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Processo per la strage di Via dei Georgofili
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Note
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DIBATTIMENTO-1: udienze/980326.txt


PRESIDENTE: Abbiamo tardato a venire in udienza per... c'erano dei problemi per riuscire ad avere contemporaneamente quattro su cinque visioni contemporanee delle sale in cui sono detenuti gli imputati. Ho chiesto che periodicamente, a rotazione, si proceda al collegamento anche dell'altra sala in modo di consentire, se non continua, tuttavia periodica visibilità di tutti gli imputati, venendo incontro a un'esigenza legittima dei difensori e anche di questa Corte.
É stato raccomandato poi, e spero che siano ancora collegati... cioè, anzi, lo verificheremo, che siano collegati anche... sia collegato anche l'audio, che gli ufficiali di Polizia Giudiziaria, nello stesso momento in cui si verificasse una qualche turbativa del collegamento, e non necessariamente l'interruzione, ma anche una difficoltà di percezione o non perfetta percezione dell'audio, ne diano immediata segnalazione al segretario di udienza perché si provveda immediatamente a rendere al meglio, o comunque quanto di meglio possibile, il collegamento audio.
Detto questo iniziamo ad accertare chi sono gli imputati presenti, se sono presenti, i loro difensori.
Si comincia dunque da Brusca Giovanni: detenuto, rinunciante. Difeso dagli avvocati Li Gotti, De Paola, avvocato Falciani...
AVVOCATO Falciani: Presente.
PRESIDENTE: Presente.
Poi, Carra Pietro: libero. É assente, vero? Avvocati Cosmai e Batacchi. Sono presenti entrambi, sì.
AVVOCATO: Entrambi, sì.
PRESIDENTE: Di Natale Emanuele: libero. Avvocati Civita Di Russo, Maria Gentili, avvocato Falciani di Firenze, sostituto che è presente.
Ferro Giuseppe: detenuto. Avvocato Pietro Miniati Paoli.
AVV. Miniati Paoli: Presente.
PRESIDENTE: Che è presente, anche se non lo vedo in questo momento. Mi scusi... ah, ecco, ora l'ho visto.
No, per fortuna questa aula è molto frequentata, questo mi fa piacere, però mi rende un po' più difficile l'identificazione dei difensori.
Ferro Vincenzo: libero, assente, vero? Avvocato Traversi e Gennai. Avvocato Traversi lo vedo, presente.
AVVOCATO Traversi: Presente.
PRESIDENTE: Frabetti Aldo: detenuto, presente. Avvocati Monaco e Usai. Sostituto, avvocato Roggero.
Nessuno di loro è presente, allora posso nominare in sostituzione l'avvocato Pepi.
(voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Scusi?
(voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Ah, mi dica.
(voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Voleva consegnarmi una lettera. Allora, se un commesso potesse... Allora, anzi, l'Ufficiale Giudiziario, cortesemente... Grazie.
Al termine della chiamata degli imputati, dopo avere verificato la regolare costituzione dell'udienza provvederò a leggerla.
Grigoli Salvatore: detenuto...
SEGR. D'UDIENZA: (voce fuori microfono)
Rinunciante.
PRESIDENTE: Rinunciante. Avvocati Avellone e Batacchi che è presente.
Messana Antonino: libero, contumace. Avvocati Amato e Bagattini. Sostituto viene nominato l'avvocato Gramigni.
Per Messana Antonino non mi pare che ci siano ostacoli.
Messina Denaro Matteo: latitante. Avvocati Natali e Cardinale di Marsala. Natali invece è di Firenze. Non sono presenti, sostituto processuale l'avvocato Florio, viene nominato oggi l'avvocato Florio.
Provenzano Bernardo: latitante. Avvocati Traina e Passagnoli. Non sono presenti. Sostituto, l'avvocato Gramigni.
Santamaria Giuseppe: libero, assente. Avvocati Battisti e Usai. Non sono presenti. Avvocato Pepi può sostituire i difensori di fiducia di Santamaria Giuseppe? Ha qualche problema avvocato?
(voce fuori microfono)
PRESIDENTE: No, chiedevo all'avvocato Pepi.
AVVOCATO Pepi: (voce fuori microfono)
...Santamaria... Se fosse possibile un altro sarebbe meglio.
PRESIDENTE: Sentiamo l'avvocato Gramigni.
AVVOCATO Gramigni: Problemi diretti di incompatibilità, signor Presidente, non mi sembra che ce ne siano.
PRESIDENTE: Quindi accetta?
AVVOCATO Gramigni: Sì.
PRESIDENTE: Grazie, avvocato.
Scarano Antonio... Mi sentite pur con il microfono così a distanza? Forse anche meglio. Lo avvicino ancora? Così va bene?
Sento che il Pubblico Ministero...
(voce fuori microfono) Va bene, funziona.
PUBBLICO MINISTERO: No, dicevo, Presidente, l'importante è che sentano bene nelle salette oltre che in aula.
PRESIDENTE: Certamente. Ora chiederemo alle salette, quando saranno chiamate, se ascoltano adeguatamente. Quindi, mi pare che fossimo a Scarano Antonio. Avvocati Fortini e Batacchi di Firenze, che è presente.
Scarano Massimo: libero, contumace. Avvocati Rocco Condoleo e Cianferoni. Sostituto l'avvocato Pepi, penso che per Scarano Massimo non abbia problemi. Passiamo ancora... No, abbiamo terminato con gli imputati non sottoposti a regime del 41-bis, passiamo allora a Parma.
Parma, ascolta?
VICEIS.Imperatrice: Sì, buongiorno signor Presidente, da Parma, dalla saletta numero 3, sono il viceispettore...
PRESIDENTE: Buongiorno. Chi è che parla?
VICEIS.Imperatrice: Buongiorno. Il viceispettore Imperatrice Raffaele.
PRESIDENTE: Se può ripetere il suo nome, per piacere?
VICEIS.Imperatrice: Imperatrice Raffaele.
PRESIDENTE: Grazie. La voce giunge abbastanza chiara in quella saletta?
VICEIS.Imperatrice: Sì, la sua voce giunge abbastanza chiara. Prima, all'inizio dell'udienza era un po' alto l'audio, adesso si è regolato abbastanza bene.
PRESIDENTE: Desideravo chiedere al segretario di udienza se Imperatrice è tra le persone designate da questa Corte con provvedimento emesso prima di queste udienze e depositati come gli altri agli atti del processo. Mi può dire chi è presente, ispettore, in quella saletta, tra gli imputati?
VICEIS.Imperatrice: Qui ho presente l'imputato Bagarella Leoluca.
PRESIDENTE: Mi può dire, anzi, mi può dare atto che non esistono... un attimo solo... che non esistono... non sono posti impedimenti o limitazioni all'esercizio dei diritti e delle facoltà spettanti all'imputato Bagarella?
VICEIS.Imperatrice: Sì, ne do atto, signor Presidente.
PRESIDENTE: E mi può di... può confermare che è attivato il collegamento audiovisivo tra l'aula di udienza e il luogo in cui si trova l'imputato con modalità che assicurano la contestuale, effettiva e reciproca visibilità delle persone presenti nei luoghi collegati e la possibilità di udire quanto vi viene detto?
VICEIS.Imperatrice: Io confermo.
PRESIDENTE: Mi può dare atto ancora che è garantita la possibilità per l'imputato di consultarsi riservatamente con il difensore per mezzo di collegamento telefonico?
VICEIS.Imperatrice: Sì, io confermo, ne do atto, signor Presidente.
PRESIDENTE: Grazie. E allora passiamo a Viterbo.
ISPETTORE Carloni: Buongiorno, qui è la sala numero 1 di Viterbo.
PRESIDENTE: Buongiorno.
ISPETTORE Carloni: É l'ispettore Carloni.
PRESIDENTE: Ispettore...? Vuol ripetere il suo nome, per piacere?
ISPETTORE Carloni: Sono l'ispettore Carloni.
PRESIDENTE: Carloni, vero?
ISPETTORE Carloni: Carloni.
PRESIDENTE: Grazie. Mi può dire chi è presente tra gli imputati in quell'aula?
ISPETTORE Carloni: Dunque, sono presenti gli imputati: Barranca Giuseppe, Calabrò Gioacchino, Lo Nigro Cosimo, Mangano Antonino e Tutino Vittorio.
PRESIDENTE: Cioè, cinque imputati che sono: Barranca, Calabrò, Lo Nigro, Mangano e Tutino. Benissimo.
Anche lei mi può dare atto che non sono posti impedimenti o limitazioni all'esercizio dei diritti e delle facoltà spettanti all'imputato, che è attivato il collegamento audiovisivo tra l'aula di udienza e il luogo in cui si trovano gli imputati, con modalità che assicurano la contestuale, effettiva e reciproca visibilità delle persone presenti nei luoghi collegati e la possibilità di udire quanto vi viene detto; nonché vi è garanzia della possibilità per questi imputati di consultarsi riservatamente con i loro difensori per messo di collegamento telefonico?
ISPETTORE Carloni: Sì, ne do atto, signor Presidente.
PRESIDENTE: Grazie. Allora passiamo a Spoleto. Ah, chiedo scusa...
ISP. Capitanio: Sì, buongiorno signor Presidente.
PRESIDENTE: ...prima di passare a Spoleto, devo verificare la presenza dei difensori di questi imputati.
Per quanto riguarda Bagarella è presente l'avvocato Ceolan.
Per quanto riguarda invece Barranca Giuseppe non sono presenti, mi pare, né l'avvocato Barone, né l'avvocato Cianferoni, sostituito allora, processualmente, dall'avvocato Gramigni.
Per quanto riguarda Calabrò Gioacchino non sono presenti né i difensori Gandolfi e Fiorentini né l'avvocato Cianferoni, sostituto processuale. Quindi, sostituto processuale sarà l'avvocato Pepi.
Per quanto riguarda invece Lo Nigro Cosimo è presente l'avvocato Florio di Firenze, non è presente l'altro difensore, l'avvocato Fragalà.
Per quanto riguarda Mangano Antonino non è presente l'avvocato Maffei di Lucca. Sostituto processuale è nominato sostituto l'avvocato Ceolan.
Per quanto riguarda, infine, Tutino Vittorio, vedo l'avvocato Gramigni; non è presente l'avvocato Domenico Salvo di Palermo.
Possiamo passare allora a Spoleto.
(voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Al termine della chiamata degli imputati può rilasciare delle dichiarazioni.
ISPETTORE Pozzi: L'Aquila 2 per segnalare che non è in ascolto, Presidente.
PRESIDENTE: Allora sospendiamo, L'Aquila, sospendiamo...
VICESOVR. Zirpoli: Anche da Ascoli Piceno.
PRESIDENTE: Sospendiamo l'udienza in attesa che venga ristabilito il collegamento con queste postazioni.
ISPETTORE Pozzi: L'Aquila 2 per confermarle che adesso la ascoltiamo. Se può ripetere gli ultimi 10 secondi, scusi.
PRESIDENTE: No, dicevo che avrei sospeso l'udienza per consentire il collegamento a L'Aquila, però rimane ancora esclusa Ascoli Piceno. Ascoli Piceno...
VICESOVR. Zirpoli: Ascoli Piceno, la sentiamo perfettamente.
PRESIDENTE: Bene. Io avevo detto soltanto che avrei sospeso l'udienza per consentire il ripristino del collegamento. Ormai la sospensione non è più necessaria.
Ascoltiamo allora Spoleto.
ISP. Capitanio: Buongiorno signor Presidente.
PRESIDENTE: Buongiorno.
ISP. Capitanio: Spoleto, aula numero 4, vi parla l'ispettore Capitanio Carlo.
Davanti a me sono presenti gli imputati...
PRESIDENTE: Volevo chiedere al segretario di udienza se Capitanio Carlo...
SEGR. D'UDIENZA: (voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Era già designato. Bene.
Allora, se mi può dire chi è presente a Spoleto, nell'aula in cui lei si trova... auletta in cui lei si trova.
ISP. Capitanio: Davanti a me sono presenti gli imputati: Benigno Salvatore nato a Palermo 03/11/67; imputato Giuliano Francesco nato a Palermo 03/10/69; e imputato Pizzo Giorgio nato a Palermo 23/08/62. Per loro do atto che non sono posti impedimenti o limitazioni all'esercizio dei diritti e delle facoltà spettanti agli imputati stessi. Che è attivato il collegamento audiovisivo tra l'aula di udienza e il luogo in cui essi si trovano e con modalità che assicurano la contestuale, effettiva e reciproca visibilità delle persone presenti nei luoghi collegati, con la possibilità di udire quanto vi viene detto.
Do atto inoltre che è garantita la possibilità agli imputati stessi di consultare riservatamente i difensori per mezzo di collegamento telefonico.
PRESIDENTE: Rimane fermo il diritto degli imputati, nel caso in cui ritenessero che queste facoltà fossero momentaneamente o per periodi più lunghi impedite o limitate, di segnalare a lei facendo quelle osservazioni che sono previste in modo che lei le possa comunicare alla Corte.
Vediamo se sono presenti i difensori di questi imputati. Cioè, l'avvocato Graziano Maffei di Lucca, difensore di Benigno Salvatore, non è presente, sostituto allora l'avvocato Florio.
Per Giuliano, l'avvocato Pepi, è presente, Giangualberto Pepi è presente.
