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Processo per la strage di Via dei Georgofili
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Note
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PRESIDENTE: Buongiorno.
Allora, vediamo se siamo collegati con Parma.
VICEIS.Imperatrice: Sì. Buongiorno, signor Presidente.
PRESIDENTE: Buongiorno.
VICEIS.Imperatrice: É da Parma, la saletta numero 2. E sono il viceispettore Imperatrice Raffaele.
É con me, vi confermo la presenza dell'imputato Bagarella Leoluca.
PRESIDENTE: Può dare atto che...
VICEIS.Imperatrice: Sì, ho dato atto all'imputato che non sono posti impedimenti o limitazioni nell'esercizio dei diritti e delle facoltà spettanti; che è attivato il collegamento audiovisivo tra l'aula di udienza e il luogo in cui si trova; che è stato garantito il collegamento riservato telefonico.
PRESIDENTE: Grazie.
Bagarella Leoluca è difeso dall'avvocato Marzio Ceolan che è presente e dall'avvocato Cianferoni, pure presente.
Viterbo.
SOVRINT. Capoccia: Qui è Viterbo. Buongiorno, signor Presidente.
PRESIDENTE: Buongiorno.
SOVRINT. Capoccia: Allora, volevo confermare la presenza degli imputati in aula. É la sala numero 3.
PRESIDENTE: Lei che parla, come si chiama?
SOVRINT. Capoccia: Sono il sovrintendente Capoccia Enrico.
PRESIDENTE: I nomi degli imputati presenti?
SOVRINT. Capoccia: Allora, Tutino Vittorio, Barranca Giuseppe, Calabrò Gioacchino, Lo Nigro Cosimo e Mangano Antonino.
PRESIDENTE: Può dare atto che non vi sono impedimenti, come richiede la legge, all'esercizio dei diritti degli imputati e le altre condizioni relative al collegamento e alla possibilità di conferire con il proprio difensore per ciascuno degli imputati, in modo riservato?
SOVRINT. Capoccia: Sì, confermo.
PRESIDENTE: Tutte queste circostanze, lei le ha constatate e ne può dare atto.
E allora, il difensore di Barranca Giuseppe è l'avvocato Angelo Barone, congiuntamente all'avvocato Luca Cianferoni che è presente.
Difensore di Calabrò Gioacchino, l'avvocato Franco Gandolfi e l'avvocato Luca Cianferoni pure presente.
Di Lo Nigro Cosimo, l'avvocato Paolo Florio di Firenze, presente; congiuntamente all'avvocato Fragalà che non è presente.
Il difensore di Mangano Antonino è l'avvocato Graziano Maffei, che non è presente, sostituito dall'avvocato Cianferoni.
Difensore di Tutino Vittorio, l'avvocato Gramigni e l'avvocato Domenico Salvo di Palermo, sostituiti dall'avvocato Ceolan.
Passiamo, allora, a Spoleto.
VICEISP. Cesarini: Buongiorno, da Spoleto.
PRESIDENTE: Buongiorno.
VICEISP. Cesarini: Sono il viceispettore Cesarini Vincenzo, dalla sala numero 6.
Signor Presidente, faccio presente che gli imputati Benigno Salvatore, Giuliano Francesco, Graviano Filippo e Pizzo Giorgio, sono tutti rinuncianti.
PRESIDENTE: Tutti rinuncianti. Grazie.
VICEISP. Cesarini E non è...
PRESIDENTE: Dunque, gli stessi, sono difesi, Benigno Salvatore: dall'avvocato Graziano Maffei di Lucca e dall'avvocato Giangualberto Pepi, sostituito dall'avvocato Rocchi.
Giuliano Francesco... Ah, no, ho sbagliato. Chiedo scusa.
Benigno Salvatore è difeso soltanto dall'avvocato Graziano Maffei, sostituito dall'avvocato Rocchi.
Giuliano Francesco, è difeso dall'avvocato Giangualberto Pepi, che non è presente, sostituito dall'avvocato Florio.
Graviano Filippo, dall'avvocato Giuseppe Oddo di Palermo e dall'avvocato Lapo Gramigni, sostituiti dall'avvocato Florio.
Pizzo Giorgio, difeso dall'avvocato Domenico Salvo di Palermo, sostituito dall'avvocato Rocchi.
Sentiamo allora Ascoli Piceno.
VICEISP. Cesarini Mi scusi, signor Presidente.
PRESIDENTE: Ah, prego.
VICEISP. Cesarini Signor Presidente, sempre Spoleto.
PRESIDENTE: Sì.
VICEISP. Cesarini Volevamo chiedere a tal fine la disconnessione del collegamento.
PRESIDENTE: Sì, possono essere, può essere sconnesso.
VICEISP. Cesarini Questo, dell'aula...
PRESIDENTE: Non ci sono problemi, se non ci sono imputati presenti. Va bene.
VICEISP. Cesarini La ringrazio, buongiorno.
PRESIDENTE: Prego.
Ascoli Piceno.
VICESOVR. Zirpoli Qui Ascoli Piceno, buongiorno.
PRESIDENTE: Buongiorno.
VICESOVR. Zirpoli: Sono il vicesovrintendente Zirpoli Mario.
Do atto della presenza in questa saletta numero 3, dell'imputato Cannella Cristofaro.
Anche per lui nessun impedimento e nessuna limitazione ai suoi diritti.
PRESIDENTE: Così come previsti dall'articolo 2 della nuova legge sulla partecipazione al dibattimento a distanza.
Vero?
VICESOVR. Zirpoli: Sì, confermo. Confermo.
PRESIDENTE: Grazie.
Dunque, il difensore di Cannella Cristofaro è l'avvocato Rocchi che è presente, congiuntamente all'avvocato Giuseppe Di Peri di Palermo.
L'Aquila.
ISPETTORE Pozzi: Buongiorno, signor Presidente.
PRESIDENTE: Buongiorno.
ISPETTORE Pozzi: Sono l'ispettore di Polizia Penitenziaria Pozzi Vittorio.
PRESIDENTE: Buongiorno.
ISPETTORE Pozzi: Le comunico la presenza dell'imputato Spatuzza Gaspare. Il Giacalone Luigi è rinunciante.
PRESIDENTE: É rinunciante.
Dunque, l'imputato Giacalone Luigi è difeso dall'avvocato Salvatore Priolo di Palermo e dall'avvocato Florio di Firenze, che è presente.
Spatuzza Gaspare è difeso dall'avvocato Pepi che non è presente, sostituito dall'avvocato Ceolan.
Vediamo gli imputati presenti in aula, o che potrebbero essere presenti in aula.
Sono: Brusca Giovanni, detenuto rinunciante, difeso dagli avvocati Li Gotti e De Paola di Roma. É presente l'avvocato Falciani? E allora sostituito dall'avvocato Batacchi.
Poi, Carra Pietro, libero. É assente. Avvocati Cosmai e Batacchi, che è presente.
Di Natale Emanuele, libero. Avvocati Civita Di Russo, Maria Gentili; sostituiti dall'avvocato Batacchi, in assenza dell'avvocato Falciani.
Ferro Giuseppe, detenuto. É rinunciante, difeso dall'avvocato Pietro Miniati Paoli che è presente.
Ferro Vincenzo, libero assente. Avvocati Traversi e Sara Gennai.
Chi può sostituirli? L'avvocato Batacchi li può sostituire? Sì? E allora sostituiti dall'avvocato Batacchi.
Aldo Frabetti, è presente personalmente.
Ho provveduto a segnalare quel problema che lei aveva esposto alla Direzione del carcere.
Lei è difeso dagli avvocati: Monaco di Roma e Usai di Roma. Sostituto processuale, l'avvocato Roggero che non è presente; in sostituzione dei suoi difensori, allora, si nomina l'avvocato Cianferoni.
Grigoli Salvatore, detenuto rinunciante. Avvocati Avellone di Palermo e Batacchi di Firenze, che è presente.
Messana Antonino, libero contumace. Avvocati Amato di Roma e Bagattini di Firenze.
Possono essere sostituiti, ritengo, dall'avvocato Cianferoni? Avvocato Cianferoni sostituto.
Messina Denaro Matteo, latitante. Avvocati Natali di Firenze e Cardinale di Marsala, sostituiti dall'avvocato Ceolan.
Provenzano Bernardo, latitante. Difensori, avvocato Salvatore Traina di Palermo e Passagnoli di Firenze, come sostituto processuale; sostituiti... sostituito, anzi, l'avvocato Traina, dall'avvocato Florio.
Santamaria Giuseppe, libero. Non è presente, quindi assente. Alessandro Battisti di Roma e Monica Usai di Roma, i suoi difensori, sostituiti dall'avvocato Rocchi.
Scarano Antonio, libero assente. Avvocati Fortini e Batacchi di Firenze, che è presente.
Scarano Massimo, libero contumace. Avvocati Rocco Bruno e Rocco Condoleo di Roma e Luca Cianferoni di Firenze che è presente.
Credo di avere terminato l'appello. Non ho dimenticato nessuno.
E allora, se non ci sono questioni preliminari, possiamo dare la parola al Pubblico Ministero perché continui la sua requisitoria.
Ah, prima volevo informare i difensori che, quel programma di udienze in cui parlerà sicuramente il Pubblico Ministero, prosegue il giorno 30, il 31.
Il giorno 1, per una concomitanza di un altro processo, sarà impossibile iniziare la mattina alle 09.00, ammesso... ma si inizierà nel pomeriggio.
E per quanto riguarda poi il giorno 3 si terrà regolarmente udienza. E mi sto adoperando per ottenere, per compensare alcuni giorni che sono venuti meno ai programmi, potere tenere udienza anche il 4. Ma di questo darò comunicazione formale non appena sarà certo.
Ascoltiamo il Pubblico Ministero.
PUBBLICO MINISTERO: Le ultime considerazioni al termine della udienza di ieri, come la Corte ricorderà, sono state relative ad alcuni elementi che immediatamente si colgono dalla ricostruzione di contatti, di incontri, per essere più puntuali, che si sono svolti a partire dalla località di Castelvetrano, per poi proseguire a Palermo, nell'ultimo scorcio del 1991.
Incontri che abbiamo ricostruito attraverso le dichiarazioni che sono state rese in aula da Sinacori Vincenzo.
Più esattamente, se loro ricordano, avevo concluso l'esposizione, ieri, degli argomenti segnalando la necessità di mettere in evidenza un passaggio, quello rappresentato dalla specificità della situazione in termini di cariche o di responsabilità che dir si voglia, che avrebbe qualificato, avrebbe caratterizzato di lì a poco, quindi in epoca successiva a questi incontri, la situazione del mandamento di Mazara del Vallo al quale fa capo, faceva capo, l'uomo d'onore Vincenzo Sinacori.
Raccomandando anche alla Corte di tener conto che questa era una parentesi che il Pubblico Ministero apriva nel suo discorso; parentesi all'interno della quale si situa un argomento che dovrà essere ripreso in un momento successivo.
