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Processo per la strage di Via dei Georgofili
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Note
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PRESIDENTE: Bagarella Leoluca: è rinunciante fino al 29/11. I difensori, avvocato Ceolan e avvocato Cianferoni.
AVV. Cianferoni: Presente Cianferoni anche per Ceolan, Presidente.
PRESIDENTE: Grazie.
Barranca Giuseppe: rinunciante fino al 06/12. Difeso dall'avvocato Barone di Palermo.
AVV. Cianferoni: Da me sostituito, Presidente, per nomina a sostituto in atti, avvocato Cianferoni.
PRESIDENTE: Grazie.
Benigno Salvatore, dovrebbe essere presente.
IMPUTATO Benigno: Sì, presente.
PRESIDENTE: Grazie. Avvocato Farina e avvocato Maffei.
AVVOCATO Maffei: Solo l'avvocato Maffei, ma anche in sostituzione dell'avvocato Farina.
PRESIDENTE: Benissimo.
Brusca Giovanni: è rinunciante. Avvocato Ligotti e Falciani.
AVVOCATO Falciani: Presente quest'ultimo, Presidente.
PRESIDENTE: Avvocato Falciani, ma non la vedo.
AVVOCATO Falciani: Presente.
PRESIDENTE: Ah, grazie.
Calabrò Giovacchino: è presente. Difeso dagli avvocati Gandolfi, Fiorentini e Cianferoni sostituto processuale.
AVV. Cianferoni: Sostituto processuale di entrambi. Presente.
PRESIDENTE: Grazie.
Cannella Cristoforo: rinunciante fino al 06/12. E' difeso dagli avvocati Di Peri di Palermo, Rocchi e Cosmai.
AVV. Passagnoli: Presidente, non ci sono. Avvocato Passagnoli in sostituzione di Rocchi, temporaneamente, arriverà tra poco.
PRESIDENTE: Va bene, grazie.
Carra Pietro: rinunciante. Difeso dall'avvocato Cosmai.
AVVOCATO Batacchi: Sostituito dal dottor Massimo Batacchi.
PRESIDENTE: E' sostituito solo per oggi?
AVVOCATO Batacchi: Sì, dovrebbe arrivare.
PRESIDENTE: Grazie.
Di Natale Emanuele: contumace. Difeso dall'avvocato Civita Di Russo, avvocato Gentili di Roma, avvocato Falciani sostituto processuale. C'è l'avvocato Falciani?
AVVOCATO Falciani: Presente.
PRESIDENTE: Grazie.
Ferro Giuseppe, mi pare che ci sia. C'è laggiù? Fero Giuseppe c'è? I Carabinieri mi possono dire per favore se Ferro Giuseppe è presente?
(voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Se non me lo dite io di qui non lo vedo, neanche un occhio da falco vede là perché c'è la separazione. Difeso dall'avvocato Anania di Palermo.
AVV. Cianferoni: Presidente, sono l'avvocato Cianferoni. L'avvocato Anania sta arrivando con l'aereo. Per il momento posso sostituirlo.
PRESIDENTE: Benissimo.
Ferro Vincenzo: contumace. Avvocato Traversi, mi sembrava di averlo visto.
AVVOCATO Traversi: Sono quaggiù.
PRESIDENTE: E avvocato Gennai.
AVVOCATO Gennai: Sì.
PRESIDENTE: Presenti entrambi.
Frabetti Aldo: è presente. E' difeso dall'avvocato Monaco, avvocato Roggero, sostituto processuale e avvocato Usai. Chi è presente? Non c'è nessuno dei tre? Li sostituisce l'avvocato Stefani, per favore, provvisoriamente.
Giacalone Luigi: presente. Difeso dall'avvocato Dieci di Arezzo e avvocato Florio, sostituto processuale, c'è?
AVVOCATO Bennati: Sono la dottoressa Bennati, in sostituzione dell'avvocato Dieci, la nomina è già in atti.
PRESIDENTE: Grazie. Ma a nomina come sostituto?
AVVOCATO Bennati: Sì, come sostituto.
PRESIDENTE: Giuliano Francesco: rinunciante fino al 06/12. Avvocato Farina di Palermo. C'è qualcuno che lo sostituisce?
AVVOCATO Pepi: Sostituisco io l'avvocato Farina, avvocato Pepi.
PRESIDENTE: Grazie.
Graviano Filippo: non c'è, vero, mi pare.
AVVOCATO Gramigni: (voce fuori microfono)
PRESIDENTE: E' rinunciante Graviano?
AVVOCATO Gramigni: (voce fuori microfono)
PRESIDENTE: E' arrivata? Qui non è arrivata nessuna notizia, avvocato. Faremo accertamenti. Comunque i difensori, avvocato Oddo e avvocato Gramigni. C'è l'avvocato Gramigni per entrambi.
AVVOCATO Gramigni: Anche in sostituzione.
PRESIDENTE: Graviano Giuseppe: anche questo pare che non ci sia. Difeso dagli avvocati Di Salvo di Palermo, avvocato Pepi...
AVVOCATO Pepi: Anche in sostituzione di Salvo.
PRESIDENTE: A avvocato Ciuffi, sostituto processuale.
AVVOCATO Pepi: Sì.
PRESIDENTE: A lei risulta qualcosa per Graviano Giuseppe?
AVVOCATO Pepi: Io credo che non abbia rinunciato, però non lo so con certezza.
PRESIDENTE: Non ha notizie precise. Verificheremo anche per questo.
Grigoli Salvatore: latitante. Avvocato Stefani, presente.
Lo Nigro Cosimo: rinunciante fino al 29/11. Avvocati Fragalà, Florio di Firenze, Alì sostituto processuale. Chi è presente?
AVVOCATO Alì: (voce fuori microfono)
L'avvocato Alì.
PRESIDENTE: Alì?
AVVOCATO Alì: (voce fuori microfono)
Sì.
PRESIDENTE: Grazie.
Mangano Antonino: è presente.
IMPUTATO Mangano: Presente.
PRESIDENTE: Avvocato Farina di Palermo, avvocato Maffei.
AVVOCATO Maffei: Sissignore.
PRESIDENTE: Per entrambi.
Messana Antonino: contumace. Avvocato Amato di Roma e avvocato Cardinale di Marsala. Da chi è sostituito? C'è qualcuno dei due?
AVVOCATO Gramigni: Presidente, da quello che mi risulta Messana dovrebbe essere difeso anche dall'avvocato Bagattini di Firenze.
PRESIDENTE: Ah, benissimo, a me non mi risultava. Allora, questo è Messana Antonino, avvocato Bagattini, ma è presente?
AVVOCATO Gramigni: Non lo vedo, comunque lo posso sostituire io signor Presidente.
PRESIDENTE: Benissimo, avvocato Gramigni.
AVVOCATO Gramigni: Grazie.
PRESIDENTE: Messina Denaro: è contumace. Difeso dagli avvocati Natali di Firenze e Cardinale di Marsala. C'è nessuno per costoro? L'ho già chiamato? Mah, va be'.
Pizzo Giorgio.
IMPUTATO Pizzo: Presente.
PRESIDENTE: Presente. Avvocato Salvo di Palermo e Pepi che è presente per entrambi.
AVVOCATO Pepi: Anche in sostituzione di Salvo.
PRESIDENTE: Benissimo. Chi parla?
IMPUTATO Pizzo: (voce fuori microfono)
Io, Pizzo.
PRESIDENTE: Pizzo, dica.
IMPUTATO Pizzo: Intendevo fare la rinunzia per domani.
PRESIDENTE: Vuole fare una rinuncia a comparire domani?
IMPUTATO Pizzo: Sì, sì.
PRESIDENTE: Benissimo. Pizzo Giorgio...
IMPUTATO Pizzo: Soltanto per la giornata di domani.
PRESIDENTE: Solo per l'udienza di domani rinuncia a comparire.
IMPUTATO Pizzo: Grazie.
PRESIDENTE: Provenzano Bernardo: latitante. Difeso dagli avvocati Traina di Palermo e Passagnoli di Firenze.
AVV. Passagnoli: Sono presente, signor Presidente. Avvocato Passagnoli.
PRESIDENTE: Grazie.
Riina Salvatore: è presente mi pare, vero? Non ha fatto neppure rinuncia vero?
AVV. Maffezzoli: Signor Presidente, buongiorno.
PRESIDENTE: Chi parla?
AVV. Maffezzoli: Sono l'avvocato Maffezzoli, sostituto processuale di Fileccia e Grillo. Mi era stato comunicato che rinunciava per oggi perché è impegnato nel processo a Caltanissetta. Non so se risulta agli atti.
PRESIDENTE: No, agli atti per ora non risulta, comunque ovviamente noi verificheremo prima che l'udienza prosegua.
AVV. Maffezzoli: Grazie.
PRESIDENTE: Santamaria Giuseppe: libero, contumace. Avvocato Batisti di Roma, avvocato Usai di Roma, Roggero sostituto processuale. E' presente qualcuno? Lo sostituisce lei per favore, provvisoriamente, avvocato Maffezzoli?
AVV. Maffezzoli: Va bene.
PRESIDENTE: Scarano Antonio: rinunciante fino a quando è necessario. Difeso dall'avvocato Fortini di Firenze.
AVVOCATO Batacchi: Sostituito dal dottor Massimo Batacchi.
PRESIDENTE: Batacchi?
AVVOCATO Batacchi: Sì.
PRESIDENTE: E' un sostituto processuale?
AVVOCATO Batacchi: Sì, da nomina in atti.
PRESIDENTE: Scarano Massimo: contumace. Difeso dall'avvocato Condoleo di Roma e Cianferoni di Firenze, che è presente anche per Condoleo.
Spatuzza Gaspare: latitante. Avvocato Farina di Palermo. Chi lo sostituisce?
AVVOCATO Pepi: (voce fuori microfono)
Avvocato Pepi.
PRESIDENTE: Avvocato Pepi?
AVVOCATO Pepi: Sì.
PRESIDENTE: Grazie.
Tudino Vittorio: rinunciante fino al 06/12. Difeso dagli avvocati Gallina di Palermo, Di Benedetto di Palermo e Passagnoli di ufficio, che è presente.
AVV. Passagnoli: Sì, sono presente, signor Presidente.
PRESIDENTE: A questo punto bisogna che sospendiamo l'udienza per verificare la posizione di questi due o tre presunti rinuncianti.
<< DOPO LA SOSPENSIONE >>
PRESIDENTE: Allora, abbiamo avuto conferma dal carcere di Palermo che sia i due fratelli Graviamo come Riina hanno rinunciato a comparire. Quindi possiamo andare avanti.
Va dichiarato aperto il dibattimento e prima di dare la parola al Pubblico Ministero devo avvertire gli imputati che sono presenti, ovviamente l'avvertimento vale anche per quelli che non sono presenti, che in ogni momento possono fare dichiarazioni in ordine alle accuse che li riguardano.
Il P.M. può prendere la parola.
Dica avvocato.
AVVOCATO Stefani: Avvocato Stefani. Chiedevo alla Corte se aveva deciso sulla istanza.
PRESIDENTE: Non l'abbiamo deciso, ma ne stavamo parlando in Camera di Consiglio ora, quando abbiamo il fascicolo relativo penso che prenderemo in mattinata la decisione.
AVVOCATO Stefani: Grazie.
PRESIDENTE: Devo anche dare comunicazione che è pervenuta, perché diretta a me, una lettera a firma di Di Marco, e poi non so dire come sia il nome, che fa certe accuse, non so quanto fondate, in ordine ai fatti di cui oggi ci occupiamo e che ovviamente devono essere fatte conoscere sia al Pubblico Ministero che a tutte le altre parti. Eventualmente ne fa qualche fotocopia e la consegna al Pubblico Ministero e ai difensori che vogliono prendere visione.
Allora, il Pubblico Ministero può iniziare la sua relazione.
PUBBLICO MINISTERO: Il processo comincia oggi, potrei proprio esordire con queste semplicissime e banalissime parole. Comincia oggi perché si comincia a parlare dei fatti del processo. C'è una disposizione del Codice che assegna appunto al Pubblico Ministero il compito di illustrare concisamente - il Codice adopera questo avverbio - i fatti oggetti delle imputazioni. E quindi quanto ci accingiamo a fare, il dottor Nicolosi ed io, ovviamente dovremo dividerci in qualche modo la fatica perché concisamente rimane un impegno, oltre che essere in qualche modo un obbligo, però è un impegno e un obbligo che devono dimensionarsi rispetto alla realtà obiettiva del processo. E quindi se l'esposizione introduttiva normalmente non chiede molto tempo, non chiede nemmeno un eccesso di attenzione da parte di chi la segue, forse questa volta io debbo chiedere, anche se la richiesta è inutile o superflua per meglio dire, un po' di pazienza.
Ecco, c'è un nucleo centrale del processo che è rappresentato proprio dai fatti intesi in senso materiale, per così dire. Quindi, dovendo illustrare l'oggetto dell'imputazione, il Pubblico Ministero deve illustrare i fatti. Per fatti che cosa si intende? Si intende che cosa è accaduto, nei luoghi e nelle date di cui parla l'imputazione, qualche volta addirittura bisognerà parlare anche dei minuti e per non dire addirittura dei secondi, che tipo di fatti si sono verificati, quale è stata la loro portata effettiva, quali le conseguenze. Noi parliamo di strage in questo processo, cioè principalmente parliamo delle imputazioni di strage, ma nel capo di imputazione non si parla solamente dell'articolo 422, quello che descrive il reato di strage, si parla in più di un caso del reato di devastazione, oltre che di reati in tema di esplosivi e altri reati accessori. Ecco la necessità quindi anche di parlare non solo di che cosa è successo, ma anche della qualità degli avvenimenti, la loro portata. E, sempre per continuare a parlare dei fatti intesi in senso materiale, dovremo parlare degli imputati: qual è il rapporto che collega gli imputati a questi avvenimenti. E dovremo ancora occuparci sia della ragione per la quale è successo quel che è successo, sia di coloro che questi fatti in qualche modo hanno voluto. Ecco, questo è il nucleo centrale, ripeto, del compito che il Pubblico Ministero si accinge ad affrontare: illustrare concisamente queste realtà di ordine proprio materiale, di ordine storico. Però, io credo sia opportuno, prima di iniziare a rappresentare questi fatti e queste realtà, di invitare la Corte ha soffermarsi su alcune considerazioni che apparentemente stanno fuori dal processo - diciamo pure, tradizionalmente - stanno fuori dai processi. Ma, data quella che con eufemismo, o con un'espressione convenzionale, possiamo definire la singolarità di questo processo, data appunto la singolarità di questa vicenda giudiziaria, io credo che si addica anche introdurre degli argomenti che vogliono proporsi come oggetto di riflessione, inconsueti. Il più inconsueto dei quali è senz'altro la spiegazione della ragione della presenza del Pubblico Ministero in quest'aula: in che senso? Perché noi vorremmo - ma in quello che io mi accingo a dire più che altro intendo rappresentare la filosofia del ruolo che il Pubblico Ministero si assegna in questo processo - ecco io vorrei appunto, attraverso queste poche considerazioni che mi accingo a fare, vorrei per così dire guardare più avanti, guardare al processo. E' costume affermare che davanti al Giudice, il Pubblico Ministero ci sta in quanto elemento di una simmetria. Il Pubblico Ministero è l'accusa, l'imputato è l'altro elemento di questa simmetria. Simmetria rispetto al Giudice, l'equidistanza delle parti davanti al Giudice. E questa è, non solo caratteristica del processo accusatorio, ma è anche un'affermazione, dogmaticamente, esatta. Però è una schematizzazione anche che a me pare in qualche modo insufficiente perché in questo processo, ma anche in tutti gli altri processi, non è sufficientemente descrittivo affermare che il Pubblico Ministero si muove, per così dire, solo per contrappuntare o per dialettizzarsi con le ragioni di difesa degli imputati. Il Pubblico Ministero non si materializza davanti al Giudice nel momento in cui compare l'imputato perché non nasce dal nulla e non esce di scena, non rientra nel nulla nel momento stesso in cui l'accusato si congeda dal Giudice. Perché il Pubblico Ministero e l'imputato, l'accusa e la difesa hanno un'ispirazione, pur essendo equidistanti davanti al Giudice, diversa.
Detta paradossalmente, l'imputato è una variabile del processo, o perlomeno riassume una serie di variabili. L'imputato ci può essere fisicamente e può non esserci. Può esserci a piede libero, può esserci perché detenuto. Da detenuto può rinunziare a comparire, dalla situazione di piede libero può essere contumace, può non esserci perché è un latitante, può esserci attraverso una designazione fiduciaria di un difensore, può disinteressarsi anche di designare fiduciariamente un proprio difensore.
Ecco, il Pubblico Ministero non si commisura, non può farlo, a questa variabile, o a questo assieme di variabili che si condensano nella figura dell'imputato. Sia l'imputato inerte, ovverosia un protagonista capace di iniziative articolate condotte anche di persona. Il Pubblico Ministero rimane costituito in doveri che sono questi dati non variabili. Dati non variabili che concretizzano altrettanti impegni che il Pubblico Ministero ha nei confronti del Giudice e nei confronti dello stesso imputato, per non parlare delle parti civili, per non parlare degli interessi di ordine pubblico che possono delinearsi in un processo come sicuramente questo è.
Il Pubblico Ministero, si potrebbe dire con una espressione che forse aiuta a capire, essenzialmente deve essere all'altezza delle buone ragioni dell'accusa per far sì che se queste ragioni sono buone, effettivamente, divengano capaci di trasformare il materiale d'accusa nella prova della verità storica, dei fatti e delle responsabilità. Ecco, siccome il dottor Nicolosi e io, ma credo sempre il Pubblico Ministero si trovi esattamente identificato in questo ruolo se comprende puntualmente la sua ragione istituzione, ecco se questa è una premessa esatta, come siamo convinti che sia, ecco il Pubblico Ministero davanti a questo Giudice non si farà mai influenzare, in senso neutro è ovvio, da sollecitazioni diverse da quelle che hanno la loro origine, ma anche il loro scopo nell'accertamento delle responsabilità penali per questi fatto. Perché dico che l'accertamento delle responsabilità penali, che è come dire l'accertamento della verità, rappresenta nello stesso tempo l'origine e la finalità del ruolo del Pubblico Ministero? Perché il Pubblico Ministero, che, ripeto, non nasce dal nulla, nasce - se l'espressione può esser consentita - nasce dalle indagini preliminari. Indagini durante le quali si è perseguito, istituzionalmente e fisiologicamente, un solo obiettivo: quello di rintracciare i profili di verità storica del fatto, dal punto di vista oggettivo e dal punto di vista soggettivo. Ma le indagini preliminari non hanno, di solito, ordinariamente, lo scopo di produrre una sentenza. Servono solo a individuare gli strumenti, i mezzi di prova che utilizzati nel dibattimento dal Pubblico Ministero forniranno al Giudice le conoscenze indispensabili per pronunziare la sua sentenza. Ecco perché il Pubblico Ministero parte da una ricerca della verità che ha compiuto nelle indagini preliminari per arrivare ad una affermazione della verità attraverso una nuova elaborazione di tutti gli strumenti disponibili nel corso del dibattimento. Queste indagini preliminari sono state il frutto di un lavoro abbastanza complesso, condotto non solo da questo ufficio del Pubblico Ministero. In una prima fase le indagini per la strage di via Fauro, per quella di via Palestro, per quelle, chiamiamole così, alle chiese di Roma, sono state condotte da altri uffici del Pubblico Ministero. Le indagini sulla vicenda di Formello è stata condotta fino al luglio del '95 da un altro ufficio del Pubblico Ministero, da parte del Pubblico Ministero di Roma. Mentre per gli altri episodi, quelli che precedono cronologicamente la vicenda di Formello, questo ufficio è stato investito delle indagini fra dicembre del '94 e gennaio del '95, dal luglio del '95 anche la vicenda di Formello è entrata a far parte del lavoro della Procura della Repubblica di Firenze. Ecco, le indagini preliminari sono state essenzialmente il frutto di un lavoro articolato, un lavoro continuo svolto dalla Polizia Giudiziaria.
Ecco, esse hanno avuto come filo conduttore, come ago della bussola, l'esigenza di penetrare, sviscerare, ricostruire la realtà dei fatti, la necessità di fare emergere la verità storica e immediatamente quella di mettere a disposizione i mezzi per provare questa verità davanti al Giudice. Quando illustreremo le prove, quelle di cui chiederemo l'ammissione, io penso che daremo la dimostrazione per la sola tipologia delle prove che andremo ad indicare, la migliore dimostrazione anzi, che questo processo non nasce né da teoremi né da priori.
Quando si dissertava nella fase delle questioni preliminari - io non mi ricordo esattamente quale problema - ho sentito pronunziare il termine teorema, ho anche sentito pronunziare il termine disegno. Se disegno vuol dire progetto, se progetto vuol dire progetto accusatorio, progetto di dimostrazione in un metodo accusatorio accetto e accettiamo questa esemplificazione. Se disegno vuol dire teorema e tutte le volte comunque in cui la parola teorema è stata pronunziata, una o più che siano, bene, questa è una definizione, questa è una terminologia assolutamente estranea alla filosofia di lavoro di questo ufficio.
Nelle indagini non c'è stata una tesi precostituita, bensì sempre e solamente una regola laica e mai ideologica: quella di individuare ogni spunto investigativo che avesse una qualche concreta compatibilità, non una astratta compatibilità, una concreta compatibilità con i fatti.
Regola quindi quella di elaborare e verificare continuamente lo spunto investigativo e infine valorizzarlo alla sola condizione che concretezza e compatibilità si fossero, strada facendo, rafforzate fino ad alludere non reversibilmente alla dimensione della prova.
Ecco, enucleare i mezzi di prova durante le indagini preliminari, farli ratificare da una pronunzia di un Giudice che si è soffermato sulla richiesta di rinvio a giudizio, questo è il ponte di collegamento dalla indagine preliminare al giudizio. L'enucleazione dei mezzi di prova: compito del Pubblico Ministero; la ratifica del mezzo di prova compito del Giudice dell'udienza preliminare. E i provvedimenti cautelari sono compito del Giudice delle indagini preliminari.
Questo è il ponte che collega le indagini preliminari al giudizio. Noi ci troviamo esattamente al termine di questo ponte e cominciamo ad avventurarci nella strada verso la quale orienta questo ponte.
Il Pubblico Ministero oggi presenta sicuramente un processo singolare. Io direi, ma credo chiunque lo potrebbe dire, che si tratti di un processo unico nella storia giudiziaria di questo Paese. E che intanto mette addosso emozione. La mette a chi parla, la mette cioé a me.
Perché è un processo unico? Perché è la prima volta che in un'aula di giustizia vengono portati sette fatti di stragi. Verificatisi, questi fatti, in tre città diverse, nell'arco di 11 mesi. Cinque volte, questi fatti, hanno portato spargimento di sangue, due volte non lo hanno provocato.
Tre città sono state scosse, una città per ben quattro, volte dal rombo devastante dell'esplosivo. Per settimane e per mesi, qui a Firenze dopo anni, le città hanno mostrato sotto gli occhi di tutti le loro ferite.
Per interi quartieri sono stati necessari giorni e giorni prima che la vita ricominciasse a scorrere con una qualche regolarità a ferite ancora aperte. Prima cioè che le persone potessero riprendere a svolgere nelle loro abitazioni, nei loro quartieri, le consuetudini e gli impegni di vita ordinari. In quei quartieri, in quelle città, anche in questa città, il delitto ha materializzato i suoi effetti con una concretezza inconsueta. Con quella che potremmo chiamare una invasibilità omni direzionale assolutamente irripetibile.
Guardino, di regola i delitti anche più gravi non si insinuano, non si infiltrano più che tanto nel tessuto sociale. In genere nemmeno nel tessuto sociale ristretto che fa da scenario al delitto.
Ecco, il delitto di regola è espulso, è rifiutato, è rimosso anche dallo scenario ristretto nel quale si è materializzato. Questi delitti, io credo, io sento nella coscienza, invertono, hanno invertito questa che se non è una regola è comunque una massima prevalente di esperienza.
Nella maggior parte dei casi, direi, il delitto è solo occasionalmente legato al tempo e al luogo in cui lo si commette. Nell'omicidio sarà importante e indispensabile .... ; dell'omicidio sarà importante e indispensabile la vittima. Ma è una variabile il come, il quando sarà uccisa. Il luogo e il tempo del reato sono spesso una variabile dipendente.
Invece noi ci troviamo davanti a delitti nei quali il territorio, quindi il luogo di realizzazione, ma anche l'ora di realizzazione, rivelano un significato ed una ragione essenziale. Basta loro considerino la contemporaneità di tre fatti di strage nella notte tra il 27 e il 28 luglio di tre anni fa a Milano e a Roma. La essenzialità del tempo e del luogo. Ecco perché non si può applicar -quella che più o meno inconsapevolmente finisce per affermarsi nel procedere degli eventi- la regola della espulsione, del rifiuto del delitto. Dell'accantonamento anche della memoria storica del delitto.
Questi sono delitti che respingono una reazione di questo genere, che si negano ad una reazione di questo genere.
Anche se, come dicevo, sono delitti fortemente e ragionevolmente territorializzati, tuttavia direi che è sbagliato, sarebbe sbagliato, pensare o definire questo processo come un processo per fatti locali, ovvero di un processo per una serie di fatti locali. Così come riterrei impropria la definizione di questo processo come un processo trans-cittadino o trans -regionale. E' un processo che ha scenari, visibili, ancora più ampi dei confini di tre regioni, quelle sulle quali si è abbattuta la strage. Anzi, quattro regioni, perché la regione di Sicilia è una componente indispensabile del nostro discorso.
