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Processo per la strage di Via dei Georgofili
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Note
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INDICE


PARTE GENERALE:

Imputazioni pag. 1- 32

Conclusioni del PM pag. 33- 35

Conclusioni delle parti civili pag. 36- 40

Conclusioni dei difensori pag. 41- 43

Svolgimento del processo pag. 45- 46

Premessa pag. 46- 55



PARTE PRIMA (I fatti materiali):

Roma, via Fauro pag. 56- 64

Firenze, via dei Georgofili pag. 65- 72

Milano, via Palestro pag. 73- 79

Roma, S. Giovanni in Laterano pag. 80- 84

Roma, via del Velabro pag. 85- 89

Roma, Formello pag. 90- 92



PARTE SECONDA (I racconti dei collaboratori):

L'attentato a Costanzo pag. 93- 137

Firenze, via dei Georgofili pag. 138- 169

Laterano e Velabro pag. 170- 213

Milano, via Palestro pag. 214- 227

Lo stadio Olimpico pag. 228- 281

Formello pag. 282- 350



PARTE TERZA (Valutazione delle prove):

L'attentato a Costanzo pag. 351- 397

La strage di Firenze pag. 398- 432

Le stragi di S. Giovanni e Velabro pag. 433- 469

La strage di via Palestro pag. 470- 486

La strage dell'Olimpico pag. 487- 529

La strage di Formello pag. 530- 597

Valutazione d'insieme pag. 598- 661



PARTE QUARTA (I singoli esecutori):

Giacalone Luigi pag. 662- 727

Giuliano Francesco pag. 728- 786

Lo Nigro Cosimo pag. 787- 839

Spatuzza Gaspare pag. 840- 893

Mangano Antonino pag. 894- 950

Barranca Giuseppe pag. 951- 969

Benigno Salvatore pag. 970- 991

Cannella Cristofaro pag. 992- 1028

Pizzo Giorgio pag. 1029- 1058

Tutino Vittorio pag. 1059- 1080

Calabrò Gioacchino pag. 1081- 1111

Frabetti Aldo pag. 1112- 1153

Messana Antonino pag. 1154- 1171

Santamaria G. e Scarano M. pag. 1172- 1189

Ferro Vincenzo pag. 1190- 1226

Di Natale Emanuele pag. 1227- 2245

Grigoli Salvatore pag. 1246- 1291

Scarano Antonio pag. 1292- 1377

Carra Pietro pag. 1378- 1436



PARTE QUINTA (Mandanti, causale, competenza):

Capitolo I pag. 1437- 1462

Capitolo II pag. 1463- 1481

Capitolo III pag. 1482- 1508

Capitolo IV pag. 1509- 1529

Capitolo V pag. 1530- 1549

Capitolo VI pag. 1550- 1732



PARTE SESTA (Le azioni civili):

Le azioni civili pag. 1733- 1744



DISPOSITIVO: pag. 1745- 1758

imputati


secondo quanto di seguito specificato, dei delitti:





Roma, via Fauro, 14 maggio 1993



1-BAGARELLA Leoluca Biagio, 2-BARRANCA Giuseppe, 3-BENIGNO Salvatore, 4-BRUSCA Giovanni, 5-CALABRÒ Gioacchino 6-CANNELLA Cristofaro, 7-CARRA Pietro,( 8-DI NATALE Emanuele già giudicato), 9-FERRO Giuseppe, 10-FERRO Vincenzo, (11-FRABETTI Aldo già giudicato), 12-GIACALONE Luigi, 13-GIULIANO Francesco,( 14-GRAVIANO Benedetto già giudicato), 15-GRAVIANO Filippo,( 16-GRAVIANO Giuseppe pos.stralciata in udienza), 17-GRIGOLI Salvatore, 18-LO NIGRO Cosimo, 19-MANGANO Antonino, 20-MESSINA DENARO Matteo, 21-PIZZO Giorgio, 22-PROVENZANO Bernardo,( 23-RIINA Salvatore pos.stralciata in udienza), 24-SCARANO Antonio, 25-SPATUZZA Gaspare, 26-TUTINO Vittorio,

A) delitto di strage previsto e punito dagli artt. 422 co. 1, 110, 112, nr. 1 c.p., perché, in vario concorso tra loro e con altre persone nei cui confronti si procede separatamente od allo stato non identificate, operando nell'ambito della realizzazione di una strategia (e dunque in esecuzione di un medesimo disegno criminoso: art. 81 cpv c.p) - attuata per finalità di terrorismo e di eversione dell'ordine costituzionale (art. 1 D.L. 15.12.1979 n. 625 conv mod. L. n. 15/1980) nonché per agevolare l'attività dell'associazione di tipo mafioso "cosa nostra" (art. 7. D.L. 13.5.1991 n. 152 conv. mod L. 12.7.1991 n. 203)- concretizzatasi negli attentati commessi: in Roma-via Fauro (14.5.1993), Firenze-via dei Georgofili (27.5.1993), Milano-via Palestro (27.7.1993), Roma-San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro.(28.7.1993), e Formello (14.4.1994), strategia riferibile a "cosa nostra" - associazione di tipo mafioso della quale taluni erano capi, altri affiliati ed altri ancora ad essa contigui, e questi ultimi -"affiliati" e "contigui"- ponendosi a disposizione dei mandanti e degli organizzatori;

agendo in numero superiore a cinque, ed in particolare attivandosi:

- (RIINA Salvatore posizione stralciata in udienza), PROVENZANO Bernardo, BRUSCA Giovanni, BAGARELLA Leoluca Biagio, FERRO Giuseppe, quali mandanti nella qualità di soggetti (anche) ai quali risale la ideazione e la decisione di commettere tutti i fatti di strage oggetto della presente imputazione, e ciò in ragione anche della posizione di vertice assunta -e del conseguente ruolo decisionale esercitato- nell'ambito dell'associazione di tipo mafioso "cosa nostra";

- GRAVIANO Giuseppe, GRAVIANO Filippo e (GRAVIANO Benedetto v. sopra), altresì quali responsabili, in ragione anche della loro collocazione al vertice del "mandamento di Brancaccio", della organizzazione di tutti i fatti di strage oggetto della presente imputazione - organizzazione specificamente concretizzatasi nella gestione della fase operativa dei delitti, con particolare riguardo alla selezione degli esecutori ed in genere delle persone cui affidare la concreta realizzazione dei fatti;

- MESSINA DENARO Matteo, CANNELLA Cristofaro, GIACALONE Luigi, MANGANO Antonino, PIZZO Giorgio, LO NIGRO Cosimo, BARRANCA Giuseppe, CARRA Pietro, SCARANO Antonio, (FRABETTI Aldo v. sopra), (DI NATALE Emanuele v. sopra), attivandosi tutti fattivamente, prima dell'inizio ed anche nel corso della fase esecutiva, per la realizzazione dell'intero programma stragista sopra indicato,
E ciò facevano, tutti, tra l'altro, assumendo le varie ed indispensabili iniziative per il trasporto degli esplosivi nei luoghi di esecuzione delle stragi, per gli spostamenti in tali luoghi, o in località ad essi prossime, delle persone incaricate della materiale esecuzione dei reati; nonché, ancora, per l'approntamento, nei medesimi luoghi, degli opportuni riferimenti e supporti logistici (alloggi di cui disporre clandestinamente; referenti personali; mezzi di trasporto, luoghi di deposito e di gestione degli esplosivi; procacciamento delle auto da utilizzare come "auto-bombe") successivamente utilizzati per la commissione di tutti i delitti.
Delitti ai quali taluni fornivano ulteriore contributo intervenendo operativamente sui luoghi e nel momento di commissione delle stragi: per quella di via Fauro, tra gli altri, CANNELLA, LO NIGRO, BARRANCA e SCARANO.

- BENIGNO Salvatore, SPATUZZA Gaspare, GIULIANO Francesco, FERRO Vincenzo, GRIGOLI Salvatore, TUTINO Vittorio, attivandosi tutti fattivamente, prima dell'inizio ed anche nel corso della fase esecutiva, per la realizzazione dell'intero programma stragista; e ciò in particolare faceva, ciascuno di essi, mettendosi preliminarmente a disposizione, in ragione della propria collocazione rispetto a "cosa nostra", di coloro cui sarebbero spettate le decisioni funzionali alla fase esecutiva, in tal modo concorrendo ad assicurare, ciascuno di essi e fin dall'inizio, l'esistenza e la disponibilità di un gruppo operativo in grado di dare esecuzione ai delitti.
Delitti ai quali taluni fornivano ulteriore contributo intervenendo operativamente sui luoghi e nel momento di commissione delle stragi: per quella di via Fauro, tra gli altri, BENIGNO, SPATUZZA e GIULIANO.

con le condotte sopra descritte, tutti costoro, in Roma il 14.5.1993, al fine di uccidere, compivano atti tali da porre in pericolo la pubblica incolumità.
Ed in particolare
- avendo individuato come obiettivo da colpire il giornalista Maurizio COSTANZO in ragione delle posizioni pubblicamente assunte a favore dell'azione dello Stato nei confronti della criminalità organizzata di stampo mafioso, ed agendo altresì per finalità di terrorismo e di eversione dell'ordine costituzionale e per agevolare l'attività dell'associazione di tipo mafioso "cosa nostra", perseguendo lo specifico intendimento di imporre una strategia diretta a incidere sull'esercizio delle libertà fondamentali tra le quali il diritto previsto dall'art. 21 della Costituzione e quindi di affermare sul territorio nazionale l'autorità di "cosa nostra" in contrapposizione a quella dei poteri dello Stato legittimamente costituiti-;

facevano esplodere un ingente quantitativo di esplosivo (costituito da una miscela di tritolo, T4, pentrite e nitroglicerina, opportunamente collocato all'interno della FIAT Uno di cui al capo D, parcheggiata in via Ruggero Fauro, strada che il Maurizio COSTANZO avrebbe dovuto obbligatoriamente percorrere all'uscita dal Teatro Parioli, al termine dello spettacolo televisivo "Maurizio Costanzo Show") al passaggio dell'autovettura condotta dall'autista DEGNI Stefano, con a bordo il giornalista e la convivente DE FILIPPI Maria, seguito dall'auto di scorta con a bordo le guardie giurate RE Aldo e DE PALO Domenico;

e cagionando così il ferimento quantomeno delle seguenti persone:
- BENINCASA Alessandra nata a Napoli il 21.07.1959 (gg. 5)
- BETTI Roberto nato a Roma il 09.09.1932 (gg. 20)
- BONAFEDE Silvana nata a Palermo il 05.12.1965 (gg. 7)
- CIADULLO Massimo nato a Roma il 23.04.1944 (gg. 3)
- CICCHIO Franco nato a Roma il 22.09.1950 ( due punti sutura)
- COSTANZO Maurizio nato a Roma il 28.08.1938
- CRIPPA Maria Teresa nata a Genova il 18.11.1987 (gg. 30)
- DE PALO Domenico nato a Roma il 05.08.1957 (gg. 5)
- DJUARIAN nata in Indonesia il 04.03.1952 (gg. 2)
- FRANCIOSA Massimo nato a Roma il 23.07.1924 (gg. 10)
- GAETANI DELL'AQUILA D'ARAGONA Maria Carolina nata a Napoli il 09.02.1955 (gg. 7)
- GAMBETTA Claudia nata a Roma il 03.06.1972 (gg. 5)
- GRANIERI Serenella nata a Roma il 07.12.1941 (gg. 8)
- MIRANDA Maurizio nato a Roma il 29.12.1952 (gg. 7)
- MONACO Carmela nata a Cerignola (FG) il 25.07.1949 (gg. 8)
- PIETROS Vette Micael nato a Elaberio (Etiopia) nel 1929 (gg. 7)
- POLICICCHIO Franco nato a Roma il 22.09.1950 (gg. 7)
- RE Aldo nato a Roma il 03.12.1955 (gg. 20)
- ROBERTI Anna Maria nata ad Incis il 01.03.1945 (gg. 8)
- ROZZARI Francesca nata a Campoverde il 10.05.1967 (gg. 15)
- SANTANTONI Elena nata a Orvieto il 13.06.1913 (gg. 30)
- SIROLLI Maria Antonietta nata a Chieti il 10.06.1926 (gg. 7)
- SOLIDEA Luciana BELLONI nata a Permobilli (PG) il 07.03.1925 (gg. 7)
- SPIGAFERRI Carlo nato a Roma il 27.01.1956 (gg. 5)
ferimento seguito all'esplosione, oltre ai danni materiali indicati al capo seguente.
In Roma il 14 maggio 1993, verso le ore 21,45.

B) delitto di devastazione previsto e punito dagli artt. 419 co. 1, 110, 112 nr. 1, c.p., 1 Legge 6.2.1980 nr. 15 e 7 D.L. 152/91, perché, in concorso tra loro e con altre persone nei cui confronti si procede separatamente od allo stato non identificate, ed in numero superiore a cinque, con la condotta descritta al capo precedente e per le finalità ivi menzionate, commettevano fatti di devastazione del contesto urbanistico adiacente la via Ruggero Fauro.
A seguito dell'esplosione, infatti, venivano gravemente danneggiati oltre le strade e le infrastrutture urbanistiche, numerosi edifici tra i quali:

- CLINICA QUISISANA sita in Roma, Via G. Porro nr. 5
- ISTITUTO ANCELLE DI MARIA IMMACOLATA sito in Roma, Via Castellini 29
- SCUOLA ELEMENTARE STATALE "S. PIO X" sita in Roma, Via Boccioni nr. 14
- SCUOLA MATERNA COMUNALE sita in Roma, Via Fauro nr. 41
- I.N.P.S. sito in Roma, Via G. Borsi nr. 11
- ALTRA CAUSAE.A. Rete Elettrica Pubblica e Privata sede in Roma, Piazzale Ostiense nr. 2
(per la zona interessata dall'esplosione dell'auto-bomba)
- VIA R. FAURO numeri civici 18 - 25 - 27 - 37 - 38 - 46 - 54 - 62 - 62/a - 66 - 76 - 94
- VIA A. CARONCINI numeri civici 4 - 6 - 19 - 23 - 27 - 29 - 35 - 53
- VIA U. BOCCIONI numeri civici 3 - 5
- VIALE PARIOLI numeri civici 62 - 112 -120 - 124
- VIA A. CASELLA numeri civici 13
Tempo e luogo come al capo A);.

C) delitto previsto e punito dagli artt. 110, 112 nr. 1, 81 cpv. 61 nr. 2 c.p., 1, 2, 4 co. 2 Legge 2.10.1967 nr. 865 come mod. Legge 14.10.1974 nr. 497, nr. 29 Legge 110/75, 1 Legge 6.2.1980 nr. 15 e 7 D.L. 152/91, perchè agendo in numero superiore a cinque, in concorso fra loro nei ruoli e con le finalità indicate al capo A e con altre persone nei cui confronti si procede separatamente od allo stato non identificate, al fine di compiere i delitti di strage e devastazione (capi A e B), detenevano, allo scopo di mettere in pericolo la vita delle persone e la sicurezza della collettività mediante la commissione di attentati e portavano in luogo pubblico, ove era anche concorso di persone e di notte in luogo abitato, un ingente quantitativo di materiale esplosivo con il quale veniva fabbricato l'ordigno micidiale fatto esplodere in via Ruggero Fauro il 14 maggio 1993 alle ore 21.45.

D) delitto previsto e punito dagli artt. 110, 624, 625 nr. 5 e nr. 7, 61 nr. 2 c.p., 1 Legge 6.2.1980 nr. 15 e 7 D.L. 152/91, perchè, agendo in numero superiore a tre, in concorso tra loro e con altre persone nei cui confronti si procede separatamente od allo stato non identificate nei ruoli e con le finalità indicate al capo A, per eseguire il delitto di strage in tale capo descritto, al fine di trarne profitto, si impossessavano dell'autovettura FIAT Uno 60 tg. Roma 5F5756 di proprietà della s.r.l. I.S.A.F., sottraendola alla detentrice CORBANI Linda che l'aveva parcheggiata sulla pubblica via.
In Roma, nella notte tra l'11 e il 12 maggio 1993.


Firenze, 27 maggio 1993


1-BAGARELLA Leoluca Biagio, 2-BARRANCA Giuseppe, 3-BENIGNO Salvatore, 4-BRUSCA Giovanni, 5-CALABRO' Gioacchino, 6-CANNELLA Cristofaro 7-CARRA Pietro, (8 - DI NATALE Emanuele Già Giudicato ), 9-FERRO Giuseppe, 10-FERRO Vincenzo, (11-FRABETTI Aldo già giudicato), 12-GIACALONE Luigi, 13-GIULIANO Francesco, (14-GRAVIANO Benedetto già giudicato), 15-GRAVIANO Filippo, (16-GRAVIANO Giuseppe posizione stralciata in udienza), 17-GRIGOLI Salvatore, 18-LO NIGRO Cosimo, 19-MANGANO Antonino, 20-MESSANA Antonino, 21-MESSINA DENARO Matteo, 22-PIZZO Giorgio, 23-PROVENZANO Bernardo, (24-RIINA Salvatore posiz. stralciata in udienza), 25-SCARANO Antonio, 26-SPATUZZA Gaspare, 27-TUTINO Vittorio,

E) delitto di strage previsto e punito dagli artt. 422 co. 1, 110, 112, nr. 1 c.p., perché, in vario concorso tra loro e con altre persone nei cui confronti si procede separatamente od allo stato non identificate, operando nell'ambito della realizzazione di una strategia (e dunque in esecuzione di un medesimo disegno criminoso: art. 81 cpv c.p.) -attuata per finalità di terrorismo e di eversione dell'ordine costituzionale (art. 1 D.L. 15.12.1979 n. 625 conv mod. L. n. 15/1980) nonché per agevolare l'attività dell'associazione di tipo mafioso "cosa nostra" (art. 7. D.L. 13.5.1991 n. 152 conv. mod L. 12.7.1991 n. 203)- concretizzatasi negli attentati commessi in: Roma-via Fauro (14.5.1993), Firenze-via dei Georgofili (27.5.1993), Milano-via Palestro (27.7.1993), Roma-San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro.(28.7.1993), e Formello (14.4.1994), strategia riferibile a "cosa nostra" - associazione di tipo mafioso della quale taluni erano capi, altri affiliati ed altri ancora ad essa contigui, e questi ultimi -"affiliati" e "contigui"- ponendosi a disposizione dei mandanti e degli organizzatori,
agendo in numero superiore a cinque, ed in particolare attivandosi::

- (RIINA Salvatore posiz.stralciata in udienza), PROVENZANO Bernardo, BRUSCA Giovanni, BAGARELLA Leoluca Biagio, FERRO Giuseppe, quali mandanti nella qualità di soggetti (anche) ai quali risale la ideazione e la decisione di commettere tutti i fatti di strage oggetto della presente imputazione, e ciò in ragione anche della posizione di vertice assunta, e del conseguente ruolo decisionale esercitato, nell'ambito dell'associazione di tipo mafioso "cosa nostra";

-(GRAVIANO Giuseppe posiz. stralciata in udienza), GRAVIANO Filippo e ( GRAVIANO Benedetto già giudicato), altresì quali responsabili, in ragione anche della loro collocazione al vertice del "mandamento di Brancaccio", della organizzazione di tutti i fatti di strage oggetto della presente imputazione - organizzazione specificamente concretizzatasi nella gestione della fase operativa dei delitti, con particolare riguardo alla selezione degli esecutori ed in genere delle persone cui affidare la concreta realizzazione dei fatti;

- MESSINA DENARO Matteo, CALABRO'Gioacchino, CANNELLA Cristofaro, GIACALONE Luigi, MANGANO Antonino, PIZZO Giorgio, LO NIGRO Cosimo, BARRANCA Giuseppe, CARRA Pietro, SCARANO Antonio,( FRABETTI Aldo, DI NATALE Emanuele già giudicati), attivandosi tutti fattivamente, prima dell'inizio ed anche nel corso della fase esecutiva, per la realizzazione dell'intero programma stragista sopra indicato.
E ciò facevano, tutti, tra l'altro, assumendo le varie ed indispensabili iniziative per il trasporto degli esplosivi nei luoghi di esecuzione delle stragi, per gli spostamenti in tali luoghi o in località ad essi prossime, delle persone incaricate della materiale esecuzione dei reati: nonché, ancora, per l'approntamento, nei medesimi luoghi, degli opportuni riferimenti e supporti logistici (alloggi di cui disporre clandestinamente; referenti personali; mezzi di trasporto, luoghi di deposito e di gestione degli esplosivi; procacciamento delle auto da utilizzare come "auto-bombe") successivamente utilizzati per la commissione di tutti i delitti.
Delitti ai quali taluni fornivano ulteriore contributo intervenendo operativamente sui luoghi e nel momento di commissione delle stragi: per quella di via dei Georgofili, tra gli altri, LO NIGRO.

- BENIGNO Salvatore, SPATUZZA Gaspare, GIULIANO Francesco, FERRO Vincenzo, GRIGOLI Salvatore, TUTINO Vittorio, MESSANA Antonino, attivandosi tutti fattivamente, prima dell'inizio ed anche nel corso della fase esecutiva, per la realizzazione dell'intero programma stragista; e ciò in particolare faceva, ciascuno di essi, mettendosi preliminarmente a disposizione, in ragione della propria collocazione rispetto a "cosa nostra", di coloro cui sarebbero spettate le decisioni funzionali alla fase esecutiva, in tal modo concorrendo ad assicurare, ciascuno di essi e fin dall'inizio, l'esistenza e la disponibilità di un gruppo operativo in grado di dare esecuzione ai delitti.
Delitti ai quali taluni fornivano ulteriore contributo intervenendo operativamente sui luoghi e nel momento di commissione delle stragi: per quella di via dei Georgofili, tra gli altri, SPATUZZA e GIULIANO.
E così MESSANA in particolare fungendo da riferimento logistico e da punto di contatto dei correi, mediante la propria abitazione, l'attiguo garage e la propria utenza telefonica siti in via Sotto l'Organo di Galciana di Prato ed ancora mediante la messa a disposizione di mezzi di locomozione di cui aveva la disponibilità.
Tutti costoro, in Firenze il 27.05.1993, al fine di uccidere, compivano atti tali da porre in pericolo la pubblica incolumità.

Ed in particolare
- avendo individuato come obiettivo da colpire il centro storico-abitato della città di Firenze ed in tale contesto specificamente la Galleria degli Uffizi - l'uno e l'altra alti ed irripetibili simboli del patrimonio artistico nazionale-; ed agendo altresì per finalità di terrorismo e di eversione dell'ordine costituzionale e per agevolare l'attività dell'associazione di tipo mafioso "cosa nostra", perseguendo lo specifico intendimento di imporre una strategia diretta a contrastare provvedimenti legislativi ed amministrativi a favore dei collaboratori di Giustizia ed in materia di regime carcerario e quindi di affermare sul territorio nazionale l'autorità di "cosa nostra" in contrapposizione a quella dei poteri dello Stato legittimamente costituiti;
facevano esplodere in via dei Georgofili un ingente quantitativo di esplosivo costituito da una miscela di tritolo, T4, pentrite e nitroglicerina opportunamente collocato all'interno del furgone FIAT Fiorino di cui al capo H, cagionando così la morte di:
NENCIONI Fabrizio nato a San Casciano Val di Pesa l'11.11.1954, residente in Firenze, via dei Georgofili nr. 4; FIUME Angela, coniugata NENCIONI, nata a Napoli il 19.10.1957; NENCIONI Nadia nata a Fiesole il 4.11.1984; NENCIONI Caterina nata a Fiesole il 12.11.1992; CAPOLICCHIO Dario, nato a Palermo il 29.09.1971;

e cagionando inoltre il ferimento di:
- CHELLI Francesca nata a La Spezia il 4.4.1971 (giorni 15); MOSCA Daniele nato a Olten (Svizzera) il 26.4.1958 (giorni 7); BUCCHERI Rossella nata a Firenze il 30.5.1978 (giorni 7); VITALIANO Roberto nato a Fiesole il 12.8.1954 (giorni 3); CASANOVA Danilo nato a Ravascletto (UD) il 16.8.1948 (giorni 3); LEO Maria Rosaria nata a Gragnano (NA) il 18.8.1974 (giorni 3); LEO Nicoletta nata a Salerno il 22.2.1979 (giorni 6); TORTI Giorgia nata a Scansano (GR) il 25.3.1942 (giorni 7); PAGLIAI Eleonora nata Firenze il 9.4.1971 (giorni 10); BERTOCCHI Anna nata a Migliarino di Ferrara il 25.8.1937 (giorni 4); ROCCO Vincenzo nato a San Canzian d'Isonzo (GO) il 28.2.1957 (giorni 7); BINI Bruno nato a Brescia l'8.9.1944; CAPRARO Amalia nata a Barbarano Vicentino (VI) l'8.5.1947 (giorni 10); CECCUCCI Daniela nata a Bastia (PG) il 2.11.1953 (giorni 7); CORVI Ida nata a Teglio (SO) il 14.3.1912 (giorni 10); DEL FRATE Lorenzo nato a Grosseto il 20.11.1948 (giorni 10); DONATI Dino nato a Poppi (AR) il 2.3.1932 (giorni 4); FARAONE MENNELLA Jasmin nata a Torre del Greco (NA) il 25.2.1974 (giorni 20); FRAGASSO Federico nato a Fiesole il 27.4.1981 (giorni 5); GALVANI Alberto nato a Senigallia (AN) il 26.2.1927 (ricoverato il 27.5 e dimesso il 12.6.1993); LIPPI Daniela nata a Imola (BO) il 18.4.1968 (giorni 20); LOMBARDI Paolo nato a Pesaro il 4.9.1948 (giorni 3); MARAVALLE Marina nata a Pineto (TE) il 6.7.1963 (giorni 7); MINIATI Giovanni nato a Firenze l'8.7.1970 (giorni 10); PEDANI Paola nata a Pisa il 17.9.1925 (fattasi medicare il 27.5.1993); PICCINI Enrico nato a Firenze il 9.12.1963 (giorni 2); RICOVERI Walter nato a La Spezia il 10.5.1946 (giorni 3); SAMOGGIA Giovanna nata a Firenze il 3.9.1910 (giorni 5); SEIBEL Maria cittadina tedesca, nata il 29.11.1949 (giorni 7); SEIBEL Nadine, cittadina tedesca, nata il 16.3.1980 (giorni 10); SICILIANO Umberto nato a San Lucido (CS) il 22.12.1935 (giorni 8); SILIANI Paolo nato a Firenze il 29.6.1960 (giorni 5); STEFANINI Andrea nato a Firenze il 17.9.1972 (giorni 15); STEFANINI Nicola, nato a Bomarzo (VT) il 18.3.1939 (giorni 7); TONEL Franck nato a Cahors (F) il 20.4.1968 (giorni 7); TONIETTI Alessandro nato a Seravezza (LU) il 9.12.1970 (giorni 7); TRAVAGLI Alessandro nato a Firenze il 3.3.1950 (giorni 5); TRISCIUOGLIO Olga nata a La Spezia il 31.3.1915 (giorni 10);

seguiti all'esplosione e quindi al crollo della Torre del Pulci, sede dell'Accademia dei Georgofili e degli adiacenti edifici monumentali e storici alcuni dei quali - la Galleria degli Uffizi, Palazzo Vecchio, la Chiesa di Santo Stefano e Cecilia a Ponte Vecchio, il Museo di Storia della Scienza e della Tecnica - venivano gravemente danneggiati unitamente alle opere ivi custodite.

In Firenze verso le ore 01,00 del 27 maggio 1993.

F) delitto di devastazione previsto e punito dagli artt. 419 co. 1, 110, 112 nr. 1, c.p., 1 Legge 6.2.1980 nr. 15 e 7 D.L. 152/91, perchè, in concorso tra loro e con altre persone nei cui confronti si procede separatamente od allo stato non identificate, ed in numero superiore a cinque, con la condotta descritta al capo precedente e per le finalità ivi menzionate, commettevano fatti di devastazione del patrimonio artistico dello Stato.
A seguito dell'esplosione, infatti, oltre al grave danneggiamento di edifici del centro storico e delle strade comprese nelle vicinanze di Via dei Georgofili e di Via Lambertesca:
risultavano totalmente distrutti la Torre del Pulci sede dell'Accademia dei Georgofili e gravemente danneggiati la Galleria degli Uffizi, Palazzo Vecchio, la Chiesa di Santo Stefano e Cecilia al Ponte Vecchio, il Museo di Storia della Scienza e della Tecnica;
venivano perdute le seguenti opere:
presso la Galleria degli Uffizi: Gherardo delle Notti - "Adorazione dei pastori"; Manfredi - "Giocatori di carte"; Manfredi - "Concerto";

presso l'Accademia dei Georgofili: Bimbi - "Aquila"; Scacciati - "Avvoltoi, gufi e beccaccia"; Grant (stampa raff.) - "Scena di caccia"; Landseer (stampa raff.) - "Grande cervo in una palude";

venivano gravemente danneggiate le seguenti opere:

presso la Galleria degli Uffizi: Van Der Weyden - "Deposizione nel Sepolcro"; Sebastiano Del Piombo - "Morte di Adone"; Cristofano dell'Altissimo - "Ritratto di Giovanni della Casa"; Gregorio Pagani - "Priamo e Tisbe"; Rubens - "Enrico IV alla battaglia d'Ivry"; Rubens - "Ritratto di Filippo IV di Spagna"; C. Lorrain - "Porto con Villa Medici"; Bernini - "Testa di angiolo"; Gherardo Delle Notti - "Adorazione del Bambino"; Gherardo Delle Notti - "La buona ventura"; Gherardo Delle Notti - "Cena con suonatori di liuto"; Manfredi - "Tributo a Cesare"; Manfredi - "Disputa con i Dottori"; F. Rustici - "Morte di Lucrezia"; A. Gentileschi - "Giuditta e Olofene"; A. Gentileschi - "Santa Caterina"; G. Reni - "David con la testa di Golia"; B. Strozzi - "Parabola del convitato a nozze"; Empoli - "Natura Morta"; Empoli - "Natura Morta"; R. Manetti - "Massinissa e Sofonisba"; G.B. Spinelli - "David festeggiato dalle fanciulle"; G.B. Spinelli - "David placa l'ira di Saul"; N. Reiner - "Scena di gioco"; scuola caravaggesca - "Incredulità di San Tommaso"; Valentin - "Giocatori di dadi"; scuola caravaggesca - "Liberazione di S. Pietro"; - "Battaglia di Radicofani"; M. Caffi - "Fiori"; M. Caffi - "Fiori"; Gherardo Delle Notti - "Cena con sponsali";

presso l'Accademia dei Georgofili: Bimbi - "Pellicano"; "Fiori" (nr. 2 - inv. castello 576 e 578);

venivano variamente danneggiate le seguenti opere:

presso la Galleria degli Uffizi: Bronzino - "Ritratto di donna"; Van Douven - "Glorificazione degli Elettori Palatini"; scuola A. Gaddi - "Trittico: Madonna e Santi"; Maso da San Friano - "La caduta di Icaro"; Giovanni da San Giovanni - "Madonna col Bambino e San Francesco"; R. Van Der Weyden - "Deposizione"; Pontormo - "Madonna col Bambino"; Garofalo - "Madonna e Santi"; Vasari - "Ritratto del Duca Alessandro"; Raffaellino Del Garbo - "Madonna col Bambino"; Puccinelli - "Madonna col Bambino"; A. Micheli - "Santa Caterina"; scuola caravaggesca - "Doppio ritratto"; ignoto - "Bambino giacente"; ignoto - "San Giovanni Evangelista"; scuola romana - "Ritratto di Porzia De' Rossi"; Fra' Bartolomeo - "Porzia"; Velasquez - "Dama a cavallo"; scuola del Pollaiolo - "La Giustizia"; Tiziano - "Ultima cena"; scuola sec. XV - "Vergine col Bambino"; A. Cecchi - "Autoritratto"; V. Campanello - "Autoritratto"; C. Baba - "Autoritratto"; M. De Matchva - "Autoritratto"; Farulli - "Autoritratto";

presso l'Istituto e Museo della Storia e della Scienza: "Vaso cilindrico dell'Accademia del Cimento", sec. XVII, alt. cm. 27, diam. cm. 9, vetro (catal. IX,66), incrinato il piatto del vaso - danno non sanabile - indebolimento dell'oggetto irreparabile; "Vassoio", sec. XVII, vetro, diam. cm. 46 circa (catal. IX,85), incrinato - irreparabile; "Telescopio riflettore", legno, di Leto Guidi, sec. XVIII (catal. XI.1), graffi sulla superficie del tubo - restaurabile; "Telescopio riflettore", legno, sec. XVII (catal. XI.2), graffi sulla superficie del tubo - restaurabile; "Sfera armillone Santucci", sec. XVI (catal. VII.30), armilla rotta - distacco della calotta polare - indebolimento struttura - danno sanabile con difficoltà;

risultavano danneggiate le seguenti sculture:
presso la Galleria degli Uffizi: arte ellenistica - "Niobide"; arte romana - "Testa di giovanetto"; copia di epoca romana del "Discobolo di Mirone"
Tempo e luogo come al capo E).
G) delitto previsto e punito dagli artt. 110, 112 nr. 1, 81 cpv. 61 nr. 2 c.p., 1, 2, 4 co. 2 Legge 2.10.1967 nr. 865 come mod. Legge 14.10.1974 nr. 497, nr. 29 legge 110/75, 1 Legge 6.2.1980 nr. 15 e 7 D.L. 152/91, perchè agendo in numero superiore a cinque, in concorso fra loro nei ruoli e con le finalità indicate al capo E) e con altre persone nei cui confronti si procede separatamente od allo stato non identificate, al fine di compiere i delitti di strage e devastazione (capi E e F), detenevano, allo scopo di mettere in pericolo la vita delle persone e la sicurezza della collettività mediante la commissione di attentati e portavano in luogo pubblico ove era anche concorso di persone e di notte in luogo abitato, un ingente quantitativo di materiale esplosivo con il quale veniva fabbricato l'ordigno micidiale fatto esplodere in Via dei Georgofili di Firenze il 27 maggio 1993 alle ore 01,04.

H) delitto previsto e punito dagli artt. 110, 624, 625 nr. 5 e 7, 61 nr. 2 c.p., 1 Legge 6.2.1980 nr. 15 e 7 D.L. 152/91, perchè, agendo in numero superiore a tre, in concorso tra loro e con altre persone nei cui confronti si procede separatamente od allo stato non identificate, nei ruoli e con le finalità indicate al capo E), per eseguire il delitto di strage in tale capo descritto, al fine di trarne profitto, si impossessavano del furgone FIAT Fiorino tg. FI H90593 di proprietà di PARRONCHI Andrea, sottraendolo al detentore ROSSI Alvaro che lo aveva parcheggiato sulla pubblica via.
In Firenze il 26 maggio 1993


Milano, 27-28 luglio 1993:

1-BAGARELLA Leoluca Biagio, 2-BARRANCA Giuseppe, 3-BENIGNO Salvatore, 4-BRUSCA Giovanni,5-CALABRO' Gioacchino, 6-CANNELLA Cristofaro, 7-CARRA Pietro, (8 - DI NATALE Emanuele già giudicato), 9-FERRO Giuseppe, 10-FERRO Vincenzo, (11-FRABETTI Aldo già giudicato), 12-GIACALONE Luigi, 13-GIULIANO Francesco, (14-GRAVIANO Benedetto già giudicato), 15-GRAVIANO Filippo, (16-GRAVIANO Giuseppe posiz. stralciata in udienza), 17-GRIGOLI Salvatore, 18-LO NIGRO Cosimo, 19-MANGANO Antonino, 20-MESSINA DENARO Matteo, 21-PIZZO Giorgio, 22-PROVENZANO Bernardo, (23-RIINA Salvatore posiz.stralciata in udiena), 24-SCARANO Antonio, 25-SPATUZZA Gaspare, 26-TUTINO Vittorio,

I) delitto di strage previsto e punito dagli artt. 422 co. 1, 110, 112, nr. 1 c.p., perchè, in vario concorso tra loro e con altre persone nei cui confronti si procede separatamente od allo stato non identificate, operando nell'ambito della realizzazione di una strategia (e dunque in esecuzione di un medesimo disegno criminoso: art. 81 cpv c.p.) -attuata per finalità di terrorismo e di eversione dell'ordine costituzionale (art. 1 D.L. 15.12.1979 n. 625 conv mod. L. n. 15/1980) nonché per agevolare l'attività dell'associazione di tipo mafioso "cosa nostra" (art. 7. D.L. 13.5.1991 n. 152 conv. mod L. 12.7.1991 n. 203)- concretizzatasi negli attentati commessi in: Roma-via Fauro (14.5.1993), Firenze-via dei Georgofili (27.5.1993), Milano-via Palestro (27.7.1993), Roma-San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro.(28.7.1993), e Formello (14.4.1994), strategia riferibile a "cosa nostra" - associazione di tipo mafioso della quale taluni erano capi, altri affiliati ed altri ancora ad essa contigui, e questi ultimi -"affiliati" e "contigui"- ponendosi a disposizione dei mandanti e degli organizzatori,
agendo in numero superiore a cinque, ed in particolare attivandosi:

- (RIINA Salvatore posiz. stralciata in udienza), PROVENZANO Bernardo, BRUSCA Giovanni, BAGARELLA Leoluca Biagio, FERRO Giuseppe, quali mandanti nella qualità di soggetti (anche) ai quali risale la ideazione e la decisione di commettere tutti i fatti di strage oggetto della presente imputazione, e ciò in ragione anche della posizione di vertice assunta, e del conseguente ruolo decisionale esercitato, nell'ambito dell'associazione di tipo mafioso "cosa nostra";

-( GRAVIANO Giuseppe posiz. stralciata in udienza), GRAVIANO Filippo e( GRAVIANO Benedetto già giudicato), altresì quali responsabili, in ragione anche della loro collocazione al vertice del "mandamento di Brancaccio", della organizzazione di tutti i fatti di strage oggetto della presente imputazione - organizzazione specificamente concretizzatasi nella gestione della fase operativa dei delitti, con particolare riguardo alla selezione degli esecutori ed in genere delle persone cui affidare la concreta realizzazione dei fatti;

-MESSINA DENARO Matteo,CALABRO'Gioacchino,CANNELLA Cristofaro, GIACALONE Luigi, MANGANO Antonino, PIZZO Giorgio, LO NIGRO Cosimo, BARRANCA Giuseppe, CARRA Pietro, SCARANO Antonio,( FRABETTI Aldo, DI NATALE Emanuele già giudicati), attivandosi tutti fattivamente, prima dell'inizio ed anche nel corso della fase esecutiva, per la realizzazione dell'intero programma stragista sopra indicato
E ciò facevano, tutti, tra l'altro assumendo le varie ed indispensabili iniziative per il trasporto degli esplosivi nei luoghi di esecuzione delle stragi, per gli spostamenti in tali luoghi, o in località ad essi prossime, delle persone incaricate della materiale esecuzione dei reati: nonché, ancora, per l'approntamento, nei medesimi luoghi, degli opportuni riferimenti e supporti logistici (alloggi di cui disporre clandestinamente; referenti personali; mezzi di trasporto, luoghi di deposito e di gestione degli esplosivi; procacciamento delle auto da utilizzare come "auto-bombe") successivamente utilizzati per la commissione di tutti i delitti.