Per quanto riguarda invece Pizzo Giorgio è presente pure l'avvocato Giangualberto Pepi, non è presente l'avvocato Salvo di Palermo.
Per quanto riguarda...
SEGR. D'UDIENZA: (voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Ah. A lei risulta? E allora il difensore... Si dà atto che Graviano Filippo è rinunciante e il suo difensore dovrebbe essere, anzi è... sono, i difensori, l'avvocato Oddo di Palermo e l'avvocato Gramigni di Firenze, che è presente.
Possiamo passare allora ad Ascoli Piceno. Ascoli Piceno?
VICESOVR. Zirpoli: Buongiorno.
PRESIDENTE: Buongiorno.
VICESOVR. Zirpoli: Buongiorno da Ascoli Piceno. Sono il vicesovrintendente Zirpoli Mario. Qui dalla saletta numero 3 do atto che è presente l'imputato Cannella Cristofaro nato a Palermo 15/04/61.
PRESIDENTE: Mi può dare atto anche che non sono posti impedimenti o limitazioni all'esercizio dei diritti e delle facoltà spettanti all'imputato? Che è attivato il collegamento audiovisivo tra l'aula di udienza e il luogo in cui si trova il predetto imputato con modalità che assicurano la contestuale, effettiva e reciproca visibilità delle persone presenti nei luoghi collegati e la possibilità di udire quanto vi viene detto? Ed infine che è garantita la possibilità per il Cannella di consultarsi riservatamente con il proprio difensore per mezzo di un collegamento telefonico?
VICESOVR. Zirpoli: Sì, do atto di tutto ciò.
PRESIDENTE: Dà atto. Il difensore di Cannella è l'avvocato Rocchi, che non è presente, e l'avvocato Di Peri di Palermo, che non è neppure presente. Allora, sostituto l'avvocato Gramigni, che mi sembrava segnalasse la propria presenza.
Infine, per quanto riguarda... Cosa rimane fuori, L'Aquila? L'Aquila. Allora sentiamo L'Aquila.
ISPETTORE Pozzi: Presidente, buongiorno da L'Aquila 2.
PRESIDENTE: Buongiorno.
ISPETTORE Pozzi: Sono presenti gli imputati: Spatuzza Gaspare e l'imputato Giacalone Luigi.
PRESIDENTE: Chi mi parla? Lei è l'ispettore...?
ISPETTORE Pozzi: Sono l'ispettore Pozzi, ispettore Pozzi Vittorio.
PRESIDENTE: Si tratta dell'ufficiale di Polizia Giudiziaria già designato da questa Corte. Lei mi ha dato atto della presenza di due imputati, mi deve dare atto, se può farlo, che non sono posti impedimenti o limitazioni all'esercizio dei diritti e delle facoltà spettanti all'imputato. Che è attivato il collegamento audiovisivo tra l'aula di udienza e il luogo in cui si trovano questi due imputati con modalità che assicurano la contestuale, effettiva e reciproca visibilità delle persone presenti nei luoghi collegati e la possibilità di udire quanto vi viene detto. Ed infine che è garantita la possibilità per gli imputati di consultarsi riservatamente con i difensori per mezzo di collegamento telefonico.
Per sua garanzia le do atto che noi vi vediamo e vi ascoltiamo. Lei mi può dare atto di tutte queste altre cose?
ISPETTORE Pozzi: Le confermo e le do atto di tutto quanto lei mi ha detto.
PRESIDENTE: La ringrazio. Vediamo allora se sono presenti i difensori di Giacalone Luigi, avvocato Priola e avvocato Florio di Firenze che effettivamente è presente.
Mentre invece, per quanto riguarda Spatuzza, è presente l'avvocato Pepi suo difensore.
A questo punto vorrei esaminare la lettera, scusatemi...
VICESOVR. Zirpoli: Da Ascoli Piceno non sentiamo la voce del signor Presidente.
PRESIDENTE: Per ora il Presidente non sta parlando perché sta leggendo la lettera che gli è stata consegnata dal detenuto Frabetti. Ora mi ascoltate?
VICESOVR. Zirpoli: Sì, chiedo scusa.
PRESIDENTE: No, no, prego. No, è perfettamente giustificata la sua osservazione. D'altra parte prima di dare lettura della lettera mi sembrava necessario esaminarne il contenuto. Se ha rilevanza ai fini del processo o no.
VICESOVR. Zirpoli: No, credevo che fosse interrotto il collegamento audio.
PRESIDENTE: No, no, sto per ora leggendo questa lettera. Tenete conto che la lettura, siccome la lettera è un po' lunga, durerà un po' di tempo.
VICESOVR. Zirpoli: Bene.
PRESIDENTE: Devo dire... Posso dire questo, che la lettera riguarda il trattamento in carcere dell'imputato, quindi non credo... e riguarda esclusivamente la sua persona. Sotto questo aspetto, posso dire al signor Frabetti Aldo che la leggerò più attentamente e adotterò quegli opportuni provvedimenti che lei mi sollecita, dopo aver accertato i fatti che mi vengono segnalati. Va bene?
IMPUTATO Frabetti: (voce fuori microfono)
La ringrazio.
PRESIDENTE: No, prego è un dovere mio.
AVVOCATO Florio: Presidente.
PRESIDENTE: Prego.
AVVOCATO Florio: Sono l'avvocato Florio.
Prima di, mi immagino, dare lei la parola di nuovo al Pubblico Ministero, volevo proporre una piccolissima questione che però tanto piccolissima non è. In questo senso, che al di là del fatto che il pubblico ufficiale di Ascoli non si era accorto che lei non stava parlando, per cui probabilmente non la sta neanche vedendo, ma questo è un altro discorso, credo che però l'articolo 2, comma III della Legge contro cui noi tutti difensori ci siamo strenuamente battuti, ahimè inutilmente, parla di contestuale, effettiva, reciproca visibilità.
Ora, credo che il sistema di rotazione così come proposto, diciamo così, dalla Corte oggi non possa essere accettato dalla difesa di Lo Nigro e Giacalone, mi immagino da nessun altro difensore. Perché sono cinque i carceri collegati e cinque devono essere i carceri visibili da questo difensore, da questi difensori, perché penso di parlare a nome di tutti.
Per cui si rischia di creare una nullità che inficerebbe sicuramente molto del processo che stiamo facendo.
PRESIDENTE: Credo che l'interpretazione di questa norma... il provvedimento emesso da questa Corte abbia dato una certa interpretazione di questa norma. C'è un accenno esplicito a questo problema. Ciò non esclude che, indipendentemente dalla prospettata nullità, mi interesserò per accertare la possibilità che gli imputati, anziché in cinque luoghi diversi, con la necessità quindi di vedere alternativamente e comunque tutte le strutture che entrano in giuoco, nel momento in cui si... che riguardano l'attività processuale che certo, tutta l'attività processuale riguarda tutti gli imputati, ma specificamente è necessario che loro possano vederla. Comunque, indipendentemente da questa questione, mi attiverò per accertare se è possibile che gli imputati, anziché in cinque strutture diverse, se, per esempio - avevo già pensato - Cannella che è l'unico in una struttura diversa, possa essere invece presente in un'aula in cui sono anche altri imputati.
Comunque lei ritiene che la Corte si debba pronunciare su questa sua osservazione ancora, o vediamo la possibilità di ottenere questo risultato sicuramente migliorativo, cioè della contemporanea e... cioè non contemporanea, della continua visibilità di tutte quante le strutture?
Prego.
AVVOCATO Gramigni: Mi scusi se intervengo, avvocato Gramigni per i suoi assistiti.
PRESIDENTE: Prima... ecco, devo dare atto che prima di lei ha parlato l'avvocato Florio, perché mi pare che non avesse detto il suo nome. No, no, soltanto per da... ai fini della trascrizione.
AVVOCATO Gramigni: Presidente, signor Presidente e signori della Corte, per quello che mi riguarda, naturalmente, pur apprezzando gli sforzi compiuti per avvicinarsi al dettato normativo, credo che al momento il dettato normativo non sia rispettato.
Credo che non sia il caso di indulgere o ritenere interpretabile in maniera estensiva o comunque non strettamente letterale una norma quale è quella introdotta dalla Legge 11/98. Ritengo pertanto che, e questo rappresento alla Corte, non siano soddisfatte al momento le condizioni minime previste dall'articolo 2 in riferimento alle forme di partecipazione dell'imputato al dibattimento. Da quello che si evince dal testo della norma la partecipazione dell'imputato, secondo le modalità che la Corte ha ritenuto essere non sospette di incostituzionalità, si concreta in una visibilità, da parte dell'imputato, dell'aula di udienza continua, ma nello stesso tempo, vi è un'altra componente che è quella della visibilità passiva - tra virgolette - dell'imputato da parte di chi è in aula e quindi di chi le parla, del signor Giudice e del signor Pubblico Ministero.
Questa condizione è soddisfatta per i quattro quinti, è un progresso rispetto a ieri che era soddisfatta per un quinto, ma credo che non sia comunque soddisfatta.
Quindi io, per quello che mi riguarda, chiedo che la Corte si voglia pronunciare su questo. Non la prenda come una manovra dilatoria o di mera ostruzione. Credo che, insomma, siano gioco principî...
PRESIDENTE: Sicuramente legittima.
AVVOCATO Gramigni: ...principî di estrema importanza.
E quindi, ripeto, credo che almeno - mi si perdoni il termine - lassismo interpretativo rispetto a una norma del genere non debba assolutamente trovare ingresso in un processo. É per questo che mi sento con forza di rinnovare e di aderire all'eccezione proposta dall'avvocato Florio. Grazie.
PRESIDENTE: Il problema...
AVVOCATO Florio: Sì, sono sempre l'avvocato Florio, era per rispondere, Presidente, poi il collega Gramigni, diciamo, mi ha preceduto. Ma io, appunto, per le posizioni che rappresento, Lo Nigro e Giacalone, chiedo che la Corte si pronunci, francamente.
PRESIDENTE: Capisco. Sulla necessità che lei ritiene implicita nella disposizione di Legge che ci sia una continuatività della visibilità di tutti gli imputati e non una...
AVVOCATO Florio: Una alternanza.
PRESIDENTE: ...alternatività.
AVVOCATO Florio: Posto che già ieri, appunto come diceva il collega, si vedeva alternativamente un solo carcere e, come mi è sembrato che la Signoria Vostra già oggi ne abbia dato atto, credo che la Legge, sicuramente eccezionale, non possa tra l'altro essere intesa estensivamente. Per cui in questo senso, quindi, la visibilità dei cinque quinti, come diceva il collega...
PRESIDENTE: Quattro quinti, fossero cinque quinti non avremmo niente...
AVVOCATO Florio: No, la visibilità dei cinque quinti si imponga. Questo volevo dire.
PRESIDENTE: Ah, si imponga, ho capito.
AVVOCATO Florio: Grazie Presidente.
PRESIDENTE: Sentiamo l'avvocato Pepi.
AVVOCATO Pepi: L'avvocato Pepi, semplicemente per aderire alle richieste degli altri difensori. D'altra parte io avevo già precedentemente evidenziato questa necessità di visibilità di tutte le Case Circondariali, soprattutto anche in relazione al momento in cui avvengono le telefonate fra imputati e difensore. Perché in quel momento si può vedere de visu proprio se quelle esigenze di riservatezza, siano effettivamente adoprate e siano esistenti.
Perché, il fatto stesso di dire: uno o due metri di distanza, significa ben poco, se si vede che in vicinanza vi sono altre persone che possano ascoltare le telefonate.
Pertanto, anch'io insisto aderendo alle richieste dei precedenti difensori.
PRESIDENTE: Capisco, avvocato.
Voglio fare presente - senza nessun giudizio, senza esprimere nessun giudizio - che, comunque, rimane ferma la possibilità dell'imputato che sta colloquiando col suo difensore, di segnalare e di pretendere la riservatezza alla quale pure ha diritto.
Ci sono altri difensori di imputati che intendono interloquire su questo problema, che mi sembra attenga alla continuatività della visione delle sale collegate da parte... Cioè, continuità della visione da parte di coloro i quali sono presenti nell'aula di...
AVVOCATO Ceolan: Io mi associo, Presidente.
PRESIDENTE: Lei si associa.
Il Pubblico Ministero, se volesse interloquire. Cioè, esprimere la propria opinione al riguardo.
PUBBLICO MINISTERO: Sì, io interloquisco per rilevare quello che notavo già due giorni fa, mi pare. Cioè che questa procedura - perché così la possiamo chiamare - della partecipazione a distanza, è legata all'esercizio concreto delle facoltà che competono...
PRESIDENTE: Forse la voce un po' più alta, perché già io la sento...
PUBBLICO MINISTERO: Io ci metto la solita voce, ma è da prima che ho la sensazione che i microfoni siano, o neutralizzati, o siano...
ISPETTORE Carloni: Presidente, chiedo scusa. Da Viterbo.
Presidente, da Viterbo.
PRESIDENTE: Non sentite?
ISPETTORE Carloni: No, non abbiamo sentito nulla di quanto ha detto il Pubblico Ministero.
PRESIDENTE: Ora ripeterà, dopo che si provvederà ad aumentare, se possibile, il tono del... cioè, la reazione del microfono.
PUBBLICO MINISTERO: Credo che ora si senta quello che dico.
Non so se dall'aula si sente qualche cosa...
(voce fuori microfono)
PUBBLICO MINISTERO: No. Allora...
