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Processo per la strage di Via dei Georgofili
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Note
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PRESIDENTE: Buongiorno.
Allora, vediamo chi è presente in aula.
Brusca Giovanni: detenuto rinunciante. Avvocati Li Gotti, De Paola e Falciani. Avvocato Falciani è presente.
AVVOCATO Falciani: Presente.
PRESIDENTE: Carra Pietro: libero assente. Avvocati Cosmai e Batacchi. Mi sembra che siano entrambi presenti.
AVVOCATO Batacchi: L'avvocato Batacchi, presente; l'avvocato Cosmai, in questo momento è assente.
PRESIDENTE: Si è assentato. Comunque è presente l'avvocato Batacchi.
AVVOCATO Batacchi: Sì.
PRESIDENTE: Di Natale Emanuele: libero. Avvocati Civita Di Russo, Gentili e Falciani, che è presente.
Ferro Giuseppe: detenuto. Avvocato Pietro Miniati Paoli, che è presente.
Ferro Vincenzo: libero; è assente. Avvocati Traversi e Gennai.
Chi può sostituire l'avvocato Traversi? L'avvocato Falciani?
AVVOCATO Falciani: Benissimo, grazie.
PRESIDENTE: Grazie.
Frabetti Aldo.
IMPUTATO Frabetti: (voce fuori microfono)
Presente.
PRESIDENTE: É presente. Avvocati Monaco e Roggero.
Sostituto processuale l'avvocato... Lei, avvocato?
AVVOCATO Bagattini: (voce fuori microfono)
Bagattini.
PRESIDENTE: L'avvocato Bagattini.
Grigoli Salvatore: detenuto. Avvocati... É presente?
SEGR. D'UDIENZA: (voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Rinunciante. Roberto Avellone di Palermo e avvocato Batacchi di Firenze, che è presente.
Messana Antonino: libero, contumace. Avvocati Amato e Bagattini, che è presente.
Messina Denaro Matteo: latitante. Avvocati Natali e Cardinale di Marsala. Non sono presenti.
Sostituto, l'avvocato Pepi.
Provenzano Bernardo: latitante Avvocati Traina e Passagnoli. Sostituto: l'avvocato Pepi.
Santamaria Giuseppe: libero, non è presente. Avvocati Battisti e Monica Usai. Sostituto: l'avvocato Grigoli.
(voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Non ci sono problemi, avvocato, per Santamaria.
AVVOCATO Gramigni: (voce fuori microfono)
Gramigni.
PRESIDENTE: Avvocato Gramigni.
AVVOCATO Gramigni: (voce fuori microfono)
Avvocato Grigoli...
PRESIDENTE: Cosa avevo detto, scusi?
AVVOCATO Gramigni: (voce fuori microfono)
Grigoli.
PRESIDENTE: Le chiedo scusa, avvocato.
Scarano Antonio: libero, assente. Avvocati Fortini e Batacchi, che è presente.
Scarano Massimo: libero, contumace. Avvocati Rocco Condoleo e Luca Cianferoni, sostituito dall'avvocato Pepi.
Vediamo gli imputati detenuti che partecipano al dibattimento a distanza.
Chiamiamo Parma.
ISPETTORE Forchia: Sì, Parma vi sente e vi vede.
PRESIDENTE: Lei si chiama?
ISPETTORE Forchia: Ispettore Forchia.
PRESIDENTE: É compreso tra quelli designati dalla Corte? Mi si dice di sì.
Chi è presente tra gli imputati, a Parma?
ISPETTORE Forchia: Un solo imputato in questa saletta, numero 3, Bagarella Leoluca Biagio.
PRESIDENTE: Le mi può attestare che non vi sono impedimenti all'esercizio dei diritti, alle facoltà dell'imputato, che è regolarmente stabilito il collegamento audiovisivo e che sussiste la possibilità di colloqui telefonici riservati tra l'imputato e il suo difensore?
ISPETTORE Forchia: Sì, lo posso attestare, lo posso confermare.
PRESIDENTE: Grazie.
ISPETTORE Forchia: Prego.
PRESIDENTE: I difensori di Bagarella leoluca sono, l'avvocato Ceolan e Cianferoni, sostituiti dall'avvocato Gramigni.
Non ho sbagliato questa volta.
Viterbo? Casa Circondariale di Viterbo.
VICEISP. Tognarini: Buongiorno.
Qui è la Casa Circondariale di Viterbo, la sala 2. Sono il viceispettore Tognarini.
Confermo la presenza presso la sala di: Barranca Giuseppe, Calabrò Gioacchino, Lo Nigro Cosimo, Mangano Antonino e Tutino Vittorio.
Do altresì atto che non sono posti impedimenti o limitazioni all'esercizio dei diritti e della facoltà spettante agli imputati.
Che è attivato il collegamento audiovisivo tra l'aula di udienza ed il luogo in cui si trova l'imputato con le modalità che assicurano la contestuale, effettiva e reciproca visibilità delle persone presenti nei luoghi collegati e la possibilità di udire quanto vi viene detto,.
Do atto, inoltre, che è garantita la possibilità per l'imputato di consultarsi riservatamente con i difensori per mezzo di collegamento telefonico.
PRESIDENTE: La ringrazio.
I difensori di Barranca Giuseppe sono gli avvocati Barone e Cianferoni. In loro assenza, sostituto processuale: l'avvocato Pepi.
Calabrò Gioacchino è difeso dagli avvocati Gandolfi e Cianferoni. In loro sostituzione l'avvocato Gramigni.
Lo Nigro Cosimo è difeso dagli avvocati Florio e Fragalà; Florio di Firenze e Fragalà di Palermo. In loro sostituzione l'avvocato Bagattini.
Mangano Antonino è difeso dall'avvocato Graziano Maffei di Lucca; in sua sostituzione l'avvocato Pepi.
Tutino Vittorio è difeso dagli avvocati Lapo Gramigni, che è presente, e Domenico Salvo di Palermo, che non è presente.
Ascoltiamo, allora, Spoleto.
ISPETTORE Borrelli: Sì, buongiorno.
PRESIDENTE: Buongiorno.
ISPETTORE Borrelli: Spoleto, sala 3.
Ci sono qui presenti i detenuti: Giuliano Francesco, Pizzo Giorgio, Cannella Cristofaro.
Inoltre, i detenuti Graviano Filippo e Benigno Salvatore hanno rinunciato a norma di legge.
PRESIDENTE: Può dire...
ISPETTORE Borrelli: Do atto che non vi sono posti impedimenti all'esercizio dei diritti e delle facoltà spettanti agli imputati; che il collegamento è regolare ed è assicurato. E ci sarà la riservatezza, qualora i detenuti e gli avvocati volessero collegarsi.
PRESIDENTE: Può dire il suo nome, per piacere?
ISPETTORE Borrelli: Ispettore Borrelli. Borrelli.
PRESIDENTE: La ringrazio.
Dunque, i difensori di Benigno Salvatore... anzi, il difensore di Benigno Salvatore è l'avvocato Graziano Maffei di Lucca, sostituito dall'avvocato Pepi.
Giuliano Francesco è difeso dall'avvocato Giangualberto Pepi, che è presente.
Graviano Filippo è difeso dagli avvocati Oddo di Palermo, e Lapo Gramigni di Firenze, che è presente.
Pizzo Giorgio è difeso dagli avvocati Salvo di Palermo e Giangualberto Pepi di Firenze, che è presente.
Cannella Cristofaro è difeso dagli Avvocati Di Peri di Palermo e dall'avvocato Marco Rocchi di Firenze, sostituito dall'avvocato Gramigni.
Possiamo sentire L'Aquila.
ISPETTORE Pozzi: Buongiorno, signor Presidente.
PRESIDENTE: Buongiorno.
ISPETTORE Pozzi: L'Aquila 2.
Sono presenti l'imputato Spatuzza Gaspare e Giacalone Luigi.
PRESIDENTE: Mi può dare atto che sono assicurati i diritti e le fac... l'esercizio dei diritti e della facoltà spettanti agli imputati; che è attivato il collegamento audiovisivo, così come richiesto dall'articolo 2 della Legge numero 11 del 1998; e che è stabilito un collegamento telefonico riservato tra quell'aula e i difensori che si trovano nell'aula di udienza?
ISPETTORE Pozzi: Gliene do atto.
PRESIDENTE: La ringrazio.
I difensori di Giacalone Luigi sono gli avvocati Priola di Palermo e Paolo Florio di Firenze, sostituito dall'avvocato Bagattini.
Il difensore di Spatuzza Gaspare è l'avvocato Giangualberto Pepi, che è presente.
A questo punto, dopo avere appreso quali sono i tempi che il Pubblico Ministero ritiene di dovere ancora utilizzare, oltre quelli che erano già stati assegnati, e in considerazione degli impedimenti... degli impedimenti, delle necessità del processo relative a questioni sollevate a decisioni della Corte e ritardi dovuti anche ai collegamenti, il Pubblico Ministero ha ragione di chiedere di potere continuare la sua requisitoria ancora il giorno di oggi, il giorno di domani e di proseguirla il giorno 6 pomeriggio, in cui sarà fissata l'udienza, e poi ancora il giorno 7.
Il giorno 9 il Pubblico Ministero potrà formulare le sue conclusioni.
Dopodiché, lo stesso giorno 9, i giorni 16 e 17 interverranno i difensori delle parti civili.
Per quanto riguarda i giorni di udienza, posso confermare che i difensori degli imputati potranno cominciare, potranno intervenire a partire dal giorno 21.
E il giorno 21 e 23, salvo ad ulteriori aggiustamenti, potranno, mi dicono che potranno intervenire i difensori... Io chiedo scusa, ma devo trovare un appunto che ho preso, altrimenti lo farò più tardi... Eccolo qui: i difensori di Di Natale Emanuele, di Carra Pietro, di Grigoli, di Scarano Antonio, di Brusca Giovanni, di Ferro Vincenzo e di Ferro Giuseppe.
I giorni che saranno destinati alle udienze successive, che sono programmati come giorni di udienza, sono i seguenti: quindi, oltre il 21 e il 23, si proseguirà il giorno 24, il giorno 27, il giorno 28 - siamo in aprile, ancora - il 29, solo di pomeriggio però, e il 30.
A maggio si riprenderà il giorno 4, il giorno 5, si potrà proseguire il 7, il giorno 8, il giorno 11, il giorno 12, il giorno 14, il giorno 15, il giorno 18, il giorno 19, il giorno 21.
A questo punto, io non vorrei indicare altri giorni, che pure erano stati precedentemente indicati, perché, in considerazione della disponibilità di alcuni dei difensori di accorpare le loro difese per trattare unitariamente situazioni che sono omogenee tra loro, o comunque trattandosi di imputati la cui difesa richiede minor tempo, penso, per ora, di potere indicare soltanto queste udienze. Chiedendo ai difensori degli imputati diversi da quelli che sono stati nominati, di farmi conoscere loro stessi la disponibilità con riferimento, la disponibilità ad intervenire, con riferimento a questi giorni che sono stati indicati.
Dopodiché, credo che si potrà fare un calendario più preciso e puntuale e che mi auguro possa essere rispettato.
A questo punto, ritengo di potere dare la parola al Pubblico Ministero per proseguire la sua requisitoria.
PUBBLICO MINISTERO: Bene.
Signor Presidente, Signori Giudici, dopo l'aspetto che ha affrontato il dottor Chelazzi, in relazione a quella fase storica e a quegli avvenimenti che si sono succeduti all'interno di Cosa Nostra, che hanno portato a definire il 1 aprile del 1993 - in quella famosa riunione in casa di Giuseppe Vasile a Santa Flavia - quelle che erano, quello che era il programma criminale che Cosa Nostra intendeva portare in quella sorta di contrapposizione frontale allo Stato, per i motivi, non li ripeterò, che sono stati ampiamente illustrati dal dottor Chelazzi - che aveva usato, fra l'altro, una espressione felicissima per dire come questa fase che è sostanzialmente di ideazione, e le idee di per sé non lasciano tracce sensibili - in verità l'unica traccia sensibile di questo pensiero poteva essere il fatto che, se così si può dire, eravamo riusciti ad individuare quella famosa villetta ubicata a Santa Flavia che, il caso ha voluto, era di proprietà di quello stesso Giuseppe Vasile che organizzerà - usiamo questo eufemismo - le vacanze dei Graviano: Filippo, Giuseppe e anche Benedetto, insieme a Matteo Messina Denaro, direi quasi in contemporanea con l'avvio della fase stragista.
Dico "quasi in contemporanea" perché, ricorderete, abbiamo un segmento del processo abbastanza consistente, l'abbiamo focalizzato sull'affitto della villa in Forte dei Mari. La prima, qui, si può dire, traccia sensibile dell'affitto della villa, sono i famosi assegni dei quali abbiamo prodotto copia; gli assegni che vengono dati, come caparra, poi andata a vuoto, per la villa di via... la prima delle ville, quella che poi non era andato bene, e che se mal non ricordo, datano - gli assegni consegnati all'intermediario, al signor Polacci - datano 13 maggio... 13 o 14, non ricordo esattamente, comunque la data è sicuramente quella: 13 maggio 1993.
Vediamo di verificare se, partendo da questa, chiamiamola triplice, Bagarella, Matteo Messina Denaro, Giuseppe Graviano - la cui collocazione al'interno di Cosa Nostra è stata ampiamente delineata in quella fase, diciamo così, di dibattito che ha portato a quella riunione - come Cosa Nostra è passata dalle idee ai fatti.
Noi sappiamo per certo che, da due dichiaranti - Carra, Scarano - nel momento in cui, in momenti diversi, hanno deciso di rendere le loro dichiarazioni, ci hanno rappresentato la loro implicazione nei fatti di strage, a partire da quello che io poso definire "famoso viaggio dell'hashish".
Dico famoso, e su questo segmento sul quale pure ci siamo intrattenuti a lungo, in dettaglio nella fase della istruttoria dibattimentale, segmento che, a mio modesto parere, è uno dei più, si direbbe, usando un termine poco elegante ma usuale, è uno dei più riscontrati... Io faccio il Pubblico Ministero da diverso tempo. E quindi penso che il "famoso viaggio dell'hashish" sia uno dei fatti più dimostrati, che io ricordi di aver ricostruito.
Quindi, ovviamente, non dirò nulla del fatto che Scarano sia andato, sia montato in macchina, sia tornato su insieme a Carra; che ci siano stati contatti telefonici cellulari, che ci sia stato il famoso incontro nell'autostrada con l'altrettanto famoso De Masi; che il Carra individuò poi successivamente il deposito, lo sfasciacarrozze del signor Brugoni. Il quale pure è venuto qui a raccontarci che, effettivamente, quelle famose camere d'aria erano state scaricate presso di lui.
Che il camion del Carra si era, in quella occasione, aveva subito dei danneggiamenti alle traverse, alla famosa unghiata che ci ha riferito l'ispettore Ratti in quel fascicolo fotografico...
Ecco, ho fatto questa carrellata. Moltissimi altri elementi ci sarebbero da rappresentare.
Tanto per finire, la famosa fattura datata 19 aprile, che abbiamo prodotto. L'ha portata il signor Brugoni, per dire che, effettivamente, come avevano riferito Carra e Scarano, c'era stato bisogno, per rimettere in funzione la famosa ruspa, c'era stato bisogno di andare ad acquistare l'olio; olio che venne acquistato da Brugoni, per l'appunto, il 19 aprile.
A tacere del fatto che, poi, le famose camere d'aria, una parte, una buona parte, vennero trovate nelle famose grotte del signor Frabetti, che buon ultimo, davanti a voi - perché evidentemente davanti al Pubblico Ministero non aveva ritenuto di poter riferire alcunché - ha detto che: sì, forse, può darsi, effettivamente Scarano gliele aveva portate nel suo terreno.
Questa storia che ha avuto un processo autonomo, che ha visto le sue condanne, che ha visto inserito in questo segmento il Di Natale per quel deposito transitorio, vediamo se e in quanto ci interessa. Perché a noi non interessava certo ricostruire una vicenda relativa ad un traffico di hashish, se non in funzione di due elementi.
Primo: delle concomitanze temporali in cui questa storia di hashish viene avviata.
Secondo: delle persone che attivano due personaggi, che nella nostra storia hanno avuto, come ben sappiamo, un ruolo importante, e cioè Carra da una parte, Scarano dall'altra.
Vediamo, allora, chi compare. Quali sono le persone che compaiono sulla scena di questa vicenda e vediamo come questa vicenda interferisce con i fatti che sono oggetto del nostro processo.
Carra dirà del rimbrotto, della tirata di orecchie che aveva ricevuto dal signor Barranca Giuseppe, che lui conosceva con il soprannome di "Ghiaccio", a seguito di quella vicenda relativa allo scarico presso il suo magazzino - il suo di Carra - del famoso carico di sigarette, da parte di quella persona che si chiamava, che Carra conosceva come "Sciareddu", e che aveva attirato su Carra il rimprovero, la sottolineatura evidentemente in negativo da parte del signor Barranca Giuseppe, che si era presentato nel suo ufficio dicendogli: 'ho saputo che tu hai fatto un'azione che non potevi fare'. E cioè: 'ti sei prestato ad offrire il tuo deposito per farvi rimanere queste casse di sigarette'.
É evidente che questa affermazione, e soprattutto la risposta di Carra, postula una precisa definizione dell'ambiente in cui questa vicenda apparentemente insignificante viene a incidere.
Cosa dirà Carra? Cosa risponderà Carra?
Risponderà: 'sai, io fino ad oggi, mi rivolgevo al signor Antonino Spadaro. Non sapevo che dovevo chiedere a te. Il signor Antonino Spadaro è in carcere, quindi mi sono preso - diciamo così - la libertà di assumere questa iniziativa'.
Cosa significa? Mi sembra abbastanza evidente.
Siamo all'interno di quel territorio che definiamo complessivamente come il mandamento di Brancaccio; sappiamo che nessuna azione di tipo illecito può essere svolta by-passando, scavalcando il predominio di Cosa Nostra.
Il processo è pieno di vicende analoghe a questa.
Ricorderò semplicemente alla vostra memoria quanto hanno riferito, per esempio, quel gruppo che poi verrà implicato nelle stragi; quanto hanno riferito Romeo, per un certo verso; Giovanni Ciaramitaro dall'altro che, da semplici rapinatori, erano costretti, anche sui proventi delle rapine, per così dire, a versare l'obolo a Cosa Nostra. Addirittura lì, in quel caso, a versare quasi interamente i proventi delle loro azioni delittuose.
Qui non si parla nemmeno del "pizzo" che era imposto ai negozianti; il famoso mettersi in regola.
Beh, Carra introduce due, in questa vicenda, due figure: Barranca, Antonino Spadaro.
Le riprenderò fra un attimo, per dire che Barranca tornerà sulla scena di lì a poco.
Abbiamo verificato che il famoso sciopero dei tabaccai in cui Carra colloca questa sua presa di contatto, diciamo così, con Barranca, detto "Ghiaccio". Memorizzate questo soprannome, perché sarà determinante per quello che dirò successivamente.
Lo dice Carra per primo, nel suo primissimo interrogatorio, nella notte del 31 agosto del '95, quando inizia a rendere dichiarazioni.
Il maresciallo Cappottella ci ha riferito, in buona sostanza che il punto di maggiore, come dire, crisi del rifornimento di tabacchi si ebbe verso la fine del 1992.
Carra dirà che di lì a poco, quindi siamo nell'epoca che ci interessa, il Barranca riapparirà nel suo ufficio a Palermo per dirgli: 'te la senti? Devi mettere a disposizione il tuo camion'.
Barranca ha già, per così dire, in relazione alla vicenda delle sigarette, ha già esercitato il predominio; ha già, per così dire, messo le mani su un autotrasportatore, su un camionista come Carra.
Carra non è esattamente un camionista; diciamo che è uno che ha a disposizione una ditta che, come abbiamo sentito, ha più autocarri - quindi un'azienda di una certa dimensione - per dirgli: 'preparati, perché devi fare un viaggio per trasportare dell'hashish'.
Organizza questo contatto insieme a un'altra persona: Cosimo Lo Nigro.
Barranca, Lo Nigro. Siamo alla vigilia.
Gli chiedono di procurare il carico di copertura costituito dalle carcasse delle autovetture; siamo, quindi, in epoca prossima al 18-20 aprile, data del - fra virgolette - "famoso viaggio".
Vediamo cosa accade, in contemporanea, sul fronte romano. Apro una parentesi.
Finora questi accadimenti li abbiamo vissuti, per così dire, in maniera verticale. Ora siamo a tirare le somme e c'è bisogno di guardare a questi avvenimenti per avere la loro esatta portata, di guardarli, se così si può dire, in maniera simultanea.
Barranca attiva Carra, negli stessi giorni - quindi siamo sempre a ridosso del 18 aprile - un altro personaggio, Cristoforo Cannella, Fifetto, chiama a Roma Scarano - che aveva già conosciuto in occasione di un famoso incontro, che è stato descritto da Scarano, al Politeama di Palermo, o comunque in occasione di una delle visite palermitane, siciliane comunque, di Scarano - Cristoforo Cannella, che gli era stato presentato da Matteo Messina Denaro - i rapporti fra Scarano e l'ambiente trapanese sono stati abbondantemente illustrati e documentati - Cristoforo Cannella, dicevo, con il quale Scarano, evidentemente nei suoi contatti precedenti aveva già fatto, diciamo, dei "pour parler", in relazione a traffici di hashish, sta di fatto che a ridosso del 18-20 aprile del '93, Scarano viene attivato dal signor Cristoforo Cannella: 'vieni giù, perché abbiamo il carico di hashish che tu potrai smistare a Roma'.
Siamo a parlare di epoche - come vedete la distanza temporale dal 1 aprile a ridosso del 18 aprile, in epoca di poco anteriore al 18 aprile, è breve - vediamo cosa accade contemporaneamente in quegli stessi giorni, ad Alcamo.
Ad Alcamo accade che il signor Gioacchino Calabrò va a scomodare Vincenzo Ferro per dirgli: 'c'è bisogno dell'appoggio di tuo zio a Firenze'.
Diranno Firenze, non diranno mai Prato; Messana per Calabrò e gli altri era uno di Firenze.
Perché dico che siamo in quegli stessi giorni? Per un dato semplicissimo.