- BENIGNO Salvatore, SPATUZZA Gaspare, GIULIANO Francesco, FERRO Vincenzo, GRIGOLI Salvatore, TUTINO Vittorio, attivandosi tutti fattivamente, prima dell'inizio ed anche nel corso della fase esecutiva, per la realizzazione dell'intero programma stragista; e ciò in particolare faceva, ciascuno di essi, mettendosi preliminarmente a disposizione, in ragione della propria collocazione rispetto a "cosa nostra", di coloro cui sarebbero spettate le decisioni funzionali alla fase esecutiva, in tal modo concorrendo ad assicurare, ciascuno di essi e fin dall'inizio, l'esistenza e la disponibilità di un gruppo operativo in grado di dare esecuzione ai delitti.


Ed in particolare
- avendo individuato come obiettivo da colpire il centro storico-abitato della città di Milano ed in tale contesto specificamente il Padiglione d'Arte Contemporanea ubicato nella via Palestro quale alto ed irripetibile simbolo del patrimonio artistico nazionale -; ed agendo altresì per finalità di terrorismo e di eversione dell'ordine costituzionale e per agevolare l'attività dell'associazione di tipo mafioso "cosa nostra", perseguendo lo specifico intendimento di imporre una strategia diretta a contrastare provvedimenti legislativi ed amministrativi a favore dei collaboratori di Giustizia ed in materia di regime carcerario, e quindi di affermare sul territorio nazionale l'autorità di "cosa nostra" in contrapposizione a quella dei poteri dello Stato legittimamente costituiti,
facevano esplodere nella via Palestro, davanti all'ingresso della "Villa Reale" un ingente quantitativo di esplosivo costituito da una miscela di tritolo, T4, pentrite e nitroglicerina opportunamente collocato all'interno delle FIAT Uno di cui al capo N), cagionando così la morte dei vigili del fuoco:
- FERRARI Alessandro nato a Gandino (BG) il 09.10.1963
- LA CATENA Carlo nato a Napoli il 14.11.1967
- PASOTTO Sergio nato a Milano il 27.07.1959
- PICERNO Stefano nato a Terni il 12.09.1956
che erano intervenuti sul posto e del cittadino extra comunitario
- DRISS Moussafir nato a Beni Hillal (Marocco) nel 1949
oltre al ferimento, anche con postumi permanenti, quanto meno delle persone sottoindicate, alcune occasionalmente presenti nella via Palestro:

- ABBAMONTE Antonio nato a Milano il 19.11.1959 (prognosi riservata)
- FERRARI Andrea nato a Padova il 02.02.1965 (gg. 15)
- MANDELLI Paolo nato a Rho il 24.05.1966 (prognosi riservata)
- MAIMONE Antonino nato a Messina il 09.01.1966 (prognosi riservata)
- PARTEL Regina anta a San Paolo del Brasile il 09.01.1955 (gg. 8)
- PEZ Diego nato a Milano il 04.05.1959 (gg. 5)
- PRATA Franca nata a Milano il 15.05.1939 (gg. 5)
- SALSANO Massimo nato a Catanzaro il 22.03.1969 (gg. 5)
- SCARONI Marco di anni 31 (gg. 30)
- URBANI Mario Diego nato a Buenos Aires il 12.11.1950
- TIZIANI Giuseppe nato a Roccafranca il 25.07.1949 (gg. 15)
- VIOLI Salvatore nato a Catanzaro il 08.07,1961
In Milano il 27 luglio 1993 alle ore 23.14.

L) delitto di devastazione previsto e punito dagli artt. 419 co. 1, 110, 112 nr. 1, c.p., 1 Legge 6.2.1980 nr. 15 e 7 D.L. 152/91, perché, in concorso tra loro e con altre persone nei cui confronti si procede separatamente od allo stato non identificate, ed in numero superiore a cinque, con la condotta descritta al capo precedente e per le finalità ivi menzionate, commettevano fatti di devastazione del contesto urbanistico adiacente la via Palestro.
A seguito dell'esplosione, infatti, venivano gravemente danneggiate le strade, le strutture urbanistiche e quantomeno gli immobili di seguito specificati :

- VIA PALESTRO numeri civici 6 - 12 - 20 - 22
- VIALE VITTORIO VENETO numeri civici 4 - 8 - 10 - 12 - 14 - 18 - 20 - 22 - 22/a
24
- PIAZZA CAVOUR numeri civici 5 - 7
- CORSO BUENOS AIRES numero civico 1
- VIA DEL VECCHIO POLITECNICO numero civico 9
- VIA TADINO numero civico 1
- VIA LECCO numero civico 1/a
- VIA TARCHETTI numero civico 2
- VIA MANIN numeri civici 3 - 33 - 35
- VIA DELLA SPIGA numero civico 52
- VIA SENATO numeri civici 2 - 34
- VIA TURATI numeri civici 3 - 34
- PIAZZA DELLA REPUBBLICA numero civico 12

Tempo e luogo di cui sopra.


M) delitto previsto e punito dagli artt. 110, 112 nr. 1, 81 cpv. 61 nr. 2 c.p., 1, 2, 4 co. 2 Legge 2.10.1967 nr. 865 come mod. Legge 14.10.1974 nr. 497, 29 legge 110/75, 1 Legge 6.2.1980 nr. 15 e 7 D.L. 152/91, perché agendo in numero superiore a cinque, in concorso fra loro nei ruoli e con le finalità indicate al capo H) e con altre persone nei cui confronti si procede separatamente od allo stato non identificate, al fine di compiere i delitti di strage e devastazione (capi H e I), detenevano allo scopo di mettere in pericolo la vita delle persone e la sicurezza della collettività mediante la commissione di attentati e portavano in luogo pubblico ove era anche concorso di persone e di notte in luogo abitato, un ingente quantitativo di materiale esplosivo con il quale veniva fabbricato l'ordigno micidiale fatto esplodere nella via Palestro alle ore 23.14 del 27.7.1993.

N) delitto previsto e punito dagli artt. 110, 81 cpv. 624, 625 nr. 5 e 7, 61 nr. 2 c.p., 1 Legge 6.2.1980 nr. 15 e 7 D.L. 152/91, perchè, agendo in numero superiore a tre, in concorso tra loro e con altre persone nei cui confronti si procede separatamente od allo stato non identificate, nei ruoli e con le finalità indicate al capo H), per eseguire il delitto di strage in tale capo descritto, al fine di trarne profitto, si impossessavano dell'autovettura FIAT Uno tg. MI 7P2498 sottraendola alla proprietaria ESPOSITO Letizia, mentre si trovava parcheggiata sulla pubblica via.
In Milano il 24 luglio 1993.


Roma, 27-28 luglio 1993:


1-BAGARELLA Leoluca Biagio, 2-BARRANCA Giuseppe, 3-BENIGNO Salvatore, 4-BRUSCA Giovanni, 5 CALABRO' Gioacchino, 6-CANNELLA Cristofaro, 7-CARRA Pietro, 8-DI NATALE Emanuele, 9-FERRO Giuseppe, 10-FERRO Vincenzo, 11-FRABETTI Aldo, 12-GIACALONE Luigi, 13-GIULIANO Francesco, (14-GRAVIANO Benedetto già giudicato), 15-GRAVIANO Filippo,( 16-GRAVIANO Giuseppe posiz.stralciata in udienza), 17-GRIGOLI Salvatore, 18-LO NIGRO Cosimo, 19-MANGANO Antonino,( 20-MANISCALCO Umberto giudicato separatamente), 21-MESSINA DENARO Matteo, 22-PIZZO Giorgio, 23-PROVENZANO Bernardo, (24-RIINA Salvatore posiz.stralciata in udienza), 25-SCARANO Antonio,( 26-SICLARI Pietro giudicato separatamente), 27-SPATUZZA Gaspare, 28-TUTINO Vittorio,

O) delitto di strage previsto e punito dagli artt. 422 co. 1, 110, 112, nr. 1 c.p., perché, in vario concorso tra loro e con altre persone nei cui confronti si procede separatamente od allo stato non identificate, operando nell'ambito della realizzazione di una strategia (e dunque in esecuzione di un medesimo disegno criminoso: art. 81 cpv c.p.) - attuata per finalità di terrorismo e di eversione dell'ordine costituzionale (art. 1 D.L. 15.12.1979 n. 625 conv mod. L. n. 15/1980) nonché per agevolare l'attività dell'associazione di tipo mafioso "cosa nostra" (art. 7. D.L. 13.5.1991 n. 152 conv. mod L. 12.7.1991 n. 203)- concretizzatasi negli attentati commessi in: Roma-via Fauro (14.5.1993), Firenze-via dei Georgofili (27.5.1993), Milano-via Palestro (27.7.1993), Roma-San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro.(28.7.1993), e Formello (14.4.1994), strategia riferibile a "cosa nostra" - associazione di tipo mafioso della quale taluni erano capi, altri affiliati ed altri ancora ad essa contigui, e questi ultimi -"affiliati" e "contigui"- ponendosi a disposizione dei mandanti e degli organizzatori,
agendo in numero superiore a cinque, ed in particolare attivandosi::

-(RIINA Salvatore posizione stralciata in udienza), PROVENZANO Bernardo, BRUSCA Giovanni, BAGARELLA Leoluca Biagio, FERRO Giuseppe, quali mandanti nella qualità di soggetti (anche) ai quali risale la ideazione e la decisione di commettere tutti i fatti di strage oggetto della presente imputazione, e ciò in ragione anche della posizione di vertice assunta, e del conseguente ruolo decisionale esercitato, nell'ambito dell'associazione di tipo mafioso "cosa nostra";

- (GRAVIANO Giuseppe posiz. stralciata in udienza), GRAVIANO Filippo e (GRAVIANO Benedetto già giudicato), altresì quali responsabilii, in ragione anche della loro collocazione al vertice del "mandamento di Brancaccio", della organizzazione di tutti i fatti di strage oggetto della presente imputazione - organizzazione specificamente concretizzatasi nella gestione della fase operativa dei delitti, con particolare riguardo alla selezione degli esecutori ed in genere delle persone cui affidare la concreta realizzazione dei fatti;

- MESSINA DENARO Matteo, CALABRO' Gioacchino, CANNELLA Cristofaro, GIACALONE Luigi, MANGANO Antonino, PIZZO Giorgio, LO NIGRO Cosimo, BARRANCA Giuseppe, CARRA Pietro, SCARANO Antonio, FRABETTI Aldo, DI NATALE Emanuele, attivandosi tutti fattivamente, prima dell'inizio ed anche nel corso della fase esecutiva, per la realizzazione dell'intero programma stragista sopra indicato
E ciò facevano, tutti, tra l'altro assumendo le varie ed indispensabili iniziative per il trasporto degli esplosivi nei luoghi di esecuzione delle stragi, per gli spostamenti in tali luoghi, o in località ad essi prossime, delle persone incaricate della materiale esecuzione dei reati: nonché, ancora, per l'approntamento, nei medesimi luoghi, degli opportuni riferimenti e supporti logistici (alloggi di cui disporre clandestinamente; referenti personali; mezzi di trasporto, luoghi di deposito e di gestione degli esplosivi; procacciamento delle auto da utilizzare come "auto-bombe") successivamente utilizzati per la commissione di tutti i delitti.
Delitti ai quali taluni fornivano ulteriore contributo intervenendo operativamente sui luoghi e nel momento di commissione delle stragi: per quelle di Roma del 27/28.7.1993, tra gli altri, LO NIGRO.

- BENIGNO Salvatore, SPATUZZA Gaspare, GIULIANO Francesco, FERRO Vincenzo, GRIGOLI Salvatore, TUTINO Vittorio, (MANISCALCO Umberto, SICLARI Pietro giudicati separatamente), attivandosi tutti fattivamente, prima dell'inizio ed anche nel corso della fase esecutiva, per la realizzazione dell'intero programma stragista; e ciò in particolare faceva, ciascuno di essi, mettendosi preliminarmente a disposizione, in ragione della propria collocazione rispetto a "cosa nostra", di coloro cui sarebbero spettate le decisioni funzionali alla fase esecutiva, in tal modo concorrendo ad assicurare, ciascuno di essi e fin dall'inizio, l'esistenza e la disponibilità di un gruppo operativo in grado di dare esecuzione ai delitti.
Delitti ai quali taluni fornivano ulteriore contributo intervenendo operativamente sui luoghi e nel momento di commissione delle stragi: per quelle di Roma del 27/28.7.1993, tra gli altri, SPATUZZA e GIULIANO.

E così SICLARI Pietro e MANISCALCO Umberto, cooperando all'approntamento delle due vetture utilizzate come "autobombe" e anche disperdendo (SICLARI Pietro) le cose che, trovandosi originariamente a bordo dei due automezzi, potevano consentire la individuazione dei mezzi stessi e quindi la più agevole ricostruzione di una parte delle attività esecutive dei due fatti di strage;

Ed in particolare
- avendo individuato come obiettivo da colpire il centro storico-abitato della città di Roma, ed in tale contesto specificamente la Basilica di San Giovanni in Laterano e la Chiesa di San Giorgio al Velabro - edifici massimamente rappresentativi della cristianità e della Chiesa Cattolica nonché alti ed irripetibili simboli del patrimonio artistico mondiale- ed agendo altresì per finalità di terrorismo e di eversione dell'ordine costituzionale e per agevolare l'attività dell'associazione di tipo mafioso "cosa nostra", perseguendo lo specifico intendimento di imporre una strategia diretta a contrastare provvedimenti legislativi ed amministrativi a favore dei collaboratori di Giustizia ed in materia di regime carcerario, e quindi di affermare sul territorio nazionale l'autorità di "cosa nostra" in contrapposizione a quella dei poteri dello Stato legittimamente costituiti,

facevano esplodere nel piazzale della Basilica di San Giovanni in Laterano nell'angolo tra il Palazzo del Vicariato e il Loggione e nel porticato antistante la Chiesa di San Giorgio al Velabro un ingente quantitativo di esplosivo costituito da una miscela di tritolo, T4, pentrite e nitroglicerina opportunamente collocato all'interno delle FIAT Uno di cui al capo R), cagionando così il ferimento, anche con danni permanenti, quanto meno delle persone sottoindicate - occasionalmente presenti nel piazzale antistante la Chiesa di San Giovanni in Laterano ovvero che si trovavano all'interno dei fabbricati attigui alla Chiesa di San Giorgio al Velabro-:

- BASTIANELLI Daniele nato a Roma il 09.09.1979 (gg . 5)
- BASTIANELLI Emanuele nato a Roma il 25.04.1955 (gg. 7)
- BASTIANELLI Ezio nato a Montefalco (PG) il 25.11.1953 (gg. 20)
- CARPENELLI Angelo nato a Marciano (PG) il 05.10.1955 (gg. 3)
- CICCARONI Francesca nata a Roma il 24.12.1943 (gg. 7)
- CIRAVOLO Grazia nata a Partinico (PA) il 24.03.1955 (gg. 7)
- COLOMBO Cecilia nata a Milano il 02.09.1961 (gg. 5)
- CUCINOTTA Fabrizio nato a Roma il 03.12.1971 (gg. 3)
- D'ANGELO Maria Laura nata a Roma il 06.02.1965 (gg. 5)
- GRAUSE Lamberto nato in Belgio il 20.01.1930 (gg. 5)
- LOMBARDO Marcello nato a Roma il 07.12.1955 (gg. 15)
- LOSITO Michele nato a Roma il 07.05.1956 (gg. 7)
- MAZZITELLI Maria Domenica nata a Tropea il 24.10.1976 (gg. 4)
- MELLINI Corrado nato a Roma il 01.09.1969 (gg. 7)
- PIACENTINI Marinella nata a Roma il 31.01.1951 (gg. 3)
- PURNUKO SUBIYANTO Laurentius nato in Indonesia il 23.07.1961 (gg. 30)
- REMMERSWAAL James nato in Olanda il 01.09.1938 (gg. 5)
- RUFINI Patrizia nata a Roma il 18.01.1961 (gg. 5)
- RUGGERI Gianfranco nato a Roma il 02.07.1958 (gg. 7)
- TAGLIAFERRI Angelo nato a Magliano Sabina (RI) il 25.01.1953
(lesioni a carattere permanente)
- TORRONI Domenica nata a Roma il 23.12.1973 (gg. 1)
- VERNILE Mario nato a Castrocielo (FR) il 22.08.1955 (gg. 10)
ferimento seguito all'esplosione e quindi al crollo di alcune strutture portanti degli edifici su indicati e degli adiacenti edifici monumentali e storici alcuni dei quali venivano gravemente danneggiati unitamente alle opere ivi custodite.

In Roma il 28 luglio 1993 alle ore 00.03 e alle ore 00.08.

P) delitto di devastazione previsto e punito dagli artt. 419 co. 1, 110, 112 nr. 1, c.p., 1 Legge 6.2.1980 nr. 15 e 7 D.L. 152/91, perché, in concorso tra loro e con altre persone allo stato non identificate, ed in numero superiore a cinque, con la condotta descritta al capo precedente e per le finalità ivi menzionate, commettevano fatti di devastazione del contesto urbanistico adiacente la Basilica di San Giovanni in Laterano e della Chiesa di San Giorgio al Velabro nonché del patrimonio artistico dello Stato Italiano e del Vaticano.
A seguito dell'esplosione, infatti, oltre al grave danneggiamento di edifici di culto della Chiesa Cattolica e del centro storico e delle strade comprese nelle vicinanze di San Giovanni in Laterano e di San Giorgio al Velabro,

risultavano danneggiati :

- RESIDENCE "PALAZZO AL VELABRO" - Via del Velabro nr. 16
proprietà SOCIETA' IMMOBILIARE ACQUAMARINA s.r.l.
- MONASTERO DI S. ANASTASIA - Via dei Cerchi nr. 87
- VIA DEL VELABRO numeri civici 4 - 4/a - 5 - 5/a - 5/b - 6 - 19
- PIAZZA SAN GIOVANNI IN LATERANO numeri civici 12 - 36 - 40/a - 42 - 44 - 46 48 - 50 - 56 - 60 - 62 - 64
- VIA SAN GIOVANNI IN LATERANO numeri civici 210 - 250 - 276
- VIA MERULANA numeri civici 134 - 137 - 139 - 141
- VIA D. FONTANA numeri civici 16 - 18
- PIAZZA DELLA CONSOLAZIONE numeri civici 29
- VIA LABICANA numeri civici 45
- VIA DEI FIENILI numeri civici 53
- VIA S. TEODORO numeri civici 44 - 64 - 74 - 76 - 88
nonché le opere d'arte custodite all'interno delle due Chiese.
Tempo e luogo come al capo O);.

Q) delitto previsto e punito dagli artt. 110, 112 nr. 1, 81 cpv. 61 nr. 2 c.p., 1, 2, 4 co. 2 Legge 2.10.1967 nr. 865 come mod. Legge 14.10.1974 nr. 497, nr. 29 legge 110/75, 1 Legge 6.2.1980 nr. 15 e 7 D.L. 152/91, perchè agendo in numero superiore a cinque, in concorso fra loro nei ruoli e con le finalità indicate al capo O) e con altre persone nei cui confronti si procede separatamente od allo stato non identificate, al fine di compiere i delitti di strage e devastazione (capi O e P), detenevano allo scopo di mettere in pericolo la vita delle persone e la sicurezza della collettività mediante la commissione di attentati e portavano in luogo pubblico ove era anche concorso di persone e di notte in luogo abitato, un ingente quantitativo di materiale esplosivo con il quale venivano fabbricati gli ordigni micidiali fatti esplodere in San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro alle ore 00.03 e alle ore 00.08 del 28.7.1993.

R) delitto previsto e punito dagli artt. 110, 81 cpv, 624, 625 nr. 5 e 7, 61 nr. 2 c.p., 1 Legge 6.2.1980 nr. 15 e 7 D.L. 152/91, perchè, agendo in numero superiore a tre, in concorso tra loro e con altre persone allo stato nei cui confronti si procede separatamente od non identificate, nei ruoli e con le finalità indicate al capo O), per eseguire il delitto di strage in tale capo descritto, al fine di trarne profitto si impossessavano, mentre si trovavano parcheggiate sulla pubblica via, delle autovetture
- Fiat Uno tg. ROMA 8A6003 di proprietà di MAZZER Barbara in data 26.7.1993
- Fiat Uno tg. ROMA 9190Y di proprietà di BRUGNETTI Marcello in data 27.7.1993, - Fiat Uno targata ROMA 27265M nel possesso di COCCHIA Stefano nelle ultime ore del 27.7.1993.
In Roma nelle date sopra indicate.

Formello, 14 aprile 1996:

1-BAGARELLA Leoluca Biagio, 2-BARRANCA Giuseppe, 3-BENIGNO Salvatore, 4-BRUSCA Giovanni, 5-CALABRO'Gioacchino, 6-CANNELLA Cristofaro, 7-CARRA Pietro,( 8-DI NATALE Emanuele già giudicato), 9-FERRO Giuseppe, 10-FERRO Vincenzo, 11-FRABETTI Aldo, 12-GIACALONE Luigi, 13-GIULIANO Francesco,( 14-GRAVIANO Benedetto già giudicato?, 15-GRAVIANO Filippo, (16-GRAVIANO Giuseppe posiz. stralciata in udienza), 17-GRIGOLI Salvatore, 18-LO NIGRO Cosimo, 19-MANGANO Antonino, 20-MESSINA DENARO Matteo, 21-PIZZO Giorgio, 22-PROVENZANO Bernardo, (23-RIINA Salvatore posiz.stralciata in udienza), (24-ROMEO Pietro giudicato separatamente), 25-SCARANO Antonio, 26-SPATUZZA Gaspare, 27-TUTINO Vittorio,

S) delitto di strage previsto e punito dagli artt. 422 co. 1, 110, 112, nr. 1 c.p., perché, in vario concorso tra loro e con altre persone nei cui confronti si procede separatamente od allo stato non identificate, operando nell'ambito della realizzazione di una strategia (e dunque in esecuzione di un medesimo disegno criminoso: art. 81 cpv c.p.) - attuata per finalità di terrorismo e di eversione dell'ordine costituzionale (art. 1 D.L. 15.12.1979 n. 625 conv mod. L. n. 15/1980) nonché per agevolare l'attività dell'associazione di tipo mafioso "cosa nostra" (art. 7. D.L. 13.5.1991 n. 152 conv. mod L. 12.7.1991 n. 203)- concretizzatasi negli attentati commessi in: Roma-via Fauro (14.5.1993), Firenze-via dei Georgofili (27.5.1993), Milano-via Palestro (27.7.1993), Roma-San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro.(28.7.1993), e Formello (14.4.1994), strategia riferibile a "cosa nostra" - associazione di tipo mafioso della quale taluni erano capi, altri affiliati ed altri ancora ad essa contigui, e questi ultimi -"affiliati" e "contigui"- ponendosi a disposizione dei mandanti e degli organizzatori,
agendo in numero superiore a cinque, ed in particolare attivandosi:

-( RIINA Salvatore posiz. stralciata in udienza), PROVENZANO Bernardo, BRUSCA Giovanni, BAGARELLA Leoluca Biagio, FERRO Giuseppe, quali mandanti nella qualità di soggetti (anche) ai quali risale la ideazione e la decisione di commettere tutti i fatti di strage oggetto della presente imputazione, e ciò in ragione anche della posizione di vertice assunta, e del conseguente ruolo decisionale esercitato, nell'ambito dell'associazione di tipo mafioso "cosa nostra";

- (GRAVIANO Giuseppe posiz.stralciata in udienza), GRAVIANO Filippo e (GRAVIANO Benedetto già giudicato), altresì quali responsabilii, in ragione anche della loro collocazione al vertice del "mandamento di Brancaccio", della organizzazione di tutti i fatti di strage oggetto della presente imputazione - organizzazione specificamente concretizzatasi nella gestione della fase operativa dei delitti, con particolare riguardo alla selezione degli esecutori ed in genere delle persone cui affidare la concreta realizzazione dei fatti;

- MESSINA DENARO Matteo,CALABRO' Gioacchino, CANNELLA Cristofaro, GIACALONE Luigi, MANGANO Antonino, PIZZO Giorgio, LO NIGRO Cosimo, BARRANCA Giuseppe, CARRA Pietro, SCARANO Antonio, FRABETTI Aldo, attivandosi tutti fattivamente, prima dell'inizio ed anche nel corso della fase esecutiva, per la realizzazione dell'intero programma stragista sopra indicato
E ciò facevano, tutti, tra l'altro assumendo le varie ed indispensabili iniziative per il trasporto degli esplosivi nei luoghi di esecuzione delle stragi, per gli spostamenti in tali luoghi o in località ad essi prossime, delle persone incaricate della materiale esecuzione dei reati: nonché, ancora, per l'approntamento, nei medesimi luoghi, degli opportuni riferimenti e supporti logistici (alloggi di cui disporre clandestinamente; referenti personali; mezzi di trasporto, luoghi di deposito e di gestione degli esplosivi; procacciamento delle auto da utilizzare come "auto-bombe") successivamente utilizzati per la commissione di tutti i delitti.

- BENIGNO Salvatore, SPATUZZA Gaspare, GIULIANO Francesco, FERRO Vincenzo, GRIGOLI Salvatore, TUTINO Vittorio, ROMEO Pietro, attivandosi tutti fattivamente, prima dell'inizio ed anche nel corso della fase esecutiva (e per ROMEO non prima della sua scarcerazione, avvenuta nel febbraio 1994), per la realizzazione dell'intero programma stragista; e ciò in particolare faceva, ciascuno di essi, mettendosi preliminarmente a disposizione, in ragione della propria collocazione rispetto a "cosa nostra", di coloro cui sarebbero spettate le decisioni funzionali alla fase esecutiva, in tal modo concorrendo ad assicurare, ciascuno di essi e fin dall'inizio, l'esistenza e la disponibilità di un gruppo operativo in grado di dare esecuzione ai delitti.

Tutti costoro, in Formello, il 14.4.1994, al fine di uccidere, compivano atti tali da porre in pericolo la pubblica incolumità.
Ed in particolare
- avendo individuato come obiettivo da colpire il collaboratore di giustizia Salvatore CONTORNO, in ragione della sua posizione, anche emblematica del fenomeno del "pentitismo" e conseguentemente della azione dello Stato nei confronti della criminalità organizzata di stampo mafioso, ed agendo altresì per finalità di terrorismo e di eversione dell'ordine costituzionale e per agevolare l'attività dell'associazione di tipo mafioso "cosa nostra", perseguendo lo specifico intendimento di imporre una strategia diretta a contrastare provvedimenti legislativi ed amministrativi a favore dei collaboratori di Giustizia, e quindi di affermare sul territorio nazionale l'autorità di "cosa nostra" in contrapposizione a quella dei poteri dello Stato legittimamente costituiti -:

collocavano un ingente quantitativo di esplosivo (costituito dalle specie esplodenti EGDN, NG e DNT) occultato nel canale di scolo della via Formellese, all'altezza del Km. 3,800, -via percorsa dal Salvatore CONTORNO in occasione della permanenza nella sua abitazione di Formello-, esplosivo che, casualmente scoperto, esplodeva nel corso dell'intervento degli artificieri dei Carabinieri cagionando ingenti danni materiali alla predetta via Formellese e alle abitazioni e agli immobili circostanti di:
- ALIVERINI Francesco;
- BENEDETTI Giuseppe;
- LEO Luigi;
- TOZZI Domenico;
- ROSSETTI Maurizio;
- ROSSETTI Luciano;
- ROSSETTI Maria.
In Formello, il 14 aprile 1994. E ciò dopo avere, in epoca anteriore e prossima a questa, predisposto un congegno esplosivo, che non deflagrava per mancato funzionamento, che era stato collocato sulla strada abitualmente percorsa da CONTORNO.

Le persone menzionate al capo S), unitamente a SANTAMARIA Giuseppe e SCARANO Massimo:
T) delitto previsto e punito dagli artt. 110, 112 nr. 1, 81 cpv. 61 nr. 2 c.p., 1, 2, 4 co. 2 Legge 2.10.1967 nr. 865 come mod. Legge 14.10.1974 nr. 497, nr. 29 legge 110/75, 1 Legge 6.2.1980 nr. 15 e 7 D.L. 152/91, perché agendo in numero superiore a cinque, in concorso fra loro nei ruoli e con le finalità indicate al capo S) e con altre persone nei cui confronti si procede separatamente od allo stato non identificate, al fine di compiere il delitto di strage ivi descritto, detenevano, allo scopo di mettere in pericolo la vita delle persone e la sicurezza della collettività mediante la commissione di attentati e portavano in luogo pubblico ove era anche concorso di persone, un ingente quantitativo di materiale esplosivo con il quale veniva fabbricato l'ordigno micidiale esploso verso le ore 19,30 del 14.4.1994, concorrendo nella detenzione e porto il SANTAMARIA Giuseppe e lo SCARANO Massimo intervenuti per movimentare un quantitativo residuo dell'esplosivo.

Le persone menzionate al capo S):
U) delitto previsto e punito dagli artt. 110, 81 cpv, 624, 625 nr. 5 e 7, 61 nr. 2 c.p., 1 Legge 6.2.1980 nr. 15 e 7 D.L. 152/91, perché, agendo in numero superiore a tre, in concorso tra loro e con altre persone nei cui confronti si procede separatamente od allo stato non identificate nei ruoli e con le finalità indicate al capo S) in funzione della esecuzione del delitto di strage in tale capo descritto nonché per movimentare l'esplosivo di cui al capo T), al fine di trarne profitto, si impossessavano della autovettura FIAT Uno tg. ROMA 92270V di proprietà di BENEDETTI Giuseppe, mentre si trovava parcheggiata sulla pubblica via.
In Roma tra il 5 e il 6 aprile 1994.


Le persone menzionate al capo S) unitamente a (BIZZONI Alfredo giudicato separatamente), SANTAMARIA Giuseppe e SCARANO Massimo:
V) del delitto di cui agli artt. 110, 112 n. 1, 477, 482 c.p., 61 n.2 c.p., 1 Legge 6.2.1980 nr. 15 e 7 D.L. 152/91, perché, agendo in numero superiore a tre, in concorso tra loro e con BIZZONI Alfredo, SANTAMARIA Giuseppe e SCARANO Massimo, al fine di occultarne la provenienza dal delitto di furto e con le finalità indicate al capo S), dopo essersi procurate le targhe e il libretto di circolazione dell'autovettura targata ROMA 55204V, contraddistinta dal numero di telaio ZFA146000*02057427, intestata a FIORI Patrizia, alteravano il numero di telaio della autovettura indicata al capo U), che modificavano da ZFA1246000*07391682, in quello sopra indicato, apponendovi quindi le targhe e munendola dei documenti di circolazione di quella della FIORI.
Accertato in Firenze, e commesso in epoca prossima all'aprile 1994.

(BIZZONI Alfredo v.sopra), SANTAMARIA Giuseppe e SCARANO Massimo:
Z) delitto di cui agli artt. 379 c.p., 7 D.L. 152/91 perché, in concorso tra loro, dopo che GIACALONE Luigi e le altre persone indicate al capo S) avevano commesso il delitto di furto di cui al capo U), le aiutavano ad assicurarsene il prodotto, adoperandosi per il trasporto della autovettura a Palermo, procurando l'autocarro e compiendo le altre operazioni funzionali allo scopo; con l'aggravante di avere agito al fine di agevolare l'attività dell'organizzazione "cosa nostra" alla quale GIACALONE e le altre persone appartengono.
In Roma, il 18 aprile 1994 e in epoca anteriore e prossima.

FRABETTI Aldo:
A 1) delitto di cui all'art. 648 c.p., perchè, al fine di procurarsi un profitto, acquistava o comunque riceveva, da persone allo stato ignote, l'autovettura Mercedes tg. ROMA 10767T, provento di furto consumato in Roma il 30.4.1992 ai danni di ANGELUCCI Dante, sulla quale erano state apposte le targhe PD 936134 relative all'autovettura Golf intestata a TATTARA Francesco che era stata radiata dal P.R.A..
Accertato in Roma il 6.4.1995, data di rinvenimento e sequestro dell'autovettura.


Roma-Olimpico:


1-BAGARELLA Leoluca Biagio, 2-BARRANCA Giuseppe, 3-BENIGNO Salvatore, 4-BRUSCA Giovanni, 5-CALABRO' Gioacchino, 6-CANNELLA Cristofaro, 7-CARRA Pietro, 8-FERRO Giuseppe, 9-GIACALONE Luigi, 10-GIULIANO Francesco, (11-GRAVIANO Benedetto già giudicato), 12-GRAVIANO Filippo, (13-GRAVIANO Giuseppe posiz.stralciata in udienza), 14-GRIGOLI Salvatore, 15-LO NIGRO Cosimo, 16-MANGANO Antonino, 17-MESSINA DENARO Matteo, 18-PIZZO Giorgio, 19-PROVENZANO Bernardo, (20-RIINA Salvatore posiz.stralciata in udienza), 21-SCARANO Antonio, 22-SPATUZZA Gaspare, 23-TUTINO Vittorio,

A) - delitto di strage previsto e punito dagli artt. 422 co. 1, 110, 112, nr. 1 c.p., perché, in vario concorso tra loro e con altre persone allo stato non identificate, operando nell'ambito della realizzazione di una strategia -attuata per finalità di terrorismo e di eversione dell'ordine costituzionale (art. 1 D.L. 15.12.1979 n. 625 conv mod. L. n. 15/1980) nonché per agevolare l'attività dell'associazione di tipo mafioso "cosa nostra" (art. 7. D.L. 13.5.1991 n. 152 conv. mod L. 12.7.1991 n. 203)- concretizzatasi negli attentati commessi in Roma-via Fauro (14.5.1993), Firenze-via dei Georgofili (27.5.1993), Milano-via Palestro (27.7.1993), Roma-San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro.(28.7.1993), in Roma - Stadio Olimpico (tra la fine del 1993 e l'inizio del 1994) e Formello (14.4.1994), strategia riferibile a "cosa nostra" - associazione di tipo mafioso della quale taluni erano capi, altri affiliati ed altri ancora ad essa contigui, e questi ultimi -"affiliati" e "contigui"- ponendosi a disposizione dei mandanti e degli organizzatori,
agendo in numero superiore a cinque, ed in particolare attivandosi:

- (RIINA Salvatore posiz. stralciata in udienza), PROVENZANO Bernardo, BRUSCA Giovanni, BAGARELLA Leoluca Biagio, FERRO Giuseppe, quali mandanti nella qualità di soggetti (anche) ai quali risale la ideazione e la decisione di commettere tutti i fatti di strage oggetto della presente imputazione, e ciò in ragione anche della posizione di vertice assunta, e del conseguente ruolo decisionale esercitato, nell'ambito dell'associazione di tipo mafioso "cosa nostra";

- (GRAVIANO Giuseppe posiz. stralciata in udienza), GRAVIANO Filippo e (GRAVIANO Benedetto già giudicato), altresì quali responsabili, in ragione anche della loro collocazione al vertice del "mandamento di Brancaccio", della organizzazione di tutti i fatti di strage oggetto della presente imputazione - organizzazione specificamente concretizzatasi nella gestione della fase operativa dei delitti, con particolare riguardo alla selezione degli esecutori ed in genere delle persone cui affidare la concreta realizzazione dei fatti;

- MESSINA DENARO Matteo, CALABRO' Gioacchino, CANNELLA Cristofaro, GIACALONE Luigi, MANGANO Antonino, PIZZO Giorgio, LO NIGRO Cosimo, BARRANCA Giuseppe, CARRA Pietro e SCARANO Antonio, attivandosi tutti fattivamente, prima dell'inizio ed anche nel corso della fase esecutiva, per la realizzazione dell'intero programma stragista sopra indicato
E ciò facevano, tutti, tra l'altro assumendo le varie ed indispensabili iniziative per il trasporto degli esplosivi nei luoghi di esecuzione delle stragi, per gli spostamenti su di essi, o in località ad essi prossime, delle persone incaricate della materiale esecuzione dei reati: nonché, ancora, per l'approntamento, in tali luoghi, degli opportuni riferimenti e supporti logistici (alloggi di cui disporre clandestinamente; referenti personali; mezzi di trasporto, luoghi di deposito e di gestione degli esplosivi; procacciamento delle auto da utilizzare come "auto-bombe") successivamente utilizzati per la commissione di tutti i delitti.

- BENIGNO Salvatore, SPATUZZA Gaspare, GIULIANO Francesco, FERRO Vincenzo, GRIGOLI Salvatore, TUTINO Vittorio,( ROMEO Pietro già giudicato), attivandosi tutti fattivamente, prima dell'inizio ovvero nel corso della fase esecutiva (e per ROMEO non prima della sua scarcerazione, avvenuta nel febbraio 1994), per la realizzazione dell'intero programma stragista; e ciò in particolare faceva, ciascuno di essi, mettendosi preliminarmente a disposizione, in ragione della propria collocazione rispetto a "cosa nostra", di coloro cui sarebbero spettate le decisioni funzionali alla fase esecutiva, in tal modo concorrendo ad assicurare, ciascuno di essi e fin dall'inizio, l'esistenza e la disponibilità di un gruppo operativo in grado di dare esecuzione ai delitti.
Delitti ai quali taluni fornivano ulteriore contributo intervenendo operativamente sui luoghi e nel momento di commissione delle stragi: per quella di Roma - Stadio Olimpico, tra gli altri, BENIGNO Salvatore, SPATUZZA Gaspare, LO NIGRO Cosimo e GIULIANO Francesco..