Ora, quello che invece preme prendere in considerazione, è lo sviluppo di questi incontri per alcune particolari situazioni che si sono determinate e che ci aiutano a capire gli avvenimenti nel loro insieme, ci aiutano a dare risalto a certi aspetti dell'intera vicenda; ci aiutano anche a costituire presupposti per poter controllare, non solamente il racconto dal punto di vista oggettivo, ma per poter controllare il racconto nei riflessi che questa vicenda, questa stessa vicenda ha nel racconto di altri, di altre persone. Tra le quali alcune da giudicarsi da parte della Corte.
Avevo anche ricordato - è da qui che riprendo - che, singolarmente, nel primo incontro, quello che si svolge a Castelvetrano, stando a come ne ha riferito Sinacori, vi è uno scambio di battute tra Riina e Messina Denaro, tra Riina - per meglio dire - e i presenti, attraverso le quali Sinacori ebbe a rendersi edotto, a rendersi partecipe del fatto che, una certa attività che avrebbero dovuto svolgere, che poi sarebbe stata svolta in concreto a distanza di mesi a Roma, avrebbe trovato come riferimento, come riferimento di logistico, la persona di un calabrese; calabrese che era considerato all'altezza del compito che avrebbe dovuto assolvere; calabrese accreditato, solo e non tanto, per un rapporto di conoscenza diretta che aveva con Messina Denaro, ma cosa che è opportuno sottolineare, anche in ragione di omicidi che aveva commesso con, per conto dei partannesi: questo è il termine che ha adoprato... questa è la terminologia che ha adoprato Sinacori.
Perché mi soffermo su questo passaggio? Perché vi ho detto ieri che, questa successione d'incontri, salvo l'ultimo, è ricostruibile attraverso le dichiarazioni di Sinacori e del solo Sinacori. Per modo che è opportuno verificare se le dichiarazioni di Sinacori sono dichiarazioni affidabili in termini di elementi che li possano verificare.
E a me, ciò che pare importante appunto mettere in evidenza, è questo dettaglio costituito dal fatto che, le ragioni per le quali, secondo Sinacori, questo calabrese rivelava, manifestava una sua particolare affidabilità, stava nel fatto che aveva, tra l'altro, commesso omicidi per conto dei partannesi.
L'esecuzione di questi omicidi, da parte di Scarano, è stata riferita in aula quando Scarano è stato esaminato più o meno un anno fa.
Questo trascorso criminale, questo segmento particolare dei trascorsi criminali di Scarano, non è debordato dal racconto che lui stesso ne ha fatto; è un particolare della sua vicenda personale, vicenda criminale, che è ignoto alla gran parte dei soggetti dichiaranti in quest'aula sul conto dello stesso Scarano.
Per intendersi, su questo punto, non è stato in grado, non sono state in grado altre persone esaminate di riferire alcunché. Non ne sa niente Geraci, non ne sanno niente tutti gli altri soggetti di estrazione palermitana che pur hanno avuto rapporti con Scarano più o meno ripetuti.
É quindi estremamente significativo che, questo dato, sia stato rappresentato da Sinacori, estraneo alla vicenda giudiziaria, estraneo a tutta la fase delle indagini preliminari. Quindi senza nessun contatto né col processo, né con le Autorità, gli organi del processo: né col Pubblico Ministero, né con la Polizia Giudiziaria che si è occupata specificamente di questo processo.
Dichiarazione, questa, che Sinacori ha trasferito alla Corte in un momento sicuramente successivo a quello in cui Scarano è stato esaminato; ma dichiarazione che - la Corte può controllare, perché i verbali sono stati utilizzati ai fini delle contestazioni - Sinacori aveva rappresentato al Pubblico Ministero, nel primo interrogatorio, quello del 13 febbraio del '97, quando ancora Scarano doveva essere esaminato in aula.
Questo è il crisma della genuinità, oltre che della corrispondenza al vero, della dichiarazione su questo punto di Sinacori.
Da nessun'altra, per nessun'altra strada, da nessun'altra fonte di conoscenza, se non una fonte interna all'organizzazione, non quindi una fonte esterna all'organizzazione ed esterna al contesto temporale e specifico, Sinacori poteva conoscere questo particolare.
Loro sanno che queste riunioni sono state più d'una: la prima, a Castelvetrano con la presenza di Sinacori, di entrambi i fratelli Graviano, con la presenza di Mariano Agate, di Messina Denaro, e di Riina. Queste sei persone.
Sanno che tutte le successive riunioni si sono svolte a Palermo. Quattro o cinque che siano state - sul punto Sinacori non è categorico - sanno anche che queste riunioni si sono svolte tutte nell'abitazione del fratello di Salvatore Biondino, salvo l'ultima che si è svolta nell'abitazione di Biondino stesso.
Hanno appreso anche che, mentre Mariano Agate ha partecipato a tutte le riunioni... chiedo scusa, alla sola prima riunione, quella di Castelvetrano, Sinacori ha escluso che Mariano Agate sia stato presente alle successive riunioni; a tutte le riunioni palermitane ha partecipato Salvatore Biondino.
Così come sanno che Graviano Filippo ha partecipato alla riunione di Castelvetrano che è quella introduttiva dell'intera serie di incontri; ha partecipato ancora ad una riunione palermitana, per certo ad una riunione palermitana; probabilmente non ha partecipato alle successive riunioni palermitane; all'ultima delle riunioni palermitane, quella di tipo strettamente organizzativo della partenza, non partecipa Riina, non partecipa Filippo Graviano, si ribadisce che non ha partecipato Mariano Agate.
I partecipi, quindi, sono: Sinacori, Messina Denaro, Giuseppe Graviano, Francesco Geraci, Renzino Tinnirello, Fifetto Cannella.
Perché è bene aver presente la composizione, il nome proprio dei partecipanti alle varie riunioni? Per valutare se vi è una qualche coerenza, diciamo pure di tipo istituzionale, tra la prima riunione e le successive; tra tutte le successive, eccettuata l'ultima; e l'ultima stessa.
Allora, per dati molteplici di conoscenza, noi conosciamo qual è la qualificazione in termine di Cosa Nostra di Matteo Messina Denaro, alla fine del 1991. Essendo, il padre, il capo del mandamento di Castelvetrano, essendo il padre da tempo latitante,
Matteo Messina Denaro, all'epoca, esercitava le funzioni di capomandamento in sostituzione del padre.
I mandamenti della provincia di Trapani, nel 1991, come anche successivamente, erano quattro: il mandamento di Alcamo, il mandamento di Trapani, il mandamento di Mazara del Vallo, il mandamento di Castelvetrano.
Messina Denaro, nella specie, partecipa nella qualità di colui che esercita i poteri di sovranità sul mandamento di Castelvetrano; partecipa Mariano Agate che è il capomandamento in carica per Mazara del Vallo che comprende la famiglia di Mazara del Vallo, la famiglia di Gibellina, la famiglia di Salemi, la famiglia di Vita; il mandamento di Marsala non è rappresentato e vedremo perché; non è rappresentato il mandamento di Alcamo.
Non c'è bisogno di dire chi rappresentasse, cosa rappresentasse Riina; possiamo però avere idea di quale specifica realtà criminale, palermitana questa volta, fosse rappresentata da Giuseppe e da Filippo Graviano.
Messina Denaro Matteo, come noi sappiamo, esercita le funzioni del padre che sono quelle di rappresentante di Cosa Nostra per l'intera provincia trapanese.
Il capo del mandamento di Castelvetrano è rappresentante di tutta la provincia trapanese di Cosa Nostra. E questa è la spiegazione, o perlomeno ha l'aria di essere la più seria, la più importante, la più plausibile, la più praticabile delle spiegazioni sul punto della assenza di rappresentanti a questo incontro, sia del rappresentante del mandamento di Alcamo, sia del rappresentante del mandamento di Trapani.
Quando alle riunioni successive non incontreremo più Mariano Agate che, per altro, non è estraniato dall'iniziativa che Riina sta portando avanti, noi vedremo apparire sulla scena Biondino Salvatore. Vale a dire un altro capomandamento.
Per essere più precisi, colui che esercita, essendo Giuseppe Giacomo Gambino detenuto, capo del mandamento di San Lorenzo, esercita le funzioni di capomandamento esattamente per il territorio di San Lorenzo.
Vi è quindi una continuità di tipo istituzionale tra le figure di uomo d'onore, tra le figure di persone che hanno responsabilità direttive, direzionali all'interno di Cosa Nostra, tra la prima riunione di Castelvetrano e l'ultima riunione di Palermo, quella che precede la riunione che ha funzioni solamente di tipo pre-esecutivo, riunione quest'ultima, come loro sanno, alla quale Riina non partecipa.
Stando così le cose - e non vedo come se ne potrebbe dubitare - anche se non sapessimo altro è evidente che, incontri di questo genere, debbono avere avuto come oggetto una qualche iniziativa, una qualche decisione, ovvero più iniziative e più decisioni combinate tra loro di estrema e rilevante importanza. Primo.
Secondo aspetto del problema: anche se non ne sapessimo di più, questa sistematicità di incontro tra Riina e esponenti dell'organizzazione criminale di così elevato livello, devono avere, devono presupporre una ragione specifica per la quale Riina ha deciso di incontrarsi con questi e non con altre figure ugualmente importanti.
Dalle varie dichiarazioni che sono state rese davanti alla Corte, noi abbiamo una panoramica ormai estesa sul conto di tante famiglie, sul conto di tanti mandamenti. Non conosciamo solamente questi come capi dei mandamenti di... o come persone esercenti le responsabilità di capomandamento, ripeto, nei vari mandamenti di Cosa Nostra: palermitani, fuori Palermo, nella provincia di Trapani, nella provincia di Palermo stessa.
É proprio in coerenza con questi indicatori, con questi sintomi della importanza di questi incontri che si sviluppano tutte le dichiarazioni di Sinacori su questo segmento dei fatti di cui ci dobbiamo occupare.
Sinacori è stato puntiglioso su una affermazione: i contenuti di maggior significato di questi incontri sono stati illustrati da Riina, non in una sola riunione, bensì e fondamentalmente in due riunioni diverse. La prima riunione di Castelvetrano, una riunione successiva svoltasi a Palermo.
Quali sono i contenuti fondamentali, secondo il racconto di Sinacori, di questi incontri? Detto in termini sicuramente più aderenti alla realtà, che cos'è di così importante che Riina ha detto agli uomini d'onore che aveva convocato nella riunione di Castelvetrano e poi in quest'altra importante riunione palermitana?
In occasione dell'incontro a Castelvetrano, Riina rappresenta a Agate, a Giuseppe e a Filippo Graviano un programma di azione criminale che deve essere eseguito fuori della Sicilia, a Roma, che ha per obiettivi persone fisiche che, in particolare, ha per obiettivi il giudice Falcone, allora Direttore Generale degli Affari Penali del Ministero, il ministro Martelli, un ministro della Repubblica all'epoca in carica. Questi, come obiettivi di rango privilegiato.
Come obiettivi di rango subordinato, un giornalista che, in particolare, si era reso inviso a Cosa Nostra, aveva dato ragione a Cosa Nostra di nutrire propositi di sangue nei suoi confronti: Costanzo; o, alternativamente a Costanzo, altri giornalisti, altri uomini importanti nella società civile, uomini ai quali, in qualche modo, si potesse attribuire - e per dirla con le categorie etiche di Cosa Nostra - ai quali si potesse far colpo di aver interpretato, in danno di Cosa Nostra, una certa opinione più o meno corrente, una certa esigenza di ordine generale per l'intero corpo sociale, una determinata e comunque analoga, omologa presa di posizione.