Allo stato, va meglio?
PRESIDENTE: Io la sento, Pubblico Ministero, come la sentivo poco fa. Cioè, la sento poco, capisco quello che dice. Però immagino che, a distanza, sia un po' più difficile sentirla.
PUBBLICO MINISTERO: L'importante è che si senta qui e, ripeto, che si senta nelle salette.
PRESIDENTE: Chiediamo la conferma.
PUBBLICO MINISTERO: Poco fa l'ispettore interveniva... No, sto parlando apposta, perché l'ispettore ci sappia dire fra un attimo se la mia voce si sente, oppure no.
ISPETTORE Carloni: Sì, la sentiamo, ma è piuttosto bassa, ancora.
PRESIDENTE: Da dove?
ISPETTORE Carloni: Da Viterbo.
PRESIDENTE: Per le altre aulette?
VICESOVR. Zirpoli: Da Ascoli Piceno la stessa cosa.
VICEIS.Imperatrice: Anche da Parma, è la stessa cosa.
ISP. Capitanio: Anche da Spoleto.
ISPETTORE Pozzi: Da Aquila, confermo. É la stessa cosa.
PRESIDENTE: Cioè, si...
PUBBLICO MINISTERO: É la stessa cosa.
PRESIDENTE: Ma non possiamo provare a sostituire il microfono? Non so.
PUBBLICO MINISTERO: Io continuo a parlare. É sempre...
PRESIDENTE: Ora si sente... Io la sento meglio, adesso.
PUBBLICO MINISTERO: Ecco. E dagli Istituti, si sente meglio, o si sente sempre in maniera fallimentare?
ISPETTORE Pozzi: Da L'Aquila, positivo.
ISPETTORE Carloni: Da Viterbo si sente meglio.
PUBBLICO MINISTERO: Va meglio così? Sono udibili le parole?
ISPETTORE Carloni: Sì, così va meglio.
PUBBLICO MINISTERO: Io provo a cominciare a svolgere queste due osservazioni. Ovviamente, dalle salette, chi ha da fare qualche obiezione, la farà. Ecco, naturale.
Il punto è questo: mi pare già di aver detto l'altro giorno che, ad avviso, insomma, del Pubblico Ministero, mi pare che poi la Corte abbia recepito questo tipo di interpretazione, che non è una forzatura rispetto al testo della norma; si tratta di verificare se sono assicurate le condizioni per la partecipazione, intesa la partecipazione in senso finalistico e non fine a se stessa.
Mi pare che, alla luce dello stesso principio, si debba verificare l'incidenza della situazione di visibilità reciproca, ma in definitiva anche inconcludente, da parte dell'aula verso le salette e da parte delle salette verso l'aula, se ed in quanto questa visibilità reciproca non si traduca in nessuna iniziativa.
L'importante è che, da una saletta sentano il Pubblico Ministero che parla, così com'è importante che dall'aula, chiunque, possa rendersi conto di quello che succede in una saletta nel momento in cui venga presa una qualche iniziativa.
Mi sembra che sia tutto qui. Molto, in maniera molto elementare. Però mi sembra anche in maniera molto corretta.
Io non aderirò mai, non aderiremo mai ad una situazione di fatto, non lo accetteremmo per tante sacrosante ragioni di ordine deontologico e e non solamente quelle - la situazione che comportasse un sacrificio dei diritti degli imputati.
Però non mi pare, ecco, che il sacrificio del diritto degli imputati, stia nel fatto che noi non abbiamo, nel momento in cui gli imputati non intendono prendere una qualsivoglia iniziativa, anche semplicemente per, appunto, far sapere che si vogliono allontanare, o che altro. Oppure intendono prendere il telefono per conferire con un difensore. Ecco, che il fatto che noi non possiamo continuativamente vederli, questo comporta una lesione dei loro diritti. Questo non mi sembra francamente, ecco.
Ecco perché non credo che questa eccezione, che poi è una eccezione prima ancora di esserlo, non è una eccezione di nullità per quello che è successo, ma è un invito a regolarizzare una situazione, onde non doverla gravare poi da una eccezione di nullità. Questo mi pare sia il senso dell'intervento dei difensori.
Ecco, io francamente non credo che le condizioni, nelle quali stiamo facendo il dibattimento, pregiudichino gli interessi degli imputati e dei loro difensori.
Per questa ragione, credo che non ci sia nemmeno bisogno, forse, che la Corte si ritiri. Io credo che il Presidente possa disporre tranquillamente perché si prosegua. Ripeto, non essendo stata proposta in termini tecnici una eccezione di una qualche nullità. Nel qual caso, dovrebbe decidere la Corte.
Questa è la mia, questo è il mio punto di vista.
PRESIDENTE: Sentiamo i difensori...
AVVOCATO Gramigni: Scusi, se ha un qualche valore l'interpretazione autentica di chi ha parlato, io la intendevo proprio, intendevo proprio segnalare un problema di mancato rispetto delle condizioni nelle quali si può ritenere l'imputato partecipe dell'udienza.
E dunque era implicito che ciò sottenda una nullità di ordine generale. Per quello che può valere l'interpretazione...
PRESIDENTE: É una replica anticipata... Ma vorrei sentire prima i difensori delle parti civili, se c'è qualcuno di loro che desidera intervenire.
Mi pare di no.
Allora, l'avvocato Gramigni ha già espresso quella che era la sua intenzione effettiva.
AVVOCATO Pepi: L'avvocato Pepi non può altro che ribadire che, l'eccezione fatta, è eccezione di nullità. Perché, a questo punto, noi non abbiamo assolutamente la garanzia che siano rispettati tutti i diritti degli imputati.
La mancanza di visibilità ci impedisce di vedere cosa succede almeno in uno dei carceri.
L'alternanza non ha significato perché, nel momento in cui viene fatta l'alternanza, nessuno mi può dire che cosa succede nel carcere oscurato.
Pertanto è eccezione di nullità.
PRESIDENTE: Avvocato Florio?
AVVOCATO Florio: Quanto all'avvocato Florio. Sì, anche questa difesa la intende come eccezione di nullità.
Se quello che il Pubblico Ministero dice fosse vero, non sarebbe stato necessario nemmeno porre in essere questa legge. Sarebbe stato sufficiente, per questi difensori - faccio ovviamente un paradosso - sentire il processo per radio. Insomma, e potere intervenire via via.
Quindi credo, in realtà, che la eccezione di nullità, tra l'altro di ordine generale e assoluto, debba essere formulata in senso tecnico, anche da questa difesa.
PRESIDENTE: C'è nessun altro che desidera intervenire?
Tenuto conto della precisazione svolta dai difensori che erano precedentemente intervenuti, la Corte si ritira per provvedere su queste richieste di eccezioni.
ISPETTORE Carloni: Presidente, chiedo scusa. Da Viterbo.
Presidente? Presidente, chiedo scusa da Viterbo.
PRESIDENTE: Chiedo scusa, non ho sentito.
ISPETTORE Carloni: Da Viterbo.
PRESIDENTE: Sì.
ISPETTORE Carloni: Ho qui l'imputato Calabrò che voleva rilasciare spontanee dichiarazioni.
PRESIDENTE: La Corte si sta... Riguardano lo svolgimento del...
Ecco, desidero sapere se riguardano lo svolgimento del processo sinora, ovvero altre attività?
ISPETTORE Carloni: Sì, mi viene riferito di sì.
PRESIDENTE: Bene. Allora la Corte sospende... E sentiamo le dichiarazioni spontanee di Calabrò che, a quanto pare, riguardano quello che è stato detto adesso dai suoi difensori e dal Pubblico Ministero.
IMPUTATO Calabrò: Buongiorno, signor Presidente e Signori della Corte.
PRESIDENTE: Buongiorno.
IMPUTATO Calabrò: Mi sentite?
PRESIDENTE: Sì, sì. Perfettamente.
IMPUTATO Calabrò: Mi sente, signor Presidente?
PRESIDENTE: Sì, perfettamente.
IMPUTATO Calabrò: Signor Presidente... Sì, grazie.
Volevo fare presente... Intanto volevo cambiare una nomina di un avvocato e poi non so se lo debbo fare prima o dopo, ma credo che non ha importanza.
Volevo levare la nomina all'avvocato che è mio difensore di fiducia, Stefania Fiorentini.
PRESIDENTE: Sì.
IMPUTATO Calabrò: E nominare mio difensore di fiducia l'avvocato Luca Cianferoni.
PRESIDENTE: Sì.
IMPUTATO Calabrò: Che era sostituto. Lo volevo solo nominare.
PRESIDENTE: Va bene.
IMPUTATO Calabrò: Non so se mi sono spiegato bene.
PRESIDENTE: Sì, sì, perfettamente.
IMPUTATO Calabrò: Poi volevo...
PRESIDENTE: E poi aveva altro da dire?
IMPUTATO Calabrò: Sì, sì. Per quanto riguarda l'udienza di oggi, siccome io ho preso degli appunti, ho guardato l'orologio e ho preso degli appunti.
Lei, all'inizio, quando ha incominciato l'udienza, per circa cinque minuti, non si è capito niente di quello che ha detto la sua illustrissima persona, per cinque minuti.
E poi, dopo dieci minuti, circa alle ore 10.16, la sua voce non si è sentita più per qualche minuto. Poi se ne sono accorti tutti.
Quando hanno parlato gli avvocati, quando hanno parlato gli avvocati noi non abbiamo visto nessun avvocato nel video, tranne le ultime, proprio, battute, ora, pochi minuti fa. Proprio gli ultimi due avvocati che hanno parlato si sono sentiti. Ma tutti gli altri avvocati che hanno parlato prima, non si sono visti. E io non so chi ha parlato e chi non ha parlato, perché non ho visto a nessuno.
Anche quando ha incominciato a parlare il Pubblico Ministero non si è visto. Poi, si è incominciato a vedere dopo.
Ogni tanto si vedeva il Pubblico Ministero e parlava lei. Quando parlava lei, a volte si vedeva il Pubblico Ministero.
Ho finito. Grazie e buongiorno.
PRESIDENTE: Prego, buongiorno.
E allora, la Corte si ritira.
<< DOPO LA SOSPENSIONE >>
PRESIDENTE: "La Corte, pronunciando sulla eccezione di nullità proposta dalle difese degli imputati, in ordine al mancato rispetto delle condizioni di legge ex articolo 2 della Legge numero 11 del '98, con riferimento alla dedotta mancata attuazione della reciproca visibilità tra l'aula di udienza e le salette interne agli Istituti Penitenziari, ove è affrontato il collegamento in videomulticonferenza, intesa come simultanea e continua percezione delle immagini provenienti da tutti gli ambienti de quibus, derivando pregiudizi al diritto di difesa dalla circostanza che la stessa simultaneità sia sostituta con l'alternanza delle immagini passive dei luoghi collegati:
Sentito il Pubblico Ministero e le altre parti;
Rilevato che, con ordinanza resa il 25 marzo 1998, questa Corte si è già pronunciata sul punto, ritenendo realizzata la conformità alla legge con le modalità in concreto attuate per i collegamenti. Questi collegamenti, pur nella successione delle immagini proposte in video, offrono sempre garanzia di una immediata visione di ascolto di ogni luogo in cui si trovi qualsiasi soggetto che stia svolgendo una pur minima attività processuale, divenendo lo stesso visibile ed ascoltabile da tutti i soggetti processuali, che dal pubblico in aula;
Ritenuta pertanto che detta pronuncia, in mancanza di nuovi argomenti in contrario prospettati dalle parti deve essere confermata e qui richiamata integralmente:
Per questi motivi rigetta l'eccezione come sopra proposta."
Poi, volevo chiedere, in relazione a quanto ha segnalato Frabetti, l'imputato Frabetti, Aldo Frabetti, volevo chiedere al personale di custodia se, di garantire... si lamenta che il 23 e il 24 e il 25, o è stata omessa la possibilità di alimentarsi durante la presenza in udienza, o questa possibilità di alimentarsi è stata ridotta ad un panino con una fetta di mortadella, in un caso, o a due mele in un altro caso.
Mi sembra che, ragioni di corretto esercizio del potere restrittivo, impongano di dare la possibilità di alimentarsi anche a chi è nella sfortunata circostanza di doversi sottoporre ad un giudizio in quest'aula.
Quindi, una mia raccomandazione in questo senso: perché questo non si verifichi più.
Per quanto riguarda altri aspetti fatti presenti dal Frabetti, provvederò a eventuali sollecitazioni direttamente al carcere per quanto riguarda la prima parte di questa lettera.
A questo punto, credo di poter dare la parola al Pubblico Ministero - è mezzogiorno, mi dispiace - perché prosegua nella sua requisitoria.
PUBBLICO MINISTERO: Vediamo se...
ISPETTORE Pozzi: Presidente, scusi l'interruzione, da L'Aquila 2.
PRESIDENTE: Prego. Ascolto.
ISPETTORE Pozzi: Volevo comunicarle l'intenzione dello Spatuzza Gaspare e Giacalone Luigi a rinunciare al prosieguo dell'udienza.
PRESIDENTE: Tenuto conto di questa rinuncia, sono autorizzati ad allontanarsi per raggiungere il luogo che desiderano raggiungere e che possono raggiungere.
E allora, il Pubblico Ministero...
ISP. Capitanio: Signor Presidente, mi scusi...
PRESIDENTE: Prego.