Tutti costoro, in Roma, in epoca compresa tra la fine del 1993 ed i primi del 1994, al fine di uccidere compivano atti tali da porre in pericolo la pubblica incolumità.
Ed in particolare, avendo individuato come obiettivo da colpire l'Arma dei Carabinieri, in ragione della funzione di contrasto assunta nei riguardi dell'associazione mafiosa "cosa nostra", uno dei cui episodi emblematici era stato l'arresto di Salvatore RIINA, ed agendo altresì per finalità di terrorismo e di eversione dell'ordine costituzionale e per agevolare l'attività della predetta associazione; collocavano una vettura Lancia Thema, nella quale era stato stivato un quantitativo di esplosivo superiore a 120 Kg., nel viale dei Gladiatori di Roma nelle immediate vicinanze dello Stadio Olimpico e di una caserma sede del Comando Nucleo Tribunali dei Carabinieri, ed altresì luogo nel quale, al termine di una manifestazione pubblica sportiva, transitavano veicoli recanti a bordo numerosi carabinieri in servizio di ordine pubblico; non esplodendo la vettura per cause indipendenti dalla volontà degli autori del reato, cause consistite in un difettoso uso del congegno di attivazione della carica.
B) - delitto previsto e punito dagli artt. 110, 112 nr. 1, 81 cpv. 61 nr. 2 c.p., 1, 2, 4 co. 2 Legge 2.10.1967 nr. 865 come mod. Legge 14.10.1974 nr. 497, nr. 29 legge 110/75, 1 Legge 6.2.1980 nr. 15 e 7 D.L. 152/91, perchè agendo in numero superiore a cinque, in concorso fra loro nei ruoli e con le finalità indicate al capo A) nonché al fine di compiere il delitto di strage ivi descritto, detenevano allo scopo di mettere in pericolo la vita delle persone e la sicurezza della collettività mediante la commissione di attentati, e portavano in luogo pubblico ove era anche concorso di persone, un quantitativo di esplosivo di peso superiorea 120 Kg., che veniva collocato all'interno di una "autobomba" nel luogo indicato al capo S) e nei tempi ivi descritti;

C) - delitto previsto e punito dagli artt. 110, 81 cpv, 624, 625 nr. 5 e 7, 61 nr. 2 c.p., 1 Legge 6.2.1980 nr. 15 e 7 D.L. 152/91, perchè, agendo in numero superiore a tre, in concorso tra loro e con altre persone allo stato non identificate nei ruoli e con le finalità indicate al capo A) in funzione della esecuzione del delitto di strage in tale capo descritto nonché per movimentare l'esplosivo di cui al capo B), al fine di trarne profitto, si impossessavano di una autovettura Lancia Thema che sottraevano a persona allo stato non identificata. Luogo e data allo stato non individuati.


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INOLTRE:


FERRO VINCENZO, n. Alcamo il 28 Settembre 1963, dom.to presso il Servizio Centrale di Protezione in Roma.
LIBERO


IMPUTATO


unitamente a:

1-BAGARELLA Leoluca Biagio, 2-BARRANCA Giuseppe, 3-BENIGNO Salvatore, 4-BRUSCA Giovanni, 5-CALABRO' Gioacchino, 6-CANNELA Cristofaro, 7-CARRA Pietro, 8-FERRO Giuseppe, 9-GIACALONE LUIGI, 10-GIULIANO Francesco, 11-GRAVIANO Filippo, (12-GRAVIANO Giuseppe, posizione stralciata in udienza), 13-GRIGOLI Salvatore, 14-LO NIGRO Cosimo, 15-MANGANO Antonino, 16-MESSINA DENARO Matteo, 17-PIZZO Giorgio, 18-PROVENZANO Bernardo, (19-RIINA Salvatore, posizione stralciata in udienza), 20-SCARANO Antonio, 21-SPATUZZA Gaspare, 22-TUTINO Vittorio,


A) - delitto di strage previsto e punito dagli artt. 422 co. 1, 110, 112, nr. 1 c.p., perchè, in vario concorso tra loro e con altre persone allo stato non identificate, operando nell'ambito della realizzazione di una strategia -attuata per finalità di terrorismo e di eversione dell'ordine costituzionale (art. 1 D.L. 15.12.1979 n. 625 conv. mod. L. n. 15/1980) nonché per agevolare l'attività dell'associazione di tipo mafioso "cosa nostra" (art. 7. D.L. 13.5.1991 n. 152 conv. mod L. 12.7.1991 n. 203)- concretizzatasi negli attentati commessi in Roma-via Fauro (14.5.1993), Firenze-via dei Georgofili (27.5.1993), Milano-via Palestro (27.7.1993), Roma-San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro.(28.7.1993), in Roma - Stadio Olimpico (tra la fine del 1993 e l'inizio del 1994) e Formello (14.4.1994), strategia riferibile a "cosa nostra" - associazione di tipo mafioso della quale taluni erano capi, altri affiliati ed altri ancora ad essa contigui, e questi ultimi -"affiliati" e "contigui"- ponendosi a disposizione dei mandanti e degli organizzatori,
agendo in numero superiore a cinque, ed in particolare attivandosi:

- (RIINA Salvatore posizione stralciata in udienza), PROVENZANO Bernardo, BRUSCA Giovanni, BAGARELLA Leoluca Biagio, FERRO Giuseppe, quali mandanti nella qualità di soggetti (anche) ai quali risale la ideazione e la decisione di commettere tutti i fatti di strage oggetto della presente imputazione, e ciò in ragione anche della posizione di vertice assunta, e del conseguente ruolo decisionale esercitato, nell'ambito dell'associazione di tipo mafioso "cosa nostra";

- (GRAVIANO Giuseppe posiz. stralciata in udienza), GRAVIANO Filippo, altresì quali responsabili, in ragione anche della loro collocazione al vertice del "mandamento di Brancaccio", della organizzazione di tutti i fatti di strage oggetto della presente imputazione - organizzazione specificamente concretizzatasi nella gestione della fase operativa dei delitti, con particolare riguardo alla selezione degli esecutori ed in genere delle persone cui affidare la concreta realizzazione dei fatti;

- MESSINA DENARO Matteo, CALABRO' Gioacchino, CANNELLA Cristofaro, GIACALONE Luigi, MANGANO Antonino, PIZZO Giorgio, LO NIGRO Cosimo, BARRANCA Giuseppe, CARRA Pietro e SCARANO Antonio, attivandosi tutti fattivamente, prima dell'inizio ed anche nel corso della fase esecutiva, per la realizzazione dell'intero programma stragista sopra indicato
E ciò facevano, tutti, tra l'altro assumendo le varie ed indispensabili iniziative per il trasporto degli esplosivi nei luoghi di esecuzione delle stragi, per gli spostamenti su di essi, o in località ad essi prossime, delle persone incaricate della materiale esecuzione dei reati: nonché, ancora, per l'approntamento, in tali luoghi, degli opportuni riferimenti e supporti logistici (alloggi di cui disporre clandestinamente; referenti personali; mezzi di trasporto, luoghi di deposito e di gestione degli esplosivi; procacciamento delle auto da utilizzare come "auto-bombe") successivamente utilizzati per la commissione di tutti i delitti.

- BENIGNO Salvatore, SPATUZZA Gaspare, GIULIANO Francesco, FERRO Vincenzo, FRABETTI Aldo, GRIGOLI Salvatore, TUTINO Vittorio,( ROMEO Pietro già giudicato), attivandosi tutti fattivamente, prima dell'inizio ovvero nel corso della fase esecutiva (e per ROMEO non prima della sua scarcerazione, avvenuta nel febbraio 1994), per la realizzazione dell'intero programma stragista; e ciò in particolare faceva, ciascuno di essi, mettendosi preliminarmente a disposizione, in ragione della propria collocazione rispetto a "cosa nostra", di coloro cui sarebbero spettate le decisioni funzionali alla fase esecutiva, in tal modo concorrendo ad assicurare, ciascuno di essi e fin dall'inizio, l'esistenza e la disponibilità di un gruppo operativo in grado di dare esecuzione ai delitti.
Delitti ai quali taluni fornivano ulteriore contributo intervenendo operativamente sui luoghi e nel momento di commissione delle stragi: per quella di Roma - Stadio Olimpico, tra gli altri, BENIGNO Salvatore, SPATUZZA Gaspare, LO NIGRO Cosimo e GIULIANO Francesco..

Tutti costoro, in Roma, in epoca compresa tra la fine del 1993 ed i primi del 1994, al fine di uccidere compivano atti tali da porre in pericolo la pubblica incolumità.
Ed in particolare, avendo individuato come obiettivo da colpire l'Arma dei Carabinieri, in ragione della funzione di contrasto assunta nei riguardi dell'associazione mafiosa "cosa nostra", uno dei cui episodi emblematici era stato l'arresto di Salvatore RIINA, ed agendo altresì per finalità di terrorismo e di eversione dell'ordine costituzionale e per agevolare l'attività della predetta associazione; collocavano una vettura Lancia Thema, nella quale era stato stivato un quantitativo di esplosivo superiore a 120 Kg., nel viale dei Gladiatori di Roma nelle immediate vicinanze dello Stadio Olimpico e di una caserma sede del Comando Nucleo Tribunali dei Carabinieri, ed altresì luogo nel quale, al termine di una manifestazione pubblica sportiva, transitavano veicoli recanti a bordo numerosi carabinieri in servizio di ordine pubblico; non esplodendo la vettura per cause indipendenti dalla volontà degli autori del reato, cause consistite in un difettoso uso del congegno di attivazione della carica.

B) - delitto previsto e punito dagli artt. 110, 112 nr. 1, 81 cpv. 61 nr. 2 c.p., 1, 2, 4 co. 2 Legge 2.10.1967 nr. 865 come mod. Legge 14.10.1974 nr. 497, nr. 29 legge 110/75, 1 Legge 6.2.1980 nr. 15 e 7 D.L. 152/91, perchè agendo in numero superiore a cinque, in concorso fra loro nei ruoli e con le finalità indicate al capo A) nonché al fine di compiere il delitto di strage ivi descritto, detenevano allo scopo di mettere in pericolo la vita delle persone e la sicurezza della collettività mediante la commissione di attentati, e portavano in luogo pubblico ove era anche concorso di persone, un quantitativo di esplosivo di peso superiorea 120 Kg., che veniva collocato all'interno di una "autobomba" nel luogo indicato al capo S) e nei tempi ivi descritti;

C) - delitto previsto e punito dagli artt. 110, 81 cpv, 624, 625 nr. 5 e 7, 61 nr. 2 c.p., 1 Legge 6.2.1980 nr. 15 e 7 D.L. 152/91, perchè, agendo in numero superiore a tre, in concorso tra loro e con altre persone allo stato non identificate nei ruoli e con le finalità indicate al capo A) in funzione della esecuzione del delitto di strage in tale capo descritto nonché per movimentare l'esplosivo di cui al capo B), al fine di trarne profitto, si impossessavano di una autovettura Lancia Thema che sottraevano a persona allo stato non identificata. Luogo e data allo stato non individuati.



CONCLUSIONI PUBBLICO MINISTERO


1) per BAGARELLA LEOLUCA : Continuazione, pena dell'ergastolo, con isolamento diurno per anni 3;

2) per BARRANCA GIUSEPPE: Continuazione, pena dell'ergastolo, con isolamento diurno per anni 3;

3) per BENIGNO SALVATORE: Continuazione, pena dell'ergastolo, con isolamento diurno per anni 3;

4) per BRUSCA GIOVANNI: Appl. delle diminuenti di cui agli artt. 4 D.L. 625/79 e 8 D.L. 152/91 da dichiararsi prev. sulle aggr. contestate, cont. Anni 20 di reclusione;

5) per CALABRO' GIOACCHINO: Continuazione, pena dell'ergastolo, con isolamento diurno per anni 3;

6) per CANNELLA CRISTOFARO: Continuazione, pena dell'ergastolo, con isolamento diurno per anni 3;

7) per CARRA PIETRO: per tutti i reati ascritti, esclusi quelli di cui ai capi A), B), C) e D), formulati con richiesta di rinvio a giudizio 28.3.96, con applicazione delle diminuenti di cui agli artt. 4 D.L. 625/79 e 8 D.L. 152/91 e con att. gen., da dichiararsi prevalenti sulle aggr. contestate e cont.: Anni 14 di reclusione. Assoluzione per tutti gli altri reati ascritti per non aver commesso i fatti (Art. 530/1 C.P.P.);

8) per DI NATALE EMANUELE: per i capi O), P), Q), R), escl. aggr. di cui all'art.1 D.L. 625/79 e art.7 D.L. 152/91, att.gen.prev. sulle aggr.contestate e cont. Anni 11 di reclusione. Assoluzione per tutti gli altri reati per non aver commesso i fatti (Art.530/2C.P.P.). Il P.M. a precisazione delle conclusioni chiede N.D.P. per i fatti di Milano, in quanto già giudicato(Udienza 22.5.98);

9) per FERRO GIUSEPPE: Appl. diminuenti di cui agli artt. 4 D.L. 625/79 e 8 D.L. 152/91 prevalenti sulle aggr.cont. e continuazione: per i capi E) F) G) H) Anni 18 di reclusione. Assoluzione per gli altri reati ascritti per non aver commesso i fatti ( Art.530/1 C.P.P.);

10) per FERRO VINCENZO: per i capi E), F), G), H), applicazione delle diminuenti di cui agli artt.4 D.L. 625/79 e 8 D.L. 152/91, att. gen.prev. sulle aggr. contestate e cont.: Anni 16 di reclusione. Assoluzione per tutti gli altri reati ascritti per non aver commesso i fatti (Art. 530/1 C.P.P.);

11) per FRABETTI ALDO : Anni 2 di recl. l.4.000.000 per il reato di cui al capo A1). Assoluzione per tutti gli altri reati per non aver commesso i fatti (Art.530/2 C.P.P.);

12) per GIACALONE LUIGI: Continuazione, pena dell'ergastolo, con isolamento diurno per anni 3;

13) per GIULIANO FRANCESCO: Continuazione, pena dell'ergastolo, con isolamento diurno per anni 3;

14) per GRAVIANO FILIPPO: Continuazione, pena dell'ergastolo, con isolamento diurno per anni 3;

15) per GRIGOLI SALVATORE: per i reati di cui ai capi I), L), M ),N), O), P), Q), R), S), T), U),V), e altresì i reati di cui ai capi A), B) e C) formulati con richiesta di rinvio a giudizio del 21.5.96, appl. delle diminuenti di cui agli artt. 4 D.L. 625/79 e 8 D.L. 152/91, da dichiararsi prev. sulle aggr. contestate e cont.: Anni 18 di reclusione. Assoluzione per tutti gli altri reati ascritti per non aver commesso i fatti (Art. 530/1 C.P.P.) ;

16) per LO NIGRO COSIMO: Continuazione, pena dell'ergastolo, con isolamento diurno per anni 3;

17) per MANGANO ANTONINO: Continuazione, pena dell'ergastolo, con isolamento diurno per anni 3;

18) per MESSANA ANTONINO: att. gen. e cont.: Anni 26 di reclusione;

19) per MESSINA DENARO MATTEO: Continuazione, pena dell'ergastolo, con isolamento diurno per anni 3);

20) per PIZZO GIORGIO: Continuazione, pena dell'ergastolo, con isolamento diurno per anni 3;

21) per PROVENZANO BERNARDO: Continuazione, pena dell'ergastolo, con isolamento diurno per anni 3;

22) per SANTAMARIA GIUSEPPE: Assoluzione da tutti i reati ascritti, per il delitto di cui al capo T) per non aver commesso il fatto (art.530/1 C.P.P.) e per non aver commesso il fatto (Art.530/2 C.P.P.) per i delitti di cui ai capi V) e Z);

23) per SCARANO ANTONIO: App. delle diminuenti di cui agli artt. 4 D.L. 625/79 e D.L. 152/91 prev. sulle aggr. cont. e continuazione: Anni 18 recl. Per i capi E), F),G),H) assoluzione per non aver commesso i fatti (Art. 530/1 C.P.P.);

24) per SCARANO MASSIMO: Assoluzione da tutti i reati ascritti, per il capo T) per non aver commesso il fatto (Art.530/1 C.P.P.) e per non aver commesso il fatto (art.530/2 C.P.P.) per i delitti di cui ai capi V) e Z);

25) per SPATUZZA GASPARE: Continuazione, pena dell'ergastolo, con isolamento diurno per anni 3;

26) per TUTINO VITTORIO: per i reati di cui ai capi S), T), U), V), con la continuazione: Anni 28 di reclusione. Assoluzione per tutti gli altri reati ascritti per non aver commesso i fatti (Art. 530/2 C.P.P.);

CONCLUSIONI DELLE PARTI CIVILI

Avv. STEFANO BETTI di Genova per la P.C. Mandelli Paolo Gian Battista:
Pena di giustizia, risarcimento danni in favore della p.c.: per il danno biologico l.75.750.840, per il danno morale l.270.800.000, con provvisionale provvisoriamente esecutiva di l.102.830.840;

Avv. STEFANO BETTI di Genova per le P.C. Pasotto Angelo, Grossi Liberata in Pasotto e Loris Pasotto:
Pena di giustizia, risarcimento danni in favore delle pp.cc.: per Pasotto Angelo l.3.600.000.000;
per Grossi Liberata in Pasotto l.3.600.000.000;
per Loris Giacomo Pasotto l.1.050.000.000, con provvisionale provvisoriamente esecutiva: per Pasotto Angelo di l.360.000.000; per Grossi Liberata in Pasotto l.360.000.000, per Loris Giacomo Pasotto l.105.000.000;

Avv. STEFANO BETTI di Genova per la P.C. Agnese Rovida:
pena di giustizia, risarcimento danni in favore della p.c. l. 3.600.000.000, con provvisionale provvisoriamente esecutiva di l.360.000.000;

Avv. STEFANO BETTI di Genova per le PP.CC. Dericoloso Rita, La Catena Raffaela, La Catena Concetta, La Catena Anna e La Catena Carmela:
Pena di giustizia, risarcimento danni in favore delle pp.cc.:
Dericoloso Rita la somma di l.3.600.000.000, La Catena Raffaela la somma di l.1.050.000.000, La Catena Concetta la somma di l.1.050.000.000, La Catena Anna la somma di l. 1.050.000.000, La Catena Carmela la somma di l.1.050.000.000, con provvisionale provvisoriamente esecutiva: per Dericoloso Rita l.360.000.000, per La Catena Raffaela l.105.000.000, per La Catena Concetta l.105.000.000, per La Catena Anna l.105.000.000, per la Catena Carmela l.105.000.000;

Avv. CLAUDIO CAPARVI di Perugia per la P.C. Lucia Adami:
Pena di giustizia, risarcimento danni in favore della p.c. di L.1.000.000.0000, con provvisionale immediatamente esecutiva pari a L.100.000.000;

Avv. FOLCO TRABALZA di Terni per le PP.CC. Elisabetta Picerno e Domenico Giuseppe Picerno:
Pena di giustizia, risarcimento danni in favore delle pp.cc. di L. 1.000.000.000, per ciascuna p.c. con provvisionale immediatamente esecutiva pari a L.100.000.000 per ciascuna p.c.;

Avv. ANDREA CAPANNI di Firenze per la P.C. Giovanna Nutini in Marasco:
Pena di giustizia, risarcimento danni in favore della p.c., da liquidarsi in separato giudizio, assegnando una provvisionale immediatamente esecutiva di L.200.000.000;

Avv. ATTILIO MAUCERI di Firenze per la P.C. PROVINCIA DI FIRENZE:
Pena di giustizia, risarcimento di tutti i danni extrapatrimoniali subiti dalla p.c. Provincia di Firenze;

Avv. ALESSANDRO LISINI di Firenze per le PP.CC. Alfredo Giusti e Lia Giusti:
Pena di giustizia, risarcimento danni in favore delle pp:cc. da liquidarsi in separata sede con provvisionale immediatamente esecutiva di L.150.000.000.;

Avv. PATRIZIA PINNA e Avv. GABRIELLA ONANO di Firenze Avvocatura dello Stato per la P.C. il Ministero dei Lavori Pubblici:
Pena di giustizia, risarcimento danni di L.10.051.142.880.

Avv. PATRIZIA PINNA e Avv. GABRIELLA ONANO di Firenze per la P.C. Presidenza del Consiglio dei Ministri:
Pena di giustizia, risarcimento danni di L.100.000.000.000.;

Avv. PATRIZIA PINNA e Avv. GABRIELLA ONANO di Firenze per la P.C. Ministero dei Beni Culturali e Ambientali:
Pena di giustizia, risarcimento danni di L.100.000.000.000.;

Avv. PATRIZIA PINNA e Avv. GABRIELLA ONANO di Firenze per la P.C. Ministero della Difesa:
Pena di giustizia, risarcimento danni di l. 50.000.000.000.;

Avv. PATRIZIA PINNA e Avv. GABRIELLA ONANO di Firenze per la P.C. Regione Lazio:
Pena di giustizia , risarcimento danni di l.30.000.000.000.;

Avv. PATRIZIA PINNA e Avv. GABRIELLA ONANO di Firenze per la P.C. Ministero degli Interni:
Pena di giustizia, risarcimento danni di l.100.000.000.000.;

Avv. PATRIZIA PINNA e Avv. GABRIELLA ONANO di Firenze per la P.C. Ministero della Pubblica Istruzione:
Pena di giustizia, risarcimento danni di l.30.000.000.000.;

Avv. PATRIZIA PINNA e Avv. GABRIELLA ONANO di Firenze per la P.C. Accademia dei Georgofili:
Pena di giustizia, risarcimento danni di l.10.000.000.000.;

Avv. ROBERTO RUGGIERO di Roma per la P.C. Maurizio Costanzo:
Pena di giustizia, risarcimento danni di l.1.000.000.000. di cui l.500.000.000. come provvisionale;

Avv. ROBERTO RUGGIERO di Roma per la P.C. De Palo Domenico:
Pena di giustizia, risarcimento danni di l.1.000.000.000. di cui l.500.000.000. come provvisionale;

Avv. NICOLA SABATO di Roma c/o Avvocatura Comune di Roma per la P.C. Comune di Roma:
pena di giustizia, risarcimento danni da liquidarsi in separata sede e una somma da liquidarsi a titolo di provvisionale immediatamente esecutiva per i danni materiali già accertati e quantificati:
danni all'autoparco comunale per l.38.517.981, danni ad edifici di proprietà comunale per l.2.285.229.164, danni al patrimonio artistico comunale per l. 1.363.000.000, danni agli Uffici comunali per l.329.443.248;

Avv. ANTONINO FILASTO' di Firenze per le PP.CC.:
Paolo Lombardi, pena di giustizia risarcimento danni di l.200.000.000;
Daniela Ceccucci, pena di giustizia , risarcimento danni di l.300.000.000.;
Daniela Ceccucci in nome e per conto del figlio minore Federico Fragrasso, pena di giustizia e risarcimento danni di l.300.000.000.;
Marina Maravalle, pena di giustizia, risarcimento danni di l.200.000.000;
Eleonora Pagliai, pena di giustizia, risarcimento danni di l.300.000.000;
Francesca Chelli, pena di giustizia, risarcimento danni di l.700.000.000;
Umberto Siciliano, pena di giustizia, risarcimento danni di l.200.000.000;
Guerrino Capolicchio, pena di giustizia, risarcimento danni di l.1.000.000.000;
Liliana Raimondi, pena di giustizia, risarcimento danni di l.1.000.000.000;
Liimatainen Liisa Karina, pena di giustizia, risarcimento danni di l.200.000.000;
Paolo Bolognesi, Presidente dell'Unione Familiari Vittime delle Stragi, pena di giustizia, risaricmento danni di l.500.000.000;

Avv. LUCA SALDARELLI di Firenze per la P.C. Regione Lombardia:
Pena di giustizia, risarcimento danni da liquidarsi in separata sede; condanna degli imputati al pagamento di una provvisionale di l.3.000.000.000;

Avv. GIOVANNI MARCONI di Venturina (Livorno) per la P.C. Chabki Jamila procuratrice speciale dei Sigg.ri Chebki Abdelmalek, Chebki Zhara, Chebki M'Bamed, Chebki Mohamed, Chebki Mostapha, Chebki Malika, Chebki Hafida, Chebki Fouzia:
pena di giustizia, risarcimento danni di l. 500.000.000. per ciascuno, con una provvisionale immediatamente esecutiva di l.2.000.000.000.;

Avv. DANILO AMMANNATO di Firenze per le PP.CC. :
Mosca Daniela, pena di giustizia, risarcimento danni di l.200.000.000;
Torti Giorgia, pena di giustizia, risarcimento danni di l.400.000.000;
Bertocchi Anna, pena di giustizia, risarcimento danni di l.200.000.000;
Donati Dino, pena di giustizia, risarcimento danni di l.200.000.000;
Faraone Mennella Jasmin, pena di giustizia, risarcimento danni di l.600.000.000;
Ricoveri Walter, pena di giustizia, risarcimento danni di l.200.000.000;
Siliani Paolo, pena di giustizia, risarcimento danni di l.200.000.000;
Stefanini Andrea, pena di giustizia, risarcimento danni di l.300.000.000;
Stefanini Nicola, pena di giustizia, risarcimento danni di l.200.000.000;
Gabrielli Daniele, pena di giustizia, risarcimento danni di l.200.000.000;
De Giosa Pietro, pena di giustizia, risarcimento danni di l.200.000.000;
Rauggi Rosina, pena di giustizia, risarcimento danni di l.200.000.000;
Travagli Alessandro, pena di giustizia, risarcimento danni di l.200.000.000;
Condominio via Lambertesca n.10, pena di giustizia, risarcimento danni di l.255.000.000;

Avv. DANILO AMMANNATO di Firenze, per le PP.CC.:
Nencioni Alfredo, pena di giustizia, risarcimento danni di l.800.000.000;
Vignozzi Lucia, pena di giustizia, risarcimento danni di l.800.000.000;
Nencioni Patrizia, pena di giustizia, risarcimento danni di l.400.000.000;
Vignozzi Mario, pena di giustizia, risarcimento danni di l.100.000.000;
Cavallini Alberto, pena di giustizia, risarcimento danni di l.100.000.000;
De Riccia Luisa, pena di giustizia, risarcimento danni di l.800.000.000;
Fiume Teresa Consiglia, pena di giustizia, risarcimento danni di l.400.000.000;
Fiume Anna, pena di giustizia, risarcimento danni di l.400.000.000;
Fiume Maria, pena di giustizia, risarcimento danni di l.400.000.000;
Fiume Antonietta Maria, pena di giustizia., risarcimento danni di l.400.000.000;
Fiume Antonio, pena di giustizia, risarcimento danni di l.400.000.000;
Fiume Guiseppina, pena di giustiza, risarcimento danni di l.400.000.000;

Avv. DANILO AMMANNATO di Firenze per la P.C. Regione Toscana:
pena di giustizia, risarcimento danni di l.10.000.000.000;

Avv. DANILO AMMANNATO di Firenze per la P.C. Comune di Firenze:
pena di giustizia, risarcimento danni patrimoniali e morali di l.14.364.407.000, per i danni patrimoniali la somma di l.4.364.407.000, per i danni non patrimoniali la somma di l.50.000.000.000;

Avv. DANILO AMMANNATO di Firenze per la P.C. Comune di Milano:
pena di giustizia, risarcimento danni patrimoniali e morali la somma di l. 13.059.472.000, per i danni patrimoniali la somma di l.3.059.472.000, per i danni non patrimoniali la somma di l.50.000.000.000;

Aavv. DANILO AMMANNATO di Firenze e Avv. ANTONINO FILASTO' di Firenze per la P.C. Unione Familiari Vittime per Stragi:
pena di giustizia, risarcimento danni di l.500.000.000;



CONCLUSIONI DIFENSORI


Avv. ALESSANDRO FALCIANI quale sostituto processuale dell'Avv.CIVITA DI RUSSO di Roma e Avv. MARIA GENTILI di Roma per DI NATALE EMANUELE: Att. gen. prev. e diminuente ex.art.8 D.L. 152/91 minimo pena;

Avv. LUIGI LI GOTTI di Roma per BRUSCA GIOVANNI: applicazione art.116 c.p.v. C.P. per i fatti di Firenze e di Roma (27.28 luglio 93) att.gen. per tutti i fatti addebitati, nonché diminuente per la collaborazione di cui all'art.8 D.L. 152/91 e art.4 D.L. 625/79; chiede inoltre ritenersi la seconda ipotesi del I comma dell'art 8 citato.

Avv. MASSIMO BATACCHI di Firenze per SCARANO ANTONIO: Att. gen. e diminuenti di cui all'art.8 D.L. 152/91 e art. 4 D.L. 625/79, assoluzione per i fatti di Firenze e Milano per non aver commesso il fatto , in ipotesi ex. II comma art. 530 C.P.P.;

Avv. SARA GENNAI di Firenze per FERRO VINCENZO: Assoluzione per non aver commesso il fatto o perché il fatto non costituisce reato, in ipotesi att. gen. diminuenti ex art. 4 D.L. 625/79 e art. 8 D.L. 152/91 ;

Avv. ALESSANDRO TRAVERSI di Firenze per FERRO VINCENZO: Assoluzione da tutti i reati ascritti per non aver commesso il fatto o perchè il fatto non costituisce reato;

Avv. MASSIMO BATACCHI di Firenze per GRIGOLI SALVATORE: Assoluzione per gli attentati di via Fauro, di via De' Georgofili, di Milano, della Chiesa di Roma, per gli altri reati att. gen. e diminuenti ex art. 4 D.L. 625/79 e art. 8 D.L. 152/91;

Avv. ROBERTO AVELLONE di Palermo per GRIGOLI SALVATORE: Si associa alle conclusioni dell'Avv. M.Batacchi;

Avv. SANDRO COSMAI di Firenze per CARRA PIETRO: Assoluzione dai reati di cui ai capi a), b), c) e d) per non aver commesso i fatti, per gli atri reati att. gen. prev. e diminuenti di cui all'art.4 D.L. 625/79 e art.8 D.L. 152/91, minimo pena, riduzione massima per le diminuenti e attenuanti;

Avv. PIETRO MINIATI PAOLI di Firenze per FERRO GIUSEPPE: Si associa alle richieste del P.M. di assoluzione, chiede altresì assoluzione per i fatti di Firenze: in tesi per non aver commesso il fatto, in ipotesi perché il fatto non costituisce reato per difetto dell'elemento psicologico; in denegata ipotesi att. gen. e diminuenti speciali, diminuenti di cui all'art. 116 c.p.v. C.P. prevalenti sull'aggr. cont.;

Avv. MONICA USAI di Roma per SANTAMARIA GIUSEPPE: Assoluzione con formula ampia;

Avv. ALESSANDRO BATTISTI di Roma per SANTAMARIA GIUSEPPE: Assoluzione con formula ampia;

Avv. MICHELE MONACO di Roma per FRABETTI ALDO: Assoluzione da tutti i reati ascritti salvo quello di ricettazione per cui chiede la derubricazione nel reato di illecito acquisto; chiede altresì per quest'ultimo reato la diminuzione di pena ex. art. 442 C.P.P.;

Avv. LUCA CIANFERONI di Firenze anche in sostituzione dell'Avv. BRUNO ROCCO CONDOLEO di Roma per SCARANO MASSIMO: Assoluzione per tutte le imputazioni ascritte;
in ipotesi derubricazione dei reati di porto e detenzione di armi;

Avv. LUCA CIANFERONI di Firenze per BARRANCA GIUSEPPE: Assoluzione da tutti i reati ascritti;

Avv. ANGELO BARONE di Palermo per BARRANCA GIUSEPPE : Assoluzione con formula ampia;

Avv. LUCA CIANFERONI di Firenze per CALABRO' GIOACCHINO: Assoluzione per non aver commesso i fatti;

Avv. MARCO ROCCHI di Firenze anche in sostituzione dell'Avv. GIUSEPPE DI PERI di Palermo per CANNELLA CRISTOFORO: Assoluzione quantomeno ai sensi dell'art. 530 II comma C.P.P.;

Avv. PAOLO FLORIO di Firenze per LO NIGRO COSIMO e GIACALONE LUIGI: Assoluzione per non aver commesso io fatto per entrambi;

Avv. PAOLO FLORIO di Firenze in sostituzione degli Avv:ti PAOLO NATALI di Firenze e CELESTINO CARDINALE di Marsala per MESSINA DENARO MATTEO: Assoluzione con formula ampia ;

Avv. GIANGUALBERTO PEPI di Firenze per PIZZO GIORGIO, SPATUZZA GASPARE e
GIULIANO FRANCESCO: Assoluzione di tutti e tre gli imputati da tutti i fatti loro ascritti per non aver commesso i fatti; inoltre eccepisce l'incompetenza per territorio ed ha chiesto la trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica di Caltanissetta;

Avv. GRAZIANO MAFFEI di Lucca anche in sostituzione dell'Avv. ANTONELLA CUCUREDDU di Sassari per BENIGNO SALVATORE e MANGANO ANTONINO: Assoluzione con formula ampia degli imputati;

Avv. LAPO GRAMIGNI di Firenze per TUTINO VITTORIO: Assoluzione per non aver commesso i fatti per tutti i reati contestati;

Avv. SALVATORE PRIOLA di Palermo per GIACALONE LUIGI: Si associa alle conclusione dell'Avv.P.Florio;

Avv. MARCO PASSAGNOLI di Firenze per PROVENZANO BERNARDO: Assoluzione per non aver commesso i fatti;

Avv. LAPO GRAMIGNI di Firenze per GRAVIANO FILIPPO: Assoluzione per non aver commesso i fatti;

Avv. GIUSEPPE ODDO di Palermo per GRAVIANO FILIPPO: Acquisizione di nuove prove documentali ex art. 523 VI comma C.P.P. in quanto successive all'inizio della discussione, chiede l'assoluzione per non aver commesso i fatti;

Avv. ENZO FRAGALA' di Palermo per LO NIGRO COSIMO: ripropone eccezione di incompetenza territoriale, nonché richiesta di perizia esplosivistica e chiede l'assoluzione per non aver commesso i fatti;

Avv. LUCA CIANFERONI di Firenze per BAGARELLA LEOLUCA BIAGIO: Assoluzione con formula ampia;

Avv. MARZIO CEOLAN di Firenze per BAGARELLA LEOLUCA BIAGIO: Assoluzione;

Avv. NICCOLO' AMATO di Roma per MESSANA ANTONINO: Assoluzione con formula ampia.



SVOLGIMENTO DEL PROCESSO



Con decreto del 15-6-96 il Giudice delle Indagini Preliminari presso il Tribunale di Firenze, in accoglimento due distinte richieste formulate dal Pubblico Ministero presso lo stesso Tribunale in data 28-3-96 e 21-5-96, disponeva il rinvio a giudizio dinanzi a questa Corte di tutti gli imputati specificati in rubrica in relazione a sette episodi di strage occorsi tra il 14-5-93 ed il 14-4-94.

Si trattava, in particolare:

- della strage di via Fauro del 14-5-94 e dei reati connessi (devastazione, detenzione e porto di esplosivi, furto della Fiat Uno di Corbani Linda apprestata come autobomba) - capi A-B-C-D del decreto di citazione emesso su richiesta del PM del 28-3-96;

- della strage di via dei Georgofili del 27-5-93 e di tutti i reati connessi (devastazione, detenzione di esplosivi, furto del Fiorino di Rossi Alvaro usato come autobomba) - capi E-F-G-H del decreto di citazione emesso su richiesta del PM del 28-3-96;

- della strage di via Palestro del 27-7-93 e dei reati connessi (devastazione, detenzione di esplosivo e furto della Fiat Uno di Esposito Letizia usata come autobomba) - capi I-L-M-N del decreto di citazione emesso su richiesta del PM del 28-3-96;

- delle stragi di Roma del 27/28-7-93 - Velabro e S. Giovanni - e dei reati connessi (devastazione, detenzione di esplosivi, furto della Fiat Uno di Mazzer Barbara usata come autobomba, furto della Fiat Uno di Brugnetti Marcello usata come autobomba, furto della Fiat Uno di Cocchia Stefano usata per il disimpegno) - capi O-P-Q-R del decreto di citazione emesso su richiesta del PM del 28-3-96;

- della strage di Formello del 14 maggio 1994 e dei reati connessi (detenzione di esplosivi; furto della Fiat Uno di Benedetti Giuseppe; alterazione del telaio di detta vettura e apposizione sulla stessa dei documenti dell'auto di Fiori Patrizia) - capi S-T-U-V del decreto di citazione emesso su richiesta del PM del 28-3-96;

- della strage dello stadio Olimpico, commessa a Roma tra la fine del 1993 e gli inizi del 1994, e dei reati connessi (detenzione di esplosivo e furto della Lancia Thema di ignoti usata come autobomba) - capi A/bis - B/bis - C/bis del decreto di citazione a giudizio emesso su richiesta del PM del 21-5-96.


Per tutti i reati sopra specificati venivano contestate le aggravanti di cui all'art. 112, n. 1, cp (l'essere stato realizzato il reato da più di cinque persone); all'art. 1 D.L. 15-12-79, n. 625, conv., con mod., nella legge 15/1980 (l'aver agito per finalità di terrorismo e di eversione dell'ordine costituzionale); all'art. 7 D.L. 13/5/91, n. 152, conv., con mod., nella L. 203/1991 (l'aver agito per agevolare l'attività dell'associazione di tipo mafioso "Cosa Nostra").

Oltre agli imputati specificati in rubrica venivano citati a giudizio dinanzi a questa Corte, con lo stesso decreto, anche Riina Salvatore e Graviano Giuseppe.

Con successivo decreto del 3-10-96 lo stesso GIP disponeva il rinvio a giudizio dinanzi a questa Corte di Ferro Vincenzo per la strage dell'Olimpico e reati connessi.

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Il processo è iniziato in data 12-11-96. E' proseguito nei giorni successivi con la risoluzione delle questioni preliminari, l'esposizione introduttiva e l'ammissione delle prove (avvenuta in data 28-11-96).

L'istruzione dibattimentale è cominciata nella stessa giornata del 28-11-96 ed è proseguita nelle udienze successive (per complessive 190 udienze).

In data 2-12-96 è stato disposto lo stralcio della posizione di Graviano Giuseppe, in quanto impegnato, in concomitanza, in numerosi altri processi.
In data 3-1-97 è stato disposto lo stralcio della posizione di Riina Salvatore, per gli stessi motivi.

L'istruzione dibattimentale si è sviluppata fino al 18-2-98 ed ha visto l'esame di 21 consulenti tecnici, 35 imputati in procedimenti connessi, oltre 450 testimoni e 13 imputati.

Terminata l'istruzione dibattimentale le parti hanno illustrato le rispettive posizioni e concluso come in premessa.

La Corte si è ritirata in camera di consiglio in data 1-6-98 e ne è uscita in data 6-6-98 per la lettura della sentenza.



PREMESSA



Premessa metodologica. Al fine di rendere più agevole la lettura di questa sentenza, si ritiene opportuno esplicitare i criteri che presiedono alla sua impostazione.

La sentenza è divisa in sette parti.

- Nella parte generale sono comprese le imputazioni a carico degli imputati, le conclusioni del Pubblico Ministero, delle Parti Civili e dei Difensori.