Riina rassegna ancora alle persone che ha convocato presso di sé quei dettagli di tipo operativo che io poco fa rammentavo. E cioè dire la necessità e la opportunità di utilizzare in ambiente romano un determinato appoggio.
Il riferimento storico, specifico, per la persona di Costanzo, come loro ricordano, era rappresentato dal fatto che Costanzo, di regola, si era espresso ostilmente per gli interessi di Cosa Nostra; Costanzo, più in particolare e da poco, aveva preso posizione sul famoso problema dei cosiddetti "ricoveri facili" degli uomini d'onore detenuti.
Ho già ricordato ieri la corrispondenza tra questo tipo di dichiarazioni e le dichiarazioni sullo stesso punto di Giovanni Brusca; ho già ricordato ieri l'accertamento che abbiamo potuto portare fino alla acquisizione materiale di un documento: la cassetta, la scaletta della trasmissione, che orienta con sicurezza sulla trasmissione del 10 ottobre del 1991, quella nella quale, appunto, Costanzo si espresse sulla piaga - perché tale era - la offensiva piaga dei ricoveri facili degli uomini d'onore detenuti.
La riunione più importante sulla quale Sinacori ha un ricordo scolpito, tenutasi successivamente a Palermo. Riunione alla quale partecipano tutte le persone di quella di Castelvetrano, eccezion fatta per Mariano Agate e con l'aggiunta di Salvatore Biondino, è quella nella quale - se mi si consente la metafora - essendo già assicurato l'oggetto del mandato, Riina partecipa alle persone che ha convocato presso di sé il profilo politico del mandato. É questa la riunione che conta, tra le due.
Cosa intendo dire per profilo politico del mandato?
Riina spiega che Cosa Nostra attraversa un periodo congiunturale molto particolare, esposto al pericolo continuo delle collaborazioni.
Se si riesce a guardare fuori dagli schemi di ricostruzione del processo, se ci riportiamo alla fine del '91, non ci è difficile guardare a quello che, in effetti, sta per abbattersi come una scure che assesta un colpo inesorabile e irreversibile. Sta per abbattersi la sentenza che il 30 gennaio del 1992, quella sentenza che voi avete in Camera di Consiglio, che il Pubblico Ministero ha prodotto all'inizio dell'istruttoria dibattimentale, chiude il Maxi; Maxi che, come quella sentenza denuncia e dimostra, inverte la tendenza degli insuccessi giudiziari dello Stato nei confronti di Cosa Nostra. Perché è quel processo in particolare che, per primo, coniuga le capacità investigative alla rottura della consegna del silenzio del muro dell'omertà all'interno di Cosa Nostra.
Per adoprare termini più coracistici è la sentenza che ha, alla sua base, le dichiarazioni di Buscetta e le dichiarazioni di Contorno.
Questo è il primo punto programmatico sotto un profilo che io non credo di forzare i dati del processo, chiamo politico, Riina rappresenta nell'occasione.
Vi è il problema delle collaborazioni al quale, quindi, si deve dare risposta attraverso un rafforzamento dei criteri di sicurezza e di criteri, quindi, di compartimentazione interna.
Nel suo esame, Sinacori ha adoprato una terminologia espressa testualmente così:
"Riina voleva chiudere ancora di più Cosa Nostra. Nel senso di evitare fughe di notizie."
La domanda è stata:
"Chiudere, vuol dire compartimentare?"
"Chiudere, nel senso di chiudere discorsi, dei discorsi saperli sempre meno persone."
"Chiudere i discorsi", evoca subito i discorsi sigillati di cui ha parlato Ferro Giuseppe, proprio in aula, è la stessa immagine. La chiusura del discorso, sigillare il discorso.
Questo è il secondo aspetto del messaggio, delle indicazioni operative, al quale Riina accosta un elemento di chiarificazione in più: così come lo Stato si aggiunge a fare la super Procura, io ho varato la super Cosa.
Nel senso che, se esiste per lo Stato, se lo Stato si accinge a praticare una opzione che avrà la sua massima realizzazione, la sua massima emblematizzazione, nella costituzione di strutture specialistiche, nella costituzione di strutture che operino all'insegna della efficienza e della differenziazione, così Cosa Nostra si deve organizzare e io la organizzo attraverso di voi, attraverso lo stesso criterio della compartimentazione e della efficienza.
Non sono parole del Pubblico Ministero, queste sono parole di Enzo Sinacori:
"A questo scopo lui ci disse che, se lo Stato faceva la super Procura, lui aveva intenzione di fare la super Cosa, cioè una cosa abbastanza ristretta. E questo era un gruppo che faceva parte di una super Cosa. Noi non conoscevamo gli altri gruppi. Questo gruppo era formato da me, Matteo Messina Denaro, Giuseppe Graviano, Filippo Graviano. Questi, sapevamo della super Cosa. Gli altri...", perché poi Matteo Messina Denaro si portò Geraci, i Graviano si portarono dietro Fifetto, Renzino Tinnirello...
"Quindi lei ora ha adoprato questo termine super Cosa - se io ho capito bene, altrimenti mi corregga - voleva dire un gruppo, questo almeno, che agiva compartimentato da tutto il resto di Cosa Nostra?"
"Sì, era un gruppo che dipendeva solo ed esclusivamente da Riina. Era una super Cosa dentro la Cosa Nostra."
"Dunque, da quanto ha capito lei, è possibile che vi fossero altri gruppi che, egualmente, rispondevano per altri problemi, per altre iniziative direttamente a Riina e non da altri personaggi, per quanto magari importanti o influenti nella organizzazione?"
"Sì, è possibile che c'erano altri gruppi. Però noi non li conoscevamo."
Quindi non è una lettura un po' a tesi del Pubblico Ministero: questo è esattamente la situazione rappresentata da Sinacori.
La costituzione da parte di Riina, l'adozione o il varo da parte di Riina di un modulo operativo che, per Sinacori almeno, è inedito.
Un modulo operativo in cui colui che ha la responsabilità decisionale, Riina, monopolizza anche la responsabilità di controllo su ciò che, quelle certe persone, debbano compiere per un mandato che è esclusivo nei loro confronti e che non è partecipato esternamente.
É esclusivo il mandato nel senso che, solo queste persone, sono deputate ad eseguire questa operazione criminale; non è partecipato esternamente, nel senso che altri non debbano sapere che esiste questo mandato.
É inutile che io ripeta che, avendo insistito per avere una risposta con carattere di certezza da Sinacori sul conto delle persone presenti a questa riunione, Sinacori ha ribadito che le persone presenti a questa riunione erano: lui, Messina Denaro, Biondino, Riina e, quinti e sesti - ma non per dire gli ultimi - Giuseppe e Filippo Graviano.
Queste affermazioni di Sinacori ci convincono, o ci lasciano perplessi? Nel senso che, la realtà che ha - lo ripeto, a mio parere - anche un profilo politico - politico riferito a Cosa Nostra, ovviamente - assolutamente non trascurabile, questa realtà è rappresentata in termini tali per i quali voi potete riportarla nella vostra sentenza come dato di fatto accertato, io vi invito a fare una ricognizione di pochi - non sono moltissimi - elementi che confermano questa ricostruzione.
La riconfermano nei limiti in cui la possono riconfermare, conformemente con l'ipotesi.
Se avessimo trovato qualcuno; se, tra tutte le persone esaminate davanti alla Corte, ci fosse stato qualcuno in grado di riferire il contenuto di questo incontro, il contenuto, i termini di questa opzione di Riina, si arriverebbe perciò stesso alla conseguenza che non era vero nulla che questo discorso era compartimentato. Anzi, questo discorso era slabbrato, di tal che potrebbe essere per tutta, totalmente, se non una operazione di fantasia, almeno una operazione un po' forzata, quella costituita dal racconto fatto da Sinacori.
E questo, in realtà, non è successo.
Richiamo un dato al quale accennavo ieri.
Brusca, che pur questa vicenda la vive da vicino con un suo, direi quasi con un suo movente, tanto da rassegnare a Riina una certa quale idea di intervenire per chiudere la bocca a Costanzo, viene ripiegato da Riina con la semplice affermazione, con la semplice risposta che, quello di Costanzo, è un problema già preso in considerazione e che qualcuno ci sta pensando. Punto.
Non c'è nessuna partecipazione, per quanto riguarda Brusca, da parte di Riina di aver adottato una qualche particolare iniziativa, quale quella riferita da Sinacori.
Questo discorso che vale per Brusca, guardino che vale per tutte le persone, anche uomini d'onore rivestiti di importanza all'interno di Cosa Nostra, che sono stati esaminati ed ai quali è stato chiesto - io penso a Ferrante, penso a Ganci - ai quali è stato chiesto se a loro sia mai giunta notizia, prima della carcerazione, delle loro carcerazioni, dei loro arresti, prima che i fatti di cui si occupa questo processo avvenissero, se avevano mai sentito parlare di progetti, di iniziative criminali volte alla persona indirizzata alla persona di Costanzo. E tutti hanno risposto di non aver mai avuto notizia alcuna.
Cancemi, analogamente. Eppure è persona che, a partire dal 1985 e fino al 1993, fino a quando si è presentato ad una caserma dei Carabinieri, ha avuto, non solo la responsabilità di dirigere il mandamento di Porta Nuova, ma ha avuto - gli è stato chiesto, gli è stato fatto ripetere attraverso domande del Pubblico Ministero e anche dei difensori - ha avuto continuativamente rapporti con Riina. Nel '92, come nell'anno precedente. Nel '93, no, perché Riina è stato arrestato il 15 gennaio.
Ciò non pertanto, anche Cancemi è stato tenuto, tenuto all'oscuro di questo specifico programma di azione criminale.
Ma io direi che, l'elemento risolutivo su questo punto, quello quindi che ci consente di dire che il racconto di Sinacori è aderente a come si sono svolti realmente i fatti. E quindi, nel riferirci di questo mandato che Riina ha conferito, ha riferito correttamente sia sull'oggetto, sia sull'etica di questa iniziativa. Il riscontro più diretto e più rassicurante, in cosa sta? Sta nel fatto che, così come il gruppo che deve agire a Roma, si vede revocare l'ordine. O per meglio dire, si vede impartire l'ordine di far rientro a Palermo, perché ci sono cose più importanti alle quali Riina si sta accingendo a dar esecuzione, senza sapere di cosa si tratti e potendo interpretare questa spiegazione, che spiegazione non era, di Riina, solo alla luce degli avvenienti successivi - il discorso che ha fatto Sinacori in aula - così coloro che hanno poi portato a compimento le cose importanti di cui Riina accennava, alludeva, nell'impartire l'ordine, o per meglio dire, il contrordine, ignoravano, ignoravano che ciò che andavano ad eseguire aveva come variabile a monte, per l'appunto, il mandato impartito da Riina a queste persone di cui stiamo parlando.
Cosa voglio dire? Quante persone sono state sentite qui in aula che sono state comunque, a diverso titolo, con diversi compiti, implicate nella strage di Capaci? Almeno quattro: Brusca, Cancemi, Ferrante e Ganci Calogero. Per non parlare di La Barbera, che farebbe cinque.