ISP. Capitanio: Signor Presidente, mi scusi, ancora da Spoleto.
La stessa richiesta mi viene posta da un imputato qui presente, di poter abbandonare l'aula.
PRESIDENTE: E cioè? É Bagarella?
ISP. Capitanio: Giuliano Francesco.
PRESIDENTE: Ah, Giuliano Francesco.
Ci sono altri che hanno richieste analoghe, prima che ritorni a dare la parola al Pubblico Ministero?
VICEIS.Imperatrice: Signor Presidente, da Parma.
PRESIDENTE: Sì.
VICEIS.Imperatrice: É la saletta numero 3. L'imputato Bagarella intende rinunciare al prosieguo dell'udienza.
PRESIDENTE: Dell'udienza.
Poi ci sono altri?
VICESOVR. Zirpoli: Sì, anche da Ascoli Piceno.
PRESIDENTE: Da Ascoli Piceno...?
VICESOVR. Zirpoli: L'imputato Cannella Cristofaro, intende rinunciare al prosieguo dell'udienza.
PRESIDENTE: Ci sono altri?
VICESOVR. Zirpoli: Signor Presidente, da Ascoli. Così aggiungeva anche l'imputato Pizzo Giorgio ad analoga richiesta.
PRESIDENTE: Quindi, nessun altro?
VICESOVR. Zirpoli: No, completi.
PRESIDENTE: Tutti quelli che hanno fatto richiesta, sono autorizzati a lasciare l'auletta dove si trovano.
AVVOCATO Pepi: Presidente, mi scusi. Sono l'avvocato Pepi.
PRESIDENTE: Prego.
AVVOCATO Pepi: Forse riterrei che fosse opportuno domandare ai vari carceri le motivazioni per cui gli imputati chiedono di allontanarsi. Perché, probabilmente, dipende da qualche cosa che hanno da dichiarare.
PRESIDENTE: Io credo che sia una scelta personale dell'imputato che, se vuole, può esternare; se non vuole, non posso io dirgli, non posso chiedergli i motivi di questa sua scelta.
AVVOCATO Pepi: Sì, solo... Presidente, nell'intervallo io ho parlato con i miei assistiti: Spatuzza, Pizzo e Giuliano. I quali mi avevano anticipato una loro decisione e una loro volontà di fare una dichiarazione spontanea, in caso di rigetto dell'ordinanza.
Vorrei sapere se gli agenti che sono preposti, gli è stato chiesto di fare delle dichiarazioni e non semplicemente di andare via.
PRESIDENTE: Se è in questi termini, mi sembra giusto chiedere se, per caso, come le è stato preannunciato, qualcuno abbia chiesto di fare dichiarazioni spontanee.
A questo punto non so quanto sarebbero spontanee, però lo chiedo ugualmente.
Quindi, c'è qualcuno che ha chiesto - lo chiedo agli ufficiali di Polizia Giudiziaria presenti in quegli ambienti - c'è qualcuno degli imputati che ha chiesto di fare dichiarazioni spontanee? Non che lo chieda adesso, che lo abbia chiesto in precedenza.
VICESOVR. Zirpoli: Da Ascoli Piceno, negativo.
ISP. Capitanio: Allora, per quanto riguarda Spoleto...
PRESIDENTE: Negativo.
ISP. Capitanio: Per quanto riguarda Spoleto, ancora prima che loro producessero questa richiesta, non era, non avevano avanzato, appunto, richiesta di poter fare dichiarazioni spontanee.
PRESIDENTE: Ci sono richieste attuali?
ISP. Capitanio: Sì, attuali, sì. Ecco, quella...
PRESIDENTE: E sarebbero?
ISP. Capitanio: ...del Giuliano.
PRESIDENTE: Giuliano.
Per le altre carceri, le altre postazioni?
ISPETTORE Pozzi: Da L'Aquila, nessuna richiesta antecedente.
VICEIS.Imperatrice: Nemmeno da Parma, signor Presidente.
VICESOVR. Zirpoli: Neanche da Ascoli Piceno.
PRESIDENTE: Allora, se Giuliano chiede di fare una dichiarazione spontanea, prima di dare la parola al Pubblico Ministero, la faccia.
IMPUTATO Giuliano: Signor Presidente, io sono Giuliano. Non l'avevo avanzata prima, perché...
PRESIDENTE: No, la può fare anche adesso. Prego.
IMPUTATO Giuliano: ...mi ero capito male con l'avvocato.
Comunque, signor Presidente, il discorso è questo: noi, con questa videoconferenza, non capiamo più niente.
Mi creda, io già nella cella vedo 24 ore su 24 ore televisione; vengo qua e mi sembra di assistere a un cinema. Vedo quattro immagini. E, certe volte, parla il mio... il legale, o qualche altro avvocato e non lo vedo, lo vedo solamente nel finale.
Ci sono un sacco di anomalie, signor Presidente.
Poi, per quanto riguarda i telefoni, io sento parlare sempre di riservatezza garantita. Ma quale riservatezza garantita!? Non esiste niente come garantito.
Perché i miei discorsi li ascolta Pizzo, io sento i discorsi di Pizzo, sento i discorsi di Benigno e di qualche altro. Non è che ci posso dire all'ispettore, o agli agenti: allontanatevi, che devo parlare con il mio legale.
Signor Presidente, io... Se lei controlla, ho fatto pochissime assenze nel processo, perché io ci tengo ad assistere a questo processo. Perché, Presidente, qua si gioca la nostra vita. E ora vedo quattro immagini, certe volte il volume arriva forte, arriva piano; certe volte parla l'avvocato e non lo sento.
Cioè, ci sono un sacco di anomalie. E, Presidente, mi creda, mi sento scoraggiato, non mi sento più cautelato. Per questo, la prego di accettare la mia rinunzia, così ritorno in cella e basta.
PRESIDENTE: Capisco.
IMPUTATO Giuliano: Grazie, Presidente.
PRESIDENTE: Volevo farle presente... No, prima che si allontani, prima che si allontani, volevo fare presenti due cose. La prima, che non vi sia la immediata percezione visiva di chi parla, è possibile. Perché occorre che prima si stabilisca, sia pure automaticamente, il collegamento.
Quindi, che ci sia una fase intermedia, è possibile e va riconosciuto.
Per quanto riguarda, invece, l'altra questione, cioè della riservatezza delle conversazioni che lei ha diritto, ha pienamente diritto di intrattenere con il suo difensore, perché la legge glielo riconosce, ho raccomandato all'ufficiale di Polizia Giudiziaria presente sul posto dove lei si trova, di assicurare, nel corso della conversazione... Certo, se lei non dichiara che vuole fare una, un tipo... Cioè, in ogni caso in cui lei vuole iniziare una conversazione con il suo difensore, l'ufficiale di Polizia Giudiziaria presente, si deve assicurare che non ci siano altri imputati, agenti di custodia; e che lui stesso sia ad adeguata distanza.
IMPUTATO Giuliano: Signor Presidente...
PRESIDENTE: Allora, io comunque non posso che prendere atto della sua rinuncia e dei motivi per i quali è stata formulata. Bene, nient'altro.
IMPUTATO Giuliano: Signor Presidente, se mi consente un ultimissimo.
PRESIDENTE: Sì, prego.
IMPUTATO Giuliano: Se mi consente...
PRESIDENTE: Certo.
IMPUTATO Giuliano: Signor Presidente, come lei ben sa, a me mi è successo un discorso troppo brutto e troppo negativo sulla mia persona.
Ora io, signor Presidente, ho paura con questo telefono, francamente, di parlare con il mio legale.
Lei mi può dire: ma può venire al carcere.
Ma lei sa meglio di me che, per fare venire l'avvocato al carcere, devo spendere soldi. E non ho queste grandi possibilità.
PRESIDENTE: Senta...
IMPUTATO Giuliano: Quindi io, con questo telefono, signor Presidente, io non so chi lo ascolta. Sì, dice è segreta tra me e l'avvocato. Però chi me lo dice, signor Presidente?
Io, con questo telefono, non mi sento sicuro. Ecco tutto il discorso dov'è.
PRESIDENTE: Senta, Giuliano, io...
IMPUTATO Giuliano: Invece nell'aula chiamavo l'avvocato...
PRESIDENTE: Senta, Giuliano...
IMPUTATO Giuliano: Nell'aula chiamavo il mio legale, parlavamo, diciamo, a quattrocchi. Tutto qua.
PRESIDENTE: Giuliano, io le posso dire una cosa: che, se qualcuno si azzardasse ad intercettare la conversazione telefonica tra lei ed il suo difensore, commetterebbe un reato.
Nessun Giudice, in condizioni normali, tranne in casi eccezionali, però, ammesso che esistano, potrebbe autorizzare l'intercettazione di una conversazione tra lei ed il suo avvocato.
Io posso dirle soltanto questo, perché questo la legge vuole; e questo io le posso assicurare.
Se poi la legge vieta di commettere tanti fatti, possono essere commessi. Però non sono consentiti. E, se sono commessi, sono illegali e, se possibile, sono puniti.
Questo, non so se basta a tranquillarla. Però è un dato di fatto.
Prego. Prendo atto della sua rinuncia. Se vuole, può allontanarsi; se invece intende rinunciare alla rinuncia, può rimanere.
Intende allontanarsi?
IMPUTATO Giuliano: Sì, sì, signor Presidente.
PRESIDENTE: Va bene. É autorizzato.
La parola al Pubblico Ministero.
PUBBLICO MINISTERO: Proviamo a riprendere il discorso...
VICEIS.Impratrice: Signor Presidente, è Parma...
PUBBLICO MINISTERO: Mi veniva da pensare, ma per sdrammatizzare.
Questa è una requisitoria somministrata in forma omeopatica, ecco, a piccole dosi.
Speriamo che sia efficace quanto vorremmo che, almeno il dottor Nicolosi e io, che fosse. Capisco questo stillicidio di... Non le voglio chiamare interruzioni, ma di esigenze. Non è fronteggiabile, perché nasce da prospettazioni, bisogni assolutamente legittimi.
Però non vorrei ecco, che questo, in qualche modo, oggettivamente penalizzasse. Fermo restando che è faticoso, ecco, anche per me, come penso lo sarebbe per chiunque altro, connettersi mentalmente e disconnettersi mentalmente quasi ad ogni quarto d'ora dall'oggetto del problema.
PRESIDENTE: Posso però dire che interruzioni saranno ammesse soltanto al termine della... non della requisitoria, ma comunque della parte di requisitoria che sarà possibile completare oggi.
PUBBLICO MINISTERO: Senz'altro, Presidente. Ne sono convinto e questo mi tranquillizza.
Ieri, quando l'udienza è stata sospesa per aggiornarla ad oggi, mi ero avventurato in una rappresentazione un po' curiosa, forse, del modello di lavoro che intendiamo praticare il dottor Nicolosi ed io.
Vi ho fatto una descrizione, forse anche un po' complicata di questa metafora del mosaico; avevo parlato della necessità per noi di posizionarsi ad una giusta distanza che fosse, relativamente agli elementi di dettaglio e relativamente agli elementi d'insieme, collocata al giusto punto, per non correre il rischio alternativamente, o di rappresentare troppo poco, o di pretendere di rappresentare troppo.
Si potrebbe dire una via di mezzo tra un nulla inaccettabile della parte generale delle panoramiche di ordine generale, ovvero degli elementi di dettaglio; così come inaccettabile sarebbe un tutto impraticabile sia nel generale, sia nel dettaglio.
Se vogliamo rimanere condizionati, nel senso positivo del termine, da questa metafora del mosaico, sicuramente bisogna tener presente che, questo processo, si avvia ad essere deciso sulla base di alcune componenti diverse, rispetto a quelle con le quali questo processo è iniziato.
Se la esposizione introduttiva del Pubblico Ministero, se la rappresentazione del programma di prova, può essere stato di una qualche utilità, ma io credo che la Corte ne abbia fatto uso, nel corso della istruttoria dibattimentale, per rendersi conto quei certi testimoni e comunque quelle certe fonti di prova in che punto del programma probatorio del Pubblico Ministero andavano a collocarsi; se il programma probatorio può essere stato una buona guida per formarsi una conoscenza più documentata su quanto nella udienza si andava ad elaborare, oggi quella rappresentazione progettuale è, in qualche modo, da abbandonare. O perlomeno è una rappresentazione che retrospettivamente assicura i risultati inferiori a quanti ne poteva garantire anticipatamente.
Questo, per dire in sostanza questo. Tutto ciò che è finito sotto i vostri occhi, quello che ha formato oggetto della vostra conoscenza, appartiene per gran parte alla fase delle indagini preliminari, o perlomeno ha, nella fase delle indagini preliminari, la sua premessa: di ordine metodologico, di ordine storico, nel senso stretto del termine.
Ma una parte, viceversa si è formata, ricevendo le sue premesse causali direttamente dal dibattimento.
Questo è un materiale che, secondo me, presenta due aspetti di rilevanza, dei quali pur bisognerà tener conto. Da quando è iniziato il dibattimento vi è stato un arricchimento, un completamento della prova, che ha avuto i suoi elementi causali all'interno del dibattimento stesso.