Sono scenari ancora più ampi.
E' un processo - io l'affermo con piena pacatezza di spirito e senza quindi retorica alcuna - è un processo che ha molti profili di sovranazionalità.
Vedano, come tutti sanno e come tutti ricordano, venti giorni fa in questa città si è celebrato, si è solennizzato il trentesimo anniversario dell'alluvione, fatto la cui dimensione sovrannazionale, qualche volta retoricamente - ma da buon fiorentino non me ne dispiaccio -, è stata affermata e ripetuta nel corso dei decenni.
Ma io credo che questa volta, davanti a vicende di questo genere, siamo a maggior ragione tenuti a parlare di una dimensione sovrannazionale dei fatti.
E' chiaro che non si tratta di una dimensione sovrannazionale perché nella strage di via Palestro è morto un cittadino del Marocco, o perché un cittadino dell'Indonesia è rimasto ferito nella strage di via Fauro. Perché un cittadino dell'Etiopia è rimasto ferito nella strage di via Fauro, anch'egli; perché un cittadino di Francia è rimasto ferito nella strage di via dei Georgofili; perché un cittadino dell'Argentina e uno del Brasile sono stati feriti in via Palestro; perché nelle stragi delle chiese sono rimasti feriti cittadini del Belgio e dell'Olanda. Non è questa la sovranazionalità di questi fatti e quindi di questo processo.
Io sento, noi sentiamo, questa dimensione nella sovranazionalità del danno, del danno ultimo, del danno vero. Inteso il danno, il danno vero, in una dimensione probabilmente meno tangibile rispetto ai criteri un po' empirici, un po' epidermici, con i quali alimentiamo le nostre valutazioni.
Il danno, quello vero, è quello che coniuga alla incolumità, offesa anche fino al sacrificio definitivo, della incolumità delle persone, alla integrità, offesa, dei beni, di quelli materiali e di quelli non materiali, un'offesa diversa, un'offesa sovrannazionale. Ai simboli ed ai santuari della religione, quale essa sia; sovrannazionale questa offesa com'è sovrannazionale l'offesa ai simboli, alle testimonianze della storia. Ai simboli e alle testimonianze dell'arte.
La religione, quale essa sia, con i suoi simboli, con i suoi santuari, non è patrimonio di alcuna persona, fa parte del patrimonio dell'umanità. E' la dimensione della spiritualità, come l'arte è una dimensione della spiritualità. La storia è la dimensione dell'esistenza.
Non vi è una proprietà privata né sulla storia, né sull'arte, né sulla religione. La storia, per definizione, è storia per e di tutta l'umanità, anche nei suoi segmenti minori. L'arte è un patrimonio nobilissimo, lo ripeto, di tutta l'umanità.
Per rendersi conto di questo non occorre far mente locale sulle statistiche più o meno mensili delle presenze di turisti di tutto il mondo a Firenze o a Roma; delle visite nei musei o nelle chiese. Io credo che sia sufficiente consultar le proprie coscienze per rendersi conto che religione, storia, arte, sono complessivamente il codice genetico di ciascuno di noi. Di identificativo profondo di ciò che ciascuno di noi è. Ed è quel codice che ci legittima come appartenenti all'umanità. Non a quella di oggi e nemmeno a quella che popolava - più o meno è la stessa - questo pianeta quando questi fatti si sono verificati: tre anni e più, fa. All'umanità di sempre, all'umanità di tutti: dei nostri contemporanei e dei nostri predecessori, anche dei più lontani.
Non sbaglierebbe certo per eccesso chi volesse definire questo processo come un processo per offesa all'umanità.
Se si scorrono mentalmente le pagine della storia di questo Paese degli ultimi decenni, non troviamo altre vicende che presentino questi stessi caratteri, caratteri che noi possiamo cominciare a rapportare ad alcuni elementi, ad alcuni dati, che nel processo ancora sono embrionali. E per voi Giudici sono doverosamente nella dimensione di una serie di interrogativi.
Questi fatti che io -credo senza alcuna forzatura- definisco offesa all'umanità, hanno alle loro spalle:
- una organizzazione che è stata fortemente e tenacemente radicata nel nostro Paese con i suoi ordinamenti interni, le sue gerarchie, le sue regole di comportamento. La pratica della sopraffazione e della violenza, come tratto distintivo ed inconfondibile di questa organizzazione e assieme a questa la pratica dell'opportunismo, ovvero condizionamento, se ci piace più questo termine, dispiegato in maniera incruenta e dosandolo con quello della violenza, nei confronti dei poteri legittimi, di tutti i poteri costituiti nella Repubblica.
- L'esportazione di questa pratica della sopraffazione e del sangue nel territorio continentale dello Stato nel biennio '93/94. E non è la prima volta che questo succede.
- La concretizzazione di questa pratica in questo biennio, attraverso l'approntamento di moduli organizzativi ed operativi che sono stati interpretati ed attuati in primo luogo da uomini fidati e pronti a tutto, ovvero, per l'attuazione dei quali, si è fatto ricorso comunque a persone che la propria disponibilità non avrebbero negato.
E allora questi fatti, che io continuo a chiamare fatti di offesa all'umanità, si coniugano ad una organizzazione che io non mi perito in alcun modo a considerare abbia agito come una formazione di tipo militare, come un esercito che si è avventato nelle vie e nelle piazze delle città con furia distruttrice, deliberatamente insensibile, deliberatamente insensibile alla differenza che c'è tra gli esseri umani e le cose. Cioè a dire che ha messo sullo stesso piano gli esseri umani e un marciapiede; gli esseri umani e un fabbricato; gli esseri umani e un'automobile in sosta. E che tuttavia, ad onta di questa deliberata cecità, ha razionalmente valutato e calibrato la portata dell'offesa alle memorie e ai simboli dell'umanità nello stesso contesto in cui razionalmente, lucidamente, indirizzava la propria capacità di sangue nei confronti di un conosciuto uomo di televisione e nei confronti di uno che aveva deciso di infrangere la più importante delle regole di quella organizzazione.
Ecco, di una furia distruttrice siffatta, è doloroso dirlo, il passato di questo Paese ci consegna pochi precedenti: quello delle orde barbariche. E nel nostro secolo, solo degli eserciti in tempo di guerra. E di uno, in particolare tra quanti hanno spadroneggiato, hanno praticato lo sterminio per le strade e per le contrade del nostro Paese.
Retorica, forzatura? Non direi. Mi si passi l'espressione che non vuol essere sarcastica, continua ad essere amara: non c'è differenza tra il capo di imputazione e un bollettino in tempo di guerra: cinque i morti di via Georgofili, cinque morti in via Palestro, 24 feriti di via Fauro, 38 quelli di via Georgofili, 12 quelli di via Palestro, 22 i feriti di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro. Dieci morti e 106 feriti.
E quanti fabbricati sventrati! Quelli che hanno preso fuoco, i tetti che sono crollati, le case che sono rimaste inabitabili. E chi può calcolare, anche solo approssimativamente, le ferite dei sentimenti, degli affetti, le ferite dello spirito ?
Signor Presidente, nella sua esperienza, in quanti processi le notifiche alle persone offese si sono fatte per pubblici proclami?
Il Pubblico Ministero è un elemento indispensabile della vicenda processuale. Non lo sono le persone fisiche che rappresentano l'ufficio del Pubblico Ministero.
Il dottor Nicolosi ed io siamo due Magistrati ai quali, per ragioni diverse che perfettamente è inutile rappresentare alla Corte, rappresentano un ufficio che ha il dovere di avere una visione complessiva, una visione di profondità, a tutto spessore, del processo di cui si deve occupare.
Questa è la ragione per la quale ho inteso ricordare, e mi sembra che ce ne sia bisogno, che cos'è questo processo.
Cambiamo scenario e proviamo ad avvicinarci a quelli che potremmo chiamare i moduli operativi del processo. Il processo si fa essenzialmente con il Codice, lo si deve fare necessariamente con il Codice, ma il processo richiede qualche cosa che nessun Codice potrà mai codificare, potrà mai definire.
Il processo si fa, il lavoro giudiziario si compie in un'aula di Corte come in un'aula di Tribunale, come in un'aula di Pretura, anche utilizzando metodi, modelli di osservazione e di analisi che non potrebbero mai essere codificati. E questo processo suggerirà, stimolerà più e più volte il ricorso di moduli, di modelli, di strumenti. Non parlo dei moduli formali, non parlo dei modelli codicistici, parlo dei modelli mentali.
Non c'è niente di misterioso in quello che sto dicendo, non c'è niente di particolare. Sto altro che esprimendo, con le parole che mi vengono, quello che è un'operazione che continuamente ciascuno di noi compie. E cioè la varietà delle forme e dei moduli di osservazione e di analisi di una realtà.
Quanto più una realtà è complessa, quanto più una realtà si distribuisce su tempi, su luoghi diversi, tanto più occorre esercitare e sperimentare soprattutto un'attenzione e una analisi che sia capace di cogliere, in tempi e in situazioni geografiche e personali diverse, gli elementi di connessione, gli elementi di raccordo, gli elementi di compatibilità, gli elementi di incompatibilità.
Perché dico questo? Perché ci stiamo avvicinando a parlare delle prove di questo processo. Cioè a dire dei mezzi di prova che il Pubblico Ministero vuole indicare.
C'è una celebre definizione della chimica che spiega come si tratti di una scienza fondata sull'analisi combinatoria degli atomi. Ecco, il processo, applicando questa definizione, è la raccolta e l'analisi combinatoria della prova.
Ora mi preme di più soffermarmi sul secondo dei termini: l'analisi. Perché? Perché l'analisi combinatoria della prova è l'unico strumento consentito e praticabile che permette di sostituire un insieme indifferenziato e quindi povero di conclusioni con una serie di insiemi intrinsecamente coerenti e globalmente coordinati.
In quanto tali, quindi, capaci di fornire una serie di rappresentazioni attendibili ed esaurienti.
E' una sorta di raccomandazione che io faccio a me stesso; è una sorta di raccomandazione che con il dottor Nicolosi ci siamo fatti dal momento in cui ci preparavamo - ed è stato un momento lungo - ad illustrare oggi il processo e le prove.
Bisogna cercare, davanti a questa moltitudine di elementi, bisogna cercare - ripeto - di facilitare al massimo il processo di trasformazione dell'indifferenziato al differenziato; dal non selezionato al selezionato; dall'allontanamento compatibile allo strettamente compatibile; dallo scoordinato al coordinato.
Ecco, se il dottor Nicolosi ed io non riuscissimo ad anticipare in maniera coordinata, coerente, efficace, influente, tutto il materiale di prova, verremmo meno ad un dovere. Ma questo venir meno non sarebbe fine a se stesso, perché incorreremmo, potremmo incorrere in una sanzione che ci comminerebbe la Corte non ammettendoci le prove.
E' vero che il Giudice sanziona negativamente una richiesta di prova solo quando, a parte il caso della prova vietata per legge, la prova si presenti manifestamente superflua o irrilevante. Ma è vero, comunque è vero che un "fumus" di pertinenza e di rilevanza il Pubblico Ministero lo deve documentare. Presumendo doverosamente essere il Giudice inconscio di ogni tipo di reazione che può intercorrere tra un fatto e un imputato.
Il Pubblico Ministero è tenuto a denunziare e in qualche modo a documentare questo "fumus" di pertinenza e di rilevanza delle prove.
Da qui appunto, ripeto, la necessità di fornire il diagramma di questo progetto, che mira a sostituire l'indifferenziato con il differenziato, il non selezionato con il selezionato, il genericamente pertinente con lo specificamente pertinente.
E da dove potevamo cominciare? Probabilmente da nient'altro che da una serie di coordinate di ordine generale. Coordinate che, ad una ad una, formano oggetto di una richiesta di documentazione, o richiesta di prove che dir si voglia. E queste coordinate, di ordine generale, io credo che vadano incentrate su quello che è il baricentro del processo, il baricentro concettuale del processo; dopo essere stato il baricentro storico dei fatti. Questo baricentro è costituito da un soggetto criminale collettivo. Vale a dire un'organizzazione criminale nota con la denominazione Cosa Nostra.
E' questa l'organizzazione che, attraverso determinate persone, ha ideato e deliberato questi delitti; è questa l'organizzazione che, attraverso determinate persone, li ha realizzati; è questa l'organizzazione alla quale hanno appartenuto, o appartengono, o con la quale comunque hanno avuto rapporti, gli imputati.
Le ragioni di questi delitti le ha elaborate Cosa Nostra, questi delitti sono stati eseguiti da Cosa Nostra.
Questi imputati sono quel soggetto collettivo criminale. In altre parole, è per il loro legame con questo soggetto collettivo criminale che hanno commesso i reati oggetto dell'imputazione. E allora, se hanno un ruolo centrale, la materialità dei fatti, i comportamenti individuali che andranno ricostruiti non solo sul piano esecutivo, ma anche quello organizzativo - organizzativo in senso lato, organizzativo in senso stretto, organizzativo da lontano, organizzativo sul campo, che dir si voglia -, non dovremo mai perdere di vista, il Pubblico Ministero non perderà mai di vista il soggetto criminale collettivo che ha costituito, mi si perdoni la citazione, il "primum movens" dell'intera stagione delle stragi.
Quel capo di imputazione, che aveva suscitato una censura perché era sospettabile di inconcludenza, in quanto ripetitivo, quel capo di imputazione invece era, e rimane, deliberatamente modulare. Modulare perché ogni fatto di strage deriva da un codice genetico unico; ogni episodio appartiene ad un piano criminoso; questo piano criminoso è il prodotto di una deliberazione, e di una attuazione, il cui referente comune è costituito da una associazione mafiosa; questa associazione ha perseguito determinate finalità. Ciascuno degli imputati ha intrattenuto rapporti con l'associazione, e ciascuno degli imputati ha contribuito.
Non sto facendo la ripetizione di quello che ho detto fino ad un minuto fa. Sto semplicemente riassumendo come è strutturato il capo di imputazione, per spiegare perché le coordinate di ordine generale, che mi accingo a dare, devono incentrarsi su quello che io convintamente ritengo essere il baricentro dell'intera vicenda: della vicenda delle stragi, tre anni fa; della vicenda del processo, oggi.
Il capo di imputazione indica cinque fattori di caratterizzazione, quelli che ho elencato un attimo fa. Vi è consenzialità tra tutti, non avrebbe senso un processo portato, un'accusa portata davanti a una Corte in cui non si fosse messo in primo piano l'uno, l'altro, l'altro e l'altro ancora di questi cinque fattori di caratterizzazione. Potremmo farlo in processo per rapina, ma non potremmo mai farlo in un processo per stragi. Non avremmo mai potuto presentare un'accusa davanti ad una Corte in cui non si cercasse di affrontare, sotto cinque aspetti diversi, il problema della responsabilità penale.
E allora tra un attimo comincerò a illustrare queste coordinate di ordine generale, che si articolano, ripeto, sul baricentro del processo, cioè a dire sull'associazione criminale.
Prima, però, di far questo debbo fare ancora due che non sono più premesse, ma che sono, per così dire, istruzioni, starei per dire per l'uso. La richiesta di prove in senso stretto - una ventina di pagine - meramente elencativa delle prove, solo ed esclusivamente elencativa delle prove; richiesta che, se la Corte lo riterrà, per dare proprio un riscontro completo alla disposizione del Codice, potrà esser letta.
Ecco, questa richiesta di prove è stata redatta per iscritto, ripeto, per comodità di consultazione e di controllo da parte di tutti; e questa richiesta di prove io la richiamo fin da ora, in quanto andrà comunque ad integrare quello che io sto esponendo oralmente, ed è oggetto di una specifica richiesta di allegazione al verbale di udienza.
Quanto io sto esponendo - lo dico per i difensori - quanto io sto esponendo non forma oggetto di alcun scritto destinato ad un'acquisizione al verbale riassuntivo del dibattimento: è solamente la richiesta di prove che è una semplice elencazione, quando di testimonianze, quando di documenti, quando di altro. Quella sì, è oggetto di una richiesta di acquisizione.
Ecco, nella richiesta si indicheranno tante prove, tipologicamente diverse: dall'esame dei testimoni, all'esame dei consulenti; dall'acquisizione di materiale documentale in senso stretto, alla trascrizione di alcune intercettazioni telefoniche. Ecco, ciascuno di questi strumenti, di questi mezzi di prova, per dirla più correttamente, ha la sua fisionomia e anche la sua tecnologia. Non c'è una gerarchia qualitativa tra i mezzi di prova, secondo il Pubblico Ministero.
Determinati segmenti della vicenda, saranno chiariti in termini risolutivi da un documento; altri, saranno chiariti da dichiarazioni di testi; altri, da quanto riferiranno i consulenti; altri - e non c'è dubbio che saranno numerosi - dal racconto di persone che o sono imputate in questo processo, o lo sono o lo sono state in altri procedimenti. Procedimenti, questi altri, analoghi; dove, per analogia, intendo riferirmi alla comune matrice criminale dei fatti e dei reati. Alludo, evidentemente, a quelle persone che il gergo - e non solo giudiziario - definisce collaboratori di giustizia.
Ecco, davanti a questa categoria di fonti di prova, il Pubblico Ministero durante le indagini - crede di poterlo dire; se si sbaglia, qualcuno lo smentirà, e vedremo con quali argomenti, vedremo se gli argomenti saranno buoni - durante le indagini ha avuto un atteggiamento laico. Ma ancor di più laico il Pubblico Ministero sarà davanti alla Corte, fin da ora. Perché debbo fare ora questa puntualizzazione? Perché spiegherò una delle ragioni per le quali la esposizione introduttiva viene svolta in un certo modo, piuttosto che in un altro.
Come criterio dal quale non intendiamo discostarsi, se non laddove ci sia necessità di impedire che il ragionamento dell'esposizione diventi assolutamente incomprensibile, non forniremo alcuna anticipazione alla Corte sul contenuto delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Citeremo le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia per quanto riguarda la materialità dei fatti successi, perché ne avremo bisogno, attraverso questa citazione, di spiegare la pertinenza di quel certo documento di cui chiedo l'acquisizione, o di quell'altra testimonianza di cui chiediamo di poter far uso al dibattimento. Ma non anticiperemo mai a questa Corte il contenuto delle chiamate in correità: vogliamo che la Corte possa godere della stessa situazione di privilegio di cui ha goduto il Pubblico Ministero, durante le indagini preliminari.
Ha controllato lo spunto investigativo, anche se era qualificato perché veniva dalle dichiarazioni di un collaboratore, ma l'ha controllato laicamente, strada facendo. Vogliamo che la Corte - siamo certi che così sarà - abbia lo stesso tipo di atteggiamento, di disposizione mentale.
Integra a tutti gli effetti il contenuto della esposizione, quella che sto facendo oralmente, la lista dei testimoni presentata il 28 ottobre del '96; e replicata, per così dire, il 4 di novembre. Perché questa puntualizzazione? Perché quella lista è stata presentata, e soprattutto è stata redatta, con un certo qual scrupolo. Cioè a dire un'indicazione nella sostanza, e non nella forma, specifica delle circostanze sulle quali si chiedevano gli esami dei testi e dei consulenti; questi sono, sostanzialmente, i soggetti menzionati in quella lunghissima lista.
E allora è a quella parte che in calce ad ogni nominativo spiega su quali specifiche circostanze vorremmo sentire, vorremmo avere il provvedimento di ammissione della relativa testimonianza: ecco, è quella parte che si deve intendere richiamata nella mia esposizione, nella nostra esposizione introduttiva.
Queste coordinate di ordine generale sono anche coordinate temporali; o meglio, essendo talvolta fatti apparentemente indifferenti rispetto all'imputazione, relativamente estranei, relativamente neutri rispetto all'imputazione, il dubbio che si avesse della inutilità di sviluppare una certa attività istruttoria dibattimentale è superato - lo anticipo - dal fatto che altrimenti non sarà possibile datare gli avvenimenti di cui parleranno, in genere, tutte le fonti dichiarative del processo.
Intendo dire, trattandosi di storia di mafia, più d'uno dei soggetti che compariranno come testi davanti alla Corte, magari nella qualità di imputati in procedimento connesso o dello stesso reato, o di un reato diverso in un'altra sede, faranno riferimento, che so, alla data dell'arresto di Salvatore Riina; data che può essere più o meno notoria, che più o meno tutti i Giudici sanno collocare abbastanza correttamente nel tempo, ma che magari ha bisogno di essere puntualizzata in una maniera più sicura, più definitiva.
Ecco perché abbiamo la necessità di dare delle coordinate di ordine generale, per lo più di ordine storico, alcuna per fatti relativamente indifferenti rispetto all'imputazione: proprio perché, altrimenti, riuscirà difficile datare anche indirettamente il racconto, i fatti oggetto del racconto delle fonti dichiarative.
E qual è la prima coordinata? La Corte di Cassazione, il 30 gennaio del '92, la I Sezione della Corte di Cassazione pronunziò una sentenza con la quale pose fine alla vicenda del cosiddetto primo processo Maxi a Cosa Nostra. Si tratta del processo che era stato istruito dai Giudici dell'Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, ed in particolare da Giovanni Falcone e da Paolo Borsellino.
In aula sentirete parlare di questa sentenza come punto di riferimento cronologico, come spartiacque tra un prima e un dopo, ed altro ancora. Bene, questa sentenza però è importante anche per un'altra ragione. Ovviamente, assieme a quelle pronunziate in I Grado, il 16/12/87 dalla Corte di Assise, e in II Grado il 10/12/90 dalla Corte di Assise di Appello. Perché questa sentenza irrevocabile, di merito irrevocabile, quella pronunziata in Grado di Appello ovviamente, fornisce un contributo conoscitivo insostituibile circa il soggetto criminale collettivo, che è il baricentro di questo processo.
Ecco perché la acquisizione di queste sentenze viene chiesta non solo ai sensi dell'articolo 236, perché riguarda anche alcuni degli imputati; perché alcuni degli imputati di oggi sono imputati già condannati, con quella sentenza. Ma anche ai sensi dell'articolo 238-bis.
Questa sentenza ebbe a ratificare in maniera definitiva l'esistenza - visto che per tanti decenni se ne era dubitato - l'esistenza di un'organizzazione criminale denominata Cosa Nostra, unitaria e gerarchicamente ordinata, con regole di suddivisione, di controllo del territorio, in qualche modo settorializzata per mandamenti, ulteriormente settorializzata per famiglie, e con distinzione per gradi e per investiture dei suoi appartenenti, dei suoi aderenti.
Non vado avanti, perché questa è un'esposizione introduttiva; sarà necessariamente lunga, come la Corte bene immaginava. Ma mi basta, e ci basterà durante tutta questa esposizione, citare il dato e rappresentarne la soglia minima, il coefficiente minimo di pertinenza e di rilevanza col processo. Non ci spingeremo oltre. Anche se dovesse apparire, il discorso, in qualche modo frammentario.
Per la stessa ragione chiediamo l'acquisizione di altre sentenze, anch'esse ovviamente tutte irrevocabili, e tutte le sentenze sono - loro le troveranno menzionate - nell'ultima pagina della richiesta di prove che per iscritto chiederemo sia acquisita al dibattimento; sentenze irrevocabili, anche queste, che riguardano gli imputati, alcuni degli imputati. Si va dalla sentenza del 16 agosto '80 della Corte d'Appello di Palermo, che condannò Ferro Giuseppe per sequestro di persona a scopo di estorsione, e per altro. La sentenza della Corte d'Appello di Palermo del 16/11/83 nei confronti di Cannella Cristoforo, condannato per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti.
Dalla Corte d'Appello di Palermo del 7 dicembre '82 nei confronti di Leoluca Bagarella, condannato per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, armi ed altro.
Dalla Corte di Assise di Appello di Palermo, del 17 giugno '78, nei confronti di Giorgio Pizzo condannato - credo la data sia sbagliata, controllerò, Presidente; '78, ho la sensazione sia un errore nella redazione di questo testo - condannato per rapina, tentato omicidio ed altro.
Dalla Corte di Appello di Palermo, Corte di Assise di Appello, del 18/03/95 nei confronti di Riina Salvatore, condannato per il duplice omicidio dei fratelli Puccio Vincenzo e Puccio Pietro, delitti avvenuti a Palermo lo stesso giorno dell'11 maggio '89. Dei due fratelli, uno detenuto e uno no, uno fu ucciso nella cella, l'altro fu ucciso fuori dal carcere nello stesso giorno: per questo fatto Riina Salvatore ha riportato condanna irrevocabile.
Ma la coordinata è rappresentata dalla sentenza del 30 gennaio del '92 della Corte di Cassazione.
La seconda coordinata è rappresentata da una serie di avvenimenti, che si consumano in terra di Sicilia nell'anno '92: quattro gravissimi fatti di sangue. Il 15 marzo, l'uccisione dell'uomo politico ed europarlamentare Salvo Lima. Il 23 maggio, la strage di Capaci. Il 19 luglio, la strage di via d'Amelio. L'omicidio, a settembre, dell'uomo d'affari - intesa in tutti i sensi, questa espressione, anche nel senso mafioso - Ignazio Salvo.
Mediana, praticamente nel mezzo di questa successione di eventi criminosi del '92, si colloca un fatto importante: l'entrata in vigore del decreto legge denominato "Modifiche urgenti al Codice di procedura penale e provvedimenti di contrasto alla criminalità mafiosa". E' il decreto 306 dell'8 giugno 1992 (n.d.t.); convertito con la legge 356 del 7 agosto.
