi ascoltare al microfono, perché lascino così traccia della loro presenza. Rimane ugualmente traccia nel verbale di udienza, quello scritto, ma se contemporaneamente risultasse anche nella trascrizione sarebbe opportuno.
Un momento che forse c'è una comunicazione in arrivo.
(voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Ah, allora nient'altro. Allora, buona domenica.