Tutta l'indagine del Pubblico Ministero, è un'indagine che oggi è alla luce del sole. Anche quell'indagine che si è fatta prima di arrivare all'udienza preliminare. Ma vi è una parte dell'indagine, che ha accompagnato il dibattimento, che è stata alla luce del sole due volte. Perché è un'indagine, ripeto, che ha mosso i suoi passi, articolandosi in varie direzioni, da acquisizioni che si sono formate, che si sono definite proprio davanti a voi. Con la conseguenza che la genuinità - se di genuinità si vuol parlare - le dimensioni del punto di partenza di molti singoli filoni di indagine, si sono delineati, si sono determinati sotto il controllo diretto della Corte.
Il secondo aspetto di rilevanza. Tutta questa attività investigativa, che ha accompagnato il dibattimento e che ha determinato il Pubblico Ministero a fare richieste di ammissione di prove in corso d'opera, è un'attività che ha prodotto risultati in termini probatori, che si sono andati a posizionare in maniera assolutamente armonica e coerente con il prodotto finito complessivo dell'attività investigativa compiuta prima del termine delle indagini preliminari.
Per dare completezza a questa affermazione. Non è dipeso certo dal Pubblico Ministero il fatto che Grigoli sia stato arrestato quando il dibattimento era già in corso da otto mesi. Non è dipeso certo dal Pubblico Ministero che Grigoli abbia preso una certa decisione. A maggior ragione non dipende dal Pubblico Ministero il contenuto di ciò che Grigoli è venuto a raccontare davanti alla Corte.
Tantomeno dipende dal Pubblico Ministero questa circostanza - non casuale, a mio giudizio - della oggettività della corrispondenza, della pertinenza, della irreversibile compatibilità tra gli elementi ricostruttivi del fatto, dei fatti che sono stati forniti alla Corte da Grigoli e gli elementi di ricostruzione dei fatti che si erano consolidati, nella sede ufficiale, nella sede delle indagini, prima ancora che il Giudice prendesse cognizione della vicenda.
Ci siamo presentati in quest'aula con circostanze, o situazioni di fatto, incompiute, di oscura decifrazione. Per meglio dire, siamo andati all'udienza preliminare - questo dalle indicazioni delle fonti di prova che costituiscono una parte essenziale dei decreti che hanno disposto il giudizio, sono in grado senz'altro di controllarlo - senza sapere nemmeno che cosa esattamente voleva dire un certo episodio, del quale aveva parlato, nel corso delle indagini preliminari, Scarano Antonio; episodio che poi è stato, con termine gergale del Pubblico Ministero, definitivo la trasferta romana o l'antefatto romano all'attentato a Costanzo.
Solo a valle dell'istruttoria... della chiusura delle indagini preliminari, si sono acquisite fonti di conoscenza ulteriori, in ordine a quel certo fatto. E la più importante, o comunque una, certo non secondaria, fonte di conoscenza in ordine a questo fatto, si è definita storicamente a dibattimento già avviato. Intendo dire: le conoscenze sull'episodio di Sinacori Vincenzo.
Il processo che vi è stato presentato, il processo che dovete decidere, è un processo con elementi di diversità, alcuni secondari, alcuni invece estremamente importanti.
Un imputato era latitante, è stato arrestato e ha intrapreso un certo atteggiamento processuale.
Un imputato, che è arrivato in quest'aula - lo dico senza offesa - ufficialmente nelle condizioni di vegetale e vegetale non era. Era un vegetale in sembianza di imputato, è diventato un imputato che si è confrontato, senza limiti, senza riserve - non aggiungo termini a questo punto - si è confrontato senza riserve con la Corte e con tutti coloro che hanno voluto interloquire con lui.
Solamente dopo l'udienza preliminare, per poi completare, portare a conclusione, o perlomeno portare a una certa tappa le sue decisioni, persona che imputato già era nel processo, ci stava a pieno titolo, che aveva perso la sua libertà, o per meglio dire aveva posto termine alla sua latitanza qualche settimana prima dell'udienza preliminare stessa, Brusca Giovanni. Ha affrontato il dibattimento con un atteggiamento totalmente diverso da quello che gli si poteva, sulla carta, accreditare o attribuire.
Ciascuna di queste varianti, in corso di processo, o varianti in corso d'opera, sono diventate causa efficiente di varianti ulteriori.
Dall'arresto di Grigoli, dalle dichiarazioni di Grigoli, dall'esame di Grigoli nasce, in corso di processo, sotto gli occhi della Corte, la individuazione di un certo capannone, a Palermo, sul quale viene esercitata, sul momento, in ragione solamente dell'emergenza che si è determinata in quelle settimane, e non chissà quando, una certa attività di controllo, di ordine tecnico, con quei certi risultati.
Io ho segnalato, poco fa, due aspetti di importanza di situazioni di questo genere. Ne segnalo un terzo, che probabilmente è la ragione vera per la quale mi sono soffermato su questo passaggio del processo.
Il nostro sistema processuale, tra le manchevolezze di ordine concettuale - non sono nemmeno poche - una senz'altro è la denunzia, ed è grave. A questa manchevolezza, la parte interessata, nella specie il Pubblico Ministero, deve cercare di porre rimedio in qualche modo. Lo può fare solamente con il conforto, con la convalida da parte del Giudice. Intendo dire. Il processo fatto davanti a voi, è un processo che avrebbe dovuto corrispondere a due dimensioni, come se si trattasse di due assi di un sistema cartesiano: la dimensione della larghezza e la dimensione della lunghezza.
Sostanzialmente è nato per rispondere a due domande, come modello processuale: quale prova, per quale oggetto. Detto in altri termini: chi è che ha detto ciò. In altri termini ancora: qual è l'esatto contenuto dell'affermazione del tale imputato, o del tale testimone.
Quello che manca sulla carta e che va recuperato, invece, nella azione pratica del processo, è la terza dimensione della prova: la dimensione temporale.
Cosa intendo dire con dimensione temporale della prova? Avete bisogno, sicuramente, non una ma innumerevoli, e chissà quante volte innumerevoli volte, durante lo studio degli atti, di capire com'è che nasce una certa fonte di prova in rapporto all'oggetto stesso della prova. Avrete bisogno di capire com'è che l'indagine ha assicurato quella certa fonte di prova. Se quella certa fonte di prova è, per così dire, autoctona, se è autogenerata nel processo; se quella certa fonte di prova è stata provocata da un'altra attività del processo.
Forse, con questo discorso, che non vorrei apparisse confuso, io cerco di spiegare la ragion per la quale, ad esempio, abbiamo posto a determinati imputati la domanda: se e quando è stato arrestato, se e quando erano stati arrestati avevano avviato un rapporto di collaborazione - se è questa l'espressione di gergo, adoperiamola senz'altro - erano già accusati di certi reati, oppure no.
Voi ricorderete, tanto per esemplificare quanto sto dicendo, che a Carra fu rivolta una domanda: se, allorché confessò di avere avuto parte nell'attentato di Formello, questo fatto già formasse nei suoi confronti oggetto di una contestazione, oppure no. E quali dei reati, che gli erano stati attribuiti, al momento in cui iniziò la sua collaborazione, gli fossero... corrispondessero a quelli che gli venivano attribuiti oggi - quindi al momento in cui il processo era uscito dalla fase delle indagini preliminari - e sulla base di quali elementi di prova.
Questo vale, nel suo aspetto più vistoso, allorché si parla di un imputato. Ma non vale solamente per il caso dell'imputato. Vale anche per il caso di un atto compiuto da un soggetto neutro, rispetto alla contestazione. Intendo dire, vale per un atto compiuto dalla Polizia Giudiziaria.
La perquisizione in quel certo luogo nasce da che cosa? Nasce da una indicazione raccolta in sede di attività di Polizia Giudiziaria autonoma, delegata? Delegata sulla base di quale delega, piuttosto che sulla base di quale diverso input di carattere operativo?
Non c'è dubbio che il Pubblico Ministero ha necessità di dimostrare la trasparenza dell'attività investigativa. Avrà la necessità di avere una pronunzia, la quale non solo si limiterà a dire che le dichiarazioni di tizio comprovano il fatto "x", ma anche, avrà bisogno di stabilire se è genuina la formazione della prova, sotto i profilo della individuazione della fonte di prova, sotto il profilo della successione, anche in termini causali, dei fatti che stanno a monte della determinazione della singola fonte di prova.
Non solo, ma c'è un aspetto ancora più importante con il quale vi dovrete confrontare, che vi costringerà - io penso, l'espressione non vuol certo mancare di riguardo - che vi costringerà, soprattutto quando dovrete esaminare alcuni imputati, a verificare diacronicamente la portata, la spontaneità delle loro dichiarazioni.
Al momento opportuno ci dovremo soffermare sull'applicazione di una certa normativa. La quale normativa è inapplicabile, a prescindere dalla dimensione temporale di formazione della prova. A prescindere dalla dimensione temporale, sulla quale vanno rapportati tutti i parametri di valutazione di quella certa particolare prova, rappresentata - è evidente di che cosa sto parlando - dalle dichiarazioni di quel certo imputato, piuttosto che dell'altro.
Il Pubblico Ministero si è sforzato di assicurare anche la conoscenza in profondità, di assicurare anche la terza dimensione alla prova, attraverso domande anche curiose, sicuramente: farsi dire da un ufficiale di Polizia Giudiziaria quando aveva ricevuto una certa delega, sulla base di che cosa. Per capire - detto in un termine assolutamente banale - per capire se era nato prima l'uovo o la gallina. Per far capire alla Corte se nasceva prima un'acquisizione di Polizia Giudiziaria, o una dichiarazione di un imputato.
Questa sì che è una lacuna grossa del sistema. Che la Corte non possa nemmeno incidentalmente, per l'applicazione di norme particolari, che pure ci sono nell'ordinamento, non possa apprezzare altro che - attraverso sistemi sicuramente che alludono più all'espediente che alla fisiologia - non possono apprezzare, ripeto, la Corte, questo è un danno, non possono apprezzare il processo di formazione della prova.
Quindi, a questo punto, il Pubblico Ministero spiega perché si è regolato in un certo modo durante l'istruttoria dibattimentale; spiega perché ha dato magari a credere, o ha fatto sembrare di essere inutilmente pignolo. Vi era invece una ragione di ordine pratico insuperabile. La Corte sarà nella necessità, noi pensiamo, di controllare, nei limiti in cui siamo riusciti a dargli gli strumenti per farlo, di controllare la tempistica del processo, la tempistica della prova, delle singole fonti di prova.
A me, pensando a come abbiamo cercato di fare questo lavoro, viene da pensare un'immagine piuttosto consueta: quella secondo la quale il rapporto tra ciò che si sa e tra ciò di cui si ha necessità di conoscere, ben si rappresenta con l'immagine della sfera. Se ciò che so è racchiuso all'interno di una sfera, ciò che ho bisogno di sapere è in qualche modo rappresentato dalla superficie esterna della sfera.
Se cresce questa sfera, crescono le mie conoscenze, ma aumenta la superficie. Vi è una proporzione diretta tra ciò che so e ciò che avrei bisogno di sapere, tra ciò che so e ciò che non so. É una situazione a rischio, ecco perché ieri dicevo abbiamo scelto, tra praticare la strada di una ricostruzione per essenziale, una strada di ricostruzione per ciò che era possibile ottenere per la miglior decisione possibile. A costo di aumentare il numero delle domande, a costo di moltiplicare gli interrogativi, abbiamo cercato di rispondere a tutti.
Il rischio che abbiamo ritenuto di correre ci è sembrato doveroso. Doveroso perché questo processo non poteva presentarsi scheletrito, non poteva essere ridotto ai minimi termini, non poteva essere un processo presentato all'insegna del risparmio della prova.
Abbiamo pensato alla sentenza che avremmo chiesto alla Corte di Assise di Firenze di I Grado. Ma abbiamo pensato anche alle sentenze che saranno pronunziate in seguito. Non abbiamo nessuna difficoltà a dire che abbiamo lavorato in funzione di una sentenza irrevocabile. E allora abbiamo lavorato per poter dare a tutti i Giudici che si occuperanno di questo processo, a voi che siete i primi Giudici di questa vicenda, ma altri ce ne saranno, gli elementi per affrontare anche con criteri di lettura diverso il materiale di prova.
Noi vi proporremo una lettura dell'istruttoria. Voi Giudici probabilmente aderirete ad un criterio di lettura diverso. Ma ve ne possono essere ancora, alternativi. Ci deve essere la possibilità, per ogni Giudice, di leggere, con medesimezza di risultato finale, il materiale di prova che costituisce questo processo.
L'indagine è il momento del metodo e della creatività. Il dibattimento è geometria. Il dibattimento deve assicurare una figura geometrica meno attaccabile, perfetta. Non mi interessa sapere se è un solido di un tipo o un solido di un altro. Mi interessa però che sia un solido di nome e di fatto, che lo si possa anche voler smontare - se questo è necessario che sia fatto - ma che sia sempre ricomponibile nella stessa sua dimensione e nella stessa sua conformazione.
Ecco perché, per ricostruire 11 mesi di un segmento criminale della storia del nostro Paese, abbiamo finito per portare a conoscenza della Corte vicende che si distribuiscono su 10 anni di storia. Nascono le acquisizioni, o meglio, le acquisizioni di prova si radicano, le più lontane nel tempo, quanto ai fatti che ne sono oggetto, nel 1986. Cioè dire, all'epoca in cui uno dei vostri imputati se ne stava in cella a Rebibbia, facendo un certo qual, più o meno fortunato, incontro.