La prima traccia documentata del primo spostamento di Vincenzo Ferro da Palermo a Firenze risale al giorno 27 aprile '93. É la data che abbiamo ricostruito producendo i biglietti aerei di quel viaggio. Ma sappiamo che questo viaggio non è stato intrapreso, per così dire, in tempi ristrettissimi, perché ci ha riferito Vincenzo Ferro, avendo capito che la richiesta che proveniva dal Calabrò non era esattamente per andare a compiere beneficienza dallo zio, o utilizzando l'apporto dello zio, aveva detto al Calabrò: 'guarda, sono sotto esami, c'ho da studiare'. E quindi era passato un ragionevole lasso di tempo tra il momento del contatto fra Calabrò e Ferro Vincenzo e l'effettivo viaggio fatto il 27 di aprile.
Quindi, finora compaiono in questa fascia temporale: Cannella, attiva Scarano; Barranca, attiva Carra; Calabrò Gioacchino, attiva Vincenzo Ferro.
C'è un'altra persona che in questi giorni si sta muovendo - usiamo quest'espressione - ed è esattamente il signor Giorgio Pizzo.
Perché il signor Giorgio Pizzo? Perché Giorgio Pizzo compare con certezza a Roma insieme, o meglio, s'incontrerà con Calabrò e con Vincenzo Ferro, che nell'occasione ne farà la conoscenza, il giorno 7 maggio 1993.
Poiché sappiamo che quel viaggio Calabrò l'ha fatto via terra - il passaggio dallo Stretto di Messina è documentato; in una delle prime udienze abbiamo prodotto il documento relativo... il biglietto del passaggio con l'Audi di Vincenzo Ferro - e poiché i due andranno non direttamente a Firenze, come era nei programmi, andranno a Roma alla stazione ad incontrarsi con qualcuno, che poi sapremo essere Giorgio Pizzo, è da presumere che Calabrò, ovviamente, sapesse almeno da qualche giorno che Pizzo si doveva a sua volta spostare da Palermo per, quindi, incontrarsi con lo stesso Calabrò.
Vediamo cosa accade sempre in questo lasso temporale a Palermo. Entrano in scena due altri personaggi.
Primo: Giacalone.
Quando Scarano andrà in Sicilia, sbarcherà il 19 aprile mattina, andrà, lui ci ha detto: 'vengo lasciato per circa tre o quattro ore in attesa da un signore che conosco nell'occasione, il signor Giacalone', per l'appunto.
Alle domande che abbiamo fatto a Scarano nel corso dell'esame, Scarano ha risposto... 'di cosa avete parlato?', Scarano per tre volte ha risposto: 'di niente'. Nel senso che il parcheggio di Scarano da parte di Cannella nell'autosalone di Giacalone, in quel momento, non appare in altra maniera se non in funzione del fatto di allacciare, di fare allacciare questo rapporto tra Scarano da una parte e Giacalone dall'altra.
Sapremo poi da Scarano, che non sarà precisissimo nel ricordo, forse perché diversamente non poteva essere, che a ridosso di questa conoscenza che sicuramente, quindi, per i motivi che vi ho detto, data 19 aprile '93, Cannella e Giacalone, o prima Cannella e poi Giacalone, gli chiedono a Scarano un'appartamento a Roma.
Poi torneremo e vedremo di ricostruire la data in cui questa richie... ovviamente con la maggiore approssimazione possibile, la data in cui questo appartamento - è evidente che mi riferisco a quello di via Dire Daua - verrà effettivamente preso.
Quindi, come vedete, su questo scenario finora abbiamo, riformulo per riordinare le idee: Cannella, Giacalone, Calabrò, Pizzo.
Vediamo cosa accade in quegli stessi giorni in un altro angolo di Palermo.
Grigoli.
Voi conoscete perfettamente quanto ha riferito Salvatore Grigoli in relazione al fatto che la sua... lui dirà: 'io ho cominciato a capire come stavano le cose nel momento in cui il signor Nino Mangano mi chiede di compiere certe operazioni...' - è evidente che mi riferisco alla macinatura dell'esplosivo "in pietra", come lo chiamerà sempre Grigoli - 'e io' - lo diranno, sarà un elemento un po' comune delle dichiarazioni di Carra, di Scarano, dello stesso Grigoli - 'non ricordo esattamente la data in cui mi venne fatta questa richiesta'.
Grigoli aggancia il suo ricordo a un fatto, che è importante per stabilire la data. Dice: 'io mi ricordo che questa operazione venne fatta a ridosso, subito dopo che avevamo compiuto una certa azione - quella tipica, una, forse nemmeno la più grave, anzi, sicuramente non la più grave delle azioni che questi signori erano in grado di compiere - e cioè, avevamo bruciato un fuoristrada a un costruttore, un certo signor Ventura'.
Siamo a Palermo e conta molto che... come ci ha riferito l'ispettore Firinu, quando abbiamo dato incarico alla DIA di verificare se mai vi fosse stato l'incendio di un "jeepone", di un fuoristrada, a una qualche persona che si chiamava Ventura e che faceva il costruttore, il fatto è stato accertato, ma non, ahimè, presso un ufficio di Polizia, però andando a riguardare gli atti di una certa qual assicurazione.
Abbiamo prodotto i documenti relativi a questo fatto, il signor Ventura aveva denunciato questo fatto, aveva denunciato all'assicurazione l'incendio accidentale del furgone, all'assicurazione, e la data di quest'incendio è il 22 maggio, o 23 maggio - comunque i documenti sono lì - mi pare il 23 maggio del 1993.
Siccome però Grigoli ci dice che quella è la data a partire dalla quale lui incomincia a compiere quelle operazioni su richiesta di Nino Mangano, ma le operazioni stesse, come saprà in quel contesto, operazioni che Grigoli svolgerà in quel, possiamo dirlo?, famoso capannone del vicolo Guarnaschelli 1419/d, di Palermo, era stata già fatta nel rudere, nella casa di campagna, nel... chiamiamolo come meglio si ritiene - abbiamo visto i rilievi fotografici, abbiamo visto che la casa dal '94 circa in avanti era stata poi ristrutturata - che lì, in quella casa di campagna, in quel rustico, tre persone, Spatuzza, Lo Nigro, Giuliano, avevano compiuto, in precedenza, quindi evidentemente prima del 23 maggio 1993, quelle operazioni di frantumazione, di macinazione dell'esplosivo "in pietra"; tanto che Grigoli potrà dire: 'sono andato lì a prendere quel che era rimasto di questo esplosivo "in pietra", le mazze e quant'altro serviva per l'operazione'.
Di tutto questo discorso qual è il dato che voglio rappresentare alla Corte? Che, sulla scena palermitana, in quell'angolo di Corso dei Mille, più precisamente nel rustico di Nino Mangano, erano state compiute delle operazioni, ma queste operazioni erano state, per così dire, coordinate, dirette, ordinate dal signor Nino Mangano.
Quindi, come voi vedete, abbiamo un ventaglio di operazioni che vanno, che attraversano: Mangano, Giacalone, Cannella, Pizzo, Calabrò.
Vogliamo vedere un po'... poi vedremo, se ne avremo tempo, se questi racconti avranno più o meno il riscontro in relazione al fatto che effettivamente determinate operazioni riferite da Grigoli, o riferite da Carra, o riferite da Scarano, siano state effettivamente compiute. Vedremo se queste affermazioni, per quanto riguarda - come diceva all'inizio il dottor Chelazzi - hanno innanzitutto una parvenza di autocalunnia. Cioè, vediamo se Carra si è autoaccusato del trasporto dell'hashish, se Scarano si è autoaccusato della stessa cosa, se Grigoli si è autoaccusato - ovviamente senza esserne responsabile - delle operazioni che ha descritto in quel di Palermo, se Vincenzo Ferro si è attribuito quelle condotte che ci ha riferito.
A noi per ora interessano le persone. Le persone sono queste sei che vi ho rappresentato.
Vogliamo vedere un po' chi sono queste persone? Bene, io inizierei da Barranca.
Carra ci ha fatto un riferimento a un episodio: la derivazione, per così dire, possiamo dire la successione di Barranca in questo ius, in questo diritto di primogenitura su quelle operazioni, che gli deriva da Antonino Spadaro.
Accennerei brevissimamente a chi è Antonino Spadaro. Se loro vanno a riguardarsi le dichiarazioni che hanno reso Addolorato, i fratelli Di Filippo, vedrete che il signor Antonino Spadaro è un uomo di mafia, un appartenente a Cosa Nostra della famiglia di Corso dei Mille, specializzato - usiamo questa espressione - in grandi trasporti di hashish, nel grande traffico di hashish.
E che Barranca sia della medesima derivazione ce lo dice in maniera esplicita Giovanni Drago che - come la Corte ha avuto modo di vedere - è uomo d'onore, Drago, della famiglia di Brancaccio; arrestato l'8 marzo del 1990, Drago; che ha qualificato Barranca come uomo d'onore della famiglia di Corso dei Mille, fatto uomo d'onore - e non è un caso - contemporaneamente - Drago dirà lo stesso giorno in cui Fifetto Cannella viene fatto uomo d'onore - nella famiglia di Brancaccio.
Oggi, dopo 170 udienze - lo dico così, per sdrammatizzare - è inutile dire che Corso dei Mille e ovviamente Brancaccio compongono, sono due delle famiglie che compongono il mandamento di Brancaccio.
La terza è la famiglia di Roccella. La quarta quella di Ciaculli, secondo l'organigramma delineato a suo tempo da Giovanni Drago.
Drago farà un'aggiunta, darà un'ulteriore indicazione su Barranca. Dirà che aveva una qualche relazione parentale con Francesco Tagliavia, persona la cui qualificazione criminale all'interno di Cosa Nostra è stata riferita da più di uno dei dichiaranti che sono sfilati in quest'aula.
Quello che però mi preme di far rilevare sono, sì, le conoscenze di Giovanni Drago, sono conoscenze molto qualificate, provengono da un uomo d'onore di primo piano di Cosa Nostra, un uomo d'onore che ha, con le sue dichiarazioni, squinternato, devastato il mandamento di Brancaccio. Quello che mi preme mettere in rilievo, perché è un contributo fortissimo a delineare lo sfondo in cui si muove Barranca, sono due contributi che provengono da Di Filippo Emanuele e Di Filippo Pasquale.
Non sto qui a dettagliare quanto hanno riferito Di Filippo Emanuele e Di Filippo Pasquale. Dico solo che mi preme mettere in rilievo come i due Di Filippo, che erano stati finanziatori di grosse operazioni relative al traffico di stupefacenti, oltre a delineare una qualificazione criminale di Barranca all'interno di quello stesso ambiente di Brancaccio - Pasquale Di Filippo, dirà, insieme a molti altri, che Barranca è appartenente al gruppo di fuoco a disposizione di Mangano, di Bagarella, eccetera, ma siamo in epoche, diciamo, più avanti nel tempo - quello che loro delineano in maniera netta insieme a quanto aveva già riferito il famoso "capitano" - quell'Addolorato Bartolomeo che abbiamo sentito in una delle udienze, mi ricordo, immediatamente successive alla pausa estiva dell'anno scorso - dicono esattamente che Barranca, Lo Nigro, Antonino Spadaro, Addolorato Bartolomeo erano le persone attraverso le quali transitavano questi grossi carichi di stupefacenti che venivano vuoi dal Marocco, vuoi dai paesi che si affacciano sul Canale di Sicilia.
Questi... L'implicazione di queste stesse persone, in questi grossi traffici riferiti dai Di Filippo - i Di Filippo avevano finanziato questi traffici - li ritroveremo pari pari nelle vicende che abbiamo, per così dire, ricostruito, abbiamo cercato di ricostruire con la massima precisione compatibile con questo... con le dimensioni del processo, le ritroveremo pari pari nei discorsi fatti da Piero Carra, quando riferirà di viaggi fatti nel '95: mi riferisco a tutto quel segmento di indagine che passa attraverso i famosi appostamenti fatti dalla DIA di Milano - ce ne ha riferito il dottor Messina, ce l'hanno riferiti gli ufficiali di P.G. che avevano eseguito quei servizi; ne abbiamo avuto la riprova, mi riferisco all'epoca, nel '95 nel famoso bigliettino - vi ricordate? Lo abbiamo prodotto - trovato a quel signor Palumbo, quando venne arrestato in relazione a un grosso carico di hashish, bigliettino nel quale, tra l'altro, era riferita una lista di armi micidiali, di esplosivi e quant'altro, appunto, che come vedremo, ha un riscontro di tipo documentale negli appunti che vengono trovati a casa del signor Nino Mangano, quando Nino Mangano verrà arrestato nel giugno del 1995.
Ecco, ho fatto questo excursus, diciamo, molto sintetico per evidenti ragioni. Ognuno di questi passaggi meriterebbe un approfondimento più puntuale.
Quello che mi interessava far rilevare alla Corte è come Barranca, emanazione di quello stesso ambiente criminale - uomo d'onore della famiglia di Corso dei Mille, implicato in grossi traffici di stupefacenti con Cosimo Lo Nigro - per l'appunto, il giorno 5 settembre del 1992 viene identificato in un'area di servizio di Enna, il signor Barranca - 5 settembre 1992 - insieme al signor Cosimo Lo Nigro. Di questo accertamento ha riferito il dottor Giuttari.
Terrei a sottolineare alla Corte di isolare mentalmente, se così si può dire, mettere in riserva questo soprannome "Ghiaccio".
Cannella. Chi è Cristoforo Cannella?
Su ciascuno di questi personaggi, su Barranca, vi ho voluto dare questi riferimenti che derivano dalle dichiarazioni di Drago e dei fratelli Di Filippo, perché sono più strettamente, per così dire, connessi alla vicenda rappresentata da Carra, cioè: attivazione per un trasporto di hashish.
É naturale che sono diversi altri i contributi sulla collocazione di Barranca nell'assetto mafioso del mandamento di Brancaccio.
Queste qualificazioni proverranno da Grigoli, proverranno da Ciaramitaro, proverranno da Romeo, dallo stesso Spataro; quello Spataro arrestato alla fine di gennaio del 1994 a Milano con Filippo e Giuseppe Graviano e con Salvatore D'Agostino. Spataro dirà, lo controllerete agevolmente, che la sua polleria, che in realtà era... lui altro non era che un prestanome di Cristoforo Cannella, per l'appunto serviva, tra l'altro, come luogo di appuntamenti tra lo stesso Cannella e il signor Barranca.
Pasquale Di Filippo, Ciaramitaro, Romeo e Grigoli, ciascuno di loro dettaglierà la qualificazione di Barranca, in termini criminali, diciamo, più recenti, quelli delle epoche del loro vissuto, come appartenenti al gruppo di fuoco a disposizione di Mangano e Bagarella.
Vediamo, allora, chi è Cristoforo Cannella.
Vi ho già accennato al contributo che viene da Giovanni Drago.
Giovanni Drago ha riferito che Cristoforo Cannella è, per l'appunto, uomo d'onore della famiglia di Brancaccio.
Vi ha riferito come, prima dell'arresto di Drago - quindi, ricordo ancora una volta: Drago viene arrestato nel marzo del '90 - Cannella fosse persona vicinissima, così la definisce Drago, allo stesso Giovanni Drago e ai fratelli Graviano.
Drago dirà: "Quando mi riferisco ai Graviano mi riferisco a Giuseppe, Fifetto" - cioè Filippo - "e Benedetto Graviano."
Drago, ovviamente, che era molto in simbiosi con Cannella, conosce anche il famoso negozio che Cannella ha in quel di Palermo nella via Oreto, gestito dalla signora sua compagna.
Le conoscenze di Drago su Cannella si possono sintetizzare in una frase che usa lo stesso Drago: "Faceva tutto ciò che volevano i Graviano." Punto.
Vediamo quali altri contributi in termini concreti ci vengono da altri dichiaranti, non del livello di Giovanni Drago, ma dichiaranti, diciamo, più recenti. Quelli che hanno accompagnato la vita - la vita in senso proprio - di Giuseppe e Filippo Graviano fino al momento in cui i due, il 27 gennaio del '94, vengono arrestati a Milano.
Mi riferisco in particolare alle vicende riferite da Spadaro e D'Agostino; sono di due, che i Carabinieri - come ricorderete - i Carabinieri del Nucleo Operativo di Palermo arrestano a Milano.
Bene, e Cannella, la persona che sfruttando ancora una volta, in termini - come dire - le vicende personali e i problemi - usiamo così, questa espressione - del vissuto quotidiano di quell'ambiente, metterà in casa di D'Agostino Giuseppe Graviano, mediando questo rapporto con il cognato Salvatore Spataro, che ci riferirà cose assolutamente in sintonia con quello che ha detto D'Agostino.
Ricorderete - devo fare un inciso, sennò le mie affermazioni sembrano un po', così, calate dall'alto - ricorderete che D'Agostino e poi anche Spadaro hanno fatto riferimento a questa implicazione dei due nella vicenda che condurrà all'arresto dei Graviano a Milano, in funzione della disputa, della lite che era in atto tra il signor Grigoli ed il signor D'Agostino, in relazione ad una vicenda che, in buona sostanza, portava a ritenere l'uno creditore... l'uno, D'Agostino, creditore o ritenuto tale, nei confronti del signor Grigoli della somma di dieci milioni.
Spadaro dice: "Io ho l'amico che può risolvere queste vicende."
Vedremo, però, che l'amico ce l'ha anche Grigoli, tanto che avviene quel famoso incontro nel magazzino di D'Agostino, in cui la lite, diciamo così, la composizione della lite è rimessa a due persone: Cannella da una parte - lo potremmo definire tra virgolette, "padrino" di D'Agostino - dall'altra Mangano, "padrino" di Grigoli.
Conclusione: noi sappiamo che la vicenda viene risolta positivamente in favore di D'Agostino. Sappiamo che D'Agostino, una volta ricevuto questo - fra virgolette - "favore" da Cristoforo Cannella, di lì a due giorni, o a pochissimo tempo, si troverà in casa Giuseppe Graviano.
Che Giuseppe Graviano sia passato da casa di D'Agostino, transitando per le conoscenze di Spataro, è... E qui, ovviamente, farei torto all'intelligenza della Corte, mi sembrerebbe offensivo sottolineare che questo racconto ha il riscontro, per così dire, chiarissimo nel fatto che D'Agostino, Spataro, Graviano Filippo e Graviano Giuseppe vengono arrestati a Milano. Punto. Non dirò una parola in più.
Questi riferimenti, però, la Corte bisogna che li tenga molto presenti. Sembrano... Spataro sembra, tutto sommato, entrare in questa vicenda, sì, perché in definitiva è quello che, seguendo il quale, i Carabinieri sono arrivati a Milano.
Affronterò tra poco un aspetto della prova in questi termini, che probabilmente, anzi sicuramente, fino ad oggi non è stata mai illustrata. E allora vedremo come quelle che appaiono o possono apparire come voci, come semplici affermazioni, avranno una sostanza ed una concretezza inconfutabile.
Si diceva di Cannella.
Ma contributi in termine di qualificazione criminale all'interno di Cosa Nostra di Cannella verranno da personaggi qualificati, che la Corte ha avuto modo di ascoltare in questa aula; primo tra tutti Vincenzo Sinacori.
Vi viene presentato, Cristoforo Cannella, come uomo d'onore della famiglia di Brancaccio.
Sinacori vi ha rappresentato - ovviamente, non starò qui a richiamarle - come Cristoforo Cannella fosse presente in quelle fasi che precedettero la trasferta romana e come fosse proprio Cannella la persona che accompagnava Giuseppe Graviano alla riunione del 1 aprile 1993.
Ricordate, il dottor Chelazzi ne ha parlato a lungo di questo aspetto.
Alla riunione vanno: Bagarella, Cannella che accompagna Giuseppe Graviano, Sinacori che, a sua volta, accompagna Matteo Messina Denaro.
Ancora: Grigoli ne delinerà insieme a Pasquale De Filippo, insieme a Calvaruso, insieme a Ciaramitaro, insieme a Romeo, insieme a Tullio Cannella, insieme a tutta quell'area di dichiaranti che provengono specificamente dall'ambiente di Brancaccio, come Cannella fosse appartenente al "gruppo di fuoco" di Brancaccio, come Cannella fosse implicato, e molti di questi dichiaranti che ho citato, lo indicheranno per fatti concludenti, e cioè in riferimento alla comune partecipazione ad una serie innumerevole di omicidi, tra l'altro, anche in quella famosa "camera della morte".
Qui, vi vorrei sottolineare un altro passaggio, perché in Cosa Nostra - come avrete avuto modo di apprendere nel corso di questo processo - molti personaggi vengono indicati: vuoi con il nome, vuoi con il soprannome.
Cannella, dirà Pasquale Di Filippo, veniva chiamato "zio Giacomino"; insieme a "Ghiaccio", mettetelo in quella sorta di ideale parentesi alla quale vi ho sollecitato.
Finirei su Cannella, sottolineando un aspetto delle dichiarazioni di questi vari dichiaranti, in particolare quelle di Tullio Cannella, del suo omonimo.
Cannella ha riferito delle implicazioni, per così dire, di Cannella nella gestione, insieme ad un altro personaggio che citerò di qui a pochissimo, cioè Giorgio Pizzo, delle vicende che riguardano quella complessa vicenda sulla gestione del villaggio turistico Euromare; luogo che sapremo - ne abbiamo già parlato, ne ha già parlato il dottor Chelazzi - come luogo anche di riunioni; luogo dove, in un certo periodo storico, diciamo a partire dall'estate del '93, Bagarella condurrà la sua latitanza.
Bene. Tra le dichiarazioni che sono state raccolte da Tullio Cannella, vi è un riferimento al fatto che nel villaggio turistico Euromare, Cannella, preciserà il dichiarante Tullio Cannella, cioè, non mi ricordo se lui, il fratello o la cognata, o la moglie erano intestatari fittizi di alcuni appartamenti.
Bene. Gli accertamenti che sono stati riferiti in questa aula - se non ricordo male, ma credo di no - da parte dell'ispettore Firinu, hanno portato a verificare come nel villaggio in questione, la cognata di Cristoforo Cannella, Corsale Anna Maria - mi pare che si chiami - ed il fratello Cannella Antonio, fossero intestatari di due unità immobiliari, che poi sono state sequestrate e credo confiscate in sede di applicazione di misure di prevenzione.
Ma queste vicende relative a questi appartamenti, ad una persona che, secondo Pasquale De Filippo si chiama zio Giacomino, a vicende che hanno a che vedere con la gestione di fondi, che hanno a che fare, in qualche misura, con l'ambiente che gravita intorno a Giuseppe Graviano, è anche questo un punto su cui vi pregherei di soffermare la vostra attenzione, perché lo riprenderemo da qui ad un attimo.
Barranca Cannella, Giorgio Pizzo: partiamo da quello che ha le conoscenze più lontane, perlomeno per come abbiamo documentato nel corso del dibattimento.