Nessuna di queste persone sapeva che, l'esecuzione della decisione di uccidere Falcone, di ucciderlo a Capaci, di eliminarlo con quelle certe modalità, si poneva come risultato finale di una decisione di Riina che aveva messo in conto la possibilità, prima di eliminare Falcone a Capaci in Sicilia, di eliminare Falcone a Roma, attraverso tutt'altre persone.
Tutte le persone che noi troviamo impegnate nell'iniziativa romana del 1992, sono persone indifferenti al momento operativo per quanto ne abbiamo saputo in quest'aula, ma questo ci bastava, non avevamo bisogno di saper di più, sono state impegnate nel momento esecutivo della strage di Capaci.
Ora, se questo discorso è vero - e ci sarà una ragione in più per dire che è vero - proviamo a estrarre qualche altra conseguenza.
Io ho detto poco fa che...
ISPETTORE Pozzi: Presidente, scusi l'interruzione.
PRESIDENTE: Sì, prego.
ISPETTORE Pozzi: Presidente, scusi l'interruzione. É L'Aquila 2.
Per comunicarle che l'imputato Spatuzza Gaspare intende rinunciare al proseguo dell'udienza.
PRESIDENTE: Va bene. Si dà atto che Spatuzza Gaspare rinuncia, può allontanarsi.
Ci sono altri che...
ISPETTORE Pozzi: Vuole dare disposizione per l'inte... Se vuole dare disposizione per l'interruzione del collegamento de L'Aquila 2.
PRESIDENTE: Perché Spatuzza è l'unico imputato presente in quell'aula?
ISPETTORE Pozzi: In quanto il Giacalone è rinunciante.
PRESIDENTE: Sì, d'accordo. Allora può essere scollegato.
Ci sono altri che intendono attualmente rinunciare, per non interrompere il Pubblico Ministero? No. Va bene.
Allora il Pubblico Ministero può riprendere.
PRESIDENTE: Dicevo, quali altri significati, quali altre dimostrazioni, più che significati, vanno estratte da questa iniziativa di Riina?
Io credo che vada estratta innanzitutto la dimostrazione, che mi pare sia per fatti, del rango, della qualità criminale delle persone che Riina ebbe a convocare in questa riunione.
Per essere più semplici: se così delicata, così importante, è stata questa scelta - la vogliamo chiamare politica, la chiameremo tattica, la vogliamo chiamare operativa, non mi interessa l'aggettivazione - se così delicata ed importante è stata la scelta di Riina, è incoerente assegnare agli uomini d'onore che Riina aveva reso partecipi all'insegna di questa regola di compartimentazione, ripeto, di assoluta compartimentazione e all'insegna di questa regola di presa di responsabilità diretta nei confronti di una persona dello stesso Riina, gli uomini d'onore che sono stati partecipi.
Questa considerazione che sostanzialmente equivale a dire, primo: che le persone che si sono presentate a questa riunione, a queste riunioni, si sono presentate perché Riina li ha chiamati.
Secondo: che Riina ha chiamato queste persone in ragione di un apprezzamento che ciascuno di loro era in grado di operare personalmente.
Terzo: ciascuna di queste persone era evidentemente considerata all'altezza del compito e dei profili del compito che si andava ad assegnare a ciascuna di loro e a tutti assieme.
Quarto: che, in termini di affidabilità, in termini di considerazione - se questa espressione aiuta a farmi capir meglio - da parte di Riina, ciascuna di queste pesone era all'altezza delle altre.
In altri termini, ciascuna di queste persone, era legittimata direttamente da Riina alla riunione, all'oggetto del mandato, e a quello che io chiamo il profilo politico del mandato. Senza distinzione tra l'uno e l'altro.
Non c'è distinzione tra Sinacori e Messina Denaro; non c'è distinzione tra Messina Denaro e Giuseppe Graviano; non c'è distinzione tra Mariano Agate, o per meglio dire, Salvatore Biondino e Giuseppe Graviano; come non c'è distinzione tra Giuseppe Graviano e Filippo Graviano.
Cosa Nostra non è un modo di pensare, Cosa Nostra non è un'area indeterminata, Cosa Nostra è una organizzazione.
Di tutto si potrà dubitare, men che del fatto che Cosa Nostra sia una organizzazione, all'interno della quale, almeno di qualcosa si può predicare la certezza. E cioè che esistono alcune regole, quelle per le quali l'organizzazione è strutturata in famiglie; le famiglie sono strutturate in mandamenti; i mandamenti sono strutturati in organismi - se ve ne sono stati - di ordine provinciale; le provincie e i mandamenti, comunque, sono strutturati in proiezione piramidale, al vertice. Organizzazione gerarchica, rigorosamente. É una organizzazione nella quale l'autorità cala dall'alto verso il basso, com'è naturale che sia.
É una organizzazione nella quale, quindi, non c'è spazio per costruirsi, o per attribuirsi motus proprio, quote di credibilità, quote di autorità, quote di legittimazione.
Io potrei esaminare decine di situazioni che sono state rappresentate alla Corte, perfettamente in termini con quello che sto dicendo, con l'ultimo passaggio proprio del mio argomento. E cioè che, all'interno di Cosa Nostra, non è consentito attribuirsi motus proprio, attribuirsi di iniziativa, quote di autorità o quote di legittimazione. In Cosa Nostra, gli ordini si eseguono in quanto vengono impartiti.
E, per eseguire un ordine, per impartire un ordine, occorre avere la legittimazione corrispondente.
Non si è mai dato che un qualsivoglia uomo d'onore abbia convocato presso di sé il suo capomandamento, non si è mai dato che il capomandamento abbia mai convocato presso di sé Riina. Si è dato sempre che l'uomo d'onore ha fatto pervenire al capo della famiglia, o al capo del mandamento, la necessità, la rappresentazione della sua necessità di poter essere ricevuto; così come il capomandamento, se ha avuto la possibilità di vedere Riina, è perché Riina lo ha chiamato presso di sé.
Questo è lo schema generale di tutta la... del funzionamento del principio di autorità all'interno di Cosa Nostra. Questo lo troveranno detto straordinariamente bene in quella sentenza irrevocabile, la sentenza appunto sulla quale la parola di irrevocabilità l'ha pronunziata la Cassazione il 30 gennaio del '92, e che è una pietra, proprio, una pietra angolare di ogni tipo di valutazione che voglia addentrarsi dentro le regole di funzionamento di Cosa Nostra.
Qui non è problema, signor Presidente Signori Giudici, non è problema della Commissione se ha continuato a funzionare anche prima o dopo il 1991 o 1992, questi sono dati elementari di funzionamento di Cosa Nostra. Se mettessimo in discussione i quali dovremmo dire allora che Cosa Nostra non è un'organizzazione, Cosa Nostra è un modo di pensare, non c'è confine tra Cosa Nostra e la società civile, non c'è confine tra una realtà criminale strutturata e invece un'informe e non strutturato universo dell'illecito.
Allora di questo elemento sul quale, non senza ragione, come è ovvio, mi sono soffermato, di questo elemento, di questo dato la Corte io credo che vorrà impadronirsi, vorrà riconoscerlo esatto come impostazione e come conclusione e quindi metterlo a servizio di decisioni che proprio riguardano specificamente gli imputati di questo processo.
L'altro dato che io volevo segnalare per dimostrare come il racconto di Sinacori sia un racconto di cui la Corte si deve fidare, è rappresentato questa volta non tanto dal fatto che l'azione criminale che doveva essere compiuta a Roma, l'oggetto del mandato per intendersi, riguardasse la persona di Costanzo, ma il fatto che privilegiatamente riguardasse le persone di Falcone e di Martelli. Quindi del direttore generale degli Affari Penali del Ministero, e del Ministro di Grazia e Giustizia.
Perché mi sembra un dato, anche questo, in chiave con gli altri che dimostrano come abbia detto il vero Sinacori quando ha parlato di compartimentazione, quando ha parlato di profili di responsabilità diretta con Riina, quando ha parlato quindi di tutto quello che io chiamo il profilo politico del mandato? Perché l'oggetto del mandato è un oggetto di altissimo profilo. Perché questo ristretto gruppo di uomini d'onore e non - Geraci Francesco non è uomo d'onore come si diceva - deve, per mandato ricevuto, verificare la praticabilità e, se ve ne siano le condizioni, deve portare a compimento la decisione di eliminazione di Falcone e/o di Martelli.
Perché io dico che questo è un riscontro? Perché è lo stesso mandato che viene assegnato, in quello stesso periodo di tempo, ad un altro gruppo criminale di Cosa Nostra, quello che poi lo porterà a conclusione, nel quale - lo ripeto - i soggetti chiamati a dare esecuzione sono tutti diversi. Vi è corrispondenza, vi è continuità nell'oggetto del mandato, vi è discontinuità dei soggetti esecutori. Voglio dire, è anche abbastanza, se lo dovessimo rapportare a un modo abbastanza comune, corrente, di ragionare, dovremmo dire: è insulso fare le cose in questo modo, non ha logica. Dire che ci si deve organizzare per eliminare Falcone o Martelli a quattro-cinque-sei capimandamento o parificati, spedirli addirittura armi e bagagli a Roma per vedere se possono portare a termine il mandato, dopodiché per portare a esecuzione il mandato, quindi per compiere l'azione criminale, stabilitosi che vi è la possibilità di farlo in Sicilia, non si continua a adoperare gli stessi ma se ne adopera degli altri, non tanto per un dispendio di energia quanto per una minor praticità di esecuzione dell'intero programma. Perché cambiare le pedine? Perché cambiare gli esecutori? Perché cambiare i responsabili dell'operazione? Ma il fatto che - e questo non è discutibile - altro sia il quadro esecutivo della strage di Capaci e altro sia il quadro virtualmente esecutivo della eliminazione di Falcone e di Martelli a Roma, dimostra esattamente quello che Sinacori ha cercato di farci... di rappresentarci e che io cerco di verificare attraverso le mie parole e attraverso la vostra attenzione. E cioè che il mandato conferito da Riina era un mandato di altissimo profilo, era un mandato conferito secondo regole, secondo canoni anche inediti, canoni e profilo e contenuto che qualificano di per se stessi il rango, la considerazione, la qualità criminale degli uomini d'onore che vi sono stati coinvolti.
Qualche altra cosa la dovremo dire su questa... sulla vicenda che si va a rappresentare attraverso le dichiarazioni che ha reso Sinacori.
Voi ricorderete quel passaggio di poco fa: o l'eliminazione di Costanzo o eventualmente di altri gio... di qualche altro giornalista. Quindi, Costanzo individuato non come obiettivo, totalmente estraneo dal punto di vista della logica interna dell'obiettivo rispetto a Falcone e a Martelli, non come unico rappresentante di questo obiettivo, che è un obiettivo quasi impersonale, in questa prima fase, bensì come obiettivo concorrente.