- Nella parte prima sono narrati i "fatti materiali"; vale a dire, gli eventi che sconvolsero tre città italiane (Roma, Firenze e Milano) da maggio a luglio del 1993, nonché l'evento occorso a Formello il 14-4-94.
Questi fatti verranno esposti nella loro realtà obbiettiva (esplosioni, cause che le determinarono e danni provocati), così come accertata attraverso le indagini svolte dalla Polizia Giudiziaria e dai Consulenti del Pubblico Ministero e attraverso le testimonianze di coloro che si trovavano nella zona interessata dalle esplosioni o accorsero sui posti in conseguenza dell'avvenuto disastro.

- La parte seconda conterrà il racconto di vari collaboratori che si sono detti informati sulle cause dei "disastri"; di soggetti, cioè (imputati e imputati in procedimenti connessi), che asseriscono di conoscere i retroscena di quelle "esplosioni" (vale a dire, i mezzi e il modo in cui furono provocate e i soggetti che si adoprarono allo scopo).
Questa parte conterrà, esclusivamente, le dichiarazioni dei soggetti informati sulla parte esecutiva, senza commento da parte della Corte, per introdurre l'argomento con le parole dei diretti interessati e per fornire un quadro il più obbiettivo e neutro possibile del materiale probatorio proveniente dalle collaborazioni.

In questo modo la Corte applica con larghezza il principio contenuto nell'art. 546 cpp, per cui la sentenza contiene "l'indicazione delle prove poste a base della decisione", giacché quelle prove (ci si riferisce, ovviamente, alle dichiarazioni dei collaboratori principali) verranno riportate (fin dove sarà possibile) nella loro interezza, per rendere possibile una visione completa delle stesse, anche nel loro sviluppo cronologico.

Questo criterio si impone per la mole, enorme, delle informazioni fornite da vari collaboratori (alcuni di loro hanno parlato per più di una settimana) e per le forme attuali dell'istruzione dibattimentale, che comporta frequenti richiami e ripetizioni. Talché, gli stessi fatti sono stati, spesso, raccontati più volte, su sollecitazione delle varie parti processuali, ovvero sono stati integrati e corretti nell'evoluzione dell'esame dibattimentale.
Per ovviare alle incongruenze derivanti da questa procedura si è proceduto, appunto, a ordinare il racconto dei collaboratori per fatti specifici. Nell'ambito dei singoli fatti sono state riportate (il più completamente possibile) le dichiarazioni rese nel corso dell'esame e del contro esame.
Inoltre, per lasciare vivezza ai racconti, si è preferito utilizzare, ogni qual volta è stato possibile o è parso opportuno, le parole degli stessi dichiaranti.

Questa parte è, ovviamente, ripetitiva delle dichiarazioni rese dai collaboratori. Chi la conosce (o ritiene di conoscerla di già) può passare tranquillamente alla lettura della parte terza.

- La parte terza contiene l'esposizione di tutto il materiale probatorio relativo alle singole "stragi" (questa, si vedrà, è la qualificazione giuridica corretta delle "esplosioni" dopo il racconto dei collaboratori) e la valutazione che la Corte fa di quel materiale.

In questa parte il racconto dei collaboratori verrà ordinato per "tema", in modo da confrontare le versioni di tutti coloro che hanno reso dichiarazioni sui singoli momenti delle stragi ed effettuare, così, una prima verifica delle dichiarazioni. Verranno poi illustrati i riscontri soggettivi e oggettivi alle dichiarazioni dei collaboratori che l'istruttoria dibattimentale ha offerto e verrà fatta una prima valutazione delle responsabilità degli imputati in ordine ai singoli fatti di strage.

- La parte quarta sarà dedicata all'esame della posizione di ogni singolo imputato (esecutore materiale), compresi i collaboratori (che parteciparono alla fase esecutiva). Sarà questa la sede della valutazione della personalità dei vari esecutori, della valutazione dell'elemento soggettivo e della determinazione delle pene.

Questa parte sarà molto ampia e articolata. In essa verranno fatte confluire tutte le conoscenze derivate alla Corte dall'istruttoria dibattimentale sui singoli imputati, sia relativamente alle stragi che relativamente agli innumerevoli altri episodi delittuosi di cui costoro sono stati protagonisti.

Per ognuno di loro, infatti, si cercherà sempre di capire perché, in che modo e a che titolo vennero coinvolti nelle stragi per cui è processo; per tutti si cercherà di comprendere se erano organici, o meno, all'associazione mafiosa che (si vedrà) volle ed eseguì questi delitti.

Questa scelta (che riproduce l'andamento dell'istruttoria dibattimentale) si impone per molteplici motivi (sono gli stessi motivi che hanno costretto ad allargare l'istruttoria dibattimentale a moltissimi altri fatti, apparentemente lontani dal tema in imputazione). Vale a dire:

1. per valutare adeguatamente la "capacità a delinquere del colpevole" (ai fini dell'art. 133 cp. Infatti, il giudice deve tener conto del carattere del reo; dei precedenti penali e giudiziari e, in genere, della condotta e della vita del reo antecedente al reato; della condotta contemporanea e susseguente al reato);
2. per decidere sull'applicazione delle aggravanti speciali di cui all'art. 7 DL 152/91 e all'art. 1 D.L. 625/79 (che discendono pressocché automaticamente dall'accertato inserimento del reo nell'associazione mafiosa);
3. per valutare adeguatamente l'affidabilità dei collaboratori che hanno reso dichiarazioni in questo processo (è evidente che tanto minore è il rischio che alcuni di loro possano essersi accordati sulla versione da rendere al Giudice quanto maggiore è il numero e l'estensione dei fatti su cui vengono interrogati);
4. per valutare, spesso, l'elemento soggettivo in relazione alle stragi (si vedrà che molti degli odierni imputati hanno compiuto azioni apparentemente "neutre" sotto il profilo soggettivo. Proprio dal loro inserimento nell'associazione mafiosa si traggono decisivi elementi per dirimere i dubbi sollevati, sul punto, da molti difensori);
5. per individuare la mente delle stragi (è assolutamente evidente che la mano e la mente dovevano appartenere allo stesso organismo).

In ogni caso, quindi, si tratta di accertare quale fosse la collocazione criminale degli esecutori mentre compivano le azioni che vengono loro addebitate.
Ma è noto che questa collocazione si può provare solo illustrando il contesto delle relazioni personali in cui erano inseriti; solo indagando sulla loro vita ante e post acta.
Si tratta, quindi, di un accertamento estremamente complesso, che va condotto imputato per imputato e utilizzando tutto ciò che l'istruttoria dibattimentale ha fornito.

- La parte quinta sarà dedicata agli "autori morali"; a coloro, cioè, che sono imputati di essere i mandanti delle azioni delittuose per cui è processo.
Poiché la decisione di commettere le stragi non fu istantanea, ma il frutto di un processo di maturazione iniziato subito dopo il luglio del 1992, in questa parte verranno illustrate le tappe di questo processo.

In quest'ambito verranno trattati gli aspetti della "causale" delle stragi e del giudice competente a conoscere di tutte (in considerazione delle varie questioni sollevate sul punto).

- La parte sesta sarà dedicata all'esame delle azioni civili proposte davanti a questa Corte.

Premessa di carattere giuridico. La definizione della posizione di molti (non tutti) imputati di questo processo dipende dalle "propalazioni" di vari collaboratori.
Diventa indispensabile, perciò, illustrare i criteri che verranno seguiti nella valutazione delle dichiarazioni di costoro.

Qui va detto, innanzitutto, che i "dichiaranti" (i soggetti, cioè, che hanno reso dichiarazioni in questo processo, pur non essendo testimoni o consulenti) sono moltissimi. Tecnicamente, sono o imputati per i fatti di questo processo o imputati in procedimenti connessi. Alcuni di costoro sono veri e propri "collaboratori" ai sensi di legge; altri sono soggetti che "collaborano" (nel senso che "dichiarano") di fatto, pur non essendo ammessi ai benefici previsti per i "collaboratori".

Tra i dichiaranti vi sono soggetti che dicono si aver partecipato personalmente alla preparazione ed esecuzione delle stragi e che, quindi, hanno reso dichiarazioni contro sé stessi e contro altri; vi sono soggetti che hanno reso dichiarazioni esclusivamente contro altri.
Vi sono soggetti che hanno parlato di fatti vissuti personalmente; ve ne sono altri che hanno parlato di fatti appresi da terzi.

Le dichiarazioni di tutti questi soggetti hanno, quindi, un nome diverso. Si chiamano, per stare alla terminologia corrente, "chiamate in correità" e "chiamate in reità"; "dichiarazioni dirette" e "dichiarazioni de relato" (corrispondentemente alla testimonianza diretta e a quella de relato).
Vi sono le dichiarazioni dei "collaboratori" e quelle dei "dichiaranti".

Queste distinzioni saranno sempre tenute presenti dalla Corte nella valutazione delle dichiarazioni, giacché è comune esperienza che l'accusa rivolta contro sé stessi (e contro altri) è cosa un po' diversa dall'accusa rivolta esclusivamente contro altri; così come, a maggior ragione, è evidente la differenza tra l'accusa proveniente da chi ha partecipato personalmente ad un fatto e quella proveniente da chi, invece, ne ha solo sentito parlare.
Per contro, ben poca differenza vi è tra chi ha già superato il vaglio per essere ammesso alla formale collaborazione e chi, invece, è ancora sotto esame.

Queste distinzioni, però, non devono anche far pensare ad una diversità ontologica delle dichiarazioni, né ad una loro diversa collocazione su un'astratta scala di rilevanza probatoria.
Ad una simile conclusione si oppone sia la logica (si tratta di dichiarazioni provenienti da soggetti la cui posizione, quasi sempre, non muta per essere sottoposti a giudizio nel procedimento in corso o in altro procedimento collegato), sia il diritto positivo.
L'art. 192 cpp, infatti, che detta le regole per la valutazione di dette dichiarazioni, accomuna espressamente le dichiarazioni del "coimputato nel medesimo reato" e quelle di chi è "imputato in un procedimento connesso a norma dell'art. 12".
Entrambe, infatti, vanne valutate unitariamente agli altri elementi di prova che ne confermano l'attendibilità.

Parimenti, non può vedersi una differenza di sostanza tra le dichiarazioni dirette e quelle de relato (salva, come si è detto, la maggiore aderenza ai fatti delle prime e, quindi, una loro maggiore, in astratto, affidabilità).
Questo perché le une e le altre vanno sottoposte a verifica. Quello che cambia, invece, è il grado e l'intensità della verifica necessaria alle une e alle altre.

Le dichiarazioni in questione costituiscono tutte, quindi, come è già stato messo in evidenza dalla giurisprudenza di legittimità, "fonti di prova". Ciò che occorre alle stesse per diventare prova piena (prova sufficiente, cioè, per affermare la responsabilità dell'accusato) è che siano sottoposte alla verifica necessaria ad eliminare dalle stesse quel tasso di dubbio che, in considerazione della fonte da cui promanano, portano con sé.


La verifica delle dichiarazioni accusatorie. L'argomento centrale, nella valutazione delle dichiarazioni accusatorie, è quindi quello della verifica.



E' noto che la verifica può assumere varie forme. La prima è quella "interna" ed attiene all'attendibilità della chiamata accusatoria, in sé considerata; la seconda è "esterna" e attiene all'attendibilità della chiamata sulla base degli elementi di riscontro.


- La prima forma di verifica implica la soppesazione di diversi elementi: la valutazione della posizione del dichiarante nel gruppo da cui proviene; dei suoi rapporti con gli altri membri del sodalizio criminale; delle circostanze generiche in cui si è estrinsecata la sua collaborazione (se era libero o detenuto; se era già accusato dei reati o li confessò spontaneamente); del contenuto delle sue dichiarazioni (se dice cose originarie o già note; se dice cose compatibili con la sua posizione o incompatibili; se è coerente o incoerente; stabile o ondivago; vago o preciso); delle circostanze specifiche in cui hanno preso corpo le singole dichiarazioni.

E' evidente che non tutti questi aspetti possono essere trattati unitariamente. Infatti, i primi tre aspetti sopra accennati (posizione del chiamante nel gruppo da cui proviene; rapporti con gli altri membri del sodalizio criminale; circostanze della collaborazione) si prestano ad una valutazione generica e unitaria.

Gli ultimi due aspetti (quelli relativi al contenuto delle dichiarazioni e alle circostanze in cui furono rese) potranno essere valutati, com'è ovvio, solo in relazione alle specifiche dichiarazioni in cui si è estrinsecata la collaborazione.

Per questi motivi, prima di introdurre le dichiarazioni di un qualche collaboratore, verrà fatta una "presentazione" stringata dello stesso, per fornire elementi idonei a valutare la sua attendibilità "personale" o "soggettiva".

Nell'esame delle dichiarazioni da lui rese verranno esaminati poi gli altri aspetti della collaborazione: quelli intrinseci alle dichiarazioni stesse (stabilità, coerenza, precisione, ecc.) e quelli relativi alle condizioni in cui furono rese le specifiche dichiarazioni (era libero o detenuto; erano note o ignote agli investigatori; ecc).
Aspetti che, per comodità, potremo definire della attendibilità "intrinseca".

- L'altra forma di verifica è quella "esterna" e concerne il capitolo cd. dei "riscontri".

Anche qui è nota la sterminata produzione dottrinale e la cospicua produzione giurisprudenziale volta a definire e precisare il "riscontro".
Non è certo il caso di passare in rassegna tutti gli orientamenti formatisi, nel tempo, sul punto. Qui preme sottolineare qual'è l'orientamento che appare senz'altro preferibile e già accolto dalla giurisprudenza di legittimità e di merito: riscontro è qualsiasi elemento (esterno alle dichiarazioni del collaboratore) che costituisca conferma alle dichiarazioni di costui.
Il riscontro può venire, quindi, dalle dichiarazioni di un teste, di un consulente, ma anche di un altro collaboratore. Quello che conta è che attenga al tema probandum e che sia realmente significativo.

Non è possibile spendere molte parole sulla significatività del riscontro, giacché essa va valutata, necessariamente, in relazione alle dichiarazioni cui si riferisce: anche un riscontro apparentemente marginale può assumere, nell'economia del discorso, un significato risolutivo (es: il colore di un oggetto che poteva essere noto solo a persone determinate).

Occorre ribadire, invece, a gran voce (perché l'argomento è stato trattato dai difensori di tutti gli imputati), che "riscontro" può senz'altro essere costituito dalla dichiarazione di un altro collaboratore.

In questo senso è, innanzitutto, il dettato normativo, che non fa distinzione tra riscontri. Ma è soprattutto la logica, che descrive percorsi in grado di assicurare persino la certezza nella viscida materia che ci occupa.
E' evidente, infatti, che vi sono situazioni in cui l'accordo tra i dichiaranti è impossibile, così come è impossibile che uno ripeta le dichiarazioni dell'altro. E ciò accade molto più spesso di quanto i difensori suddetti abbiano mostrato di ritenere.

Vi sono casi, infatti (e sono spesso, si vedrà, i casi di questo processo), in cui le dichiarazioni dei vari collaboratori sono venute mentre costoro erano in carcere, in luoghi diversi, e mentre non potevano essere note (perché coperte ancora dal segreto istruttorio) all'uno le dichiarazioni dell'altro. In questo caso la convergenza delle dichiarazioni è segno, certo, della veridicità delle stesse, giacché le parole in libertà non si incontrano mai con altre parole in libertà (è un dato statistico di assoluta sicurezza).

Ciò è vero in generale, ma lo è a maggior ragione nei racconti complessi, lunghi, circostanziati, che abbracciano lunghi periodi e molte persone (come sono, quasi sempre, i racconti dei collaboratori principali di questo processo). In questo caso, addirittura, si può dire di più: di fronte a racconti di tal fatta l'accordo è impossibile, spesso, anche a persone libere e comunicanti tra loro.
Non si vede come costoro possano infatti concordare, memorizzare e ripetere alla stessa maniera, prima ancora di conoscere le circostanze specifiche su cui verranno esaminati e contro esaminati, i racconti che hanno le caratteristiche sopra descritte (questo non è un dato statistico, ma un dato logico di assoluta evidenza).

Anche nel caso delle dichiarazioni congiunte, quindi, si tratta di accertare il grado di concordanza e di discordanza delle stesse; le circostanze in cui sono state rese; i rapporti tra i dichiaranti; le forme e i tempi della collaborazione di costoro; ecc.
Per nessun motivo è possibile teorizzare l'irrilevanza della pluralità delle dichiarazioni, giacché significherebbe buttare a mare, immotivatamente e pur puro preconcetto, un contributo conoscitivo che spesso ha i caratteri della sicura affidabilità ed è, in molti casi, insostituibile.

Ciò avviene, quasi sempre, nell'accertamento delle responsabilità dei capi delle organizzazioni criminali e degli autori morali dei delitti (i riscontri "obbiettivi" sono, qui, casi scolastici, mai visti nella pratica).
In questi casi il giudice non può disporre, quasi sempre, che delle dichiarazioni dei soggetti intranei all'organizzazione criminale. Propugnare, in via di principio, l'irrilevanza di queste dichiarazioni significa gettare le basi teoriche per assicurare a costoro l'impunità.

L'argomento, comunque, verrà ripreso trattando i mandanti delle stragi. Per ora basti sottolineare che nessun argomento di ordine logico o giuridico consente di restringere il concetto di riscontro ai dati obbiettivi introdotti nel processo da non collaboratori.

- Occorre anche ribadire (rispetto a quanto è già stato affermato dalla giurisprudenza) che, per definire la posizione del singolo imputato, non sono affatto necessari, sempre e in ogni caso, i riscontri cd "individualizzanti", per tali intendendo quelli che consentono di rapportare il fatto ad uno specifico autore (anche questo argomento è stato affrontato dai difensori di tutti gli imputati).
Non sono necessari perché, anche in questo caso, non sono richiesti dalla norma, né sono richiesti (sempre e necessariamente) dalla logica.

Infatti, anche sotto questo profilo, l'art. 192 cpp non fa differenza tra riscontri, perché non fa nessuna distinzione tra gli elementi che "confermano l'attendibilità". Anzi, come si legge nella Relazione al codice, riscontro è "tutto ciò che possa essere assunto in un processo argomentativo".
Coerentemente, la giurisprudenza di legittimità ha escluso la necessità di questo tipo di riscontri.

Ma non sono richiesti (si ripete, "sempre e necessariamente") nemmeno dalla logica, giacché può darsi benissimo il caso che una chiamata, proveniente da un singolo dichiarante, appaia più che fondata nel contesto in cui si iscrive e per la mole dei riscontri (di altro tipo) da cui è assistita.
In questo caso, in assenza di motivi che facciano ritenere falsa la chiamata nei confronti dell'accusato, o addirittura in presenza di motivi che facciano ritenere sofferta quella chiamata (ad esempio, perché rivolta contro un caro amico), non si vede perché, per puro pregiudizio ideologico, debba andare dispersa una prova idonea a consentire quella riparazione giuridica cui il processo penale è finalizzato.

Non va dimenticato, del resto, che la verità o falsità di un'affermazione può essere apprezzata solo in una valutazione unitaria e complessiva degli elementi di conoscenza disponibili a chi deve formulare il giudizio (è questo il fondamento razionale del principio del libero convincimento del giudice); elementi di conoscenza che, spesso, portano con sé la certezza (e quindi la prova) anche su fatti non toccati da riscontri "individualizzanti".

Questo criterio, giova rimarcare, è dettato non solo contro l'accusato, ma anche a suo favore, giacché può darsi tranquillamente il caso che una chiamata assistita da riscontri individualizzanti, ma non tali da essere risolutivi nella definizione della posizione del chiamato, risulti inattendibile in base a una valutazione unitaria della prova.

- Questa premessa di carattere teorico, che è stata fatta per rendere chiare le linee guida che presiedono all'impostazione di questa sentenza (come si vedrà meglio in seguito), non deve però fuorviare nella lettura dei fatti che ci occupano.

Nel caso di specie, i riscontri che toccano gli odierni imputati (tutti gli odierni imputati) sono, come si vedrà, "soggettivi" e "oggettivi"; "generali" e "individualizzanti".
Essi, nei limiti che si vedranno, forniscono la prova certa che la maggior parte delle imputazioni formulate contro costoro sono fondate.

- Un'altra premessa va fatta, che attiene anch'essa alla valutazione della prova. E' principio ormai consolidato, che questa Corte condivide, quello per cui le dichiarazioni accusatorie devono ritenersi "scindibili": l'accertata verità di un'affermazione non porta con sé, automaticamente, l'accertamento della verità di tutte le affermazioni fatte dal dichiarante. Per contro, l'accertata mendacità su un punto non può comportare il travolgimento di tutto il racconto.

Questo perché, come facilmente può intendersi, possono esservi motivi e situazioni particolari che potrebbero indurre un dichiarante a nascondere la verità su fatti particolari (quando non risulti accertata una generale inaffidabilità). Questi motivi possono essere collegati ai bisogni più diversi: nascondere le responsabilità proprie (come non raramente avviene), quelle dei congiunti o di "amici"; dare di sé, una volta saltato il fosso, la rappresentazione più conveniente; dare sfogo a rancori verso persone determinate; ecc..
Può trattarsi, ovviamente, anche di motivi collegati alla sola memoria (e quindi non comportanti necessariamente un giudizio di disvalore) o alla errata lettura e percezione delle esperienze passate.

Una volta tenuti presenti questi pericoli, però, non v'è alcuna ragione logica o giuridica per accantonare dichiarazioni che, per altri versi, sono idonee a fare luce sui fatti portati all'esame del giudice. Anche in questo caso, la logica che presiede alla lettura dei fatti umani non consente alcuna diversa soluzione.
Anche in questo caso, il principio enunciato non è né a favore né contro l'accusato.

Giova anticipare che l'applicazione di questo principio renderà notevolmente più difficoltosa la valutazione delle dichiarazioni provenienti dai collaboratori.
Infatti, proprio in applicazione di questo principio, non si dirà, una volta per tutte, che il collaboratore è affidabile o inaffidabile; non si procederà ad una valutazione "unica e generica" delle dichiarazioni da lui provenienti, per poi ricostruire i fatti in base alle sue propalazioni.
Al contrario, la valutazione dell'affidabilità verrà fatta nel concreto delle specifiche affermazioni e in relazione alle singole persone chiamate in causa, per verificare, di volta in volta, se e da quali elementi di conferma la sua affermazione è assistita, in che circostanze è stata resa, quale tasso di affidabilità presenta in concreto.

Questo metodo comporterà, ovviamente, in certi casi, la ripetizione di concetti e il richiamo di situazioni fattuali già illustrati altrove (ad es.: il dichiarante era libero o detenuto; prese a rendere dichiarazioni prima o dopo certi altri fatti; ecc.). L'esposizione ne verrà appesantita, ma, si ritiene, è l'unico metodo che consenta una valutazione approfondita dei contributi in questione.

ROMA, VIA FAURO, 14-5-93


Il 14-5-93, verso le 21,35, vi fu, in via Ruggero Fauro di Roma, a circa 15 metri dall'incrocio con la via Boccioni, una violentissima esplosione, che sconvolse la zona. Rimasero gravemente danneggiati i palazzi siti sulla destra della strada, per chi guarda versa la parte bassa della stessa (via Fauro è in discesa verso via Boccioni).
Subirono gravi danni, in particolare, gli edifici (di 6-7 piani) posti ai civici 60-62-64 di via R. Fauro e quello posto al n. 5 di via Boccioni, dei quali furono divelti gli infissi, abbattuti gli aggetti (cornicioni, balconi, ecc), distaccati gli intonaci e alcuni muri divisori.
Furono divelti gli infissi degli immobili per un raggio di circa 100 metri; in un raggio ancora maggiore si verificarono rotture di vetri. Sul lato opposto della strada, in prossimità dell'epicentro dell'esplosione, andò parzialmente abbattuto un lungo tratto del muro di recinzione dell'Istituto Scolastico "C. Cattaneo" e gravi danni subirono la scuola elementare e l'asilo (facenti parte del complesso scolastico sopra indicato).

Circa sessanta autovetture parcheggiate nella zona rimasero danneggiate, alcune anche gravemente; sei andarono distrutte (una Mercedes 190,; una Ford Fiesta; una VW Polo; una Fiat 127, catapultata entro la camiceria sita al piano terra dello stabile n. 62; una Fiat 500; una Fiat Regata).[1]

Almeno una trentina di persone dovette ricorrere alle cure dei sanitari, anche se nessuno subì, fortunatamente, conseguenze fisiche importanti. Parecchi, però, rimasero traumatizzati dall'evento e non si sono mai più ripresi (per una puntuale descrizione dei danni provocati dall'esplosione si leggano le dichiarazioni di Castellano Elvira, Vice Questore aggiunto della Questura di Roma, sentita all'udienza del 23-12-96, e si vedano i fascicoli fotografici formati dalla Polizia di Stato e dal Reparto operativo dei CC in occasione dei sopralluoghi successivi all'attentato[2]).

Al momento dell'esplosione erano in transito sulla via R. Fauro due autovetture: una Mercedes condotta da Degni Stefano e dove sedevano Costanzo Maurizio, noto presentatore televisivo, e De Filippi Maria, convivente di quest'ultimo; nonché una Lancia Thema con a bordo De Palo Domenico e Re Aldo, guardie del corpo private del Costanzo, che seguiva a brevissima distanza.

Nell'attimo stesso in cui vi fu la detonazione l'auto del Costanzo, proveniente dalla parte alta di via Fauro, s'era appena immessa nella via Boccioni; la Lancia di scorta stava svoltando nella via Boccioni, o aveva effettuato la svolta da qualche istante. Le due vetture rimasero gravemente danneggiate; il De Palo, autista della Lancia, subì ferite da taglio guarite in circa 20 giorni; Re Aldo riportò lesioni che gli hanno lasciato, come residuato, crampi alla testa; gli altri rimasero miracolosamente illesi.[3]

L'esplosione provocò la formazione di un "cratere" sulla via Fauro e sul marciapiede attiguo al civico 41.
Tale cratere aveva forma ovoidale. Il diametro massimo era di metri 2,90; quello minimo di metri 2,10; la profondità di cm 40.[4]

Cause dell'esplosione

Senza alcun ragionevole dubbio l'esplosione fu determinata da una miscela di esplosivo ad alto potenziale collocata all'interno dell'autovettura Fiat Uno tg Roma 5F5756, di proprietà della ditta ISAF Srl e in uso all'amministratrice Corbani Linda.

Ciò si evince dal fatto che, in prossimità dell'incrocio con via Boccioni, fu rinvenuto il motore di una Fiat Uno contrassegnato dal n. 156C046*4187557. Attraverso l'abbinamento motore-telaio si risalì, appunto, all'autovettura della ISAF Srl.
Inoltre, sempre nella zona, a circa 15 metri dal cratere, sotto una Fiat Tipo parcheggiata di fronte al civico 62 di via R. Fauro, fu rinvenuto il libretto di circolazione della Uno in questione.[5] * [6]
Infine, sempre in zona, di fronte al civico 62/bis di via Fauro, fu rinvenuto un pezzo di telaio di autovettura contrassegnato dal n. ZFA 146000*04693847, identificante appunto l'auto della Corbani.[7]

L'auto della Corbani era stata rubata nella notte tra l'11 e il 12 maggio 1993 mentre era parcheggiata in Roma, via Ludovico di Savoia, di fronte alla sede della società ISAF, o meglio, all'altezza del civico 25 della via suddetta.
La proprietaria si accorse del furto verso le 4,30 - 5,00 del 12-5-93.[8]

Dalla denuncia di furto presentata dalla Corbani alla Questura di Roma si evince poi che l'auto era stata parcheggiata in via L. Di Savoia alle ore 19 circa del giorno precedente.

Eppoi, tutto lo scenario al contorno era indicativo di una esplosione importante, quale solo un esplosivo ad alto potenziale poteva provocare.

Infatti, i palazzi della via R. Fauro presentavano i danni già descritti, ma risultavano anche colpiti da una molteplicità di schegge compatibili solo con l'esplosione di un veicolo (o simili); sulla via R. Fauro, di fonte al civico 62, ma sul lato opposto della strada, fu rinvenuto il cratere tipico delle esplosioni; sulla parte del muro di cinta dell'asilo v'erano delle striature indicative di un'esplosione avvenuta ad una certa altezza dal suolo, in un contenitore metallico. Infine, le successive analisi evidenziarono la presenza, nei reperti, di tracce di esplosivi.

Per completezza, è bene precisare che nella zona fu rinvenuto anche il motore di una seconda vettura, appartenente, originariamente, ad una Fiat 126, ma che risultò montato sulla Fiat 500 tg Roma M12957 intestata a tale Roccella Eugenia, abitante in via Fauro, al n. 54.
Tale auto, come si desume dalla testimonianza della Roccella stessa, resa all'udienza del 3-1-97, era stata dalla proprietaria parcheggiata verso le ore 20 del 14-5-93 in prossimità dell'ingresso dell'asilo, "dietro un'altra vettura, di colore bianco, non particolarmente grande" (si tenga presente che la Uno della Corbani era di colore bianco).[9]

Tale vettura non poteva essere, ovviamente, quella usata come autobomba, sia perché era rimasta nella disponibilità della proprietaria fino ad un'ora prima dell'esplosione, sia perché i resti di questa vettura furono rinvenuti nei pressi di una Talbot, di fronte al civico 57 di via Fauro (quindi, verso la parte alta della via), a circa 50 metri dal cratere: si trattava di pezzi grossi e concentrati nella zona, con chiari segni di schiacciamento (e non di frantumazione).

L'attività di repertazione, sul luogo dell'evento, fu curata sia dalla Polizia, attraverso il suo servizio di Polizia Scientifica, che dai Carabinieri, attraverso il Centro di Investigazioni Scientifiche (CIS) di Roma. Infatti, la zona fu divisa dagli investigatori in due aree: una a monte del cratere, verso via Borsi, della quale si interessarono i CC; l'altra a valle del cratere, verso via Boccioni (comprensiva di quest'ultima via), di cui si interessarono gli agenti della Polizia di Stato.

Anche le analisi dei reperti furono curate congiuntamente dai due organismi, che ne confrontarono poi i risultati. Anzi, in questo caso, per ulteriore scrupolo, i reperti raccolti dalla Polizia furono analizzati prima dalla Polizia Scientifica e poi dai Carabinieri; quelli raccolti dai Carabinieri furono analizzati prima dal CIS e poi dalla Polizia : i risultati furono coincidenti.

Infatti, come è emerso dall'esame dei consulenti del PM, furono identificati, nei reperti:

1. Nitroglicerina (NG);
2. Etilenglicoledinitrato (EGDN);
3. Isomeri del Dinitrotoluene (DNT);
4. Ammonio Nitrato (AN);
5. 2,4,6, Trinitrotoluene (TNT - E' il Tritolo);
6. T4
7. Pentrite.

Le tecniche utilizzate dai consulenti per la ricerca degli esplosivi nei reperti furono:

1. Cromatografia su strato sottile (TLC);
2. Analisi per Spettrometria a Mobilità Ionica (IMS);
3. Gascromatografia con Rivelatore a Spettrometria di Massa (GC\MS) e con Rivelatore Thermal Energy Analyzer (GC\TEA);
4. Cromatografia Liquida ad alta risoluzione (HPLC) con rivelatore U.V. e con rivelatore T.E.A
5. Cromatografia Ionica (IC).[10]

I consulenti hanno spiegato che la tecnica di cui al punto 1 (TLC) consente, variando adsorbenti e miscele d'eluizione, di separare ed evidenziare in una miscela complessa (in soluzione) composti di natura organica ed inorganica e di identificarli mediante calcolo dei tempi di ritenzione o per comparazione con campioni standards.
Tale tecnica, che rivela la presenza di esplosivi solo in quantità superiori a 30 milionesimi di grammo, dette esito negativo.

La tecnica di cui al punto 2 (IMS) è una fra le più moderne e sensibili tecniche analitiche in materia di esplosivi. Essa consente la rilevazione di tracce di esplosivi in quantità variabili tra i 10 ng e i 50 pg a seconda dell'esplosivo.

Sempre dai consulenti si è appreso che la tecnica di cui al punto 3 (GC) è caratterizzata da un sistema di separazione (una colonna lunga circa 30 mt col diametro di un capello) che sfrutta la temperatura e un gas.
Può essere accoppiato a un rivelatore a Spettrometria di Massa (ogni componente immesso nella colonna viene identificato in base a due parametri: il tempo di uscita e lo spettro di massa); ovvero a un rivelatore a chemioluminescenza (T.E.A).
Questo tipo di analisi, veloce ed efficace, rileva bene il Tritolo, ma non è adeguato per gli esplosivi termolabili (per es., il T4).

Nella tecnica di cui al punto 4 (HPLC) la separazione delle sostanze esplosive avviene in una colonna in cui il campione viene eluito da un solvente in pressione, provocando la separazione delle sostanze.
Questa tecnica utilizza, quindi, non la temperatura, ma la pressione ed è, per questo, più adatta agli esplosivi termolabili.
Questa tecnica può utilizzare un rivelatore a raggi ultravioletti (U.V.), per le sostanze sensibili ai raggi di detto tipo, o un rivelatore a chemioluminescenza ((T.E.A.), che è specifico per le sostanze organiche contenenti nitrogruppi (NO2).

La tecnica di cui al punto 5 (IC) è la migliore per la determinazione in matrici complesse di moltissimi composti solubili in acqua.

Proprio perché i diversi tipo di analisi danno risposte diverse a seconda degli esplosivi, i consulenti hanno spiegato che la ricerca di esplosivi va normalmente condotta con diverse metodiche. Può capitare, infatti, che un singolo reperto sia positivo con certe tecniche e negativo con altre.
La risposta positiva all'analisi significa, comunque, che la specie esplodente è presente sul reperto.

Nulla hanno potuto dire i consulenti sulle percentuali di composizione della miscela esplosa in via Fauro (quanto di Tritolo; quanto di Nitroglicerina, ecc.), giacché, come essi hanno spiegato, a esplosione avvenuta non è possibile correlare la maggiore o minore presenza di una determinata specie esplosiva nei residui alla composizione della carica prima dell'esplosione.

Ciò è dovuto, è stato spiegato, alla casualità di formazione dei residui, alla relativa casualità di collezionamento dei reperti, alla variabile sensibilità degli strumenti, ma soprattutto al tipo di esplosione, che può portare a "bruciare" una sostanza in misura maggiore o minore, a seconda che l'esplosione sia più o meno "franca" (è denominata così l'esplosione in cui l'onda d'urto iniziale, che viaggia alla velocità di circa 8.000 metri al secondo, attraversa istantaneamente tutta la massa d'esplosivo e la fa detonare istantaneamente e completamente. E' segno di cura ed esperienza nella preparazione della carica).

Per questo motivo non è possibile dire con sicurezza quale fosse la composizione originaria della carica esplosiva di via Fauro, salvo fare alcune ipotesi.
Quelle più probabili sono, a dire, dei consulenti:
- un certo numero di candelotti di dinamite con l'aggiunta di RDX (è l'altro nome dello T4), avvolti in una miccia detonante alla Pentrite;
- candelotti di gelatina commerciale (contenenti EGDN-NG e DNT) con l'aggiunta di esplosivo militare a base di TNT e RDX;
- un cocktail di esplosivi diversi.

Per quanto attiene al peso di carica, i Consulenti del PM, tenendo conto delle dimensioni del cratere e delle devastazioni prodotte dall'autobomba, hanno stimato l'utilizzo di un quantitativo di esplosivo compreso tra i 90 e i 120 Kg.

L'approssimazione si spiega col fatto che il cratere vero e proprio era fiancheggiato da un tombino della SIP, in cui si dissipò, fortunatamente, una parte dell'energia prodotta dall'esplosione (per questo motivo il cratere risultò di dimensioni sicuramente inferiori a quelle possibili in assenza dello sfiato suddetto), e perché il raggio di devastazione dell'esplosivo non era uniforme (e perciò non erano comparabili nemmeno gli effetti dell'esplosione).

Infatti, da una parte c'era terreno aperto, solo delimitato da un muretto; dall'altra i muri dei palazzi; a monte una fila di auto; a valle, uno spazio aperto.

Nulla hanno potuto dire i consulenti circa le modalità di confezionamento dell'ordigno e quelle di innesco, perché non furono repertati elementi consentissero di far luce su questi due aspetti (probabilmente, il sistema di innesco era collocato molto vicino alla carica e andò distrutto nell'esplosione).

L'ordigno era collocato sicuramente nel bagagliaio o sul sedile posteriore della Fiat Uno. Infatti, i frammenti rinvenuti sul luogo dell'esplosione furono utilizzati per una ricostruzione, in scala, del veicolo (ricostruzione avvenuta nello stabilimento VE.CA di Farfa Sabina con la collaborazione di personale dell'azienda Fiat di Termini Imerese).
Il risultato evidenziò una totale frammentazione della parte posteriore del veicolo (di cui non fu rinvenuto, praticamente, alcun pezzo).[11]

Qualificazione giuridica dei fatti.

Attesa la natura dolosa dell'evento e gli effetti, concreti e potenziali, dell'esplosione, devono dirsi compiutamente integrate, sotto l'aspetto oggettivo, le fattispecie delittuose di cui agli artt. 422 cp (strage) e 419 cp (devastazione), oltre, ovviamente, ai delitti di detenzione e porto d'esplosivi ed al delitto di furto (in pratica, i delitti di cui ai capi A-B-C-D della rubrica).

Quanto alla strage, è pacifico che il reato è integrato dal compimento di atti che pongano in pericolo effettivo l'integrità di un numero indeterminato di persone e che la morte o la lesione di più persone, eventualmente derivate, costituiscono circostanze aggravanti.

In via Fauro non vi furono morti, né feriti gravi, ma ciò dipese unicamente da un fortunoso concorso di circostanze, che evitarono la tragedia.

Infatti, tra quelli che sembrarono, già a prima vista, le vittime designate (Costanzo e il suo seguito), solo De Palo Domenico riportò una ferita da taglio guarita in circa 20 giorni; gli altri, a parte lo schok, rimasero praticamente illesi.
Ma tutta la parte posteriore della Lancia Thema su cui sedevano De Palo Domenico e Re Aldo fu attinta da una grande quantità di schegge che danneggiarono gravemente la parte posteriore del veicolo: una sola di quelle schegge, diversamente proiettata, poteva essere letale per gli occupanti.

L'auto del Costanzo, invece, pur rimanendo danneggiata, non venne investita alla stessa maniera; ma questo fatto, come si comprende dalla disamina dei luoghi e come è stato messo in evidenza dal CT Delogu Giovanni, è da ascrivere alla presenza del muro di recinzione della scuola, che, venutosi a trovare tra l'autobomba e l'auto del Costanzo, fece da scudo a quest'ultimo.