Si tratta di una legge che è anche un fatto, perché ogni legge in quanto ci cambia la vita è un fatto, che tra l'altro è intervenuta inasprendolo, nei confronti degli uomini di mafia, sul regime normativo della detenzione. E, quindi, sulla precedente legge che aveva riformato il sistema carcerario: la legge Gozzini. Legge, questa, che rappresentava una dimostrazione di presenza dell'ordinamento dello Stato, l'ordinamento legislativo, e delle intenzioni di questo ordinamento. In quale direzione? Nella direzione di contrasto degli interessi di Cosa Nostra.
Fino a costituire, questo decreto - quanto se ne parlerà di questo decreto in quest'aula, signori della Corte? - costituendo, questo decreto del giugno '92, un'integrazione, su un diverso piano peraltro, di quell'orientamento di politica criminale. Che aveva, tra l'altro, con il decreto 152 del '91, l'articolo 8 - quanto si parlerà dell'articolo 8 di questo decreto - convertito nella Legge 203, introdotto la regola di attenuazione della pena per gli uomini di mafia che avessero deciso di rinnegare la regola dell'omertà e del silenzio, sostituendola con la decisione di collaborare con la giustizia.
L'anno 1993 si apre con l'arresto di Salvatore Riina: 15 gennaio. Ma, paradossalmente, almeno per quanto sto dicendo, quanto alle ragioni vere per le quali questo episodio deve essere in qualche modo ricordato, non è tanto l'arresto di Riina la coordinata principale. Diciamo pure che la principalità della coordinata Riina la disputa in condominio con la collaborazione di Di Maggio. Cosa voglio dire?
Alle spalle dell'arresto di Riina, vi è la collaborazione, l'inizio della collaborazione di tale Di Maggio Baldàssare - non Baldassarre; in Sicilia si dice Baldàssare per lo più, e non Baldassarre come diremmo in Toscana. Baldassare Di Maggio, uomo che aveva appartenuto alla famiglia mafiosa di Brusca, quindi del mandamento di San Giuseppe Iato. Ma al di là di questo, che è nota di cronaca spicciola poco interessante, l'arresto di Di Maggio emblematizza fino alle estreme conseguenze il pericolo per Cosa Nostra rappresentato - pericolo mortale - dai collaboratori.
Il nome di Di Maggio si aggiunge a quello dei collaboratori storici: Buscetta, Contorno, Marino Mannoia. A quello di altri collaboratori un pochino meno celebri: Pino Marchese. Ma la collaborazione di Di Maggio è, se ce ne fosse stato bisogno, un punto definitivo di non ritorno, perché la collaborazione di questo signore produce un fatto di una gravità irripetibile - l'arresto di Riina - e una serie di ricadute in termini di identificazione di altri uomini di mafia, arresti e quant'altro, che loro possono immaginare.
Così come, sul finire del '92, inizia un rapporto di collaborazione con la giustizia Drago Giovanni, uomo d'onore del mandamento di Brancaccio, uomo d'onore particolarmente vicino, particolarmente legato alla dirigenza del mandamento di Brancaccio, mandamento palermitano questo. La Corte familiarizzerà, strada facendo, con queste geografie.
E quindi in quanto tale - parlo di Drago - particolarmente vicino ai fratelli Graviano, componente del gruppo di fuoco, autore di numerosi reati.
La fine del '92, l'inizio del '93 segnano quindi il tempo di un'altra - perché non era la prima - ondata che si abbatte su Cosa Nostra: l'ondata provocata dalla collaborazione giudiziaria di alcuni ex uomini d'onore, o uomini di mafia che dir si voglia.
Riina, prima di essere arrestato ovviamente, e qualcuno lo ripeterà in quest'aula, si era espresso in termini non equivocabili sul suo fermo intendimento di contrastare a tutto campo i pentiti, la collaborazione. Si sarebbe giocato anche i denti: queste sono le parole che ebbe a pronunziare, e che qualcuno riferirà alla Corte.
Al marzo del 1993, il 22 marzo, per quanto riguarda in particolare Gioacchino La Barbera, si verifica l'arresto di questo signore di cui ho fatto ora il nome. Tutti i nomi che sto facendo, loro li ritrovano nella lista depositata dal Pubblico Ministero. Ecco, intorno al 22 marzo del '93 vengono arrestati Gioacchino La Barbera, Antonino Gioè ed un terzo uomo di mafia.
La Barbera e Gioè sono reduci da non molti mesi dall'aver partecipato materialmente alla strage di Capaci. Sono uomini del mandamento governato da Giovanni Brusca.
Gioè si suiciderà nel luglio di quell'anno, del '93, nel carcere di Rebibbia; dopo non molto La Barbera inizierà a collaborare con la Giustizia.
Un passaggio importante del processo avrà, se non proprio come cardine, ma come snodo, la lettera scritta da Gioè, lasciata scritta da Gioè prima di impiccarsi nel carcere di Rebibbia.
Fatti, questi di cui ho parlato fino ad ora, più o meno notori. Notori in senso lato, non contestualizzati come invece occorre fare e come il Pubblico Ministero chiede di poter fare.
Dobbiamo però fare un passo indietro che è deliberato. Questi fatti che io ho elencato fino ad ora sono, diciamo, proprio lo sfondo più lontano che precede per altro il processo, che procede i fatti del processo. Siamo arrivati a marzo del '93 con l'arresto di La Barbera.
Ma dobbiamo fare un passo indietro per ricordare un episodio di sangue, anche questo, del luglio del '92 in territorio di Alcamo. Fatto di sangue che costa la vita all'uomo più importante, l'uomo di mafia più importante del territorio in quel momento: Milazzo Vincenzo che viene ucciso con la ragazza in tempi diversi, viene ucciso prima lui e poi viene uccisa la ragazza.
Ecco, perché ne parlo? Perché questo episodio è in un rapporto di interferenza causale con le dinamiche del processo, in quanto l'episodio, l'eliminazione di questo uomo di mafia eminente, era a servizio di un ricambio interno nello stesso ruolo, era un esonero praticato un po' al modo di Cosa Nostra. Un omicidio, siccome uno non bastava, fu eliminata anche la fidanzata di questo che sicuramente, da uomo di mafia, riuscirebbe difficile definire un sant'uomo. Però come esonero, voglio dire, è un esonero praticato con sistemi abbastanza spicciativi.
Ma in Cosa Nostra le cose sono, più o meno seguono questi metodi, questi criteri.
Ecco, l'eliminazione di questo uomo di mafia ha innescato un assetto di potere nuovo: era a servizio di un ricambio di potere. Era a servizio del ricambio di un ruolo di dirigenza che si convertirà in un ruolo decisionale dei fatti di strage. Perché la persona che ha sostituito in questa qualificata investitura interna fino a derivarne una capacità di decisione sulle stragi, è l'imputato Ferro Giuseppe.
Vi sono degli altri fatti che bisogna sempre, che occorre sempre siano segnalati alla Corte in quanto vanno a comporre lo scenario.
Parlavo di una analisi combinatoria della prova. Loro si rendono conto quanto è difficile, anche semplicemente sistemare ciascuno dei fatti nella dimensione nella quale può essere ragionevolmente ed efficacemente conosciuto. Ecco, questi sono i fatti che a noi oggi sembrava necessario collocare nello scenario, compresi alcuni che tra poco indicherò.
E magari questa Corte, quando scriverà la sua sentenza, li sistemerà in maniera diversa. E' un lavoro, questo, che chiede, ha chiesto, ma chiederà metodo e pazienza per impedire risultati approssimativi, per impedire risultati frettolosi. Richiederà serietà, questa almeno come sinonimo di una certa e doverosa onestà intellettuale.
Queste altre coordinate che io debbo dare - sennò loro non capirebbero, o forse lo capirebbero lo stesso - perché vengono introdotte in un certo qualmodo determinati documenti, questi ulteriori fatti costituiscono ulteriori coordinate, si verificano o in parallelo alla vicenda delle stragi, ma non sono a contatto, non sono in rapporto di causa con la vicenda delle stragi, o si verificano in parallelo, in concomitanza con la vicenda dell'indagine.
Con la richiesta di prove noi andremo a chiedere la trascrizione, o meglio, la acquisizione e la trascrizione nella forma rituale, di alcune telefonate intercorse su una utenza telefonica di cui disponeva un imputato. Chi è l'imputato? Scarano Antonio. A quando risalgono queste telefonate? A luglio del '93.
Quindi in stretta contemporaneità rispetto ai fatti di strage. Contemporaneità ancor più suggestiva, perché Scarano Antonio vive a Roma.
Si tratta di documenti, si tratta di una prova però che ha il suo punto di partenza non nell'indagine condotta dal Pubblico Ministero di Firenze sul fatto di strage di via dei Georgofili. Perché a luglio del '93, un mese e mezzo dopo la strage di via dei Georgofili, il Pubblico Ministero di Firenze, pensava a tanto, ma non pensava sicuramente a Scarano Antonio.
Ma a questa persona alla quale pensavano i Carabinieri del ROS di Roma e pensava il Pubblico Ministero di Roma, ovviamente l'attenzione che si stava dedicando dal punto di vista investigativo non aveva niente a che fare con le stragi di Roma, perché le stragi di Roma si sono verificate dopo che l'attività investigativa del ROS di Roma in particolare, era in corso da settimane. Si occupavano i Carabinieri di Roma di Scarano per ragioni che avevano a che fare con gli stupefacenti.
Molti dei mezzi di prova indicati ruoteranno, come la Corte controllerà, intorno alle vicende - adoperiamo questa espressione generica - per stupefacenti, nelle quali Scarano aveva avuto, per l'appunto in quei mesi, una figura e un ruolo da protagonista.
Il 23 luglio del '93, quattro giorni prima delle stragi di Milano e di Roma, si costituisce a Palermo l'importante, eminente, significativo uomo di mafia, Salvatore Cancemi: personaggio di vertice del mandamento cittadino di Portanuova. Personaggio che ha nel suo pedigree, tra l'altro, la partecipazione alla strage di Capaci come fatto più, diciamo, più risaputo.
Mentre nell'ottobre del '93 inizia a collaborare un altro personaggio strettamente organico a Giovanni Brusca che ha alle spalle a sua volta della strage di Capaci e che si chiama Di Matteo Mario Santo.
Il 27 gennaio del '94 vengono arrestati a Milano i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, latitanti. Vengono arrestati in esecuzione dei provvedimenti della Magistratura di Palermo: sentenze definitive per reati diversi che non sto qui a citare. Assieme a costoro vengono arrestati, per favoreggiamento, due palermitani: D'Agostino Giuseppe e Spataro Salvatore. Arrestati, giudicati, condannati, a distanza di due anni, avvieranno un rapporto di collaborazione con la Giustizia.
Così come, nel maggio del '94, un rapporto siffatto a Roma ha iniziato a svilupparlo un altro degli imputati di questo processo: Di Natale Emanuele, implicato in vicende giudiziarie di tutt'altra natura, ha avviato questa fase dichiarativa con l'Autorità di Roma, col Pubblico Ministero di Roma. In particolare per quanto riguardava la fase preesecutiva e preparatoria, per meglio dire, degli attentati commessi a Roma nella notte fra il 27 e il 28 luglio del '93.
Il 3 giugno del '94, a Palermo, nella flagranza di reato dai Carabinieri, per possesso di armi e stupefacente, al porto, allo sbarco da un traghetto che veniva da Napoli, vengono arrestati Scarano Antonio, imputato, e Giacalone Luigi imputato di questo processo.
A seguito di questa operazione fu acquisita, per perquisizione e sequestri, materiale documentale di estremo interesse per il procedimento del quale ci occupiamo oggi.
La documentazione menzionata infatti, al punto 22 delle richieste di prove, dalla richiesta scritta di prove, è esattamente quella che proviene dalle operazioni di sequestro eseguite a seguito dell'arresto di Giacalone e di Scarano.
Perché la debbo menzionare ora? Eh, per una ragione semplice, perché questa documentazione poteva entrare nel processo solamente come documento ai sensi di una certa qual disposizione di Legge che è esattamente il III comma dell'articolo 238 del Codice di procedura penale.
Quel sequestro è sì un atto irripetibile della posizione giudiziaria, ma non è formato dal presente procedimento. Si tratta di un arresto in flagranza di reato eseguito dai Carabinieri di Palermo, per armi e per stupefacenti con conseguenti perquisizioni.
Questi documenti, quelli che hanno a che fare con l'arresto di Giacalone e di Scarano a Palermo, analogamente ad altri documenti che avranno a che fare con l'arresto di Mangano, con l'arresto di Romeo, con l'arresto di Bagarella, con l'arresto di altri imputati, sono documenti che entrano nel processo attraverso quella disposizione che prevede la possibilità di acquisire documenti che, per cause anche sopravvenute, eventualmente siano divenuti irripetibili. Tale essendo, appunto, un sequestro, atto irripetibile. Ma non formato nel presente procedimento, formato in una sede diversa. E quindi entra nel processo non nel fascicolo del Giudice, ma entra nel processo attraverso la produzione del Pubblico Ministero.
I fratelli Emanuele e Pasquale Di Filippo, uomini d'onore entrambi di Cosa Nostra, nel 1995 e nella primavera, in particolare, iniziano a collaborare con l'Autorità Giudiziaria e le dichiarazioni che provengono da loro, da uno in particolare, sono quelle che comporteranno l'arresto di Bagarella, di Antonino Mangano, di Calvaruso Antonino e di Cannella Tullio.
Due di queste persone sono imputate nel procedimento, due non lo so. E sono nella lista, viceversa, delle persone da esaminare ai sensi dell'articolo 210.
Ecco, vi è materiale documentale che proviene da queste operazioni, da queste perquisizioni, da questi sequestri, e sono, e questo materiale è quello indicato nel punto 23 della richiesta di prove.
E' da precisare, anche se si tratta di una ripetizione rispetto a quanto ho detto prima, che è per le dichiarazioni di Pasquale De Filippo, che la vicenda di Formello del 14 aprile dell'anno prima, del '94, viene ricondotta o perlomeno la si comincia a ricondurre alla sua reale identità essendosi fino a quel momento dubitato, non solo chi avesse commesso quel fatto, ma anche a quale scopo.
Il Pubblico Ministero di Firenze non si occupava di quella vicenda fino a questa data. E' a seguito delle dichiarazioni di Pasquale Di Filippo che si conseguono elementi che consentono di dare alla vicenda di Formello la sua reale identità in termini di vittima designata di questo attentato: Contorno, e di esecutori ed organizzatori di questo reato.
Ma al luglio del '95 questa indagine che ha già prodotto degli arresti ne produce uno in particolare che è quello di Carra Pietro, che nell'agosto, alla fine dell'agosto sempre del '95, inizia a collaborare con la Giustizia.
Così come altre coordinate temporali, importanti - e sono le ultime che io propongo, che suggerisco - sono il sequestro di esplosivo avvenuto a Palermo e poi a Roma, grazie alle indicazioni della stessa persona, di Romeo Pietro. Sequestro avvenuto tra il 14 e il 15 di novembre del 1995. Il 14 a Palermo e il 15 a Roma.
Pietro Romeo è già stato giudicato per questi fatti. Pietro Romeo comparirà come persona che ha reso ampia confessione - questo è il termine - di partecipazione all'attentato a Contorno. E che è già stato giudicato dal Giudice dell'udienza preliminare con il rito abbreviato.
Ai punti 35 e 36 della richiesta di prove sono indicati tutti i documenti, il materiale documentale, che hanno riferimento in questa operazione di Polizia coordinata dalla Procura della Repubblica di Palermo concernente quindi non solo il sequestro dell'esplosivo e di arsenali in grande stile, ma anche l'arresto di altre persone. E per quanto ci riguarda in particolare di Lo Nigro Cosimo e di Giuliano Francesco con sequestro nuovamente di altra documentazione e materiale rilevante per le indagini.
Il punto 37 della richiesta menziona documenti che esprimono il significato di rilievo per questo processo che si coniuga alla scoperta, nei primi mesi di quest'anno, a Palermo in Contrada Giambascio, di un qualcosa che dire un arsenale è dir poco, e che era in disponibilità di una struttura mafiosa ed in particolare di quella controllata da Giovanni Brusca.
Scoperta dell'arsenale che va di pari passo con l'arresto di Monticciolo Giuseppe, indicato tra le persone che la Corte - se riterrà di ammetterlo - esaminerà, o che meglio, sarà esaminato davanti alla Corte ai sensi dell'articolo 210 per il tipo di atteggiamento che Monticciolo ha adottato, analogamente a Chiodo Vincenzo.
Entrambe queste persone si coordinano alla struttura mafiosa gestita da Giovanni Brusca che ha, come suo momento significativo più rilevante per venire ai fatti, alle cose degli ultimi mesi, con l'arsenale di Contrada Giambascio di Palermo.
E dovremmo parlare, dovranno parlare, parleranno in particolare di quantitativi di esplosivi movimentati da quel certo arsenale avente una certa qual destinazione che è molto pertinente con i nostri fatti di strage, come la lista dei testi analiticamente indica.
Nel corso di quest'anno, altri imputati del processo, oltre a Romeo, oltre a Carra, oltre a Di Natale, hanno avviato un rapporto di collaborazione con l'Autorità Giudiziaria.
Ecco, questo è una sorta di scenario del nostro discorso dentro il quale bisognerà avventurarsi. Bisognerà cominciare a collocare delle realtà mutevoli, frequentemente mutevoli. Realtà che saranno più specifiche, come loro noteranno, e fino ad ora non ho parlato mai dei fatti di strage.
Dei fatti di strage ci accingiamo a parlare, uno per uno, seguiremo un ordine cronologico. Utilizzeremo contributi conoscitivi diversi tra loro.
E noi distingueremo un contributo conoscitivo neutro. Neutro perché proviene da persone spesso, o per lo più addirittura le stesse persone offese, che dei fatti però hanno avuto conoscenza solo per ragione occasionale. E comunque non qualificata da una qualche conoscenza né con gli imputati, né con gli ambienti criminali dai quali vengono gli imputati.
Sono il teste più o meno oculare, sono la persona che stava in quel certo luogo, sono il derubato di una automobile che è diventata una autobomba nelle mani degli attentatori.
Poi, un contributo conoscitivo professionale dei professionisti di investigazione: la Polizia Giudiziaria.
Un contributo conoscitivo scientifico tale è l'apporto dei consulenti del Pubblico Ministero che alla Corte illustreranno, una volta esaminati, gli esiti degli accertamenti, le metodiche degli accertamenti, gli oggetti degli accertamenti espletati durante le indagini preliminari.
Ci sarà poi un contributo conoscitivo specifico o qualificato. E sono quindi le conoscenze dirette e dall'interno dei fatti di strage. Cioè a dire le conoscenze di coloro che hanno contribuito a realizzare una o più fatti di strage e che sono imputati in questo procedimento, o che lo sono stati e ne sono usciti con sentenze tutte di condanna già pronunziate nel giudizio abbreviato.
Ho citato poco fa Romeo, cito Manescalco Umberto, cito Siclari Pietro.
Un ulteriore contributo, specifico anche questo, qualificato, potremmo definirlo di secondo grado rispetto all'altro, cioè a dire il contributo conoscitivo di coloro che, dall'interno di Cosa Nostra, rigorosamente dall'interno di Cosa Nostra, ed in ragione della loro collocazione dentro questa associazione, ovvero per rapporti di tipo personale, ma sempre e comunque dall'interno di Cosa Nostra con qualcuno degli imputati, hanno appreso notizie specifiche sui fatti di strage.
Non è questo lo strumento per veicolare - mi si perdoni l'espressione - chiacchiericci di carcere. E' tutt'altro. Sono conoscenze circolate internamente agli ambienti di Cosa Nostra in situazioni quindi non occasionali, ma situazioni perfettamente conosciute e controllate da parte di chi ha fatto un certo tipo di confidenze e da parte di chi un certo tipo di confidenze - se di confidenze vogliamo parlare - ha ricevuto.
Questi contributi conoscitivi, cinque, e in questo modo, ripeto, saranno articolati, si succederanno nel corso del processo, fatto per fatto di strage, questi contributi conoscitivi si intersecheranno, si sovrapporranno, si convalideranno, si riscontreranno. Interagiranno con gli altri. Pure essi sono contributi conoscitivi: quelli degli accertamenti ripetibili; quelli delle intercettazioni telefoniche; quelli di tutti i documenti che andremo a presentare alla Corte.
Con questo, il discorso forse lungo, ma altrimenti non poteva essere, di premessa, è stato mi pare illustrato con una certa compiutezza e io mi auguro anche con una sufficiente capacità di chiarificazione.
Se il Presidente mi accorda cinque minuti per riprendere fiato...
PRESIDENTE: Riprendiamo fra dieci minuti.
PUBBLICO MINISTERO: Grazie.
<< DOPO LA SOSPENSIONE >>
PRESIDENTE: Il P.M. può riprendere.
PUBBLICO MINISTERO: Seguendo questo programma di esposizione al quale ho accennato fino a pochi minuti fa, passiamo in rassegna i mezzi di prova che il Pubblico Ministero intende introdurre nel processo per ricostruire puntualmente l'attentato del 14 maggio del '93 di via Fauro.
La sostanza ultima della vicenda è sicuramente quanto è avvenuto esattamente la sera del 14 maggio del 1993. E per avere una rappresentazione esauriente di quanto è accaduto quella sera, non c'è dubbio che innanzitutto ci rifaremo a quelli che abbiamo chiamati i portatori di un contributo conoscitivo neutro. Quindi, la vittima designata dell'attentato, Maurizio Costanzo; le persone che si trovavano con lui sull'automobile; parti offese e testi, per così dire, dell'episodio.
Ma non solamente queste sono le persone che potranno introdurre delle conoscenze che sono importanti e qualificanti. Nella lista testi, che è stata depositata, le persone le cui dichiarazioni rilevano per questo specifico episodio, sono numerose e sono comprese nelle pagine da 7 a 17 della lista depositata il 28 ottobre. E' perfettamente inutile che io le indichi nominativamente, in ragione anche della premessa che avevo fatto all'inizio dell'esposizione.
Noi in questo modo, e attraverso anche l'apporto di conoscenze che proviene da coloro che hanno operato nell'immediatezza e sul luogo del fatto, quindi il personale della Polizia Giudiziaria che ha provveduto a una serie innumerevole di adempimenti, compreso la identificazione di tutte le persone offese, compreso la identificazione della provenienza del veicolo usato come autobomba; attraverso, ripeto, sempre queste persone portatrici di una competenza professionale specifica, quella dell'investigazione, e anche portatrici di quella che chiamiamo la competenza scientifica in materia di esplosivi, il loro impiego, loro effetti, loro natura, ci riproponiamo di dimostrare - come sta scritto nel capo di imputazione - che gli autori facevano esplodere un ingente quantitativo di esplosivo.
Una carica di tritolo, di pentrite ed altro, collocata all'interno di un'automobile. Automobile di proprietà di una certa signora, Corbani Linda, che era stata rubata - si trattava di una FIAT Uno - nella notte tra l'11 e il 12 maggio del '93. Che, questa automobile, era stata parcheggiata sulla strada che Costanzo percorreva solitamente, inderogabilmente al termine delle sue trasmissioni, della registrazione delle sue trasmissioni per meglio dire, al teatro Parioli, dei Parioli. Parcheggiata questa FIAT Uno, imbottita di esplosivo, all'incrocio tra via Fauro e via Boccioni.
L'evento principale è costituito dalla esplosione dell'autobomba, con risultati immediati e diretti nei confronti dell'automobile sulla quale viaggiava la vittima designata; con una serie di eventi accessori, che concretizzano il fatto di devastazione e gli altri reati indicati.
Per far questo, ripeto, occorre anche attingere alle conoscenze dei repertatori e alle conoscenze dei consulenti. Persone, tutte queste, che sono menzionate nella lista dei testimoni, nella parte finale. E quindi alle specifiche contenute nella lista - io mi limito a fare riferimento da pagina 161 al termine della lista.
In questo modo dimostreremo anche come lo strumento usato per far detonare l'esplosivo e per provocare, quindi, l'esplosione dell'intera carica fosse stato, secondo la valutazione dei consulenti, inequivocabilmente, un telecomando.
Abbandonato questo tipo di contributo conoscitivo e elaborando il contributo conoscitivo, quello che noi chiamiamo specifico o qualificato, la vicenda di via Fauro si amplia, si arricchisce, si compone di situazioni i cui primi passi si muovono addirittura l'anno prima, nel 1992.
E quindi noi dimostreremo, rispetto alla vicenda dell'attentato del 14 maggio '93, ben due antefatti, senza la comprensione e ricostruzione dei quali, la ricostruzione pura e semplice dell'episodio della sera del 14 maggio sarebbe, come dire?, disancorata dal suo reale contesto. In effetti il Pubblico Ministero, durante le indagini preliminari, ha rintracciato, ha individuato mezzi di prova, dichiarazioni, documenti, che hanno a che fare con una vicenda oggetto delle dichiarazioni di Scarano Antonio e anche di Geraci Francesco.
Scarano Antonio è imputato, come loro sanno, nel presente procedimento. Io, per spiegare chi è questa persona, mi limiterò a dire che si tratta di un cinquantenne, è un uomo di malavita, è un calabrese trapiantato a Roma; che deriva la sua internità alle stragi da rapporti che aveva iniziato a intrattenere fino dalla metà degli Ottanta in un primo tempo con un capomafia di Partanna, Stefano Accardo, ucciso poi nell'89. Successivamente, con un altro uomo di mafia, un medico questo, latitante da anni, anch'egli della famiglia mafiosa di Partanna: Enzo Pandolfo. E, successivamente ancora, con l'imputato, latitante, Matteo Messina Denaro.