Torniamo ancora una volta a Giovanni Drago. Riferisce della vicenda relativa a, ovviamente, a fatti che si verificano prima del suo arresto e Drago dice, testualmente, di Pizzo:
"Lo conoscevo bene, che era uno che camminava insieme, o comunque era vicinissimo, a Pietro Salerno."
Pietro Salerno è uno degli appartenenti a Cosa Nostra che lo stesso Drago indicherà come suo correo - stessa indicazione verrà da Emanuele Di Filippo - come appartenente ad un gruppo di fuoco di Brancaccio, diciamo che aveva compiuto, aveva fatto - mi si passi il termine, che non vuole essere, ovviamente, irriverente - aveva fatto il suo dovere nell'esecuzione di una serie di omicidi, alcuni dei quali anche abbastanza clamorosi, insieme allo stesso Drago, insieme ad altri appartenenti a quel vecchio gruppo di fuoco: Francesco Marino Mannoia ed altri che sono indicati dallo stesso Drago.
Dice Drago:
"So che era persona vicina a questo Pietro Salerno, io stesso lo avevo potuto constatare. So che prima del mio arresto Giorgio Pizzo si stava avvicinando molto ai fratelli Graviano."
Veniamo, invece, alle conoscenze più recenti. Sinacori, ancora una volta, ne fa la conoscenza a Dattilo...
Non so, Presidente, se ritiene di sospendere... Io posso andare avanti, eh, tranquillamente.
PRESIDENTE: Ancora per dieci minuti.
PUBBLICO MINISTERO: Bene. Allora, magari, finiamo Giorgio Pizzo.
PRESIDENTE: Bene.
PUBBLICO MINISTERO: Allora, Sinacori ne fa la conoscenza - sto parlando di Giorgio Pizzo - a Dattilo, in un incontro che Sinacori ha con Matteo Messina Denaro. Gli viene presentato ritualmente: uomo d'onore della famiglia di Brancaccio.
Brusca lo indica quale uomo d'onore della famiglia di Brancaccio. Brusca, in questa aula, ha fatto un'affermazione praticamente simmetrica a quella che aveva fatto Giovanni Drago sulle conoscenze pregresse. Dice:
"Io lo avevo conosciuto, Giorgio Pizzo, come amico di Pietro Salerno."
Dirà Brusca che, in una certa fase storica, era Giorgio Pizzo che faceva da interfaccia nei rapporti che Brusca intratteneva con Bagarella.
Concretizzerà, Brusca, questo suo rapporto con Giorgio Pizzo, allorché riferirà di un fatto specifico, e cioè delle indicazioni che Brusca aveva ricevuto da Bagarella di fare avere dell'esplosivo che doveva essere utilizzato per l'attentato a Contorno e, per l'appunto, Bagarella gli indica come fiduciario per questa consegna Giorgio Pizzo.
É Brusca che riferisce come Pizzo, insieme a Cristoforo Cannella, doveva assumere le redini del mandamento di Brancaccio dopo l'arresto dei Graviano. E come, dopo l'arresto del Graviano, Brusca abbia partecipato a numerosi incontri con Bagarella, Matteo Messina Denaro, Nino Mangano, Giuseppe Ferro e Giorgio Pizzo.
Vi è un'area, poi, di dichiaranti sempre i soliti, diciamo di estrazione provenienti dalla realtà di Brancaccio, primo fra tutti: Tony Calvaruso.
Certo, il signor Tony Calvaruso - bisogna che faccia un inciso brevissimo - nel momento in cui dice di essere o di riferire quanto lui ha vissuto in relazione ai suoi rapporti con Bagarella, è uno di quei dichiaranti che si trova nella fortunata situazione di non dover mai spiegare, o cercare di dare la prova dell'impossibile della sua affermazione, posto che, il fatto che Calvaruso intrattenesse rapporti con Bagarella, è stato - per così dire - documentato attraverso le circostanze che portarono all'arresto di Bagarella.
Voi ricorderete, in questa aula abbiamo sentito l'ispettore Rampini, l'ispettore Zifarelli e quegli altri ufficiali di P.G. che avevano partecipato all'arresto di Bagarella e che vi hanno spiegato come all'arresto di Bagarella - che avevano visto arrivare insieme ad un'altra persona in quel certo negozio di abbigliamento - erano arrivati, per l'appunto, all'arresto di Bagarella seguendo il signor Tony Calvaruso.
Siamo, è vero, in un'epoca più spostata in avanti; siamo nel giugno del 1995, ma le dichiarazioni di Calvaruso devono necessariamente, per la fiducia che l'uomo che accompagna un capo ha, riscuote necessariamente, per definizione, e quindi queste affermazioni hanno un peso specifico di una certa qualità.
Bene. Calvaruso dice qualcosa di assolutamente identico a quello che riferisce Brusca su un versante, lo riferirà Tullio Cannella da un'altra angolazione, lo riferirà Ciaramitaro dal suo diverso livello.
La sintesi di queste dichiarazioni qual è? Che, dopo l'arresto dei Graviano, si verifica quella che Calvaruso definisce la "corsa alla successione al trono", e cioè la corsa a prendere il posto nella reggenza del mandamento.
Chi sono le persone, gli aspiranti? Cannella, Giorgio Pizzo, Nino Mangano.
Questa che Calvaruso definisce "corsa al trono", è un dato che ricorrerà. Io dicevo, lo riferisce Tullio Cannella quando parlerà dei problemi che erano sorti in relazione alla gestione del famoso villaggio Euoromare, dal suo modesto livello di persona contigua a questo ambiente criminale che Ciaramitaro....
Qui, Presidente, quando... e Signori Giudici quando mi riferisco a modesto livello, non mi riferisco certo alla qualità criminale delle operazioni compiute; qui, la parola "modesto" potrebbe essere cancellata.
ISPETTORE Pozzi: Presidente, scusate l'interruzione.
É L'Aquila 2, se può far liberare il centralino. Non riusciamo a metterci in comunicazione telefonica.
PUBBLICO MINISTERO: Possiamo approfittare, Presidente, allora per...
PRESIDENTE: Sospendiamo l'udienza per un dieci minuti, un quarto d'ora e liberiamo il centralino.
<< DOPO LA SOSPENSIONE >>
PRESIDENTE: Possiamo riprendere l'udienza.
AVV. Cianferoni: Chiedo scusa. Sono l'avvocato Cianferoni.
PRESIDENTE: Prego.
AVV. Cianferoni: Prima che riprenda la parola il signor Pubblico Ministero, chiedo di poter dare atto di una circostanza...
ISPETTORE Borrelli: Chiedo scusa da Spoleto.
PRESIDENTE: Prego.
ISPETTORE Borrelli: Chiedo scusa da Spoleto, sono...
C'è il detenuto Giuliano Francesco che vorrebbe andare via, vorrebbe non seguire il proseguimento.
PRESIDENTE: Rinuncia alla prosecuzione dell'udienza?
ISPETTORE Borrelli: Sì, esatto. Sì.
PRESIDENTE: E allora la Corte prende atto della rinuncia dell'imputato detenuto Giuliano Francesco.
ISPETTORE Borrelli: Perfetto. La ringrazio.
PRESIDENTE: Prego, avvocato.
AVV. Cianferoni: Grazie, Presidente.
Desidero dare atto di una circostanza, affinché la stessa possa essere accertata nella sua esistenza ed essenza, perché mi pare importante.
Nella pausa, uniformandomi alla prassi che è invalsa anche su indicazione della Corte, comunicavo per via telefonica con il mio assistito, signor Gioacchino Calabrò.
Contemporaneamente, anche il collega Paolo Florio, stava comunicando con un suo assistito che mi diceva essere il signor Giacalone.
Ebbene, sembra che, della conversazione telefonica che intrattenevo con Calabrò, si sia avuta propalazione pubblica, a mezzo altoparlante, nell'auletta di L'Aquila, credo, dove si trova ristretto il Giacalone.
Mi pare una circostanza oltremodo sgradevole. Ed è inutile dire con quanta forza merita di lamentare questo tipo di inconvenienti.
Rimetto alla Corte ogni opportuno accertamento in punto di esistenza del fatto che, se fosse vero come allo stato non ho motivo di dubitare, sarebbe, a mio avviso - torno a ripetere e concludo - oltremodo sgradevole. Al di là del vulnus, al diritto di difesa che, mi sembra comunque verificatosi.
La ringrazio, Presidente.
PRESIDENTE: Prego.
Vorrei sentire, allora, la Casa Circondariale de L'Aquila per accertare se è vero che, sia pure per un errore, si è avuto pubblico ascolto all'interno di quella saletta, della conversazione riservata tra l'imputato Calabrò e il suo difensore.
ISPETTORE Pozzi: Presidente, si sentiva bisbigliare; non c'era chiarezza di dialogo.
PRESIDENTE: Capisco. Grazie.
Comunque vorrei raccomandare che questi fatti, a livello di tono maggiore o minore, sia garantita la riservatezza che la legge prescrive. E dispongo che, copia del verbale, per la parte che riguarda l'osservazione dell'avvocato Cianferoni, sia trasmessa al Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria e al Centro di Servizi, perché si assicurino che fatti sgradevoli, estremamente sgradevoli come questo, che per fortuna non ha avuto conseguenze, si possano ripetere.
Il Pubblico Ministero, allora.
PUBBLICO MINISTERO: Allora, riprendo, Presidente, per alcune brevissime ulteriori considerazioni su Pizzo.
Si diceva di questo ruolo che aveva Pizzo nella gestione, per così dire, economica degli affari del mandamento: era quello che teneva la cassa. La cassa è quella relativa alle estorsioni.
E direi, sottolineerei esclusivamente questo fatto: quando Giuseppe Graviano va a Milano, è proprio Giorgio Pizzo che consegna a D'Agostino e Spataro una somma di 30 milioni, che poi in termini quantitativi quasi identici verrà sequestrata a Milano dai Carabinieri.
Viceversa, immediatamente dopo l'arresto dei Graviano, è sempre Giorgio Pizzo che va a contattare lo stesso D'agostino, i familiari di D'Agostino e i familiari di Spataro, per sostenerli economicamente nelle spese e quant'altro. Mi pare che i due abbiano riferito di una somma di 7 milioni, 5 milioni, data per le spese legali, e quant'altro.
Il ruolo di Pizzo, per come ce lo descrivono questi vari personaggi.
Non so se ho citato, comunque lo faccio subito, Vincenzo Ferro, vedrà Giorgio Pizzo nella circostanza che ho accennato all'inizio dell'udienza: l'incontro a Roma e poi la visita...
ISPETTORE Forchia: Da Parma, chiedo scusa da Parma.
PRESIDENTE: Sì, prego.
ISPETTORE Forchia: Chiedo di intervenire da Parma, signor Presidente.
PRESIDENTE: Prego, l'ascoltiamo.
ISPETTORE Forchia: La saletta 3 di Parma.
Sì, l'imputato Bagarella Leoluca chiede di rinunciare al prosieguo dell'udienza e chiede di poter andar via.
PRESIDENTE: La Corte prende atto della rinuncia. Autorizza l'allontanamento e la cessazione del collegamento, se il Bagarella Leoluca è l'unico imputato.
Vorrei però chiedere agli ufficiali di Polizia Giudiziaria di concentrare questi interventi, o all'inizio, o al termine degli interventi che avvengono in aula, perché la rinuncia è un fatto che può essere manifestato prima dell'intervento in aula del difensore o del Pubblico Ministero, o al termine dell'intervento.
Bene, allora...
ISPETTORE Forchia: Sì, signor Presidente.
VICEISP. Tognarini: Mi scusi, signor Presidente. É da Viterbo.
PRESIDENTE: Sì.
VICEISP. Tognarini: Non riusciamo a collegarci con il centralino lì. Se fosse possibile essere chiamati. Grazie.
PRESIDENTE: Allora proviamo a chiamare.
ISPETTORE Forchia: Signor Presidente, allora, da Parma, se ho capito bene, si può disconnettere il collegamento.
PRESIDENTE: Si può disconnettere.
ISPETTORE Forchia: Grazie, buongiorno.
PRESIDENTE: Prego. Buongiorno.
(segnale di scollegamento)
(voce fuori microfono)
PRESIDENTE: E come si può provvedere?
Si può provvedere: facciano la richiesta direttamente... Ma...?
(voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Pazientiamo ancora.
AVVOCATO Gramigni: Signor Presidente, mi scusi. Sono l'avvocato Gramigni.
PRESIDENTE: Prego.
AVVOCATO Gramigni: Approfitto della pausa...
PRESIDENTE: Prego, avvocato.
AVVOCATO Gramigni: Visto che siamo in tema doglianze di carattere tecnico.
Mi faceva presente il mio assistito, signor Tutino, che ha tentato invano, ha richiesto invano di mettersi in contatto con chi le parla durante la pausa dell'udienza, ma ciò non è stato possibile a causa di problemi, a causa della impossibilità tecnica di contattare qui l'aula di Firenze.
PRESIDENTE: Dalla Casa Circondariale di...?
AVVOCATO Gramigni: Di Viterbo.
PRESIDENTE: Di Viterbo.
AVVOCATO Gramigni: Questo mi viene riferito e questo le rassegno. Ho approfittato della pausa.
PRESIDENTE: Vediamo se da Viterbo è possibile...
AVVOCATO Gramigni: Ora dovrebbe essere possibile, nel senso che ora ci ho parlato.
PRESIDENTE: Ah.
AVVOCATO Gramigni: Però, ecco, le facevo presente che...
PRESIDENTE: Che c'era stato questo...
AVVOCATO Gramigni: Che c'era stata questa impossibilità durante la pausa.
(voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Da Viterbo, o da L'Aquila?
(voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Ah. Quindi si sta cercando di ovviare a questo inconveniente con Viterbo.
AVVOCATO Gramigni: (voce fuori microfono)
Grazie.
PRESIDENTE: Aspettiamo ancora due minuti, dopodiché sospendiamo, se non fosse possibile ristabilire il collegamento radiofonico immediatamente.
Forse è meglio sospendere, a questo punto.
(voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Sospendiamo cinque... dieci minuti, il tempo necessario.
Eventualmente ci avvertono; ci ritiriamo in Camera di Consiglio.
<< DOPO LA SOSPENSIONE >>
(voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Chiedo scusa, attualmente non si è ancora riusciti a stabilire il collegamento.
Cioè, nel senso che, chi vuole chiamare non riesce a chiamare - tramite l'ufficiale di Polizia Giudiziaria - non riesce a chiamare direttamente il segretario di udienza che regola il traffico telefonico.
In questa situazione, per non perdere ulteriore tempo, credo si possa trovare una sola soluzione, ed è questa: che l'ufficiale - credo, sono convinto che mi ascoltiate - l'ufficiale di Polizia Giudiziaria che riceve una richiesta di un imputato che desidera comunicare con il proprio difensore, lo dirà direttamente nell'aula di udienza. E sarà il segretario di udienza che si metterà in collegamento, che metterà lui in collegamento il difensore con l'imputato.
É un giro un po' lungo. Questo giro così lungo può creare qualche problema al regolare svolgimento dell'udienza e soprattutto agli interventi che avvengono in udienza, ma credo che si l'unico sistema per superare, senza troppo danno, almeno questi tre quarti d'ora che possiamo recuperare.
Se non ci sono opposizioni, allora, il Pubblico Ministero può proseguire.
PUBBLICO MINISTERO: Bene. Presidente, cerco di riannodare le fila del discorso.
Allora, dicevo di Pizzo.
Dicevo di Pizzo e avevo esemplificato questo ruolo, quantomeno fino al momento dell'arresto dei Graviano, specificandovi la vicenda che aveva potato alla consegna dei 30 milioni.
Pizzo, poi, viene indicato da una serie numerosa di altri dichiaranti, come facente parte di quel famoso gruppo di fuoco di Brancaccio, che aveva, come suo punto, chiamiamolo così, di ritrovo, come punto di riferimento, quella che per comodità chiameremo anche noi la "camera della morte".
A questo proposito vorrei ricordare un dato.
Ricordate che abbiamo sentito in aula gli ufficiali di Polizia Giudiziaria che avevano eseguito una perquisizione in quell'ambiente, in quel locale che era indicato da Pasquale Di Filippo.
E ricorderete che, l'ufficiale di Polizia di Polizia Giudiziaria - mi pare che era, mi pare, l'ispettore Rampini; comunque cambia poco, è uno di quelli che abbiamo sentito in quell'udienza - aveva dato conto di come nel locale c'era una sedia in mezzo, altre disposte in maniera circolare.
Apro una parentesi. Molti di quei dichiaranti: Romeo, Pasquale Di Filippo, Grigoli, avevano riferito degli interrogatori che si svolgevano in quel locale.
E ricorderete pure che uno di questi ufficiali di Polizia Giudiziaria aveva riferito che in una delle pareti a vetro di questo locale, vi era stato appiccicato l'adesivo dell'AMAP, che è esattamente l'Azienda Municipalizzata dell'Acquedotto di Palermo che si occupa... presso la quale, per l'appunto, lavorava il Pizzo. Quasi che abbia voluto mettere la firma, in quell'ambiente.
Ricordo anche che questo suscitò, nel momento in cui feci precisare questi dati all'ufficiale di P.G., suscitò anche - rileggendolo oggi sono più che convinto della bontà di quanto si fece nel corso di quella udienza - una questione di tipo formale secondo il mio giudizio infondata.
Da Pasquale Di Filippo poi apprenderemo - ma non solo da lui - di come - ma già lo avevo detto all'inizio - Pizzo partecipasse a riunioni, per così dire, di vertici; a conferma di un ruolo non certamente da gregario in tutta la vicenda, in tutto l'ambiente criminale in cui operava.
Buon ultimo, ma esclusivamente per citazione, Vincenzo Ferro, che aveva visto Pizzo Giorgio in quelle circostanze, darà dello stesso Giorgio Pizzo una serie di indicazioni di carattere personale: 'l'ho visto con gli occhiali', 'l'ho visto senza', 'si era fatta l'operazione', 'l'ho potuto constatare quando l'ho rivisto a Alcamo in occasione dell'omicidio', altrettanto, fra virgolette, "famoso" dei fratelli Pirrone.
I documenti che abbiamo prodotto, la testimonianza del dottor Dalle Mura, dà ampiamente conto di come, effettivamente il Pizzo, dopo una certa data, aveva, si era sottoposto all'operazione di cheratotomia, credo si dica così, a uno o a entrambi gli occhi, presso quel dottor Colosi.
Tirando le fila di questo profilo di Pizzo, posso citare ulteriormente il fatto che Carra, nel corso del suo esame dibattimentale, dirà:
"Ricordo che fu il Barranca a presentarmi Giorgio Pizzo in occasione del mio primo carico."
Dice: "Io mi ricordavo Giorgio."
Il dottor Chelazzi che esaminava Carra, più volte ha insistito sul punto se il suo ricordo - suo di Carra - fosse preciso su questo punto. E Carra dirà:
"Sì, me lo ricordo esattamente. Ho visto Giorgio Pizzo in quell'occasione, lo rivedrò un anno dopo...", nel '94, allorché, insieme allo stesso Pizzo, faranno quel carico di hashish, scorteranno quel carico di hashish che poi Carra porterà a Milano.
Quindi, come si può notare, Pizzo ha un ruolo di primo piano all'interno della cosca di Brancaccio; un ruolo di assoluta fiducia. Ne è dimostrazione la vicenda, per l'appunto, relativa all'arresto di Filippo e Giuseppe Graviano.
Stesso ruolo di assoluto rilievo ha Cannella; Cannella è la persona che sa dove dorme Giuseppe Graviano.
Teniamo conto che, all'epoca, sono tutti latitanti. Teniamo conto che Cannella è la persona che nel '92 è l'unica che va insieme a Giuseppe Graviano a dormire in quel luogo, che ancora oggi è ignoto.
Si è detto che diversi dei dichiaranti che ho citato - ma molti altri ve ne sono - sostanzialmente hanno indicato questa sorta di triunvirato, questa successione al trono, che vedeva, come persone candidate alla successione, alla reggenza di Brancaccio, Pizzo, Cannella, terzo personaggio: Mangano Antonino.
Vediamo allora, subito, di vedere chi è questo Mangano Antonino che, in quella fase storica - non dimentichiamoci che siamo sempre ad aprile del '93 - si interessa presso quel rustico di far compiere a Spatuzza, Lo Nigro, Giuliano poi con l'aggiunta di Grigoli, quelle operazioni di manipolazione dell'esplosivo in pietra.
Direi anche qui, su questa persona, su Mangano Antonino, partiamo dalle conoscenze più risalenti; ancora una volta attingiamo a Giovanni Drago.
Cosa ha detto Giovanni Drago?
Due circostanze. Aveva un'agenzia di assicurazioni, è un fatto, questo, assolutamente pacifico.
Due: era uomo d'onore della famiglia di Roccella.
Roccella, abbiamo detto all'inizio, è una delle famiglie che compongono il mandamento di Brancaccio.
Stesso riferimento dà, dell'appartenenza di Mangano a Cosa Nostra, Gioacchino Pennino.
Brusca ne ha riferito l'appartenenza a Cosa Nostra, con quello stesso ruolo, con un ruolo di assoluta preminenza. Era la persona presso la quale Brusca si appoggiava per contattare Bagarella.
Stesso ruolo, ne riferisce Ferro Giuseppe.
Mangano, secondo le dichiarazioni di Ferro Giuseppe, era un vero fiduciario di Bagarella, tanto che poteva partecipare di quelle riunioni - ne ha parlato il dottor Chelazzi - quando si ideava, si progettava quelle iniziative di tipo politico.
É Mangano la persona che, per così dire, che Ferro incontrerà su sollecitazione di Bagarella, per assumere quelle iniziative.
Del resto, diciamo, questo passato, questo trascorso di tipo, fra virgolette, "politico" di Nino Mangano è, per così dire, attestato anche dalle sue condotte penalmente apprezzate in maniera definitiva in relazione alla vicenda - abbiamo prodotto la sentenza che è passata in giudicato - per aver egli, Mangano, fornito dei documenti falsi che erano serviti a Michele Greco.
Persona notoriamente - lo abbiamo documentato producendo la sentenza del Maxi - che era il capo di Cosa Nostra, del mandamento, il reggente... il capo del mandamento di Ciaculli, come si chiamava all'epoca, Michele Greco detto il "Papa" .
Le acquisizioni, poi, su Mangano sono molteplici, sono di qualità diversa. Sempre per rimanere nel, diciamo, nel profilo storico di Antonino Mangano; le stesse indicazioni: l'assicuratore presso il quale ci si rivolgeva per contattare Giuseppe Graviano.
Ce ne riferisce esattamente negli stessi termini Gioacchino La Barbera.