Quali sarebbero stati gli effetti dell'esplosione è dato comprendere all'esperimento effettuato dai consulenti e dalla PG presso il Centro Militare Esperienze per l'Armamento di Nettuno.

Qui, in data 26-11-93 fu fatta esplodere una Fiat Uno caricata con 105 Kg di esplosivo della stessa specie di quello identificato in via Fauro. Vicina, a 13 metri, spostata di 30 gradi, fu posta una Mercedes con tre manichini a bordo (la posizione delle due auto riproduceva, grosso modo, quella dell'autobomba e della Mercedes del Costanzo in via Fauro). Ebbene, le conseguenze, in punto di frantumazione del veicolo stipato d'esplosivo e di proiezione delle schegge furono le stesse, con l'aggiunta che anche i manichini furono attinti da schegge letali.[12]

Ma le persone sopra dette non furono le sole a scansare, per puro miracolo, l'incontro con la morte in quella sera. L'istruttoria espletata ha messo in evidenza, infatti, che proprio intorno alla Fiat Uno avevano gravitato, fino a pochi attimi prima dell'esplosione, per i motivi più diversi, una molteplicità di persone, che se ne erano poi allontanate.

D'altra parte, non poteva essere che così, posto che l'autobomba fu fatta esplodere in una zona intensamente abitata, in un'ora di svago delle persone (quella successiva alla cena), nei pressi di un teatro (il teatro Parioli, sito nella attigua via Borsi) e proprio alla fine dello "show" del Costanzo.

Infatti, Buccioli Stefania e Juric Luigi sostarono, in auto, proprio sul passo carraio della scuola per alcuni minuti, leggendo il giornale. Ripresero la marcia e, dopo nemmeno un minuto, avvenne l'esplosione.[13]

Intorno alle 21,15 del 14-5-93 si diedero convegno, proprio di fronte al civico 62 di via Fauro, Cerqua Andrea, Bello Vincenzo e Stovali Mario: andarono via, verso le 21,30, quando passò a prenderli, con una Fiat 126, il loro amico Maramai Fabio.[14]

Gambetta Claudia tentò di parcheggiare, con la sua Peugeot 106, quella sera, proprio davanti alla Uno. Ci ripensò e andò via. Non aveva ancora finito il giro dell'isolato quando avvenne l'esplosione.[15]

Lo Conte Michele stette in attesa dell'amico Ortolani Fabrizio per circa un quarto d'ora, di fronte alla scuola. Ebbe anche il modo di appoggiarsi, per un tempo significativo (circa 5 minuti), sia alla Fiat Uno della Corbani che alla Fiat 500 della Roccella. Andò via perché passò a prenderlo, in auto, l'amico atteso. Erano appena giunti al semaforo di via Parioli quando sentirono il boato.[16]

Rossi Roberto era, in auto, all'incrocio tra via Caroncini, via Fauro e via Boccioni, a circa 40 metri dal cancello della scuola. L'esplosione investì la sua auto, ma egli rimase illeso.[17]

In conseguenza di quanto sopra detto non v'è dubbio che il fatto di via Fauro debba essere ricondotto al paradigma dell'art. 422 cp.

Nemmeno possono esservi dubbi sulla devastazione. Come hanno precisato i testi e i consulenti, i danneggiamenti (quelli gravi) riguardarono almeno tre edifici di via Fauro, uno di via Boccioni, la strada, la scuola S. Pio XI, moltissime autovetture, il mobilio di molti appartamenti. In un raggio di circa 100 metri rimasero danneggiati gli infissi e si ruppero i vetri. Ce n'è più che a sufficienza per ritenere integrata la fattispecie dell'art. 419 cp.

Pacifici il furto, nonché la detenzione e il porto degli esplosivi.


FIRENZE, VIA DEI GEORGOFILI, 27-5-1993


Il 27-5-93, qualche minuto dopo le ore 01,00, ci fu, in via dei Georgofili di Firenze, nel punto di confluenza con via Lambertesca, una violentissima esplosione, che sconvolse il centro storico della città. Persero la vita cinque persone; parecchie altre rimasero ferite.

Infatti, andò completamente distrutta la Torre dei Pulci, sede dell'Accademia dei Georgofili, che seppellì, nella sua rovina, i quattro membri della famiglia Nencioni, custode dell'Accademia (morirono Nencioni Fabrizio; la moglie Fiume Angela; i figli Nencioni Nadia e Nencioni Caterina); prese fuoco l'edificio sito al n. 3 di via dei Georgofili e nel rogo trovò la morte Capolicchio Davide, che occupava un appartamento sito al primo piano dello stabile; subirono gravi danni gli edifici posti sulla via dei Georgofili e la via Lambertesca, con crollo degli infissi e di tramezzi interni, devastazione del mobilio e delle suppellettili (in particolare, quelli posti ai civici 1 e 3 di via dei Georgofili; quelli siti ai nn. 1-2-4-6 della via Lambertesca); molti altri edifici riportarono danni minori (distacco di intonaci e rottura di vetri).[18]

In sintesi, l'esplosione interessò un'area di circa 12 ettari, con forma circolare e diametro di circa 400 metri, (per una puntale descrizione dei danni si legga la relazione dell'ing Marchini Mauro, prodotta all'udienza del 17-12-96, faldone n. 20 delle prod. dib.).

Furono censiti 35 feriti, tra cui alcuni gravemente (Siciliano Umberto fu operato per ematoma cerebrale; Leo Maria Rosaria subì un trauma cranico dal quale non era ancora guarita al 3-12-96; Valle Marina subì lesioni guarite in circa cinque mesi; Pagliai Eleonora subì lo schiacciamento della rotula e non era ancora guarita al 2-12-96; Bini Bruno subì una perdita definitiva d'udito).[19]

Per quanto riguarda i beni storico-artistici, gravi danni subì la Chiesa di S. Stefano e Cecilia, sita a circa 30 metri dall'epicentro dell'esplosione, sul lato che guarda piazza del Pesce. Qui l'onda d'urto ebbe a scardinare la "macchina architettonica" dell'edificio per effetto del sollevamento della cupola, che fuoriuscì dalle geometrie normali.
La caduta del materiale di costruzione, poi, ebbe gravi conseguenze sulla parte absidale del complesso, danneggiando gravemente il prezioso altare sottostante.
La ricaduta del materiale danneggiò anche alcune pitture che in quel momento erano ricoverate nella sagrestia della chiesa (vedi, sul punto, le dichiarazioni di Mazzoni Paolo e Carapezza Fabio, rese rispettivamente all'udienza del 28-11-96 e del 2-12-96).

Gravissimi danni subì anche il complesso artistico-monumentale degli Uffizi, separato dal focolaio dell'esplosione dalla sola Torre dei Pulci. Dalla deposizione di Tofani Anna Maria (sentita all'udienza del 29-11-96) si evince che rimasero gravemente danneggiate le strutture murarie della Galleria, i collegamenti verticali, le scale, i lucernari, i soffitti, i tetti, anche se non fu compromessa, fortunatamente, la statica dell'edificio. Tra le scale, rimase particolarmente danneggiato lo Scalone del Buontalenti, di discesa al piano terra.

Tra le opere pittoriche e scultoree andarono completamente distrutti tre dipinti (due di Bartolomeo Manfredi e uno di Gherardo delle Notti, il cui valore commerciale era stimato, complessivamente, in circa 15 miliardi di lire).
Rimasero danneggiati 173 dipinti, tra cui alcuni in modo grave (in particolare, la celeberrima Morte di Adone, di Sebastiano Del Piombo); 42 busti archeologici e 16 statue di grandi dimensioni (tra cui il celebre Discobolo, spezzato in più parti). Complessivamente, andò danneggiato circa il 25% delle opere presenti in Galleria.[20]

Pure distrutte o danneggiate, per effetto dell'esplosione, furono alcune opere presenti presso l'Accademia dei Georgofili ed altre esistenti presso il Museo della Scienza e della Tecnica.

I danni economici sopportati dalla città e dallo Stato furono enormi. Infatti, più di 30 miliardi furono spesi per ricostruire la Torre dei Pulci, riparare la Chiesa di S. Stefano e Cecilia ed il complesso degli Uffizi, restaurare le opere danneggiate.
Altre ingenti spese furono sostenute per ristorare i (molti) cittadini che avevano perso tutto ed erano stati evacuati dalla zona (vedi dichiarazioni di Morales Marco rese all'udienza del 28-11-96).

Le Cause dell'esplosione

Le indagini svolte dagli organi investigativi hanno consentito di accertare, senza alcun ragionevole dubbio, che l'esplosione fu causata da una miscela di esplosivi ad alto potenziale collocata all'interno del Fiorino Fiat tg FI-H90593 di proprietà della ditta "Fire" di Firenze, ma in uso al dipendente Rossi Alvaro.

Il mezzo era stato parcheggiato in via della Scala intorno alle ore 19,30 del 26-5-93 dallo stesso Rossi e rubato pochi minuti dopo. Fu lo stesso Rossi a denunciarne il furto nella mattinata del giorno successivo.[21]

A tale conclusione si perviene agevolmente sulla base dei molti testi e consulenti sentiti, oltre che da un attento esame dei reperti e degli effetti dell'esplosione.

Infatti, all'interno del cortile del civico 4 di via Lambertesca (sito proprio di fronte alla via dei Georgofili), fu rinvenuto, insieme a molti pezzi di autoveicolo (ghiera del cambio, un pezzo di avantreno, ecc), il motore di un Fiat Fiorino (contrassegnato dal n. 149 B3 000*0624100), nonché un pezzo della targa. Attraverso l'abbinamento motore-telaio la PG accertò che si trattava, appunto, del motore del veicolo sopra indicato (vedi dichiarazioni rese dai testi Indolfi Vincenzo all'udienza del 5-12-96 e dal teste Donato Francesco all'udienza del 16-12-96).

Inoltre, proprio di fronte alla Torre dei Pulci fu individuato un cratere tipico, per forma e dimensioni, delle esplosioni.
Esso aveva forma ellissoidale, col diametro parallelo alla via dei Georgofili di cm 495; il diametro normale all'asse stradale di cm 290 e la profondità di 141 cm.

Sulla base di tali elementi i consulenti del PM,, con l'ausilio di complesse tecniche di disegno elettronico, hanno calcolato con estrema precisione il perimetro, l'area ed il volume. Il particolare, il perimetro è risultato avere le dimensioni di ml 13,93; l'area di mq 11,429; il volume di mc 9,53 [22].

Inoltre, tutti gli edifici al contorno erano stati "mitragliati" da una enorme quantità di schegge provenienti, a raggiera, dal cratere; gli effetti sulle cose e sulle persone erano quelli provocati, tipicamente, dall'onda pressoria di una detonazione di esplosivi ad alto potenziale e dalla successiva depressione (frantumazione delle strutture prossime al punto dell'esplosione; disarticolazione delle strutture circostanti; danneggiamenti in largo raggio, sia sulle cose che sulle persone - in particolare, sugli organi dell'udito -); rinvenimento, nei reperti, di tracce di esplosivi.[23]

Per quanto attiene al tipo di esplosivo utilizzato, i consulenti del PM (non contraddetti in alcun modo da altri consulenti o altre risultanze) hanno riferito che, in via dei Georgofili, fu utilizzata una miscela di esplosivo composta di Pentrite, Tritolo, T-4, Nitroglicerina, Nitroglicol e Dinitrotoluene.

I risultati dei consulenti, oltre a non essere contraddetti, sono particolarmente attendibili perché ottenuti con l'impiego di più metodiche analitiche, le più accreditate a livello mondiale, e perché rappresentano il punto di approdo di due organismi diversi (la Polizia Scientifica della Questura di Roma e la Marina Militare di La Spezia), che operarono disgiuntamente tra loro ed pervennero, tuttavia, a risultati perfettamente sovrapponibili.

Dalla deposizione di Cabrino Renzo, infatti, esperto di chimica degli esplosivi, operante in un ente di sperimentazione sito in La Spezia, e di Vadalà Giulio, direttore tecnico della PS, operante nel laboratorio analitico degli esplosivi della Polizia Scientifica (entrambi nominati consulenti del Pubblico Ministero nella stessa giornata del 27-5-93), si evince che gli stessi, con l'ausilio di altro personale di PG, procedettero separatamente, già nella fase iniziale, alla raccolta dei residuati dell'esplosione proprio per avere due linee di repertazione diverse e poterne confrontare i risultati.

Inoltre, le specie esplodenti da loro individuate a seguito delle analisi furono praticamente le stesse. Infatti, il dr Vadalà, operando con la tecnica della Cromatografia Gassosa accoppiata con un rivelatore a spettrometria di massa (GC/SM) [24], potè identificare, nei reperti:
1) T-4;
2) Dinitrotoluene (DNT);
3) Pentrite (PETN);
4) Nitroglicerina (NG);
5) Trinitrotoluene (TNT).

Nel prosieguo delle analisi, poi, utilizzando la diversa tecnica della Cromatografia Liquida ad alta risoluzione (HPLC)[25], più adatta agli esplosivi termolabili perché operante a temperatura ambiente, rinvenne:
- con l'applicazione di un rivelatore a raggi ultravioletti:
1)Trinitrotoluene (nei reperti 1-82);
2) T-4 (nei reperti 1-2-82);
3) Pentrite nei reperti 2-3);
- con l'applicazione di un rivelatore a chemioluminescenza (Termal Energy Analyzer):
1) Etilenglicoledinitrato (nei reperti 1-61-77-82);
2) Nitroglicerina (nei reperti 1-77);
3) Pentrite (nei reperti 1-61-77-82);
4) T-4 (nei reperti 1-61-82).

Inoltre, sempre dalle analisi del dr. Vadalà, emerse la presenza dello ione ammonio nei reperti 61 - 74 e 82.

Il dr. Cabrino, dal canto suo, operando presso l'Istituto di chimica degli esplosivi della Marina Militare di La Spezia con la tecnica della Cromatografia Liquida ad alta risoluzione ed usando un rivelatore ad assorbimento di luce ultravioletta poté riscontrare la presenza di :

1)Tritolo (o trinitrotoluene);
2) Pentrite;
3) T-4.

Un'aliquota dei campioni fu invece da lui inviata in Inghilterra e sottoposta ad analisi presso i laboratori della Defence Reserce Agency (DRA) siti a Sevenex, nel Kent, dove era disponibile un rivelatore a chemioluminescenza (Termal Energy Analyzer) applicabile alla Cromatografia Gassosa (tecnica da 20 a 50 volte più sensibile della Cromatografia in fase liquida), rinvenendo, nei reperti, i seguenti esplosivi:

1) Dinitrotoluene nei reperti 15 e MIX (quello ottenuto dalla miscela delle soluzioni dei campioni più significativi);
2) Trinitrotoluene nei reperti 15 e MIX;
3) T-4 nel reperto MIX.

In conclusione, tenendo conto del fatto che la nitroglicerina, l'etilenglicoledinitrato e dinitrotoluene sono presenti in tutte le miscele esplosive di uso civile ( tipicamente, nelle cave e nei cantieri edili); che tritolo, pentrite e T-4 sono componenti di specifico impiego militare; i consulenti sono pervenuti alla conclusione che la carica di via dei Georgofili era composta, molto probabilmente, di un gelatinato o pulverulento nitroglicerinato arricchito con elementi d'uso bellico.

- Nulla hanno però potuto dire sulle percentuali di presenza degli elementi sopraindicati nella carica di via dei Georgofili, giacché, come hanno concordemente spiegato i consulenti, ciò non è più possibile dopo l'esplosione; specie nei casi, come quello che ci occupa, di esplosione "franca".

Non conoscendo le combinazione iniziali (e perché alcuni esplosivi non lasciano traccia dopo l'esplosione) nulla hanno potuto dire i consulenti sulla denominazione merceologica degli esplosivi impiegati, salvo fare alcune ipotesi.
E' stato ipotizzato, infatti, l'impiego di Compound-B (composto di tritolo e T-4), nonché di Sentex (composto di pentrite e T-4), oltre che di pulverulenti o gelatinati di cava.

- Per quanto attiene, poi, al quantitativo di esplosivo impiegato, i consulenti (in particolare, il capitano di fregata Roberto Vassale, esperto di esplosivi della Marina Militare) hanno determinato, con sufficiente approssimazione (intorno al 15% -20%), il peso di carica, calcolato in circa 250 Kg.

A tale conclusione sono pervenuti seguendo tre vie diverse, per poi compararne i risultati.

La prima via seguita è stata quella di considerare il volume del cratere, prescindendo dalla struttura del terreno su cui s'era formato e dal tipo di esplosivo utilizzato. Il risultato così ottenuto è stato poi confrontato con le demolizioni a largo raggio verificatesi a seguito dell'esplosione. Ne è conseguito un peso di carica di 250 g circa.

La seconda via seguita è consistita nel considerare il volume del cratere, nonché la struttura del terreno su cui aveva agito la carica ed il tipo di esplosivo che la costitutiva (come emerso dalle indagini chimiche). Risultato: 288 Kg.

La terza via è consistita nell'utilizzo di un sistema matematico computerizzato, nel quale erano stati inseriti parametri molto dettagliati relativi alla struttura del terreno e al tipo di esplosivo utilizzato. Ne è risultato anche in questo caso un peso di carica di 250 Kg.

Conclusivamente, deve dirsi che i vari metodi di indagine seguiti hanno dato risultati molto simili tra loro o addirittura coincidenti; i calcoli sono stati fatti in base a base a parametri certi (volume del cratere, entità delle demolizioni, qualità degli esplosivi); i consulenti avevano già particolare competenza in materia (il capitano Vassale è stato consulente anche nella strage del treno 904, di Capaci, di via D'Amelio, ecc) : per questo il risultato descritto deve ritenersi particolarmente attendibile.[26]

Circa, infine, la collocazione della carica, tutti i consulenti del PM sentiti sono stati concordi nel ritenere che fosse collocata nel cabinato del Fiorino.
A tale conclusione (che, peraltro, già si intuisce avendo mente alle caratteristiche del mezzo impiegato ed al volume della carica esplosiva) sono pervenuti tenendo conto sia degli effetti dell'esplosione sulla strada (che presentava un avvallamento verso il cratere: segno che era stata sottoposta ad una pressione dall'alto verso il basso); sia della minuta frammentazione subita dalla parte posteriore del Fiorino (segno che era stata a contatto diretto con la carica esplosiva).

Infatti, con l'aiuto di un tecnico della Fiat, i consulenti del PM procedettero, nei locali del Magazzino V.E.C.A. della Polizia di Stato di Farfa Sabina (RI), alla ricostruzione del veicolo, posizionando e fissando i frammenti raccolti su un telaio di tondino metallico riproducente in scala 1:1 le dimensioni e la forma del Fiorino Fiat.
Col risultato che la parte anteriore del veicolo fu parzialmente ricostruita, essendo stati rinvenuti ed identificati frammenti appartenenti al vano motore (testata, frizione, cambio, radiatore), all'avantreno, ai due cerchi-ruota, allo sportello anteriore sinistro, al cofano motore; mentre praticamente nulla fu rinvenuto relativamente alla parte posteriore del veicolo, tranne qualche frammento riferibile alle sospensioni posteriori a ai cerchi-ruota[27].

Qualificazione giuridica dei fatti

Anche qui deve dirsi che la natura dolosa dell'evento e gli effetti, concreti e potenziali, dell'esplosione, integrano sicuramente, sotto l'aspetto oggettivo, le fattispecie delittuose di cui agli artt. 422 cp (strage) e 419 cp (devastazione), oltre, ovviamente, ai delitti di detenzione e porto d'esplosivi ed al delitto di furto del veicolo Fiat Fiorino tg Fi-H90593 (in pratica, i delitti di cui ai capi E-F-G-H della rubrica).

Nel caso di via dei Georgofili l'enorme potenzialità offensiva della condotta è testimoniata, oltre che dalla morte effettiva di cinque persone, dal fatto che l'ordigno fu collocato in una zona fittamente abitata, dove il bilancio conclusivo poteva essere sicuramente più pesante.
Infatti, furono numerosi anche i feriti.

Quanto alla devastazione, è notorio che l'elemento oggettivo è integrato dal compimento di atti che danneggiano indiscriminatamente, per una notevole estensione, mobili ed immobili.
Nel caso che ci occupa va ripetuto che l'esplosione interessò un'area di circa 12 ettari, il "cuore antico" di Firenze, come ebbe a definirlo il sindaco-teste Morales all'udienza del 28-11-96; che un intero edificio si sbriciolò (la Torre dei Pulci); che un altro prese fuoco (quello sito al n. 3 di via dei Georgofili); che molti appartamenti siti nella zona dovettero essere evacuati e sottoposti a intensi lavori di recupero; che furono gravemente danneggiati edifici monumentali ed opere d'arte d'inestimabile valore; che andarono distrutti mobili e suppellettili di molti appartamenti.

L'evidenza dei reati di furto e di quelli di cui alla legge 865/67 esime da ogni considerazione e commento.


MILANO, VIA PALESTRO, 27-7-93


Il 27-5-93 una pattuglia automontata dei Vigili Urbani di Milano si trovò a transitare, intorno alle 23,00, in via Palestro, con direzione Corso Venezia-Piazza Cavour. Ad un certo punto la pattuglia, composta dai vigili Cucchi Katia e Ferrari Alessandro, fu avvicinata da un gruppo di persone, che segnalarono la presenza, sulla stessa strada, di un'auto fumante.

In effetti, dopo pochi metri, i vigili scorgevano, sul lato sinistro della strada (avendo mente alla loro direzione di marcia), proprio di fronte al Padiglione di Arte Contemporanea (PAC)[28], una Fiat Uno di colore grigio parcheggiata col muso rivolto verso piazza Cavour (quindi, contromano). Notarono subito, all'interno dell'abitacolo, del fumo biancastro, che fuoriusciva da uno dei finestrini anteriori, lasciato leggermente aperto.

Richiesero immediatamente l'intervento dei pompieri, che giunsero infatti in pochi minuti (dal brogliaccio dei VV.FF. risulta che ricevettero la chiamata alle ore 23,04 e che giunsero sul posto alle 23,08). Erano in sette, e precisamente: Picerno Stefano (capo-partenza), La Catena Carlo, Pasotto Sergio, Abbamonte Antonio, Mandelli Paolo, Maimone Antonio, Salsano Massimo.

I vigili aprirono le portiere della vettura ed il fumo si dileguò rapidamente. Non avvertirono processi di combustione in atto.

Il capo-partenza Picerno ed il vigile Pasotto aprirono il portellone posteriore e videro, nel cofano, un involucro di grosse dimensioni, che occupava buona parte della bauliera. Era nastrato accuratamente con dello scotch da pacchi color avana, del tipo largo; sulla parte sinistra (per l'osservatore) fuoriuscivano uno o due fili, che scomparivano nell'abitacolo.[29]

Il Pasotto ebbe l'impressione che si trattasse di un ordigno esplosivo e comunicò questa impressione al Picerno. Il Picerno ordinò di evacuare la zona.

In effetti, i VV.UU Cucchi e Ferrari si allontanarono verso corso Venezia, arrestandosi all'incrocio tra via Palestro e via Marina; i VV.FF si allontanarono verso piazza Cavour di una ventina di metri circa, scesero dal mezzo su cui si trovavano e presero a svolgere il naspo.

Senonché, dopo qualche minuto, il V.U. Ferrari, su sollecitazione della Centrale Operativa del suo Comando, si riavvicinò all'auto per rilevarne il numero di targa; lo stesso fecero alcuni VV.FF., forse con l'intenzione di passare dall'altro lato della strada (dove si trovavano i VV.UU.). Proprio in quel momento l'auto esplose.

Morirono il V.U. Ferrari Alessandro; i VV.FF. Picerno Stefano, Pasotto Sergio e La Catena Carlo. Successivamente, sul lato opposto della strada, nei giardini pubblici antistanti alla Villa Reale, fu rinvenuto il cittadino marocchino Driss Moussafir, agonizzante (morirà durante il trasporto all'ospedale).[30] * [31]
Parecchi rimasero feriti.

Il V.F. Mandelli Paolo riportò un trauma acustico con perdita definitiva d'udito del 20% e tumefazioni in tutto il corpo.[32]
Il V.F. Abbamonte Antonio riportò la duplice frattura della tibia e del perone, sfondamento dei timpani ed altre lesioni. Rimase convalescente per nove mesi. [33]
Il V.F. Maimone Antonio riportò ipoacusia e lacerazioni agli arti inferiori e alla spalla. Rimase convalescente per 60 giorni. [34]
Il V.F. Salsano Massimo riportò lesioni varie e rimase convalescente anch'egli per 60 giorni. [35]
Il V.F. Ferrari Andrea si ferì ad una gamba durante le operazioni di soccorso. [36]
Piazza Luigi (persona rimasta sul posto a curiosare) rimase gravemente ferito ad una spalla.[37]

L'esplosione sconquassò la strada, un vicino distributore di benzina, il sistema di illuminazione pubblica e molte autovetture parcheggiate in zona[38]; frantumò i vetri delle abitazioni in un raggio di circa 200-300 metri e danneggiò il mobilio esistente all'interno delle stesse [39]; lesionò, senza demolirlo, il muro esterno del PAC.
Ma l'esplosione raggiunse la condotta del gas sottostante alla sede stradale, che prese fuoco. Per ore fiamme altissime si levarono al cielo senza che i VV.FF., intervenuti in forze, riuscissero a domare l'incendio; finché, alle 4,30 circa del 28-5-93, esplose anche una sacca di gas formatasi proprio sotto il PAC.

La seconda esplosione ebbe, sul padiglione, effetti molto più dirompenti della prima, in quanto lo sventrò completamente. In quel periodo era in preparazione una mostra di pittura che avrebbe avuto inizio nel settembre '93: l'esplosione danneggiò una trentina di opere presenti per l'occasione; alcune andarono completamente distrutte. [40]

Danni si ebbero altresì, per effetto sia della prima che della seconda esplosione, alla Villa Reale, al cui interno aveva sede la Galleria d'Arte Moderna, ricca di una significativa rappresentanza pittorica e scultorea dell'800 italiano (Aiez, Peliza da Volpedo, Segantini, Mosè Bianchi, ecc). Qui andarono divelti gli infissi e si frantumarono i vetri; danni vi furono anche alle strutture del sottotetto. Fortunatamente, subirono danni limitati le opere della Galleria (vi furono danni ad un gesso del Canova e ad alcune opere presenti in magazzino).

Tra i beni culturali vanno menzionati, infine, il Museo di Scienze Naturali, sito in corso Venezia, e la chiesa di S. Bartolomeo, sita in via Moscova: entrambi rimasero danneggiati, anche se in maniera non grave.[41]

Cause dell'esplosione

L'osservazione diretta dei testi oculari, di cui si è detto, la disamina degli effetti e le successive indagini consentono di affermare che l'esplosione di via Palestro fu dovuta, con certezza (se possibile) ancora maggiore che negli altri episodi di strage, ad una miscela di esplosivo ad alto potenziale collocata all'interno della Fiat Uno tg MI-7P2498, di proprietà di Esposito Letizia ed in uso (prevalente) al figlio Cavaliere Oreste.

Infatti, in prossimità della piazza Cavour, a circa 90 metri dal cratere, fu rinvenuto il blocco motore di una Fiat Uno.[42] Attraverso l'abbinamento motore-telaio fu possibile risalire alla vettura sopra indicata.

Inoltre, proprio nei pressi del cratere, fu rinvenuta dai VV.FF. la targa del veicolo anzidetto[43]. Infine, come in altre occasioni (di cui s'è avuto modo di parlare e ancora si parlerà) fu rinvenuto, nella zona dell'esplosione, un frammento cartaceo costituito dalla polizza assicurativa del veicolo in questione.[44].

Come si è appreso dalla deposizione di Cavaliere Oreste, sentito all'udienza dell'8-1-97, l'auto era stata da lui parcheggiata in via Baldinucci di Milano, nel quartiere Bovisa (che dista dalla via Palestro circa 10 minuti d'auto), nel pomeriggio del 27-7-93; era ancora al suo posto verso le 18,30 di quello stesso giorno (la notò, dopo essere uscito a piedi, mentre rientrava da via Imbriani).

L'esplosivo utilizzato risultò essere dello stesso tipo di quello rinvenuto in via Fauro (a Roma) e in via dei Georgofili (a Firenze).

Infatti, dalle analisi effettuate sia dal Centro Investigazioni Scientifiche (CIS) dei CC che dal Gabinetto di Polizia Scientifica della Questura di Roma emerse la presenza, nei reperti[45], di sei componenti organiche e di una componente inorganica. Ovvero:
- per quanto attiene alla componente organica: 1) nitroglicerina; 2) etilenglicoledinitrato; 3) dinitrotoluene; 4) tritolo; 5)pentrite; 6) T4;
- per quanto attiene alla componente inorganica: 1) nitrato di ammonio.

Le metodiche di analisi seguite furono quelle già indicate ed illustrate nelle pagine precedenti, vale a dire:
- la Spettrometria di massa abbinata alla Gascromatografia;
- la Termal Energy Analyzer applicata sia alla Gascromatografia che alla Cromatografia Liquida ad alta pressione.

La purificazione delle soluzioni da eventuali contaminanti fu ottenuta, anche in questo caso, con la Cromatografia su strato sottile (tecnica che consente di separare, all'interno di una miscela, i vari componenti, consentendo al chimico di vederli sotto varie forme, a seconda della strumentazione utilizzata).

Per individuare eventuali componenti inorganiche i consulenti operarono sugli stessi reperti già utilizzati per la ricerca delle componenti organiche.
Questi reperti, una volta essiccati, furono nuovamente solubilizzati con acqua e poi analizzati col cromatografo ionico abbinato ad un rivelatore conduttometrico, per la ricerca di eventuali ioni. Infatti furono identificati, per quanto riguarda i cationi, lo ione ammonio; per quanto riguarda gli anioni, lo ione nitrato (questi due elementi, da un punto di vista chimico, possono essere visti insieme nella formula del nitrato di ammonio).[46]

Da qui la conclusione, cui sono pervenuti i consulenti, che la carica di via Palestro era composta, probabilmente, da una gelatina commerciale contenente EGDN - NG - DNT e Nitrato di ammonio arricchita con una miscela di tipo militare contenente tritolo e T-4. Il tutto avvolto in una miccia detonante alla pentrite.

Il peso di carica è stato determinato dai consulenti tenendo conto di vari elementi; alcuni empirici, altri testimoniali. Di scarsissimo aiuto furono le dimensioni del cratere, perché esso era la risultante di due esplosioni successive (una dovuta all'autobomba, l'altra al gas).
Fu tenuto conto, quindi, delle deposizioni testimoniali in ordine alle dimensioni dell'involucro notato nella Uno; della densità media dell'esplosivo accertato; delle dimensioni del bagagliaio; delle demolizioni provocate dall'esplosione. Fu anche effettuata una prova di scoppio presso il centro di sperimentazione della PS, sito in Nettuno, utilizzando circa 90 Kg di esplosivo.
Il risultato dei vari accertamenti ha permesso di concludere, con sufficiente approssimazione, che in via Palestro fu utlizzata una carica di circa 90-100 Kg di esplosivo.[47]

Nulla fu trovato, in via Palestro, così come negli altri teatri di strage già descritti, circa il sistema di attivazione della carica[48]. La presenza del fumo, però, che attirò prima i passanti e poi i vigili urbani; la presenza dei fili descritti dai vari testimoni; nonché, infine, gli esiti di un esperimento giudiziale effettuato dal PM di Milano in data 8-10-93, hanno convinto i consulenti (e per essi questa Corte) che, nel caso in esame, fu utilizzata una miccia a lenta combustione, del tipo viblato o catramato (o di entrambi i tipi).[49]

Qualificazione giuridica dei fatti

I cinque morti e i molti feriti riconducono il fatto di via Palestro nel novero delle stragi pienamente riuscite. Va solo aggiunto, sotto il profilo del pericolo creato, che i morti potevano essere ancora di più se l'auto fosse esplosa qualche minuto prima, quando intorno alla vettura si affollavano anche i vigili urbani e i curiosi (il CT Ripani ha precisato che un'autobomba del tipo in esame può provocare effetti letali nel raggio di 100 metri e lesivi in quello di 200).

Ugualmente pacifica è la devastazione. Molteplici furono i beni mobili ed immobili danneggiati dall'esplosione (gli edifici di via Palestro e delle vie circostanti; l'arredo degli appartamenti; le opere d'arte custodite nella Galleria e nel PAC; il sistema della pubblica illuminazione; gli impianti di distribuzione della benzina esistenti sulla strada; la strada stessa; le auto in sosta). Non è dubitabile che proprio ad essi fosse diretta, in primo luogo, l'azione devastatrice.

Il furto dell'auto, la detenzione, il porto e l'uso degli esplosivi non abbisognano di alcun commento.

Ne consegue che devono ritenersi compiutamente integrate le fattispecie criminose contestate ai capi I-L-M-N della rubrica.



ROMA, PIAZZA S. GIOVANNI IN LATERANO, 28-7-93


Il 28-7-93, alle ore 0,03, vi fu, in piazza S. Giovanni in Laterano di Roma, un'altra esplosione, nell'angolo formato tra il Palazzo del Vicariato e la Basilica di S. Giovanni.

L'esplosione determinò l'apertura di un cratere di forma leggermente ovoidale, del diametro massimo di mt. 3,80 e minimo di mt. 3,20. Non fu possibile calcolarne la profondità (per la parte riconducibile all'esplosione) giacchè, al di sotto dello stesso, si sviluppava una galleria di servizio, alta mt. 2,80, la cui volta (corrispondente al pavimento della piazza) era spessa mt. 0,60.

Il centro del cratere era situato a mt. 7.80 dall'angolo formato dalla congiunzione tra il Palazzo del Laterano (ove ha sede il Vicariato di Roma) e la Basilica di S. Giovanni.

L'esplosione ebbe gravi conseguenze sugli edifici della piazza e sulla piazza stessa.
Infatti, andarono completamente distrutti arredi e suppellettili del piano terra del Palazzo del Vicariato. Al primo e secondo piano i danni furono meno evidenti, ma più gravi (rimase gravemente danneggiato il soffitto ligneo).

Danni irreparabili si ebbero agli affreschi che decoravano il nartece della Basilica, molti dei quali si polverizzarono; lo stesso dicasi per gli affreschi che decoravano il loggiato soprastante al nartece.

Danni gravi si ebbero all'interno della Basilica (alle pitture, ai preziosi confessionali, ai marmi del pavimento e delle pareti).
Distrutti o gravemente danneggiati rimasero gli infissi della Basilica e del Palazzo.

Danni minori, ma pur sempre significativi (rottura di vetri, distacchi di pareti, cedimento di contro soffittature) si verificarono in un raggio di almeno 100 metri. Ne furono segnalati, infatti, al Policlinico Militare del Celio, all'ospedale di S. Giovanni e in via Labigana.

Tra le vetture presenti in zona andò completamente distrutta una Opel Calibra; rimasero seriamente danneggiati 19 veicoli presenti nella piazza, tra cui parecchi Van (furgoni trasformati in camper), che si erano dati convegno quella sera.[50]

Fortunosamente, non ci furono vittime; ma varie persone rimasero ferite, più o meno gravemente.
Infatti, Lombardo Marcello, che lavorava presso il servizio di vigilanza di Città del Vaticano, riportò lesioni e fratture, che richiesero più di sei mesi di cure.[51]
Bastianelli Ezio riportò lesioni guarite in circa quattro mesi.[52]
Ferite minori, per lo più da taglio, riportarono Ciraolo Grazia, Bastianelli Emanuele, Cucinotta Fabrizio, Mazzitelli Maria Domenica, Rufini Patrizia, Vernile Mario.[53]

Sul luogo dell'esplosione accorse personale del Centro Investigazioni Scientifiche dei CC di Roma che, dopo aver isolato la zona, effettuò una accurata attività di repertazione, dividendo la zona in settori e provvedendo a raccogliere tutti gli elementi utili alle indagini (furono effettuati 128 prelievi numerati e fu "ramazzata" tutta l'area interessata dall'esplosione. Quindi, fu setacciato tutto il materiale così recuperato).[54]

Cause dell'esplosione

Anche in S. Giovanni l'esplosione fu provocata da una miscela di esplosivi ad alto potenziale collocata all'interno di una Fiat Uno. In questo caso, della Fiat Uno tg. Roma-8A6003 intestata alla Srl RC - Ristorazione Collettiva - con sede in S. Giovanni in Laterano, n. 26 e in uso all'amministratrice Mazzer Barbara.[55]

Infatti, nel cunicolo sottostante alla zona in cui fu collocato l'ordigno, fu rinvenuta una grossa parte del motore di una Fiat Uno contrassegnato dal telaio n. ZFA14600006625385.[56] Un'altra parte del motore fu trovata, invece, sui gradini del transetto destro della Basilica.[57] Gli accertamenti effettuati dalla PG tramite l'abbinamento motore-telaio portarono appunto all'auto della Mazzer.

Nei pressi del tombino che dava accesso al cunicolo suddetto fu rinvenuta una targa semi distrutta (RM 8A600...), mancante dell'ultimo numero.[58]

Infine, da personale della società Soltega, incaricata della pulizia delle cabine sotterranee devastate dall'esplosione, furono rinvenuti frammenti cartacei riconducibili sicuramente all'auto in questione ( parte del libretto di circolazione, su cui sono ben visibili il n. di telaio ed il n. del libretto dell'autovettura; stralcio del cedolino di assicurazione, su cui è ben visibile il n. di targa)[59].

Il rinvenimento di tutti questi reperti nelle immediate vicinanze del cratere non lascia dubbi circa il veicolo utilizzato per l'attentato.

L'autobomba fu sicuramente collocata nell'angolo tra il Palazzo del Vicariato e la Basilica di S. Giovanni, sopra il cratere, con la parte anteriore rivolta verso il Palazzo del Vicariato e leggermente inclinata verso la Basilica. Ciò si desume, per via logica, dal sito in cui fu trovato il motore della stessa.

Le indagini qualitative sugli esplosivi, effettuate dal CIS di Roma in collaborazione con la Polizia Scientifica della Questura di Roma, rivelarono la presenza, anche in questo caso, nei reperti, di EGDN - NG - DNT - TNT - PETN e T-4 [60].

Stante la ben nota impossibilità di risalire alla precisa conformazione della carica originaria in base ai residuati dell'esplosione i consulenti, avvalendosi dei dati della comune esperienza e di quella loro personale, hanno stimato che la carica fosse costituita da candelotti di dinamite-gelatina (EGDN - NG - DNT) con l'aggiunta di un altro esplosivo a base di RDX e TNT (probabilmente, Compaund-B). Il tutto "busterizzato" con miccia detonante alla pentrite.