Scarano deriva la sua internità alle vicende delle stragi dai suoi rapporti, che - ripeto - iniziano nella metà degli anni Ottanta, con gli ambienti di Cosa Nostra e specificamente gli ambienti di Cosa Nostra trapanese: mandamento di Castelvetrano, famiglia di Partanna, Stefano Accardo in un primo tempo, il medico latitante Pandolfo, Messina Denaro Matteo.
Ecco, i mezzi di prova che il Pubblico Ministero ora segnala attengono specificamente a determinati punti del racconto di Scarano. Io non lo sviluppo per intero, perché sono coerente con la premessa che avevo illustrato un'ora fa circa; ma solamente alcuni punti delle sue dichiarazioni, per spiegare la pertinenza di determinati ulteriori mezzi di prova.
E allora i riscontri, e comunque gli elementi di prova attinenti a questo antefatto, lo raggiungono in particolare su che cosa? Sul fatto che, all'inizio del '92, egli, Scarano si era industriato per far sì che a Roma potessero per un certo tempo dimorare, in vista di un certo qualcosa di cui si dovevano occupare, alcuni personaggi. Iniziativa questa che, ovviamente, viene trasferita su Scarano, sull'impegno di Scarano, sugli obblighi di Scarano nei confronti di chi gliene fa richiesta, da Messina Denaro Matteo.
E come elemento centrale di questa richiesta la acquisizione della disponibilità di un appartamento, appartamento identificato poi in via Martorelli di Roma.
In concomitanza con l'acquisizione della disponibilità di questo appartamento, si verifica il concentramento di un quantitativo di armi e di esplosivo nello scantinato dello stabile abitato da Scarano, in via dell'Alzavole al numero 20.
Correlativamente, nella stessa epoca, Scarano consegue la disponibilità, perché consegue la disponibilità delle chiavi con l'incarico di sostituire la serratura, di un appartamento posto, questo, in viale Alessandrino. Mentre dell'appartamento di via Martorelli, da quanto riferito, si apprende che è stato concretamente utilizzato da alcune persone, nient'altro si sa dell'appartamento di viale Alessandrino.
Ma questo che è un racconto abbozzato, e che io sto ancor più restringendo, trova una sua esplicazione in termini di dettaglio maggiore attraverso le dichiarazioni di Geraci Francesco. Questa persona è appartenente alla famiglia mafiosa di Castelvetrano, e quindi è persona che ha avuto rapporti particolarmente intensi - ma intensi nel senso criminale, per la portata criminale che questo termine ha - con Messina Denaro Matteo.
Ha avuto contatti con altri personaggi di rilievo di Cosa Nostra; ha avuto incarico di movimentare detonatori, telecomandi, armi; ha avuto in particolare un ruolo in questo, che io chiamo l'antefatto dell'92, dell'attentato a Costanzo.
Riferirà di essere una tra le persone che, a cavallo tra la fine del febbraio del '92 e l'inizio del marzo 1993, al seguito di altre - alcuni di questi sono imputati - di essersi trasferito a Roma in un appartamento, quello di via Martorelli, dopo avere momentaneamente sperimentato la inagibilità - mancava la luce e l'acqua - di quello di viale Alessandrino; e di aver trascorso alcuni giorni a Roma dopo essersi procurato regolarmente, noleggiandola, una Y 10 bianca; dopo essersi tra l'altro occupato di rifarsi il guardaroba nei migliori negozi della capitale, non solo lui ma anche gli altri.
Il tutto contrappuntato da una attività di inchiesta in senso generico su una serie di possibili obiettivi, tra i quali anche la persona, proprio la persona di Maurizio Costanzo.
Ecco perché, da questi due scheletrici abbozzi di discorso, la necessità di introdurre nel processo tutti gli elementi di conferma di questo segmento della vicenda.
La necessità, quindi, di sentire le persone che hanno avuto nella disponibilità gli appartamenti di cui si sta parlando; le persone in grado di confermare la presenza fisica di determinate persone, in una determinata epoca, non oltre l'arresto, stando al loro ricordo, di un certo signor Giacomo di nome - e, fin qui, nulla di singolare - Gesù di cognome: Gesù Giacomino. Nell'appartamento proprio nella sua indiretta disponibilità, l'appartamento della madre lasciato per lo più libero: è proprio quello di via Martorelli.
La necessità di verificare la data dell'arresto di questo signor Gesù, che in effetti fu arrestato il 13 marzo del '92. In coerenza, quindi, con i riscontri, questi, provenienti dall'attività di Polizia, con acquisizione della documentazione relativa circa il noleggio della Y 10 alla stazione di Roma, alla Hertz, col documento intestato, per l'appunto, a Geraci Francesco; circa gli acquisti effettuati in alcuni negozi della capitale, con la carte di credito proprio di Geraci Francesco.
Ecco, accanto a questo tipo di riscontri, la necessità di sentire lo stesso Gesù Giacomo, o Giacomino, la moglie Ruggero Addolorata. E' la persona che andava quasi tutti i giorni a ripulire l'appartamento nello stesso stabile, che precariamente era nelle mani di questi conoscenti del signor Antonio Scarano amico di Gesù Giacomo, marito suo, di lei: Ruggero Addolorata.
Continenza Irma, la signora padrona di casa che, vivendo fuori Roma, un bel giorno rientra a Roma e si accorge che ci sono degli ospiti di cui, evidentemente, niente sa, e che decide di liberarsene istantaneamente.
Moresi Piero, un idraulico: anche da lui verrà un elemento importante per apprezzare la sostanza e l'attendibilità delle dichiarazioni.
Analogamente per l'appartamento di viale Alessandrino, dovrà sentire la Corte le dichiarazioni di Aquilini Roberta, una ragazza che si era intestata l'appartamento per conto di un signore, un certo Nati Walter, e aveva tenuto questo appartamento fino al settembre del '91. Data, questa, nella quale il Nati aveva fatto subentrare un altro signore, un certo Lamantia Giuseppe, le cui dichiarazioni sarebbero state di estremo significato se non fosse che questo signore nel '95 è morto, di morte naturale, a Roma.
Ma la disponibilità a Lamantia Giuseppe dell'appartamento daterà fino al 15 aprile del '92, quindi fino a data successiva a quello in cui questa disponibilità, sulla carta, perché come abbiamo detto non fu poi utilizzato, era assegnata a Geraci Francesco e alle altre persone che si erano portate a Roma.
E, su questo punto, ancora sarà necessario, attraverso un esame, esaminare il personale della Squadra Mobile della Questura di Roma che, avendo eseguito il 7 aprile del '92 una perquisizione nei confronti di Scarano, nella sua abitazione, e avendo trovato un mazzo di chiavi in quell'appartamento, avendogli chiesto a Scarano con che cosa aveva a che fare questo ulteriore mazzo di chiavi, da Scarano era stato accompagnato, il personale della Squadra Mobile, in questo appartamento di viale Alessandrino di cui Scarano, sul momento, fornì una giustificazione di comodo circa la sua disponibilità.
Questa vicenda, che io ho in maniera estremamente concisa ricostruito, dà anche ragione del punto 10 della produzione; punto 10 della produzione, come da numerazione che loro trovano nella richiesta di prove, verbale di perquisizione ai sensi dell'articolo 41 testo unico Legge Pubblica Sicurezza, eseguita in data 7 aprile '92 a carico di Scarano Antonio nell'abitazione sita in Roma, eccetera, eccetera.
Ancora produzioni, questo è il punto 7 della richiesta: la copia dei registri acquisiti presso la Hertz di Roma, relativa alla autovettura Y 10 targata Roma, con tanto ovviamente di data di noleggio e data di rientro del veicolo. Operazione, questa, intestata al nominato di Geraci Francesco.
Il punto 21, ancora, della richiesta di prove, per quanto riguarda sempre i documenti: il tabulato di un'utenza telefonica intestata, questa, a Geraci Francesco ed installata presso la sua abitazione, a Castelvetrano; tabulato dal quale si rileva in quale data viene effettuata una certa telefonata, che raggiunge quell'utenza, telefonata che proviene da un cellulare. Cellulare che opera, nel momento in cui effettua quella telefonata, a Roma; e comunque sotto il ponte radio - questa è la terminologia corrente, che tutti conoscono - di Roma.
Sotto la stessa prospettiva saranno i consulenti, quelli indicati nella lista, a riferire alla Corte che tipo di accertamento, con quali metodiche e con quali risultati, positivi, hanno effettuato nel '96, quando il dato è stato conosciuto, riscontri circa l'eventuale contaminazione da esplosivo dello scantinato dell'abitazione di cui disponeva Scarano Antonio nel 1992.
Se ed in che termini questi mezzi di prova, che attengono a questo antefatto, sono pertinenti rispetto alla necessità di provare la responsabilità per l'attentato, è dimostrato dalla relazione che c'è tra l'antefatto e l'attentato.
Ma, approssimandoci alla data del 14 maggio del '93, noi dovremo soffermarci ancora su una fase preliminare, perché avremo bisogno di verificare, attraverso specifici mezzi di prova, che ad iniziativa delle stesse persone che hanno realizzato, o contribuito a realizzare, l'attentato, circa un mese prima che l'attentato venisse eseguito a Roma fu concentrato un carico molto significativo - una quindicina di quintali - di hashish.
Come dire che le stesse persone, che su Roma stavano già organizzando la fase preesecutiva ed esecutiva dell'attentato di via Fauro, con l'intervento fattivo o con il ruolo centrale di Scarano, intorno alla metà d'aprile del '93, e più esattamente il 19 aprile del 1993, fanno partire da Palermo un carico di hashish che giunge a destinazione, e cioè a dire a Roma, in un certo qual posto - che ora indicheremo - il 20 aprile del 1993.
Chi sono i protagonisti di questa vicenda? Sono Scarano, e l'ho detto un attimo fa; sono Pietro Carra, il trasportatore del carico di hashish; sono Di Natale Emanuele, dove l'hashish arriverà, sia pur in un secondo momento; sono Brugoni Nazareno, nome che fino ad ora non abbiamo pronunziato, ma che ovviamente figura nella lista. Costui è il titolare di uno sfascio a Roma, con annessa attività di riparazione di marmitte. Costui è la persona nel cui stabilimento industriale - adoperiamo quest'iperbole - si presenta il giorno 20 aprile del '93, al mattino, il camion condotto da Pietro Carra, a bordo del quale sotto un carico di rottami è nascosto un carico di hashish.
Per modo che, questa persona, riferirà come gli è arrivato; ad iniziativa di chi, ed indicherà Scarano Antonio; che operazione fu fatta per scaricare l'hashish dal camion; e spiegherà come, in maniera molto sbrigativa, fu adoperata nientemeno che una pala meccanica, devastando quindi tutto il pianale del rimorchio, sfondando le bandine laterali, rovinando anche il pianale. Attraverso...
AVVOCATO Anania: Presidente. Scusi, Pubblico Ministero. Sono l'avvocato Anania, scusi per l'interruzione Pubblico Ministero. Presidente, mi pare che la relazione del Pubblico Ministero, anche se è pregevole, e le illustrazioni che sta facendo, vanno oltre la sommaria relazione e nella illustrazione della lista, oltre quelle che sono già le dichiarazioni e le singole posizioni dei collaboratori e dei riscontri e delle altre cose. Quindi, è pregevole sì, però un po' si sta dilatando ulteriormente rispetto mi pare alla norma del Codice.
PRESIDENTE: Avvocato non mi pare. Prosegua, Pubblico Ministero.
PUBBLICO MINISTERO: Il signor Brugoni quindi riferirà in particolare sull'arrivo di questo carico di hashish a bordo di questo autoarticolato, trattore più semirimorchio, riferirà delle persone che si sono presentate da lui, parlerà quindi di una persona che conosce, Scarano, di una persona di cui non sapeva assolutamente le generalità e che è comunque il signor Carra. Spiegherà che tipo di camion arrivò, spiegherà il modello del camion che si presentò nel piazzale della sua officina. E a ulteriore ricostruzione e a conferma di questa vicenda, noi utilizziamo alcuni specifici documenti. Essi sono in particolare, come indicati al punto 5 della richiesta, i tabulati di due cellulari: un cellulare che, come sta scritto nella richiesta, era intestato alla ditta gestita da Carra Pietro, camionista, e l'altro il cellulare intestato alla moglie di Scarano Antonio. Gli spostamenti dei due cellulari nei giorni dal 18 al 20 aprile del '93, i contatti reciproci e ripetuti tra i due cellulari nel corso spostamento, sono, ci sembra, un dato di estremo e insostituibile significato. Ma non solo, attraverso accertamenti di Polizia e quindi attraverso anche le produzioni delle liste di imbarco, saremo in grado di dimostrare in quale data per l'appunto era stato movimentato, nel rientro da Roma a Palermo, il semirimorchio della ditta in questione, che poi è lo stesso semirimorchio che fu sequestrato - come risulta dai verbali di cui loro dispongono - al momento dell'arresto di Carra, è lo stesso semirimorchio che è stato assoggettato a tutto un assieme di rilievi fotografici e non solo, descrittivi, che saranno replicati davanti alla Corte a documentazione dei danni che aveva ricevuto più di un anno e mezzo prima nell'operazione di scarico dell'hashish.
Sempre a questo riguardo sentiranno le dichiarazioni di un singolare personaggio, De Masi Francesco e di personale del ROS di Roma. Il nucleo di queste dichiarazioni è l'incontro avvenuto tra il De Masi Francesco e lo Scarano Antonio, che erano vecchie conoscenze, in circostanze del tutto casuali, in un certo qual tratto dell'autostrada Reggio Calabria-Salerno nella notte fra il 19 e il 20 aprile del 1993. Riferirà De Masi le confidenze che ebbe da Scarano sul perché si trovasse in un'ora notturna, in piena ora notturna sull'autostrada, su quale veicolo stesse marciando Scarano, che cosa stesse facendo Scarano e, in particolare De Masi riferirà, che Scarano gli confidò che stava scortando un carico di hashish che stava portando verso il nord.
Sempre secondo questo piano di lettura della vicenda, tanto vale immediatamente richiamare quanto avviene il 1 novembre del '94 presso l'abitazione di Frabetti Aldo, imputato di questo processo. Al punto 11, della lista dei documenti nella richiesta di prova, sono indicati gli atti compiuti in occasione dell'arresto e flagranza di reato di Frabetti Aldo e della moglie Santini Domenica, arresto operato nella flagranza di reato per detenzione di hashish. Cioè a dire, il 1 novembre del '94 nella casa del Frabetti, o meglio, nel terreno circostante l'abitazione del Frabetti vengono sequestrate 38 camere d'aria di quelle da camion, di quelle grandi, stivate, stipate di panetti di hashish da 250 grammi l'una.
Ecco, l'hashish che avevamo visto scaricare nel piazzale dell'officina di Brugoni Nazareno, lo sfasciacarrozze, che finirà definitivamente assicurato alla Giustizia e alle esigenze processuali il 1 novembre '94 nella disponibilità di Frabetti Aldo.
Siccome sono convinto che di processi di questo tipo la difesa ha pratica magari superiore alla mia, ma siccome anch'io ho il vizio per esempio di documentarmi e quando un'esposizione introduttiva non la posso ascoltare di persona, magari la compro in libreria, in processi di mafia, non ho difficoltà a dire che credo che in poche occasioni il Pubblico Ministero riesca, come in questa, anche se è faticoso, mentalmente faticoso, a sceverare ciò che sa da ciò che dice, a separare le sue conoscenze del processo, rispetto a quello che è l'oggetto limitato dell'obbligo di illustrazione davanti alla Corte.
Non ho il nome di una delle persone chiamate in causa per il traffico di hashish, né ho fatto riferimento ad alcuna delle modalità preparative di questo carico di hashish che da Palermo è partito con destinazione Roma. Ringrazio comunque dell'interruzione perché mi ha dato la possibilità per 30 secondi di ritirare il fiato.
Veniamo alla fase preesecutiva del fatto, dell'attentato: quali mezzi di prova deve introdurre il Pubblico Ministero? Circa un quarto d'ora fa vi parlavo di esplosivo che si vuole sia stato accumulato, concentrato assieme ad armi nello scantinato che era abitato da Scarano Antonio, dello stabile che era abitato da Scarano Antonio - via delle Alzavole 20, ripeto - nel 1992 in concomitanza con la presenza a Roma di Geraci Francesco e altri signori. Ecco, da quel deposito di esplosivo, da quel luogo specifico, ci trasferiamo in tutt'altro posto, sempre a Roma, al centro commerciale Le Torri di Tor Bellamonaca, siamo nelle periferie romane, siamo quindi a un centro commerciale. E noi dimostreremo come, in un grande stanzone di questo centro commerciale, stanzone la cui disponibilità era stata ottenuta da Antonio Scarano, in quello stanzone appunto sia stata approntata l'autobomba che il 14 maggio del 1993 esplose in via Fauro. E come lo dimostreremo? Lo dimostreremo perché i testi Paolillo, i testi Fabbroni, i testi Disanto saranno in grado di raccontare loro quale fosse il regime di disponibilità di questo stanzone, che era una specie di porto di mare; ovverosia era un luogo molto ampio - non per niente lo definisco stanzone - di cui un po' tutti potevano servirsi a condizione che facessero richiesta della chiave a chi di dovere e che veniva utilizzato come punto d'appoggio da parte anche dei vari utenti o operatori di questo grosso complesso che è per l'appunto un centro commerciale. Quindi chi aveva della merce che non poteva tenere in negozio l'appoggiava lì, chi c'aveva un macchinario smesso lo appoggiava da un'altra parte. Bene, in particolare questi testi riferiranno di come la disponibilità delle chiavi di questo stanzone fosse nelle mani di un certo Massimino Alfio, un trapanese. E attraverso le dichiarazioni di un omologo al signor Massimino Alfio, un certo signor Garamella Giuseppe, anch'egli trapanese: Massimino e Garamella sono entrambi detenuti per associazione mafiosa. E attraverso, appunto, le dichiarazioni di Garamella e di Massimino e soprattutto attraverso quelle di Garamella, si comincerà intanto a chiarire il tipo di rapporti intercorrente tra Scarano Antonio, lo stesso Massimino, lo stesso Garamella e ancora gli stessi Garamella e Massimino e Matteo Messina Denaro.
Ma potremo introdurre elementi ancora più specifici e a questo proposito introdurremo la teste Corbani che è la signora proprietaria dell'automobile che esplose in via Fauro, rubatale, la Fiat Uno nella notte tra l'11 e il 12 maggio del 1993, tre giorni prima del fatto. Cosa riferirà la signora Corbani? Riferirà sul conto di quello che nel 1996 ha formato oggetto di rinvenimento e di sequestro in queste indagini preliminari, il verbale è negli atti del fascicolo per il dibattimento, cosa ha formato oggetto di sequestro nello stanzone del centro commerciale di Tor Bellamonaca.
Come dire, il Pubblico Ministero è andato a vedere nel posto che gli è stato indicato da persona che le stesse cose riferirà alla Corte perché è un imputato, perché è Antonio Scarano e in quello stanzone il Pubblico Ministero, o per meglio dire la Direzione Investigativa Antimafia, ha rintracciato.
Ancora, nel luogo dove era stata, per così dire, manipolata la macchina proveniente dal furto, un biglietto da visita della signora Corbani, abbandonato per terra, cartine varie, lo stradario di Roma che la signora Corbani riconoscerà, dirà di riconoscere per proprie.
Ed ancora, una copia del giornale di Sicilia datata 26 aprile '93 che la signora Corbani dirà non è roba di sua pertinenza, dello scotch, delle pile a stilo, un led rosso che ugualmente la signora Corbani dirà non essere roba di sua pertinenza.
Se è così ristretta, così ritagliata, circoscritta la vicenda dello stanzone di Tor Bellamonaca, dove la Fiat Uno è stata portata e gestita per il tempo necessario e sufficiente a stivarla di esplosivo, munirla di un telecomando e quant'altro e farla uscire con destinazione via Fauro, quindi una mezza giornata, più ampia, più complessa, è una vicenda che pure è di estrema importanza. E è la vicenda che si sviluppa con riferimento alle disponibilità di appartamenti, concretamente fruite da parte degli esecutori delle stragi a partire dal febbraio del 1993 a Roma e quindi fruita anche in funzione operativa, esecutiva, dell'attentato di via Fauro.
Si tratta di un appartamento posto nel quartiere Africano, in via Di Redaua. Su questo punto renderanno dichiarazioni varie persone, in particolare certo signor Bizzoni Alfredo, persona in rapporti stretti con Scarano Antonio. Bizzoni Alfredo riferirà - è introdotto ai sensi dell'articolo 210, riferirà se lo riterrà - riferirà di come trovandosi contingentemente nella disponibilità, in virtù di un contratto di affitto da poco stipulato di questo appartamento, nel periodo che stavo un attimo fa indicando, febbraio-marzo, questo appartamento fu messo nella disponibilità di Giacalone Luigi, imputato odierno. Dirà in particolare come gli era stato raccomandato di lasciare indisturbato ad ogni buon conto l'appartamento nei giorni intorno al 10 maggio del 1993, data questa che sarà riscontrata perché si collega al licenziamento di una fidanzata, dico una perché ne ha avute tante, così ha detto lui dai verbali, io poi non lo so ovviamente. Una fidanzata del Bizzoni, una certa De Folchi Antonia che per l'appunto si fece licenziare, o fu licenziata dal posto dove lavorava, il 9 maggio del '93. Fatto questo che si coordina e si sovrappone nel tempo a questa certa qual raccomandazione di cui Bizzoni potrà riferire, secondo cui l'appartamento di via Di Redaua, nei giorni immediatamente successivi, doveva essere lasciato assolutamente indisturbato a certi nipoti di Scarano che erano su Roma, che avevano bisogno di trattenersi a Roma per un po' di tempo e non era consigliabile andassero in albergo. E quindi su questo punto loro sentiranno oltre che Bizzoni, sentiranno la signora De Folchi Antonia, sentiranno poi la proprietaria dell'appartamento, la signora Ruiz e il figlio signor Casini. In particolare riferiranno su una circostanza che si impone per forza oggettiva e cioè che, tentando, senza grandi risultati, una prima volta verso il novembre del '93 di rientrare nella disponibilità dell'appartamento facendo forzare la serratura, né più né meno, dentro l'appartamento avessero trovato due biciclette che non avevano niente a che fare ovviamente con l'arredo ordinario dell'appartamento, che oltretutto è un terzo piano e quindi in bicicletta a un terzo piano nessuno ci va, di solito, a meno di non avere non appartamenti ma piste in grande stile. Bene, queste due biciclette sono quelle che formano oggetto del rinvenimento e del sequestro, nel corso di queste indagini, come documentano i verbali, di sequestro presso la villetta, questa nella proprietà di Bizzoni Alfredo, a Torvaianica. La frequentazione di via Di Redaua da parte di più persone sarà confermata anche soggettivizzandola quanto alla persona di Giacalone Luigi, da Cantale Simonetta, da Liberati Giuseppe, ne è il marito, Greco Rosalba, Pagnozzi Anna, Cantale Daniela, sorella della Cantale Simonetta.
Ma l'attentato di via Fauro si arricchisce - se questo termine può andare - di un dettaglio ulteriore, è come se questa storia non potesse avere avuto uno svolgimento lineare e consequenziale, per fortuna diciamo visto che la vittima non ci ha rimesso la vita. Perché l'attentato, così risulta, fu una prima volta eseguito senza successo la sera del 13 maggio del '93, senza successo perché il telecomando non funzionò. E quindi fu replicato la sera del 14 maggio del '93. E perché non andando a segno la sera del 13 maggio non andò a segno nemmeno la sera del 14? Per due motivi diversi, perché come è evidente la sera del 14 maggio il telecomando funzionò. Perché Costanzo aveva imprevedibilmente sostituito la propria auto, o meglio spostandosi normalmente con una certa auto, quella certa sera per ragioni del tutto dell'ultimo momento e quindi imprevedibili, aveva cambiato automobile. Su questo punto quindi loro sentiranno non solo le parole di colui che racconterà, e è una persona che fornirà un contributo conoscitivo specifico di primo grado, parla dall'interno dei fatti di Cosa Nostra, parla perché ha contribuito alla loro realizzazione. Ma sentiranno il racconto su questo punto dello stesso Costanzo, della signora De Filippi, della signora Evalente Marina, mi pare sia la segretaria, degli autisti Peschi e Dendi e del personale di scorta De Palo e Re. Persone queste che sentiranno, e in particolare Costanzo, anche sul punto di quali erano i veicoli di cui faceva solitamente uso l'anno prima, nel '92, all'epoca cioè di quella sorta di preinchiesta di cui parlerà il collaboratore Geraci Francesco.
Termineranno di assumere questi ulteriori contributi conoscitivi, provenienti questi da parte di Ciaramitaro Giovanni, persona menzionata nella lista. E' un palermitano, ha precedenti per delitti contro il patrimonio, è stato particolarmente vicino agli esecutori delle stragi e dirà lui a quali è stato vicino. Il suo humus mafioso di riferimento, è il territorio di Brancaccio. E' stato arrestato varie volte e dopo la sua scarcerazione del giugno del '93 - il fatto quindi di cui si parla è datato prima della scarcerazione - e dopo il giugno del '93 ha rafforzato i suoi legami proprio con le persone che stavano portando all'esecuzione il piano stragista. Ha rafforzato i suoi legami, ha quindi maturato conoscenze di cui spiegherà alla Corte il contenuto, i modi, i tempi, i riferimenti soggettivi.