Sinacori ha ricordato che fu posta attenzione su qualche altra figura di giornalista o comunque di uomo del mondo dell'informazione, non è stato in grado di ricordare i nomi, non si è voluto lanciare in ipotesi inutili, ma voi avrete colto sicuramente la corrispondenza che c'è tra questo racconto di Sinacori e il racconto che ha fatto Geraci. Il quale Geraci, pur non sapendo complessivamente nulla, conoscendo semplicemente per le indicazioni che gli dava Messina Denaro, qual era l'attività in concreto da compiere a Roma e niente altro, però da Messina Denaro ha la possibilità di sapere che a Roma si tratta di scegliere, di individuare o comunque di sperimentare la possibilità di colpire Costanzo o qualche altra persona; che in quel periodo in effetti si sta guardando alla possibilità di eliminare Costanzo per quanto di dannoso sta facendo agli interessi di Cosa Nostra; e nello stesso tempo vi è un'attenzione, sempre da parte di Cosa Nostra, che guarda verso un'altra figura di uomo dello spettacolo questa volta, essenzialmente dello spettacolo: Baudo.
Così come Messina Denaro confida a Geraci che però di Baudo si sta prevalentemente occupando la famiglia catanese di Cosa Nostra - ricorderete sicuramente questa affermazione di Geraci - così Avola, quando è stato esaminato davanti alla Corte, il 12 settembre del '97, vi ha spiegato esattamente quanto nelle sue conoscenze in ordine a quella azione fatta nei confronti di Baudo, azione - la distruzione della villa di Santa Tecla - portata a compimento il 2 novembre del 1991. Siamo proprio ed esattamente nel periodo di tempo in cui si colloca il discorso di Sinacori, si colloca, sia pur marginalmente, quel certo discorso, racconto fatto da Brusca, si colloca il dato obiettivo della trasmissione di Costanzo sui ricoveri ospedalieri facili, si colloca l'episodio dell'attentato alla villa di Baudo, l'attentato distruttivo alla villa di Baudo di cui a Geraci è arrivato qualcosa e è arrivato in termini perfettamente coerenti col fatto che sia stato in grado di fornirne racconto Avola.
Sicuramente alla Corte non sfugge che anche la citazione di Sinacori a proposito di queste iniziative legislative in termini di "super Procura", sono per l'appunto iniziative legislative che datano all'ottobre e al novembre del 1991. Essendo stata la DIA, la Direzione Investigativa Antimafia, varata con un decreto Legge del 29 di ottobre del '91, essendo stata la Direzione Nazionale Antimafia e le Direzioni Distrettuali Antimafia varate con un Decreto Legge del 20 novembre - quindi a distanza di una ventina di giorni dal primo - 1991.
Questa è tutta quella parte della storia della quale Scarano niente sa. Voi rammentate che Scarano non riempie il vuoto che c'è tra l'incontro - secondo i suoi ricordi o secondo il suo racconto - al centro commerciale Le Torri - non riempie il vuoto, ripeto - rispetto all'arrivo di Messina Denaro un certo giorno, assieme ad un'altra persona con quel che ne segue, la Y10 e quant'altro. Questo esattamente è quello che manca nel racconto di Scarano e che noi siamo in grado di ricostruire probabilmente tornando indietro rispetto al primo momento in cui Scarano riceve da Messina Denaro la richiesta di procurare un appartamento a Roma. Probabilmente tornando indietro, ripeto, ma comunque colmando tutta questa parte della vicenda che altrimenti ci sarebbe rimasta sconosciuta.
Ormai che ci siamo vediamo se questa che è una -come dire ?- convalida reciproca per continuità tra il racconto di Scarano e il racconto di Sinacori, diventa poi una convalida reciproca anche per qualche cosa di più apprezzabile dal punto di vista empirico. Questi possono essere bei discorsi, c'è una certa coerenza di successione, però non c'è ancora una convalida diretta tra gli elementi di un racconto e gli elementi di un altro.
Ieri dicevo che di tutta la vicenda che si è svolta un po' sotto i suoi occhi e un po' a distanza in quei dieci giorni, a Scarano rimane ciò che ha fatto e ciò che ha saputo.
Quello che ha fatto: ha procurato l'appartamento; ha dato la cantina perché vi fosse ammassato del materiale; ha visto una certa faccia, che dirà poi al dibattimento aver ravvisato per quella di Sinacori, ma ravvisato in un momento molto successivo, quando il volto di Sinacori sarà apparso anche in televisione perché è stato - così si dice almeno - l'ennesimo collaboratore di Cosa Nostra. E questo è ciò che ha fatto; più quel po' che ha saputo.
Guardino, quando Scarano è stato sentito e qui in aula ha detto: 'quel tale che io vidi con Messina Denaro è quel certo Enzo che poi ho visto in televisione, dovrebbe essere Enzo Sinacori, l'attuale collaboratore di Giustizia'; ancora di Sinacori nel processo, qui in aula, non ne aveva parlato nessuno. Mai. I verbali di Sinacori sono stati depositati il 1° settembre del '97, sei mesi dopo l'esame di Scarano.
Così come, quando Scarano ha fatto il nome di Sinacori e ha detto di non essere in grado di fare gli altri nomi, era di là da esaminare Geraci, che è stato esaminato a giugno del '97, e non erano stati depositati i verbali di Geraci. Le dichiarazioni di Scarano non potevano avere alcun punto di riferimento che non nei suoi ricordi. Come lo ignoravano tutti i presenti in aula, a maggior ragione lo ignorava Scarano, del fatto che il Pubblico Ministero avesse sentito Geraci, avesse, soprattutto, sentito Sinacori, raccogliendo certe dichiarazioni.
Che cosa residuava nel ricordo e nella conoscenza quindi di Scarano in ordine a questa storia? Che era arrivato un camion, dovevano essere due persone - un padre e un figlio -, che questo camion aveva un nascondiglio come se fosse un armadio appoggiato al retro della cabina. Oltretutto nel racconto di Scarano c'era qualche cosa abbastanza singolare perché ci spiegava, ci ha spiegato, come il materiale fosse stato tolto da sopra e allora non si capiva bene se era una botola fatta in un modo, fatta in un altro, se era un'intercapedine, se era una cassonatura artificialmente realizzata in un modo piuttosto che in una altro.
C'è rimasta la conoscenza di una Y10; ci è rimasto il ricordo di un paio di persone, dalla parlata napoletana, viste un certo pomeriggio, una delle quali apostrofata con il nome Nuvoletta; c'è rimasto... gli è rimasto il ricordo di un accenno proprio... un accenno rapidissimo ad una certa qual trasmissione in relazione alla quale una di queste persone, che stava nell'appartamento quando c'erano i napoletani, si accingeva ad uscire per andare da qualche parte per poi sentirsi dire da Messina Denaro: 'è inutile che vai perché la trasmissione non c'è'.
Gli è rimasto il ricordo... di ciò che è successo del materiale che gli avevano abbandonato in cantina; gli è rimasto il ricordo di un episodio per Scarano non immediatamente collegabile a questo avvenimento, tutt'altro che collegabile a questi avvenimenti, il ricordo di un episodio di una certa chiave che reperì nella cassetta delle lettere di viale Alessandrino e che recuperò per poter cambiare le serrature, e quindi risistemare l'appartamento - in ragione di una disposizione che gli aveva impartito Messina Denaro che lo aveva fatto andare giù in Sicilia nell'occasione in cui con la macchina transitata per l'autostra... la Palermo-Punta Raisi, trovandola dissestata dalla strage del giorno prima - operazione, quella di sostituire la chiave, con ingresso nell'appartamento, il rinvenimento di quelle che sembravano bustine, confezioni per stupefacente o che altro, con un prosieguo di una perquisizione praticata dalla Polizia di Stato nei suoi confronti, a seguito della quale si era andati, da parte della Polizia, a controllare anche questo appartamento. Il tutto prima che gli si sposasse il figliolo.
Ecco, l'unica data sicura, come loro ricordano, del racconto di Scarano, ma data con sicurezza non proprio dichiarata al 100%, la data del matrimonio del figlio che mi pare si sia sposato a luglio del '92. Ecco...
PRESIDENTE: Vorrei chiedere al Pubblico Ministero, mi dispiace doverla interrompere, ma dovremmo sospendere proprio per cinque minuti soltanto.
PUBBLICO MINISTERO: Va bene, Presidente.
PRESIDENTE: E dopodiché, credo che poi... ma proprio cinque minuti, non altro...
PUBBLICO MINISTERO: Non ci sono problemi.
PRESIDENTE: ...dopodiché il Pubblico Ministero credo che potrà continuare direi non oltre... mi erano state segnalate alcune esigenze, diciamo, non oltre l'una, ecco. É possibile?
PUBBLICO MINISTERO: Va bene, Presidente.
PRESIDENTE: Va bene. Allora proprio cinque minuti, non è nemmeno il caso che vi allontaniate dall'aula.
<< DOPO LA SOSPENSIONE >>
PRESIDENTE: Spero di non essere venuto meno all'assicurazione dei cinque minuti, forse sono stati un po' di meno, ma credo che sia nell'interesse di tutti poter finire in tempi congrui.
SOVRINT. Capoccia: Signor Presidente, chiedo scusa da Viterbo.
PRESIDENTE: Allora, il Pubblico Ministero...
(voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Ah.
SOVRINT. Capoccia: Signor Presidente, chiedo scusa da Viterbo.
VICEIS.Imperatrice: Signor Presidente, scusi, da Parma.
PRESIDENTE: Parma?
VICEIS.Imperatrice: Sì, da Parma, signor Presidente, chiedo scusa, c'è l'imputato Bagarella che non... intende rinunciare al prosieguo dell'udienza.
PRESIDENTE: Allora, è autorizzato. Si prende atto della rinuncia dell'imputato Bagarella Leoluca e si autorizza lo scollegamento.
PUBBLICO MINISTERO: Ho passato in rassegna...
SOVRINT. Capoccia: Anche da...
PRESIDENTE: Anche...?
SOVRINT. Capoccia: Anche da Viterbo, signor Presidente.
PRESIDENTE: Chi è che rinuncia?
SOVRINT. Capoccia: Qui è Viterbo, la sala numero 3.
PRESIDENTE: Chi rinuncia?
SOVRINT. Capoccia: Rinuncia al prosieguo dell'udienza Tutino Vittorio e Barranca Giuseppe.
PRESIDENTE: Va bene, si prende atto della rinuncia. Ci sono altri che intendono rinunciare?
VICESOVR. Zirpoli: Sì, anche da Ascoli Piceno, l'imputato Cannella Cristofaro intende rinunciare al prosieguo.
PRESIDENTE: Si prende atto della rinuncia e credo che essendo l'unico di Ascoli Piceno si autorizza anche la cessazione del collegamento.
PUBBLICO MINISTERO: Anche Parma, mi pare.
PRESIDENTE: E anche per Parma, ma mi pare di averlo già detto per Parma.
Bene...
VICEIS.Imperatrice: Sì, l'ha detto, Presidente.
PUBBLICO MINISTERO: Ecco, ho proprio elencato questi sei punti nei quali si possono riassumere ciò che resta in termini di conoscenza, di ricordo degli avvenimenti da parte di Scarano.
É ovvio che non li passo in rassegna uno per uno, nel senso che non ha importanza che stia a spiegare che cosa vuol dire questo ricordo sul conto della Y10, è un argomento che la Corte si vedrebbe rappresentare proprio inutilmente.