Il peso di carica fu determinato dai consulenti in base alle frammentazioni prodotte dall'esplosione. Non era utilizzabile, infatti, l'elemento cratere, perché sotto lo stesso correva, come s'è detto, un cunicolo che assorbì parte dell'energia prodotta dall'esplosione; né l'elemento rappresentato dagli effetti a distanza, perché buona parte dell'onda pressoria si liberò verso la piazza (cioè, verso uno spazio aperto, in cui non sono apprezzabili le modificazioni ambientali), mentre quella che chi si orientò verso il Palazzo del Vicariato sfiatò nelle vaste camere dell'edificio, dopo aver infranto le finestre.
Con un'approssimazione leggermente maggiore che negli altri casi il peso fu stimato, comunque, in circa 120 kg di esplosivo.

Nulla fu rinvenuto circa il sistema di attivazione e di innesco della carica, anche se il tipo di obiettivo (fisso) scelto dagli attentatori fa propendere per un sistema a tempo (miccia a lenta combustione o temporizzatore).

Sicuramente l'esplosivo era stato collocato nella parte posteriore del veicolo perché, in questo come negli altri casi, la ricostruzione del veicolo in scala reale operata da personale dello stabilimento Fiat di Termini Imerese presso l'Autoparco della Polizia di Stato di Farfa Sabina con i reperti a disposizione consentì di ricostruire ( anche se solo parzialmente) la parte anteriore del veicolo (furono collocati al loro posto motore, radiatore, ventola, cofano motore, portiere anteriori, pedaliera, leva del cambio, ecc.), mentre nulla fu rinvenuto della parte posteriore: segno evidente che l'esplosione si era verificata in questa parte del veicolo, disintegrandola.
Non è possibile dire, però, se l'ordigno fosse stato posto sul sedile posteriore della vettura, nel bagagliaio o, ancora, nello spazio tra il sedile posteriore e quelli anteriori.[61] * [62]

Qualificazione giuridica dei fatti

Per la strage va ripetuto quanto già detto a proposito di via Fauro in ordine agli elementi costitutivi della fattispecie. Vale a dire, che il reato è integrato dal compimento di atti che pongano in effettivo pericolo l'integrità di un numero indeterminato di persone.

Non c'è dubbio che al Laterano solo un fortunoso concorso di circostanze evitò che, oltre ai beni materiali, fosse compromessa anche la vita di molte persone. Infatti, il Lombardo, di cui s'è detto tra i feriti, era transitato nei pressi dell'autobomba solo qualche secondo prima dell'esplosione; tutta la piazza era piena di gente (popolo dei Van, comprensivo di donne e bambini, che s'erano dati convegno per quella sera).
Nei fatti del Laterano sono ravvisabili senz'altro, perciò, gli elementi oggettivi del reato di cui all'art. 422 cp.

La devastazione si apprezza già dall'osservazione dei rilievi fotografici effettuati dalla PG ed è sicuramente integrata dai danni che sono stati sopra descritti.

Il furto e la detenzione degli esplosivi non hanno bisogno di alcun commento.


ROMA, VIA DEL VELABRO 28-7-93, ORE 0,08


Alle ore 0.08 del 28-7-93 vi fu in Roma, in via del Velabro, l'ultimo attentato dinamitardo dell'anno.

L'esplosione generò sul selciato della strada un cratere di forma leggermente ovoidale, col diametro massimo di cm 280, quello minimo di cm 230 e la profondità di cm 110.[63]

Gravissimi furono, come sempre, i danni al contorno. La Chiesa del Velabro, interessata in forma primaria dagli effetti dell'esplosione, subì il crollo del portico antistante alla strada, lo sfondamento del portale d'ingresso, il crollo dell'intonaco della facciata, l'abbattimento di alcune pareti interne, il crollo di una parte delle capriate del tetto e del contro soffitto della sagrestia, l'abbattimento di vari infissi.[64]

Accanto alla chiesa v'era un istituto (casa Colbe) in cui alloggiavano sette religiosi dell'Ordine dei Padri Crocigeri. Qui l'onda d'urto e le schegge prodotte dall'esplosione sconvolsero la facciata dell'edificio; scardinarono le imposte e gli infissi esterni, nonché le porte di comunicazione tra il corridoio e la sagrestia e la finestratura rivolta verso il giardino; determinarono crolli parziali di tramezzi e di soffitti.

Gravi danni subirono pure l'edificio sito in fondo a via del Velabro (civico 4) e quello antistante (civico 5): entrambi riportarono danni alle coperture (parzialmente crollate) e agli infissi.

Di fronte alla chiesa v'era l'autoparco del comune di Roma. Qui, oltre ai soliti danni relativi alle imposte esterne, si produssero crepe profonde nei controsoffitti; ai piani superiori vi furono crolli parziali dei soffitti.

Danni minori, relativi soprattutto alle vetrature e alle soffittature, si verificarono sugli altri edifici di via S. Teodoro (soprattutto ai civici 64-66-68-74-76).

Distrutti o danneggiati furono gli arredi e le suppellettili della chiesa e di numerose abitazioni.
Circa 15 automobili parcheggiate in zona (soprattutto di fronte all'arco di Giano) subirono danni più o meno gravi alla carrozzeria, ai fari e ai vetri.[65]

Infine, alcuni religiosi della casa Colbe e alcuni abitanti della zona rimasero feriti, in maniera non grave. Lesioni riportarono, in particolare, il Rettore Generale dei Crocigeri, un consigliere dello stesso Ordine e un ospite indonesiano presente nel convento, nonché Bortolozzi Paola e Pistolesi Franco (abitanti in via S. Teodoro, n. 64).[66]

Sul posto intervenne personale della Polizia Scientifica della questura di Roma che, dopo i primi interventi di soccorso delle persone e di assicurazione della "scena del crimine", effettuò una capillare attività di ricerca e di repertazione dei prodotti dell'esplosione.
A tal fine, per meglio localizzare e descrivere i reperti, divise la zona in settori (in numero di 17, con inizio da via S. Teodoro). Le successive analisi furono effettuate, presso il laboratorio di analisi della Polizia Scientifica di Roma, dai consulenti tecnici nominati dal PM in data 2-8-93.[67]

Cause dell'esplosione

Anche in S. Giorgio al Velabro l'esplosione fu provocata da una miscela di esplosivo ad alto potenziale collocata all'interno di una Fiat Uno. Si trattò, in questo caso, della Fiat Uno, di colore bianco, tg. Roma 91909Y, di proprietà di Brugnetti Maurizio e in uso allo stesso.[68]

Infatti, proprio di fronte all'Arco di Giano (nel settore 11 della mappatura di zona effettuata dalla PG) fu rinvenuto il motore dell'auto in questione, contrassegnato dal n. UNL M2047858830, nonché la targhetta identificativa del telaio.
Sulla porta della chiesa del Velabro (nel settore 7) furono rinvenuti la carta di circolazione ed il foglio complementare dell'autovettura tg Roma 91909Y.
Infine, nel settore 8, dopo la rimozione delle macerie, fu rinvenuta la targa dell'auto in questione, perfettamente leggibile.[69](CONTROLLARE).

Tutti questi elementi e le successive indagini effettuate dalla PG (che ha accertato la pertinenza del motore all'auto del Brugnetti) consentono di affermare, senza ombra di dubbio, che l'auto esplosa in via del Velabro era proprio quella di Brugnetti Maurizio.

Le indagini analitiche effettuate dai consulenti hanno rivelato la presenza, nei reperti:
- per quanto attiene alla parte organica, di EGDN - NG - NT - TN - PETN e T-4;
- per quanto attiene alla parte inorganica, di Nitrato di ammonio.[70]

Si è già detto dell'impossibilità di risalire dalle specie esplodenti rinvenute nei reperti alla composizione della carica originaria. Tuttavia, avvalendosi dei dati della comune esperienza e di quella loro personale, i consulenti hanno ipotizzato l'uso, in via del Velabro, di una miscela composta di gelatina commerciale con l'aggiunta di RDX o di Compound-B, ovvero un "cocktail" di esplosivi di varia natura. In ogni caso con l'aggiunta di una miccia detonante alla pentrite.[71]

Il peso di carica è stato stimato dai consulenti in circa 100 Kg. A tale risultato sono pervenuti per due vie differenti.
Per un verso, tenendo conto delle dimensioni del cratere, del tipo di esplosivo e delle caratteristiche del fondo stradale e facendo applicazione di formule matematiche tratte dal manuale tecnico per i Pionieri di Fanteria e delle Truppe Corazzate (sono pervenuti per questa via al risultato di circa 95 kg di esplosivo); per l'altro verso, tenendo conto dell'effetto di frammentazione prodotto sull'autovettura e confrontandolo con gli effetti prodotti su autovetture dello stesso tipo fatte esplodere con cariche di quantità e qualità note.

La collocazione dell'ordigno era sicuramente nella parte posteriore della Uno. Ciò si desume facilmente dal tipo di frammentazione subito dal veicolo che, in questo come negli altri casi, è stato "ricostruito" in data 24-1-94 nell'Autoparco della Polizia di Stato di Farfa Sabina con l'ausilio di un tecnico Fiat utilizzando i frammenti rinvenuti nella zona dell'esplosione. Anche in questo caso è stata ricostruita quasi interamente la parte anteriore del veicolo, essendo stati rinvenuti pezzi del vano motore, dei comandi di guida, delle ruote; mentre nulla fu trovato della parte posteriore.

Non hanno però potuto precisare i consulenti se l'ordigno era collocato sui sedili posteriori o nel vano bagagli, anche se ragioni di sicurezza (per gli attentatori) fanno ritenere più plausibile quest'ultima ipotesi. [72]

Per verificare il risultato dei calcoli sul peso della carica e sulla collocazione dell'esplosivo i consulenti nominati dal PM effettuarono una prova campale presso il Centro Militari Esperienza per l'Armamento di Nettuno in data 26-11-93. In questa occasione fu fatta esplodere una Fiat Uno 45 su cui era stata collocata, nel vano bagagli, una miscela di esplosivo composta di 75 kg di Gelatina e 35 kg di Compound-B (composto di Tritolo e T-4), con 5 metri di miccia detonante alla Pentrite.
Gli effetti dell'esplosione (sotto il profilo della forma e le dimensioni del cratere; il numero, la dimensione e la direzione di proiezione delle schegge) furono sostanzialmente coincidenti con quelli di via del Velabro. [73]


Qualificazione giuridica dei fatti

Anche al Velabro fu creato un pericolo concreto per l'incolumità di un numero indeterminato di persone.

Da Avena Nazareno si è appreso, infatti, che passò davanti alla chiesa pochi minuti prima dell'esplosione;[74] da Gesmundo Stefania che, in compagnia di un amico, transitò all'angolo tra la chiesa del Velabro e la via S. Teodoro intorno alla mezzanotte;[75] da Vergori Fabio che era nella via del Velabro, insieme ad altra persona, quando ci fu l'esplosione.[76]
Ma questi dati, desumibili dalle dichiarazioni dei testimoni sentiti, per quanto significativi, non danno un'idea esaustiva delle potenzialità dell'attentato, perché occorre tener conto, tra l'altro, del fatto che l'esplosione fu provocata nel centro storico di Roma, nei pressi di un residence (il residence "Velabro") e in una stagione in cui le persone sogliono trattenersi fuori casa fino a tarda notte. Si comprende facilmente, quindi, che le conseguenze avrebbero potuto essere ben più pesanti anche in termini di vite umane.
Il mezzo usato, poi, non lascia dubbi sulla volontà omicida. Ne consegue che sussistono gli estremi della strage.

Di devastazione parlano ampiamente i danni già descritti. Il furto delle vetture e i reati relativi agli esplosivi sono pacifici.

In conclusione, tenuto conto di quanto è già stato detto sui fatti del Laterano, deve dirsi che sono compiutamente integrate le fattispecie criminose contestate ai capi O-P-Q-R della rubrica.



FORMELLO, 14-4-94


In data 14-5-94, verso le ore 17,00, il teste Rossetti Fernando notò, nella cunetta fiancheggiante la strada provinciale Formellese, in provincia di Roma, all'altezza del km 3,800, una carica esplosiva coperta con erba tagliata di fresco.

L'ordigno si trovava sulla sinistra della strada, in direzione Roma-Formello, a circa 10 metri dal bivio per la via S. Cornelia. Era composto di tre corpi solidi legati tra loro e avvolti con scotch da imballaggio, più una batteria d''uto.

Il Rossetti chiamò il cognato Costa Raffaele ed insieme avvertirono i carabinieri della stazione di Formello e, poi, il 112. I militari della stazione di Formello giunsero sul posto circa un'ora dopo la scoperta dell'ordigno esplosivo, verso le ore 18. Successivamente, giunsero sul posto i CC del Nucleo Operativo di Bracciano (cap. De Dona e col. Piagentini), nonché l'artificiere antisabotaggio, mar. Panara.

I tecnici del Nucleo Operativo dei CC di Bracciano eseguirono le riprese fotografiche della zona e dell'ordigno, per come si presentava all'apparenza.[77]

Il mar. Panara cercò, in un primo momento, di disinnescare l'ordigno manualmente. Poi, resosi conto della pericolosità dello stesso e constatata la difficoltà dell'operazione, provò a disattivarlo con due cannoncini ad acqua.
Orientò uno dei cannoncini su due piccole batterie da 4,5 volts che componevano la carica, per disintegrarle.
Il tentativo provocò, però, l'innesco dell'ordigno, che scoppiò. Erano le ore 19,30 circa.

L'esplosione provocò gravi danni alla sede stradale e alle opere di recinzione., nonché danni, non gravi, alle abitazioni circostanti. Furono danneggiate, in particolare, le abitazioni di Alivernini Francesco, sito in via S. Cornelia, n. 1; quella di Leo Luigi, sita allo stesso indirizzo; quelle di Tozzi Francesco, Rossetti Maurizio, Rossetti Luciano, site al km 3,800 della via Formellese; quella di Rossetti Maria, sita al km 3,990 della via Formellese.[78]

Intervennero sul posto, verso le ore 20,00, i Carabinieri del CIS di Roma, i quali provvidero a delimitare tutta la zona e ad effettuare le necessarie campionature di terra, asfalto e materiale vario, in vista delle successive analisi (raccolsero 39 campioni).
Fu accertato che l'esplosione aveva provocato un cratere di forma ellissoidale con assi, rispettivamente, di mt 6,00 e mt 4,70 e profondità variabile (tra 0,33 e 0,72 mt.).[79]

Alle ore 23,00 del 14-4-94 intervenne sul posto anche personale del Servizio di Polizia Scientifica della Questura di Roma, che effettuò ulteriori repertamenti.[80]

Le successive analisi dei campioni, effettuate dai Consulenti Tecnici nominati dal Pubblico Ministero (dr. Gianni Giulio Vadalà dott. Giovanni Delogu) con la tecnica della Gascromatografia con rivelatore di Spettrometria di massa e della Gascromatografia con Rivelatore Thermal Energy Analizer evidenziarino la presenza, nei reperti, di tracce di EGDN (Etilenglicole di Nitrato), NG (Nitroglicerina) e DNT (Dinitrotoluene).
Altre analisi affettuate col sistema della Cromatografia Ionica evidenziarono un arricchimento dello ione ammonio nei materiali tratti dal cratere (questi materiali rivelarono la presenza di ione ammonio in misura notevolmente superiore a quelli tratti dal terreno non interessato dall'esplosione.

Non furono trovate tracce idonee a risalire al tipo di innesco della carica.

Ciò ha fatto ritenere ai consulenti suddetti che a Formello fu impiegata, nell'attentato, una dinamite commerciale (appartenente alla famiglia delle Gelatine).
Il peso della carica è stato stimato in 90 kg circa. L'esplosione di una carica siffatta è in grado di provocare effetti letali sul corpo umano fino ad una distanza di metri 40 circa ed effetti genericamente lesivi fino ad una distanza di metri 250 circa.[81]

Qualificazione giuridica dei fatti.

Anche a Formello fu posto in essere l'elemento oggettivo della strage. Qui, si è visto, furono lasciati, in una cunetta adiacente alla pubblica via, circa 90 kg di esplosivo.
Le potenzialità di un simile quantitativo di esplosivo sono stati compiutamente descritti dai consulenti del PM: effetti letali nel raggio di circa 50 metri per la proiezione di schegge primarie; effetti lesivi genericamente nel raggio di circa 250 metri.[82]
Si trattò, inoltre, di esplosivo lasciato nelle adiacenze di una pubblica via, molto transitata.
L'ordigno (perché di questo si trattava) era sicuramente idoneo a porre in pericolo la vita di un numero indeterminato di persone.

I danni subiti dalla sede stradale, dalle opere di recinzione, dalle abitazioni circostanti (furono danneggiate anche quelle che si trovavano e centinaia di metri di distanza) fanno ritenere integrato anche l'elemento oggettivo della devastazione.

La detenzione e il porto dell'esplosivo sono incontestabili.


PARTE SECONDA


In questa parte verranno riportate, senza commento, le dichiarazioni dei collaboratori principali che hanno parlato dell'esecuzione delle stragi.
Ciò servirà ad introdurre l'argomento con le parole degli stessi esecutori che hanno scelto la strada della collaborazione.

Si tratta, complessivamente, di 13 collaboratori:

1. Scarano Antonio, esaminato nelle udienze dell'11-12-17-18-21 marzo 1997;
2. Carra Pietro, esaminato nelle udienze del 24-25-27-28 febbraio e 3-3-1997;
3. Ferro Vincenzo, esaminato nelle udienze del 5 e 6 marzo 1997;
4. Ferro Giuseppe, esaminato nelle udienze del 16 e 18 dicembre 1997;
5. Sinacori Vincenzo, esaminato all'udienza del 25-9-97;
6. Geraci Francesco, esaminato all'udienza del 9-6-97;
7. Romeo Pietro, esaminato nelle udienze del 3 e 4 ottobre 1997;
8. Di Natale Emanuele, esaminato all'udienza del 28-1-98;
9. Siclari Pietro, esaminato all'udienza del 3-6-97;
10. Maniscalco Umberto, esaminato all'udienza del 3-6-97;
11. Grigoli Salvatore, esaminato nelle udienze del 13-14-15 ottobre 1997;
12. Brusca Giovanni, esaminato nelle udienze del 13-14-15-19-23 gennaio 1998;
13. Monticciolo Giuseppe, esaminato all'udienza del 16-10-97 (fasc. n. 223).

Tutte queste persone hanno reso dichiarazioni molto ampie e circostanziate sulla loro vita, sulla loro collocazione criminale, sulle modalità del loro coinvolgimento nelle stragi.
In questa parte della sentenza verrà riportato, però, solo ciò che dicono in relazione alle stragi. Al fine di rendere comprensibile ciò che dicono verranno, prima, brevemente presentati, per dare riconoscibilità alla fonte.

Oltre a costoro altri soggetti (in genere, imputati ex art. 210 cpp) hanno fornito informazioni rilevanti per la ricostruzione dei singoli episodi. Si tratta, però, in genere, di dichiarazioni relative a fatti specifici, prive del carattere di "generalità" che hanno, quasi sempre, le dichiarazioni dei collaboratori sopra menzionati.
Per questo, per evitare di appesantire questa parte della sentenza e di frammentare le dichiarazioni di questi ultimi collaboratori, verrà seguito il criterio di utilizzare i contributi di costoro direttamente nella parte valutativa.

CAPITOLO PRIMO: L'ATTENTATO A COSTANZO MAURIZIO

L'attentato a Costanzo Maurizio è stato raccontato, fondamentalmente, da tre collaboratori: Scarano, Sinacori e Geraci.
Il racconto di costoro è partito da lontano. Praticamente, da settembre del 1991, allorché Riina Salvatore comunicò, in una riunione, la decisione di uccidere il giornalista.
A questa riunione seguì un primo tentativo, svoltosi tra il 24-2-92 e il 5-3-92, di uccidere Costanzo. Intervenne poi una pausa molto lunga, nel corso della quale fu commesso un altro reato non collegato ai fatti per cui è processo, ma estremamente significativo per comprendere in che modo i vari protagonisti di questo processo strinsero i legami tra loro (un traffico di hascisch posto in essere ad aprile del 1993, a cui partecipò anche Carra Pietro).
La pausa si concluse con la ripresa dell'iniziativa contro Costanzo, a maggio del 1993.

Prima di lasciare la parola ai protagonisti di questa vicenda conviene dare alcune coordinate "primarie" sui collaboratori sopra nominati (anche se su di loro si ritornerà nel prosieguo).

Scarano Antonio è originario di Dinami, in provincia di Catanzaro, ed ha lavorato in Germania per vari anni. Nel 1973 si trasferì a Roma e qui visse di reati vari: usure, spaccio degli stupefacenti. Alla fine degli anni '80 entrò in contatto, come egli stesso dirà (vedi parte quarta), con Messina Denaro Matteo, autorevole esponente della mafia trapanese (era il "rappresentante" provinciale di "cosa nostra") e commise, agli inizi degli anni '90, due omicidi per conto di costui. Dopodicché fu coinvolto, come dirà, nei fatti per cui è processo.
Fu arrestato il 3-6-94 e prese a collaborare l'1-2-96.

Sinacori Vincenzo ruotava nell'orbita della mafia di Mazara del Vallo (in provincia di Trapani) a partire dagli inizi degli anni '80. Poi fu fatto "capomandamento" di Mazara del Vallo nel 1992, dopo l'arresto di Mariano Agate, il suo capomandamento.[83]
Fu arrestato nel luglio del 1996 e prese a collaborare a settembre dello stesso anno.

Geraci Francesco gestiva una gioielleria a Castelvetrano, in provincia di Trapani. Alla fine degli anni '80 si avvicinò a Messina Denaro Matteo e da allora prese a ruotare intorno a costui. Attraverso il Messina Denaro fu coinvolto nei fatti per cui è processo.
Fu arrestato il 29-6-94 e prese a collaborare il 6-9-96.

Carra Pietro è un autotrasportatore, figlio e fratello di altri autotrasportatori, quasi certamente inseriti nella mafia di Brancaccio, un quartiere di Palermo.
Fino al mese di aprile del 1993 egli era vissuto ai margini del mondo mafioso che l'attorniava, pur essendosi prestato, in qualche occasione, a effettuare trasporti illeciti. Prese ad effettuare trasporti importanti per conto dei mafiosi di Brancaccio proprio ad aprile del 1993 (con un carico di hascisch). Subito dopo divenne l'autotrasportatore che scaricò in varie città italiane l'esplosivo per le stragi.
Fu arrestato il 6-7-95 e prese a collaborare il 31-8-95.

Il racconto di Scarano, che abbraccia un lungo periodo (dagli inizi del 1992 al mese di maggio del 1993), verrà diviso in tre parti, per rispettare la successione cronologica degli avvenimenti.

Scarano Antonio (I parte). Dice lo Scarano che, agli inizi del 1992, mentre si trovava a casa sua, a Roma, ricevette una telefonata da una persona che diceva di chiamare a nome di Enzo Pandolfo, da lui conosciuto tempo prima. Questa persona gli disse di portarsi in Sicilia, all'uscita dell'autostrada di Castelvetrano, dove v'era un distributore di benzina.

In effetti, egli ci andò con la sua auto, una Audi a gasolio, ma non ricorda se fece il viaggio interamente per terra o anche, in parte, per mare.
Giunto all'area di servizio di Castelvetrano fu avvicinato da certo Beppe Garamella (o Sgaramella), che egli non aveva mai visto o sentito prima.
Questa persona gli disse di lasciare l'auto sul posto o lo portò, con la sua, a Castelvetrano. Beppe viaggiava con un'Alfa 164.

A Castelvetrano fu portato nella gioielleria dei f.lli Ierace (si tratta, in realtà, dei f.lli Geraci, ma lo Scarano non è mai preciso sui nomi, probabilmente per una scarsa attenzione agli stessi), dove trovò Messina Denaro Matteo. Dopo cinque minuti giunse anche il Pandolfo, che gli disse di essere latitante.
Ci fu una conversazione tra Pandolfo, Scarano e Messina Denaro, nel retrobottega, a cui non parteciparono né assistettero il Garamella, né i f.lli Geraci. Il Pandolfo gli chiese di impegnarsi per tutto quanto Matteo poteva aver bisogno sulla piazza di Roma.

In effetti, gli chiesero di impegnarsi per trovare un appartamento da affittare a Roma. Allorché si lasciarono, Matteo gli diede l'indirizzo di una agenzia ai Parioli (a Roma) e 20 milioni, che gli furono consegnati da uno dei f.lli Geraci (su ordine di Matteo).
L'indirizzo dell'agenzia era segnato su un foglio che gli diede Matteo. L'appartamento doveva essere trovato in zona Parioli.
In ordine al luogo dell'incontro, dice lo Scarano che, fuori della gioielleria, v'erano telecamere che controllavano tutta la strada. Capì anche che c'era una parete girevole che consentiva la fuga in giardino, in caso di necessità.

In effetti, il giorno successivo, tornato a Roma, si portò nell'agenzia che gli era stata indicata e concluse un regolare contratto di commissione. L'agenzia, però, non fu in grado di procurargli alcunché.
Allora, egli si portò a Triscina per rendere edotto il Messina Denaro dell'esito della missione. Questi gli disse di lasciar perdere tutto.

Senonché, dopo qualche tempo, ma sempre agli inizi del 1992, una sera si portarono a casa sua il solito Beppe Garamella insieme a tale Massimino Alfio, compare del Garamella, i quali lo condussero presso un centro commerciale di Roma (il centro commerciale "Le Torri"), dove Alfio lavorava. Ciò avvenne verso le ore 22,00.
In questo centro lo Scarano incontrò Matteo Messina Denaro, il quale gli chiese nuovamente di attivarsi per trovare un appartamento (il discorso avvenne solo tra lui e Messina Denaro).
Questo incontro avvenne nell'ufficio di Alfio Massimino.

Egli parlò allora con un suo amico, tale Giacomino Croce (o Santa Croce o Gesù Cristo. Siamo alle solite: si tratta in realtà di Gesù Giacomino), che abitava nella sua stessa zona (a Torremaura), il quale gli disse che aveva per le mani l'appartamento della madre, che si era recata in Abruzzo in quel periodo, e gliene offrì la disponibilità per una quindicina di giorni. Al Giacomino disse che si trattava di amici suoi in trasferta a Roma.
Questo appartamento si trovava nella stessa strada e nello stesso stabile in cui abitava il Giacomino, nei pressi del bar di Torremaura.
Fece presente la cosa a Messina Denaro, che la trovò interessante e confacente ai suoi bisogni.
Precisa che aveva già conosciuto l'Alfio, tramite Beppe Garamella.

Avuta la disponibilità dell'appartamento, Messina Denaro tornò dopo alcuni giorni dalla Sicilia, con un camion, insieme a tale Enzo Sinacori, che egli non conosceva. Enzo aveva i capelli ricci, statura normale, età sui 35-38 anni ed era trapanese o palermitano. Aveva comunque lo stesso accento di Matteo.
Guidava una Y10 di colore bianco, targata Roma.

Sul camion c'erano l'autista e il figlio.

Tutti si portarono direttamente a casa sua, di cui avevano l'indirizzo. Questa la prima dichiarazione di Scarano, resa all'udienza dell11-3-97.
Successivamente, però, in un lampo di memoria, lo Scarano ha ripreso il discorso ed ha dichiarato che egli, insieme a Sinacori e Messina Denaro, si fece incontro al camion sul raccordo anulare di Roma.
Questo, infatti, il suo discorso:

"Ecco. Io adesso ho ricordato che il Messina Denaro con Enzo Sinacori son arrivati la mattina verso le 10.00-10.30 a casa mia. Hanno pranzato a casa mia. Nel pomeriggio verso le tre e mezza-le quattro siamo andati sull'accordo anulare all'uscita della Roma-Napoli e siamo andati a prendere questo camion. Questo camion con l'esplosivo e le armi.
...Siamo andati vicino casa mia a scaricare dietro casa mia, è stato scaricato tutto dentro la Y10. Si è fatto il giro del fabbricato, dell'isolato e con la Y10 carica, la Y10 quando siamo arrivati al portone dove io abito, siccome sopra c'è una mensola, una mensolina di cemento non si vede, la macchina è andata quasi dentro vicino al gradino della porta, non si vedeva niente di fuori...
... e abbiamo scaricato questa macchina. Proprio perché non... e l'abbiamo portata giù in cantina. Comunque il camion non è venuto direttamente a casa mia, bensì siamo andati a prenderlo sull'accordo anulare, all'uscita della Roma-Napoli. Questo volevo dire." [84]

Il camion fu quindi scaricato dietro casa dello Scarano. Scaricarono un sacco di stoffa militare, che si chiudeva tirando una cordicella, pieno di armi militari, e due-tre-quattro sacchetti di esplosivo, di circa 30-40 kg ciascuno.
Il sacco delle armi era "bello grosso", il che significa che ce n'erano parecchie. Lo Scarano non vide di che armi si trattava, perché il sacco rimase sempre chiuso; ma dall'esterno, toccandolo, si capiva che erano armi.
Lo stesso Messina Denaro, comunque, gli confermò che si trattava di armi ed esplosivo.

Il tutto fu caricato sulla Y10, fu portato a casa dello Scarano e sistemato nella cantina comune del condominio, sotto materiale e cianfrusaglie varie (brande, vecchie porte, ecc.). Detto locale era adibito, un tempo, a lavanderia, ma da tempo nessuno lo frequentava più.
Dice, in relazione a questo scantinato:

"...nei primi anni '75-80 era ancora usato di qualcheduno del condominio, tutto il condominio. Però, da sette-otto anni a questa parte, lì sotto non ci andava più nessuno. Ci andava soltanto qualcheduno che buttava una rete, oppure che buttava una porta. E basta.
...Ma io stavo molto attento quando c'era quel materiale lì sotto, stia tranquillo.
... le chiavi ce l'avevano tutti. Però io ero sicuro al cento per cento che non ci andava più nessuno lì sotto."[85]

Lo Scarano descrive così il camion utilizzato per il trasporto:

"Era un camion normale, incassonato. Però secondo me ci stava dietro la cabina tipo un doppio fondo. che il figlio dell'autista praticamente è andato sul camion, e quasi non si vedeva dove è sceso sul cassone.... ho visto che c'era qualcosa tipo un armadio, non lo so com'era fatto... C'erano fuori 'ste armi con 'sti sacchetti diciamo, di esplosivo. Ed ero io, Matteo, questo Enzo e il proprietario del camion e il padre. Perché erano padre e figlio".

Il "doppio fondo", dice Scarano, era appoggiato al retro della cabina.
In sede di controesame ha precisato che il camion era targato, probabilmente, Trapani.

Sistemato il materiale, accompagnò i due (Messina Denaro e Sinacori) nell'appartamento di Gesù Giacomino, in cui portò (o aveva portato. Lo Scarano non è preciso sul punto) anche una branda e un materasso

L'indomani tornò in detto appartamento e vi trovò, oltre alle solite persone, anche due napoletani (capì che si trattava di napoletani dalla parlata). Mentre si trovava lì sentì dire da Messina Denaro ad uno di essi, che si stava vestendo: "Nuvoletta, guarda, non andare su, lascia stare, perché oggi è giovedì".
Il PM gli ha contestato di avere invece dichiarato, in altro interrogatorio[86]: "E' inutile che vai oggi fuori, oggi è giovedì e la trasmissione non c'è", ottenendo la seguente risposta: "Esatto.Esatto...Ricordo benissimo, ci ha detto:non ti vestire, tanto oggi è giovedì e la trasmissione non c'è".

In questo appartamento non tornò più, perché Messina Denaro gli ingiunse di non metterci più piede. In caso di necessità l'avrebbe contattato lui.

In effetti, egli non si fece più vedere. Dopo alcuni giorni apprese da Gesù Giacomino che se n'erano andati, senza avvertire e senza salutare.
Dice infatti lo Scarano:[87]

"...Io non so nemmeno quanto sono stati lì. Perché io sono andato il giorno che l'ho accompagnati, sono andato l'indomani mattina un'altra volta se aveva bisogno di qualche cosa. Messina denaro Matteo mi ha detto: 'tu qui, non ci devi venire. Se c'ho bisogno di qualche cosa, ti vengo io a trovare'.
Da quel momento in poi non li ho più visti. Infatti quando sono andati via, adesso non ricordo 10 giorni o 15 giorni, 8 giorni, una settimana, o 5 giorni, ho incontrato il proprietario della casa che mi ha detto: 'sai, quegli amici sono andati via, quegli amici tuoi. Hanno lasciato un sacco di latte, dice, e biscotti'.
E io ci ho risposto: 'mangiali'. Tutto qui. Non ho saputo più niente."

Tutto ciò si svolse, ha detto Scarano, nei primi mesi del 1992 (quindi, nel periodo di gennaio-marzo 1992).

Per sdebitarsi con Giacomino gli regalò un po' di droga ("Io gli ho regalato un po' di cocaina. Perché gli ho detto se voleva soldi, mi ha detto di no. Ho comprato 50 grammi, 100 grammi non mi ricordo adesso. E gliel'ho regalata, sapendo che lui faceva uso, non lo so, la vendeva")[88].

Sinacori Vincenzo. Il Sinacori ha iniziato il suo discorso sull'attentato a Costanzo parlando della riunione di Castelvetrano dell'autunno del 1991.

Riunione di Castelvetrano Dice il Sinacori che, verso il mese di settembre-ottobre del 1991, intervenne ad una riunione che si svolse a Castelvetrano, in una proprietà di campagna di Salvatore Riina, cui badava un "uomo d'onore" di Santa Ninfa, certo Pietro Gianbaldo.
A questa riunione parteciparono lui e Mariano Agate, nonché Matteo Messina Denaro, Giuseppe Graviano, Filippo Graviano e Salvatore Riina.

Mariano Agate era il "rappresentante" della sua "famiglia" (Mazara del Vallo) ed anche il "capomandamento" di Mazara, che comprendeva le famiglie mafiose della stessa Mazara del Vallo, nonché di Marsala, Salemi e Vita. Fu l'Agate a condurlo a questa riunione.

Messina Matteo Denaro era figlio di Francesco Messina Denaro, "rappresentante" provinciale di Trapani. Matteo faceva però le veci del padre, il quale "aveva la sua età". La famiglia mafiosa di riferimento di Matteo era Castelvetrano, che era anche sede di "mandamento". Anche il mandamento, quindi, era nelle mani di Matteo.

Lo scopo di questa riunione è così sintetizzato dal Sinacori:

"In questo incontro Totò Riina ci disse che dovevamo incominciare a pensare sia a Falcone che a Martelli. E quindi dovevamo partire, dovevamo organizzarci per andare a Roma.
E ci diede anche delle indicazioni sia per Falcone che se la poteva fare al ristorante L'Amatriciana, che poi successivamente vennero a sapere che non era L'Amatriciana ma era un altro ristorante.
E se non trovavamo loro, dovevamo vedere se incontravamo o Costanzo o qualche giornalista di quelli che in quel periodo ci davano fastidio."

In questa riunione, dice Sinacori, non fu spiegato perché bisognava attentare alla vita di Falcone, Martelli o dei giornalisti, anche se lui ne comprese bene il motivo:

"No, a quel momento non è stato spiegato. Però era automatico perché, Falcone era un obiettivo di Cosa Nostra già da parecchio tempo; e Costanzo poi venni a saper che era un obiettivo perché con le sue trasmissioni ci dava molto fastidio; e Martelli venni a sapere dopo, perché prima si era venuto a prendere i voti in Sicilia e poi si era portato contro di noi."

Solo in un secondo tempo sentì le ragioni che avevano spinto alla decisione contro Costanzo. Era il fatto che faceva trasmissioni contro la mafia:

"Sì, si parlò di una trasmissione che fece lui dove si parlava dei ricoveri facili all'ospedale e che lui in quella trasmissione disse che dovevano effettivamente avere tutti tumori o dovevano morire tutti di cancro gli uomini d'onore.
Questo fu una causa scatenante."

Dice il Sinacori che, all'epoca, conosceva bene Matteo Messina Denaro e Totò Riina. Non conosceva, invece, Giuseppe e Filippo Graviano, che gli furono presentati in quella occasione.
Alla riunione egli fu portato da Agate Mariano. Ad essa non partecipò il Gianbaldo, che era, comunque, presente in casa.

In questa riunione furono trattati sommariamente anche gli aspetti organizzativi degli attentati:

"Sì, si parlò che dovevamo partire, dovevamo andare a Roma a girare per vedere se incontravamo queste persone.
Se le incontravamo poi, dovevamo scendere giù. Dipende come dovevamo fare l'azione: se era, se ci dovevamo sparare, già eravamo preparati per spararci; se si doveva fare un attentato dovevamo scende... dovevamo avvertire Riina e poi lui ci dava delle indicazioni, quello che dovevamo fare."

Fu deciso, infatti, che a Roma dovevano portare sia le armi che l'esplosivo.

Sempre in questa riunione fu indicato, come persona che avrebbe dovuto dare un appoggio logistico a Roma, tale Scarano, già conosciuto da Matteo Messina Denaro. Di lui parlò Riina, ma quello che lo conosceva era Matteo (in questa maniera Sinacori indica il suo capo Matteo Messina Denaro. In questo modo sarà indicato nel prosieguo del racconto di Sinacori).
Di questo Scarano fu detto che era una persona fidata, in quanto era già stato "provato", avendo compiuto degli omicidi per conto dei partannesi.
Così si esprime su di lui il Sinacori:

Sempre nella riunione di Castelvetrrano "si parlò che a Roma c'era una persona, un calabrese che conosceva Matteo Messina Denaro, un certo Scarano, che poi io ho conosciuto, e che era una persona che si ci poteva fidare in quanto già loro l'avevano provato. Nel senso che aveva fatto degli omicidi per conto dei partannesi, credo."

Il Sinacori dice che di Scarano gli parlò anche Matteo, il quale l'aveva conosciuto tramite gli Accardo (di soprannome "Cannata"), famiglia mafiosa di Partanna.
Degli Accardo, aggiunge il Sinacori, era uomo d'onore Francesco Accardo. Non lo era, invece, il fratello Stefano.
Anche Matteo gli disse che degli omicidi erano stati commessi da Scarano per fare un favore ai partannesi.

Riunioni operative e preparazione delle armi. Presa la decisione di fare gli attentati, le riunioni operative vere e proprie si svolsero poi a Palermo nella casa di Mimmo Biondino, fratello di Salvatore Biondino. Se ne fecero quattro o cinque.
Ad esse parteciparono le stesse persone che a Castelvetrano, con l'aggiiunta di Salvatore Biondino e ad eccezione di Mariano Agate. Quindi:
il Sinacori, Matteo Messina Denaro, Riina Salvatore, Salvatore Biondino e Giuseppe Graviano.
Filippo Graviano partecipò alla prima riunione di Palermo (oltre che a quella di Castelvetrano); poi non si vide più.