Sentiranno anche, su questo specifico punto Romeo Pietro - persona che avevo già introdotto nella prima parte - il quale è a conoscenza anch'egli e spiegherà in che termini, delle ragioni per le quali l'attentato di Costanzo era fallito. Per completare la rassegna dei mezzi di prova che hanno a che fare con questo episodio vi è una produzione specifica, vi è esattamente tra i tabulati dei cellulari la produzione di quello intestato all'imputato Benigno Salvatore. Tabulato le cui indicazioni sono dimostrative della presenza del cellulare di Benigno Salvatore a lui intestato e da pochissimi giorni attivato con regolare contratto alla Telecom, forse allora ancora SIP, di dove si trovasse appunto il tabulato, il cellulare intestato a Benigno Salvatore nella vigilia dell'attentato di via Fauro.
E per completare la illustrazione dei mezzi di prova, richiamo ancora i punti 8 e 9 dei documenti di cui si chiede la produzione. E cioè a dire: due videocassette contenenti registrazioni di trasmissioni televisive l'una diretta da Costanzo e l'altro dal giornalista Santoro e poi ancora una videocassetta contenente la registrazione sempre della trasmissione di Costanzo del 15 gennaio del 1993.
Ecco, Presidente, con questo io ho terminato la indicazione dei mezzi di prova di cui si chiede l'ammissione relativamente all'attentato di via Fauro. Per proseguire con la illustrazione degli altri fatti, non so se lei ritiene, perché ho la sensazione, per esempio, quello successivo, quello di via dei Georgofili sarà un po' più impegnativo.
PRESIDENTE: Alle ore 15.00 riprende l'udienza.
PRESIDENTE: Il Pubblico Ministero può riprendere.
PUBBLICO MINISTERO: Signor Presidente e signori della Corte, nella tempistica di quella stagione di morte che è stato il periodo compreso tra la primavera e l'estate del 1993, un ruolo preminente è assegnato al fatto che avviene a Firenze, in via dei Georgofili, il 27 maggio '93, intorno alle 01.02.
Anche in questo caso il compito principale del Pubblico Ministero sarà quello di dimostrare alla Corte, innanzitutto, che cosa è accaduto in quella notte. E, per far questo, avremo bisogno di far sfilare in quest'aula un numero rilevante di persone - saranno circa un centinaio - che offriranno quello che il collega Chelazzi, nella parte diciamo introduttiva di questamani, ha definito un apporto, un contributo conoscitivo neutro.
Cioè, sfileranno davanti a questa Corte, in quest'aula, essenzialmente le parti offese, essenzialmente quelle persone che occasionalmente si trovavano presenti sul luogo, quelli che in definitiva daranno una dimensione di quello che è realmente accaduto in quella notte.
Ma l'attentato di via dei Georgofili ha in sé, direi riassume in sé, quella che stamani il dottor Chelazzi ha definito la caratteristica, la nota qualificante di questi fatti; cioè quella offesa all'umanità e a quei tre capisaldi della storia dell'uomo: arte, storia, religione. In quanto, in quella notte, verranno contemporaneamente colpiti tutti e tre questi capisaldi.
E quindi il contributo conoscitivo, per verificare l'accaduto in quella notte, in questo caso specifico si allargherà con la presenza in quest'aula di testi, sì che offriranno un contributo neutro alla ricostruzione del fatto; ma che, in realtà, sono testi che nella vita privata, nella vita di tutti i giorni svolgono un'azione altamente qualificata.
Mi riferisco ai testi che sono indicati nella prima parte della lista che abbiamo depositato, proprio sotto l'indicazione di "Firenze, via dei Georgofili, fatto": si tratta, essenzialmente, delle persone che hanno ruoli istituzionali nella tutela, nella gestione del patrimonio artistico, che è stato colpito in maniera devastante dall'attentato del 27 maggio.
Quindi, tra questi testi avremo, oltre al Sindaco di Firenze, che dovrà dar conto - il Sindaco di Firenze dell'epoca, Morales - che dovrà dar conto della dimensione dell'incidenza del fatto rispetto allo sconvolgimento del tessuto urbanistico di un'intera città.
Avremo la direttrice degli Uffizi; alcuni membri di primo piano della Commissione Nazionale per la Sicurezza del Patrimonio Culturale; avremo quindi numerosi testi qualificati, che daranno conto della qualità e della quantità del danno che è stato apportato.
Attraverso, poi, quelli che sono gli apporti, i contributi conoscitivi professionali, essenzialmente della Polizia Giudiziaria, accerteremo come, in che maniera siano state identificate le vittime e l'auto utilizzata come bomba in quella notte. Si tratta, anche in questo caso, di un numero considerevole di testimoni, che sono indicati sempre in quella parte della lista testi, che è rubricata sotto la sintesi del "fatto".
Attraverso questi testi, quindi, ci riproponiamo di dimostrare quello che un po' già è sintetizzato nel capo di imputazione; e cioè che gli autori del fatto, in quella notte, facevano esplodere in via dei Georgofili un ingente quantitativo di esplosivo, anche qui composto da una miscela di tritolo T-4, pentrite e nitroglicerina, il cui peso di carica era stato stimato in circa 275 chilogrammi. Esplosivo che era collocato all'interno di un furgone FIAT Fiorino, che era stato sottratto al detentore, la proprietà dell'autovettura era di una società, la Fair, di Firenze, che per essa lo deteneva per l'appunto il signor Rossi Alvaro, che sentiremo.
E che quindi, gli autori del fatto, facendo esplodere questa autobomba, cagionavano innanzitutto la morte dell'intera famiglia Nencioni: Nencioni Fabrizio, la moglie Fiume Angela, i figli, la Nencioni Nadia, la Nencioni Caterina; lo studente universitario Dario Capolicchio.
Cagionavano, inoltre, il ferimento di una serie impressionante di persone che, o occupavano gli immobili adiacenti al luogo dove l'autobomba era stata collocata, o che occasionalmente si trovavano per strada.
I danni conseguenti erano gravissimi, irreparabili, e quello che stamattina il collega Chelazzi ha chiamato il bollettino di guerra, in questo caso è il più angosciante; perché accanto qui, rispetto a via Fauro, per la prima volta alla lista dei morti, abbiamo non solo una impressionante lista di feriti, ma abbiamo anche la sequela di danni al patrimonio urbanistico che, nella città di Firenze e in quella frazione della città di Firenze, è concentrato in maniera elevata. E che ha il suo punto di maggiore significatività, direi di notorietà in tutto il mondo, nella Galleria degli Uffizi.
Nel capo di imputazione, per l'appunto, questa sequela è riportata come la conseguenza dell'esplosione dell'autobomba: crollo dell'intera Torre del Pulci; danni gravissimi alla Galleria degli Uffizi, a Palazzo Vecchio, alla Chiesa di Santo Stefano e Santa Cecilia, al Museo della Storia della Scienza e della Tecnica, a un numero considerevole di private abitazioni e esercizi commerciali della zona.
Lo squasso al patrimonio, anche al tessuto e alle infrastrutture urbanistiche, della città è ancor oggi visibile.
Attraverso quindi anche l'esame di tecnici, di testi qualificati sotto il profilo tecnico - in questo caso ci riferiamo sia agli operatori che espletano la loro attività presso i servizi di Polizia Scientifica delle forze di Polizia - e anche attraverso l'esame dei consulenti tecnici, dimostreremo le cause dell'esplosione, i mezzi usati per la commissione della strage, gli effetti che la esplosione della autobomba ha avuto.
Vi è, per l'attentato di Firenze, un ulteriore contributo conoscitivo di tipo scientifico: si tratta dell'accertamento tecnico, dell'accertamento in questo caso specifico sui danni agli edifici e al patrimonio delle opere d'arte. In particolare, a quelle ospitate presso la Galleria degli Uffizi, e mi riferisco in particolare a quanto ha potuto accertare l'ingegner Marchini. Si tratta, in definitiva, delle persone indicate come consulenti tecnici ovvero come, per l'appunto, appartenenti ai servizi di Polizia Scientifica, che sono indicate nell'ultima parte della lista che abbiamo depositato in data 28 ottobre '96.
Qui, avremo anche l'ulteriore apporto scientifico che proviene dal medico legale che esaminò le salme delle povere vittime, e che ci darà contezza della dimostrazione della causa della morte dell'intera famiglia Nencioni e del povero Dario Capolicchio.
Al termine dell'esame di queste persone, dimostreremo che l'autobomba era stata confezionata con una miscela composta da tritolo, pentrite, T-4, gelatinati, stimata in un peso di carica intorno, compresa tra i 250 e i 300 chilogrammi.
Detto del fatto del che cosa è accaduto, ci proponiamo di dimostrare come questo fatto, accaduto nella notte del 27 maggio '93, è attribuibile a questi imputati attraverso una serie di contributi conoscitivi che offriremo alla Corte.
Essenzialmente, attraverso l'esame di alcuni degli imputati che hanno deciso di collaborare con i Magistrati, dimostreremo l'apporto che ciascuno degli imputati ha dato, sia sotto il profilo organizzativo, sia sotto il profilo esecutivo, sia sotto il profilo ideativo, alla strage di via dei Georgofili.
L'apporto conoscitivo, quello che abbiamo stamani chiamato un apporto conoscitivo specifico, di primo grado perché proviene dalle persone che le stragi hanno commesso e che, quindi, sono in grado di riferire sia sul proprio contributo, sia sul contributo dato all'esecuzione, alla preparazione dei fatti, proviene essenzialmente, per quanto riguarda la strage del 27 maggio, da Pietro Carra e da Ferro Vincenzo.
Chi è Pietro Carra? Stamani abbiamo accennato, in occasione di quel trasporto che era stato curato prima dell'attentato di via Fauro, per il trasporto dell'hashish del 18, 20 aprile '93.
Possiamo definirlo, questo personaggio, un appartenente in senso lato alla famiglia mafiosa di Brancaccio; è un camionista, è uno che ha cagione, diciamo, di questa sua vicinanza alle persone che poi hanno le stragi commesso. Ha potuto offrire quel contributo prima alla realizzazione dei fatti, poi alla ricostruzione con gli organi della Giustizia dei fatti stessi, per i quali egli è imputato.
Praticamente, quando l'abbiamo arrestato, Carra Pietro era uno sconosciuto, era praticamente incensurato, direi ignoto o quasi alle Forze dell'Ordine. E ha iniziato la sua collaborazione alla fine di agosto del 1995.
Che cosa ci proponiamo di dimostrare, attraverso questo mezzo di prova? Essenzialmente una cronologia di fatti, che vede il suo perno in un momento successivo al viaggio dell'hashish a cui si accennava stamani.
Ci sarà un trasporto di un carico di esplosivo - esattamente, oggi è il 25 novembre, sono le ore 15.20 - all'incirca tre anni e mezzo fa, come oggi, un camion sbarcava nel porto di Livorno dalla motonave Freccia Azzurra. La provenienza di questo camion è Palermo; un certo magazzino, che poi si dirà nel corso del dibattimento quale è stato; che presso questo magazzino con un certo mezzo, una moto Ape nella disponibilità di uno degli imputati, e precisamente di Cosimo Lo Nigro, attraverso questa moto Ape viene portato un carico di esplosivo. Questo carico di esplosivo verrà caricato sul camion, sul trattore Volvo targato Torino 52079D.
Avrete la rappresentazione di come l'esplosivo era confezionato, nelle sue modalità direi esteriori, dell'aspetto di questo carico.
I contatti telefonici che sono intervenuti poco prima che questo carico di morte, dopo essere sbarcato, come vi dicevo, a Livorno da quella particolare motonave - Freccia Rossa, si chiama - si avvicinerà al luogo dove l'esplosivo è stato scaricato, a Prato.
Vi verrà riferito del luogo dove esattamente questo carico di esplosivo è stato scaricato, e vi verranno date due coordinate spaziali, come punti di riferimento: una piazza alla periferia di Prato, avente come punto di riferimento una chiesa dei testimoni di Geova; e un cimitero, poco distante da questa piazza con questa chiesa.
Le autovetture, con le quali i complici presenti su Prato si erano presentati all'appuntamento con il camionista: esattamente, una autovettura FIAT Uno bianca, e un'auto che ci viene - e che vi verrà - descritta come un'auto "tipo la Ibiza", di colore scuro.
Vi verranno riferiti gli ulteriori contatti che verranno mantenuti con i complici.
Quindi, il disimpegno rapido da Prato; l'acquisto, effettuato durante il viaggio di rientro a Palermo, di una autoradio; e il parcheggio del semirimorchio, che accompagnava il trattore Volvo al quale vi ho accennato prima. Il semirimorchio è quello targato Palermo 15424, che verrà lasciato al porto di Livorno.
Vi verrà fatto anche riferimento a un controllo di Polizia, che verrà effettuato su questo camion lungo la strada del ritorno.
Un ulteriore apporto conoscitivo di primo grado verrà offerto alla Corte da un altro degli imputati, e cioè da Vincenzo Ferro. Chi è Vincenzo Ferro?
Stamani il dottor Chelazzi ha accennato a un momento importante dello sfondo, e per capire le dinamiche interne a quell'organizzazione, a quel soggetto criminale collettivo cui questi fatti noi riteniamo di poter attribuire la responsabilità. E cioè all'omicidio del capomafia di Alcamo, Vincenzo Milazzo, e della sua fidanzata.
Bene, ricordava stamani il dottor Chelazzi che questo omicidio segna l'ascesa, in termini di prestigio e di supremazia all'interno di quel territorio, dell'imputato Ferro Giuseppe. Bene, Vincenzo Ferro è il figlio di Giuseppe Ferro.
Un po' per le condizioni di salute, che vengono sempre prospettate un po' come quelle che vedete in quest'aula, e quindi per ovvi motivi, il figlio Vincenzo costituisce un po' la "longa manus" del padre in tutto, un po' in tutti gli affari che riguardano l'organizzazione Cosa Nostra.
Vincenzo Ferro viene arrestato nel febbraio del 1996, perché accusato di associazione di stampo mafioso.
Omettevo di riferire, a proposito, per inquadrare la personalità dell'imputato Vincenzo Ferro: si tratta di una persona giovane - ha circa trent'anni - che ha conseguito la laurea in medicina, quindi ha svolto degli studi, e che quindi si avviava ad una attività - se mi passa l'espressione - alternativa rispetto a quella propriamente mafiosa.
Viene arrestato nel febbraio del '96, quindi in tempi recentissimi, e inizia a rendere dichiarazioni proprio al Pubblico Ministero di Firenze nel marzo '96, quindi direi pochissimo tempo dopo il suo arresto; dopo che, per l'appunto, il Pubblico Ministero di Firenze lo aveva informato dell'esistenza di indagini sul suo conto in relazione all'attentato, alla sua prospettata partecipazione all'attentato, alla strage di via dei Georgofili.
Cosa, attraverso l'esame di Vincenzo Ferro, cercheremo di rappresentare? Innanzitutto, una fase importantissima, e cioè quella che precede i momenti direi terminali, quelli che, invece, cercheremo di dimostrare attraverso l'esame di Pietro Carra. Riferirà, Vincenzo Ferro, di queste fasi preparatorie della strage; fasi che si avviano nell'aprile del 1993. Quindi, direi che si intrecciano con la parallela fase preparativa dell'attentato di Roma, 14 maggio.
La sua, quindi, attivazione per preparare un supporto di tipo - un apporto, un appoggio - di tipo logistico per la strage che si andava a compiere.
Vedremo quali saranno stati i mezzi utilizzati per questi spostamenti, dalla Sicilia alla Toscana, quindi autovetture, treni, aerei e quant'altro. Avremo la rappresentazione delle persone che saranno presenti a Prato, e che lo hanno accompagnato in questa attività - chiamiamola così, in senso lato - preparatoria. E lo sviluppo che ha avuto, diciamo all'incirca in un arco temporale di un mese, per l'appunto dall'aprile a fine di maggio del '93, di queste fasi preparatorie.
Avrete la rappresentazione di un viaggio intrapreso una sera, di venerdì, riferirà Vincenzo Ferro; e l'incontro successivo, intermedio, a Roma nella giornata di un sabato, ci dirà, alla Stazione Termini di Roma.
Apprenderemo quali persone erano presenti a Prato; le iniziative che queste persone avevano preso. Mi riferisco, in particolare, ad un paio di sopralluoghi che verranno fatti nel centro di Firenze e, in particolare, nel piazzale degli Uffizi.
Riferirà ancora il Ferro di alcune sue iniziative, stimolate dai complici, e in particolare di uno, e cioè di un incarico dato allo zio - al proprio zio che è uno degli imputati, Messana Antonino - per l'acquisto di un televisore.
Ci dirà anche della sua partecipazione a un sopralluogo, insieme ad alcuni dei complici, nella fase dei sopralluoghi. Si addentrerà poi nella fase più direttamente esecutiva dell'attentato, riferendo del furto del Fiorino, dell'approntamento del Fiorino all'interno del garage esistente a Prato in via Sotto l'Organo, faccio una breve parentesi: questa abitazione e questo garage pertinente fisicamente non esistono più, essendo stati abbattuti per costruirvi un nuovo edificio in epoca di poco successiva alla commissione del fatto di cui ci occupiamo. Questo spiegherà perché poi nelle nostre richieste, tra i documenti che chiederemo di produrre vi è anche una cartina dell'appartamento in questione, di questo garage.
Ci riferirà anche di un particolare, cioè del fatto che per fare accedere il Fiorino dentro questo piccolo garage era stato necessario smontare il portapacchi che sovrastava il tetto di questo piccolo garage. Poi ancora sentire in quale maniera, con quali mezzi gli attentatori si sono allontanati da Prato dopo l'esecuzione dell'attentato.
Questo accenno a quanto ci ripromettiamo di dimostrare l'ho fatto, l'abbiamo fatto per spiegare il senso di alcune produzioni che andiamo ad illustrare alla Corte. E allora, innanzitutto abbiamo, tra i documenti che intendiamo produrre, i tabulati delle tre compagnie la Via Bare, la Grandi Traghetti e la Tirrenia Navigazioni che a vario titolo, vedremo, dimostreremo, sono stati interessati dagli spostamenti di questi mezzi. Si tratta, questa, della produzione che nella lista è indicata al numero 49. Questo perché da questi documenti, per l'appunto, dimostreremo come l'automezzo a cui ho fatto riferimento cioè il trattore Volvo con quel semirimorchio per l'appunto si era imbarcato su quella motonave, la Freccia Rossa, da Palermo a Livorno il 24 maggio '93 con sbarco a Livorno, per l'appunto, nel pomeriggio del 25 maggio del 1993.
Cercheremo di dimostrare la presenza di alcuni degli imputati in territorio toscano e vedremo poi anche attraverso l'esame del consulente, dell'ingegner Staiano, indicato nell'ultima parte della lista, anche con una buona approssimazione la zona di operatività di alcuni di questi cellulari, per l'appunto producendo i tabulati delle utenze telefoniche: una è quella che abbiamo già citato stamani del cellulare intestato all'Autotrasporti Sabato Gioacchina, è la ditta del Carra, ed è il cellulare che veniva utilizzato da Carra. Producendo poi ancora il tabulato del cellulare intestato all'imputato latitante Gaspare Spatuzza e il tabulato delle chiamate dell'utenza 0574/813941 intestata a Messana Antonino. Perché queste produzioni? Perché attraverso questi tabulati noi cercheremo di dimostrare tre fatti, tre dati: primo, che Carra e Spatuzza erano presenti, o perlomeno i cellulari utilizzati da Carra e Spatuzza, erano presenti in territorio toscano in virtù del dimostrato contatto che intercorre tra questi due cellulari all'01.04 del giorno 26 maggio 1993, quindi siamo a poco meno di 24 ore dalla strage.
Dimostreremo che, sempre dall'esame di questi tabulati, alle 22.58 del 25 maggio '93, sbarco a Livorno intorno alle ore 16.00 del 25. Alle 22.58 dimostreremo il contatto esistente tra Carra - cellulare Autotrasporti Sabato Gioacchina - con l'utenza, quella che ho appena accennato, 0574/813941 intestata a Messana Antonino. Faccio una piccola premessa, una piccola digressione. Attraverso l'esame del Carra dimostreremo come uno dei complici aveva dato come punto di incontro, di riferimento, come punto di recapito, una utenza telefonica fissa, del territorio di Prato. Questo dato quindi ci serve a dimostrare questo contatto.
Con il materiale che abbiamo sequestrato, di pertinenza di Messana Antonino, ed esattamente una Fiat Uno intestata alla moglie, Perricone Tommasa, e il sequestro di una Golf scura, di colore azzurro scuro, intestata a uno dei figlioli di Messana Antonino, vorremmo dimostrare che le autovetture indicate da Carra come in possesso degli attentatori erano esattamente compatibili con queste due autovetture.
Abbiamo poi cercato di dimostrare un'affermazione di Vincenzo Ferro a proposito dell'acquisito di un piccolo televisore, esattamente all'antivigilia dell'attentato di via dei Georgofili, acquisto che attraverso le indagini di Polizia Giudiziaria e attraverso i documenti che intendiamo produrre, è stato effettuato a Prato, presso la ditta Cosci, il giorno 24 maggio 1993. Questo spiega il senso della produzione di un documento fiscale, per l'appunto proveniente dalla ditta Cosci, datato 24 maggio '93, documento fiscale intestato a Messana Antonino. Il dato si completa con il sequestro, che è stato fatto mi pare nel marzo di quest'anno, per l'appunto di un televisore 14 pollici, quindi di piccole dimensioni, presso l'abitazione di Messana Antonino. Ecco spiegato allora il documento che intendiamo produrre e che abbiamo indicato al punto 50-G dell'elenco delle richieste di prova che ci accingiamo poi a depositare, si tratta per l'appunto della fattura relativa a un TV color di marca Seleco del 24 maggio '93, fattura che è intestata per l'appunto a Messana Antonino.
Poi ancora, intendiamo produrre questo documento indicato al punto 53 delle produzioni, una affermazione di Carra e cioè l'acquisto di un piccolo mangianastri e di alcune musicassette in un'area di servizio lungo il rientro da Prato a Livorno per lasciare, come ho accennato prima, il semirimorchio e, attraverso la produzione dello scontrino fiscale battuto presso l'area di servizio Migliarino-nord, per l'appunto il giorno 26 maggio 1993 e attraverso la testimonianza di uno degli addetti alla gestione di quest'area di servizio, e si tratta del teste Russo Francesco, vorremmo dimostrare un altro dato e cioè che effettivamente nella tarda serata del 26 maggio '93, così come aveva sostenuti Pietro Carra, vi era stato questo acquisto presso quella determinata area di servizio.
Attraverso poi i tabulati degli imbarchi vorremmo per l'appunto dimostrare come il 5 giugno '93, quindi in epoca di poco successiva, vi sia stato l'imbarco del semirimorchio.
E ancora, attraverso l'esame degli ufficiali di P.G. che sono indicati nella lista e che costituiscono nella parte preminente anche in termine quantitativo, per il numero direi insolito di investigatori che ha concorso in questa indagine, vorremmo dimostrare come il 27 maggio '93, in una certa ora di quel giorno vi è stata, al terminale del CED della Polizia di Stato, l'interrogazione della targa del trattore Volvo in disponibilità di Carra.
Sentiremo poi ancora in quest'aula gli ufficiali di P.G. in relazione alle individuazioni di quei luoghi un po' singolari: cimitero ove avviene lo scarico dell'esplosivo, chiesa dei Testimoni di Geova dove sarebbe avvenuto l'incontro tra il camionista e i complici presenti su Prato.
Ancora, in relazione all'affermazione dell'orario del furto del Fiorino e della esistenza di un portapacchi nel Fiorino stesso, sentiremo la testimonianza del detentore del Fiorino esploso in via dei Georgofili e cioè del signor Rossi Alvaro. Sentiremo anche un altro teste, si tratta di una persona che ha una lavanderia accanto il luogo dove era avvenuto il luogo del Fiorino e si tratta del teste Lo Conte. Sentiremo anche in questo caso, per verificare l'ora esatta, un consulente, anzi due consulenti, l'ingegner Pampaloni e l'altro che è indicato per l'appunto nella parte terminale della lista, i quali hanno analizzato un certo filmato che era stato acquisito, il filmato della caserma Simoni, che era stato acquisito nell'immediatezza del fatto per verificare appunto l'ora del furto del Fiorino.
Attraverso documenti di cui dispone direttamente il Tribunale, in quanto si tratta di atti irripetibili compiuti in questo processo dalla P.G. e in particolare attraverso il sequestro dell'Ape di Lo Nigro a Palermo, dimostreremo la disponibilità di questo mezzo.
Poi ancora, attraverso documenti che sono indicati ai punti da 50... Alle lettere 50-A, B, C, D, E, F della nostra lista delle produzioni, intendiamo dimostrare gli spostamenti effettuati da Vincenzo Ferro nei mesi tra l'aprile e il maggio del 1993, esattamente nelle date che erano state indicate. Ecco spiegato il senso della produzione del biglietto aereo emesso in data 12 maggio '93 intestato a "Ferro V. Mr." e del relativo check-in. Poi ancora della copia per l'appunto del check-in di un biglietto aereo dell'8 maggio '93 con relativo check-in intestato a Giorgio Pizzo. Ancora, copia dei biglietti aerei dell'Alisarda in data 21 maggio '93 intestata a Ferro Vincenzo e Messana, seguito da una lettera "G", puntata.
Breve digressione. Il Ferro vi dirà che in occasione di uno di questi viaggi, per contattare lo zio Messana Antonino, era stato accompagnato dalla madre che per l'appunto si chiama Messana Grazia.