É inutile che mi soffermi sull'argomento relativo al fatto che nello scantinato di Scarano c'erano gli esplosivi, ci sono stati gli esplosivi, c'è stato dell'esplosivo, in relazione a quello che poi accerteranno i consulenti del Pubblico Ministero. Mi basta, a questo proposito - quello del quantitativo di esplosivo - richiamare la concordanza che c'è tra le indicazioni di quantità date da Scarano su questo esplosivo e le indicazioni di quantità date... sull'esplosivo fatto arrivare a Roma, date da Sinacori.
Ho bisogno invece di dire qualche cosa di più sul punto della realizzazione del nascondiglio delle armi e dell'esplosivo sul retro della cabina del camion. Ho bisogno di dire qualcosa di più sul conto delle persone che portarono questo camion a Roma. Per sottolineare come vi sia una convalida, nuovamente, reciproca, tra le dichiarazioni di Scarano, quelle di Sinacori, quelle di Geraci.
Partiamo da quest'ultimo elemento: il fatto che il camion che arrivò a Roma, secondo il racconto di Scarano, fu portato da due persone che Scarano intese erano un padre e un figlio, perché l'uno si rivolgeva all'altro chiamandolo papà, e quindi questa fu l'agevole conclusione di Scarano.
Le dichiarazioni di Sinacori sono esattamente negli stessi termini. Ci ha parlato, ma ha anche fatto il nome questa volta, delle persone, per l'appunto il padre e il figlio, che compirono questa operazione, in quanto in questi termini fu deciso in un incontro che si svolse nuovamente nelle campagne del trapanese - questa volta con la presenza di Mariano Agate - e non fu casuale la scelta di queste due persone, più esattamente del padre, Consiglio Giovan Battista, che chiese l'autorizzazione a farsi accompagnare dal figlio, perché nel terreno di proprietà di questa persona erano oltretutto custodite le armi che furono provate alla presenza, come lo si apprende anche dal racconto che ne ha fatto autonomamente, di Geraci Francesco.
Come dicevo ieri, se si vuole spingere la verifica in profondità, come si è fatto al dibattimento, ci si accorge che la verifica continua a dare risposte positive, come se volessimo ripetere lo stesso esperimento chimico all'infinito. L'esperimento con gli stessi elementi, nelle stesse condizioni, con le stesse metodiche, continua a dare la stessa risposta.
Loro ricorderanno un particolare - e questo io lo richiamo emblematicamente - il particolare che si coglie nelle dichiarazioni di Geraci, il quale non riusciva a capacitarsi di come questa persona anziana che si trovava lì nelle campagne nelle quali si andò a compiere questa attività di selezione e di prova delle armi, mandasse tramite Matteo Messina Denaro i saluti al padre di Messina Denaro. Cosa che Geraci registrò senza sapergli dare nessun significato. Oltretutto Geraci non sa nemmeno l'identità, non è stato in grado di dare il nome, quel nome che invece è stato dato... è stato capace di dare Sinacori.
Per l'appunto è Sinacori che invece conosce i rapporti personali che ci sono stati tra Giovan Battista Consiglio e Francesco Messina Denaro.
Così come non essendo in grado, Geraci - ripeto -, di indicare il nome della persona presso la quale furono compiute quelle certe operazioni, è stato però in grado di collocare spazialmente questo territorio, con riferimento ad un certo edificio dove si svolgono cerimonie varie, da matrimoni a feste da ballo o quello che sia: il locale "Caprice".
Loro in aula hanno sentito quell'ufficiale di Polizia Giudiziaria che ha confermato come il "Caprice" si trovi in un certo punto delle campagne del trapanese e quale sia la distanza che c'è fra questo locale e i terreni di proprietà della famiglia Consiglio.
Quello che mi preme però segnalare è come in questo contesto si materializzi in un qualche modo la persona di Gioacchino Calabrò. É il primo momento in cui Calabrò fa la sua comparsa nella vicenda processuale complessiva.
Siamo alla fine del 1991, o siamo forse ai primi del 1992, questo punto non lo potremo stabilire con esattezza, comunque siamo in un periodo che è largamente antecedente rispetto a quei certi fatti criminali che si sono svolti ad Alcamo nell'estate del '92. E siamo in un epoca, a maggior ragione, largamente anticipata rispetto a fatti che accadranno solamente nel 1993.
Non ha grande importanza sapere se Calabrò fu reso edotto della ragion per cui doveva compiere quella certa operazione per realizzare quel certo nascondiglio, a mo' di armadio - l'ha riferito Sinacori - appoggiato sul retro della cabina del camion.
Non ha importanza sapere se qualcuno è stato più o meno esplicito, sul conto di Calabrò... verso Calabrò per fargli sapere quale e quanto materiale ci sarebbe stato messo dentro, per andare a finir dove. Non ha nessuna importanza.
Dirò di più, secondo una regola di giudizio che mi pare, a questo punto, si possa richiamare, verosimilmente a Calabrò non è stato spiegato proprio nulla. Calabrò si è limitato a prendere atto che gli si faceva realizzare un certo nascondiglio, che da Alcamo lo si era fatto andare un po' più lontano - ora le geografie non le conosco alla perfezione - però lo si è fatto andare verosimilmente a qualche decina di chilometri da casa, lo si è fatto arrivare munito della sua attrezzatura di meccanico, gli si è dato il capannone del signor Consiglio come officina estemporanea. Dopodiché, minuto di lamiere, di saldatrici e di quant'altro, Calabrò ha realizzato questo suo manufatto. C'è da pensare che l'abbia fatto anche bene.
Mi interessa, semplicemente perché all'epoca, Calabrò non è un personaggio di relativa qualifica, di relativa importanza, relativamente implicato nelle vicende di Cosa Nostra. All'epoca Calabrò è già l'uomo d'onore - questa è la puntualizzazione che si deve a Sinacori - è l'uomo d'onore più importante della famiglia di Castellammare. Quando il mandamento di Alcamo è retto ancora da Vincenzo Milazzo, la famiglia di Castellammare registra già all'epoca, come suo uomo d'onore di maggior rilievo, la persona di Gioacchino Calabrò.
É inutile dire che le modalità di realizzazione di questo manufatto, per come le riferisce Sinacori, sono tali e quali quelle che più o meno, impressionisticamente, più al buio che alla luce, stando al suo racconto, aveva percepito Scarano quando camion, con cassone posticcio con armi ed esplosivo, arrivarono a casa sua.
Così come mi interessa segnalare il passaggio relativo alla presenza di due napoletani, uno dei quali a nome Nuvoletta, nell'appartamento di via Martorelli. Per due aspetti: il primo - sul quale non mi soffermo - costituito dalla verità di questa affermazione di Scarano. Sinacori è stato circostanziato sul come e qualmente questi napoletani erano stati convocati presso di sé da Riina. Si trattava di uomini d'onore della famiglia di Marano, uno era per l'appunto il figlio di Lorenzo Nuvoletta, con quel che ne segue. Questi son passaggi che non credo sia necessario passare in rassegna.
L'altro aspetto, invece, che va sottolineato è la ragione pratica che presiede - l'ha illustrata Sinacori - che presiede il coinvolgimento di questi due uomini d'onore napoletani nella operazione che avrebbe dovuto compiersi a Roma.
Nuovamente, senza trascurare che la decisione di implicare, di coinvolgere, di utilizzare due uomini d'onore, questa volta della famiglia di Cosa Nostra di Marano, di Napoli, era decisione presa da Riina. E questo nuovamente a dimostrazione di come Riina abbia gestito, secondo le premesse e secondo le istruzioni impartite inizialmente, abbia gestito direttamente tutti i termini del mandato. Tanto che - come la Corte sicuramente rammenterà - Sinacori viene convocato da Riina. Riina ha un incontro con questi due uomini d'onore napoletani, senza far assistere Sinacori.
Solo a riunione finita - tra Riina e Sinacori - Sinacori presenzia e Riina impartisce a questi due uomini d'onore la direttiva di mettersi a disposizione di Enzo per ogni necessità che questi avesse avuto. Con il che, a Sinacori è rimasta la direttiva di Riina e la disponibilità dei due napoletani, senza sapere se Riina aveva messo queste due persone al corrente, in dettaglio o meno, di quella che era l'iniziativa per la quale, eventualmente, la loro disponibilità era stata richiesta e, per meglio dire, imposta.
L'ultimo e significativo aspetto, di questa variante, è rappresentato dalla, ripeto, la ragione pratica. Chiesto noi a Sinacori, in aula, il perché della presenza di questi napoletani, la risposta di Sinacori è stata univoca: trattandosi di uomini d'onore, potevano partecipare conoscitivamente di questa iniziativa, in termini nei quali non ne poteva partecipare Scarano. Che uomo d'onore non era, era un semplice riferimento di tipo logistico. Con la conseguenza che, la conoscenza e la partecipazione di Scarano, doveva fermarsi ad una certa soglia. Essendo un'operazione criminale da compiere a Roma, occorreva poter, anche conoscitivamente, dominare la realtà romana, meglio di quanto non fossimo noi in grado di farla. Nel presupposto che i napoletani si sapessero muovere a Roma meglio di noi, trapanesi e due palermitani, ecco perché c'è stata un'implicazione dei due napoletani.
Quindi, per assicurare quell'utilità aggiuntiva, in termini di pratica anche del territorio, che non avrebbe potuto essere richiesta da Scarano, essendo Scarano persona che non poteva essere messa al corrente, né degli scopi generali del fatto, né di altri aspetti operativi, compresa l'identità delle persone che a Roma dovevano agire.
L'altro punto, che viceversa devo segnalare, si lega a quell'inciso - probabilmente si è trattato di un inciso in un discorso un po' più ampio - allusivo a una certa qual trasmissione. Affermazione questa che per Scarano, come loro ricordano, non aveva alcun significato finché, a distanza di un anno - questo è il suo racconto - presentandosi a lui, a Roma, Cannella, si sentirà da questi chiedere di essere accompagnato nella zona del Maurizio Costanzo Show. Tanto da poter stabilire idealmente un collegamento tra il Maurizio Costanzo Show - che è per definizione una trasmissione - e questo accenno a una trasmissione, a una qualche trasmissione, a una ignota e misteriosa trasmissione, che aveva sentito proferire in via Martorelli, in quell'appartamento, un anno prima.
Perché sottolineo questo passaggio? Sottolineo questo passaggio perché loro dovranno, io penso, apprezzare la non casualità - ma lo possiamo dire noi, non lo poteva certo affermare Scarano - la non casualità del riferimento che Scarano opera sul conto della persona di Cannella.
Come la Corte ricorda, Scarano non ha solamente riferito che Cannella gli chiese di accompagnarlo al Maurizio Costanzo Show. Ma anche che Cannella, siccome Scarano gli rispose di ignorare addirittura dove si tenesse questa trasmissione, Cannella lo interpellò con una domanda quasi retorica: ma come, Matteo non t'ha detto nulla l'anno scorso?
Questa conversazione deve essere stata singolare, ad ascoltarla la conversazione tra Scarano e Cannella probabilmente un terzo si sarebbe messo a ridere, Sinacori sicuramente avrebbe riso, perché era una specie di conversazione dell'assurdo. Ecco, questa conversazione è significativa perché, anche se Scarano non ha saputo spiegarla fino in fondo, ma contiene una spiegazione che è nella disponibilità di Cannella.