Quel ruolo che ha Nino Mangano nella vicenda, e più specificamente ci viene, ci interessa più da vicino, ce la dà quel Tony Calvaruso, sulla cui internità all'ambiente mafioso di Brancaccio e a Bagarella, la darà, per l'appunto, Tony Calvaruso, allorché riferirà delle lamentele di Bagarella in relazione a quanto era accaduto per il fallito attentato a Contorno.
E riferisce proprio dei discorsi che aveva sentito fare da Mangano e cioè che: i ragazzi che stavano lavorando per Contorno avevano dato buona prova di sé a Firenze, a Roma e a Milano.
Quindi, da queste dichiarazioni traiamo un ruolo di Mangano in relazione ad alcuni ragazzi che avevano eseguito gli attentati.
Tullio Cannella ci dà un'altra indicazione: è coerente a quella degli altri numerosi dichiaranti. E cioè delle problematiche che erano sorte a valle dell'arresto dei Graviano, per concludere - Cannella - con una affermazione di questo tipo:
"Bagarella aveva poi, in un certo senso, deciso di privilegiare Nino Mangano."
Questa affermazione di Cannella, va da sé, è dimostrativa dell'estrema fiducia che Mangano godeva non solo presso i Graviano, cui era all'epoca sottoposto, ma anche nei confronti dello stesso Bagarella.
Troveremo - e questo sarà agevole per i Giudici riscontrare - come Mangano sia, per così dire, abbia attraversato, con la sua presenza e con le sue disposizioni trasversalmente, dall'inizio delle operazioni di tipo materiale, manipolazione dell'esplosivo, per finire - come ci dirà Scarano - alla consegna fatta tramite Giacalone dei 10 milioni che servivano per l'affitto della villetta di Capena, funzionale all'esecuzione dell'attentato a Contorno.
Ancora, da Pasquale Di Filippo avremo delle indicazioni molto precise in relazione al fatto che era Mangano la persona che era diventata, per così dire, il capo - usiamo questa espressione sintetica - in relazione anche ai rapporti che era riuscito a stabilire con Bagarella.
Carra, in un'epoca direi di poco successiva ai fatti di strage di cui ci occupiamo, dirà di aver conosciuto Nino Mangano nell'autosalone di Giacalone. Ed era chiamato "u' signuri", "il signore". Era la persona che dava le disposizioni, aveva dato le disposizioni in relazione al famoso, a uno dei famosi trasporti che aveva eseguito Carra in particolare, in relazione al viaggio di Carra a Milano.
Monticciolo.
Sappiamo chi è Monticciolo. Sappiamo quanto fosse vicino a Giovanni Brusca. Sappiamo che è la persona che ha fatto rinvenire e che custodiva l'arsenale di Contrada Giambascio - abbiamo sentito il maggiore Bruno che ci ha dato tutte le indicazioni su quel... abbiamo prodotto i verbali di sequestro di quel materiale -.
Dirà che era la persona che comandava a Brancaccio, ed era in rapporti, aveva partecipato alle riunioni esclusivamente con personaggi di vertice di Cosa Nostra, e cioè con Brusca, Bagarella e con Ferro Giuseppe.
Sempre dal livello inferiore, più basso, da cui possono venire questi contributi conoscitivi, mi riferisco ancora una volta a Giovanni Ciaramitaro che, scarcerato nel giugno del '93, riferirà che c'era un gruppo di persone che prendeva disposizioni da Nino Mangano. Tra queste persone, per l'appunto, indica tra l'altro Giuliano, indica tra l'altro quelli che poi saranno gli autori, gli esecutori materiali, per così dire terminali delle stragi.
Vi è poi - ma questo tema lo vorrei trattare unitariamente - per Mangano, una riprova di tipo definitivo su quello che era il suo ruolo, su quelli che erano i rapporti che lui intratteneva con Giuseppe Graviano e con Bagarella e con le altre persone che ho citato fino a questo momento, riscontro che è di tipo documentale: si tratta delle lettere e dei documenti che sono stati sequestrati a Mangano, nell'appartamento famoso di via Scaglione, al momento in cui... nel momento in cui, per l'appunto, veniva tratto in arresto.
Di questi documenti vorrei trattare in maniera unitaria, in maniera da evitare inutili dispersioni.
Ho detto che nel momento in cui viene deliberata la "campagna di stragi", gli attentati al Nord, le persone che si affacciano in questa lettura che ho dato di tipo orizzontale, cercando di storicizzare questi fatti in quei mesi, in particolare nell'aprile del '93: abbiamo visto Barranca - "Ghiaccio" -; abbiamo visto Cannella - "zio Giacomino"; Calvaruso lo chiamerà anche "scarpina lucida" e spiegheremo anche il significato di questo appellativo -; abbiamo visto Giorgio Pizzo; abbiamo visto Nino Mangano.
Ho citato, fra i personaggi che vengono sin dall'inizio inglobati in questa vicenda, quelli che potremo definire, non solo per la caratura, per il profilo che hanno all'interno di Cosa Nostra, ma per come hanno concretamente operato, personaggi che potremo definire come gli interpreti operativi del programma, come gli interpreti della strategia che era stata posta, che era stata varata da quei tre capi, Bagarella, Graviano, Matteo Messina Denaro in quella famosa riunione.
Altro personaggio che ci interessa, perché è per l'appunto la persona che, come ho detto, farà la sua comparsa da subito su questa scena, è Giacalone Luigi.
Non a caso ho scelto di trattare questo profilo di Giacalone Luigi dopo Nino Mangano.
Perché? Perché loro, rivedendo le dichiarazioni che abbiamo raccolto in aula in relazione a Giacalone - vorrei dire prima e a prescindere da quello che è il materiale di prova in relazione alle implicazioni di Giacalone nel concreto dei fatti di strage - rileveranno in maniera agevole come la storia criminale, l'ambientazione criminale di Giacalone, l'estrazione criminale di Giacalone in relazione al mandamento di Brancaccio, vada, per così dire - uso un'espressione colorita - a braccetto con quella di Nino Mangano.
Non solo perché son vecchi amici. Non solo perché hanno l'autosalone e l'assicurazione porta a porta. Non solo perché da una serie di elementi, che sarà agevole mettere in rilievo in relazione allo sviluppo dell'attività operativa in tutto l'arco temporale che va dall'aprile '93 fino all'aprile '94 con l'esecuzione dell'attentato, vedremo che quasi tutte le iniziative di Giacalone sono, per così dire, ripetute da Nino Mangano.
Ma per un fatto molto semplice. Entrambi - come ci viene riferito, il primo che ne ha parlato è Emanuele Di Filippo - entrambi sono emanazione della famiglia mafiosa di Roccella.
Entrambi, secondo le conoscenze che abbiamo potuto estrarre, in particolare da Emanuele Di Filippo, che pone Giacalone su un piano direi quasi paritetico rispetto a quello di Nino Mangano e sappiamo quanto Emanuele Di Filippo, sotto questo profilo possa essere altamente attendibile, poste la relazione parentale che aveva con quel Pino Marchese, il cui pentimento è stato più volte richiamato, nel corso dell'esposizione del dottor Chelazzi, in relazione a certe dinamiche e anche per delineare delle cronologie che rilevavano in quella fase storica che ha affrontato il dottor Chelazzi.
Dicevo, quindi, quel Pino Marchese, Giuseppe Marchese, che inizierà a collaborare il 1 settembre - o comunque in quei giorni - del 1993, per l'appunto Emanuele Di Filippo dirà come, a partire dalla collaborazione di Emanuele... di Pino Marchese, erano per l'appunto Mangano e Giacalone le persone che venivano utilizzate da Bagarella per stabilire i contatti necessari.
Di Filippo Emanuele ha raccontato, in relazione a questo binomio Mangano-Giacalone, quella complessiva vicenda, complicatissima, che ha come... è stata introdotta nel processo come la "vicenda Sucato". Quel gioco complicatissimo di scommesse, di investimenti, non saprei come meglio definire, che comunque avevano portato anche lo stesso Emanuele Di Filippo a investire una grossa somma.
Ricorderete quel passaggio che sembrava quasi, così, colorito, o forse inutile. Nel momento in cui Emanuele Di Filippo, avendo partecipato a una riunione nel corso della quale erano state portate queste grosse somme che dovevano essere investite presso quello che veniva chiamato "il mago di Villabate", alias, al secolo Sucato, aveva riferito alla persona che era accanto a lui, dice: 'ma perché non facciamo una rapina?'
Era stato immediamente zittito, nel senso che il suo interlocutore gli dirà: 'ma non hai visto chi c'è qui?' Riferendosi alla contemporanea presenza di Mangano e Giacalone e sottolineando il fatto come un'azione del genere sarebbe certamente costata la vita allo stesso Emanuele Di Filippo.
Dico questo per dire che Giacalone, quindi, affonda, per così dire, ripete questa sua qualificazione criminale in un ambiente mafioso specifico, quello di Roccella. Ha questo legame strettissimo con Nino Mangano. Verrà indicato, in maniera direi trasversale, dai dichiaranti di area Brancaccio, a partire dallo stesso Pasquale Di Filippo, come persona che era organica a questo gruppo.
Tanto era organica a questo gruppo, tanto era, come dire, in simbiosi con le persone che di quel gruppo facevano parte, che un contributo notevolissimo ci verrà ancora una volta dal Tony Calvaruso, la cui affermazione servirà a fornire un pendant della affermazione che avevamo visto essere quella di Emanuele Di Filippo.
Dirà, Tony Calvaruso, che conosce Giacalone in quanto presentatogli, da chi? Da Bagarella.
Lo conosce nell'autosalone. Lo conosce in funzione del procacciamento di quella particolare autovettura.
Sappiamo, perché ce lo hanno detto in diversi - lo stesso Calvaruso, lo stesso Pasquale Di Filippo - che Giacalone si fregiava, o era chiamato con quell'appellativo di "Barbanera".
Sappiamo ancora di come - e questo ce lo riferisce ancora una volta Pasquale Di Filippo - di come l'ambiente, su cui già abbiamo cercato di scavare, fosse entrato in ebollizione a partire dal momento in cui Giacalone era stato arrestato insieme a Scarano.
Emanuele Di Filippo metterà questo... riferirà di quanto aveva appreso da Vittorio Tutino. Riferirà, in particolare, delle preoccupazioni enormi che erano maturate nel gruppo, che erano maturate in Nino Mangano.
Riferirà, Pasquale Di Filippo, del giudizio di disvalore che proveniva da Nino Mangano in relazione al fatto che Giacalone era stato imprudente ad aver fatto il viaggio insieme a Scarano; di aver portato nell'auto le due pistole che poi vennero sequestrate dai Carabinieri, di aver portato nell'auto la cocaina. Tutta una serie di iniziative che avevano disvelato, non solo avevano esposto Giacalone all'arresto - cosa che era effettivamente avvenuta - ma avevano messo in rilievo il contatto Giacalone-Scarano. É questa la cosa che maggiormente aveva preoccupato tutto l'ambiente.
Tanto l'aveva preoccupato, questo ambiente, che - come sempre riferisce Pasquale Di Filippo - si era pensato di assumere iniziative, di prendere iniziative nei confronti di Giacalone.
E sappiamo quali sono le iniziative di Cosa Nostra.
Sappiamo ancora che quel Tony Calvaruso, la cui internità a quel gruppo, in quell'epoca storica, quindi sappiamo che il Tony Calvaruso fa la conoscenza del Bagarella nel famoso villaggio Euromare; inizierà a fargli da autista nel settembre-ottobre del 1993. Abbiamo appreso che è proprio attraverso direttamente Bagarella, è Bagarella che lo porta nell'autosalone di Giacalone; si spiegherà facilmente come nella famosa cella del carcere di Rebibbia, il Giacalone si sia potuto lasciare andare, per così dire, a quelle confidenze, sulle quali in questo momento non mi interessa soffermarmi, se non per dire che, dagli elementi che ho sinteticamente rappresentato, Giacalone, al pari di Nino Mangano, nella stessa epoca storica in cui appare sulla scena Cannella, appare sulla scena Mangano, diventa anch'egli interprete del programma che quei tre uomini d'onore avevano varato a casa di Vasile.
Abbiamo parlato di una serie di circostanze di fatto, riferite a questi cinque uomini d'onore di estrazione, provenienti dal mandamento di Brancaccio.
E di ciascuno si è profilato un ruolo: il cassiere, il Barranca chiamato "Ghiaccio", che ha velleità di tipo contrabbandiero, ovvero di tipo di grande traffico di sostanze stupefacenti.
Abbiamo detto del ruolo di Mangano, di questa dinamica interna al mandamento di Brancaccio, a questa stretta vicinanza che vi era in quel periodo storico tra i Graviano e Bagarella.
Abbiamo detto del ruolo, per l'appunto, di Pizzo. Abbiamo anche accennato alla internità, quei rapporti molto stretti che si erano instaurati tra Matteo Messina Denaro e i Graviano nel periodo che ci interessa.
Qui vorrei semplicemente dare alla Corte questi parametri.
Allora: devo richiamare necessariamente un passaggio dell'istruttoria dibattimentale che ormai è di qualche anno fa, di circa un anno addietro.
Ricorderete che quando abbiamo ricostruito la disponibilità della villa di Forte dei Marmi - quindi a partire, come ho detto stamani, a partire dal maggio '93, poi sappiamo che in concreto la villa è stata abitata nel luglio, tra luglio e agosto del '93, per un breve periodo - davanti a voi sono sfilate una serie di persone che hanno riferito e hanno ricostruito su quella vicenda.
A me in questo momento interessa sottolineare un dato. Ricorderete che è venuta a testimoniare la signora Puma Fedora.
La signora Puma Fedora è la moglie di Giuseppe Vasile. Ha riferito di come fosse stata portata dal marito, era stata a Torino, giù da Torino dai parenti erano andati... il marito l'aveva così portata in questa villa dove c'erano degli amici. Tra questi amici c'erano i famosi fratelli Militello, che la Puma dirà poi: 'li ho riconosciuti dalle foto pubblicate al momento dell'arresto'; erano i Graviano.
Ognuno si presentava con quel nome Militello Tommaso, Militello... non mi ricordo più l'altro nome di battesimo. Ma l'affermazione della Puma è in termini di certezza.
Come è in termini di certezza l'affermazione che insieme a loro vi era quel Matteo Messina Denaro... o meglio, quella persona che nell'occasione era accompagnata da quella ragazza austriaca di nome Andrea, che si accompagnava con un ragazzo di nome - ed è questo che mi interessa sottolineare - Paolo, del Trapanese, amico dei Graviano. Punto.
Che fosse Matteo Messina Denaro l'abbiamo dimostrato attraverso quella serie di dichiaranti che conoscevano questo soggiorno in Versilia comune, tra i Graviano e Matteo Messina Denaro. Che fosse proprio il Matteo Messina Denaro non v'era dubbio, non foss'altro per un dato, che certo non è ricorrente: che era del Trapanese e che si accompagnava, che la sua fidanzata era una ragazza che si chiamava Andrea ed era austriaca.
Non dico più una parola su questo punto. La relazione fra il Matteo e l'Andrea era nota, era notoria. Ce l'ha riferito anche il dottor Bonanno. A me interessava sottolineare il nome di battesimo, o meglio come si faceva chiamare questo signore: "Paolo".
Sappiamo da Geraci, che era, così, come dire, l'ombra di Matteo Messina Denaro, che in quel periodo il Matteo Messina Denaro era munito del documento di identità di Forte Paolo. Forte Paolo che sappiamo, il dottor Chelazzi quando ha ambientato Scarano, sappiamo i fratelli Forte chi sono, eccetera. E quindi non mi intrattengo su questo punto.
"Paolo", "Ghiaccio", "zio Giacomino", "Barbanera".
Abbiamo prodotto, all'udienza del 25 novembre del '96, dei documenti che io mi auguro, come son sicuro, che la Corte leggerà con la dovuta attenzione.
Noi diciamo che le lettere che sono state trovate in casa di Nino Mangano, lettere - alla cui apprensione è pervenuto l'ispettore Rampini nel momento in cui, vi ricordate, ha riferito dell'arresto di Mangano, l'ha messo a sedere nella poltrona, è stato gentile, eccetera - vengono tirate fuori da quei certi luoghi.
Io so che su queste lettere - ma è una conoscenza, è sicuramente irrilevante, ma lo dico così, per chiarezza mia di esposizione - poteva esser fatta perizia calligrafica. Credo che, ora non mi ricordo bene, ma mi pare che sia stata avanzata anche in quella fase una sorta di opposizione a che questi documenti venissero acquisiti in quanto anonimi. In realtà i documenti, vedremo, sono tutt'altro che anonimi.
E direi, anzi, che vi è un dato che nemmeno la più puntuale delle perizie calligrafiche eventualmente poteva smentire. O meglio, l'eventuale risultato negativo di una perizia calligrafica su queste lettere, nulla, nemmeno di una virgola, avrebbe fatto, avrebbe comportato in termini di attribuzione del contenuto della lettera.
Vado subito - oggi la Corte dispone di tutti i parametri per attribuire paternità a questo documento - e leggo esclusivamente questo passaggio:
"Controllatevi di quello che aveva la panineria e poi lavora nel vendere le cassette. Ho l'impressione che c'entra col mio arresto. Informatevi con Salvatore se ha mai confidato che si vedeva con me. Non capisco come mai Salvatore mi ha portato gli sbirri da me. Io non vedevo Salvatore da 10 anni." Punto.
Allora, ricordate le dichiarazioni di Salvatore Spataro? É quello della polleria, o meglio è quello che era il prestanome di Cannella nella polleria. Ricordate tutta la complessa vicenda che lo porta a Milano? D'Agostino deve andare a portare i 30 milioni. Deve fare interessare per il lavoro Giuseppe Graviano, a Milano. Il cognato sa che deve andare a Milano. Vanno a chiedere l'autorizzazione a Giorgio Pizzo. E Spataro dirà in quest'aula che: 'è da 10 anni, o da molto tempo, che non vedo Giuseppe Graviano'. Punto.
Avete dubbi sulla provenienza di questa lettera? "Non capisco...", risottolineo il passaggio.
"Non capisco come mai Salvatore mi ha portato gli sbirri da me. Non lo vedevo da 10 anni."
Ma ancor più significativa, su questo punto, è la lettera di risposta che abbiamo prodotto, e che era non so se una minuta o la lettera che doveva partire, che viene trovata a casa di Nino Mangano. Ricordate - e ve lo sottolineo, perché è facilmente controllabile dai verbali - come sia Spataro che D'Agostino dicono, hanno riferito come dopo l'arresto dei Graviano c'era stato, si erano visti un po' "guardati male". Tanto guardati male che D'Agostino aveva voluto, per così dire, sincerarsi, se era ancora voluto bene. Tanto da chiedere a Giorgio Pizzo l'autorizzazione ad aprire una lavanderia.
Mi ricordo che in sede di esame abbiamo chiesto a D'Agostino: 'ma, scusi, come mai per l'autorizzazione per aprire la lavanderia non andava in Comune o nell'ufficio competente?'
E D'Agostino ha dato quella qual certa risposta. Interessa a me far rilevare come entrambi abbiano manifestato la preoccupazione, che potessero subire delle conseguenze in relazione all'arresto che era avvenuto a Milano.
Bene. Nella lettera di risposta, quella che era l'affermazione, nel passo della lettera che vi ho appena letto è definitivamente esplicitato. Allora:
"Per quello delle cassette, sono alcuni mesi che lo controlliamo. E siccome per alcuni fatti si è deciso di chiudere questa pratica definitivamente, per il momento a Salvatore non ci chiediamo nulla. Inoltre, abbiamo cercato di saperne di più del tuo arresto e abbiamo scoperto che alle case popolari dello Sperone, gente comune sapevano che loro dovevano partire e addirittura gli dovevano comprare l'auto a Milano."
Dico, da questi passaggi che vi ho appena letto c'è dubbio sulla riferibilità di queste lettere?
A parte che entrambe sono firmate "Madre Natura", come numerose persone che sono sfilate in quest'aula, a partire da Scarano, hanno riferito essere l'appellativo di Giuseppe Graviano.
Vi possono essere dubbi che la paternità, comunque, di questi documenti provenienti dal carcere, possa essere riferita a Giuseppe Graviano?
Vi sono, però, numerosi altri passi di queste lettere, che documentano:
a) Il ruolo di Nino Mangano;
b) I rapporti stretti esistenti fra Giuseppe Graviano, queste persone e quelle che io ho stamani, come dire, che ho stamani cercato... delle quali ho cercato di fare il profilo. Mi riferisco quindi a Barranca, mi riferisco a Cannella, mi riferisco a Giorgio Pizzo, mi riferisco, ovviamente, a Nino Mangano. E vi sono altri documenti che faranno esplicito riferimento a Giacalone.
Non so Presidente, è l'una e mezza. Non so se possiamo...
PRESIDENTE: Possiamo sospendere.
PUBBLICO MINISTERO: Bene.
PRESIDENTE: Sino alle ore 15.00.
ISPETTORE Pozzi: Presidente, scusi, da L'Aquila 2.
PRESIDENTE: Prego.
ISPETTORE Pozzi: Gli imputati Spatuzza Gaspare e Giacalone Luigi intendono rinunciare al prosieguo dell'udienza.
PRESIDENTE: La Corte prende atto della rinuncia di questi due imputati. Se sono, come credo, gli unici due imputati presenti in quella saletta, si autorizza la cessazione del collegamento.
ISPETTORE Pozzi: Glielo confermo e la saluto.
ISPETTORE Borrelli: Signor Giudice, chiedo scusa, anche da Spoleto. Anche da Spoleto, qui gli imputati Cannella e Pizzo vorrebbero rinunciare all'udienza delle 15.00.
Sono gli unici due che sono rimasti nella saletta numero 3.
PRESIDENTE: Allora la Corte prende atto della rinuncia e autorizza la cessazione del collegamento.
ISPETTORE Borrelli: Grazie, buonasera.
PRESIDENTE: Buonasera.

PRESIDENTE: Prima di dare la parola al Pubblico Ministero, volevo informare l'imputato Frabetti Aldo che è presente, che è stata fatta... per quanto riguarda i problemi carcerari, che è stata segnalata già alla Direzione il problema che era stato rappresentato.
Probabilmente c'è stata una non contemporaneità tra la segnalazione e quello che ha lamentato;
comunque ho disposto di ricevere assicurazioni, rispetto a quelle che sono state le sue osservazioni. Va bene?
E allora, la parola al Pubblico Ministero.
VICEISP. Tognarini:"Grazie, Signor Presidente, da Viterbo".
Le volevo comunicare che ci alterniamo con gli ufficiali di P.G.; il sottoscritto viceispettore Tognarini Mario che ha seguito l'udienza da questa mattina, si alterna con il vicesovrintendente Egidi Arcangelo che è in nomina.