Poi ancora, ulteriori biglietti aerei del giorno e del relativo check-in in data 23 maggio 1993. In questo caso, proprio attraverso le indicazioni di Ferro che aveva riferito che alcune volte il suo nome veniva storpiato da Ferro in nomi assonanti, tipo Ferraù, o Ferrauto, in questo caso ci sono due biglietti aerei: uno del 23 maggio 1993 a nome "Ferrauto V.", biglietto questo da Palermo-Roma, Roma-Firenze; un altro in data 27 maggio 1993 a nome "Ferraù Mr.".
Poi ancora, siccome il primo di questi viaggi, chiamiamolo preparatori, asseritamente era stato fatto con un'autovettura Audi intestata allo stesso Vincenzo Ferro produrremo - ed è il documento indicato al punto 51 - la copia del biglietto delle Ferrovie dello Stato emesso per l'appunto dalla stazione di Messina Marittima in data 7 maggio 1993. Da questo documento si vedrà come su quella nave si sia imbarcata l'autovettura Audi 80 targata Trapani 361825 che è esattamente l'autovettura Audi intestata a Vincenzo Ferro.
Sentiremo poi la segretaria della ditta Autotrasporti Sabato Gioacchina, la ditta - usiamola per sintesi - la ditta di Carra. Per l'appunto la segretaria è la persona che dà il nome alla ditta, si chiama per l'appunto Sabato Gioacchina, e attraverso la sua testimonianza intenderemmo dimostrare un altro dato introdotto dall'esame del Carra e cioè che l'utilizzo di quel particolare mezzo, di quel particolare trattore Volvo era in via esclusiva, diciamo, effettuato dallo stesso Carra.
Ancora, attraverso la produzione del tabulato cellulare dell'utenza di Ferro Vincenzo, la 0336/894421 intestata per l'appunto a Ferro Vincenzo, intenderemo dimostrare gli spostamenti indicati da Vincenzo Ferro e, attraverso la produzione del cellulare di Gioacchino Calabrò - quindi di uno degli imputati - cellulare che è lo 0337/960386, dimostreremo la presenza di Calabrò a Roma nel periodo indicato da Ferro.
Questi sono quelli che abbiamo chiamato i contributi specifici, Carra e Ferro, attraverso il loro esame, attraverso quindi l'esame di persone che sono portatrici di conoscenze dirette della vicenda e dell'esecuzione, dell'organizzazione, della preparazione della strage, cercheremo di dimostrare questi dati. Ma altri ne vorremmo e ne aggiungeremo. Si tratta di contributi che stamani il dottor Chelazzi ha definito conoscitivi di secondo grado. Cioè, quindi si tratta di notizie apprese all'interno di Cosa Nostra da altri appartenenti di Cosa Nostra che non hanno direttamente partecipato a questi fatti, ma che ne hanno avuto un racconto da altri. Chi sono queste due persone? Uno è Calvaruso Antonino. Chi è Calvaruso Antonino? Stamani Chelazzi ne ha fatto un cenno quando ha spiegato il senso di alcune produzioni documentali, in particolare di atti irripetibili della P.G. in altri procedimenti. Cioè, degli atti di perquisizione, arresto e sequestro effettuati in occasione della cattura dell'imputato Leoluca Bagarella. Per l'appunto tra queste persone vi era Antonio Calvaruso che, a partire dall'estate del '95, quindi dopo, in epoca successiva, nell'autunno del '95, in epoca successiva al suo arresto, ha iniziato a collaborare. Quindi Calvaruso è un appartenente alla famiglia mafiosa di Brancaccio, è stato particolarmente vicino a Leoluca Bagarella del quale è stato, per un certo periodo, l'autista. In conseguenza di questo suo ruolo, l'autista da sempre ha un ruolo di assoluta fiducia della persona che accompagna, non foss'altro perché conosce chi incontra, sa dove va, sa quali relazione intrattiene e in più si può e normalmente si instaura anche un certo rapporto di confidenza. In conseguenza quindi di questo suo ruolo, ripeto, faceva da autista, ha ricevuto delle confidenze da Bagarella in relazione a tutta la stagione delle stragi. Ha avuto modo di accompagnare Bagarella in particolare ad alcune riunioni di vertice dell'organizzazione e ha conosciuto così tra gli altri, ha avuto modo di constatare in prima persona gli incontri che lo stesso Bagarella aveva con altri imputati di questo processo: e cioè con Giovanni Brusca, con Ferro Giuseppe, con Matteo Messina Denaro. Bene, cosa dirà in relazione allo specifico fatto di strage di via dei Georgofili, Calvaruso? Riferirà in particolare che da un altro degli imputati, e cioè da Giacalone con cui aveva condiviso un periodo di detenzione, aveva appreso per l'appunto che chi aveva fisicamente collocato l'autobomba agli Uffizi, che aveva portato il Fiorino in via dei Georgofili era per l'appunto Cosimo Lo Nigro.
Un altro contributo di questo tipo ci viene offerto da un altro personaggio a cui abbiamo già accennato, ma del quale vorremmo poi fare, per così dire, una scheda quando affronteremo specificamente l'attentato di Formello del 14 aprile '94. Un altro contributo di questo tipo lo fornirà Pietro Romeo. Il quale a sua volta riferirà in quest'aula quanto appreso da un altro degli imputati di questo processo e cioè da Giuliano. Riferirà: primo, che il Fiorino era stato collocato dallo stesso Giuliano e da Lo Nigro, che presenti fisicamente sul luogo dell'attentato, o comunque in occasione della preparazione ultima, nell'approntamento dei mezzi vi erano anche Spatuzza e Barranca e che l'esplosivo, come negli altri attentati, era stato trasportato da Carra.
Questo è il quadro, direi, probatorio che il progetto - chiamiamolo così - probatorio che intendiamo proporre alla Corte per dimostrare la responsabilità degli imputati rispetto a questo specifico fatto. L'attentato di via dei Georgofili, diciamo, però ha la sua ragion d'essere e trova una più adeguata collocazione, un più adeguato modo per comprenderne il reale significato, per apprezzarne, per così dire, l'attività di tipo programmativo dell'organizzazione cui noi riteniamo fondatamente di attribuire la responsabilità specifica per questi fatti, se non richiamiamo due antefatti dell'attentato. Un primo di questi attentati si verifica - anche in questo caso la cronologia è importante perché serve a collocare esattamente gli accadimenti - questo primo antefatto è dell'ottobre del 1992.
Chiameremo a testimoniare in quest'aula un certo signor Tiziano Samuelli. Cosa fa il signor Tiziano Samuelli? Lavora per una certa ditta che tra l'altro esegue lavori di giardinaggio presso il Giardino di Boboli. Cosa dirà il signor Samuelli? Che il 5 novembre del 1992, mentre stava a svolgere il suo lavoro in una particolare zona del giardino, aveva trovato sotto una certa statua, in mezzo all'erba, praticamente ai piedi di questa statua, aveva trovato un ordigno che era collocato tra il basamento della statua e la siepe. Questo ordigno viene consegnato - di cui poi vi darà le dimensioni, le caratteristiche esteriori - verrà consegnato al maresciallo che comandava all'epoca la Stazione Carabinieri di Palazzo Pitti, per l'appunto all'epoca era il maresciallo Amoroso, il quale pure è indicato tra le persone, tra i testi da escutere nel processo e sentiremo per l'appunto dallo stesso maresciallo Amoroso quali erano le caratteristiche di questo ordigno, come era stato confezionato, in pratica ci sarà un riferimento ad un sacchetto di plastica nero. E su altre caratteristiche tecniche dell'ordigno riferirà anche un altro teste, uno specialista, l'artificiere cui era stato poi consegnato, e cioè esattamente il teste Errico.
Tutti questi testi la Corte li troverà puntualmente indicati nella lista nella parte che riguarda per l'appunto uno dei passaggi probatori del processo che particolarmente, come si può ben capire dai tempi della nostra esposizione, da questo processo. Si tratta dei testi che sono indicati, salvo qualche sfasatura di pagina, perché credo che ci sia una divergenza fra il documento che consulto e quello che è depositato alla Corte di una o due pagine, intorno comunque alla pagina 68 della lista.
Sentiremo ancora, su questo episodio, quindi ricostruiremo il rinvenimento di questo ordigno e questo dato storico spiega il senso della produzione del verbale di sequestro che a suo tempo avevano redatto i Carabinieri della Stazione di Palazzo Pitti per l'appunto di questo ordigno. Questo documento, il verbale di sequestro, è indicato al punto 13 delle nostre produzioni.
In relazione a questo specifico fatto, quindi ordigno rinvenuto il 5 novembre '92 nel Giardino di Boboli, saremo in grado di offrire alla Corte un contributo conoscitivo specifico. Introdurremo infatti - ed è indicato nella lista - in signor Gullotta Antonino. Anche in questo caso, qui occorre una breve presentazione della persona.
Gullotta è, diciamo, un fiduciario, un portaborse, un uomo di fiducia, chiamiamolo come meglio riteniamo, di un certo Santo Mazzei. Quest'ultimo, uomo d'onore della famiglia, uomo d'onore catanese, uomo d'onore particolarmente vicino a Bagarella e in genere alla struttura mafiosa che ha, come suo baricentro territoriale, Mazara del Vallo.
Cosa ci dirà il signor Gullotta Antonino? Innanzitutto ci dirà dei rapporti stretti da lui intrattenuti con Mazzei. E ci dirà conseguentemente qual era la specifica collocazione criminale di Mazzei in Cosa Nostra.
Poi riferirà di un suo, per Gullotta, viaggio fatto a Firenze in un periodo che il dichiarante colloca tra l'ottobre e il novembre del 1992, e viaggio intrapreso da Torino insieme a un certo signor Cannavò Roberto che è un suo omologo. Cioè anche questo Cannavò è una persona vicina a quest'uomo d'0onore, Mazzei, a cui prima accennavo, insieme allo stesso Mazzei ed insieme ad un altro personaggio: un certo Salvatore Facella.
Dirà ancora Gullotta del proponimento che il Mazzei aveva in quel periodo di procurarsi dell'esplosivo; di alcuni contatti che aveva messo in atto il Mazzei per procurarsi un ordigno di cui il Gullotta descriverà le caratteristiche.
Ancora: per collocare nel tempo questo suo viaggio, Gullotta farà riferimento all'acquisto di una certa autovettura fatta da un suo compagno di viaggio, dal Cannavò. E, in particolare, parlerà di una certa autovettura, di una autovettura di tipo Opel.
Continuerà riferendo del suo viaggio fatto a Firenze; della dislocazione in due autovetture del quartetto composto per l'appunto da Facella, Cannavò, Gullotta e Mazzei e del collocamento di un ordigno in, di questo ordigno che il Mazzei si era procurato da Torino, collocamento in un - riferirà il Gullotta - in un luogo dove c'erano dell'erba e delle statue. Quindi in un museo di Firenze e collocamento che sarà stato fatto materialmente ad opera di Cannavò.
Parlerà Gullotta del confezionamento in un sacchetto di plastica nero.
Infine darà contezza di una certa telefonata fatta da Mazzei a un qualche organo di stampa, del quale però non riferisce esattamente la testata. In questo contesto riferirà anche delle iniziative che lui, Gullotta, aveva appreso dal Mazzei per conto di Cosa Nostra.
Questa premessa sulla acquisizione dibattimentale che andremo a proporre alla Corte con l'esame del Gullotta, ci legittima ad un'altra produzione. E cioè ai documenti relativi a quella certa autovettura, all'acquisto di quell'autovettura, esattamente una Opel Kadett targata Milano eccetera, che documentano l'acquisto di questa autovettura a Cannavò Roberto.
La Corte vedrà, anche se non l'ho scritto nella descrizione del documento, che questa autovettura risulterà acquistata nell'ottobre del 1992.
Ancora, sempre come contributo conoscitivo specifico rispetto a questo fatto, ci verrà da un altro personaggio al quale stamani il collega Chelazzi ha accennato per dare alla Corte una ulteriore coordinata di tipo generale per inquadrare esattamente i fatti.
Il contributo ci viene da Gioacchino La Barbera.
Se n'era fatto stamani cenno a proposito dell'arresto di La Barbera insieme a Gioè quali uomini di primo piano di Cosa Nostra della famiglia di Altofonte, una di quelle che fa capo a Giovani Brusca. E occorre, a questo punto, dire qualcosa di più su Gioacchino La Barbera. Innanzitutto chi è e che cosa ha fatto.
Chi è, lo abbiamo già anticipato: è un uomo d'onore del mandamento di San Giuseppe Iato. Ha iniziato la sua collaborazione, a rendere dichiarazione diciamo nella seconda metà del 1993, tra i fatti di cui si è autoaccusato e nei quali è stato effettivamente coinvolto, per primo la strage di Capaci, in relazione alla quale è inutile sottolineare che alcuni dei nostri imputati contemporaneamente rispondono.
Bene. Cosa dirà La Barbera? Cosa ci proponiamo di dimostrare attraverso l'esame di La Barbera, per quanto riguarda questo fatto specifico? Primo, innanzitutto dei suoi, di La Barbera, rapporti con Mazzei. E in particolare di una azione dimostrativa che Mazzei si era assunto il compito di fare a Firenze. In particolare si parlava genericamente di danni ad un museo. Che presente a queste confidenze già al Mazzei e a La Barbera vi erano Brusca, Bagarella, Gioè, oltre ovviamente allo stesso La Barbera e a Mazzei.
La data di quest'episodio, che La Barbera colloca in relazione ad una certa telefonata da lui fatta col suo, fatta da La Barbera, per l'appunto dal dichiarante sul cellulare di Mazzei.
Bene. In relazione a questo fatto, attraverso l'esame di ufficiali della DIA dimostreremo come questo contatto vi sia stato tra il La Barbera e il Mazzei esattamente il giorno 16 ottobre 1992 alle ore 20.53. Un altro, in realtà, vi sarà anche alle 20.51.
Ancora: riferirà sul contesto nel quale questa iniziativa di cui il Mazzei ne aveva parlato nel contesto di queste confidenze si iscriveva in un certo quadro di iniziative che Cosa Nostra andava ad intraprendere.
Ancora, sempre su questo fatto. Abbiamo indotto un altro personaggio: Filippo Malvagna. Chi è Filippo Malvagna? E' stato arrestato nel marzo del 1993. E' legato, diciamo, per vincoli di parentela, a un importante uomo d'onore della famiglia di Catania, cioè Pulvirenti Giuseppe e rende dichiarazioni, il Malvagna, a partire dagli ultimi mesi del, diciamo rende dichiarazioni fin dagli ultimi mesi del 1994.
La sua collocazione, quindi del Malvagna, gli dà modo di conoscere quali tipi di relazioni, quali contatti, in definitiva quali dinamiche intercorrano tra i vertici della Cosa Nostra catanese e i vertici di Cosa Nostra palermitana. E quindi, insieme agli altri collaboratori, è al corrente di alcune intese che erano intercorse tra Cosa Nostra catanese e Cosa Nostra palermitana relativamente al progetto di eliminare Costanzo del quale stamani si è già parlato.
Bene, questo è Filippo Malvagna.
Cosa dirà Filippo Malvagna? Dirà di un lavoro - lui lo chiamerà così - di una iniziativa che Mazzei si era assunto di fare in Toscana, iniziativa che secondo le sue affermazioni non doveva far pensare a Cosa Nostra. Ed anzi doveva avere lo scopo, l'effetto, di provocare nell'opinione pubblica l'idea che vi fosse in atto una ripresa del terrorismo.
Questa iniziativa, sempre secondo le dichiarazioni di Malvagna, Mazzei se l'era assunta previ contatti con Brusca, Bagarella e si inseriva in una particolare strategia di attacco allo Stato che era stata deliberata dal Riina.
A che cosa ci è servito questo segmento? Questo antefatto dell'attentato di via dei Georgofili? Ci è servito per illustrare questo interessamento di Cosa Nostra per la città di Firenze, incentrato sulle cose dell'arte, sulle cose della storia.
Però, questo fatto, questa iniziativa assunta da Mazzei in contatto con taluni dei vertici, coi personaggi dei vertici di Cosa Nostra: Brusca, Bagarella, non avrebbe la capacità di esprimere tutta la sua forza dimostrativa, tutta la sua forza di efficacia in termini probanti di questo interessamento di Cosa Nostra, per l'appunto come si è detto per le cose della storia e dell'arte, se non accostassimo questa vicenda del collocamento dell'ordigno poi sequestrato dai Carabinieri, rinvenuto dal giardiniere il 5 novembre del '92, a un altro importante accadimento che matura proprio nello stesso periodo: ottobre '92, e che in definitiva, come ora cercheremo di dimostrare, è un altro momento di quello che potremmo definire un percorso di sensibilizzazione criminale di Cosa Nostra per l'appunto per le cose della storia e dell'arte.
A questo punto allora bisogna che la Corte abbia la pazienza di ascoltare quello che è un passaggio importante per comprendere tutta la strategia messa in atto in quel periodo e per svalutare effettivamente l'antefatto della strage di via dei Georgofili.
Bisogna a questo punto che introduciamo un personaggio che lo vedrete in quest'aula. Un personaggio singolare. E cioè quello che nella lista è indicato subito dopo nel contesto per l'appunto di questo segmento probatorio. Si tratta di Paolo Bellini e dei rapporti tra questo personaggio che potremmo definire una sorta di cacciatore di opere d'arte, e Cosa Nostra.
Chi è Paolo Bellini? Paolo Bellini è un personaggio assolutamente singolare. Lo potremmo definire un avventuriero. Non è un mafioso, è un personaggio credo che sia di... emiliano. Si potrebbe definire un esperto di opere d'arte. E' uno di quelle persone che ha fatto questa sua esperienza in maniera, direi, da una particolare prospettiva. Cioè, quello del traffico clandestino delle opere d'arte.
E' un personaggio che può anche esercitare un certo fascino, perché accanto a questa sua, a questo suo pedigree di tipo, chiamiamolo, culturale e artistico, ne accoppia un altro. E' un avventuriero, è uno in grado di fare il pilota di aerei e quant'altro.
Quindi un personaggio in grado comunque, per questa sua particolare collocazione, chiamiamola in senso lato, criminale, di avere rapporti e relazioni con vari ambienti criminali. Tra cui, come cercherò, cercheremo di dimostrare anche con ambienti qualificati di Cosa Nostra.
Cosa verrà a riferire in quest'aula Paolo Bellini? Innanzitutto ci dirà dei suoi, della sua personale conoscenza con Antonino Gioè. Mi dispiace procedere per parentesi, ma anche qui bisogna aprirla una parentesi per dare un quadro un po' più specifico della personalità di Antonino Gioè.
Si tratta anche in questo caso di un uomo d'onore di alto profilo, arrestato in quel covo di via Ughetti, cui si accennava stamani, insieme a Gioacchino La Barbera. E' stato uno dei principali esecutori della strage di Capaci; a qualche mese di distanza dal suo arresto, esattamente verso la fine del luglio del 1993 si suicida in carcere a Rebibbia.
Torniamo a Bellini: Bellini dirà quindi di questa sua personale conoscenza con Gioè, di contatti avuti da Bellini stesso con Gioè nel corso dell'anno '92. Contatti che Bellini aveva, diciamo così, intrapreso anche su sollecitazione di un ufficiale dell'Arma dei Carabinieri. E cioè del maresciallo Roberto Tempesta che è uno degli investigatori di punta del Nucleo Tutela Patrimonio Artistico dei Carabinieri. Perché aveva avuto questa sollecitazione, Bellini, da parte del maresciallo Tempesta, perché era accaduto un grosso furto di opere d'arte alla Pinacoteca di Modena.
Il Bellini quindi aveva cercato di acquisire informazioni presso Gioè del quale conoscenza, sia pure non in dettaglio, la caratura criminale, o la possibilità di muoversi in certi ambienti. E quindi dei contatti che aveva avuto con lo stesso Gioè per avere notizie in relazione a questo furto di quadri della Pinacoteca di Modena.
Riferirà ancora Bellini quale sia stata la risposta di Gioè, delle iniziative che sia Bellini, che Gioè, rispettivamente avevano intrapreso. Riferirà in particolare Bellini delle richieste che Gioè aveva formulato, aveva avanzato diciamo a titolo di corrispettivo per il futuro recupero di altre opere d'arte, di cui in genere Cosa Nostra poteva disporre.
In sintesi, diciamo la contropartita richiesta da Gioè, secondo il racconto di Bellini, sarebbe stato quello di un trattamento detentivo di favore in relazione ad alcuni grossi personaggi di Cosa Nostra.
Quindi ancora Bellini dirà delle iniziative che egli stesso aveva assunto, dei contatti che il Bellini aveva avuto con organi, con il suo interlocutore istituzionale, chiamiamolo così, della indisponibilità dell'interlocutore istituzionale a questa trattativa, a questo scambio. E delle successive minacce che il Gioè aveva formulato a seguito del rifiuto di cui il Bellini stesso si faceva portatore.
Su questo specifico segmento probatorio si inseriscono le testimonianze dello stesso maresciallo Roberto Tempesta e del colonnello dei Carabinieri Mario Mori comandante all'epoca - e credo anche oggi - del ROS dei Carabinieri.
Entrambi riferiranno di essere stati a conoscenza dei contatti che Bellini aveva avuto e che Bellini riferirà. E, in particolare, riferiranno della indisponibilità che era stata manifestata di dar seguito a queste richieste avanzate da Gioè per conto di Cosa Nostra.
A questo punto abbiamo spiegato il senso di richiesta di prova dell'assunzione della testimonianza di Bellini, del maresciallo Tempesta, del colonnello Mori.
Dobbiamo spiegare alcune delle produzioni che intendiamo, a questo riguardo, fare. Primo: la copia del documento della lettera che Gioè lascia in carcere allorché si suicida.
Anticipo esclusivamente che, in questa lettera agli indeterminati lettori della lettera, Gioè tra l'altro affiderà una sorta di messaggio criptico che ha comunque come baricentro la persona di Bellini. In un passaggio di questa lettera si farà riferimento ad una sorta di diffida della persona di Bellini. Quasi a dire a chi, ai possibili lettori di questa lettera: 'state attenti, diffidate di Bellini, perché è persona di cui forse non ci si può fidare'.
Il dato per noi comunque, è importante perché serve a dimostrare effettivamente i rapporti intercorsi tra Bellini e Gioè. E' il punto 15, questo manoscritto, delle nostre produzioni.
Punto secondo: attraverso l'esito delle perquisizioni che abbiamo disposto a carico di Bellini - il sequestro è agli atti del fascicolo del dibattimento - intendiamo dimostrare come Bellini avesse effettivamente i numeri di telefono di Gioè, ad Altofonte.
Attraverso le testimonianze degli Ufficiali di Polizia Giudiziaria che hanno espletato degli accertamenti in Sicilia, dimostreremo la presenza di Bellini nel territorio siciliano nei periodi che egli stesso ha indicato.
Ancora: attraverso i documenti che sono stati consegnati al Pubblico Ministero dal maresciallo Roberto Tempesta, allorché in data 7 aprile '94 venne interrogato su questi fatti, intendiamo offrire un ulteriore materiale documentale per dimostrare due fatti. Primo: i contatti che il maresciallo Tempesta aveva avuto con Bellini. Tempesta consegnò al Pubblico Ministero gli appunti della sua agenda dov'erano documentati questi incontri con Paolo Bellini.
Secondo: consegnerà, il maresciallo Tempesta in quella data - e noi le giriamo alla Corte - alcune fotocopie di fotografie di opere d'arte che, opere d'arte che venivano, le raffiguravano dei dipinti provenienti da un furto operato in Sicilia. Esattamente a Palermo a Villa Lanza nel 1989, e che Bellini aveva ricevuto da Gioè.
Quindi, Gioè consegna queste fotocopie a Bellini; Bellini le consegna al maresciallo Tempesta; il maresciallo Tempesta le consegna al Pubblico Ministero nel corso dell'esame del 7 aprile '94.
Questo fa oggetto specifico di produzione al punto 16.
Ancora: intendiamo produrre i verbali di atti irripetibili della Polizia Giudiziaria compiuti recentemente, esattamente nel periodo credo febbraio-marzo '96, proprio dai Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Artistico.
Che cosa hanno sequestrato i Carabinieri? Hanno sequestrato, a carico di un certo Danilo Zicchi, persona che sentiremo in quest'aula, tra l'altro, esattamente i quadri di cui il Gioè aveva rappresentato la disponibilità ad opera di Cosa Nostra.
E intendiamo quindi produrre sia i verbali di sequestro di questi quadri, quelli di Villa Lanza, sia le foto di questi quadri sequestrati. un raffronto fra le fotocopie consegnate dal maresciallo Tempesta e questi quadri ne evidenzierà la identità.
Ancora: intendiamo introdurre - e abbiamo chiesto l'esame dello Zicchi Danilo - è un po' un trafficante di opere d'arte provenienti un po' da tutte le latitudini. Qui, in questo caso di opere d'arte ricettate - e sentiremo dallo Zicchi che, per l'appunto, il suo dante causa lo aveva messo al corrente del fatto che queste opere d'arte avevano, erano state per così dire oggetto di trattative tra lo Stato e Cosa Nostra.
Mi pare che a questo punto i retroscena dell'attentato di via dei Georgofili, per come abbiamo potuto ricostruire, sia abbastanza definito in termini probatori e mi esimerei anche dal tracciare il quadro delle specifiche chiamate in correità rispetto a ciascun fatto e antefatto. perché riteniamo che la Corte possa direttamente apprezzarlo attraverso l'esame o degli imputati, o degli imputati in procedimento connesso dei testi che abbiamo appena indicato.
PRESIDENTE: Sospendiamo?
PUBBLICO MINISTERO: Prego.
AVV. Cianferoni: Presidente, abbia pazienza. Posso avere la parola?