Qual è la spiegazione? Il fatto che effettivamente l'anno prima, Messina Denaro a Roma, insieme alle persone che erano con lui, legava la sua presenza ad un interesse su Maurizio Costanzo, la trasmissione e si legava spazialmente, e non solo spazialmente, alla persona di Scarano. Il triangolo si doveva chiudere, secondo il pensiero di Cannella, sulla persona di Scarano, quanto a Messina Denaro e quanto alla trasmissione. Solo che il triangolo non si chiudeva... non si era chiuso per il semplice motivo che Messina Denaro non aveva raccontato niente a Scarano.
Non è causale il fatto che Scarano che - ripeto ancora, ignora praticamente tutto di quello che è successo in quei giorni a Roma - dica di aver ricevuto questa domanda, per lui inspiegabile, per l'appunto da chi? Da una delle persone - e tra un attimo dirò qualche cosa di più - da una di quelle poche persone che erano in grado di sapere che cosa era successo a Roma l'anno prima.
Qual è il qualcosa di più? Cannella è l'unica persona, tra quante se ne presenteranno a Roma alla vigilia all'attentato a Costanzo e per realizzare l'attentato Costanzo, è l'unica persona che era presente anche l'anno prima.
Quello che, nelle dichiarazioni di Scarano e per noi che le dobbiamo valutare, nel racconto che lui ne fa, poteva apparire, potrebbe apparire quasi un fuor d'opera - per non dire proprio un elemento creativo - per noi invece è un dato di estrema coerenza, con tutto il complesso degli elementi di fatto dei segmenti della vicenda.
Se avesse messo una affermazione di questo genere in bocca... una domanda di questo genere in bocca a Barranca, o l'avesse messa in bocca a Benigno, o l'avesse messa in bocca ad un altro, o a Spatuzza - mi riferisco al '93 e sottolineo il '93 - questo discorso ci sarebbe sembrato stonato. Non saremmo riusciti a capire come Barranca, o Spatuzza, o Benigno poteva fare a ragion veduta questa domanda a Scarano. Laddove per Scarano sarebbe stato lo stesso inspiegabile che gliela ponesse Cannella, che gliela ponesse Spatuzza, che gliela ponesse Barranca, che gliela ponesse Giuliano.
Viceversa, è assolutamente logico e coerente che questa domanda gli sia venuta da Cannella e non da altri, perché Cannella era l'unica tra le persone che c'erano state nel '92, che si è presentato anche nel '93.
Perché questo? Perché questo dato, sul quale evidentemente bisogna esercitare un po' di attenzione critica, questo dato conferma il racconto di Sinacori, conferma il racconto di Geraci. Lo conferma quindi, non solo sul punto che Cannella ha partecipato all'ultimo incontro, quello organizzativo in casa di Salvatore Biondino a Palermo, ma Cannella è tra le persone che hanno fatto parte di quella "task force" - se la vogliamo chiamar così - che ai primi del '92 andò a Roma per compiere un'operazione criminale, che fu solo rinviata all'anno successivo.
Così come, di due punti - di sei - enunciati, devo dir qualche cosa e più esattamente, comincerò dal più semplice. Quello che riguarda l'episodio del mazzo di chiavi che Scarano recupera dal viale Alessandrino, per direttiva ricevuta da Messina Denaro.
Come la Corte ben sa, Scarano non è stato in grado di saldare questo episodio a questa situazione che si era verificata tempo prima. Stando a lui, sette-otto mesi prima, e sappiamo che non è così.
Il collegamento stretto, invece, tra questa vicenda... tra le due vicende, come loro sanno, è ben rappresentato, rappresentato in maniera assolutamente soddisfacente. Non tanto dal racconto di Geraci, ma dalle spiegazioni fornite da Sinacori sulle modalità con le quali venne ad acquisire la disponibilità di queste chiavi e sulle modalità con le quali poi si disfece di queste chiavi, abbandonandole nella cassetta delle lettere, una volta che ebbe a stabilire assieme a Geraci che l'appartamento di viale Alessandrino era inagibile e comunque non corrispondeva alle loro esigenze, o alle preferenze.
Di questo dato cosa mi preme sottolineare? Mi preme sottolineare che, avendo Scarano dato indicazione su questo appartamento, avendo dato, nel corso delle indagini preliminari al Pubblico Ministero, possibilità di fare tutti gli accertamenti del caso, in effetti la Polizia Giudiziaria aveva ricostruito tutto un percorso, fino ad imbattersi - come loro ricordano - nella persona di un certo Lamantia Giuseppe Maria. Un odontotecnico morto nel '95, per cause naturali, e al quale quindi non si poteva chiedere più nulla e dal quale non ci si poteva aspettare alcun contributo per far progredire le indagini.
Capitolo, questo dell'investigazione, arrivato ad un punto morto. Sul quale però si innesta - come loro sanno - si innestano le dichiarazioni di Sinacori, che invece ha spiegato per filo e per segno come Lamantia fosse persona conosciutissima ed affidabile.
Questo è un tipico caso, nel processo se ne son verificati diversi, in cui prima è arrivato il riscontro e poi sono arrivati gli elementi rappresentativi del fatto. A dimostrazione che: un'attività di riscontro, proprio perché condotta prima e a prescindere di conoscere la portata complessiva di un certo qual accadimento, anche il più modesto che sia, ne garantisce in maniera radicale della sua assoluta genuinità e della sua assoluta neutralità.
Questo è stato... Questo, come schema di lavoro, si è verificato molte volte nel processo. Probabilmente loro vedranno, anche se io, noi, non potremo citare tutte le esemplificazioni, come tante volte la dichiarazione dell'una o dell'altra persona sia arrivata fino a sovrapporsi con una ricostruzione di dati di fatti, neutri, indifferenti, che la Polizia Giudiziaria aveva già - per delega del Pubblico Ministero - assicurato alle indagini.
L'altro punto, questo richiede un'attenzione in più, è quello che riguarda la destinazione avuta dalle armi militari - come le chiama Scarano - le armi militari che furono abbandonate nello scantinato di via delle Alzavole.
La destinazione avuta dall'esplosivo è un conto, e sarà preso in esame più avanti; la destinazione avuta dalle armi invece è cosa diversa. E, per quanto riguarda appunto la sorte di queste armi, come la Corte sa, non ci si avvale né delle dichiarazioni di Geraci, né delle dichiarazioni di Sinacori. Ma bisogna rifarsi ad un'area di fonti di prova del tutto diverse. Affrontando questo passaggio del problema, che logica vuole sia affrontato qui, anche se ci porta avanti nel tempo, altrimenti dovremmo riprenderlo senza una ragione nemmeno di ordine funzionale, tantomeno di ordine cronologico. Affrontando questo snodo della vicenda, chiameremo in causa, per la prima volta, tre imputati: Carra, Spatuzza e Frabetti.
Noi abbiamo appreso, dalle dichiarazioni di Scarano, che le armi che erano custodite nello scantinato furono spostate, nel terreno di proprietà di Frabetti, nel periodo di arrivo dell'hashish, quindi nell'aprile dell'anno 1993. E che, nel terreno di proprietà di Frabetti, furono occultate, nelle grotte, sia l'hashish, sia le armi.
Sappiamo che Carra ha riferito di aver prelevato un carico di armi, da una villa. Villa che noi sappiamo essere quella di Frabetti, essenzialmente per effetto degli atti di individuazione di luoghi del 13 settembre 1993, che sono stati richiamati qui, nell'esame fatto, nell'esame dello stesso Carra. Villa identificata in quella di Frabetti attraverso l'individuazione e attraverso le corrispondenti attività di Polizia Giudiziaria.
Non perché - forse merita che questo passaggio sia chiarito - non perché ci volesse la Polizia Giudiziaria per sapere che in un certo posto abitava Frabetti. Ma perché l'individuazione si è svolta... è stata ricostruita tale e quale - come il Presidente e come i Giudici ricorderanno - si è svolta tale e quale qui in quest'aula, è stata ripetuta tale e quale. L'individuazione non si è svolta portando l'imputato - all'epoca persona sottoposta alle indagini - fino all'abitazione di Frabetti. Bensì, transitando per una strada provinciale, arrivando all'altezza di una certa deviazione, e ottenendo da Carra la precisazione che quella deviazione è la deviazione dalla quale si diparte la strada che portava alla villa di quel tale, dal quale aveva portato via le armi.
L'individuazione non si spinse più avanti per ragioni di sicurezza. Come è stato precisato al dibattimento, tra l'altro, dal teste, il colonnello Pancrazi.
Quindi l'individuazione fatta al dibattimento, è stata un'individuazione per immagini fotografiche: e di quel certo punto della strada, della deviazione, e poi della villa. Villa che è proprio quella di Frabetti, che però è stata in fotografia rammostrata a Carra senza, come loro ben sanno, dare alcune indicazioni in questo senso.
Ecco, noi, per le dichiarazioni di Carra e per le dichiarazioni di Scarano, ricomponiamo questo avvenimento, in due fasi: la prima fase è il trasferimento delle armi dallo scantinato di via delle Alzavole al terreno di Frabetti. E siamo al periodo in cui arriva il carico di hashish a Roma, quindi intorno al 20 aprile del 1993. Nei giorni immediatamente successivi, è da pensare, perché hashish e armi vengono tutte concentrate, vengono tutti concentrati nel terreno di Frabetti.
La fase in cui le armi vengono spostate, il momento in cui le armi vengono spostate è un momento piuttosto spostato in avanti e più esattamente, stando alle dichiarazioni di Carra, l'ultimo viaggio fatto da lui a Roma nel 1993, stando alle dichiarazioni di Scarano, il penultimo viaggio fatto da Carra, nel complesso di tutti i viaggi relativi a tutti gli episodi di strage.
Gli elementi di dettaglio, le dichiarazioni di Scarano e le dichiarazioni di Carra hanno molti punti in contatto. E cioè, che Carra giungeva da solo con il camion. Che aveva un appuntamento con Scarano. Che Scarano si presentò all'appuntamento assieme a Spatuzza. Questo appuntamento avvenne nell'area di servizio Casilina, quella ormai nota a tutti coloro che sono stati in aula dal primo giorno. Che, a seguito di questo incontro nell'area di servizio, Scarano e Spatuzza commentarono tra di loro che allora si trattava di prendere, di spostarsi per andare fino alla casa di Aldo. Persona questa che Carra non aveva mai conosciuto. Abitazione - quella di Frabetti, di questo Aldo per essere più esatti - dove Carra non era mai stato e dove non sarebbe più tornato successivamente.
In questi termini, le dichiarazioni di Carra e le dichiarazioni di Scarano sono assolutamente in termini l'una con l'altra. Perché entrambi riferiscono che in effetti si spostarono, loro tre, due in automobile - Scarano e Spatuzza con l'auto - Carra con il camion, che arrivano in formazione all'abitazione di Frabetti.
Ciò che è avvenuto al momento in cui quindi tutti sono arrivati a casa di Frabetti, è raccontato - come la Corte sa - non negli stessi termini da Carra e Scarano. Qualche cosa sull'argomento ha riferito anche Frabetti, nelle dichiarazioni che ha reso qui in aula il 28 gennaio del 1998.