PRESIDENTE: Egidi Arcangelo. É tra gli ufficiali già designati. Grazie.
Allora, il Pubblico Ministero.
PUBBLICO MINISTERO: Bene, Presidente e Signori Giudici. Eravamo rimasti, ci eravamo fermati alle lettere che noi diciamo provenire da Giuseppe Graviano.
Le lettere, come loro vedranno, risultano firmate "Madrenatura"; e una loro attenta lettura, dà conto, in maniera direi totale, delle affermazioni dei contributi conoscitivi che provengono dalle persone che abbiamo sentito e che stamani ho cercato di sintetizzare, delle quali ho cercato di sintetizzare le dichiarazioni.
Vi ho sottolineato i passi di queste lettere che ritengono, che danno, come dire, per certa la attribuzione a Giuseppe Graviano.
Ma molti altri ve ne sono, nei quali - passaggi - sarà agevole rilevare una serie delle affermazioni che, delle proposizioni che stamani ho cercato di sottolineare con riferimento alle persone di cui abbiamo sin qui parlato.
Le lettere, inoltre, danno concretezza al perché Graviano Giuseppe venisse chiamato in quella maniera: "Madrenatura". Qualcuno degli uomini più vicini ha riferito che questo era l'appellativo in funzione della munificenza di Giuseppe Graviano.
Ricorderete - per dare sostanza, anche in questo caso, alla mia affermazione - le dichiarazioni ancora una volta di D'Agostino. Che, nel momento in cui assume su di sé, assume in casa, prende in casa sua Graviano, verrà ricompensato in maniera notevolissima di questi favori.
La prima lettera inizia: "Mi fa molto piacere ricevere notizie da persone che si trovano nel mio cuore e voglio bene quanto a me."
Vi ricordate il passaggio che è stato indicato da più dei dichiaranti? Successione al trono; ad un certo punto Giuseppe Graviano fa cadere la sua scelta su Mangano, attraverso il beneplacito di Bagarella.
Ricordate anche che sappiamo che Bagarella veniva chiamato il "Signor Franco". Possiamo anche dare una spiegazione del perché venisse chiamato "Signor Franco" . Ancora una volta bisogna richiamare le circostanze dell'arresto di Bagarella. Aveva un documento d'identità, falso, con le generalità di certo, mi pare, Franco Amato.
Prosegue la lettera: "L'altro giorno il Signor Franco mi ha fatto sapere se posso lasciare carta bianca ad 'Aria.'
"Aria" è il nome - o meglio - è l'intestatario della lettera. La lettera è indirizzata ad "Aria e Marta".
E "Aria", sarà agevole rilevare che è, diciamo, lo pseudonimo di Mangano; "Marta", per il contenuto che è riferito a "Marta", sarà altrettanto agevole rilevare che si tratta di Giorgio Pizzo.
Più avanti, nella stessa lettera, Giuseppe Graviano fa questa affermazione: "Ci sono venti carcerati che sono processualmente rovinati" - l'affermazione è riferita evidentemente a una situazione probatoria compromessa - "e non hanno i mezzi economici per affrontare la situazione. L'impegno è di dare tre-quattro appartamenti a testa per avere un futuro economico sicuro loro e i loro familiari."
Ricordate "Madrenatura"? Giuseppe Graviano era visto come un dio, per questa munificenza di cui, non so, può darsi che tuttora gli imputati godano.
Continua rappresentando quanto viene, le voci, diciamo, dal carcere. Dice quali sono le sue esigenze economiche.
Dice che: "Ci sono alcuni detenuti che mantengo io, di tasca mia." Però- aggiunge-non so quanto può durare, perché solo per me spendo 20 milioni il mese di avvocato, più vestirmi, più libretto, colloquio. Quando ero" fuori" - ecco il passaggio che mi interessava sottolineare - si incassavano 800 milioni annui effettivi; più da 1 a 1,2 miliardi extra che i conti ce l'ha zio Giacomino. A me dispiace voi gli avete dato. Io la cassa la facevo tenere a 'Marta'. Avevo e ho piena fiducia. Nemmeno volevo vedere i conti."
Come vedete- "zio Giacomino" sappiamo per certo che è Cristoforo Cannella- si fa riferimento a quel momento di, come dire, di impasse che si creò, che i dichiaranti hanno riferito essere avvenuti nella successione, nel periodo immediatamente successivo all'arresto dei Graviano, con dispute fra Cannella e Giorgio Pizzo, che
evidentemente era stato, per così dire, scavalcato da "zio Giacomino" e che, evidentemente, non aveva soddisfatto appieno gli interlocutori dei vari Mangano, eccetera.
Altro passaggio nella lettera. Proseguono le questioni di carattere interno. Si sta facendo riferimento alle lamentele che vengono dal carcere: "Se volete sapere chi sono i detenuti che si lamentano, sono tutti. Compreso il padre di 'Olivetti'."
C'è bisogno di dire oggi, dopo 170 udienze chi è "Olivetti" e chi è il padre di "Olivetti", che tanto sta a cuore a "Madrenatura"?
"Se poi non riuscite a risolvere questa situazione, nel mio piccolo posso darvi una soluzione. Però l'ultima decisione spetta ad 'Aria'."
Ecco che l'investitura di Nino Mangano con l'avallo del "Signor Franco", prende, esce dalle propalazioni di Calvaruso, Tullio Cannella e quanti altri; e assume la forma documentale.
Più avanti. Ricordate come veniva chiamato Lo Nigro? Erano due nomi: "Bingo" o "Cavallo".
Prosegue la lettera più avanti: "'Bingo' si è visto con 'zia Maria'; ha detto che ha fatto avere 500 mie...", eccetera.
Attenzione, questo passaggio è importante: "Voi mi dite che sono state spese per il trasporto del 'Cavallo'. Questo 'Cavallo' non ho capito cosa significa."
Se andiamo a vedere la lettera di risposta di Nino Mangano, di "Aria", vedrete che è lo stesso Mangano che, nella lettera, spiega a Giuseppe Graviano che, sostanzialmente, "Bingo" e "Cavallo" sono la stessa persona.
Leggo il passo di quest'altra lettera, quella di risposta: "Quando ti abbiamo scritto, abbiamo parlato che 600 milioni sono andati a 'Bingo' per la barca..."
"Bingo", per la barca, 600 milioni. Io non ho bisogno di sottolineare come questo passaggio fa diretto riferimento ai traffici di stupefacenti che sappiamo essere gestiti attraverso, o per mezzo delle imbarcazioni di Lo Nigro.
"Ho diviso ai ragazzi per Natale dei soldi, anche se io sapevo che dovevano avere dei soldi per lo sbarco e non l'hanno mai avuto."
Parentesi: "'Cavallo' e 'Bingo' sono la stessa persona", chiusa parentesi.
"Quando io 'Aria' ho chiesto a Giacomino il risultato di questo lavoro fatto, quando c'eri tu, dietro sollecito di 'Ghiaccio' e 'zia Maria', mi fu risposto che i conti li aveva mandati a te."
Ora, i passaggi riferiti a questa vicenda che è all'evidenza riferito al traffico di stupefacenti che era in ponte, permette di mettere insieme un po' tutti i personaggi, in maniera traversale, che hanno, che sono protagonisti della vicenda di cui ci occupiamo: Bagarella, lo stesso Mangano, Pizzo, Cannella, "Olivetti"...
PRESIDENTE: Volevo chiedere, chiedo scusa...
PUBBLICO MINISTERO: Prego.
PRESIDENTE: ...al Pubblico Ministero, come interpreta "zia Maria"?
PUBBLICO MINISTERO: Non l'abbiamo data una... perché non abbiamo risposte certe sulla "zia Maria".
PRESIDENTE: Grazie.
PUBBLICO MINISTERO: Quindi, quando non abbiamo queste certezze, preferiamo... Anche se le nostre idee ce le abbiamo.
Vi è riferimento alla vicenda Spataro-D'Agostino; ci sono i saluti, ci sono i riferimenti anche alle vicende del villaggio Euromare:
"C'è Tullio che mi deve dare dei soldi di 13 anni fa e mi deve fare dei passaggi di appartamenti."
Della lettera di risposta di Mangano, vi ho fatto un po' il... vi ho dato qualche riferimento, senza sottolineare che, dal carcere evidentemente, Mangano comunque continuava a ricevere disposizioni.
Leggo il passaggio:
"Ti faccio un quadro della situazione degli stipendi attuali. Ammontano a 474 milioni per i carcerati, 156 milioni per i 'latini'" - "latini" qui significa latitanti - 270 milioni per le persone indispensabili che girano intorno a noi, per un totale di 900 milioni. Ne abbiamo incassati 800...", e quindi c'è una serie di questioni, di conti, che, evidentemente, non tornano.
Vi sono ancora anche nella lettera di risposta a Mangano i riferimenti alla cassa che è passata da Pizzo a Cannella:
"Per quanto riguarda la cassa non l'abbiamo data a Giacomino, nonostante mi abbia detto a me - fra parentesi, scrive lo stesso Mangano - 'Marta' nel mese di agosto che tu hai mandato a dire che dovevano fare i conti."
Poi, ancora, più avanti... Vi ho già ricordato il passaggio che si riferiva all'eliminazione di Spataro. Poi, alla fine, detto dei riferimenti a "Ghiaccio", a "Bingo" e a "Cavallo", che sono la stessa persona, nella seconda lettera che dal carcere perviene a Mangano, vi leggo questo passaggio, in cui torna di nuovo la figura di Giuseppe Graviano come "Madrenatura":
"Mi dispiace se in questi mesi c'è stato qualche malinteso - si riferisce a questa situazione di transizione che c'è stata dopo il suo arresto - ma vi ricordo che è stato solo un malinteso. Io vi penso sempre e vi voglio bene. A me non interessano i conti, o i soldi, per me; interessa che curate le cose per bene e che pensate a tutti i carcerati. Se ascoltate me, vi sistemo tutto."
Prosegue dando istruzioni: "due appartamenti a tizio, tre a caio" eccetera.
Conclude questo assetto, diciamo, della cosca all'esterno:
"Quando avrete problemi, me lo fate sapere e vi sistemo tutto io Se avete bisogno, prendete consigli - attenzione - dal 'Signor Franco' e 'Paolo' - eccolo il" Paolo" che stava nella villa di Forte dei Marmi- come torna;anzi, - salutatemeli con un bacione. Non dimenticate di dare un appartamento a 'Paolo'."
Poi, alla fine, conclude con un saluto generalizzato:
"Mi dovete salutare tutti: 'Bingo', bambino e padrino, i parenti del bambino, 'Paolo', il 'signor Franco, 'zio Giacomino', anche se si è comportato male e mi ha criticato - attenzione - 'Cacciatore', 'Olivetti' e tutti."
Ripeto, non voglio essere, come dire, monotono. C'è bisogno di dire chi è "Cacciatore"?
É evidente il riferimento a Salvatore Grigoli; e come è altrettanto evidente nel saluto indirizzato ad "Olivetti".
Queste lettere...molti sono altri i passaggi che possono interessare. Diciamo che si completano con i documenti, con i documenti che, insieme alle lettere, vengono sequestrate nel famoso appartamento di via Scaglione, dove viene arrestato Nino Mangano.
Ricorderete che, per sicurezza della identità d questi documenti, alla persona che li aveva materialmente trovati, cioè all'ispettore Rampini, abbiamo fatto scorrere le copie che sono in vostro possesso per verificare la identità dei documenti che aveva sequestrato in quel giugno del '95, con quelli che sono in vostro possesso.
Bene. Nei documenti in questione, che una lettura attenta sarebbe dire troppo, denotano come, in maniera palmare, fossero tenuti i conti da Nino Mangano, i conti della cosca.
É esplicitata la voce "stipendi". Accanto a queste voci voi vedrete: "Olivetti", vedrete un altro nome, "u' tignusu". sappiamo chi è "u' tignusu" nelle accezioni del gruppo. É evidente il riferimento a Gaspare Spatuzza
Vedrete più volte citato "Barbanera". "Barbanera" sappiamo, perché l' hanno riferito in parecchi, anche per il visus; l'aspetto esteriore che aveva all'epoca, era Giacalone, che portava una bella barba bianca, come dice Calvaruso. Non nera, perché ce l'aveva, all'epoca, brizzolata.
Oltre ai soliti riferimenti, a "Giaccio"; oltre i riferimenti a "la dama", come veniva chiamato Pasquale Di Filippo; oltre ad una serie di riferimenti, questa volta con il cognome, a Carra.
Ricorrerà: "Carra, 3000 viaggio."
Carra, questa è la dicitura classica usata in quei documenti, verrà in quei documenti attestato una fornitura che, un passaggio, una annotazione, che è esattamente identica nel contenuto al bigliettino che il dottor Messina vi ha mostrato in aula, allorché ha riferito qual era il documento trovato a quel Palumbo a Milano, al cui battesimo era andato Cosimo Lo Nigro.
Troverete esattamente la stessa indicazione delle armi, con i prezzi, le somme che erano state corrisposte.
Troverete, in sostanza - forse in processi di mafia che, a quanto risulta, l'unica volta che ciò avviene - troverete documentata la vita di una cosca: con le sue entrate. Le entrate derivano quasi esclusivamente dall'imposizione del "pizzo"; quindi sono proventi di estorsione.
Vi è qualche rifermento importante a qualche grosso traffico di stupefacenti; vi è una annotazione molto perspicua sotto questo aspetto; vi è un passaggio in cui è scritto: "Società Vaticano" - segue una cifra e una serie di nomi - "Società Vaticano", il riferimento è evidente a qualcosa che avviene sulla Capitale. Ci è stato spiegato da Pasquale Di Filippo.
E moltissimi altri sono gli elementi che si traggono, direi, per tabulas da questi appunti.
Sono documenti, indicazioni di nomi - in questo momento sono quelli che ci servono più che ogni altro - che danno una perfetta corrispondenza della integrazione tra questi personaggi che altre fonti, altre acquisizioni hanno indicato come esecutori materiali, in alcuni casi, organizzatori in altro, dei fatti di strage di cui oggi ci occupiamo.
Siccome stavamo parlando del... Mi scusino i Signori Giudici. Nei documenti vi sono anche rifermenti a personaggi che, per così dire, non sono imputati in questo processo, ma che in questo processo avete sentito.
C'è il riferimento al "Gobbo", che è Faia Salvatore; vi è altro riferimento ad altri personaggi della stessa cosca che via via potrete riscontrare nelle dichiarazioni che provengono da dichiaranti, specificamente di quell'area.
Quello che è però il dato forte documentale che emerge da queste lettere, da questi appunti, è questo: che quelle persone che abbiamo visto stamani essere quelli che potremmo definire i mandatari del programma di stragi, risultano, attraverso queste acquisizioni, delle persone che sono non solo importanti all'interno della cosca.
Intendo dire: non sono persone che hanno la loro implicazione, nel programma di strage, esclusivamente in funzione di un loro ruolo all'interno della cosca di Brancaccio- ruolo che è pure importante- perché altri importanti uomini del mandamento di Brancaccio sappiamo esser esistenti in quella cosca, eppure non implicati in questi fatti.
Ma abbiamo anche la riprova di un rapporto particolare, personale, di tipo, oserei dire, affettivo, che corre, che attraversa, che passa da Giuseppe Graviano, a Mangano: "Aria", a "Marta": Giorgio Pizzo, a "Ghiaccio": Barranca, a "zio Giacomino": Fifetto Cannella, a "Barbanera": Giacalone Luigi.
Quindi, quando questi cinque uomini di mafia compaiono, per così dire, sulla scena, sono - vi dicevo - non solo uomini importanti di quella cosca, in virtù della loro storia criminale, in virtù della loro integrazione nella cosca stessa. Ma sono, in virtù di quanto vi ho detto finora e in virtù di quanto risulta da questi documenti, non solo i fiduciari,. quindi le persone strettamente legate da vincoli di solidarietà, da vincoli di vicinanza, da rapporti particolarmente... Grigoli ha usato una espressione che ha suscitato il sorriso di tutti noi. Perché voleva dire "affidabile" e ha detto:
"Era una persona particolarmente fiduciosa."
Ed è proprio a queste cinque persone, in virtù di questi rapporti di cosca e personali, che viene affidato il mandato di portare avanti il programma.
Sono loro a cui, le persone a cui viene demandata la campagna stragista.
Sono loro, espressione in quel momento storico, del mandamento di Brancaccio, dei Graviano; espressione in quel momento storico dei rapporti particolarissimi che vi erano, documentati, fra "zio Franco": Bagarella, e i Graviano.
Ma vi è - stamani vi dicevo - una sesta persona che non proviene dall'area cittadina palermitana di Brancaccio, ma che viene dalla provincia di Trapani, più esattamente dal mandamento di Alcamo, più specificamente dalla famiglia di Castellammare del Golfo. Questa persona è Gioacchino Calabrò.
C'è bisogno di ricordare in due parole quanto il dottor Chelazzi ha illustrato in dettaglio sulla appartenenza, sul ruolo, sulla figura, sulle implicazioni, sulle relazioni tra Matteo Messina Denaro, Bagarella, Brusca e i fratelli Graviano.
A partire già in maniera concreta dalla famosa spedizione romana del '92.
Matteo Messina Denaro è una delle tre persone che si riunisce a casa di Vasile il 1 aprile. E, come sappiamo, sostanzialmente il capo della provincia di Trapani nel momento in cui viene varato il programma di stragi.
Bene. Matteo Messina Denaro mette in campo, per quanto riguarda... affida il mandato, per quanto riguarda la parte che gli compete, proprio a Gioacchino Calabrò.
Chi è Gioacchino Calabrò? Molteplici voci all'interno del processo, molto qualificate, da Sinacori, a Ferro Giuseppe, a Calogero Ganci, a Gioacchino La Barbera, a Francesco Geraci, a Brusca,; per finire a Ferro Vincenzo, sono concordi nel qualificare Gioacchino Calabrò, quale uomo d'onore della famiglia di Castellammare, capo della famiglia di Castellammare.
E quali fossero le relazioni, in quel determinato momento storico a cavallo tra il '92 e il '93, tra Calabrò, Brusca, i Graviano, soprattutto Matteo Messina Denaro, è attestato da una serie di fatti concreti in cui Calabrò ha, per così dire, la sua autorevole voce in capitolo.
Vediamo Brusca. Brusca ci ha riferito del... a parte la risalente conoscenza della persona e della qualificazione della persona, ci ha riferito in particolare di come Calabrò fosse - Brusca usa l'espressione - mi pare che dice in positivo che, riassuntivamente, era al corrente non in dettaglio della vicenda Bellini. Era il custode delle foto famose di cui a lungo abbiamo parlato; foto che vengono distrutte, bruciate all'indomani dell'arresto di Gioè.
É evidente, quindi, questo particolare legame, questa particolare fiducia in questo caso che Calabrò intratteneva con Brusca, anche in funzione, in relazione al fatto che, in quel periodo, Brusca soggiornava a Castellammare del Golfo.
É sempre dallo stesso Brusca, ma non solo, che ci viene rappresentata la integrazione di Calabrò in progetti, quale quello della ideata eliminazione del collaboratore Di Maggio, all'indomani, nei giorni immediatamente, o comunque in epoca prossima e successiva all'arresto di Riina. Progetto che vedeva, vedeva, partecipi, oltre ovviamente allo stesso Brusca, Bagarella e i Graviano.
Da La Barbera abbiamo saputo come Calabrò fosse uno dei partecipi del progettato attentato ai Greco. É un capitolo che loro ritroveranno nei passaggi anche di altri dichiaranti.
Il rapporto, poi, tra Calabrò e Ferro Giuseppe è stato illustrato dallo stesso Ferro Giuseppe.
Ricordate la situazione che si era venuta a creare nel mandamento di Alcamo, all'indomani della eliminazione del vecchio- fra virgolette- capo-mandamento: Di Milazzo Vincenzo. E il ruolo in prima fila, se così si può dire, che aveva svolto lo stesso Calabrò.
Ricordate ancora come - ma di quello vorrei parlare in maniera più coordinata all'interno della ricostruzione della strage di via dei Georgofili - come il Calabrò, in un determinato momento storico, e cioè nel momento in cui, o nei momenti in cui il Ferro Giuseppe, capo-mandamento di Alcamo, dopo l'eliminazione di Milazzo, era impedito. La situazione di reggenza del mandamento era, per bocca, lo abbiamo appreso dallo stesso Ferro Giuseppe, che era, faceva la spola fra ospedale, carcere e impedimenti di varia natura, era, per l'appunto, il capo-mandamento Gioacchino Calabrò.
Situazione questa, quindi, che in atto, all'interno di Cosa Nostra, all'interno di quel segmento di Cosa Nostra che è il mandamento di Alcamo, in quell'epoca storica che ci interessa; cioè l'aprile del 1993.
I rapporti di strettissima fiducia sono rapporti, lo abbiamo sentito da diversi dichiaranti che, in molti casi, travalicano, superano, diciamo, il tipo di relazioni che si instaurano all'interno di Cosa Nostra, erano molto stretti fra Calabrò e Matteo Messina Denaro che, fra l'altro, in quell'epoca, aveva questo ruolo, chiamiamolo così, di preminenza-era il primus interpares-si direbbe,posto che era il capo-mandamento di Castelvetrano nei riguardi di Calabrò.
E il rapporto, la figura, il mandato ricevuto da Calabrò in quella fase da Matteo Messina Denaro, è esplicitato nella vicenda proprio della organizzazione della strage di Firenze.
Mi limiterò ora a fare esclusivamente un accenno per completare l'argomentazione sotto questo profilo.
Calabrò è la persona che si muove in quella veste; in quel momento è il reggente del mandamento di Alcamo. Il Ferro Giuseppe è ricoverato all'ospedale... ecco, in carcere, a Messina. E contatta Vincenzo Ferro.
Il contatto, lo abbiamo visto stamane - l'ho semplicemente accennato - è retrodatato in maniera abbastanza significativa, rispetto al 27 aprile, data in cui noi possiamo effettivamente documentare lo spostamento di Vincenzo Ferro.
É Calabrò, dopo la riunione del 1 aprile, che prende in mano la situazione in prima persona, andando a contattare Vincenzo Ferro. Direi, superata una prima fase di, si potrebbe dire di diplomatico fair play con Vincenzo Ferro che, in buona sostanza, gli impone di spostarsi, di andare a contattare lo zio. Cosa che avverrà, per l'appunto, il 27 aprile.
Tenendo presente... E, a questo punto, mi fermerei.