PUBBLICO MINISTERO: Chi è?
AVV. Cianferoni: Sono l'avvocato Cianferoni.
PRESIDENTE: Dica pure.
AVV. Cianferoni: Difesa Bagarella.
Io vorrei rinnovare un invito alla Signoria Vostra, Presidente, ai sensi del IV Comma dell'articolo 493, affinché indicasse al Pubblico Ministero l'opportunità di contenere l'esposizione introduttiva in quella esposizione sintetica dei fatto, s'intende, oggetto d'imputazione. Che per esempio i fatti per brevità del Giardino di Boboli nulla hanno a che vedere con l'attuale processo, e indicare le prove, non spiegarle al punto da riempirle di contenuto al punto da raccontare al punto ciò che avrebbe detto un imputato di questi ad un imputato ex articolo 210 che verrà a deporre di fronte a codesta Corte.
Mi sembra un approccio metodologicamente non convincente. E pertanto, in questi termini, rivolgevo nuovamente, dopo quanto stamani ha fatto l'avocato Anania un invito a lei, Presidente, che, in questo caso, è l'autorità che presiede per l'appunto a regolare l'esposizione introduttiva affinché contenesse poi, indicasse meglio al Pubblico Ministero l'opportunità di contenersi. Io spero di riuscire a meritare, quando sarà il mio turno, un'oretta del tempo di codesta Corte per esporre le difese dei miei rappresentati. Ma mi guarderei bene di abusare della loro pazienza perché non è questa davvero la sede per raccontare il processo. O anche degli spezzoni di altri processi che con questo non hanno quella pertinenza così appariscente che sembra.
Chiudo soltanto su una annotazione che mi pare di aver colto dalle parole del Pubblico Ministero che ora stava parlando che vi sia una relazione scritta. Cioè, questo l'aveva già detto anche il dottor Chelazzi stamani. Ma stasera il dottor Nicolosi faceva riferimento, in particolare, ad una pagina, ad una numerazione di pagine di un documento che io, come difensore, non ho.
Quindi, se potessi averlo per seguire, perché mi pare invece che sia stato depositato presso la Cancelleria dell'Assise. Quindi se c'è questo elenco delle prove...
PRESIDENTE: Gli atti che sono al fascicolo del dibattimento sono perfettamente a vostra conoscenza.
AVV. Cianferoni: Sì, questo sì, Presidente. Ho visto quella sorta di anonimo, se così lo vogliamo definire, sul quale poi chiederò quello che appunto, secondo me, va espunto dal dibattimento.
Ma ora non è che voglio far perder tempo alla Corte...
PRESIDENTE: Essendo un anonimo, con un nome?
AVV. Cianferoni: Con un nome.
PRESIDENTE: Io ho ritenuto doveroso farlo conoscere alle parti.
AVV. Cianferoni: Sì.
PRESIDENTE: Quando vorrete...
AVV. Cianferoni: .. ma sono...
PRESIDENTE: Se risulta, o ritenete tutti che sia un anonimo in senso stretto, si elimina.
AVV. Cianferoni: Sì. Insomma, io lo dirò poi quando mi tocca, appunto.
PRESIDENTE: Bene, concluda, avvocato.
AVV. Cianferoni: C'è una griglia, al 511...
PRESIDENTE: Va bene, va bene.
AVV. Cianferoni: .. quel foglio bisogna che esca dal processo.
A parte questo, il dottor Nicolosi parlava di pagina 68 di una lista. Io, questa lista non ce l'ho. Se io rammento loro un numero di una pagina vuol dire che mi devo fare intendere. Io, la lista, non ce l'ho. E quindi non posso seguire.
Se c'è questa lista, la possiamo avere...
PRESIDENTE: Ritengo di poterle rispondere ritenendo di aver capito che questa lista indica un certo numero di documenti di cui il Pubblico Ministero sta chiedendo la produzione.
AVV. Cianferoni: Sì, sì, ma non era per fare, tra virgolette, dietrologia...
PRESIDENTE: Ma è ovvio che prima...
AVV. Cianferoni: ... solo per comodità. Tutto lì.
PRESIDENTE: Avvocato, avvocato, prima della produzione è ovvio che le parti devono conoscere di che cosa si tratta. Non c'è dubbio.
Il Pubblico Ministero vuole rispondere su questo?
PUBBLICO MINISTERO: No, io voglio semplicemente dire che forse il difensore non lo rammenta. Io stamani ho chiesto alla Corte di essere facoltizzato a depositare in forma scritta la richiesta delle prove. Cioè a dire la semplice e proprio formale richiesta delle prove comprensiva anche quindi delle produzioni.
Nel momento in cui la Corte o il Presidente, mi autorizza a depositare per iscritto queste 20 pagine che sono un elenco, una nota, da quel momento questo documento sarà conosciuto non solamente dal Presidente e dalla Corte, ma anche da tutti i difensori.
Finché io non ho questa autorizzazione non mi sento legittimato a depositare un bel niente.
L'avvocato Cianferoni, forse stamani non c'era. Ha pensato fosse stato depositato qualche cosa che invece non era stato ancora depositato.
Attendo l'autorizzazione di poterla far acquisire al verbale dell'udienza. Cosa che ovviamente anche come momento ha senso quando è chiusa l'illustrazione introduttiva, l'esposizione introduttiva e quando il Pubblico Ministero ha finito di esporre la sua richiesta di prove.
Mi pare che diversamente non posso fare. Sennò farei circolare, faccio per dire, quasi sottobanco un documento sul quale potremmo anche discutere, ma invano, perché la Corte magari non ritiene che debba essere proposta forma scritta e me ne impone la lettura. Cosa che per me non è un problema, perché leggere 20 pagine sarà questione di 20 minuti, una mezzora. E dopo si riversa tutto nel dibattimento, nel verbale.
PRESIDENTE: Comunque, per rispondere alla richiesta e alla sollecitazione del difensore, dirò che mi pare che, data l'importanza, la gravità dei fatti, l'ampiezza del materiale probatorio che dovrà essere esaminato, non ci sia stata questa esagerazione nella relazione introduttiva. E perlomeno nelle parti in cui fino ad ora è stata fatta.
Anche perché, è ovvio, è giusto che noi dobbiamo arrivare senza sapere nulla, ma bisogna pure che riusciamo a capire di che cosa ci dobbiamo occupare.
E mi riferisco soprattutto ai Giudici popolari, i quali sono piovuti qui dalla Cina, sentono parlare una specie di cinese e non sanno assolutamente che cosa voglia dire tutto questo.
Il Pubblico Ministero può continuare.
PUBBLICO MINISTERO: Sì, Presidente.
E mi consenta, lo dico alla difesa, poi io credo di essere tipo abbastanza accomodante per trovare un punto d'intesa praticamente su tutto.
Il dottor Nicolosi si è intrattenuto a parlare della strage di via dei Georgofili che è episodio che ha avuto un prezzo, un costo di vita e quant'altro, un'ora e mezzo.
Si dubita forse che questa sia una esposizione che va al di là del limite di concisione imposto per Legge?
Eh, francamente, francamente questa osservazione...
PRESIDENTE: No, no, non è consentita la replica.
PUBBLICO MINISTERO: ... questa osservazione non dico che mi ferisce, ma non mi fa nemmeno particolarmente piacere.
PRESIDENTE: Bene. Vogliamo proseguire?
PUBBLICO MINISTERO: E comunque ribadisco l'impegno assunto stamani, non so se l'avvocato Cianferoni era presente, a contenere la relazione essenzialmente nei limiti in cui serve a tracciare le ragioni per le quali quelle di minima, non quelle di massima, quelle di minima per le quali certi mezzi di prova vengono richiesti.
Perché va da sé che se non diciamo qualche cosa la Corte non riesce a capire per quale ragione nel complesso dei mezzi di prova che vogliamo introdurre per ricostruire la strage di via Georgofili, vorremmo introdurre le fotocopie di certe fotografie che ritraggono opere d'arte acquisite dal ROS, dal Nucleo di Tutela del Patrimonio Artistico in Roma; la lettera di ultime volontà di Antonino Gioè e quant'altro.
Siamo appena appena espliciti sui termini in cui si sviluppa la correlazione da quel certo fatto alla strage di via Georgofili. Oppure ci comporteremmo da Pubblici Ministeri che coltivano, o meglio, adempiono al loro dovere al di sotto della soglia del dovere stesso.
Ed infatti non me ne voglia il dottor Nicolosi al quale sono legato da stima e da affetto. Si è dimenticato di dire una cosa importante, il dottor Nicolosi. La dico ora perché è un qualche cosa che si connette alla perfezione col discorso che riguarda via Palestro.
Il dottor Nicolosi ad un certo punto ha spiegato di come va nel tempo definendosi, prima in termini sfumati, poi in termini sempre più specifici, l'interesse di Cosa Nostra per le cose dell'arte. Ha adoprato questa espressione generica che avevamo concordato stendendo insieme questi appunti.
E quindi si è soffermato su quell'episodio del Giardino di Boboli come dato che concretizza l'interesse di Cosa Nostra per le cose della storia e dell'arte; ha fatto un ulteriore passo indietro fino a portarci, fino a portarvi nell'estate del 1992 allorché da una storia di opere d'arte, nasce una trattativa abortita che individua come possibili elementi di corrispettività, da una parte il recupero di opere d'arte, dall'altro un trattamento penitenziario migliorativo preferenziale per determinati uomini d'onore. Trattativa il cui fallimento comporta minacce manifestate da Gioè nel corso di un drammatico colloquio con Bellini; minacce - il dottor Nicolosi non me ne vuole - che era opportuno ricordare espresse esattamente in questi termini visto che questa è la reazione delle persone che ti stanno dietro, nonostante il tanto dichiarato interesse per il patrimonio artistico di questo Paese, che ne direste se una mattina vi alzaste e la Torre di Pisa non ci fosse più?
Parla, parlava Antonino Gioè, uomo di stretta fiducia di Brusca, uomo che si muoveva all'interno di questo rapporto con Bellini non all'insaputa, bensì sotto l'attenta regia di Brusca. Siamo nell'agosto del 1992 Cosa Nostra, per bocca di Antonino Gioè che porrà fine ai suoi giorni con una corda al collo, esplicita l'intendimento, sia pure in termini eventuali, di colpire le cose della storia e dell'arte.
Quindi, quello che si verifica poi non è altro che l'uscita dall'eventuale per entrare nella realtà fattuale. Dall'episodio dimostrativo dell'ottobre del '92 del Giardino di Boboli, mistificato con una sorta di telefonata di rivendicazione, a una azione massiccia, devastante in grande stile agli Uffizi, a una azione che di lì a due mesi, il 27 luglio '93 alle 23.14 a Milano avrà come suo obiettivo il padiglione di Arte Contemporanea.
Ecco quindi da dove riprende la mia esposizione.
Appunto, il 27 luglio del 1993 alle 23.14 si verifica l'ennesima - siamo alla terza, ormai - esplosione di autobombe.
E' Milano la città interessata, è via Palestro, una via centrale frequentata da passanti, gente che frescheggia, diremmo noi a Firenze. Sfaccendati, perdigiorno e quant'altro.
Si ferma una automobile contromano, una FIAT Uno che viene notata da alcune persone, ma soprattutto viene notata di lì a qualche minuti tra l'altro da due Vigili Urbani, i quali notano che questa macchina - semplifico al massimo l'esposizione - ha qualche cosa all'interno che produce del fumo.
Si mette in allarme, come è doveroso che fosse, la pattuglia dei Vigili Urbani, viene richiesto l'intervento di personale dei Vigili del Fuoco, vengono fatti allontanare i passanti. Nel mentre sono in corso e dopo che alcuni del personale dei Vigili del Fuoco, alcuni del personale dei Vigili Urbani del Comune di Milano, si sono anche audacemente, troppo audacemente avvicinati alla macchina, al suo contenuto, hanno aperto il portellone posteriore - di una FIAT Uno appunto si tratta, e quindi si accede al bagagliaio dal dietro attraverso il portellone - la macchina esplode.
Ecco perché i cinque morti vengono dal corpo dei Vigili del Fuoco: tre; uno dal corpo dei Vigili Urbani; il quinto morto è un ragazzo forse un po' più adulto che un ragazzo, un giovanotto extracomunitario, un marocchino, che imprudentemente non si era allontanato al pari degli altri.
E' la notte, la stessa nella quale, a distanza di tre quarti d'ora, di tre quarti d'ora più due o tre minuti, quindi proprio sulla mezzanotte, scoppieranno le autobombe a Roma.
Tutto il personale dei Vigili del Fuoco, il personale del corpo di vigilanza urbana, o di Polizia Municipale che sia, di Milano, fornirà un racconto molto dettagliato. Qui l'esplosione proprio si è verificata sotto gli occhi della gente. Oltretutto sotto gli occhi di persone qualificate anche in ragione della funzione che esercitano preposti come sono, dalla mattina alla sera, alla tutela della sicurezza, quella seria e importante e anche quella meno seria e meno importante di tutti gli utenti delle città: dalle strade, alle abitazioni, ai locali pubblici. Sotto gli occhi dei Vigili del Fuoco, sotto gli occhi dei Vigili Urbani.
Quindi avremo, su questo punto, dei racconti molto dettagliati. Direi in qualche punto anche molto professionali, come tra un attimo spiegherò.
Avremo, come al solito, da farci chiarire le idee dai consulenti, dai repertatori, da quelli che hanno fatto i rilievi e gli accertamenti preliminari, quelli che già si trovano nel fascicolo del dibattimento. Avremo da sentire di questo fatto in particolare, dai consulenti del Pubblico Ministero, quali sono state le loro conclusioni in termini di peso di carica, in termini di qualità della carica, modo di sistemazione, di dislocazione della carica dell'autobomba e tutti i dettagli indispensabili per operare seriamente ogni confronto, ogni verifica di correlazioni, eventuali diversità, somiglianze e quant'altro vi sia tra un fatto ed un altro.
E com'è obbligo che sia affronteremo il fatto attraverso l'esame degli imputati e anche attraverso una diversa tipologia di mezzi di prova: la preparazione fino al momento preesecutivo della strage.
Non ho difficoltà a dire che su questo punto noi non introdurremo allo stato delle nostre conoscenze, diversamente che per gli altri fatti di strage, non introdurremo - perché non siamo in grado di farlo, altrimenti lo avremmo fatto - la conoscenza di qualcuno che ha avuto contezza di quello che stava per succedere a Milano fino al momento in cui il fatto si è verificato. Ci dovremmo fermare un attimo prima. Ci fermeremo praticamente al giorno prima, al 26 di luglio.
Però ci fermeremo con delle conoscenze rassicuranti per quanto riguarda la diretta personale partecipazione di alcuni degli imputati.
Ed allora, attraverso l'esame degli imputati si chiarirà per l'ennesima volta, si ricostruirà per l'ennesima volta - posso cominciare a definirlo così - l'ennesimo viaggio di Pietro Carra da Palermo ancora col solito camion: il commesso viaggiatore delle stragi, mi ricordo fu definito da un giornale un anno fa, quando si sparse la notizia che questo signore aveva deciso di confessare i reati che aveva commesso.
Bene, attraverso l'esame degli imputati, si ricostruirà il viaggio effettuato da Pietro Carra con il solito camion. Viaggio che ha avuto come punto di partenza come al solito Palermo; che ha visto come al solito impegnata la moto Ape, poi sequestrata a Lo Nigro per caricare di esplosivo il camion; si dimostrerà che quel viaggio è stato fatto caricando questa volta sul camion non solo il solito quintale - mi si perdoni la grettezza dell'espressione - il solito quintale di esplosivo, ma anche dell'esplosivo in più che evidentemente serviva, dei salsicciotti, prelevati in quel di Castelvetrano; si ricostruirà il viaggio di Carra fino al suo punto di arrivo nella periferia di Milano ad Arluno; si ricostruiranno le modalità del rientro in Sicilia del camion di Carra.
E attraverso sempre l'esame degli imputati si dimostrerà come, mentre a Roma fervevano gli ultimi preparativi per gli attentati alle chiese, quelli della stessa notte, nella vigilia, l'antivigilia di questo fatto, sopraggiunsero - venivano da Milano - prima Lo Nigro e poi Giuliano. Il secondo rassicurando il primo che a Milano tutto era a posto e quindi la situazione procedeva secondo il piano e secondo le aspettative.
Attraverso mezzi di prova diversi da quelli rappresentati dagli esami, mezzi di prova che quindi sono decifrabili nella loro consistenza fin d'ora dalla Corte, noi dimostreremo, o codimostreremo, o comproveremo quello che io vi ho anticipato essere il tema di prova.
Ed infatti, attraverso i documenti che riguardano gli imbarchi si dimostrerà come la sera del 23 luglio del '93 - 23 luglio del '93 - il camion di Carra costituito da un trattore Volvo targato Torino 52079D, mi pare, con il semirimorchio. Per meglio dire il trattore Volvo, la sera del 23 luglio del '93 fa rientro in Sicilia sul porto di Termini Merese con partenza da Genova.
Il semirimorchio fa rientro da Genova su Termini Merese a distanza di una settimana.
Il 23 luglio del '93. Questo è di ragione della produzione come documento del tabulato che riguarda il cellulare di Spatuzza Gaspare proprio per i giorni in questione, in quanto che il giorno 23 luglio del 1993 il cellulare di Spatuzza Gaspare è presente ed operativo come sarà dimostrato attraverso anche l'esame del consulente sotto il ponte radio 02 che è quello identificativo della città di Milano.
Laddove questo cellulare era stato presente il giorno prima a Roma; laddove sarà nuovamente presente a Roma il giorno 27 luglio 1993 e cioè a dire alle ore 18.28, quattro ore prima delle stragi delle chiese.
Vedano, si tratta di documenti importanti, perché se è vero che un tabulato che dimostra che da un cellulare è stata fatta una telefonata in quanto tale può essere un documento probatoriamente limitato, ma una analisi che è quella che il consulente e gli organi di Polizia Giudiziaria che hanno studiato i tabulati faranno, sul tipo di traffico telefonico, aiuterà a fare uscire quel tabulato dal generico e ce lo porterà nello specifico. Perché è dal tipo di telefonate che sono state fatte da quel cellulare che si desume con elevatissimo grado, quasi sempre, chi è la persona che ha avuto nella sua fisica e materiale disponibilità diretta quel certo cellulare in quel certo momento, in quel certo luogo.
Grande significato avranno nella ricostruzione della vicenda di via Palestro, nella strage di via Palestro, proprio quelle deposizioni testimoniali alle quali poco fa mi riferivo. Perché il quintale di esplosivo ospitato in quel bagagliaio di quella Uno, rubata anch'essa il 23 luglio del '93, come dire: il giorno in cui arriva l'esplosivo, si ruba la macchina. Ecco i dati che si valorizzano reciprocamente.
Bene dicevo, quel quintale di esplosivo nel bagagliaio di quella FIAT Uno, confezionato in un certo qual caratteristico modo, è stato visto, è stato visto con una certa qual attenzione. Almeno con l'attenzione necessaria e sufficiente per cogliere determinati dettagli dai Vigili Urbani, Cucchi, che è una signora ed altri. E soprattutto dai Vigili del Fuoco: Abbamonte, Ferrari, Maimone, Mandelli e Salsano.
Il vigile del fuoco Abbamonte riferirà di aver preso questo grosso fagotto che si trovava nel bagagliaio, di aver trovato una sorta di impugnatura realizzata con delle cordicelle che, in qualche modo, avvolgevano questo involucro, e di aver cercato di portarlo via, di portarlo via di forza dal bagagliaio della macchina proprio impugnando e facendo trazione su queste cordicelle.
Si sa che l'intendimento non ha avuto risultato, l'esplosivo è rimasto nel bagagliaio, la macchina è esplosa.
Ecco, ma questo Vigile del Fuoco è la stessa persona che ha avuto la possibilità offertagli durante le indagini preliminari e sulle quali quindi riferirà, e su questo espressamente si chiede che venga ammesso come teste, di controllare la confezione, il modo di confezionamento di questo grosso pacco, il modo col quale era legato, col quale era avvolto da queste cordicelle. Avrà avuto modo di confrontare sia il modo di confezionamento, sia queste legature, con reperti assolutamente indiscutibili e sono rispettivamente: le fotografie degli involucri che saranno individuati a Formello prima che esplodessero nel pomeriggio del 14 aprile del '94 che i Carabinieri fecero in tempo a fotografare, e saranno le cordicelle che avvolgevano il quintale, i 120 chili, i 123 chili per l'esattezza, di esplosivo fatti ritrovare da Romeo Pietro in quel di Capena il 15 novembre del 1995.
Così come sulle caratteristiche di questo involucro mortale riferiranno i testi Porta, Avella, Ambrosoni, Oggioni, Piazza, Scaroni, Tornaghi, Dubaz, Marnini e Somma Luca.
Non passa un'ora, passa meno di un'ora, passano tre quarti d'ora, quando quella stessa notte esplodono le bombe anche a Roma, alle 23.58, la prima a San Giorgio al Velabro; a mezzanotte e due minuti a San Giovanni in Laterano.
Anche qui tracceremo la ricostruzione del fatto e indicheremo i termini di, la stretta pertinenza dei mezzi di prova dopo aver premesso una ricostruzione neutra di ciò che è accaduto. Come spiega anche il capo di imputazione alle 23.58 l'esplosione cagiona danni molto profondi, molto gravi alle strutture murarie della chiesa San Giorgio a Velabro, agli edifici limitrofi, ai numerosi veicoli in sosta nelle vicinanze. L'esplosione in San Giovanni in Laterano danneggia la struttura muraria proprio della basilica, del palazzo lateranense e danneggia ancora, in modo più o meno grave, veicoli in sosta o in transito nelle vicinanze.
Con i testimoni presenti sul luogo, alcuni di loro anche feriti, avremo dei dettagli significativi circa il modo col quale gli attentati sono stati realizzati e in particolare avremo dettagli determinanti sul modo col quale era stata posizionata, o parcheggiata o accostata, che dir si voglia la Fiat Uno nell'attentato alla Basilica di San Giovanni. Modalità quelle di accostare la macchina al muro della basilica significative perché avranno un riscontro molto particolare in altri contributi conoscitivi. E dagli ufficiali di Polizia Giudiziaria, prevalentemente da loro, verremo a sapere com'è che è stata identificata l'auto adoprata per l'attentato in piazza San Giovanni in una certa Fiat Uno che era stato rubata a Roma la sera prima, la sera del 26 e come per l'attentato alla chiesa di San Giorgio a Velabro la macchina utilizzata come autobomba fosse stata anche questa rubata in un periodo di tempo più lungo, peraltro, tra le 20.30 della sera del 20 luglio e le 13.30 del 27 luglio allorché il proprietario si accorge che questa macchina non c'è più dove l'aveva parcheggiata.
Ci faremo dire da questi signori, e la cosa sarà rilevante, che cosa avevano come effetti personali all'interno delle loro vetture, se si trattava di effetti particolari oppure no. Attraverso poi i consulenti e i repertatori dimostreremo la realizzazione di ciascuna autobomba, le cariche impiegate, le miscele esplosive utilizzate, e quant'altro secondo uno schema che ormai la Corte conosce perfettamente.
Gli esami degli imputati saranno come al solito molto importanti. Io mi limito a indicare quelle parti che si coniugano direttamente agli altri mezzi di prova che il Pubblico Ministero vuole introdurre nel processo.
E allora noi andremo a ricostruire una storia di questo genere, signori della Corte, la presenza in quei giorni a Roma di alcuni degli imputati: la presenza di Lo Nigro, di Giuliano, di Spatuzza che si faranno vedere da varie persone. Si faranno vedere anche da chi verrà nel processo a rendere dichiarazioni non come imputato ma in altra forma: Bizzoni Alfredo. Si verrà a sapere che gli attentati sono stati preceduti da un'attività di perlustrazione fatta in maniera abbastanza accurata in città, effettuata dalle persone che ho nominato poco fa. Si verrà a sapere che l'esplosivo questa volta è arrivato in un posto del tutto anomalo, anomalo rispetto a una prefigurazione di ordine generale. Loro se hanno visto bene, anche nei casi precedentemente illustrati, il punto di arrivo dell'esplosivo è a suo modo anomalo, nel senso che per l'attentato di via dei Georgofili l'esplosivo è stato abbandonato, sostanzialmente, tra l'erba vicino a un cimitero. Vedranno che per l'attentato di via Palestro è stato abbandonato anche lì in aperta campagna. Vedranno che - l'hanno già visto - per l'attentato di via Fauro l'esplosivo si trovava accantonato da più di un anno in uno scantinato. Qui si dimostrerà come l'esplosivo sia stato portato, appoggiato per un certo tempo presso uno strano personaggio: Di Natale Emanuele. Un signore in età piuttosto avanzata, come dimostra la sua anagrafe, con un passato e un presente anche di criminalità, diciamo un tuttofare della criminalità, con dimestichezza nel traffico degli stupefacenti, ma anche delle banconote false, qualche estorsione e imprese analoghe. Bene, questo signore è stato il depositario - lui e la sua famiglia, anche numerosa peraltro - questo andremo a dimostrare, in un terreno di proprietà demaniale fabbricato abusivamente, tanto per cambiare, con tanto dimora principale, dimora secondaria, magazzino, piazzale e quant'altro sulla via Ostiense, alle porte di Roma.
Dimostreremo che, quando questo carico di esplosivo è arrivato lì portato da Carra, nel compiere una certa qual manovra per entrare a marcia indietro nel magazzino, fu abbattuto o semiabbattuto il cancello di ingresso al piazzale. Lo dimostreremo attraverso il ricordo di alcune persone che sono indicate come testi e lo dimostreremo anche attraverso le dichiarazioni del fabbro che fece la riparazione e che ben si ricorda del periodo in cui fu chiamato a fare una certa riparazione perché il cancello si era abbattuto e quindi bisognava risaldarlo.