Ora, qual è il dato di forte diversità - per dati oggettivi questo risulta - di forte diversità tra il racconto di Scarano e il racconto di Carra? Che, al momento in cui Carra, Spatuzza e Scarano arrivano alla casa di Frabetti, accedono al locale, un grande locale nel seminterrato, nello scantinato, nel quale sono depositate, praticamente a terra, come se fossero in mostra, tante armi. Armi che Spatuzza guarda, controlla, prova, verifica, accerta. Dopodiché, ma non prima di questo momento, queste armi vengono tutte messe all'interno di un borsone, che viene poi caricato da Carra, che se le porterà giù a Palermo.
La diversità forte, oggettivamente forte di racconto tra Carra e Scarano, sta nel fatto che: Scarano non conferma che nella abitazione di Frabetti - e per meglio dire in questo locale, questo vasto locale dello scantinato, o del sottosuolo, o del pianterreno - le armi fossero tutte in mostra, bensì, semplicemente che queste armi c'erano, ma erano chiuse in una borsa.
Ciò che concordemente riferiscono, sia Scarano, sia Carra, è della presenza di Frabetti durante questa operazione. Ciò che aggiunge Scarano, rispetto a quanto è nelle conoscenze di Carra, è che le armi, dalla grotta, o dalle grotte dove erano nascoste, fino allo scantinato, fino a questo locale interno alla villa di Frabetti, erano state spostate da Frabetti. Cioè dire, era stato Frabetti che aveva compiuto l'operazione di prelevare le armi dalla grotta, o dalle grotte che fossero, ed erano state portate nello scantinato. Tutto ciò perché, in questo senso, Scarano gli aveva fatto una richiesta.
Il racconto di Frabetti, come loro sanno, è di taglio totalmente diverso. Non avendo mai, prima, reso dichiarazioni su questo avvenimento, il racconto di Frabetti è stato che: verosimilmente, o forse, una sera Scarano erano andato da lui, aveva messo una borsa probabilmente dentro dei cespugli. L'indomani mattina Scarano, forse arrivato assieme ad altri, era tornato con la sua automobile e si era portato via la borsa, senza dirgli nulla né prima, né durante, né dopo.
Vi è una parte dell'episodio, come si vedeva, caratterizzata da diversità di racconto, che sono diversità obiettivamente non riducibili. Vi è una parte di racconto che, viceversa, è assicurata dalle concordi dichiarazioni di Scarano e di Carra. Ecco, io di questo mi occupo, al momento - al momento - perché ne voglio estrarre, come mi sembra logico fare, alcuni elementi dimostrativi di un qualche che al processo serve e serve molto.
Il primo punto è che tutta questa operazione - nella quale armi ed hashish si trovano ad essere custoditi entrambi nella proprietà di Frabetti - tutta questa operazione è indicativa di un particolare rapporto fiduciario che esiste tra Scarano e Frabetti. Indipendentemente dalle dichiarazioni di Scarano, di Frabetti, o di chissà chi altro, di Carra, o di chissà chi altro ripeto, resta il fatto obiettivo che la custodia... per la custodia, per l'occultamento, per il nascondimento di questo materiale, a dir poco compromettente, le armi quanto l'hashish, l'hashish quanto le armi, Scarano si è avvalso della persona di Frabetti.
Ora, due considerazioni, a corollario di questa affermazione. La prima: è ovvio che, soprattutto per l'occultamento delle armi, Scarano come chiunque altro, avrebbe potuto utilizzare chissà quante altre possibilità. Nella peggiore delle ipotesi, visto che l'occultamento è avvenuto in campagna, si trattava di andare a trovare un altro punto, in una campagna più o meno abbandonata, trovare una grotta, ce ne sarà tante, anche perché i dintorni e le campagne romane sono tufacee, quindi di grotte se ne trova quante se ne vuole. E nascondere lì il tutto senza crear problemi, né a Frabetti, né a nessun altro.
Viceversa, c'è stata una scelta, evidentemente operata da parte di Scarano, che poi in questi termini si esprime... Ma dico, prescindiamo dalle dichiarazioni di Scarano. Operata in questi termini da Scarano. Scelta, per la quale Frabetti viene costituito come consegnatario. Consegnatario fiduciario, perché non gli si consegna in custodia un mobile dismesso, oppure una raccolta di giornali del 1957. Gli si consegna materiale compromettente, che è costituito da hashish e da un carico d'armi.
Tanto più compromettente, in quanto si tratta di armi, non che provengono dai traffici normali che Scarano ha fatto con le armi, come ci ha raccontato e come vi è prova pacifica in altre parti del processo. Ma armi che vengono a Roma, assieme ad esplosivo; che provengono da ambienti criminali particolari. Quelli con i quali Scarano ha rapporti, ma che sicuramente sono ambienti criminali totalmente diversi da quel sottobosco, da quell'area di malaffare, di furbizia e di estorsioni, di piccoli traffici di stupefacenti e anche di traffici illeciti di armi, che Scarano era abituato a praticare a Roma.
Quindi la qualità del rapporto esistente, già nel '93, già consolidato al momento in cui arriva l'hashish a Roma, tra Scarano e Frabetti, va commisurato non solo e non tanto in relazione a questi 10, o 12, o 15 quintali d'hashish, non ricordo più quanto fossero. Ma va commisurato piuttosto a quest'alto materiale, questo sì impegnativo, impegnativo fino a rischio di conseguenze gravi, sotto tutti i profili. Cioè a dire le armi, parte dell'arsenale che era stato concentrato a Roma l'anno precedente.
La seconda osservazione, a corollario, è che: evidentemente si è trattato di un rapporto reciproco, in termini di fiducia, di affidamento, di affidabilità.
Queste affermazioni potrebbero sembrare un po' delle... potrebbe sembrare, non voglio chiamarle forzature, ma potrebbero sembrare un po' troppo distillate da fatti che potrebbero avere spiegazioni ed economie molto più banali.
Se non fosse che, ciò che avviene, quando poi viene smobilitato questo arsenale nascosto - ora lo possiamo dire - non presso Frabetti, da Frabetti, Frabetti è il complemento d'agente nascosto di questo verbo al passivo; l'arsenale è stato nascosto da Frabetti, di intesa con Scarano. Ecco, al momento in cui questa situazione si risolve, si risolve con modalità che comprovano quello che io dicevo un attimo fa.
Cioè, viene smobilitato alla fine del '93, o agli inizi del '94? In un periodo comunque situabile fra la fine del '93 e gli inizi del '94? Questo parrebbe dimostrato, parrebbe un risultato assicurato: per il racconto che ne fa Carra, per il racconto che ne fa Scarano. Non è la prima volta che Carra mette piede a Roma, anzi è forse la penultima volta.
Nel frattempo, quindi, si sono verificati a Roma almeno tre fatti di strage: l'attentato a Costanzo e gli attentati a San Giorgio e a San Giovanni. Con ogni probabilità, ma il dato avrebbe un'importanza relativa, c'è stata anche la fallita strage dell'Olimpico. Potrebbero essere così, ma non cambierebbe.
Che cosa voglio dire? Scarano... Carra e Spatuzza, per Scarano, a quell'epoca, a questa data, sono coloro che in varia misura hanno contribuito alla commissione di tre fatti di strage. Sono, detto in altri termini, persone a rischio, per Scarano. Sono le persone - Spatuzza soprattutto, Carra in misura minore - con le quali Scarano ha fatto le stragi. Sono i complici di Scarano in tre fatti di strage.
Ora, se il rapporto tra Scarano e Frabetti non fosse un rapporto nel quale l'elemento dell'affidabilità reciproca si esprime al massimo grado, quale ragione potrebbe avere avuto Scarano a ostendere a Frabetti la sua conoscenza, i suoi rapporti con i suoi complici nelle stragi?
Non solo, ma di abbassare, di azzerare praticamente ogni livello di prudenza, non in rapporto alla pura e semplice conoscenza - tra Scarano e Spatuzza, tra Scarano e Carra, tra Carra e Spatuzza - ma di far partecipare a Frabetti, dei suoi rapporti di conoscenza con Carra e con Spatuzza, per questioni di armi. Altro sarebbe se Scarano avrebbe fatto partecipare Frabetti ad una bevuta al bar con Carra e Spatuzza. Altro è aver, viceversa, implicato Frabetti direttamente, in termini di conoscenza diretta delle persone, in una situazione di elevatissimo indice criminale, un deposito di armi di quel genere - sappiamo c'erano armi lunghe, armi corte, le pistole non si contavano nemmeno - di aver fatto partecipare Frabetti, non solamente dell'episodio, ma degli altri soggetti ai quali l'episodio si collegava.
Vale a dire, soggetti la cui qualificazione in termini storici, alla fine del '93, per Scarano sono i suoi complici almeno in tre fatti di strage.
Allora, anche se questo excursus può essere apparso un po' abusivo, nell'ambito di una ricostruzione che era tutta così bloccata su avvenimenti del 1992, avvenimenti tanto palermitani, tanto siciliani, quanto romani. Però, probabilmente, il filo logico, il filo logico e storico delle vicende, anche per sottolineare come questa storia abbia dei tramiti continui, che la attraversano in lungo e in largo, dall'alto verso il basso e dal basso verso l'alto. Ecco, anche per evidenziare come il processo si presti ad essere affrontato muovendosi con la bussola... sempre con la stessa bussola a partire da qualsiasi posto.
E per segnalare, per rapportare, per rassegnare alla Corte alcune considerazioni, che mi sembrano, siano, possano essere importanti ai fini delle conclusioni che andremo a presentare di qui a qualche udienza, io credo di aver rispettato anche la raccomandazione del Presidente. E quindi mi fermo a questo punto.
PRESIDENTE: Meglio non si poteva.
E allora, l'udienza riprende lunedì 30 marzo alle ore 09.00. Traduzione degli imputati detenuti: nell'aula, per quelli che non sono soggetti al regime del 41-bis; e per gli altri presso i luoghi in cui sono detenuti e da cui partecipano a distanza a questo dibattimento.
AVV. Cianferoni: Scusi, Presidente. Sono l'avvocato Cianferoni.
PRESIDENTE: Prego.
AVV. Cianferoni: Sarà possibile, una cortesia, se potessi parlare un attimo col signor Calabrò.
PRESIDENTE: Direi proprio di sì. Soltanto che...
AVV. Cianferoni: Se è possibile, altrimenti non è decisivo.
PRESIDENTE: Direi proprio di sì. Prima che venga scollegato. L'avvocato Cianferoni chiedeva di parlare con il suo assistito.
SEGR. D'UDIENZA: (voce fuori microfono)
PRESIDENTE: E' presente, certo.
Quindi l'udienza rimane ancora aperta, per il tempo necessario.
Possiamo trovare una via di mezzo. Sospendiamo, poi quando lei ci dice, rientriamo e la chiudiamo. Quindi, ora è sospesa. Quando è terminata la conversazione lei ci avverte, riprendiamo l'udienza e la chiudiamo.
<< DOPO LA SOSPENSIONE >>
PRESIDENTE: Soltanto per dire che l'udienza è tolta e si conferma il rinvio già annunciato. Siamo tutti? Sì, bene. A domani. Cioè a dopodomani.