Tenendo presente quello che contemporaneamente sta accadendo, Cannella, Barranca, attiva Carra, Mangano,che provvedeall'approntamento dell'esplosivo, e- due- procura gli uomini; quello che contemporaneamente fa Giacalone, è evidente che l'iniziativa di Calabrò a quella data; quindi in epoca anteriore di sicuro, di certo, al 27 Aprile, non può che essere, come è, il frutto di un'azione coordinata con gli altri fiduciari.
É impensabile che Calabrò, un capo-mandamento- in quel momento scomodi lo studente Vincenzo Ferro, motu proprio , in virtù di una iniziativa sua personale, magari comunicatagli in fretta e furia da Matteo Messina Denaro. No. Si impone con autorevolezza nei confronti di Vincenzo. E quando Vincenzo tornerà con la risposta negativa, Calabrò porta il suo mandato in avanti, lo porta in prima persona; lo porta, come dire, ancora una volta in maniera coordinata a quegli uomini di Brancaccio che vedremo per la loro parte rappresentanti, fiduciari, mandatari, dell'intera campagna stragista.
Tant'è che a Roma si vedrà con Giorgio Pizzo.
Sarebbe una... sarebbe fuor da ogni logica che ci sia un movimento, un attivarsi scoordinato di queste persone.
Sono gli uomini, per virtù dei rapporti che ho cercato di mettere in evidenza, che, qualificati criminalmente all'interno di Cosa Nostra, hanno per l'appunto, con le loro concrete iniziative, dimostrato di essere le persone cui è stata demandata la campagna.
Tanto si tratta non di singoli fatti, ma di fatti uno coordinato all'altro, proprio in questo avvio di campagna, lo dimostrerà proprio il concreto atteggiarsi di tre segmenti, o meglio, proporrei anche un quarto segmento di tutta la campagna stragista.
L'intrecciarsi dei preparativi della strage di Firenze con quelli di via Fauro, il sovrapporsi delle iniziative di Cannella e Giacalone in funzione degli attentati che verranno a compiersi a Roma, il - anche in questo caso - simultaneo concretizzarsi di iniziative, che vedono impegnati su Roma degli uomini che, contemporaneamente, stanno preparando l'attentato all'Olimpico, l'attentato a Contorno;
in definitiva, una fascia temporale all'interno della quale si muovono questi sei fiduciari che sono, per così dire, le persone a cui è stata demandata in maniera fiduciaria, per l'appunto, tutta l'intera campagna.
É impensabile, è illogico che ciascuna di queste persone si muova all'insaputa dell'altro.
No sappiamo, Calabrò ha una estrazione geografica particolare e la ripete in virtù dei suo rapporti con Matteo Messina Denaro. Ma direi è di evidenza solare come la sua iniziativa vada a coordinarsi con quella di Giorgio Pizzo che, a sua volta, non può che coordinarsi con quella che, contemporaneamente stanno assumendo Cannella, Giacalone, Mangano, sul fronte del mandamento di Brancaccio.
Vi è un elemento ancor di più, direi in questo caso fattuale, ancor più rafforzativo della, diciamo, trasversalità di queste sei persone all'interno di tutto il progetto. Ed è il fatto - stamani ne ho fatto un semplice accenno - ed è il fatto che, se ricordate, secondo le dichiarazioni di Scarano, è Cannella e immediatamente dopo, Giacalone, o non si sa se prima Giacalone o dopo Cannella, o contemporaneamente, Cannella e Giacalone, chiedono a Scarano l'appartamento su Roma. Dove, è evidente che gli attentati andranno compiuti in serie e dove le iniziative non possono che articolarsi in sintonia con quello che sta avvenendo a Firenze, dove probabilmente uno... anzi, quasi certamente, un solo attentato era programmato; e quindi bastava un semplice appoggio, per così dire, estemporaneo.
Abbiate presente questa situazione veramente singolare. E cioè, qui a Firenze si insiste non per prendere in affitto l'appartamento. Cosa che invece avverrà in maniera sistematica.
Se ricordate, Scarano lo ripeterà più volte. Cioè che veniva... Che, per la ricerca dell'appartamento, si era dovuto, per così dire, attivare presso le sue conoscenze. Poi sapremo che questa conoscenza è quella di Alfredo Bizzoni.
Proprio perché Roma è già un segmento dell'intera campagna che deve, per così dire, proseguire nel tempo, come in concreto avverrà.
Se noi pensiamo che - spero poi di avere il tempo di illustrare come - la concreta disponibilità dell'appartamento di via Dire Daua, in virtù - faccio un accenno immediato perchè non so se poi questo argomento potrà più essere ripreso - come l'appartamento di via Dire Daua, per concorde dichiarazione di Scarano, ma Scarano è il dichiarante; quindi è quello che potrebbe anche avere interessi diversi a rendere una certa dichiarazione. Certo che i testi che abbiamo portato in quest'aula danno, tutti, l'inizio della concreta disponibilità dell'appartamento di via Dire Daua entro il maggio del '93.
Se voi pensate come la richiesta a Scarano dell'appartamento, parte già dall'epoca, per così dire, del viaggio dell'hashish, ma sappiamo - perché il calendario è uno - che la vicenda è contigua a quella dell'attentato di via Fauro e quindi, poi, di via Georgofili. Se voi ponete mente a questa richiesta, già a quel momento, dell'appartamento, richiesta che verrà reiterata dopo e, comunque, nel corso dell'esecuzione della strage di via Fauro, allorché "I quattro dell'Ave Maria", più Barranca e Cannella saranno in casa di Cosimo Scarano, del figlio di Scarano, voi vi renderete perfettamente conto come il progetto, come a Giacalone e a Mangano, a Calabrò, a Cannella e a Barranca sia stata affidata l'intera campagna delle stragi.
A Roma si spiegherà, sono i fatti che ci dicono perché a Roma avevano bisogno dell'appartamento. Appartamento che poi verrà in concreto utilizzato per, come punto d'appoggio delle stragi delle chiese.
Quindi vedete che l'armonia degli elementi, armonia che poi verrà, per così dire, ancor più messa in mostra, nel momento in cui si atteggeranno in concreto le esecuzioni degli attentati, sarà un elemento che non potrà, per così dire, più essere revocato in dubbio.
E questo intrecciarsi fittissimo della campagna di attentati, è ancora una volta dimostrato dal fatto che, gli attentati del 27 luglio alle chiese e a Milano, dove evidentemente la situazione è - non troverei un altro termine - simmetrica rispetto all'attentato di Firenze con gli attentati romani, cioè, anche in quel caso un appoggio estemporaneo; perché la campagna deve essere svolta a Roma dove c'è l'uomo affidabile di Partanna che è Antonio Scarano, vedremo, e i fatti, quando arriveremo a parlare dell'attentato, della mancata strage allo Stadio Olimpico, ci daranno ancora una volta ragione.
Perché? Gli attentati alle chiese e quelli di Milano avverranno il 27 luglio; l'appartamento di via Dire Daua è già nelle mani di Giacalone - perché è Giacalone che fa la richiesta e che gestirà questo appartamento - è già, all'ultima partita di Campionato, Spatuzza è a gironzolare nei dintorni dello Stadio Olimpico per verificare qual' è la migliore fattibilità dell'attentato.
Ma vi è ancora di più, ma vi è ancora un ulteriore elemento che dà conto di questa fase, direi simultanea, dell'intera campagna: sono le famose lettere.
É evidente che le lettere, come diremo da qui a poco, sono state spedite in epoca immediatamente anteriore alle stragi del 27 luglio; com'è altrettanto evidente che non sono state scritte a macchina nel cortile di Di Natale, dove le lettere erano rimaste per un periodo più o meno lungo.
E le lettere, il loro contenuto - provo a ricordarlo - il contenuto delle lettere già prefigura non solo quello che sta accadendo, ma quello che dovrà accadere.
Tutto quello che è accaduto è soltanto il prologo; dopo queste ultime bombe è evidente che si riferirà agli attentati del 27 e 28 luglio:
"Informiamo la Nazione che le prossime a venire andranno collocate, soltanto di giorno, in luoghi pubblici; poiché saranno esclusivamente alla ricerca di vite umane."
Il contenuto delle lettere è di una chiarezza esemplare. Vi è quell'inciso, due, tre, anzi: di giorno, luogo pubblico, esclusivamente alla ricerca di vite umane.
Vorrei, a questo proposito, ricordare un passaggio delle dichiarazioni di Grigoli. E riprendere un passaggio delle dichiarazioni di Brusca.
Brusca, durante le indagini, prima che noi depositassimo i verbali, cosa che è avvenuta a gennaio del '98. Apro qui una parentesi per dire che il Pubblico Ministero s trova, ancora una volta, in certe situazioni, a dover dare profondità, cioè a dare una tridimensionalità a certe affermazioni.
Ci aveva riferito Brusca - i Giudici lo potranno controllare - in uno dei verbali dell'estate '96 che, riferendosi alle confidenze che gli aveva fatto Gaspare Spatuzza, aveva dato un particolare che - lo dico perlomeno per quanto mi riguarda - mi aveva lasciato, fra virgolette, indifferente. Nel senso che era un particolare che dava Brusca riferito a Spatuzza; particolare che poteva significare irrilevante, insignificante.
Diceva Brusca, secondo le confidenze di Spatuzza, che l'esplosivo che doveva essere utilizzato, l'ordigno, l'autobomba che doveva essere utilizzata allo Stadio Olimpico, era stata.... C'erano dei pezzi di ferro.
Ovviamente Brusca.... Noi non avevamo elementi per capire che cosa significasse, a cosa volesse alludere Brusca con questa affermazione che, per altro, aveva recepito da Spatuzza.
Il significato di quella affermazione del Brusca, e quindi il riscontro alle dichiarazioni di Brusca, lo avremo nell'anno successivo, nel momento in cui viene arrestato Grigoli. Grigoli venne arrestato nel Giugno del '97. Grigoli, come sapete, è una delle persone... materialmente ha partecipato alla elaborazione, alla manipolazione dell'esplosivo;
e ci ha riferito come, insieme alle operazioni di macinatura del tritolo che veniva fatta nel cantiere del cognato di Nino Mangano, nella Edilvaccaro, come, usando lì l'apparecchio apposta, erano stati realizzati dei tocchetti di ferro che dovevano servire - mi pare che Grigoli dica, usi questa espressione - a dare più potenza, a fare più danni.
É evidente che, per come abbiamo appreso, funzionano questi ordigni, che si trattava di fare una raffica, di sparare questi proiettili evidentemente per cagionare, come esattamente è scritto nelle lettere, doveva causare il maggior numero di vittime possibile.
Ricordatevi anche, in questo caso, quell'accorgimento che ha riferito Scarano, del restringimento della carreggiata. I pullman dovevano rallentare; nel momento in cui si trovavano a distanza di due metri l'uno dall'altro, era quello il momento di fare esplodere l'autobomba.
Fatto questa fuga in avanti, per dire - torno al punto che ci interessa - come tutta la campagna, tutti gli uomini, i sei uomini, li possiamo definire questi sei uomini " cerniera". Questi sei uomini, questi sei fiduciari, questi sei mandatari, questi sei importanti uomini di Cosa Nostra, ai quali tutta la campagna è stata rimessa nelle mani.
Perché tutta la campagna è stata già anche, come vi- ho cercato ora- già di incominciare a dimostrare, si è avviata su un fronte molteplice, su un fronte simultaneo, su un fronte che non poteva non essere coordinato.
E questo coordinamento, questa azione, per l'appunto, concertata in mano a questi fiduciari, sarà emblematicamente rappresentata proprio nel momento esecutivo dell'attentato di via dei Georgofili.
Presidente, possiamo fare cinque minuti?
PRESIDENTE: Certo.
PUBBLICO MINISTERO: Grazie.
PRESIDENTE: Allora, a tra poco.
<< DOPO LA SOSPENSIONE >>
PRESIDENTE: Allora, il Pubblico Ministero può riprendere a parlare.
PUBBLICO MINISTERO: Bene. Volevo completare questa ricostruzione e volevo semplicemente definire un ulteriore parametro in relazione alla posizione di Calabrò - sulla quale poi, comunque, tornerò quando affronterò la ricostruzione della strage di Firenze - per sottolineare come il Calabrò lo ritroveremo in un'epoca immediatamente successiva all'attentato di Firenze, in quella riunione di cui ci parla Giuseppe Ferro; riunione nella quale si dà conto a Bagarella ed a Matteo, o meglio, Bagarella e Matteo danno conto a Ferro di quanto è avvenuto. E, in buona sostanza, la riunione in cui Ferro usa la famosa espressione dei "discorsi sigillati".
É evidente che Calabrò ,che procura il contatto, che è molto importante, è presente nel momento in cui Bagarella e Matteo partecipano di questa sigillatura dei discorsi - il senso della frase è stata già spiegata, in maniera efficace, dal dottor Chelazzi - e Calabrò è presente, l'affermazione di Bagarella non avrebbe senso, e anzi, dimostra che Calabrò è, diciamo, nel circuito, è stato inserito - per i motivi che ho già spiegato, ma che vengono, per così dire, in maniera emblematica a rappresentarsi in questa riunione - è stato inserito nei circuiti della segretezza di tutto il piano. Sennò, pensiamo che la riunione avviene nel momento in cui ancora hanno da avvenire gli altri attentati-
Ferro collocherà questo incontro una decina di giorni dopo, quindici giorni dopo l'attentato di Firenze- la trasversalità, il particolare ruolo di Calabrò viene ulteriormente messo in rilievo.
In buona sostanza, queste sei persone sono, primo: tutti e sei uomini d'onore, alcuni anche con ruoli direttivi; secondo: salvo eccezioni - poi dirò che, in effetti, a ben guardare, tali non sono - non comporteranno mai, da parte di ciascuno di essi, ruoli prettamente esecutivi.
Come dire che fra il livello ideativo, la fascia dei mandatari e la fascia degli esecutori, non vi è intercambiabilità di ruoli. Si muovono ciascuno nel, come dire, nell'ambito del ruolo che gli compete per cui non sarà Graviano a contattare Carra, ma sarà Barranca a contattare Carra; non sarà Matteo a contattare Scarano, ma sarà Cannella; non sarà Matteo, ancora una volta, a contattare il Messana, ma sarà Calabrò a scomodare Ferro.
Non troveremo - e questa è un' ulteriore riprova della non fungibilità, per così dire, dei ruoli - nessun uomo d'onore nel quadro prettamente esecutivo: Giuliano, Lo Nigro, Spatuzza, Benigno; nessuno di questi esecutori è uomo d'onore. Magari qualcuno aspirava di diventarlo e Spatuzza, in effetti, lo è diventato, ma abbiamo saputo anche per quale motivo: lo è diventato in epoca molto avanzata, rispetto al momento in cui questi fatti venivano eseguiti.
In definitiva, dicevo, non c'è alcuna fungibilità, per così dire, di ruolo: chi ha organizzato non ha deliberato; chi ha deliberato non ha organizzato; chi ha organizzato non ha eseguito; chi ha eseguito non ha organizzato e via di seguito.
Assistiamo quindi, in questo momento, al muoversi di questi sei, che potremmo definire "colonnelli" di questo esercito di Cosa Nostra, che danno l'avvio alla campagna.
E come alcuni di essi faranno, come in certi casi i buoni comandanti sanno fare, due di essi scenderanno in campo concretamente; vedremo con risultati che non avevano soddisfatto molto le truppe.
Mi riferisco a Cannella e a Barranca che, nella fase esecutiva di via Fauro, saranno entrambi presenti.
Barranca sarà presente anche a Firenze, per poi, per così dire, scomparire dalla scena e lasciare sul campo, ormai ben avviati da questo esordio - Giuliano dirà: "agricoli cacciatore, l'hai visto io in un colpo solo", riferendosi alle cinque vittime di Firenze - potranno, dal loro punto di vista, cantare vittoria e potersi dichiarare, fra virgolette, "soddisfatti" del loro operato.
Quindi, dicevo, i sei colonnelli che vengono a dirigere questa fase d'avvio della campagna stragista, Cannella, che sarà attivo, sarà attivo...
PRESIDENTE: Falso allarme.
PUBBLICO MINISTERO: ...sarà attivo su Roma, per quanto riguarda via Fauro.
Scarano, con il suo modo di esprimersi approssimativo, dirà, lo potranno agevolmente controllare:
"É venuto Cannella, se l'è portati lui questi ragazzi a Roma"; riferendosi evidentemente agli altri quattro in particolare, che, per l'appunto, vedrà arrivare a Roma, comparire su Roma, nel momento della fase esecutiva di via Fauro.
Sapremo anche che questo colonnello che il Cannella... la sua direzione sul campo, non era stata, per così dire, soddisfacente fino in fondo. Ce lo riferirà questo Grigoli, che riferirà quanto aveva appreso dagli altri.
É evidente che ciò non sposta, per così dire, questo ruolo di uomo-cerniera che ha svolto Cannella insieme a Giorgio Pizzo, a Giacalone, a Mangano e a Calabrò; sono i sei che si muovono contemporaneamente nell'avvio della campagna.
Dicevo che la riprova, per così dire, della internità del momento in cui - per usare un'espressione colorita - nel momento in cui le autobombe escono dalla villa di Vasile e investono il Continente, investono Firenze, Roma, Milano; nel momento in cui Cosa Nostra - mi ricordo un'espressione felice che è stata usata nella relazione introduttiva- nel momento in cui- il collega e dottor Chelazzi usava l'espressione - nel momento in cui le orde invadevano il Continente senza distinguere un marciapiede da una vita umana, questo è il momento in cui - vi dicevo e lo ripeto - la strage si fa, esce dalla impalpabilità dell'idea che era stata montata, messa insieme all'interno della villa di Vasile e diventa concretezza.
Si vuol dire che senza questi sei uomini non avremmo visto Giuliano o Lo Nigro a casa di Messana; non avremmo visto Benigno a Roma, in via Fauro; non avremmo visto Spatuzza presente in tutte e tre le città in cui la strage è stata portata.
E questo momento che - ripeto con buona, ormai, approssimazione - possiamo portare nell'epoca del Maggio del... dell'Aprile, del Maggio del 1993, trova una puntuale riprova in quel passaggio probatorio su cui ci siamo intrattenuti a dibattimento avviato, e che vede come elemento centrale le due famose lettere, chiamiamole anonime, ma che oggi anonime non sono più, perché sono targate "Cosa Nostra", sono targate "imputati" di questo processo.
Partiamo dal momento in cui queste lettere fanno, per così dire, la loro comparsa nel dibattimento.
Delle lettere parla Scarano. Parla Scarano con riferimento ad un singolare episodio che cade, diciamo, in epoca anteriore agli attentati del 27 Luglio e in occasione di una delle frequenti visite di Spatuzza in quel periodo.
Cosa ci dice Scarano? Che accompagna Spatuzza nel cortile di via Ostiense dove, evidentemente, oltre all'esplosivo a Di Natale era stata lasciata qualche altra cosa: una busta.
In effetti, un accenno a qualcosa che non è esattamente esplosivo, ma è un qualcosa di più, che evidentemente è stato lasciato a Di Natale, lo riferirà anche il Di Natale.
Di Natale è analfabeta, non sa leggere e scrivere, però quando sbaracca il residuo di via Ostiense, farà riferimento a un librettino, a un qualcosa che comunque era arrivato nel suo cortile insieme all'esplosivo.
Dicevo, Scarano riferisce di questo episodio, riferisce di aver accompagnato, per l'appunto, Spatuzza nel cortile di via Ostiense, di aver prelevato, o meglio Spatuzza, di essersi fatto consegnare questa busta da Di Natale, e di avere poi, di essersi diretto verso il centro.
E qui, il racconto di Scarano sfuma, perché anche a rileggere attentamente il passo di Scarano sul punto, non si riesca a capire da Scarano due cose: se e quando, esattamente, queste lettere vengono impostate da Spatuzza.
Il punto certo del racconto di Scarano è che c'erano delle lettere: quattro dirà Scarano, e che una, due di queste lettere, una sicuramente, doveva essere indirizzata al Corriere della Sera.
Abbiamo rappresentato alla Corte, il tipo di indagine che abbiamo svolto, per dare riscontro a queste affermazioni di Scarano. Abbiamo sentito in aula, quanto ci ha riferito l'ispettore Buggioni, poi ancora sul fronte, per così dire milanese, l'ispettore Tarlao; entrambi, rispettivamente, della DIA di Firenze e della DIA di Milano, in relazione al mandato ricevuto dal Pubblico Ministero.
Si trattava di rinvenire delle lettere anonime che fossero pervenute alle redazioni di quei giornali, tra la fine di luglio e i primi di agosto del 1993, e che fossero state spedite, o che potevano essere risultate spedite in un momento immediatamente precedente alle esplosioni; di lettere che, evidentemente, perché come fatto notorio - come anche lo stesso Bugioni ha riferito - di lettere anonime in occasione ad attentati avvenuti, ne arrivano di tutti i tipi; di lettere che evidentemente avessero un contenuto pertinente agli attentati del '93, ulteriore area di ricerca, lettere che fossero non indirizzate genericamente ad Organi di Polizia o quant'altro, ma che fossero indirizzate e pervenute a redazioni di quotidiani.
Abbiamo visto la metodologia che è stata usata per questa ricerca e abbiamo visto anche che, per come ci ha riferito l'ispettore Bugioni, la DIA era pervenuta alla individuazione di una lettera pervenuta al Messaggero di Roma il 30 luglio del '93, testi che abbiamo sentito in aula, dalla segretaria del quotidiano fino all'ispettore della DIGOS che l'aveva appresa - la busta con la lettera, dalla stessa signora, in quel caso era la signora Mirri - denotano, per così dire, l'effettiva provenienza da quel quotidiano.
Il contenuto della lettera è quello che ho accennato poco fa e che sul quale mi vorrei intrattenere una volta, però che è possibile, per così dire, definire nella sua completezza l'accertamento e le indagini che sono state svolte dalla DIA su questo punto.
Primo, su questa prima lettera: abbiamo sentito che la busta recava la data del 28 luglio con quella famosa sigla accanto, il 14, sapremo che la timbratura del turno di lavorazione della corrispondenza.
Abbiamo sentito in aula il funzionario delle Poste, che era il dottor Lannutti, che ci ha intrattenuto sui sistemi di lavorazione e che è pervenuto ad un giudizio di certezza; nel senso che, questa lettera, certamente, doveva essere stata impostata tra le 17.00 del 27 luglio e le ore 13.00 del successivo 28.
Per quanto riguarda la seconda lettera che invece, come abbiamo sentito dall'ispettore Tarlao, è pervenuta al Corriere della Sera di Milano, l'accertamento è stato, per così dire, non simultaneo come quello operato dalla DIA di Firenze, per il semplice fatto che, questa lettera, non era stata trasmessa immediatamente all'Autorità Giudiziaria; ma abbiamo sentito dall'ispettore Tarlao era stata - per così dire - trattenuta negli uffici della DIGOS di Milano, dove, per l'appunto, l'ispettore Tarlao l'aveva reperita.