Dimostreremo, attraverso l'esame degli imputati, in che modo sono stati realizzati, o almeno è stato realizzato uno dei furti delle due automobili utilizzate come autobombe. Dimostreremo l'approntamento delle due autobombe proprio in quel cortile dove era stato concentrato l'esplosivo, questa volta 240-250 chili nel cortile di via Ostiense. Dimostreremo come proprio si è sviluppata la fase esecutiva, a partire dal momento in cui le due vetture già attrezzate come autobomba, più una terza vettura di appoggio, più una quarta vettura che serve per recuperare quelle che hanno lasciato a San Giovanni e a San Giorgio le autobombe. Ecco, nel momento in cui questo convoglio di vetture abbandona via Ostiense. Dimostreremo come, a cose fatte, tra gli autori delle stragi, gli autori materiali dei due attentati vi sia stata una certa qual recriminazione sul fatto che non tutto era andato alla perfezione perché a San Giovanni in Laterano l'autobomba sarebbe stata posizionata in maniera errata rispetto a quella ottimale per ottenere il risultato più grosso dal punto di vista dell'esplosione. Perché anziché parcheggiarla col muso verso le mura della basilica, le cose sarebbero andate molto meglio se fosse stata parcheggiata col muso verso la strada, per intendersi, e con la parte posteriore attaccata alle mura della basilica.
Dimostreremo come all'indomani questi signori si sono messi tranquillamente in moto per fare rientro a Palermo e come e da chi sono stati accompagnati fino a Napoli, dove si sono imbarcati la sera del 28 luglio del '93.
Dimostreremo ancora sentendo gli imputati testi Siclari Pietro e Maniscalco Umberto, rispettivamente figlio e nipote dell'imputato Di Natale Emanuele, entrambi già giudicati con rito abbreviato in questo processo per questi fatti. Attraverso appunto l'esame di questi imputati e testi contemporaneamente noi dimostreremo una volta di più l'essere vero quanto raccontato dagli imputati e cioè sul fatto che questo esplosivo era stato concentrato in via Ostiense; che questo esplosivo era stato nascosto sotto un monte di terriccio o di breccia o di sabbia che dir si voglia; che questo esplosivo fu movimentato in un certo qual modo proprio nel pomeriggio di quel giorno, al termine del quale, la sera, quando era già buio, quando era già notte, anche nella periferia si sentirono le esplosioni di Roma, esplosioni nel centro della città.
Ricostruiremo attraverso anche le dichiarazioni di questi due signori come era confezionato l'esplosivo che loro stessi - ed è per questo che sono stati condannati - che loro stessi hanno contribuito a movimentare, a gestire, forse anche a manipolare quel pomeriggio del 27 luglio del '93 nel cortile assolato di via Ostiense. Da loro avremo la descrizione di che tipo di oggetti erano presenti su queste autovetture e che furono rimossi dalle autovetture, furono buttati via per essere poi definitivamente dispersi in aperta campagna. E quindi avremo un racconto dettagliato su quanto era custodito sopra le vetture, su quanto è stato ritrovato in aperta campagna, nei luoghi dove queste cose erano state gettate.
Avremo un racconto che si estende dal cancello abbattuto, sul quale sentiranno il fabbro, ad altri veicoli che si sono mossi, si sono presentati in via Ostiense nel periodo e nei giorni in cui era già avvenuto il concentramento dell'esplosivo che ha stazionato non pochi giorni, prima di essere utilizzato. E tra queste vetture in particolare riferiranno delle caratteristiche specifiche, delle caratteristiche singolari di una macchina che il Pubblico Ministero intende dimostrare essere quella che era nella disponibilità dell'imputato Frabetti Aldo. E si tratta infatti, il che dà ragione della richiesta di produzione della documentazione di carattere assicurativo, relativa all'auto Seat Malaga targata Roma 93971, documentazione di carattere assicurativo perché è proprio quella di carattere assicurativo che dimostra come l'auto fosse nella disponibilità di Frabetti Aldo, perché è lui che ha assicurato il contratto di assicurazione, anche se l'intestatario del mezzo era un altro, all'epoca di questi fatti.
Sempre sotto il profilo degli elementi di carattere concreto, naturalistico proprio, richiameremo, o meglio, avremo da queste persone, chiederemo a queste persone, intendiamo chiedere a queste persone se avendo visto lavorare, maneggiare l'esplosivo, approntare le due autobombe, hanno visto anche maneggiare qualche cosa di particolare, hanno visto utilizzare accorgimenti particolari tipo guanti e quant'altro, per poter raffrontare quanto eventualmente loro risulti con l'oggetto delle attività di repertazione e di sequestro fatte nel cortile di via Ostiense durante le indagini preliminari e documentate nei verbali di sequestro che sono già nel fascicolo del dibattimento.
Continueremo a sentire persone su questa vicenda. Persone che appartengono all'entourage della famiglia Di Natale. Sentiremo Siclari Maddalena che è la sorella di Pietro, Siclari Antonina che è la moglie di Di Natale. I figli portano il cognome della madre anziché quello del padre, insomma questa è una chiarificazione assolutamente strumentale a rendere più chiara la richiesta che sto facendo. E anche queste signore riferiranno su quello che si è svolto praticamente sotto anche i loro occhi il pomeriggio del 27 luglio del '93 nel cortile adiacente la loro abitazione.
Sentiremo poi non solamente il signor Cocchia Carlo, che è il proprietario di una terza auto, diversa quindi dalle due che sono esplose rispettivamente davanti all'una e davanti all'altra chiesa. Ma il proprietario di un'automobile, della terza - se ricordate vi stavo dicendo che dal cortile di via Ostiense ne uscirono quattro - della terza macchina uscita da via Ostiense. Auto questa, rubata anch'essa, che nella notte tra il 27 e il 28 luglio '93, poco dopo che le stragi erano state consumate, fu abbandonata con le portiere aperte e con le luci accese, o almeno le luci di posizione, forse addirittura la freccia, in un certo qual particolare luogo, come hanno accertato visivamente niente meno che agenti di Polizia che furono notiziati della presenza di questa macchina sulla pubblica via e che andarono ovviamente ad accertare di che cosa si trattasse, oltre che, come è naturale, a recuperarla. E sono i testi Cipolla, Ruzza, Martorelli, Gaglione, Barcaroli, Umani e De Angelis. E questo perché dalle dichiarazioni degli imputati si apprenderà, appunto, e non solamente degli imputati, si apprenderà dell'esistenza di questa vettura utilizzata anch'essa di scorta e di appoggio alle due autobombe e abbandonata poi subito dopo la realizzazione di entrambi attentati. A questo punto dovremo introdurre, ed è la prima volta che lo facciamo, un mezzo di prova diverso rispetto a quelli di cui fin qui si è parlato. Loro ricorderanno che stamani ci si è soffermati, trattando di via dei Georgofili, ci siamo soffermati sulla disponibilità conseguita tramite Scarano, da Giacalone e da altre persone di un appartamento al quartiere africano in via Di Redaua, disponibilità che risale, o per meglio dire che inizia al febbraio-marzo del '93. Bene, vi ricorderete anche che tra le coordinate di ordine generale di questa vicenda, a un certo punto vi ho segnalato che nel mese di luglio del '93, ed a partire dal maggio più esattamente di quell'anno i Carabinieri di Roma conducevano una certa attività di indagine per reati in tema di stupefacenti nei confronti di Scarano Antonio. Tanto che nel contesto di questo indagine disposero, dispose il Pubblico Ministero di Roma un'intercettazione telefonica sull'utenza di abitazione di Scarano, intercettazione per la cui esecuzione ovviamente fu delegata l'Arma dei Carabinieri.
Queste attività di intercettazione hanno avuto inizio intorno al 10 luglio del '93, il 9 mi pare per l'esattezza e si sono protratte fino ad agosto inoltrato. Bene, noi chiediamo alla Corte, avendo acquisito in originale le bobine contenenti quelle registrazioni, con relativi verbali e essendo stato il tutto già ritualmente depositato ai difensori al termine delle indagini preliminari. Noi chiederemo alla Corte, chiediamo alla Corte di voler disporre la trascrizione di alcune di quelle telefonate. Non sono molte, una ventina, tutte telefonate molto brevi, un lavoro abbastanza semplice se la Corte riterrà di accogliere la richiesta. Perché alcune in particolare premono, ed esattamente quelle che si svolgono sull'utenza di casa di Scarano tra il 19 e il 26 luglio del 1993. Perché sono le telefonate dalle quali e con le quali comunicano con Scarano e comunque con la casa di Scarano. Quando non trovano lui, lasciano detto ai familiari di Scarano. Comunicano con un codice di identificazione molto significativo. La parola d'ordine: 'siamo i nipoti di Scarano, di Antonio' - oppure - 'siamo i suoi nipoti, signori' - quando parlano con la moglie - 'siamo i suoi nipoti'. Come se tra nipote e zia non si conoscessero, perché ci si presenta: 'siamo i suoi nipoti, signora'. Questo come primo codice identificativo.
Sono persone che dispongono al momento di un alloggio a Roma e si trovano a Roma per trattenersi a Roma. Queste telefonate, ripeto, si sviluppano dal 16 al 26 luglio del 1993. Dopodiché, alla vigilia del giorno della strage queste telefonate cessano. Come dire, nelle 24 ore precedenti la strage non ci sono più queste comunicazioni telefoniche sull'utenza di Scarano. E quindi è importante assoggettare a trascrizione queste telefonate, sulle quali loro poi potranno interrogare - o meglio, lo faranno le parti, la Corte controllerà gli esami - le varie persone, a cominciare dagli imputati è ovvio, se vorranno sottoporsi all'esame, per identificare i nipoti, o meglio i sedicenti nipoti perché Scarano nipoti non ne ha, è molto semplice. E servirà, questa attività di trascrizione, anche per chiarire il momento finale della vicenda delle stragi delle chiese. Il disimpegno da Roma, dicevo un attimo fa che dall'esame degli imputati si chiarirà come gli attentatori siano rientrati da Roma a Palermo facendosi accompagnare nel pomeriggio del giorno 28 a Napoli. Noi giusto appunto richiediamo di disporre la trascrizione di tre telefonate del giorno 28 luglio che sono chiara dimostrazione di quanto vado dicendo in termini di ricostruzione del fatto.
Vi sono le consuete produzioni anche a questo proposito, produzioni che valgono altrettanti riscontri. La sera del 28 luglio del '93 il cellulare intestato al signor Lo Nigro Cosimo non a caso alle 20.01 è attivo per l'appunto da Napoli, l'indomani sera della strage. Il cellulare del signor Spatuzza Gaspare, l'indomani sera delle stragi e quindi alle 20.19 del 28 luglio, alle ore 20.19 ripeto, è attivo da Napoli e non sarà un caso che è attivo proprio per telefonare in casa della signora Provvidenza Spatuzza che è la di lui madre. Finiremo la rassegna dei più essenziali degli elementi che tracciano la ricostruzione di questo fatto esaminando, come testi imputati, no, come teste imputato solo il signor Bizzoni, che riferirà della presenza, in quei giorni, della fine del luglio, di quelle stesse persone che gli erano già state presentate un paio di mesi prima a Roma, come propri nipoti dall'imputato Scarano. Ed esaminando ancora gli imputati avranno la possibilità di ascoltare il racconto di chi, assieme a Scarano, su due macchine diverse ovviamente, ha fatto da tassista agli attentatori, a due di questi attentatori, portandoli la sera del 28 di luglio da Roma a Napoli.
E' di Roma che stiamo parlando, è di Roma che continuiamo a parlare. E' la città contro la quale si è accanita la strage, si è accanita Cosa Nostra, si sono accaniti questi imputati. Si è accanita anche quando non è riuscita a conseguire lo scopo che si riprometteva di ottenere, come nel caso del mancato attentato dello Stadio Olimpico.
Non è possibile fare una graduatoria di gravità tra questi fatti. La graduatoria di gravità la fa il Codice, perché stabilisce che il delitto di strage è più o meno aggravato a seconda che vi siano o non vi siano morti, e se vi sono in che numero. Distinzione questa, graduatoria questa che è stato necessario tener presente quando si è ragionato di competenza. Ma a prescindere dal criterio codicistico, la gravità di una strage non sta certo nel numero delle vittime. Perché quanto c'è di gravità sotto il profilo dell'evento non è detto che si coniughi ad altrettanta gravita nel profilo della causale.
Cosa doveva succedere all'Olimpico, allo Stadio Olimpico? Doveva esplodere una Thema - è quello che intendiamo dimostrare - un'auto Thema, il cui bagagliaio era stato stipato con i rituali oltre 100 chili di esplosivo. Fatto, questo, che doveva avvenire in prossimità dello Stadio Olimpico, in concomitanza con il termine di una manifestazione sportiva, incontro di calcio qualsiasi domenicale. E al momento, in particolare, in cui passavano davanti a questo certo qual punto in cui la macchina era stata posizionata, i pullman che li accompagnavano in caserma, i militari dell'Arma dei Carabinieri che avevano fatto servizio di ordine pubblico: qualcuno riferirà, in quest'aula, come qualcuno degli imputati si ripromettesse in questo modo di eliminare una sessantina di Carabinieri.
L'esame degli imputati, e di uno in particolare, a questo proposito fornirà tutte le coordinate di questo fatto. A cominciare dalle fasi di studio dell'obiettivo, e si accerterà come da un'attenzione generica iniziale sulle manifestazioni sportive, e comunque sulla frequentazione dell'Olimpico, dello Stadio Olimpico di Roma, da un'attenzione generica iniziale che comincia a prendere corpo agli inizi del giugno del 1993, quindi quando da poco più di una settimana si era consumata la strage di via Georgofili, ma quando ancora si dovevano consumare, si dovevano realizzare quella di via Palestro, quella del Velabro, quella di San Giovanni.
Incessante, senza sosta, a tempo pieno, la pratica della strage in quelle settimane.
Spatuzza ha cominciato a studiare come fare un attentato in grande stile all'Olimpico, in concomitanza dell'ultimo incontro di calcio della stagione '93-'94, l'ultimo incontro di campionato. La data, è il 6 giugno del 1994.
Ricostruiremo, attraverso le dichiarazioni, attraverso gli esami, l'arrivo dell'esplosivo, o meglio circostanze di luogo, personali - ma è inutile dirlo, Carra -, di tempo. Addirittura di tempo in senso stretto, di clima; perché il particolare sarà importante.
L'arrivo di questo esplosivo, che questa volta giunge a Roma, né in via Ostiense, né da un'altra parte, ma arriva in un piazzale, anche questo della periferia di Roma, in una zona che si chiama La Rustica. E arriva a sera tarda, mentre nel piazzale a disposizione delle persone che vengono a ricevere il carico di esplosivo e per trasferirlo immediatamente su di esso, vi è in più un furgone, un furgone giallo, o meglio arancione, con certe scritte particolari.
Accerteremo che l'auto che doveva essere utilizzata come autobomba era una Thema, che montava targhe Roma, ma che era stata rubata e non era stata rubata a Roma; veniva da lontano, se l'erano portati con loro, con sé, gli attentatori.
Dimostreremo come questa autobomba è stata confezionata, come la Thema è stata attrezzata da autobomba, le operazioni che sono state realizzate per farla funzionare sotto un telecomando, non con micce o cose di questo genere.
Vi mostreremo le particolarità esecutive del fatto. Vi mostreremo quello che si è verificato immediatamente dopo il fallimento dell'attentato, dovuto ad un errato funzionamento del telecomando, a un mancato funzionamento del telecomando. Dipendente, questo, da un modo di posizionarsi, di colui che doveva azionare il telecomando, troppo distante, troppo defilato rispetto al punto dove operava l'antenna della ricevente.
Dimostreremo che gestione è stata fatta dell'autobomba, rimasta inerte, ma con 120 chili di esplosivo sopra. E cioè a dire che questa vettura è stata per una notte intera ancora parcheggiata in questa stradella, in questo vialetto nella zona del viale Olimpico, che si chiama via dei Gladiatori. Come l'indomani mattina un carroattrezzi, che è stato individuato, reclutato, ingaggiato da Scarano, l'abbia spostata. L'abbia spostata da lì per portarla nel piazzale de La Rustica, dove inizialmente era arrivato l'esplosivo.
Dimostreremo anche quale è stata la sorte ultima, sia del carico di esplosivo, una volta rimosso dall'auto, sia dell'auto che è stata rottamata.
Abbiamo detto che questa ricostruzione la effettueremo con gli esami degli imputati. Ma attraverso questo strumento, e gli strumenti probatori collegati, potremo sia ottenere dei dettagli, altre fotografie, fotogrammi anche più piccoli, anche più specifici di questa vicenda; e potremo ottenere quelli che il gergo giudiziario definisce i riscontri.
E allora, per esempio, avremo dal racconto del testimone Cannone Nicola, una specie di bagarino - uno che l'Olimpico, lo stadio, l'esterno dello stadio lo frequenta abitualmente in tutte le manifestazioni, sportive e non - che è conoscente di vecchia data dell'imputato Scarano; e racconterà di come, in effetti, ebbe una volta inusualmente ad incontrarsi con Scarano, che stava all'esterno dell'Olimpico, lì fuori ad aspettare non si sa ben che cosa. Stettero per un certo periodo a conversare, senza che il signor Cannone Nicola si capacitasse di quale reale ragione teneva all'Olimpico, in occasione di una manifestazione sportiva, Antonio Scarano. Che, all'Olimpico, non ci aveva mai messo piede.
Attraverso le testimonianze dei signori Nannola, di un certo signor Baroni, nuovamente del signor Gesù Giacomino, quello della casa di via Martorelli, noi verremo a sapere come l'ambiente più vicino a Scarano, ma proprio nel senso familiare del termine, i figli in buona sostanza e uno in particolare, perché l'altro era in carcere e stava per essere mandato agli arresti in ospedale, agli arresti ospedalieri: ecco, l'ambiente più vicino a Scarano, e i figli, in particolare uno, Massimo, avesse avuto una sorta di diffida paterna a non frequentare lo Stadio Olimpico nelle settimane a venire.
Diffida che era rimbalzata sull'ambiente di riferimento dei figli: quale ambiente se non il bar? Il bar degli amici, il bar dove ci si organizza le domeniche, il venerdì sera, il sabato sera e tutto il resto. Il bar Free Style di Torre Maura.
E siccome alcuni di questi racconteranno come, fatti accorti da questo suggerimento, si tenessero alla larga dallo stadio, avessero organizzato per la domenica un programma diverso, niente di meglio che quello di andare, per l'appunto, a trovare all'ospedale, dove era stato appena mandato dal carcere, il figlio di Scarano.
La Corte sentirà che tipo di accertamenti sono stati effettuati, che tipo di accertamento è stato effettuato dal personale della DIA, e presso l'amministrazione penitenziaria, sulla data in cui il figlio di Scarano, Cosimo Francesco, è stato dimesso da Regina Coeli e mandato in casa di cura all'ospedale casa Villa Alessandra, o Villa Sant'Alessandro, sulla Nomentana a Roma.
Ed ancora, dal personale di Polizia Giudiziaria, ma da quel famigerato e celebrato, processualmente, ben si intende, documento rappresentato dal tabulato del cellulare di Spatuzza, loro - e, ripeto, anche per questa ragione la richiesta di acquisire questo documento - loro avranno cognizione della presenza effettiva, reale del cellulare, a Roma per l'appunto, ancora nell'agosto del 1993.
Sentiranno poi i Carabinieri, quelli che hanno fatto servizio a questo edificio non lontano dall'Olimpico, e fiancheggiato da questa via o viale dei Gladiatori, uno dei quali in particolare, Giarrizzo, riferirà quanto gli risulti sulla circostanza, sulla vicenda di un'auto che, in effetti, fu lasciata una notte parcheggiata accanto alla caserma con un problema di spostamento di questa macchina; problema che il proprietario si riprometteva di risolvere l'indomani mattina, con un carroattrezzi.
Su questo ancora sentiranno i testi Moroni, Piluso, Bernabei, Leggeri. Moroni e Piluso sono, rispettivamente, il titolare dell'impresa di carroattrezzi, e lo sfasciacarrozze presso cui, per come il Pubblico Ministero ritiene di aver ricostruito l'episodio, la Thema fu definitivamente sfasciata. Bernabei e Leggeri sono, rispettivamente, un funzionario del centro DIA di Firenze ed un maresciallo, mi pare dei Carabinieri, anch'egli in servizio al centro DIA di Firenze; che riferiranno, questi ultimi due, su quanto appreso in particolare dal Moroni in dichiarazioni che questo ha fatto spontaneamente in loro presenza, a margine degli atti compiuti dal Pubblico Ministero.
Prenderanno cognizione del biglietto da visita intestato proprio a Moroni Bruno, sequestrato a Giacalone Luigi al momento in cui questi fu arrestato a Palermo, come si diceva stamani, il 3 giugno del 1994.
Prenderanno cognizione, se quest'espressione ha un senso, del significato dell'esplosivo sequestrato il 15 novembre del '95 alle Piane di Capena, i 123 chili fatti ritrovare da Romeo; e metteranno questo dato a confronto con quanto emergerà dalle dichiarazioni rese dagli imputati, ed in particolare, sul punto, che questo esplosivo è quello che fu sgomberato dal bagagliaio della Thema.
Sentiranno ancora, come testi imputati, Ciarametaro Giovanni, lo stesso Romeo Pietro. Ciarametaro Giovanni, sul quale brevemente mi sono intrattenuto stamani dal punto di vista della sua collocazione criminale, e credo che è perfettamente inutile tornarci sopra, riferirà di notizie che ha avuto direttamente da uno degli imputati di questo processo circa un attentato, fallito, che si doveva fare proprio allo stadio, a uno stadio. E si doveva fare a un pullman dei Carabinieri. Fallimento dell'attentato dovuto al mancato funzionamento dell'ordigno. Questa è la notizia scheletrica che, come teste imputato, citato proprio a rendere sue dichiarazioni su questa circostanza, il signor Ciarametaro Giovanni è in grado di riferire.
Ma riferirà anche, Ciarametaro Giovanni, di come qualmente, essendo la sua specialità rubare automobili, e di averne rubate a decine a Palermo, per disposizioni di volta in volta ricevute da più d'uno dei signori che sono imputati nel presente processo, gli fosse stato una volta commissionato di rubare, a Palermo peraltro, delle targhe Roma. Cioè a dire, di mettersi in giro per Palermo fino a trovare una macchina targata Roma, e portargli via le targhe.
Collocherà nel tempo questa vicenda, questo specifico avvenimento; e spiegherà ancora quali veicoli gli sono stati commissionati da rubare e se e in che occasione gli è stato commissionato il furto di una macchina di grossa cilindrata, una Thema ovvero una Croma. E, su questo, l'esame servirà apposta per approfondire ogni circostanza.
Su questo punto, come imputato teste, riferirà anche Romeo Pietro, al quale risulta - è citato proprio per questo - che ancora nel 1995, e comunque per certo nel '94, si pensava ai Carabinieri, ma si pensava anche alla Polizia di Stato, si pensava alle caserme, si pensava alle pattuglie, come obiettivo di azioni criminose che Cosa Nostra o, per meglio dire, le persone che lui conosceva di Cosa Nostra, di cui peraltro era appartenente, si ripromettevano appunto di colpire.
Datando anche queste sue conoscenze addirittura a prima della sua partecipazione fisica, materiale - gli è costata una condanna, peraltro non definitiva - per la partecipazione all'episodio di Formello del 14 aprile del '94.
Dunque, prima ancora che Romeo si trovi impegnato nella azione criminosa di Formello, Romeo era al corrente del fatto che alcuni personaggi di Cosa Nostra, con i quali appunto aveva più stretti rapporti, si ripromettevano di compiere azioni criminose nei confronti di organi di Polizia, quali che fossero, dovunque fossero, nelle circostanze più consone all'azione criminosa da eseguire. E su questo punto, quindi, credo di aver già menzionato e, comunque, la ribadisco, c'è necessità, oltre ai mezzi di prova specificamente indicati, di segnalare come oggetto di acquisizione il documento costituito dalla documentazione sanitaria relativa a Scarano Cosimo - sanitario-detentiva, per meglio dire - relativa a Cosimo Francesco Scarano, acquisiti presso la Casa Circondariale di Regina Coeli in Roma.
Signor Presidente, abbiamo con queste altre tre ore pomeridiane portato avanti la esposizione per l'attentato di via Georgofili, per l'attentato di via Palestro, San Giorgio, San Giovanni, l'Olimpico. Ci restano ancora degli argomenti da trattare, l'attentato a Contorno, e un altro paio di argomenti che noi riteniamo di dover sottoporre con particolare attenzione, con lucidità prima di tutto da parte nostra, e con idee chiare e ordinate.
Io mi permetto di suggerire un aggiornamento, perché,...
PRESIDENTE: Benissimo.
PUBBLICO MINISTERO: ... personalmente, sono abbastanza stanco. Credo il dottor Nicolosi lo sia a sua volta. Credo la Corte non sia in condizioni molto migliori delle mie, i difensori sicuramente non hanno più voglia di ascoltarmi. E siccome non è pensabile che in un'oretta l'argomento possa essere esaurito, tutt'altro, ne occorreranno un altro paio, io penso, credo che sia pressoché indispensabile aggiornarsi a domani mattina.
PRESIDENTE: L'udienza riprende domattina alle ore 09.00. Traduzione degli imputati detenuti.