E finisce questa vicenda, finisce questa ricostruzione nel 1995. Salvo qualche elemento accessorio che addirittura è successivo. All'epoca di alcuni viaggi fatti, da due dei vostri imputati, a Milano e all'epoca di racconti che sono intercorsi tra imputati di questo processo e persone non imputate ma che egualmente sono state esaminate davanti alla Corte.
Per ricostruire 11 mesi vi abbiamo proposto una lettura di 10 anni. Ecco perché, una volta di più, è prendere la giusta distanza di lettura del mosaico.
Avevamo avuto quasi l'idea di proporre una innovazione nel costume e nella tradizione giudiziaria: consentirci di sviluppare una requisitoria in forma dialogica. Sostanzialmente di elaborare la requisitoria davanti a voi. Il dottor Nicolosi e io, perché i Pubblici Ministeri di questo processo siamo per l'appunto noi due.
Probabilmente il farci seguire da voi nella elaborazione, ragionata, per dati di fatto - e non solo per dati di fatto - di ciò che è successo in aula, avrebbe potuto rendere più comprensibile il modo di ragionare e le conclusioni alle quali arriva il Pubblico Ministero.
Così non si può fare. Il Giudice... il Presidente non avrebbe potuto consentire che io e il dottor Nicolosi facessimo una chiacchierata per giorni, giorni e giorni davanti a voi. Saremmo sicuramente sempre rimasti in argomento, ma non è così che si fa.
Questo non toglie che qualche cosa dovrà cambiare del modo tradizionale di fare una requisitoria. Ci sarà la necessità che - quando il dottor Nicolosi, quando io - intervenga per riportare il discorso a quella giusta distanza dal mosaico, senza di che si perderebbe troppo del dettaglio, o ci allontaneremmo troppo dalle visioni di ordine generale o complessivo.
E allora, se questo è il programma, se queste sono le anticipazioni, anche sul modo con il quale procederemo, sciogliamo il primo interrogativo posto ieri: da dove cominciare.
Tra le possibilità, abbiamo scelto di iniziare la rappresentazione dal perché di questa "campagna di stragi". Quando io dico perché della "campagna di stragi", guardo, in una volta sola, a tanti aspetti del processo. Il perché della "campagna di strage", ricercato nel capo di imputazione, si traduce sostanzialmente nella enunciazione di un unico disegno criminoso, autonomo e definito nel tempo e nello spazio; si traduce nell'enunciazione di alcune circostanze aggravanti; si traduce nella formulazione, e questa volta non in termini di numeri ma in termini di parole, dei fatti attribuiti agli imputati.
Loro hanno presente il capo di imputazione che in un certo qual senso è costruito modularmente. Anche a sottolineare la unicità del disegno criminoso, l'autonomia del disegno criminoso, la specificità del disegno criminoso.
Disegno criminoso, circostanze aggravanti, sono i sintomi nel capo di imputazione del perché di questi fatti che costituiscono la "campagna stragista".
E quindi, partire dalla ricostruzione del perché, vuol dire occuparsi intanto direttamente dell'imputazione. Vuol dire però occuparsi molto anche degli imputati, molto anche dei fatti storici, degli accadimenti che hanno accompagnato la "campagna stragista".
Per il solo fatto di dire che occuparsi della causale dei reati è occuparsi fondamentalmente di persone e di avvenimenti, io dico qualcosa che per chi ha dimestichezza con i procedimenti penali, con i processi, con le aule di giustizia, già rappresenta un ché di anomalo. Ha un carattere di novità.
Le indagini sulle causali dei reati sono fatti abbastanza occasionali nei processi. Può essere che l'indagine sulla causale serva a completare la verifica della prova; più spesso l'indagine sulla causale si traduce nel controllo, non tanto della prova sulla attribuzione del reato all'imputato, ma piuttosto su elementi accidentali del reato.
Per essere più chiaro. La prova del movente può confortare... la prova positiva del movente può confortare quegli elementi indizianti in base ai quali si dice che la tal persona ha commesso quel certo delitto di sangue. Se quindi vi è necessità di verificare se questi elementi indizianti sono sufficienti, può essere che un tentativo di verifica passa attraverso un controllo del movente.
Così come è possibile che in alcuni casi di indagine sulla causale possa essere determinante perché vi è da controllare la sussistenza di un'aggravante del reato. Questo in qualche modo succede anche nel processo di oggi.
Ma in che cosa consiste l'elemento forte di diversità tra la causale in questo processo e le causali che siamo abituati a conoscere e con le quali siamo abituati a confrontarci?
La causale, di regola, si struttura su basi e su elementi pressoché esclusivamente soggettivi.
PRESIDENTE: Chiedo un momento scusa, mi sembra di avere... che mi abbiano detto che quando si sentono questi rumori, ci sia...
(voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Ah, sì, sono soltanto sconnessi...
(voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Perché non ci sono più imputati presenti e si sono sconnessi. Chiedo scusa, ma questo rumore mi aveva preoccupato.
PUBBLICO MINISTERO: Dicevo, la causale per lo più si struttura su basi essenzialmente soggettive, molto personalizzate. Tanto che l'indagine sulla causale finisce, in un processo, per essere una specie di corpo processuale separato rispetto all'indagine sugli elementi fondamentali del processo. Vi è come una frattura tra causale e reato, nella stragrande maggioranza dei casi, frattura che è ricomposta, che è sanata dalla soggettività dell'imputato.
Son due piani indipendenti, sono due tecniche indipendenti quella di controllo degli elementi oggettivi del processo e quella di controllo dell'elemento che costituisce la causale. Indagare la causale vuol dire entrare nel foro interno dell'imputato, per lo più.
Ecco, nel nostro processo questo schema è assolutamente ribaltato, perché la nostra causale è strutturata su basi rigorosamente oggettive. Come dire che il perché della commissione di questi fatti di strage non si disloca nell'interiorità di qualcuno ma si disloca negli avvenimenti, nella storia. La storia della causale e la storia dei reati concretamente commessi sono due storie tra le quali non ci sono soluzioni di continuità.
Serve un'indagine di questo tipo nel processo? É necessaria? É necessaria fino a che punto? É utile, soprattutto, questo criterio scelto dal Pubblico Ministero di iniziare la sua rappresentazione dalla ricostruzione della causale?
Vi ho già detto che è comunque necessaria perché dovrete pronunziarvi sull'esistenza di un disegno criminoso, esattamente definito nel tempo e nello spazio ed autonomo; perché dovrete pronunziarvi sulla sussistenza di alcune circostanze aggravanti che sono menzionate nel capo di imputazione.
Ma è necessaria, intanto e imprescindibilmente, per una ragione di prova.
Io ho premesso che nel nostro processo la causale non ha, se non in piccola misura, componenti di ordine soggettivo. Ma siccome dei reati di cui si occupa questo processo qualcuno è chiamato a rispondere, vuol dire che questa causale non è portata soggettivamente ma è portata da un soggetto diverso.
In altri termini, non è una causale che si disloca, si colloca nelle sfere di volontà, nelle sfere di intenzione dei singoli imputati, ma è una causale che si disloca nella sfera di volizione e di rappresentazione di un soggetto diverso.
La causale è impersonale o è, se vi piace di più quest'altro modo di esprimere lo stesso concetto, è una causale spersonalizzata. A contatto della causale non ci sono delle persone fisiche, ma a contatto della causale c'è un'organizzazione. É l'organizzazione che produce la causale metabolizzando avvenimenti - per questo dico che ricostruire la causale è ricostruire i fatti -; senonché di questi reati oggi non è a rispondere davanti alla Corte un'organizzazione, sono a rispondere delle persone.
E allora voi dovrete fare un'operazione di andata e ritorno tra tre elementi del problema: l'organizzazione, gli imputati e la causale. In quanto la causale sia riferibile all'organizzazione, perché non salti il sillogismo, occorre dimostrare che è la stessa organizzazione alla quale fanno capo gli imputati.
Paradossale sarebbe un processo nel quale, assumendosi che gli imputati abbiano commesso determinati reati non per una causale in qualche modo a loro riferibile dal punto di vista personale, si individuasse poi il soggetto portatore della causale in una realtà alla quale gli imputati stessi sono totalmente indifferenti. Sarebbe illogico, vorrebbe dire che alcune, almeno una, delle affermazioni, almeno uno degli enunciati del Pubblico Ministero è sbagliato. O ha sbagliato l'organizzazione o hanno sbagliato gli imputati o ha sbagliato la causale o hanno sbagliato tutti e tre i dati insieme.
E quindi è d'obbligo un'indagine sulla ricostruzione per la ricostruzione corretta e puntuale della causale, perché si converte, questa ricostruzione, in uno strumento essenziale di verifica di tutti gli altri elementi in base ai quali potrete affermare o escludere che gli imputati sono coloro che hanno commesso questi fatti.
É naturale che non dovete ripetere questa operazione all'infinito, perché una volta che la ricostruzione della causale sia arrivata al suo epilogo con risultati concludenti e soddisfacenti, il risultato sarà assicurato una volta per tutte e per tutti gli imputati.
Ma vi è anche uno scopo più ambizioso se si vuole, almeno per quanto riguarda la prospettiva nella quale si muove il Pubblico Ministero. Attraverso una ricostruzione seria e concludente, quale noi pensiamo di potervi proporre, della causale, voi potrete anche verificare un parametro dell'imputazione, lo possiamo chiamare con un termine che forse può aiutare a capirsi: la dimensione soggettiva dell'imputazione.
Noi abbiamo pensato e ci siamo confermati nella convinzione che l'accusa è corretta non solo nei termini in cui attribuisce determinati fatti a questi imputati, ma anche nei termini in cui esclude che questi fatti, per quanto riguarda la loro materiale esecuzione, siano riferibili a soggetti esterni alle realtà criminali, per meglio dire, a quella specifica realtà criminale alla quale questi imputati appartengono.
Per essere più chiaro, se non lo sono stato fin qui: se la causale si assumesse che è ricostruita approssimativamente, o addirittura non è ricostruita, si moltiplicherebbero all'infinito le variabili circa i soggetti, per numero, per qualificazioni soggettive anche di ordine criminale, ai quali riferire questi fatti, potrebbero provenire dalle aree criminali più diverse. Sarebbe una variabile incontrollabile, dal punto di vista logico, quella che il Giudice si troverebbe per le mani...
PRESIDENTE: Chiedo scusa, sarebbe opportuno che il Pubblico Ministero non si avvicinasse troppo al microfono perché crea qualche problema in quel di Viterbo.
PUBBLICO MINISTERO: Si parla di distanze giuste, quindi ora qualcuno mi saprà dire se sono troppo vicino o se sono troppo lontano.
PRESIDENTE: Ah, io no.
PUBBLICO MINISTERO: No, ma io l'ho detto ad alta voce mica rivolto a lei, Presidente, a chi ci ascolta, se sentono bene, se sentono male.
ISPETTORE Carloni: Qui è da Viterbo, così va benissimo, grazie.
PUBBLICO MINISTERO: Va meglio?
PRESIDENTE: Sì.
PUBBLICO MINISTERO: Benissimo.
ISPETTORE Carloni: Sì, così, grazie.
PUBBLICO MINISTERO: Dicevo che diventerebbe una variabile incontrollata quella rappresentata da una causale che non fosse più un indicatore sicuro rispetto alla organizzazione criminale nell'ambito della quale individuare i soggetti ai quali il momento esecutivo delle stragi vada attribuito.
La dimensione soggettiva dell'imputazione questo è, è la pertinenza in termini di sufficienza ma anche di limite del momento esecutivo del reato. Io sto parlando di momento esecutivo del reato, sia ben chiaro, e mi limito a questo tipo di considerazione.
Se, come assumiamo, vi è una coerenza interna all'imputazione per quanto riguarda i soggetti accusati di aver commesso le stragi, coerenza rappresentata da un comune denominatore, a sua volta rappresentato dalla organicità rispetto all'organizzazione criminale Cosa Nostra; se questa è la coerenza interna, non può, questa coerenza, salvarsi a fronte di una ricostruzione della causale che fosse in termini perplessi, e che ci portasse verso realtà criminali diverse, o che ci portasse verso soggetti incompatibili con la realtà criminale specificamente presa in considerazione, e cioè, Cosa Nostra.
Ma c'è una ragione ancora di più per la quale è necessaria una ricostruzione ben fatta della causale. Non c'è dubbio che il capo di imputazione ha degli elementi di continuità e degli elementi di discontinuità. Gli elementi di discontinuità, se loro li vanno a vedere, sono quelli che stanno nei fatti non nell'impostazione.
In altri termini: vi è discontinuità apparente tra quello che è successo a Roma il 14 maggio del '93 e quello che è successo a distanza di due mesi e tredici giorni a Milano. Di qua si è attentato alla vita di un uomo pubblico, di un uomo di spettacolo, un uomo di televisione, un giornalista; di qua si è fatta scoppiare una autobomba a qualche metro di distanza da un edificio che ha quelle certe caratteristiche. E fino a prova contraria gli uomini e le cose profondamente sono diversi.
Questi elementi di discontinuità o sono recuperati all'interno di una ricostruzione seria e puntuale della causale, che dia un risultato concludente per ogni aspettativa, ovvero vi resterà difficile, resterebbe difficile - intanto resterebbe difficile al Pubblico Ministero - spiegare per altra strada la ragione per la quale le stesse persone dovrebbero, a distanza di così poco tempo, commettere reati che presentano profili così netti di diversità.