E quindi non era stato possibile effettuare quell'accertamento su scala nazionale, perché il presupposto dell'accertamento, come ci diceva l'ispettore Buggioni, per come era stato incaricato dal Pubblico Ministero, era quello di rinvenire delle lettere che potessero essere state impostate simultaneamente ed evidentemente dal contenuto analogo.
Per l'appunto, la lettera in questione - come abbiamo visto - ha un contenuto identico a quello della lettera pervenuta al Messaggero di Roma.
La busta contenente la lettera risultava, in quel caso, pervenuta alla redazione del Corriere della Sera il 3 agosto del 1993, e abbiamo sentito in aula la segretaria, abbiamo sentito l'agente della DIGOS che l'aveva prelevata.
Quindi, non c'era dubbio che queste due lettere erano pervenute a questi due quotidiani, come non c'era dubbio che la lettera, la busta contenente la lettera pervenuta al Corriere della Sera a Milano, recava il timbro di annullo del 28 luglio 1993.
In questo caso, come ricorderete, attraverso l'ispettore della Polizia Scientifica del Gabinetto di Milano, non abbiamo potuto determinare anche l'ora di timbratura.
Abbiamo sentito, comunque anche in questo caso, il dottor Calabrese ed il dottor Cazano, che erano i due funzionari delle Poste di Milano, ed anche in questo caso, si è pervenuti ad un giudizio di certezza; nel senso che, anche in questo caso, la lettera dal contenuto identico a quello pervenuto al Messaggero di Roma, risultava, anche in questo caso, impostata a Milano, Roserio, con il timbro Milano-Roserio tra il 27 ed il 28 luglio del 1993. Impostata a Milano.
Risultava di agevole lettura il fatto che, entrambe le lettere, non solo avessero un contenuto identico, ma risultavano entrambe scritte, per così dire, in originale. Cioè non si trattava... l'una non era la fotocopia dell'altro e, il fatto che le due lettere fossero, provenissero, per così dire, dalla stessa mano, ce lo ha - in maniera incontrovertibile - chiarito l'ispettore Gismondi del Nucleo Centrale di Polizia Scientifica di Roma, il quale aveva provveduto a comparare le due lettere.
Quali erano le conclusioni a cui è pervenuto il consulente sono note, sono anche contenute nel fascicolo che la Corte ha acquisito all'udienza del 21/11/97.
Prima conclusione: le due lettere sono state scritte con la medesima macchina Olivetti, un tipo Pica, così ho annotato.
Il giudizio di identità risulta dalle - come è prassi, nel caso di accertamenti del genere - dalle anomalie rilevate nella scritturazione di alcune vocali o di alcune consonanti e l'ispettore Gismondi ci ha fatto rilevare come, le lettere in questione, questi punti di anomalia sono diversi e sono assolutamente coincidenti nelle due lettere.
Conclusione: le lettere provengono, sono state scritte dalla stessa mano; non sono state scritte, per così dire, a ricalco, ne risultano - come vi ho detto - fotocopiate.
Risultano entrambe battute con la stessa macchina, e l'ispettore Gismondi ci ha fatto anche - come dire - rilevare come il dattilografo abbia avuto cura di battere negli stessi spazi, con la stessa interlinea, in maniera tale che i due scritti, nella loro originalità, apparissero assolutamente identici.
A conclusione, anche, che si trattava di una macchina Olivetti in produzione sin dagli Anni '70.
Qual è il giudizio a cui si perviene sulla base di questi dati? Il giudizio è il seguente: che due lettere dall'identico contenuto, due originali, sono effettivamente pervenuti a due quotidiani in due diverse città e, fatto importante, impostate da due diverse città, tal che, posta l'epoca in cui - l'epoca come massima - in cui le lettere risultano lavorate dai rispettivi centri meccanografici, risultano sicuramente impostate in epoca anteriore ai due attentati che, per l'appunto, è a cavallo tra il giorno 27 ed il giorno 28.
Lasciamo un attimo da parte il contenuto delle lettere, su cui ora dirò qualcosa; il fatto che, almeno due di queste lettere indirizzate ai quotidiani: Messaggero di Roma, Corriere della Sera di Milano siano effettivamente pervenute, siano state effettivamente impostate in epoca, come nel caso di poco anteriore alla esecuzione dell'attentato, innanzitutto pongono un primo punto certo: danno riscontro alla dichiarazione di Scarano.
Evidentemente non poteva partorire dalla sua fantasia un particolare così specifico, così direi tutto sommato, anche inconsueto, nuovo rispetto a quello che era avvenuto, che era passato sotto gli occhi di Scarano fino a quel momento.
Ma, quello che è importante rilevare, è che le lettere sono entrambi in originale, come a voler firmare entrambi gli attentati che, contemporaneamente quella notte erano stati eseguiti: due a Roma, uno a Milano; firma che va letta strettamente in relazione al contenuto delle due lettere. In questo caso possiamo dire della lettera, posto che, per l'appunto, si diceva il contenuto è identico.
Cos'è che balza agli occhi, innanzitutto alla lettura della lettera? Innanzitutto la prospettiva di minacce, o meglio ancora, la minaccia forte che è contenuta nella lettera.
Quando il dottor Chelazzi, nei giorni scorsi, ha ricostruito le vicende che hanno attraversato Cosa Nostra e quella sorta, chiamiamolo di dibattito interno a Cosa Nostra, ha messo in rilievo il fatto come una strage, le stragi di cui ci occupiamo noi, diversamente da altre stragi, contengono un messaggio, guardano in avanti, sono - ha usato questa espressione - non stragi di vendetta, la vendetta di per sé guarda al passato, con le stragi si guarda al futuro e la minaccia di per sé è un evento proiettato nel futuro.
Non solo contiene la minaccia, contiene la attribuzione della paternità non solo di quelle che si stanno eseguendo in quella notte, ma in quelle che fino a quella notte sono state eseguite, hanno un contenuto importantissimo per quanto riguarda il filo unico che lega gli attentati fatti fino alla notte - fino alla notte - del 27-28 luglio e quelle che già a quel momento, al momento in cui le due lettere pervengono, o meglio, nel momento in cui le due lettere vengono impostate, si è verificato.
Perché? Perché dal contenuto della lettera, il passaggio che ci interessa più da vicino è il seguente:
"Informiamo la Nazione che le prossime a venire andranno collocate soltanto di giorno, in luoghi pubblici. Saranno esclusivamente alla ricerca di vite umane."
Cosa vuol dire questo riferimento alla esclusività della ricerca, come dice il testo della lettera, delle vite umane? Significa che fino a quel momento la strage è stata praticata per un obiettivo concorrente. La strage di per sé ha in sé la finalità di morte. É evidente che dal contenuto della lettera nelle stragi che fino a quel momento, fino a quella notte, stavano per essere portate a compimento, vi era un fine ulteriore rispetto a quello dell'attentare alla vita degli esseri umani. É evidente il riferimento agli attentati ai monumenti, all'obiettivo "patrimonio artistico", a quell'obiettivo che era scaturito da quel lungo dibattito all'interno di Cosa Nostra.
Un terzo profilo che si coglie nella lettera è anche la volontà di rivendicazione della lettera. Intanto Cosa Nostra l'ha scritta la lettera a doppio, per così dire, indirizzo, in doppio originale, in doppia firma per quanto avveniva contemporaneamente a Roma e a Milano, in quanto manifestasse all'esterno la volontà di rivendicazione dei due attentati, in maniera che chi aveva da riconoscere potesse riconoscere.
In questo caso Cosa Nostra è stata puntigliosa nella rivendicazione. E la puntigliosità della rivendicazione di Cosa Nostra è diventata la certezza della ricostruzione in termine probatorio che abbiamo potuto fare per questo passaggio probatorio.
La finalità esclusivamente di morte dell'attentato all'Olimpico, che in questa lettera è evidente che ha annunciato. La carica, quindi, come dicevo, di minaccia insita in questa lettera ha il suo corrispondente nelle particolari modalità esecutive con cui veniva, e era già stato programmato, l'attentato, veniva eseguito, era già stato programmato l'attentato all'Olimpico.
Ripeto qui quello... ma lo richiamo per completezza del discorso, ricordo la particolare modalità con cui era stata confezionata l'autobomba che doveva esplodere all'Olimpico. Ricorderete la Thema, quindi una macchina con una bauliera più capiente; l'esplosivo, il quantitativo utilizzato; i famosi tocchetti di ferro che dovevano servire a aumentare la potenzialità offensiva dell'autobomba.
Quindi, quale tipo di valutazione, quale tipo di giudizio possiamo in definitiva trarre da questa certezza di riscontro a Scarano?
Primo: per l'appunto, un riscontro di tipo formidabile alle dichiarazioni di Scarano.
Secondo: che effettivamente le stragi in questione, negli intendimenti di Cosa Nostra, avevano questa portata minatoria, guardavano effettivamente a una prospettiva che Cosa Nostra in quel momento cercava di percorrere.
Terzo profilo: una volontà certa di rivendicazione.
Quarto profilo: una enunciazione di una esclusiva volontà di morte.
In definitiva, le lettere confezionate già nel momento in cui nel cortile di via Ostiense è stato già stipato l'esplosivo che sarà di lì a poco utilizzato nelle chiese. I sopralluoghi che partono dal 5 o 6 di giugno del '93, quindi a strettissimo... a brevissima distanza temporale dall'attentato di Firenze.
La unitarietà del progetto fiorentino con l'attentato di via Fauro dimostrano che effettivamente dalla fase deliberativa del 1° aprile alla fase prettamente esecutiva di tutto il programma stragista, quei sei colonnelli, chiamiamoli così, se ne sono resi interpreti, protagonisti, sono loro che hanno portato la strage, per l'appunto, fuori dalla villa di Vasile.
Mi devo fermare, Presidente?
PRESIDENTE: No, no.
PUBBLICO MINISTERO: E per comodità mia, espositiva...
PRESIDENTE: Volevo capire solo se avevo inteso bene un passaggio. E ne ho avuto conferma.
PUBBLICO MINISTERO: Un attimo, passo un attimo il microfono al dotto Chelazzi.
PUBBLICO MINISTERO: Sì, così il dottor Nicolosi riprende...
PUBBLICO MINISTERO: Riprendo fiato.
PUBBLICO MINISTERO: ...fiato per cinque minuti. Io mi permetto di fare alcune considerazioni aggiuntive credendo che il Presidente mi consenta questo alternarsi.
PRESIDENTE: Non c'è dubbio.
PUBBLICO MINISTERO: Anche perché non credo che introdurrò elementi di divagazione, nel qual caso mi guarderei bene dal prendere la parola.
Nella esposizione accuratissima del collega io trovo di dover aggiungere, e questa è la ragione per la quale ci sentiamo, al di là di quello che ci pare di aver dimostrato durante tutta l'istruttoria dibattimentale per la parte in cui non si è occupata di queste lettere, appunto, per la ragione che quanto abbiamo dimostrato la Corte lo conosce bene, ma qui nelle lettere c'è una chiave che fa giustizia di tantissimi interrogativi che ci siamo posti perché era giusto porsi in un certo momento, ma che è assolutamente incongruo porsi al cospetto e sulla base di queste lettere.
É proprio il modo con il quale questa lettera inizia. Stiano attenti.
"Tutto quello che è accaduto è soltanto il prologo. Dopo queste ultime bombe."
Il che vuol dire: ultime rispetto a una serie che è in atto e che costituisce il prologo. Il che vuol dire che queste ultime, cioè quelle che stanno scoppiando nella notte tra il 27 e il 28 sono le ultime di una serie che noi abbiamo cercato di dimostrare essere serie attraverso gli strumenti più vari compresi quelli di ordine tecnico: gli accertamenti sulla medesimezza della composizione delle cariche esplosive e quant'altro.
É Cosa Nostra che attesta in forma autentica quello che noi abbiamo - doverosamente, comunque, e prima di mettere le mani su questa lettera - cercato di dimostrare in tanti modi sui quali l'affermazione di Cosa Nostra, a questo punto, costituisce una ratifica tanto inconsueta in processi di strage quanto assolutamente non controvertibile.
Ancora volevo precisare questo aspetto del problema. É esatto quello che spiegava il dottor Nicolosi nel senso che le lettere nascono da un'esigenza di rivendicazione, fermo restando che il termine di rivendicazione non va inteso nel senso tradizionale perché non c'è nessuna firma. Si firma come il soggetto criminale che sta praticando una campagna di strage e che si ripromette di portare avanti la campagna di strage. Questa è l'unica firma necessaria e sufficiente anche ad accreditare il soggetto, al di là di qualsiasi sottoscrizione. Mai un soggetto criminale avrebbe potuto mettere in calce una sigla, un numero, una firma nel senso proprio del termine. É sufficiente firmarsi come soggetto che sta praticando una campagna di strage.
E la autenticità, come faceva notare il dotto Nicolosi, della rivendicazione, sta in questo, se loro ci pensano, razionalissimo espediente di utilizzare due originali: uno da impostarsi a Roma, uno da impostarsi a Milano. É verosimile che Scarano non si sbagli quando dice che altre lettere, per quanto è nelle sue conoscenze, dovevano essere imbucate per avere un loro diverso e singolo destinatario. E vorrei notare che questa dichiarazione di Scarano è stata resa in aula, dopo essere stata resa nelle indagini preliminari, all'insegna... dal punto di vista più laico del termine, nella maniera più avventata possibile. Intendo dire: Scarano ha fatto una dichiarazione su un dato che non era né verosimile né tanto meno conosciuto. Avesse fatto un'affermazione sul tipo di miccia che era stata adoprata in un altro attentato, o sul tipo di telecomando che era stato utilizzato in un particolare passaggio dei precedenti fatti di strage, o di tutti quelli che ha conosciuto, si poteva dubitare che la dichiarazione nascesse o da una conoscenza, diversa da quella diretta dei fatti, o da una valutazione di verosimiglianza.
Questa è la dichiarazione più avventata che Scarano poteva rendere, ma era una dichiarazione che solo successivamente, per quanto come loro sanno il Pubblico Ministero stesse cercando di verificarla da tempo, solo successivamente all'esame di Scarano in aula ha portato alla verifica in termini di assoluta concretezza della corrispondenza al vero della dichiarazione stessa. É un po', se loro vogliono, almeno riferita a Scarano, per l'atteggiamento generale di questo imputato - non passeranno molte udienze da che noi faremo delle richieste alla Corte su questo imputato - è un po' questa la misura di quella che io dico, già a questo punto, essere la lealtà dell'atteggiamento dell'imputato nei confronti dei suoi Giudici.
Approfitto del fatto che il dottor Nicolosi ha bisogno di riprendere il fiato ancora per qualche minuto per completare, solo per completare, non per perfezionare perché il dottor Nicolosi l'ha già espresso al meglio, solo per completare un argomento che riguarda la precedente osservazione che svolgeva il collega. Ha insistito doverosamente, il dottor Nicolosi, nella dimostrazione che alcuni degli imputati hanno rappresentato la cinghia di trasmissione tra il momento deliberativo e il momento esecutivo. E ha insistito per dimostrare che questi imputati sono stati la cinghia di trasmissione non ciascuno di un segmento, separato dagli altri, del programma, ma sono stati la cinghia di trasmissione dell'intero programma. Ergo, con la consapevolezza di essere la cinghia di trasmissione, ripeto, con la consapevolezza di essere la cinghia di trasmissione di una deliberazione per un programma di stragi.
E diceva il dottor Nicolosi, e qui io mi permetto di completare un attimo il suo pensiero e la sua esposizione, che uno degli elementi al cospetto dei quali va verificata l'affermazione, accanto all'elemento rappresentato dalla particolare e qualificatissima collocazione di ciascuno di questi imputati nell'interno di Cosa Nostra, un degli elementi di maggior significato per mettere a verifica questa affermazione è costituita dalla concentrazione della "campagna stragista".
Ecco, io è qui dove voglio completare la rappresentazione, l'illustrazione del dottor Nicolosi. Perché anche queste lettere confermano di come vi sia stata concentrazione sia sul momento organizzativo sia nel momento esecutivo. Il fatto che siano ravvicinati, questi episodi di strage - tre nella stessa notte - potrebbe essere semplicemente, potrebbe anche teoricamente essere la dimostrazione che c'è stata una serie ravvicinata di decisioni, di tal che rimetteremmo in discussione l'ipotesi. Invece, e l'esistenza di queste lettere e altri elementi che il dottor Nicolosi ha già segnalato e che io richiamerò in poche battute, dimostrano che non si è mai stati in presenza di una serie di decisioni autonome e ravvicinate per quanto riguarda l'organizzazione e per quanto riguarda, pertanto, l'esecuzione.
Vedano come queste lettere, che ovviamente non sono state scritte nel cortile di Di Natale, tanto meno l'ha scritte Di Natale, tanto meno se l'è scritte Scarano, queste lettere sono già pronte prima del 27 di luglio. Questo non toglie che l'attentato all'Olimpico andrà in esecuzione solo a distanza di molto tempo, andrà in esecuzione per poi fallire per Grazia di Dio, non per volontà della Nazione, per Grazia di Dio, sicuramente.
Ma l'antecedente storico di queste lettere da che cosa è rappresentato? É rappresentato dalle perlustrazioni che Spatuzza fa nella zona dell'Olimpico a partire dai primi giorni del giugno del 1993, dieci giorni sì e no dacché si è verificata la strage di via dei Georgofili, strage per organizzare la quale ci si è mossi prima che per entrare nella fase preesecutiva della strage di via Fauro.
La concentrazione della fase organizzativa, essendo impossibile che Spatuzza, se non aveva già una direttiva in questo senso, si sia messo a studiare la fattibilità di un attentato all'Olimpico per eliminare chissà quante decine di poliziotti o di carabinieri, di sua iniziativa. Tutto risponde a un criterio di organizzazione, dovremmo introdurre un elemento di diversità, di alterazione forte rispetto a questo criterio, pensando che Spatuzza, attribuendo allo spontaneismo - si sarebbe detto in altri tempi - guerriero di Spatuzza la volontà di studiare come fare a far saltare in aria qualche decina di poliziotti o di carabinieri a cavallo o no, intorno all'Olimpico, già ai primi di giugno del 1993.
La concentrazione in termini temporali della organizzazione comporta che chi ha organizzato ha avuto la necessità di muoversi in maniera coordinata con tutti gli altri che organizzavano del par suo. Giustamente, bisogna tenere presente che Giuseppe Barranca, che è colui che dà l'input, e lo reitererà a Carra, e in questo senso si prende in carico un'aspetto organizzativo importante, perché l'esplosivo sul Continente ci deve arrivare. Giuseppe Barranca è persona che ha un'implicazione diretta anche nell'attentato di via Fauro e anche nell'attentato di Firenze. Così come Cannella ha un ruolo importante, altrimenti non si attiva il personaggio Scarano, ma esegue anche l'attentato a Costanzo.
Allora io riesco male a capire che uno, mentre organizza, che ne so, le partenze di Carra, viene reclutato, senza aspettarsela, da quello che sta organizzando l'attentato di via Fauro. Questo confondersi delle identità di organizzatore e di organizzato non è compatibile. Oltretutto, il quadro militare esecutivo, quello che il dottor Nicolosi correttamente chiama la truppa, non perché se ne debba offendere, ma perché la metafora militare non è impropria, il quadro esecutivo è lo stesso, sostanzialmente lo stesso. Tra via Fauro e i Georgofili loro sanno che la variante dal punto di vista esecutivo è rappresentata da Benigno e basta. É possibile che si organizzi l'attentato a Firenze e si organizzi l'attentato di via Fauro sapendo di contare sullo stesso quadro esecutivo, senza che chi organizza si metta d'accordo?
L'attività di organizzazione richiede, quindi, una concertazione di coloro che hanno in carico i vari profili dell'organizzazione, che sono profili complessi. Non si può non sapere chi è che si occupa della preparazione dell'esplosivo, non si può non sapere, prima, intendo dire, chi è che si occupa perché l'esplosivo pervenga in Continente, non si può non sapere chi è che si preoccupa di individuare un alloggio su Firenze, in quell'ambito temporale in cui serve non in un altro a caso, quell'ambito temporale specifico che deve coordinarsi con l'ambito temporale in cui si fa quella strage piuttosto che eseguire l'altro attentato.
Così come, e è l'ultimo dato, non è casuale che Giacalone, presentandosi a Roma insieme a Cannella, o l'uno o l'altro o tutti e due fa poca importanza, diversamente da quanto si verifica per Firenze, si attiva, si dà da fare per avere la disponibilità - lo tengano presente questo dato - non di un appoggio che è destinato a durare lo spazio di una strage, ma di un appoggio che è destinato a durare nel tempo, perché il programma fin dall'inizio prevede che a Roma si debba reiterare la strage, di tal che a Firenze, tutto sommato, poteva sulla carta bastare anche la famosa mezza mattinata con la quale Calabrò inizialmente aveva stuzzicato lo studente in medicina Vincenzo Ferro, ma questo discorso non valeva assolutamente per Roma.
Ecco, questi sono i dati che denunziano da un lato la concentrazione organizzativa e esecutiva e che dall'altro creano la premessa per cui è insuperabile l'affermazione che l'attività di organizzazione è stata condotta di concerto, e in relazione al programma stragista complessivo, ratificato nella riunione dei "generali", agli imputati di cui il dottor Nicolosi vi ha a lungo parlato.
Ecco, quindi io restituisco la parola al collega.
PUBBLICO MINISTERO: Ecco, Presidente, non so la Corte che programmi abbia perché io intendevo ora affrontare...
PRESIDENTE: Un argomento lungo quanto?
PUBBLICO MINISTERO: Volevo parlare di via dei Georgofili.
PRESIDENTE: Io penso che poco più di mezz'ora, tre quarti d'ora, no, saranno sufficienti.
PUBBLICO MINISTERO: Non lo so. Va bene, io ci provo, Presidente...
PRESIDENTE: Proviamoci.
PUBBLICO MINISTERO: ...salvo poi completare l'argomento l'indomani.
Inizio questa esposizione, per l'appunto, da via Georgofili perché sotto certi profili questo fatto di strage ha, per così dire, delle implicazioni e dei riflessi che meritano una trattazione autonoma. Ma direi che quasi in natura, ontologicamente, via dei Georgofili, per così dire, preceda via Fauro, e solo accidentalmente sia... l'evento si è verificato in epoca successiva.