Salvatore Biondino, dice Sinacore, era una persona di fiducia di Riina e quella a cui, a partire dal 1991, occorreva rivolgersi per avere un appuntamento col Riina.

Nel corso di queste riunioni Salvatore Riina incaricò Matteo Messina Denaro di procurare l'esplosivo tramite un Vincenzo Virga, capo mandamento di Trapani, ed il Sinacori di contattare un autista per trasportare le armi e l'esplosivo a Roma.

In effetti, egli parlò con un certo Consiglio Giambattista, persona vicina alla famiglia mafiosa di Mazara del Vallo, per i preparativi necessari. Il Consiglio mise a disposizione un camion, del tipo di quelli frigorifero, a cui fu realizzato una intercapedine tra la cabina e il cassone ad opera di Gino Calabrò, uomo d'onore di Castellammare del Golfo, che si portò appositamente in quel di Mazara.
All'epoca, v'era Vincenzo Milazzo, capo mandamento di Alcamo. Fu il Milazzo a mettere il Calabrò a disposizione.

Dice il Sinacori che vide coi propri occhi il Calabrò realizzare l'intercapedine (che egli chiama "sottofondo"). Al Calabrò non fu detto a cosa dovesse servire l'intercapedine che andava a realizzare ("Lui sicuramente avrà immaginato che ci serviva per...". Ma non gli fu detto nulla)

L'esplosivo fu procurato da Vincenzo Virga e concentrato a Mazara del Vallo, in un villino di pertinenza di quella famiglia mafiosa, ma intestato al Consiglio.

Dice il Sinacori di non ricordare se anche Matteo portò, autonomamente, altro esplosivo ("Io ricordo che Vincenzo Virga ci portò dell'esplosivo, però non ricordo se Matteo ne portò altro. Io ho ricordo di Vincenzo Virga che portò dell'esplosivo dalle cave di...Trapani").

Nella villa di Mazara furono anche scelte le armi. Questa villa era intestata al Consiglio, ma era " di pertinenza della famiglia mafiosa".
Tra le armi c'erano mitra, kalashnikov, fucili, revolver, armi automatiche. Erano "abbastanza", dice il Sinacori; sicuramente più di quindici pezzi. Solo i revolver erano cinque o sei e anche più.
Le armi furono scelte e provate, alla presenza, tra l'altro, del Cosiglio, nella campagana di Mazara, nei pressi della villa, da Sinacori, Matteo e Francesco Geraci.

Il Sinacori ha dichiarato che vide anche confezionare l'esplosivo in sacchi e cartoni prima della partenza, ma non lo vide caricare sul camion Ha detto che, secondo il suo ricordo, insieme all'esplosivo non v'erano detonatori.

Ha aggiunto che l'ultima riunione operativa si svolse a Palermo, a casa di Salvatore Biondino. A questa riunione non partecipò Totò Riina, ma intervennero tre persone nuove, che non erano state presenti alle riunioni precedenti. Erano Cannella Fifetto, Tinnirello Renzino e Geraci Francesco.

Tinnirello e Cannella erano da lui sconosciuti: gli furono presentati come "uomini d'onore" in quella circostanza. Fu una presentazione rituale, col solo nome (Renzino e Fifetto). Poi, rivedendoli a Roma, apprese dei loro cognomi.
Queste due persone parteciparono alla riunione perché portate da Giuseppe Graviano, alla cui "famiglia" appartenevano.

Il Geraci era, invece, da lui conosciuto già in precedenza, ma non come uomo d'onore. Egli aveva un deposito di oro a Castelvetrano. Insomma, si occupava di preziosi.
Il Geraci fu portato a questa riunione da Matteo, il quale ne aveva sicuramente parlato prima con Riina ("Perché non è che Matteo poteva prendere una persona e lo portava in una riunione senza che Riina ne sapeva niente. Specialmente per quello che dovevamo andare a fare").
Il Geraci era persona di fiducia di Matteo Messina Denaro. Questo fatto fu riferito al Sinacori dal Matteo stesso.

Quest'ultima riunione si svolse pochi giorni prima della partenza del gruppo per Roma. All'epoca, dice il Sinacori, avevano già scelto la armi ed avevano già procurato l'esplosivo.

Prima di quest'ultima riunione, dice il Sinacori, incontrò, a casa di Salvatore Biondino, Totò Riina. Era presente anche Agate Mariano, che aveva con sé le chiavi di un appartamento di Roma. Nell'occasione il Riina disse all'Agate di consegnare le chiavi a Sinacori. Cosa che quello immediatamente fece.
La scena è così descritta:

Le chiavi dell'appartamento di Roma gli furono consegnate a casa di Biondino "il giorno prima che arrestassero nuovamente Mariano Agate.
Perché ci trovavamo assieme a Palermo ad incontrare il signor Riina. Mentre mangiavamo, alla televisione parlavano che stavano riarrestando nuovamente le persone che erano uscite dal carcere, siccome lui era uscito, Riina gli consigliò di non andare a casa perché l'avrebbero arrestato.
Lui disse che non si preoccupava perché già aveva fatto... la pena l'aveva quasi espletata. Quindi, non ci potevano fare niente.
Riina a questo punto gli disse di dare... se lui aveva intenzione di andare a casa di prendere le chiavi e darmele a me.
E così fece. Difatti l'indomani Agate Mariano l'arrestarono."

Questo racconto introduce quindi un punto di riferimento certo nella vicenda: l'arresto di Agate Mariano. Dopo due-tre gioni il gruppo partì per Roma.

Alla fine fu caricato il camion col materiale da trasportare a Roma, ma egli non era presente ("Però quando l'hanno messo là dentro non l'ho visto, perché poi se l'è sbrigata lui, il Consiglio, a sistemarsi il materiale dentro il camion").

Il Sinacori dice anche che, nella fase preparatoria dell'attentato, accompagnò due persone a Palermo, nella zona di Bellolampo, in casa di una persona di cui non ricorda il nome, perché si incontrassero con Salvatore Riina.
Le due persone erano Ciro Nuvoletta e tale Maurizio (non ricorda il cognome), entrambi di Marano, cittadina nei pressi di Napoli.

Egli conosceva già il Maurizio, mentre non conosceva Ciro Nuvoletta (sa che era, comunque, figlio di Lorenzo Nuvoletta, capoclan, ora deceduto, della zona partenopea).
Queste due persone facevano parte della famiglia mafiosa di Marano, capeggiata dai Nuvoletta e dipendente da quella di Palermo, di cui costituiva una diramazione. Queste due persone rappresentavano il punto di riferimento di Totò Riina nel napoletano.

Dice il Sinacori che aveva già avuto, in precedenza, rapporti con la famiglia di Marano, allorché accompagnò in questo centro tale Messina Francesco, soprannominato "Mastro Ciccio". Infatti, si ricorda e fa i nomi, come persone facenti parte della famiglia di Marano, di tali Maurizio, Angelo e Armando.

"Mastro Ciccio" era una persona di fiducia di Riina, il suo "alter ego" nella provincia di Trapani, e molto probabilmente, dice il Sinacori, si recava a Marano per conto del suo capo. Fu "reggente" della famiglia di Mazara del Vallo dal 1982 (anno di arresto del rappresentante Agate Mariano) fino al 1991 (anno di scarcerazione dell'Agate).

Dice il Sinacori, quindi, che rintracciò i due napoletani tramite Mastro Ciccio. Essi si portarono a Palermo, dove li incontò dandosi appuntamento al Jolly Hotel, e li accompagnò da Riina.
Giunti a Bellolampo i due (Ciro e Maurizio) conferirono separatamente con Riina. Nella casa in cui avvenne l'incontro erano presenti anche Salvatore Cancemi e Raffaele Ganci, ma né lui né costoro assistettero alla conversazione. Cancemi e Ganci, infatti, pensarono solo a cucinare.

Dopo aver parlato, da solo, coi due napoletani, Riina chiamò il Sinacori e disse ai due di "mettersi a disposizione" di quest'ultimo per ogni evenienza. Il Sinacori spiega così il significato di questa messa a disposizione:

"Siccome noi, come ho detto poco fa, dovevamo partire per Costanzo, noi dovevamo, se avevamo bisogno, dovevamo andare a chiamare i napoletani per poterci sparare. Se avevamo la possibilità di sparare a Costanzo, andavo a chiamare i napoletani, in quanto loro, essendo di Napoli, vicino a Roma, potevano esser anche più pratici delle zone.
E essendo anche uomini d'onore, persone a cui noi potevamo dare la nostra vita - almeno - potevamo dare la nostra vita, ci riferivamo a loro. Anche se avevamo la base logistica di Scarano.
Perché Scarano era soltanto come base logistica. Per quello che mi risulta a me, Scarano non è che sapeva per che cosa eravamo noi là. Poteva solo immaginare. Almeno che qualcuno non gliel'ha detto, ma io non gliel'ho mai detto per che cosa eravamo là.
Non so se sono stato chiaro."

In effetti, proprio in vista dei successivi contatti, i due gli lasciarono il loro recapito telefonico.

I l Sinacori parla quindi della trasferta a Roma per la preparazione dell'attentato.

Trasferta romana. Terminati i preparativi, nel giorno stabilito (a fine febbraio del 1992), il Sinacori dice che partì per Roma in aereo, insieme a Geraci.
Per il biglietto aereo dettero nomi un po' storpiati ("un nome un po' storpiato, tipo non mi ricordo se Rinacori o Rinatori").
Fece lui il biglietto, anche per Geraci, in una agenzia di Mazara (o da Lombardo o da Giammaritaro).
Raggiunsero Palermo, partendo da Mazara, in automobile, con l'auto del Geraci (un'Alfa 164 o una Mercedes). Fu il Geraci che passò a prenderlo a casa sua e andarono insieme all'aeroporto di Palermo. Gli altri fecero il viaggio separatamente e con altri mezzi.

Matteo (ma il ricordo del Sinacori sul punto non è sicuro) salì con l'automobile; gli altri, probabilmente, col treno.

Nell'ultima riunione svoltasi a Palermo, a casa si Salvatore Biondino, si erano dati tutti appuntamento alla Fontana di Trevi. (lui, Geraci, Tinnirello, Matteo, Giuseppe Graviano e Cannella Cristofato).

Dice il Sinacori che, allorché si recò a Roma, aveva in tasca le chiavi dell'appartamento di viale Alessandrino, dategli, su disposizione di Riina, da Agate Mariano.
Questo appartamento era nella disponibilità di tale Lamantia Giuseppe, originario di Mazara del Vallo, che si era trasferito anni prima a Roma per svolgervi la professione di odontotecnico. Il Lamantia era conosciuto molto bene (fin da bambino) da Agate Mariano, il quale era stato inviato, dopo la prima scarcerazione (nel 1991), in soggiorno obbligato a Roma e qui aveva ripreso i contatti dal Lamantia.

Proprio nel corso di questa frequentazione l'Agate aveva ottenuto la disponibilità dell'appartamento dal Lamantia, il quale doveva essere già agganciato negli ambienti mafiosi, visto che, secondo il Sinacori, trafficava con l'hascisch e, in una occasione, si era anche preso l'incarico di piazzare a Roma una partita di droga.

Il Lamantia aveva uno studio a Roma, in zona periferica, nei pressi di una stazione ferroviaria ("Adesso non mi ricordo, siccome a Roma ce ne sono diverse; non mi ricordo come si chiamava questa stazione"). In questo studio il Sinacori dice di essere stato nel corso del 1992, non per farsi curare i denti ma "sicuramente o per questo fatto dell'hascisch, o per cose inerenti a questo discorso".
Lo Scarano gli disse di conoscere il Lamantia, ma egli non parlò mai dello Scarano con Lamantia.

Giunti a Roma, lui e Geraci si portarono, con un taxi, in viale Alessandrino; ma, qui giunti, Geraci constatò che la casa non era del tutto agibile, non ricorda esattamente per quale motivo ("Ma adesso non mi ricordo se non c'era luce, se gli scarichi dei gabinetti non funzionavano, non c'era acqua....Qualcosa inerente a questo discorso. Comunque, non era completamente abitabile").

Il Geraci decise subito di andarsene via. Si portarono alla Fontana di Trevi, nel luogo stabilito per l'appuntamento, e qui incontrarono gli altri. Fecero presente a Matteo la situazione dell'appartamento di viale Alessandrino e questi sistemò anche loro due nella casa messa a disposizione da Scarano (quella di Gesù Giacomino).

Dice il Sinacori che le chiavi dell'appartamento di viale Alessandrino furono da lui riposte, prima di andare via, nella cassetta della posta, "probabilmente".

Nella casa messa a disposizione da Scarano alloggiarono, quindi, durante la permanenza del gruppo a Roma, Sinacori, Geraci, Matteo Messina Denaro e Tinnirello Renzino.
Il Sinacori alloggiò nella stessa stanza con Geraci o con Renzino (non ricorda bene). Passa quindi a descrivere la casa in questione:

"Si entrava da un cancello, tipo un cortile, così, e poi c'era un portoncino. Si saliva, adesso non ricordo se era il secondo piano, sempre sulla destra, perché ce n'era un altro sulla sinistra, sulla destra, che dava sulla strada; i balconi davano sulla strada da dove entravamo, da dove c'erano le tende, insomma.
Adesso non ricordo se c'erano tre camere da letto, perché noi ci stavamo solo per dormire, là, perché per mangiare mangiavamo fuori."

In questo appartamento andò a trovarli lo Scarano. Ci andò la prima volta insieme al proprietario (Gesù Giacomino); poi ci tornò spesso, quasi ogni giorno, senza che nessuno lo mandasse a chiamare ("No, era lui che veniva. Anzi, portava i cornetti, a volte. Veniva spesso. Quasi sempre, la mattina venive sempre").

Sinacori abbe modo di notare che Scarano e Matteo si salutavano affettuosamente (Si sono salutati affettuosamente, anche perché è normale. Noi siamo andati là tramite Matteo; Matteo, lui lo aveva già contattato, già si conoscevano. Di noi, nessuno conosceva lo Scarano. Là, lo abbiamo conosciuto. Infatti, là, io ho chiesto a Matteo delucidazioni su questa persona, per sapere chi era, chi non era...")

Nei giorni successivi, lui e Geraci noleggiarono alla stazione centrale di Roma una Y10 di colore bianco, targata Roma, a nome di Geraci, che era l'unica persona "pulita" del gruppo (nel senso che era sconosciuto agli organi di polizia). Per fare ciò utilizzarono la carta di credito del Geraci.

Già il giorno successivo al loro arrivo a Roma giunse da Palermo il camion col materiale. Gli andarono incontro alcuni del gruppo (tra questi il Sinacori mette sicuramente sé stesso, ma non dice chi erano gli altri) insieme alllo Scarano, su uno svincolo del raccordo anulare.
A bordo del mezzo c'era Consiglio Giambattista, insieme al figlio, ed erano col camion frigorifero caricato a Palermo. Questi giunsero a Roma di sera. Ecco come spiega la presenza del figlio di Consiglio:

"Il Consiglio si portò anche suo figlio, però suo figlio non sapeva niente di niente. Siccome era una persona anziana, questo Consiglio, mi chiese se poteva portare suo figlio. Ci dissi: 'te lo puoi portare, però l'importante è che non ci dici niente, perché tuo figlio non deve sapere niente.'
E se lo portò, siccome poteva venirci qualche cosa, o un mal di testa, qualcosa - è sempre una persona anziana - se lo portò. Però suo figlio non sa niente. Io gliel'ho detto in partenza, di non dirgli niente".

Scarano li portò subito presso un capannone abbandonato, dove il carico del camion fu trasferito su un'auto e quindi portato a casa dello Scarano stesso.

Sinacori dice di essere stato presente alle operazioni di scarico che avvennero a casa dello Scarano e che il materiale fu sistemato nello scantinato dell'abitazione di quest'ultimo, con qualche dubbio sulla destinazione che ebbe l'esplosivo. Dice infatti:

"... adesso non ricordo, l'esplosivo forse è stato messo in un altro posto, perché si spaventava, non lo so. Però ricordo qualcosa del genere, che l'esplosivo è stato messo in un altro posto. Lui lo ha messo in un altro posto.

Dice di non ricordare altro sul punto, ma poi aggiunge:

"No, ricordo che si preoccupavano dell'esplosivo e lo hanno messo in un altro posto. Però...
Pubblico Ministero: Ma lei personalmente era presente...
Ex 210 Sinacori: Sì, ero presente, però ricordo... Cioè, io, il guaio è, dottore, che io non è che sapevo che dovevo diventare un collaboratore di Giustizia...
... e le cose me le appuntavo. A me non mi passava neanche per l'anticamera del cervello, fare...
Purtroppo ho dei ricordi vaghi, per quanto riguarda questa situazione. Questa situazione del... se avevano messo tutto in un posto, oppure no.
...Però ero presente."

Il Sinacori ha precisato che lo scantinato era sotto l'abitazione dello Scarano. Questo lo capì dal fatto che vide anche la moglie dello Scarano, la quale si salutò con Matteo. La moglie, però, non partecipò per nulla all'operazione in corso.

Il materiale fu sistemato alla buona nella scantinato, che era già ingombro di molte altre cose (" C'erano messi altri materiali là, e lui gli ha messo... questo lo ha messo davanti e poi, il materiale che c'era nello scantinato, gli ha messo davanti al materiale per non fare vedere i sacchi.
Li ha sistemati un po' alla buona").

Dice il Sinacori che, a quel che lui capì, nel corso della permanenza a Roma Giuseppe Graviano (già latitante, all'epoca) e Cristofaro Cannella alloggiarono insieme, probabilmente preso una famiglia dimorante nella periferia romana. Questi i termini esatti del suo racconto sui due:

" Io non lo so dov'erano finiti.
Però si parlava, anche perché né io chiedevo dov'erano loro, perché mi sembrava giusto, perché lui era latitante. Anche per una questione di delicatezza, non è giusto chiedere.
Però da quello che ho potuto capire dai discorsi, così, che si facevano quando uscivamo assieme con Matteo, loro abitavano forse nella periferia di Roma, perché si parlava sempre di un nucleo familiare, quindi era una famiglia che li aveva dentro. Però non so chi li aveva dentro e non so dove.
Ma per essere un nucleo familiare, debbono essere persone abbastanza fidate, per poterseli mettere dentro, perché Giuseppe lo cercavano per cielo e per terra. Era latitante già da circa dieci anni, quindi, per dare la confidenza ad una persona per metterselo dentro, significa che deve avere abbastanza fiducia."

La permanenza a Roma del gruppetto durò circa 8-10 giorni e che fu quasi tutta impegnata nella ricerca del ministro Martelli e del giudice Falcone, nel tentativo di intercettarli, studiarne le mosse e prepararsi al colpo. Batterono, a questo fine, la zona di via Arenula, dove ha sede il Ministero di Grazia e Giustizia, e quella della Cassazione, con una particolare attenzione ai ristoranti della zona; ma l'esito fu negativo, perché non riuscirono mai ad incontrare le persone che avevano di mira.

Dopo circa una settimana rivolsero quindi la loro attenzione al giornalista Costanzo, che sapevano frequentare la zona dei Parioli. Lo individuarono facilmente, lo seguirono per due-tre sere e verificarono che un attentato a lui era abbastanza facile da eseguire, sia con le armi che con l'esplosivo.
La loro preferenza andava, comunque, alla armi, per non fare troppo rumore, in quanto in loro obiettivo principale non era Costanzo, ma i due soggetti con funzioni pubbliche indicati in precedenza.

E' opportuno rivisitare questa fase dei preparativi con le parole del Sinacori:

"... noi uscivamo la mattina. Io, quasi sempre con Geraci; qualche volta con Tinnirello, ma spesso con Geraci.
Prima, andavamo in via Areno, Arenula, non so come si pronuncia, per vedere se incontravamo movimenti del dottor Martelli.
E poi, come avevo già accennato precedentemente, siccome ci avevano dato delle indicazioni che il dottor Falcone andava a mangiare spesso in un ristorante, a noi ci avevano detto Il Matriciano, però poi successivamente abbiamo saputo che era Il Carbonaro, La Carbonara, qualcosa del genere.
Comunque noi andavamo tra via Arenula e questo Matriciano. Ma non abbiamo visto né Martelli e né Falcone.
Loro andavano sempre, citando "loro" io dico Matteo e gli altri, andavano sempre là, vicino al Matriciano, c'è un altro ristorante Dei Gracchi, mi sembra che si chiama Dei Gracchi.
Insomma, giravamo i ristoranti dove sempre vicino la Cassazione, dov'è che potevano, pensavamo che potevamo incontrare qualcuno di loro. E poi scendere giù e vedere cosa c'era da fare.
E siccome non abbiamo notato niente dopo la prima settimana, credo, del genere, ci siamo messi... Siccome ci veniva facile andare ai Parioli, ci eravamo imparati la strada per andare ai Parioli, siamo andati a vedere se era facile, se, come obiettivo, Costanzo, era un obiettivo facile, oppure no.
Siamo andati nei Parioli, abbiamo visto un paio di sere, due o tre sere, che movimenti faceva Costanzo. Ed era abbastanza semplice da fare, sia o spararci, o con l'autobomba."

Prosegue:

"Noi volevamo evitare di fare l'attentato dinamitardo a Costanzo per evitare poi un gran chiasso e quindi dovere scappare, non potere, per parecchio tempo, non potere più andare a Roma.
Quindi ci siamo messi a seguirlo, a pedinarlo, per vedere se potevamo spararci.
Abbiamo visto che si poteva fare. Siccome lo abbiamo seguito per diversi giorni, sempre a tratti, perché lui faceva sempre, usciva al solito orario, faceva sempre la stessa strada e andava a finire vicino la Cassazione, zona in cui posso facilmente individuare.
Noi abbiamo visto che davanti questa... lui entrava in un portone. E intanto lui era sempre con l'autista e con... già noi pensavamo che già questa era una scorta a Costanzo. Poi, davanti al portone, c'erano sempre persone con la divisa che ci sembrava scorta. Quindi abbiamo evitato, perché potevamo anche correre dei rischi, quindi cercavamo di non correre rischi.
Quindi, vedendo quella situazione, già io però... premetto, che già io ero andato a Roma, sono andato a Roma per chiamare i napoletani.
Vedendo la situazione anche assieme ai napoletani decidiamo di fargli l'attentato...Con l'esplosivo.

I napoletani di cui il Sinacori parla da ultimo erano Armando e Ciro Nuvoletta, da lui contattati perché si portassero anche loro a Roma per studiare la situazione.
Essi giunsero nella capitale qualche giorno dopo i siciliani e presero alloggio nella stessa casa in cui si trovavano Matteo, Sinacori, Geraci e Tinnirello. Il Sinacori dice di non sapere altro di questi due perché, il giorno successivo al loro arrivò, egli dovette portarsi a Palermo per aggiornare Totò Riina sugli sviluppi della situazione ("Però, dopo che sono venuti i napoletani, ci sono stato un giorno perché poi sono dovuto scendere giù per avvisare il Riina che non avevamo incontrato né Falcone né Martelli, e che l'unico obiettivo facile da fare era il Costanzo").

Dice il Sinacori che fu lui stesso a chiamare i napoletani e ad andargli incontro alla stazione di Roma:

"Siccome poi, effettivamente, avevamo bisogno su Roma per sparare a Costanzo, io andai a cercare queste persone. Mi avevano dato un recapito telefonico. Andai a cercare queste persone e poi ci siamo dati appuntamento alla Stazione di Roma e sono venuti, anziché venire il Maurizio, venne il Ciro, sempre Nuvoletta, assieme ad un certo Armando."

Nel corso dei vari pedinamenti accertarono che Costanzo viaggiava a bordo di una Alfa 164 di colore scuro (forse verde), ma non verificarono se fosse blindata o meno. Accertarono anche che egli era scortato da un'altra auto, forse una Giulietta (ma non ne è sicuro). Identificarono, infine, del personale di tutela nel luogo in cui il Costanzo abitava.
Per questi motivi pensarono di attentare alla vita del giornalista con l'esplosivo.

Individuarono anche il posto in cui eseguire una possibile azione, che il Sinacori descrive così:

"Sì, era una stradina, dopo l'uscita dai Parioli. Siccome lui faceva sempre le solite stradine, che erano stradine piccole, prima di immettersi nel viale... credo si chiama dei Parioli, in un viale grande. Prima di immettersi nel viale, in un angolo là, veniva facile fare l'azione.
Perché noi eventualmente ci appostavamo all'uscita dei Parioli e vedevamo... si poteva vedere la macchina quando girava".

Su quest'angolo c'era il cassonetto della spazzatura.

"Oppure potevamo mettere una macchina, però la dovevamo fare, non l'avevamo ancora."

L'attentato dinamitardo non era però fattibile sul momento, in quanto, pur essendo stato trasportato a Roma un quantitativo notevole di esplosivo (circa 100 kg), egli non sa se fossero stati portati anche detonatori e se, nel gruppo, vi fossero persone in grado di adoperare l'esplosivo. Inoltre (ed era questa la ragione più importante) un attentato di questo genere necessitava del consenso di Salvatore Riina.

Per questo, Matteo gli disse di portarsi a Palermo, cercare il Riina e spiegargli la situazione, per avere istruzioni. Cosa che egli fece.

A Palermo contattò Salvatore Biondino, che gli procurò un appuntamento con Riina nella casa di tale Guglielmini. Riina ascoltò il suo resoconto e, alla fine, gli disse di sospendere l'operazione in corso, perché "avevano trovato cose più grosse giù".

Conclude quindi il Sinacori:

"E a questo punto io presi nuovamente l'aereo, andai a Roma, gli dissi a Matteo che dovevamo andare via, perché per il momento dovevamo sospendere l'operazione.
E questo è tutto."

In fondo al suo esame il Pubblico Ministero ha mostrato al Sinacori due fotografie tratte dall'album fotografico intestato alla DIA Centro Operativo di Roma, datato 3 ottobre 1996, album fotografico relativo all'abitazione sita in Roma viale Alessandrino numero 173 interno 6; e album fotografico con la stessa dicitura, questa volta della palazzina sita in Roma via Giacinto Martorelli numero 41, luogo di residenza di Gesù Giacomino.

Il Sinacori ha riconosciuto, senza esitazione, nella prima foto la casa che aveva a disposizione il Lamantia, in cui si portarono appena giunti a Roma e che giudicarono inabitabile; nella seconda foto la casa messa a disposizione dallo Scarano, in cui alloggiarono nel corso della permanenza a Roma.[89]

Geraci Francesco. Questa persona è stata sentita ex art. 210 cpp all'udienza del 9-6-97.
Ha dichiarato di aver condotto una vita normalissima fino a 24 anni, pur vivendo nello stesso paese (Castelvetrano) e abitando a non più di 200 metri dalla casa dei Messina Denaro, nota famiglia mafiosa del posto.
A 24 anni (quindi, nel 1988) dice che incontrò Messina Denaro Matteo in un sodalizio a Castelvetrano e riallacciò i rapporti. Divenne persona molto vicina al Messina Denaro e iniziò un percorso di vita illegale che lo condusse commettere omicidi e reati vari, fino all'attentato di via Fauro.

Il Geraci racconta quindi, tutto d'un fiato, i preparativi di questo attentato, dal suo punto di vista:

"Un giorno viene Matteo e mi disse che dovevamo fare questo attentato a Maurizio Costanzo, a Roma.
E io mi sono messo al solito a disposizione.
Poi siamo stati a Mazara del Vallo a preparare delle armi. Ero io, Matteo Messina Denaro, Sinacori e una persona sui 60 anni circa che era in uno stato molto confidenziale con il Sinacori.
Non mi ricordo di preciso se lo chiamava Giovanni, o Battista, una cosa del genere. Che parlavano fra di loro; che era la persona, quello, che doveva portare le armi a Roma. Che questo signore aveva un camion.
Poi siamo stati a Palermo, io, Matteo Messina Denaro e Sinacori. E lì siamo stati nella casa di Salvatore Biondino dove ho conosciuto Giuseppe Graviano, a Fifetto Cannella e a Renzo Tinnirello.
Adesso io non ricordo se prima abbiamo preparato le armi, o prima siamo stati a Palermo. Questo non lo ricordo.
Poi siamo stati a Mazara del Vallo, io, Matteo e Sinacori da Mariano Agate. Loro si sono appartati dentro una stanza. Quando ce ne siamo andati, ho salutato pure io Mariano Agate e Mariano Agate ci ha detto, dice: 'ragazzi, state attenti'.
Io ho accompagnato Matteo Messina Denaro dopo il motel dell'AGIP a Palermo; lui è partito la sera prima con Renzo Tinnirello: una Uno diesel di colore azzurro, mi sembra.
E io sono partito successivamente con Sinacori.
I biglietti di aereo non ricordo se li ho fatti io, il mio, o se li ho fatti tutti e due, o se n'è occupato Sinacori. Questo di preciso non lo ricordo.
Comunque, sono partito io e Sinacori. Sono andato io a Mazara del Vallo a prendere il Sinacori.
Siamo andati a Roma, l'appuntamento era a Roma a Fontana di Trevi.
Verso le 15, circa. 15-16, non ricordo di preciso, comunque, nel primo pomeriggio ci siamo incontrati tutti là.
Io, quando sono arrivato da Roma con Sinacori siamo stati alla Stazione Centrale di Roma; lì ho affittato, ho preso in noleggio una macchina, una Y10 bianca. Ho presentato la carta di credito, perché non ce la volevano dare senza la carta di credito. Comunque ho dato la carta di credito che avevo io: l'American Express. Che poi, quando abbiamo riportato questa macchina, ho pagato in contanti. Tipo per non lasciare traccia, una traccia rimane sempre, penso.
Poi di lì con Sinacori, dalla stazione siamo andati in una casa. Questa casa non abbiamo trovato niente, non c'era niente.
Da lì poi siamo andati all'appuntamento a Fontana di Trevi, dove lui ha parlato con Matteo e poi siamo andati in un'altra casa.
In questa casa successiva ero io, Matteo, Sinacori e Renzo Tinnirello, perché Giuseppe Graviano e Fifetto dormivano in un altro posto che io non so.
E noi, tutti e quattro, alloggiavamo in questa casa.
Da lì, poi l'indomani, iniziano i pedinamenti che si dovevano fare a Maurizio Costanzo.
A pedinarlo ero io e Sinacori.
La macchina la portava sempre Sinacori, perché Sinacori conosceva forse, era stato altre volte a Roma, conosceva discretamente Roma.
Siamo stati ai Parioli, a teatro. Abbiamo seguito, non ricordo se siamo stati quattro giorni, tre giorni, perché lo seguivamo per un pezzo di strada e poi ce ne andavamo. E l'indomani iniziavamo da dove lo avevamo lasciato. E poi ricominciavamo il percorso per non farci vedere dalla scorta. Perché lui aveva la scorta. Per non farci notare.
E siamo stati vicino... Abbiamo visto che lui andava vicino alla zona di Palazzaccio.
Poi siamo stati... Perché noi eravamo, per Costanzo, per pedinare a Costanzo, nello stesso tempo per Martelli. Per vedere se si riusciva a vedere questo Martelli al Ministero.
Siamo andati là al Ministero che non ricordo io... No, non ricordo, non so come si chiama questa zona.
Abbiamo fatto un appostamento là, ma là passano tantissime macchine in borghese. Noi pensavamo che era una cosa molto più facile, ma là passavano un sacco di macchine.
Poi abbiamo frequentato dei ristoranti a Roma, al Matriciano; ristoranti... in via dei Gracchi si trova, perché c'è il ristorante Gracchi, pure. Questi due ristoranti.
Frequentavamo locali molto in per vedere se si incontrava anche il Falcone, o il Martelli. Però non abbiamo incontrato nessuno di queste persone.
Abbiamo incontrato al Matriciano il giornalista, questo che è ora fa... Non ricordo il nome. Per ora fa, è in Francia che fa questo, per ora, però non ricordo come si chiama questo giornalista. Lo abbiamo incontrato là, al Matriciano.
Una volta abbiamo incontrato Renzo Arbore in via Veneto al Bar Doney, vicino all'Excelsior.
Poi siamo stati parecchie volte al Pantheon, c'è un bar che frequentavamo pure là.
Poi siamo stati a Trastevere, ristorante Sabatini, ristorante Sora Lella... Ci dividevamo in gruppi per vedere se si incontrava qualche persona di questo... questi che cercavamo noi.
Poi, dopo non ricordo, dopo 8-10 giorni non si è fatto più nulla. Matteo mi disse che ce ne dovevamo andare.
E ricordo che poi sono andato via io, Matteo e Fifetto. Abbiamo preso il traghetto a Napoli, siamo andati a Palermo.
Giuseppe Graviano non lo ricordo, e Tinnirello come sono andati via e anche il Sinacori, non lo ricordo."

Quindi, su sollecitazione del Pubblico Ministero, il Geraci ha fornito una serie di precisazioni, che hanno esplicitato meglio il suo racconto.

Ha precisato che la prova delle armi fu effettuata sempre in campagna, nella zona di Mazara. Descrive così il modo per arrivarci:

"...diciamo, uscendo da Mazara per andare in questo posto c'è una sala di ricevimenti, che si imbocca questa strada. Però si fa molta strada poi."

Questa sala si chiama "Le Caprice".

In questo posto di campagna, dove provarono le armi, si recò lui e Matteo. Arrivati nei paraggi (così gli sembra), trovarono il Sinacori, che li accompagnò fino alla casa in cui erano custodite le armi. Qui incontrarono una persona anziana, sui 55-60 anni, che li aspettava.

Questa persona dimostrò di essere in rapporti molto amichevoli col Sinacori, il quale gli dava del "tu", sebbene fosse molto più giovane (questa circostanza è rimasta impressa al Geraci perché, dice, "giù nel Sud, si usa con una persona di una certa età, di non dare del tu, ma Sinacori gli dava del tu...").

Il suo racconto testuale è questo:

"Lì abbiamo trovato questa persona anziana...Mah, quando l'ho visto io era un po' grassottello, diciamo. Una statura di un metro e 65 circa. Età sui 55-60 anni, cosa del genere.
...lì c'erano le armi, quelle che abbiamo preparato che dovevamo portare a Roma...Io le ho trovate dentro questa casa. Penso che le custodissero pure lì, queste armi.
Non mi ricordo se c'era paglia, o della legna e le aveva nascoste forse sotto questa paglia, legna, che c'era in questa casa.
...Le armi erano tutte piene di grasso. Mi ricordo che siamo stati parecchie... Non ricordo di preciso se siamo stati tre ore, quattro ore, a pulirle con la benzina, mi sembra che le abbiamo pulite, sì.
Erano tutta piene di grasso.
...poi siamo andati io, Matteo e Sinacori in un casolare sempre là vicino e hanno provato un Kalashnikov.
...C'erano un sacco di armi là, diversi tipi. C'erano un sacco di pistole. Poi c'erano i mitra, questi Kalashnikov. Però il numero, anche i tipi, non è che posso ricordare. Fucili, mi sembra che c'erano pure.
Però c'era una partita che dovevano andare a Roma. Non erano, mi sembra, tutte queste armi, almeno quello che parlavano davanti a me.
...E alcune dovevano rimanere di queste armi.
...Io non so poi quando hanno preparato questa borsa, non so dove le hanno messe. Io non li ho visti mettere dentro una borsa, dice: 'questi vanno a Roma e questi rimangono'.
Questo io non l'ho visto. Abbiamo finito. Poi io e Matteo ce ne siamo andati. Poi io non so chi ha diviso queste armi, questo non lo so. E quante ne sono state portate a Roma. Erano parecchie, però non ricordo.
...Se non ricordo male, pure abbiamo portato due pistole, due 357, da Castelvetrano con Matteo. Due 357 cromate nuove, che sono state messe là dentro, pure."

Questa persona anziana accennò poi al fatto che conosceva il padre di Matteo. Infatti, disse a quest'ultimo:"Ma io forse conosco tuo padre", o una cosa del genere (il PM fa contestato di aver dichiarato, il 18-9-96, allo stesso PM: "A tuo padre io lo conosco", che non si discosta da quanto dichiarato dal Geraci in udienza).

Questo stesso signore doveva prendersi l'incarico di trasportare le armi a Roma, con un camion, insieme al figlio (che il Geraci non vide, perché non era presente).

Il Geraci ha poi detto che, in questa occasione, sentì parlare di armi e non anche d'altro. Il PM gli ha quindi contestato di aver dichiarato, al PM di Palermo il 18-9-96 e al PM di Firenze il 4-10-96, che si parlò anche di detonatori, ottenendo la seguente risposta:

"Sì, ma io, che ricordo, io non li ho visti. Ecco, questo è il discorso.
...Che ne parlavano fra di loro, sì."

Parlarono quindi di detonatori, ma non anche di esplosivi. Seppe poi, quando si trovava a Roma, che qui erano stati trasportati sia armi che esplosivi.

Quanto all'incontro di Palermo, di cui ha parlato all'inizio, il Geraci ha dichiarato che a detta riunione andò accompagnando Matteo. Essa si svolse nella casa di Salvatore Biondino e vi parteciparono, oltre a lui e al Matteo Messina Denaro, Sinacori Vincenzo, Renzo Tinnirello, Giuseppe Graviano e Fifetto Cannella. In tutto, otto persone (compreso il padrone di casa).
Vedeva Tinnirello, Graviano e Cannella per la prima volta e li conobbe in detta occasione.
Biondino l'aveva forse già visto qualche volta, di sfuggita, quando usciva con Matteo; comunque, a casa sua aveva talvolta accompagnato lo stesso Matteo, rimanendo sempre, però, a distanza dall'abitazione.

L'incontro di Mazara del Vallo si svolse, invece, nella casa di Mariano Agate. A questo incontro erano presenti lui, Matteo e Sinacori (oltre, ovviamente, all'Agate).
In ordine alla conoscenza dell'Agate il Geraci ha detto quanto segue:

"Conoscevo già da prima Mariano Agate perché "io frequentavo spesso Mazara del Vallo e Matteo mi aveva fatto conoscere altri ragazzi, tipo Andrea Gancitano. Mi trovavo una mattina a Mazara del Vallo con Andrea Gancitano, non ricordo se eravamo stati in spiaggia assieme, o dovevamo andare in spiaggia. Perché lui ci aveva una barca.
...Forse siamo andati in spiaggia dopo. Comunque, in mattinata, non ricordo di preciso se era le dieci, se erano le undici, dice: 'ma tu lo conosci a Mariano Agate?'
Dissi: 'no, non lo conosco'.
Dice: 'andiamo, che te lo presento'.
...Mi sono messo in macchina con lui, siamo andati dal calcestruzzo, là, sito a Mazara del Vallo...
PUBBLICO MINISTERO: La Calcestruzzi.
EX 210 Geraci: Sì. E mi ha presentato a Mariano Agate...L'ho conosciuto per la prima volta tramite Andrea Gancitano."