Io so che quello che sto dicendo presenta molte ovvietà, perché il processo è stato fatto sotto gli occhi vostri, le conoscenze del Pubblico Ministero sono le conoscenze della Corte. Questo non toglie però che se fossimo orientati, nella valutazione delle prove, prevalentemente da criteri di ordine estrinseco, quando si tratta di risolvere il problema delle diversità tra i singoli fatti, commetteremmo un errore. Affideremmo, cioè a dire, il giudizio definitivo a qualcosa che rimane abbastanza lontana dall'elemento vero unificante. L'elemento vero unificante delle varie azioni di strage non è rappresentato dal fatto che sono le stesse fonti di prova che ve le hanno illustrate; non sta nel fatto che le fonti di prova diverse ve le hanno illustrate nello stesso modo; l'elemento vero unificante sta nella causale delle stragi. Sbaglieremmo, sbaglierebbe il Pubblico Ministero se pensasse di risolvere questo interrogativo per vie traverse; se pensasse di dire che un'indagine sulla causale può essere necessaria ma non più che tanto perché è superata dalla certezza di acquisizioni di altro tipo. Vorrebbe dire rimettere in moto un meccanismo di interrogativi senza fine, dentro il quale giocherebbero, incontrollabili, domande secondarie di tipo più diverso. Cioè, se sono entrati in gioco fattori di ordine soggettivo, di ordine personale.
Ma una ragione ancora c'è e è importante, a mio parere, anche questa. Una ricostruzione corretta di questa parte del processo è, a mio parere, a nostro parere, l'unica che consente di muoversi su basi documentate, per dati di fatto, non per postulati, non per prese di posizione, all'interno di un'altra parte, che è molto importante nel processo, parte che nuovamente si può chiamare la dimensione soggettiva dell'imputazione.
Signori Giudici, magari prima che foste chiamati ad occuparvi di questo processo potevate dedicare un certo tipo di attenzione a altre vicende giudiziarie. Forse occupandovi di questo processo la vostra attenzione ha cambiato i suoi parametri, le sue lunghezze d'onda.
Sicuramente avete seguito, e comunque i fatti sono notori - anche se non tutti i Giudici riescono a seguirmi nello stesso modo ma credo comunque di poter fare questa affermazione -; qualche mese fa si è concluso davanti alla Corte di Assise di Caltanissetta il processo per la strage di Capaci, e penso che ciascuno di loro avrà notato che in quel processo l'impostazione di accusa è stata nel senso che i vertici di Cosa Nostra al completo, compreso i capimandamento detenuti all'epoca del fatto, erano ugualmente responsabili della strage di Capaci.
Quindi, un processo nel quale l'accusa si è mossa all'insegna di un principio che evidentemente ha ritenuto non fosse un a priori ma ha ritenuto che fosse un punto di partenza convenientemente provato, e cioè che quella certa azione criminale aveva come sua latitudine deliberativa l'intero vertice di Cosa Nostra.
Il processo che voi giudicate è tutto diverso, perché è un processo nel quale mai è stata chiamata in causa quella che si chiama Commissione Provinciale di Palermo o quella che si potrebbe chiamare Commissione Interprovinciale.
Perché questo? Perché il Pubblico Ministero di Firenze non crede a determinate regole... crede nel senso stretto del termine non ci crede propio, ma ritiene implausibili determinate regole all'interno di Cosa Nostra? O perché ha trovato dei distinguo così forti per i quali quell'impostazione che è servita per presentare un processo - che poi è stato giudicato in un certo modo, almeno da un Corte di Assise di I Grado - ecco, quei criteri di presentazioni di quel processo dovessero non trovare applicazione in questo processo? Eppure sono passati pochi mesi, un anno, tra la strage di Capaci e il primo dei fatti di strage di cui si occupa questa Corte. Le tecniche generali del reato non sono poi molto diverse, cioè, l'impiego di esplosivo. Si sa che alcuni degli imputati di questo processo sono stati imputati anche in quel processo. E perché? Perché noi abbiamo ritenuto di aver ricostruito in un certo modo anche l'ambito decisionale di questi fatti di strage, l'area decisionale di questi fatti di strage. Non abbiamo scritto nel nostro capo di imputazione che queste stragi sono state ideate da tizio, caio e sempronio, più altre persone da identificare, potendosi con questo alludere a chissà quali realtà, anche interne a Cosa Nostra, tutte ugualmente compatibili con la ideazione di questa "campagna di strage".
Noi abbiamo ritenuto, viceversa, di aver raggiunto una prova ben strutturata in ordine ai processi decisionali della "campagna di strage". Non intesi - processi decisionali - come un fatto in sé ma intesi come il combinarsi di determinate iniziative personali con l'oggetto di queste stesse iniziative.
In altri termini, che il percorso decisionale è stato battuto da determinate persone piuttosto che da altre. Come dire che nei percorsi decisionali delle stragi ci sono entrati gli imputati i cui nomi trovate nel capo di imputazione, ma non ci sono sicuramente entrati altre persone.
Sto parlando solo ed esclusivamente dei percorsi decisionali interni a Cosa Nostra, la ragion per cui Giovanni Brusca è imputato in questo processo, la ragion per cui Bagarella è imputato in questo processo, ma la stessa ragione per la quale Salvatore Cancemi non è imputato in questo processo, anche se è stato esaminato davanti alla Corte. La stessa ragione per la quale Michelangelo La Barbera, capomandamento anche lui, non è imputato di questo processo. La ragione per la quale Raffaele Ganci, capomandamento anche lui - sto parlando di persone che erano tutte in libertà quanto le stragi sono state decise ed attuate, o almeno è iniziata l'attuazione della "campagna stragista" - ecco, anche Raffaele Ganci persona che non è imputata di questo processo.
E allora se la ricostruzione della causale sarà puntuale e corretta voi potrete ricostruire fatti e avvenimenti che attraversano il perché del processo, ma che cominciano anche a chiarire il chi del processo.
Il Pubblico Ministero si aspetta da voi, vi chiede con estremo rispetto, che gli diciate se ha sbagliato, ma vi chiede di non lasciargli una domanda in sospeso. Vi chiede una risposta in più piuttosto che una risposta in meno.
Quella parte della vicenda estremamente complessa a ricostruire, che ha come suoi estremi temporali l'estate del '92 ed il 1 aprile del '93 - l'estate, l'autunno del '92 ed il 1 aprile del '93 - è una parte della vicenda complessiva sulla quale il Pubblico Ministero vuole, chiede alla Corte, di esprimere delle risposte, esprimere delle valutazioni, dei giudizi altrettanto rigorosi quanto quelli che esprimerà la Corte sul conto dei singoli imputati.
Come spesso succede facendo questo mestiere, e come succede ai Giudici - nel senso vero del termine - continuamente, forse ancor più spesso che al Pubblico Ministero, noi andiamo a controllare se un fatto è stato ricostruito bene in due modi: positivamente e negativamente.
Una prova ci darà sempre una rappresentazione in positivo di un fatto. É nella logica della prova fornire una rappresentazione di un fatto, così come è impraticabile, dal punto di vista logico, il tentativo di avere una prova su un fatto negativo, o la prova negativa di un fatto.
Quando dico che cerchiamo sempre di controllare al positivo e al negativo, dico semplicemente che la reale dimensione di un fatto, di un avvenimento, in termini oggettivi e soggettivi, la si va ad ottenere, in via di dimostrazione, attraverso un lavoro dall'interno e dall'esterno rispetto al fatto. Vediamo se questo è, vediamo se c'è qualche cosa di diverso. Vediamo se c'è qualche cosa di alternativo. Vediamo se ciò che io osservo di questo fatto da questa parte, è la stessa cosa che io osservo, se io mi metto da quell'altra parte rispetto all'avvenimento.
Noi proporremo - ma già se ne parlava all'epoca della esposizione introduttiva - una ricostruzione di una causale che, dal punto di vista della sua oggettività, è una causale a formazione progressiva, su basi non omogenee, con delle componenti anche di ordine soggettivo. Non è una causale unitaria, non è una causale identica a se stessa, né oggi che pensiamo di averla ricostruita davanti alla Corte, né all'epoca quando la causale si determinò, si delineò nei fatti. Distinguiamo ciò che sappiamo oggi, da ciò che è successo allora.
Se ci daremo carico - ci proveremo a farlo - di ricostruirla in maniera conveniente e in maniera soddisfacente, quindi con strumenti appropriati e in vista di risultati certi, avremo tutti gli elementi o avremo almeno elementi importanti, fondamentali, per capire attraverso chi è passato - quello che io chiamo, forse l'espressione sarà un po' approssimativa, ma rende l'idea - il percorso decisionale delle stragi.
Vi anticiperò, vi anticipo: è il 1 aprile del '93, la data nella quale è assunta, in via definitiva, la decisione della "campagna di strage".
Questo è ciò di cui siamo convinti il dottor Nicolosi ed io.
Ma quando arriveremo a dire che la decisione viene presa in quel certo giorno, quando arriveremo a dire che la decisione, quindi, passa attraverso determinati soggetti, voi ci chiederete se non ci sia stato prima di questa data o se non ci sia stato dopo questa data, qualche cosa che ha influenzato, o determinato, o ha modificato l'aspetto soggettivo della decisione.
Ricostruire correttamente questi passaggi, vuol dire anche mettere a fuoco quello che è diventato il fattore essenziale di selezione del momento ideativo e del momento esecutivo, del momento deliberativo, per dir meglio, e del momento esecutivo. Si capirà di più perché questi imputati sono coloro che hanno commesso le stragi.
Sapere che nella riunione del 1 aprile del '93, in quella certa villetta a Santa Flavia, a cento metri dall'hotel Zagarella, si sono date convegno certe persone che hanno poi preso una certa decisione; sapere che tra certe persone c'era Giuseppe Graviano e saldare questa risultante al fatto che tra gli imputati la maggior parte sono persone espresse dalla realtà criminale di Brancaccio, quindi esattamente il territorio palermitano che essendo un territorio controllato da una specifica famiglia di Cosa Nostra, in quella riunione ben era rappresentata da Giuseppe Graviano, è aver detto quasi tutto ciò che si può dire sull'argomento. Ma non è aver detto tutto.
Voi, sicuramente, vi chiederete: perché Giuseppe Graviano è a quella riunione? E per rispondere a questo perché, dovrete tornare indietro. E non vi basterà dire perché Giuseppe Graviano è la persona che, nel 1992, alla fine di febbraio, agli inizi di marzo è andato a Roma a compiere una certa operazione, non è una risposta questa.
Vi accorgerete subito che è un errore rispondere in questo modo, perché Giuseppe Graviano a Roma, alla fine di febbraio del 1992, ci è andato per disposizioni ricevute. Mentre, invece, a Roma e a Firenze, a Milano, nel 1993-'94 sono andate altre persone per disposizioni da lui ricevute.
E poi anche - e non è l'ultima in termine di importanza delle ragioni - è anche necessaria questa ricostruzione perché, in una situazione così complessa, in una situazione così tormentata dal punto di vista della criminalità, mafiosa in particolare quale è stata quella che si è sviluppata nel corso del tempo a partire dalla fine del 1991 per arrivare al 1994, essendo così complessa questa situazione, avendo sostanzialmente due scenari di azione criminale forte da parte di Cosa Nostra: l'azione criminale siciliana del '92, l'azione criminale continentale del '93 e del '94, ma con indubbi elementi di collegamento tra le vicende criminali del '92 e le vicende criminali del '93 e del '94, solo a condizione che la ricostruzione delle premesse storiche e causative della "campagna di stragi" sia fatta in maniera puntuale, voi potrete - senza dimenticare, perché sarebbe ipocrisia, dal punto di vista concettuale - senza dimenticare gli elementi di collegamento tra queste vicende criminali, potrete però, fare una ricognizione positiva, seria, del tutto onesta dal punto di vista intellettuale, delle assolute irrisolvibili ragioni di diversità, ragioni di indipendenza, ragioni di alterità.
La Corte si è pronunziata il 13 di novembre del 1996 sulla questione di competenza, ed è logico, è naturale, che la questione sarà riproposta.
Io non suggerisco nulla ai difensori, perché i difensori non hanno bisogno di suggerimenti da me. Io so che del dibattimento, abbiamo introdotto elementi conoscitivi più di quanti non se ne avesse all'inizio, in ordine - giusto appunto - a fatti che stanno nell'anticamera, nell'antivigilia delle stragi, di cui si occupa questa Corte di Assise, ma stanno anche nella vigilia cronologica, questa volta, e non causale, degli accadimenti criminali della Sicilia dell'anno '92.
Non sono abituato, non siamo abituati a nascondersi dietro a qualche cosa di impalpabile. Non siamo abituati a nascondersi dietro - ovviamente lo dico con il massimo rispetto - dietro ad un'ordinanza della Corte. Ci sentiamo in grado di dar conto fino in fondo della bontà di una certa decisione, anche quella in tema di competenza.
La Corte con la sentenza, noi pensiamo, avrà la possibilità di riaffermare, su basi assolutamente incontrovertibili, la correttezza dell'ordinanza del 13 novembre del '96.
Non mi sembra, quindi, che siano poche le ragioni per le quali noi abbiamo assegnato a questa parte del processo e quindi della requisitoria, una sua collocazione privilegiata. E, quindi, tale da renderci naturale metterla al primo posto della illustrazione del processo.