Già stamani ho dato qualche coordinata di questo mio argomentare, ho detto che sicuramente le prime tracce di organizzazione, preparazione dell'attentato di Firenze è addirittura anteriore a quello di via Fauro. E direi allora di partire proprio dal contributo che ci è stato offerto da Vincenzo Ferro nella ricostruzione degli avvenimenti che hanno condotto poi al fatto.
Ho già accennato al contatto che attiva Calabrò su Vincenzo Ferro. Dobbiamo tenere presente, l'ho già detto prima, che siamo in un momento storico in cui il capomandamento è detenuto a Messina. Sappiamo che Giuseppe Ferro verrà scarcerato il giorno 29 aprile del '93, per l'appunto il primo viaggio è del 27.
Io non vorrei, come dire, ripercorrere in dettaglio le dichiarazioni di Vincenzo Ferro perché ritengo che sia inutile, nel senso che la Corte ben le conosce, ma vorrei esclusivamente punteggiare quei passaggi del suo racconto che sono funzionali poi alla ricostruzione complessiva dei fatti.
C'è il primo contatto di Calabrò e c'è la presa, come dire, di distanza, la non immediata adesione di Vincenzo Ferro alla richiesta che proviene da Calabrò. Vincenzo dirà che la richiesta era quella di affittare anche per un giorno, anzi, per un giorno, di usare il garage dello zio. É inutile stare a dire che il Messana forse si era conosciuto in una occasione dei suoi viaggi, delle sue visite ad Alcamo, con Calabrò. Ha poca importanza. L'importante è che Calabrò e chi per lui erano a conoscenza di questa parentela che avevano i Ferro a Prato.
Il primo viaggio che dopo questa attesa - Vincenzo Ferro dirà: 'ero sotto esame. Ho detto a Calabrò che ero sotto esame e quindi ho preso tempo' - c'è la richiesta specifica di Calabrò e l'invito a Vincenzo Ferro, invito che vedremo poi non è stato sempre, come dire, osservato, di spostarsi, dice: 'quando vai' - queste sono le parole che Vincenzo Ferro riferirà a Calabrò - 'non usare il tuo nome. Quando vai da tuo zio non usare il tuo nome'.
Vincenzo Ferro si sposta in aereo, va a Roma, ci ha detto come si era spostato, va dallo zio, ne riceve un rifiuto, e parrebbe di capire che non insista più che tanto con lo zio, il quale dice: 'non solo non ho disponibilità del garage...' - vedremo che poi il garage in effetti ce l'ha, è piccolino, quando arriverà il Fiorino saranno costretti a smontare il famoso portapacchi - e Vincenzo torna a Palermo.
Questo viaggio, come voi ben sapete, l'abbiamo ricostruito in maniera puntuale, nel senso che il viaggio risulta fatto, per l'appunto, il 27 aprile del '93. Vi è il passeggero a nome Ferro Vincenzo, fa il volo Palermo-Roma-Palermo, con partenza da Palermo, prosegue in treno per Firenze e la prosecuzione del viaggio in treno risulta dallo stesso biglietto, utilizzerà l'aereo, farà il check-in alle 4.07. Comunque, sono tutti dati che i Giudici troveranno nei documenti che abbiamo prodotto. Rientrerà invece da Roma, da Firenze, sempre lo stesso 27... da Firenze-Roma in treno e poi in aereo, sempre lo stesso 27 aprile, con il volo delle 18.45.
Questo significa, il dato vale per quanto rappresenta, e cioè che effettivamente è vero che Vincenzo Ferro si è spostato nell'epoca in cui lui aveva riferito, ricorderete aveva riferito, per l'appunto, di essersi spostato verso la fine di aprile, dopo il contatto che era stato attivato da Vito Coraci.
Calabrò evidentemente non gradisce la risposta che Vincenzo porta dallo zio, e dopo qualche giorno torna alla carica ed è il momento in cui Calabrò userà nei confronti di Vincenzo quella velata minaccia: 'se tuo zio non metterà a disposizione... non si mette a disposizione, non darà questo appoggio, ci saranno "mali discursi"' - così si esprime Vincenzo Ferro - cioè, ci saranno conseguenze non certo piacevoli per lo zio.
A Calabrò, proprio in virtù - non starò a ripetere quello che abbiamo detto finora - proprio perché ha un impegno in prima persona in questa vicenda, dice: 'preparati che vengo anch'io dallo zio'. Secondo viaggio.
Quello che accade in questo secondo viaggio, che abbiamo ricostruito in maniera dettagliata - ora sui passaggi di dettaglio non mi vorrei soffermare più che tanto perché già qualcosa ho detto stamani - il viaggio in questione è quello che fanno con l'Audi di Vincenzo Ferro, per l'appunto, nei giorni del 7-8-9 maggio del '93.
Come la Corte potrà agevolmente rilevare, quello che nella programmazione di questo attentato, in questo inizio, in queste fasi preparatorie dell'attentato di Firenze è il fatto che, per l'appunto, in quei giorni, quindi siamo in un'epoca anteriore alla comparsa su Roma, per eseguire l'attentato di via Fauro, di Barranca, di Cannella, di Spatuzza, Lo Nigro, Benigno e Giuliano. A Roma, infatti, appariranno, Scarano ci dice in maniera inattesa, e secondo il suo racconto, per quello che è avvenuto in via Fauro, i sopralluoghi ripetuti, questa presenza su Roma non deve essere anteriore al 10 maggio del '93.
Il passaggio in auto di Ferro è documentato dal biglietto del traghetto. Il cellulare di Calabrò, come abbiamo visto col maresciallo Cappottella, sarà poi... opererà da quel distretto telefonico la mattina dell'8. E il racconto di Ferro si incentra sulla persona che evidentemente ha appuntamento con Calabrò alla Stazione Termini a Roma, la persona che, per i motivi che vi ho detto stamani, non li starò qui a ripetere, è per l'appunto Giorgio Pizzo, del quale abbiamo documentato anche lo spostamento aereo.
É una di quelle modalità ricorrenti nella fase, diciamo, degli spostamenti... mai, raramente accadrà che più persone si siano mosse tutte con lo stesso mezzo, il volo... il biglietto aereo di Pizzo risulterà, lo abbiamo prodotto, il documento risulterà fatto la mattina con il primo volo da Palermo del giorno 8 maggio... del giorno 8 o 9 maggio, ora dovrei un attimo controllare ma... del giorno 8 maggio, esattamente.
Vanno, lasciano l'Audi a Roma - è un particolare che io sottolineerei che dimostra come si volesse ridurre al minimo il rischio che poi l'Audi di Vincenzo Ferro possa essere in territorio toscano in quei giorni -, vanno a contattare i tre, Pizzo, Calabrò, Vincenzo Ferro, lo zio Messana che li va a prendere alla stazione di Firenze, e qui avviene l'altro passaggio che vorrei sottolineare alla Corte. Pizzo chiede a Messana, nel momento in cui dalla stazione di Firenze vanno a Prato, non di fare la strada, di percorrere la strada più breve, ma di percorrere la strada più facile. Evidentemente doveva, come in effetti poi ha fatto, segnare il percorso che dalla stazione portava alla abitazione del Messana.
Vanno con la FIAT Uno bianca di Messana, percorrono l'autostrada, Messana indicherà quella che sarà... gli dirà di contare i semafori per arrivare a casa sua, e inizia lì il dibattito con Messana: 'abbiamo bisogno del garage', 'c'è questo che è piccino vicino casa', il Messana cerca di, come dire, prendere tempo, di dire: 'guardate se proprio ne avete bisogno lì di fronte ci sono questi garage mezzi in disuso'. Abbiamo visto da qualcuno degli ufficiali di Polizia Giudiziaria abbiamo sentito, mi pare proprio dall'ispettore Puggioni, abbiamo appreso che effettivamente questi garage sono ancora presenti sul posto.
Dal racconto che fa Vincenzo Ferro, pare che le cose stiano andando bene, tant'è vero che Calabrò e Pizzo diranno: 'va bene così', evidentemente riferendosi a questi garage abbandonati.
Al ritorno tornano di nuovo verso Firenze e Giorgio Pizzo annota di nuovo il percorso, prende gli appunti, ed è Pizzo che riceve il numero di telefono, si annota il numero di telefono di Messana, che li riaccompagnerà di nuovo alla stazione.
Rientrano, quindi, questo soggiorno, per così dire, per... questo soggiorno toscano è brevissimo. Pizzo è arrivato la mattina dell'8 in aereo da Palermo, in treno sono venuti a Firenze, vanno a Prato, la permanenza, secondo il racconto di Vincenzo Ferro, è breve, il tempo di visionare questo ambiente e ripartire. Tanto che la stessa mattinata, nella stessa mattinata, verosimilmente nella tarda mattinata sempre dell'8 maggio, sono di nuovo a Roma e a Roma vanno a pranzo tutti e tre insieme: Calabrò, Pizzo e Vincenzo Ferro.
Qui le strade dei tre si dividono: Pizzo non sappiamo... perdiamo le tracce, non sappiamo più che fine fa; Calabrò dice di recarsi a Pisa per farsi visitare; Vincenzo opta per il rientro in macchina ad Alcamo. Tant'è vero che arriverà la domenica matti... nella giornata della domenica.
La situazione è tale per cui nei giorni che vanno dal 9 maggio al 14 maggio, dico questa data a ragion veduta, è tale per cui Vincenzo Ferro, che evidentemente è preoccupato della situazione che si è venuta a determinare in casa dello zio, che dovendo recarsi per vicende relative al padre in Cassazione a Roma, decide, per l'appunto, autonomamente di andare a trovare lo zio, e il viaggio, anche in questo caso, lo abbiamo documentato.
Ed era un viaggio particolarmente significativo questo, quello che Vincenzo Ferro farà nei giorni, per l'appunto, del 13-14 maggio del '93, perché? Perché era un viaggio particolarmente significativo? Perché, allorché a Firenze si indagava sul fatto di strage e la Corte è stata ampiamente documentata sul perché si fosse appuntato un interesse degli investigatori e dell'ufficio del Pubblico Ministero sulla utenza del Messana - non starò a ridire perché, mi sembra un fatto abbastanza noto alla Corte e a tutti - come risultava, francamente, come dire, incomprensibile e di questo fatto che sto per dire avremo ampio riscontro poi nel seguito del processo - perché Vincenzo Ferro, che era titolare del cellulare a lui intestato, che risultava... cellulare che risultava in movimento dalla Sicilia a Roma e poi a Firenze, che risultava aver chiamato non Barranca o Calabrò, ma l'abitazione dello zio, interrogato su queste telefonate, interrogato dal Pubblico Ministero su queste telefonate, avesse, per così dire, negato le telefonate e lo spostamento. Ergo, questo spostamento che viene poi riferito da Vincenzo Ferro è stato documentato, ancora una volta, attraverso i documenti aerei, dei biglietti aerei, attraverso il famoso documento su cui a lungo ci siamo intrattenuti - la fotocopia del maresciallo Grasso ha fatto epoca, come le noccioline - per dimostrare che effettivamente in quei giorni e in quello spostamento, effettivamente Vincenzo Ferro era andato a trovare lo zio perché - così lui dirà - non era tranquillo per la situazione che si era venuta a determinare a seguito della visita che lui aveva fatto con Calabrò e Pizzo.
Noi in dibattimento abbiamo dovuto suggellare in maniera... si direbbe abbiamo dovuto blindare questo passaggio scomodando, ahimè, anche da Alcamo i signori Marrone, la signorina Blunda, per dire che effettivamente l'unica persona che poteva aver telefonato a queste persone, in quel periodo, vi ricorderete, le telefonate risultano fatte dal cellulare di Vincenzo in quei giorni, altri non potevano essere che il Marrone, che era la persona che aveva in custodia il cane di Vincenzo Ferro, Blunda era la sua fidanzata, quindi, il discorso era, per così dire, completo da ogni punto di vista.
Questa visita di Vincenzo è sostanzialmente, come dire, infruttuosa, perché lui ci dirà che era andato anche pensando di poter trovare un garage in affitto. In realtà questo non avviene, riferirà un altro dato che voglio sottolineare alla Corte, che lo zio è preoccupato. C'è la preoccupazione di Vincenzo, c'è la preoccupazione dello zio, c'è una situazione che al 14 maggio del '93, che è la data in cui Vincenzo rientra a Palermo, sostanzialmente è una fase, possiamo definirla, di stallo.
Perché questa data è importante, 14 maggio? Non per il fatto che quel giorno altri stanno portando ad esecuzione l'attentato di via Fauro, ma per quello che accade, per così dire, in simultaneità su questi, ancora una volta, su questi due scenari, Roma e Firenze, perché a Roma, il 14 maggio notte, quindi, abbiamo il disimpegno, secondo il racconto di Scarano, di quattro persone: Barranca, Lo Nigro, Spatuzza, Benigno - Cannella sappiamo che l'indomani andrà a Roma - e Giuliano.
Nel racconto di Scarano l'unica certezza, anzi, le uniche due certezze sono le seguenti: primo, che Cannella, lui, Scarano, lo accompagnerà a Padova; due, che Benigno, che ha una macchina, una FIAT Uno targata Roma con la quale si era presentato, va via subito, degli altri dirà: 'sono andati via subito'. Gli altri sono, evidentemente, Barranca, Lo Nigro, Giuliano e Spatuzza.
Cosa accade nei giorni 15, 16, 17, 18? Accade questo, che a Prato...
PRESIDENTE: Per piacere, un po' di silenzio perché si sente sin da qui. Prego, il Pubblico Ministero.
PUBBLICO MINISTERO: Che a Prato, contemporaneamente, è accaduto qualcosa. É accaduto un qualcosa che è la riprova di quella, chiamiamola, simultaneità, contemporaneità di tipo organizzativo, in mano ai famosi "uomini cerniera". É accaduto che qualcuno si è presentato a casa dei signori Messana. E perché dico che questo è accaduto proprio in quei giorni? Perché quando Vincenzo Ferro torna a Palermo e rientra, per l'appunto, il 14, viene chiamato arrabbiatissimo da Calabrò, Calabrò è adirato. E dira: 'ma tuo zio cosa ha fatto? Cosa ha combinato? Ha cacciato via quelle persone'.
Fino al 14 Vincenzo si è visto con lo zio e tutto era tranquillo, torna, riceve la telefonata del Calabrò nei termini che vi ho sinteticamente descritto. E che l'episodio che riferisce Vincenzo accade proprio nei giorni immediatamente successivi al 14 - il 15, il 16 al più - è dimostrato dal fatto che essendo stato Giuseppe Ferro ricoverato all'ospedale di Alcamo, come dirà lo stesso Giuseppe Ferro, dal 10 al 15 maggio, immediatamente dopo che Giuseppe Ferro viene dimesso dall'ospedale, verrà messo al corrente che a Prato qualcosa è andato per... non è andato per il verso giusto.
Come voi potete facilmente vedere e documentare dalla successione degli avvenimenti che in quei giorni, evidentemente, sono piuttosto incalzanti, la successione degli eventi... Vincenzo Ferro farà la spola tra Alcamo e Firenze in maniera incessante, la situazione, voglio dire, si è realizzata in questo brevissimo arco di tempo. 15, 16 maggio del '93, qualcuno si è presentato a casa dei signori Messana, tanto che il 19 maggio, Ferro Vincenzo, insieme alla madre è di nuovo sull'aereo per Firenze, questa volta mandato a Firenze, diciamo, previ accordi che nel frattempo son intervenuti fra lo stesso Calabrò e Giuseppe Ferro, che, come vi dicevo, il giorno 15 maggio del '93 è dimesso dalla casa... dall'ospedale di Alcamo e per l'appunto si incontra con Calabrò e viene messo al corrente di quello che il cognato ha fatto a Prato.
Sostanzialmente, il punto che viene, per così dire, in evidenza dalla somma di queste dichiarazioni e dai riscontri di tipo temporale, il viaggio del 14 maggio, il successivo viaggio con la mamma, fatto da Vincenzo il giorno 19, dimostra che chi doveva compiere l'azione a Firenze, la doveva compiere esattamente, immediatamente a ridosso del giorno 14, 15, 16, in quei giorni lì.
Quali erano gli accordi che erano intercorsi nel frattempo ad Alcamo? Abbiamo visto che il primo viaggio Vincenzo Ferro lo compie il 27 aprile, siamo in una data in cui ancora il capomandamento di Alcamo è detenuto, verrà, come abbiamo documentato, scarcerato il giorno 29 aprile del '93.
Nel racconto di Giuseppe Ferro, voi sapete che, apro questa brevissima parentesi, voi sapete che Vincenzo Ferro, quando ha deposto, quando ha reso le sue dichiarazioni in aula, su tutto ciò che si riferisse, che si potesse riferire al padre, è stato piuttosto... non è stato puntuale, non è stato preciso sul punto. La precisione, comunque, è arrivata dalle dichiarazioni dello stesso... le puntualizzazioni sono arrivate dalle dichiarazioni dello stesso Giuseppe Ferro, il quale, da parte sua, ci ha riferito che, per l'appunto, dopo la sua scarcerazione viene messo al corrente da Vincenzo di quello che è accaduto, viene messo al corrente che Calabrò ha chiesto questo appoggio dallo zio Nino.
C'è una fase di silenzio nel racconto di Giuseppe Ferro non fosse altro che per una giustificazione molto specifica, molto concreta, l'ha detto lo stesso Ferro ma è, per l'appunto, documentato dalle sue condizioni di salute che erano tali per cui scarcerato il 29 aprile, il 10 maggio era di nuovo, non in carcere bensì in ospedale ad Alcamo, dove... lui qui in aula ha usato una delle sue espressioni colorite: 'ero morto'. E effettivamente dal 10 al 15 maggio del '93 Giuseppe Ferro è ricoverato all'ospedale di Alcamo. Fino a quel momento, Giuseppe Ferro sa che: uno, Gino Calabrò si è rivolto al figlio per avere questo appoggio dallo zio Nino e subito lui manifesta questa sua, come dire, perplessità. Manifesta questa sua perplessità perché evidentemente, come lui stesso ci ha detto, sa perfettamente che l'appoggio che chiede Calabrò allo zio - Ferro Giuseppe userà questa espressione - "era un appoggio per Cosa Nostra".
Questo è un dato che la Corte deve tenere, dovrà tenere presente per comprendere la successione dei fatti, per valutare quanto ci sarà da valutare. Sta di fa...
PRESIDENTE: No, dicevo al Pubblico Ministero...
PUBBLICO MINISTERO: Sì.
PRESIDENTE: ...che se ritiene di sospendere...
PUBBLICO MINISTERO: É evidente che non posso, Presidente, in termini...
PRESIDENTE: Possiam...
PUBBLICO MINISTERO: Io poss...
PRESIDENTE: Possiamo riprendere domani quando il Pubblico Ministero ritiene, perché non voglio forzare.
PUBBLICO MINISTERO: Presidente, via dei Georgofili va affrontata e credo che non ce la caveremo in poco tempo, quindi...
PRESIDENTE: Quindi, veda il Pubblico Ministero quando ritiene di potere sospendere, riservando a domani la prosecuzione.
PUBBLICO MINISTERO: Mah, io, Presidente, mi potrei fermare anche a questo punto perché la progressione dei fatti, anche in questo caso, deve essere unitaria. Quindi, non posso dire nemmeno finisco di vedere Vincenzo Ferro o Giuseppe Ferro. Ho bisogno di analizzare in parallelo e quindi, mi fermerei, Presidente, così per chiarezza di tutti, al momento in cui Giuseppe Ferro viene dimesso dall'ospedale di Alcamo, siamo, ripeto, al 15 maggio, e immediatamente... Ferro sta male, lui dice, si è espresso in aula in termini... ha usato la frase: 'dopo qualche giorno che sono stato dimesso'. Vi ho già spiegato i motivi per cui questo "dopo qualche giorno che sono stato dimesso" è ristrettissimo la fascia temporale, perché fino al 14 maggio compreso sappiamo che a Firenze, o meglio, a Prato, a casa del Messana non è accaduto nulla perché c'era Vincenzo Ferro qui a cercare di risolvere la situazione. Il 15 Ferro viene dimesso dall'ospedale. Il 19, quindi a distanza di quattro giorni, Vincenzo Ferro è già stato rimproverato - usiamo questa espressione che non è pertinente, nel senso che è molto per difetto -, è stato rimproverato da Gino Calabrò, ha avuto il tempo di imbarcare la madre e il 19 maggio di essere di nuovo a Firenze, questa volta mandato non più dal solo Calabrò, ma dall'accordo che è intervenuto tra Calabrò e Ferro Giuseppe, che nel frattempo è stato dimesso dall'ospedale.
Qual è l'accordo che è stato raggiunto? E questi sono i termini di fatto che devono essere tenuti in considerazione. Qual è l'accordo che viene raggiunto tra Ferro e Calabrò? Vincenzo diventa uno strumento delle loro decisioni.
Ferro prima dice, ancora una volta, in quell'italiano, in quel dialetto, meglio, siciliano molto stretto, lui si esprimerà in questi termini, cerca di dissuadere il Calabrò dall'utilizzare il Messana, usa quell'espressione: 'mio cognato è uno che fa un discorso al giorno', come dire: è una persona di cui... 'è un'anima pura', userà termini per dire che è persona che non può essere coinvolta in questi fatti. Calabrò insiste e userà un'espressione, che in verità riferirà anche Vincenzo, dira: 'con Matteo mi avete fatto fare una figura da cane'. E Ferro Giuseppe, qui, in quest'aula, conveniva con questo giudizio che aveva espresso il Calabrò. Ferro ha detto: 'effettivamente, mio cognato gli aveva fatto fare una figura da cane, perché si era impegnato' - siamo alla visita a casa di Messana, con Giorgio Pizzo e lo stesso Calabrò.
E quindi l'accordo qual è? Quello di rispedire il buon Vincenzo a Firenze, di mettere buono lo zio e di tranquillizzarlo che quando sarebbe stato il momento, Vincenzo, per così dire, per fare da filtro tra gli ospiti e lo stesso Messana si sarebbe presentato a casa dello zio Messana. Siamo quindi al giorno 19 maggio 1993.
Mi fermerei a questo punto.
PRESIDENTE: Allora, l'udienza prosegue domani, giorno 4 aprile 1998, alle ore 9.00.
Traduzione degli imputati detenuti, in questa aula.
Ah, voglio precisare che l'udienza proseguirà domani non in questa aula ma nell'aula contigua.
E quindi, traduzione degli imputati detenuti, nell'aula contigua a questa, per gli imputati che non sono soggetti al regime del 41-bis. Per gli altri imputati detenuti soggetti a quel regime invece traduzione nelle salette da dove partecipano al dibattimento.
Buonasera.