Qualche cosa credo di aver già rappresentato alla Corte, circa gli aspetti di questa ricostruzione. Qualche cosa bisogna aggiungere. Perché, quando poi si tratterà di fare una rassegna dei dati, probabilmente i criteri di lettura di questi dati saranno criteri migliori, saranno affinati.
Vi dicevo che la causale di questo processo è prevalentemente su basi obiettive. Vi è una componente accessoria su basi soggettive. Anticipando delle conclusioni, che poi verificheremo strada facendo - ecco, perché propongo queste conclusioni semplicemente come chiave di miglior comprensione, poi, delle singole vicende che dovremmo illustrare - anticipando queste conclusioni, noi si perverrà ad una adeguata rappresentazione di come la causale abbia riassunto, abbia sintetizzato, fondamentalmente, tre variabili nella storia del conflitto insanabile tra i poteri dello Stato ed il potere di Cosa Nostra.
Le tre variabili sono rappresentate da una cultura dell'antimafia, nel senso più nobile, però, del termine. Intesa la cultura dell'antimafia come l'esatto opposto della cultura del silenzio, della cultura dell'adattamento, della cultura dell'accettazione, nemmeno della cultura della rassegnazione, della cultura del silenzio.
Una legislazione dell'antimafia, intesa come l'esatto opposto della legislazione, nuovamente dell'accettazione; legislazione dell'ordinario, legislazione del generico, legislazione dell'indifferenziato.
E poi, ancora, come terza variante: la rottura della regola sovrana che è l'ossatura della Costituzione, almeno di quella materiale di Cosa Nostra, la regola dell'omertà.
Nella prima di queste varianti, voi sicuramente riconoscete quella parte di componente, quella quota componente della causale che si riflette nell'attentato a Costanzo.
Nella seconda variante, la legislazione dell'antimafia, voi forse riconoscete la quota più massiccia, la quota più imponente della causale, quella che alimenta la strategia di attacco mirato sulle opere d'arte, sui beni del patrimonio storico, del patrimonio artistico.
Sulla variante della rottura dell'omertà, e detto in altri termini, del fenomeno delle collaborazioni con l'Autorità Giudiziaria da parte dei mafiosi, loro riconoscono la causale dell'attentato al Contorno.
Ma non è così semplice. Non è così semplice.
Dicevo alcuni minuti fa che la causale non è uguale a se stessa, non è stata uguale a se stessa. Approfondendo la causale dell'attentato a Costanzo, voi vi renderete conto che si è trasformata nel tempo questa causale, che si è delineata in un modo e si è compiuta in un altro.
La variante costituita dalla legislazione dell'antimafia, voi vi accorgerete che è un dato che, affermato in questi termini, è un dato generico, che non soddisfa la necessità di capire.
Vi rendete conto che vorrete dal Pubblico Ministero una risposta in più.
Quale particolare momento della legislazione antimafia? Perché di legislazione antimafia si è specializzata, differenziata questa volta, che riconosce l'esistenza di un fenomeno criminale diverso dall'ordinario - fenomeno criminale rappresentato dalle organizzazioni mafiose - si può parlare dagli inizi del 1991.
E allora vorrete una risposta in più dal Pubblico Ministero. Perché, per quanto riguarda la variante rappresentata dalla rottura dell'omertà, non vi basterà semplicemente dire che Contorno è un più che decennale collaboratore di Giustizia - adopro il presente indicativo per rapportarmi alla data dell'attentato, ovviamente - avete bisogno di risposte in più.
E sarà necessario, da parte nostra, richiamare la vostra attenzione sul fatto che se qui si giudica dell'attentato a Contorno - fallito - non si deve perdere di vista che il processo ci ha raccontato la storia del progetto di eliminazione di Di Maggio, per l'appunto, in una certa epoca e non in un'altra. Il processo ci ha raccontato di un progetto di eliminazione di persona che, il Pubblico Ministero, ritiene si sia convenientemente identificata nel collaboratore Lo Cicero, attraverso il combinarsi di due acquisizioni probatorie che può darsi alcuni Giudici, per ora, non abbiano presente nella loro interazione.
Se si controllano queste varianti, anche nella loro diseguaglianza, si riuscirà anche a fornire la risposta complessiva per la quale la causale è così composita, anche su basi rigorosamente oggettive.
É su basi oggettive che si può dire che Costanzo, in qualche modo, si era macchiato di alcune colpe nei confronti di Cosa Nostra.
É su basi oggettive che si può dire che le responsabilità di Contorno nei confronti di Cosa Nostra e di alcuni uomini di Cosa Nostra, erano responsabilità tali da giustificare, nei suoi confronti, una condanna a morte.
É su basi oggettive che si può dire, vivaddio: che lo Stato, a partire da una certa data, ha fatto determinate scelte per contrastare il fenomeno criminale rappresentato dalle organizzazioni mafiose.
Ma bisognerà pur dire, per ragioni oggettive, non semplicemente perché a posteriori torna comodo dir così, che tutte queste componenti della causale si sono saldate. O vorremo lasciare questo interrogativo senza una risposta?
Noi crediamo che se la progressione di formazione della causale viene controllata con attenzione, si apprezzeranno i moti non uniformemente accelerati delle singoli varianti o delle singole componenti della causale. Ma si arriverà a determinare, a individuare l'elemento comune di denominazione, l'elemento unificante.
Signori Giudici, determinati racconti vi hanno spiegato - chiedo scusa di questo termine - hanno illustrato, che cosa un gruppo di uomini di Cosa Nostra era andato a fare a Roma tra la fine del febbraio del '92 e gli inizi del marzo del '93.
Hanno anche illustrato le ragioni per le quali quel certo programma di azione criminale, abortì.
Altre numerose voci di questo processo, spiegano che cosa è successo a maggio, il 14 maggio del '93, a Roma in via Fauro.
Qual è il rapporto tra questi due avvenimenti? Il rapporto sta, semplicemente, nel fatto che una certa operazione criminale viene assoggettata ad uno stop per ordine tattico decretato dal vertice di Cosa Nostra? Come se all'accendere una luce, al mattino, in una stanza buia, non possa far seguito altro che lo spegnere la luce quando la stanza è illuminata. Eh, no. Non è così.
Ci dovrà essere una ragione per la quale quella certa iniziativa criminale, che fu assoggettata ad uno stop, agli inizi del marzo 1992, viene rimessa in agenda, non ad agosto del '92, a settembre del '92, a ottobre del '92, a novembre, a dicembre del '92, a gennaio, a febbraio, a marzo del '93. Ci dovrà essere una ragione per la quale questa decisione viene riassunta ad aprile del 1993.
Non si può risolvere con un "ipse dixit" un interrogativo che ci viene imposto, ci viene di necessità da un agire secondo razionalità, qual è l'agire di Cosa Nostra.
Se risponde a razionalità che l'iniziativa criminale in atto a Roma, tra la fine di febbraio e gli inizi di marzo del '92, venisse stoppata, venisse bloccata, dovremo, su basi altrettanto razionali, stabilire perché questa iniziativa viene riassunta poi all'inizio del '93. Altrimenti negheremmo l'ipotesi. Utilizzeremmo, o ci rifaremmo a una pretesa razionalità, perché ci serve magari per risolvere anche l'interrogativo più semplice: ci stanno dicendo la verità, o ci stanno raccontando delle frottole. Ma poi accantoneremmo - sbagliando - il bisogno di spiegare, secondo razionalità, la seconda parte dello stesso fatto.
Sarà attraverso un controllo accurato - noi ci proponiamo di proporlo - che si riuscirà ad ottenere quelle quote aggiuntive di comprensione che la apparenza dei fatti, diciamo pure la faccia vistosa della prova, non ci dice immediatamente.
Ci sono poi altre varianti, interne al processo di formazione della causale; varianti nelle quali, però, il primato non è rappresentato dal dato di carattere oggettivo. Il primato è rappresentato dal dato di carattere soggettivo. Per meglio dire, dal dato di carattere interpretativo.
Ho parlato di cultura dell'antimafia. Ho parlato di legislazione dell'antimafia. Ho parlato del fenomeno delle collaborazioni con l'Autorità Giudiziaria da parte degli uomini di mafia.
Non ho parlato della vicenda Bellini. Non ho parlato della vicenda della trattativa del "papello". Non ho parlato nemmeno del prodotto storico - storico- criminale - della vicenda Bellini, rappresentata dall'episodio di Boboli dell'ottobre del '92.
Non ne ho parlato perché - e lo dico fin da ora - queste vicende sono sicuramente interne al processo storico di formazione della causale. Ma contribuiscono alla causale non in ragione della loro oggettività, ma in ragione dell'aspetto soggettivo. Detto in altri termini: ineriscono al processo della formazione della causale in ragione della interpretazione che, ai fatti costitutivi oggettivamente di queste vicende, gli imputati, questi imputati, gli imputati di questo processo hanno dato.
Anche se con questa prospettazione, di ordine preliminare e generale, è ovvio che il Pubblico Ministero assegna alle componenti della causale, nelle quali prevale l'elemento obiettivo, un significato maggiore, rispetto alle componenti nelle quali prevale la dimensione soggettiva. Questo non toglie che sia tanto interessante, quanto importante, familiarizzare concettualmente per un attimo con queste due vicende.
Vi è un elemento, denominatore comune tra le due vicende, e ci sono, come al solito, degli elementi di diversità. E tra un attimo vedremo quali.
Certo sì è che ricostruire la causale per quelle parti che ne sono le componenti su basi oggettive, non ci consente di risolvere tutti gli interrogativi del processo.
In sostanza, ci fa capire, ma fino a un certo punto. Non c'è dubbio che, se chiamando in causa le quote componenti della causale, nelle quali domina l'aspetto soggettivo, non c'è dubbio che chiamare in causa queste componenti della causale è l'unica strada per pervenire a ricondurre alla causale l'obiettivo dell'azione stragista, lo specifico obiettivo della "campagna stragista". É un paradosso.
Le ragioni dell'azione criminale forte stanno dentro la parte oggettiva della causale. Ma le ragioni, che presiedono alla scelta dell'obiettivo, stanno dentro la parte soggettiva della causale. Non possiamo liberarci dell'una, perché ci appare meno significativa in ragione della eminente soggettività del suo connotato. Così come non possiamo liberarci dell'altra, per la sua relativa indifferenza, rispetto all'obiettivo della "campagna stragista".
Citarsi è sempre abbastanza antipatico. Però forse io, oggi, con queste osservazioni, son riuscito a dar conto del perché ieri ho proposto un certo argomento alla Corte. E cioè, ho chiesto alla Corte, ma sicuramente la Corte lo fa con minor... l'avrà fatto e lo farà con minori difficoltà di quante non ne abbia trovate io: cercare di compenetrarsi, anche nei profili di ordine soggettivo di queste vicende.
Noi siamo abituati a risolvere i nostri dubbi, siamo abituati a superare i punti morti della nostra ricostruzione, gli impasse, attraverso i nostri schemi di ragionamento. E abbiamo difficoltà ad accreditare di verità, ricostruzioni che, sulla base degli stessi fatti, arrivino a conclusioni diverse, semplicemente perché cambia lo schema.
Qui probabilmente i nostri schemi mentali ci aiutano poco. Ciò che a noi, con la nostra formazione, che per fortuna è molto lontana dalla cultura criminale di Cosa Nostra, non riusciamo a capire determinati passaggi. Saremmo portati a risolvere lo iato che c'è tra due avvenimenti sulla base di una regola di giudizio nostra, esclusivamente nostra, avendo a che fare con avvenimenti, con dati di fatto, che sono specifici quanto alla loro matrice, quanto al loro ambiente, quanto alla subcultura che, nella specie, è una subcultura criminale. Non possiamo pensare di risolvere le discontinuità, le apparenti incongruenze, le apparenti soluzioni nel nesso di causa tra un avvenimento e un altro, intervenendo solo ed esclusivamente con le nostre regole di giudizio.
É difficile poter scindere, dentro a questo processo, i fatti dalla loro interpretazione. Non da quella che diamo noi ora. Ma da quella che è stata assegnata a suo tempo, in quel particolare contesto, dai protagonisti di quegli stessi fatti. É con un armamentario concettuale di questo tipo che noi ci proviamo, ci siamo provati a avventurarci in questa, in questa che è veramente una estremamente complessa vicenda.
Io, ripromettendomi di essere fedele alla premessa e alla promessa di adoprare questi strumenti e non altri, di mantenere la giusta distanza dal mosaico, chiedo al Presidente di aggiornare l'udienza a domani.
PRESIDENTE: Allora, l'udienza riprenderà domani, 27 marzo 1998, speriamo alle ore 09.00. Si dispone la traduzione degli imputati detenuti, non soggetti al regime di cui all'articolo 41-bis dell'ordinamento penitenziario, nell'aula di udienza. E la traduzione degli altri imputati, soggetti a questo regime, nelle sale che saranno collegate.
AVVOCATO Ammannato: Presidente, poi domani mattina verremo anche un po' per un programma, con lo slittamento verificatosi, insomma.
PRESIDENTE: Concordato anche con il Pubblico Ministero, mi auguro. Perché il Pubblico Ministero ha visto ridursi alla metà i suoi giorni di udienza, per quanto riguarda l'arco temporale di lunedì, martedì a sabato, e ulteriormente ridursi il tempo materiale per ciascuna di questa metà di udienza. Quindi bisognerà tenere conto anche di questo.
Grazie. Buongiorno.