I l Geraci ha dichiarato di non ricordare se avvenne prima l'incontro di Palermo o quello di Mazara del Vallo. Essi si svolsero, comunque, nel giro di 15 giorni-un mese, al massimo due, e che in entrambe le occasioni egli non partecipò alla discussione: quello che sa glielo raccontò, successivamente, Matteo.

A Palermo, infatti, nella casa di Biondino, rimase in cucina, dove Biondino gli fece un caffè.
Non ha precisato cosa fece a Mazara, nella casa di Mariano Agate. Ricorda solo che, questi, alla fine dell'incontro, dette un augurio generale e raccomandò prudenza.

Ha detto di non sapere per quale motivo non fu ammesso alla discussione, salvo fare qualche supposizione ("Questo non lo so. Forse magari perché non ero uomo d'onore, non saprei dire. Penso che sia questo")
Ha lasciato intendere che si trovò sul posto per accompagnare Matteo.

Successivamente a questi due incontri seppe quello che bolliva in pentola da Matteo:

"Matteo poi a Castelvetrano mi disse che si doveva andare a Roma a fare questi pedinamenti a Costanzo e via dicendo. Se si vedeva se si trovasse il Martelli o il Falcone.
Ci dovevamo recare a Roma e mi disse che ci voleva un abbigliamento molto chic, perché io sono andato a comprarmi delle cose a Palermo."

A Roma si portarono lui (Geraci), Matteo Messina Denaro, Sinacori Vincenzo, Renzo Tinnirello, Giuseppe Graviano e Fifetto Cannella.

Il viaggio lo fecero così:

"Io e Sinacori in aereo, Matteo e Tinnirello con la macchina, Graviano e Fifetto non ricordo se sono venuti, mi sembra, col treno. Non ricordo di preciso"

Ha detto che la Y10 fu noleggiata alla stazione Termini, in una agenzia della Hertz (probabilmente), utilizzando la sua carta di credito. Carta che fu da lui utilizzata anche in altre occasioni nel corso del suo soggiorno romano.
Per esempio, fu utilizzata in via Condotti, a Roma, nel negozio di Eddy Monetti, per comprare una sahariana in renna, quattro camicie e due cravatte.

La Y10 noleggiata alla stazione era di colore bianco ed era probabilmente targata Roma. Fu presa apposta con la targa di Roma, in quanto, dice il Geraci, "io sono venuto pure per questo motivo, perché ero una persona pulita, per pigliare questa macchina, per dare meno all'occhio quando si andava in giro per le vie di Roma".

A Roma alloggiarono in quattro in un appartamento, diversamente dal programma iniziale. In questo appartamento si fece vedere, saltuariamente, Scarano, sul quale il Geraci si esprime così:

"...Io la prima volta che lo vidi a Roma è stato prima di entrare diciamo in questa casa, dove poi abbiamo alloggiato noi, ho visto Scarano. Poi c'era il figlio con un altro ragazzo, che si trovavano là, hanno salutato questi ragazzi: 'questo è mio figlio', hanno salutato a tutti e poi questi ragazzi sono andati via. Poi è rimasto Matteo, mi sembra che è salito là sopra pure lui. Hanno parlato del più e del meno, non so di che cosa hanno parlato e poi è andato via.
Poi l'ho visto un'altra volta, sempre in questa casa. Non ricordo se l'ho visto due, due-tre volte."

Matteo gli disse che Scarano era quello che custodiva le armi, ma non sa dove. Il Pubblico Ministero ha quindi contestato di aver dichiarato al PM in data 18-9-96:
" Le armi a posto ce le ha nella cantina, le teneva questo Scarano".

Ottenendo la seguente risposta:
" Si, si,si...Nel passare del tempo che uno si può dimenticare qualche cosetta".

Nelle vicinanze del luogo in cui alloggiarono passava un "trenino urbano", di cui ebbero modo di servirsi, in una occasione.
L'appartamento è descritto così dal Geraci:

"...io ricordo che si sono saliti degli scalini per andare dentro questo appartamentino, poi. Però non ricordo se era al primo piano, se era al secondo, questo non lo ricordo.
...c'è l'inferriata, c'è il cancello, si entra, si sale delle scale. Non ricordo se è al primo o al secondo piano.
...Poi c'è una camera, quando si entra, una camera sul lato destro, una sul lato sinistro. Quando si entra, di fronte non mi ricordo se c'è bagno e cucinino, là vicino. Comunque, molto modesto come appartamento, piccolino: due stanze, più un cucinino e il bagno, che io ricordi."

In questo appartamento dormirono in quattro: " Sul lato destro entrando, dormiva Messina Denaro Matteo, e Tinnirello; e mi sembra che erano due letti singoli...E io e Sinacori, in un letto matrimoniale," nell'altra stanza.

Di giorno qualcuno faceva le pulizie e risistemava i letti, ma egli non sa da chi.

In questo appartamento, quando arrivarono, mancava qualche letto. Matteo ne parlò con Scarano e questi rimediò.

L'altro appartamento (quello che scartarono), era sulla Casilina, " se non vado errato". In esso entrarono, ma non si trattennero.
Sullo esso Geraci si esprime così:

"Non c'era niente, era tutto sporco là dentro. Nemmeno la luce mi sembra che c'era, non c'era niente."
Gli sembra che fosse sulla Casilina:
"...Io ricordo che su questa strada, sul lato sinistro poi c'erano dei gradini che si scendeva per entrare in questo diciamo vicolo, non so come dire. C'erano dei gradini che si scendeva, c'era una cabina telefonica nei pressi."

Dell'esistenza di questo appartamento era al corrente Sinacori. Fu lui a portarlo lì e sicuramente lo conosceva già quand'erano in Sicilia. Dice di non ricordare se la chiave l'avesse Sinacori o se fu prelevata dalla cassetta delle lettere.
Il nome di Lamantia non gli dice nulla.

I due stabili (quello che scartarono e quello in cui alloggiarono) sono stati da lui indicati alla Polizia Giudiziaria nel corso delle indagini.

Geraci dice di non ricordare dove alloggiassero, a Roma, Giuseppe Graviano e Fifetto Cannella, salvo quanto appresso:

"...So che abitavano, di quello che ho potuto capire, dentro una famiglia perché la sera non volevano fare molto tardi. Dice: 'andiamo, andiamo, perché poi facciamo troppo tardi, disturbiamo'. Ora non so se effettivamente era un appartamento o era di fronte che disturbavano queste persone. Comunque non volevano fare mai molto tardi la sera."

Durante la permanenza del gruppo a Roma il Sinacori si portò a Napoli per contattare delle persone. In effetti, due persone di Napoli si portarono a Roma, qualche giorno dopo il rientro di Sinacori. Uno si chiamava Ciro Nuvoletta; dell'altro non ricorda nulla ("...non se è alto, se è basso, proprio mi è sfuggito dalla mante l'altro".).
A lui non fu detto per quale motivo queste altre persone s'erano portate a Roma, "ma sicuramente per dare un appoggio a noi penso, perché non c'era motivo di venire questi due là".
Queste persone ripartirono nello stesso giorno in cui erano arrivate.

Costanzo viaggiava su una Mercedes; una volta gli sembra di averlo visto a bordo di una Lancia Thema. Una Alfa 164 gli faceva di scorta.

Lo pedinarono con la Y10 noleggiata alla stazione. Lo seguirono fino ad una certa zona di Roma.
Si trattava di " una strada molto piccola, molto stratta. Ci sono di queste stradine strette. La zona è quella dove poi c'è queste stradine, si va nella piazza, là quella grande del Palzzaccio".

Lo videro arrivare più volte a destinazione in questa strada e in questo luogo. Sembrava una zona controllata dalla Polizia o da qualcosa che assomigliava alla Polizia ("...sembrava una zona controllata questa stradina, che c'era tipo un androne e c'era una persona in borghese, sembrava un poliziotto, non so se era poliziotto o meno, però sembrava che era controllata dove andava Costanzo.").

Circa gli orari dei pedinamenti, "... di preciso non ricordo se ci andavamo circa intorno alle 20.00. Prima ci andavamo pure prima perché iniziava molto presto questo spettacolo, non so se inizia alle 17.00, 18.00 circa, una cosa del genere. Dalle 20.00 alle 21.00, comunque là siamo"

Discussero anche tra loro sulle modalità di un possibile attentato.
Matteo o Sinacori, infatti, prospettarono l'eventualità di "piazzare" una bomba dentro un bidone della spazzatura sulla strada che il Costanzo percorreva per recarsi ai Parioli, in una delle stradine strette che vi sono nei pressi del teatro.

Dice ancora il Geraci che lui e Sinacori concentrarono la loro attenzione su Costanzo. Gli altri si divisero in due gruppi di due persone ciascuno per individuare altri possibili obiettivi: in particolare, il ministro Martelli e il giudice Falcone.
La sera, poi, si riunivano tutti al ristorante per fare il resoconto delle attività della giornata.

Talvolta, però, non disdegnavano di agire di concerto, come quando si portarono in sei nei pressi del Ministero di Grazia e Giustizia alla ricerca del ministro Martelli.

In una occasione si ritrovò con Sinacori nella via Sistina, ma non sa se ciò avvenne deliberatamente o per caso.

La trasferta a Roma durò otto-dieci giorni. All'improvviso Matteo dette l'ordine di ripartire.

Per rientrare a Palermo il Geraci ha detto di essersi portato a Napoli con Cannella e Matteo; da qui poi presero il traghetto per Palermo. Non ricorda come fecero gli altri per tornare alla base.
Il PM gi ha quindi contestato di aver dichiarato, il 18-9-96 al PM di Palermo e il 4-10-96 al PM di Firenze:

""Da Roma siamo tornati io e 'stu Fifetto"... "Con la nave. Abbiamo fatto Roma-Napoli in treno. Da Napoli abbiamo preso la nave e siamo arrivati a Palermo. A Palermo, quando siamo arrivati a Palermo, mi sembra che lui avesse la macchina qua, vicino al porto, Fifetto. O dal porto siamo andati a piedi..."... "E poi ci siamo riuniti alla periferia di Palermo".
... "Matteo, a quello che ricordo io, è sceso con Giuseppe con il treno. Tinnirello naturalmente si era portata la macchina; Sinacori, per i fatti suoi".

Dopo questa contestazione ha detto che la prima dichiarazione era quella giusta. In effetti, con Cannella arrivò al porto di Palermo.
Quindi prosegue:

"...Non ricordo se lui, come ho dichiarato prima, avesse la macchina, o siamo andati a piedi fino nella via Oreto, che lui ci aveva là una casa, che mi ha portato là, che mi diceva che ci aveva il cavallo, dove teneva il cavallo.
...In questa via Oreto c'ha pure un negozietto di abbigliamento, che una volta ci siamo andati io e Matteo per cercarlo.
Ero io e Fifetto, sì.
E poi siamo andati in campagna e abbiamo trovato: Giuseppe Graviano, Matteo e Benedetto Graviano, il fratello maggiore.
E l'ho conosciuto in questa circostanza, il fratello maggiore mi pare, sì.
E c'era un altro signore anziano che gli diceva a Giuseppe... Praticamente quello anziano era il figlioccio di Giuseppe, una persona di 60-65 anni e il figlioccio di Giuseppe che ce n'ha 30 e passa."

La trasferta a Roma, dice Geraci, avvenne nel 1992, verso la fine dell'inverno, prima della strage di Capaci.
Prima di partire per Roma Matteo gli aveva detto di procurarsi un abbigliamento sportivo. Cosa che egli fece:

"... quando Matteo mi disse che ci voleva l'abbigliamento chic...'Non vestiti', dice 'vestiti troppo, no, i vestiti non vanno bene, i giubbotti e via dicendo'.
Io sono andato a Palermo a comprare dei giubbotti, dei maglioni, delle camicie, dei pantaloni. Ed era, ricordo che stava finendo quasi l'inverno: su questo, sono sicuro.
PUBBLICO MINISTERO: Bravo. Ma l'anno?
EX 210 Geraci: L'anno, io non ci metto la mano sul fuoco, ma siamo nel '92.

Quanto allo Scarano, il Geraci ha precisato di averlo conosciuto a Castelvetrano, nel suo negozio di preziosi, poco tempo prima di effettuare la trasferta a Roma, di cui ha parlato.
Quel giorno, quando Scarano giunse nel suo negozio, egli era in compagnia dei fratelli e di Messina Denaro. Prosegue:

"...Io gli ho detto a Matteo che li mandavo via, e Matteo mi fa: 'no', dice 'non ti preoccupare, è una persona così, viene da fuori.
Allora i miei fratelli sono stati là.
E poi è arrivato il dottore Pandolfo, che l'ha accompagnato...Peppe Caramella. Si sono messi dentro la stanzetta di quest'ufficio, hanno parlato, non so, del più e del meno. Poi, quando sono usciti, Matteo mi disse di pigliare dei soldi; non ricordo la cifra, se erano 10 o se erano 20 milioni, questo non posso ricordarmelo io, perché ogni giorno nel mio ingrosso c'era sempre Matteo che veniva. Io, diciamo, avevo tipo la cassa della famiglia Messina, per cui non posso ricordare le entrate e le uscite.
Per cui, io ho detto a mio fratello... oh, adesso non ricordo se io, sono stato io personalmente a pigliare i soldi e a darli a Scarano, o se ho detto a mio fratello Andrea di pigliare i soldi e prepararli. Questo, non lo ricordo"

Circa i motivi della dazione, ha detto che, probabilmente, furono dati per affittare case a Roma.

Infine, il PM ha mostrato al Geraci due fotografie dell'album formato dal Centro Operativo della Dia di Roma, datato 3-10-96, raffiguranti la casa di Lamantia, in viale Alessandrino, e la casa di Gesù Giacomo, in via Martorelli.[90]
Nella prima fotografia il Geraci ha riconosciuto, senza esitazioni, la prima casa di Roma, quella in cui entrarono ed uscirono; nell'altra, la seconda casa, quella in cui effettivamente alloggiarono.

Scarano Antonio (II parte). Lo Scarano ha proseguito il suo racconto narrando la fase successiva alla smobilitazione del gruppo da Roma (avvenuta, come si dirà, il 5-3-92).

Ha detto che, dopo la partenza da Roma di Messina Denaro e compagnia, ebbe un nuovo incontro con costui in un calzettificio di Castelvetrano, dove gli fu dato l'indirizzo di un appartamento sito in Roma, in via Alessandrina, nonché il numero della cassetta della posta. Lo scopo di Matteo era questo:

"Dice: 'vai qui in questo indirizzo, questo numero civico, questo è il numero della cassetta della posta e trovi dentro un mazzo di chiavi. Al secondo piano ci sta un appartamento'.
Mi ha indicato più o meno com'era l'appartamento. La porta che era di fronte alla scala.
Dice: 'vai lì, apri e cambi la serratura. Vedi quello che ci manca dentro l'appartamento."


Questo incontro, dice, avvenne un paio di medi dopo la repentina partenza di Messina Denaro da Roma. Dice infatti:


"Mah, sono passati, è passato poco tempo, poco tempo. Un paio di mesi. Tre mesi, quattro mesi, non... Di preciso adesso... Comunque è stato sempre nel '92, questo, eh.
PUBBLICO MINISTERO: Ho capito.
IMP. Scarano A.: Fine '92, più o meno."

In effetti, tornato a Roma, si recò in detto appartamento e vi trovò solo un letto col materasso, una macchina per cucire e tante buste di plastica ("di queste che si confeziona la roba per mettere nel freezer"), che egli pensò servissero per confezionare stupefacenti.
L'appartamento era composto di camera, cucina, un piccolo ingresso e un bagno. Fece cambiare la serratura della porta dal fratello; comprò un paio di lenzuola e una coperta e tenne le chiavi (erano due) con sé.

Passò del tempo, ma nessuno si fece sentire (in relazione a questo appartamento). Nel frattempo, egli (Scarano) subì in casa una perquisizione domiciliare, che fu estesa in via Alessandrina, avendo gli agenti rinvenuto, presso di lui, le chiavi dell'appartamento in questione.[91]
In quel periodo, ha precisato, subì tre perquisizioni, tutte nel giro di un mese circa. La prima volta gli sequestrarono circa 80-90 milioni (in liquidi e assegni) e glieli restituirono quella sera stessa.

La perquisizione della Polizia, con estensione delle operazioni in via Alessandrina, fu fatta, ha detto, circa un mese e mezzo prima che si sposasse suo figlio ("Mah, un mesetto prima, un mese, un mese e mezzo, non di più").

Ha aggiunto che nel luglio 1992, allorché si sposò il figlio, aveva ancora con sé le chiavi di detto appartamento. Solo ad agosto del 1992, infatti, mentre si trovava a Triscina con la moglie, andò a trovarlo Matteo, che gli disse di riportare le chiavi nella cassetta delle lettere, da cui le aveva prelevate. Cosa che egli fece.

In questo periodo, ha aggiunto (nel periodo, cioè, successivo al marzo del 1992 e fino al mese di aprile del 1993), si recò varie volte in Sicilia e approfondì la sua conoscenza con le persone che gravitavano intorno al Messina Denaro.

Conobbe, infatti, il cognato di costui, tale Filippo. Approfondì anche la conoscenza con Beppe Garamella, da cui acquistò una casa a Triscina, alla fine del 1992 (o inizi del 1993). Siccome concordarono un pagamento dilazionato, il Garamella si portò varie volte a casa sua per riscuotere il credito.
Spesso Garamella si accompagnava al suo compare, Massimino Alfio. Questi era il direttore di un Centro commerciale sito in loc. Tor Bella Monaca, a Roma, e gli propose spesso di avviare una rivendita di acque minerali presso il Centro. Egli rifiutò, perché non giudicò la zona favorevole.

In relazione a questi suoi spostamenti dal Lazio alla Sicilia, avvenuti in questo periodo, ha mostrato di non riuscire a datarli con precisione, facendo notevole confusione nella successione cronologica degli stessi. Viene riportato, di seguito, ciò che dice Scarano, avvertendo subito che le cose non possono essere andate come dice lui.

Ha dichiarato di aver incontrato Messina Denaro Matteo almeno altre due volte in quel periodo: una prima volta a Palermo, a casa di Grigoli Salvatore, detto "U Cacciatore"; un'altra volta a Castelvetrano, nei pressi di un deposito, dove lavorava Filippo, cognato di Matteo (avendone sposato una sorella).

Ha aggiunto, poi, che per sbarazzarsi dell'esplosivo rimasto nello scantinato di casa sua si recò in Sicilia e cercò Beppe Garamella, a cui chiese un incontro con Matteo. Ciò avvenne circa 7-8 mesi dopo la partenza di Messina Denaro (e compagni) da Roma.
In detta occasione, dice lo Scarano, si portò in Sicilia con la moglie, in nave da Napoli a Palermo, con la sua Audi a gasolio. Partì da Roma verso le 17 e prese la nave a Napoli verso le 20,30. Sbarcò a Palermo e imboccò l'autostrada per Castelvetrano. Ad un certo punto, però, trovò l'autostrada chiusa, in quanto c'era stato l'attentato al dr. Falcone. Era, quindi, il 23-5-92, o intorno a quella data.

Garamella rintracciò Matteo in un paio di giorni, che gli diede appuntamento a Palermo in un bar sito nei pressi di piazza Politeama. All'appuntamento egli (Scarano) fu accompagnato da Beppe Garamella, con la sua Renault Clio.

Matteo giunse all'appuntamento insieme ad altre due persone, che rimasero a distanza.
In detta occasione disse a Matteo che non poteva più tenere le armi e l'esplosivo nel posto in cui erano stati depositati (e dove erano, nel frattempo, rimasti). Allora Matteo chiamò, sul momento, tale "Fifetto", che era lì presente (seppe poi trattarsi di Cristofaro Cannella), e lo incaricò di trovare una soluzione per il materiale. Quindi se ne andò.
A questa discussione parteciparono solo lui e Matteo, perché gli altri rimasero a debita distanza.

Andato via Matteo, parlò con Fifetto delle armi e dell'espolosivo (che farne; che non farne). Poi Fifetto gli chiese di attivarsi per piazzare un quantitativo di hascisch a Roma.
Gli rispose che non poteva farlo personalmente e che avrebbe dovuto parlarne prima con qualcuno. Poi gli avrebbe dato una risposta.
Alla fine di questa conversazione Fifetto lo accompagnò in una stalla, in cui aveva dei cavalli; e glieli mostrò (non è sicuro, però, di questo passaggio).

In sede di controesame ha però lasciato aperta la possibilità che dell'esplosivo rimasto nello scantinato di casa sua parlò, con Matteo Messina Denaro, in una occasione diversa da quella del bar Politeama.
Ha detto infatti:

"Io penso che era in quell'occasione che sono andato per parlare questa cosa. Può darsi sia andato dopo o prima. Però mi ricordo che nell'occasione ho trovato la strada interrotta, che era successo l'incidente di Falcone, del dottor Falcone.
Io non è che ho detto specificamente...
AVVOCATO Gramigni: Il mio tentativo era quello di rimettere un po' di ordine nelle date. Nel senso che noi abbiamo certi dati oggettivi che lei ci ha fornito.
IMP. Scarano A.: Io guardi, io date non me ne ricordo nemmeno una.
...Io sono stato un sacco di volte giù." [92]

Ha raccontato poi il prosieguo dell'incontro avuto con Matteo Messina Denaro a piazza Politeama.

Ha detto che pochi giorni dopo questo incontro ("dopo neanche dieci giorni"), ricevette una telefonata da Cannella Fifetto, che gli disse di portarsi a Palermo. Cosa che egli fece, con la sua nuova Audi a benzina, di colore blu notte.

Qui giunto, fu portato da Cannella presso un deposito sulla via del mare, dove trovò Cosimo Lo Nigro, Giuseppe Barranca, tale "Peppuccio" (Giuliano Francesco) e Pietro Carra, che stavano caricando il camion di quest'ultimo di hascisch. Erano circa 20 quintali di droga, stipati in molte "camere d'aria", trasportati sul posto da Lo Nigro con un "furgoncino a tre ruote".
La droga fu caricata su un autosnodato (motrice e rimorchio).

Mentre procedevano le operazioni di carico egli fu portato da Cannella nell'autosalone di Giacalone Luigi, che non conosceva, dove si trattenne per circa due ore.
Alla fine, di sera, verso le 17, ripartì per Roma, facendo da battistrada al camion di Carra. Il camion era stato caricato, oltre che con l'hascisch, anche con "traverse di ferrovia" che reggevano carcasse di auto pressate.

Nel viaggio comunicò col Carra mediante il telefono cellulare che aveva in dotazione. Si fermarono pure un paio di volte per strada e, nel corso di una di queste fermate, incontrò tale De Maio (o De Masi), persona che aveva conosciuto in carcere, a Rebibbia. Non lo vedeva "dal periodo che eravamo carcerati".
Ha escluso di aver parlato di hascisch col De Masi in detta occasione.
In sede di controesame ha dichiarato che gliene parlò dopo qualche giorno, allorché lo incontrò sul raccordo anulare, o in Tribunale (poi ha detto sul raccordo anulare).
In questa occasione il De Masi gli fece richiesta di un quantitativo di hascisch, ma egli non gliene vendette ("me l'ha chiesto però non ho mai fatto affari").

Ha detto anche di aver avuto un contatto col De Masi "in secondo tempo" e di avergli parlato dell'hascisch. Ha escluso di avergliene parlato telefonicamente.
In epoca ancora successiva apprese che il De Masi era un "collaboratore".

Giunti a Roma il Carra sbagliò strada e lo chiamò sul telefonino. Gli disse di stare fermo e lo raggiunse sulla Bredella. Da qui lo accompagnò nello sfascio di Brugoni Nazareno (detto "il Fantino", perché "all'epoca andava a cavallo"). Qui giunti trovarono un ragazzo marocchino, il quale, su sua sollecitazione, telefonò al Brugoni, momentaneamente assente.

Brugoni si portò sul postò e lo rimproverò per la sua iniziativa (di cui non era stato preavvisato). Lo aiutò, comunque, a scaricare le camere d'aria, anche con l'utilizzo di una ruspa vecchia e malandata, che fece, tra l'altro, danni alle sponde del camion (che furono poi lasciate sul posto dal Carra).
La benna della ruspa non funzionava perché "mancava l'olio".

Finite le operazioni di scarico Carra andò via, dopo pranzo.

Ha precisato che il passaggio per lo sfascio di Brugoni non era preordinato, in quanto, partendo da Palermo, aveva pensato di scaricare la droga nel suo terreno, a Fiano Romano (dove, a partire da settembre del 1993, avrebbe iniziato l'edificazione della sua villa). Poi, avendo il Carra sbagliato strada, si ricordò dello sfascio ( a cui erano vicini) e cambiò rotta.

Carra Pietro. Questo collaboratore ha dichiarato di aver preso a gestire in proprio una ditta di autotrasporti alla fine degli anni '80, a Palermo. Aveva vari mezzi e un deposito di automezzi sulla via Messina Marine, nel quartiere Brancaccio.

Conosceva di vista Barranca Giuseppe, mafioso della zona. Questi, nel mese di aprile del 1993, gli chiese di attrezzare uno dei suoi camion per effettuare un trasporto di hascisch a Roma (avrebbe dovuto "sistemare la copertura" del camion). Dopo qualche giorno gli fece conoscere Cosimo Lo Nigro, affinché cooperassero insieme in questo lavoro.

Il Lo Nigro, però, si defilò presto; gli diede due milioni e gli lasciò l'incarico di provvedere da sé alla copertura. Egli pensò ad una copertura con rottami di ferro (come aveva fatto nel 1991 per il carico d'argento).

Approntata la copertura, la droga fu portata nel suo cortile, in un paio d'ore, di pomeriggio, da Lo Nigro, con la sua Moto Ape. Erano circa 33-35-37 sacchi. Praticamente, in grosse camere d'aria (quelle dei camion) era stata occultata la droga. Le camere d'aria erano poi state rivestite con "sacchi di pezza", simili a quelli che contengono le patate.
La Moto Ape di Lo Nigro era verde o azzurrina e non era ben tenuta.

Non è sicuro se, mentre caricavano la droga, fosse presente anche Spatuzza Gaspare, che avrebbe rivisto in seguito. Ricorda che, mentre era vicino al cancello del parcheggio, si fermò una Y 10 da cui scese un "ragazzo" sui 30-35 anni (forse si trattava di Cannella Cristofaro, dirà poi) chiedendo di Barranca e dicendogli di mandarlo all'autosalone di Giacalone.

Alla fine delle operazioni di carico Barranca gli presentò Scarano Antonio, che egli non aveva mai visto prima, dicendogli che questa persona l'avrebbe accompagnato a Roma durante il viaggio. Si scambiarono i numeri di telefono dei rispettivi cellulari.
Egli possedeva, infatti, un cellulare intestato alla segretaria Sabato Gioacchina.

Ha detto che la droga fu caricata sul semirimorchio tg CL-15551, trainato dal trattore targato TO-52079D.
Le operazioni di carico terminarono verso le 18,00.
Partirono subito alla volta di Roma; lui col camion, Scarano con un'Audi di colore blu targata Roma, dopo essersi dato appuntamento all'ingresso dell'autostrada per Messina.
Prima di partire Barranca gli disse che, se fosse andato tutto bene, gli avrebbe fatto fare altri viaggi. Gli diede due milioni e mezzo - tre milioni per le spese del viaggio.

In mattinata, quando erano nelle Calabrie, Scarano gli telefonò sul cellulare e gli propose di fermarsi per prendere un caffè. In effetti, si fermarono verso le 4,00 in un'area di servizio, presero un caffè e ripresero il viaggio.
Ha detto di non aver notato nessuno parlare con Scarano durante la sosta. Ma, ha aggiunto, uscì dal bar prima di Scarano, perché aveva il camion parcheggiato nell'area riservata ai camion.

Giunti a Roma, sul raccordo anulare, sbagliò strada, per cui si fermò in un'area di servizio e telefonò a Scarano sul cellulare, il quale lo andò a prendere nel posto in cui si trovava. Quindi, insieme proseguirono fin "sotto un ponte vicino Roma dove c'era "tipo un marmista o un rottamaio", con un grande piazzale a disposizione.
Qui giunti, Scarano entrò nel piazzale, mentre egli aspettava fuori. Ritornò dopo una decina di minuti e gli disse di entrare. Per entrare nel piazzale egli dovette proseguire sulla strada su cui si trovava fino ad un semaforo e fare inversione di marcia ("girare") proprio davanti ad una caserma dei Carabinieri o della Finanza.
Trovò sul posto una persona "enorme", coi capelli bianchi, sui 50-55 anni, nonché un operaio, forse marocchino o tunisino.

Scarano si allontanò alla ricerca di un "ragno" per scaricare. Ritornò dopo circa mezz'ora, senza aver trovato nulla. Le carcasse di auto che coprivano la droga e la droga stessa furono allora scaricate con una pala meccanica, molto malridotta, che si trovava sul posto. Nel fare questa operazione la pala danneggiò il camion ("...me lo smantellò di piantoni, di pianale, mi fece un sacco di fossi").

Ha precisato che giunse a Roma verso le 8,30-9,00 e terminò di scaricare verso l'ora di pranzo. Appena concluse le operazioni di scarico fece rientro a Palermo, via strada. Non ricorda, però, se lasciò il semirimorchio al porto di Napoli e proseguì solo col trattore fino a Palermo.

Ha riconosciuto in fotografia i luoghi in cui avvenne lo scarico dell'hascisch; la strada per arrivarci; la caserma presso cui fece nversione di marcia; il mezzo usato per scaricare. [93]

Scarano Antonio (III parte). Dice lo Scarano che, dopo l'affare della droga, fu incaricato da Cannella Fifetto di trovare un appartamento a Roma. Questa richiesta gli fu fatta in uno dei viaggi fatti da Cannella a Roma per ritirare "i soldi della droga".

Non aveva ancora avuto modo di interessarsi della cosa quando una mattina si vide arrivare a casa sua Fifetto Cannella, Benigno Salvatore (da lui conosciuto come "Salvo") e Cosimo Lo Nigro. Queste tre persone giunsero con una Fiat Uno a nafta di colore celestino, targata Roma.
Il giorno dopo giunsero, col treno, Barranca, Spatuzza e Giuliano. Andò a prenderli a Centocelle, a piazza dei Gerani, alla fermata del tram. Giuliano aveva con sé uno zaino, [94] ma non sa dire cosa contenesse.
In sede do controesame, però, ha dato l'impressione di ricordare che dentro lo zaino vi fosse una palla di esplosivo. Ha detto infatti:

"Posso aggiungere solo una cosa: che con lo zaino, quando è arrivato Giuliano, la prima volta è stata... Adesso non lo so se se l'hanno portato con la macchina o con lo zaino, di quell'esplosivo che c'avevo io a Roma, che aveva portato Messina Matteo Denaro, hanno aggiunto qualche altra cosa loro su quell'esplosivo.
...E ho visto una palla non tanto grossa grossa, però qualche cosa c'era".

Ha detto di non sapere se dentro lo zaino vi fossero effetti personali. Poi ha aggiunto:

"Io, quello che ho visto, ho visto quella prima volta lo zaino, che c'era un qualcosa di più dell'esplosivo che c'avevo io, di una palla di esplosivo che non avevo mai visto".[95]

Già nella mattinata successiva al suo arrivo, o nel pomeriggio dello stesso giorno, Cannella gli disse che dovevano andare da Costanzo, suscitando la sua meraviglia (perché non sapeva chi era Costanzo e non collegava questa persona alla permanenza a Roma di Matteo e Sinacori, avvenuta nel 1992).
Comunque, quel pomeriggio accompagnò, con la sua auto, Cannella, Lo Nigro e Benigno nella zona dei Parioli. I tre si addentrarono nelle strade della zona e gli dissero di aspettarlo. Tornarono dopo circa tre ore e gli dissero di riportarli a casa.

La stessa cosa successa il secondo e il terzo giorno.

Il terzo giorno gli chiesero di trovare un magazzino o un garage. Egli si ricordò di Massimino Alfio e di due stanzoni che questi gli aveva mostrato in una occasione, tempo prima, allorché il Massimino gli prospettò la possibilità di mettere su un bowling. Con l'Alfio, infatti, egli si vedeva e si sentiva per telefono, ogni tanto.

Si portarono lui e Cosimo Lo Nigro presso il centro commerciale "Le Torri", dove trovarono il Massimino e gli fecero la richiesta delle chiavi. Il Massimino disse ai due di seguirlo e si portò presso una lavanderia sita nello stesso centro commerciale, a circa 30 metri dagli stanzoni che gli interessavano, dove richiese le chiavi ad una signora bionda. Questa diede le chiavi al Massimino e Massimino le passò a lui.
Dice lo Scarano che rimase sulla porta allorché Massimino richiese le chiavi alla signora, ma ritiene che quest'ultima lo vide comunque.

Ottenuta la disponibilità del magazzino qualcuno del gruppo rubò un'auto, una Fiat Uno di colore chiaro (lo Scarano dice di non sapere chi effettuò materialmente il furto) e si portò a casa sua per caricare l'esplosivo (quello portato da Matteo e Sinacori nel febbraio-marzo del 1992). Quindi si spostarono con l'auto rubata e con l'esplosivo caricato sulla stessa al centro commerciale di Torbellamonaca, dove prepararono l'autobomba.

Lo Scarano dice che l'esplosivo fu caricato a casa sua nel primo pomeriggio, dalle 14 alle 16. Si portarono a casa sua, per caricare, Lo Nigro e Benigno Salvatore. Quindi, queste due persone, insieme a lui, andarono al centro Commerciale, dove, nello stanzone di cui avevano ottenuto le chiavi, fecero il resto.

L'autobomba fu preparata il giorno successivo al furto.

Lo Scarano dice di non essere stato sempre presente durante la preparazione dell'autobomba, ma di aver comunque notato alcune operazioni compiute da Lo Nigro e Benigno, che erano gli esperti della situazione. Dice infatti:

"...io presente per tutto il procedimento che loro hanno preparato questa macchina, non c'ero.
Soltanto che sono andato dentro un attimo, a metà, a metà camera e ho visto dei fili che stavano mettendoli, saldando dei fili, a 10-15 metri.
E Lo Nigro che stava incordando, con una corda grossa come un dito, bianca, incordava questi sacchetti, si passava 'sta corda attorno annodata."

"...Io li ho visti prima e dopo, che io sono entrato lì dentro e ho detto: 'io chiudo il cancello e me ne vado'.
Loro, siccome dentro a questo stabile ci stava un pannello di questi di gesso di costruzione di pareti, hanno appoggiato un pannello di questo che sarebbe tre metri per due metri, penso, addosso ad un pilastro. Dietro questo pannello hanno messo la macchina, che non si vedeva all'esterno della strada.
Siccome lì c'è la caserma dei Carabinieri vicino, attaccata, quasi, allora metà muro, fino ad una certa altezza è un muro normale. Poi c'è una inferriata per quanto è lungo lo stabile che si lega col muro di sopra, col pilastro disopra del solaio.
E loro hanno messo questo pannello, diciamo, dietro questo pannello ci stava la macchina. L'hanno preparata in un'ora e mezza, due ore."

Vide Benigno che montava l'antenna, la cui funzione gli fu così spiegata:

"...Eh, montare l'antenna praticamente serviva, almeno a quanto diceva Benigno, che l'antenna serviva per dargli l'impulso sul detonatore. E che veniva legato un filo ad una batteria di 12 wolts e un filo veniva legato, diciamo, un filo dell'antenna. Dava l'impulso sulla antenna, diciamo, a distanza e andava direttamente al detonatore."

L'antenna si presentava come una normale antenna per automobili e fu messa sul bordo dello sportello, dove c'è lo sgocciolatoio dell'acqua.

L'esplosivo fu sistemato nel bagagliaio della Uno. Fu utilizzato tutto l'esplosivo stipato nella cantina del condominio (erano tre-quattro sacchetti, per circa 110 kg).
Misero nell'auto, insieme all'esplosivo, un involucro grosso come un pallone da calcio, che il gruppo aveva portato con sé da Palermo. Lo misero a fianco all'esplosivo.

Preparata l'autobomba, Lo Nigro si mise alla guida. Erano all'incirca le ore 18.
Benigno montò in auto con lui (cioè, con Scarano, sulla Audi di quest'ultino) e si diressero verso i Parioli.
Prosegue poi Scarano:

"E a un certo punto poi, lungo la strada, abbiamo fatto, siamo usciti da Torbellamonaca, sempre sulla tangenziale abbiamo fatto un pezzo del raccordo anulare, abbiamo preso la Roma-L'Aquila. Dalla Roma-L'Aquila poi siamo scesi sulla tangenziale che va verso il Foro Italico e verso i Parioli, praticamente.
A un certo punto siamo usciti e siamo andati ai Parioli.
Io mi sono fermato un'altra volta sempre al solito posto dove mi dicevano di fermare loro; loro hanno continuato con questa macchina.
Al momento che la macchina arriva sul posto dov'è che è arrivata, in quel momento vedo, dopo cinque minuti, esce la macchina mia."

"La mia 112 mi fu chiesta da Lo Nigro, mi pare, il giorno precedente alla preparazione dell'autobomba. Capii dopo che era stata utilizzata per occupare il posto da riservare all'autobomba, anzitempo."

"...io ho visto soltanto la 112 dopo cinque minuti, sei minuti che io stavo da solo. Che praticamente la Uno è arrivata sul posto dov'era parcheggiata la mia macchina. Che poi mi è stato anche detto... Dice: 'sai, non ti arrabbiare perché abbiamo preso la macchina tua e l'abbiamo messa lì per avere il posto assicurato'. Perché siccome in quella strada c'è troppo traffico e non si trovava un parcheggio, qualcuno è andato lì e l'ha parcheggiata il giorno prima. Qualcuno di loro, però io non lo so chi ci è andato a parcheggiarla questa macchina. Dal momento che a me me l'hanno chiesta...
Praticamente hanno levato la mia macchina e hanno messo quella che poi diciamo, hanno adoperato per Costanzo."

Lo Scarano ha precisato che, durante il tragitto per arrivare ai Parioli, Benigno scese, ad un certo punto, dalla sua auto e montò su quella di Lo Nigro.

La prima sera l'auto non esplose, per motivi tecnici. Tutti si ritirarono a casa dello Scarano.
Durante la notte l'auto rimase parcheggiata nello stesso posto, carica com'era.

Solo il giorno dopo, nel pomeriggio (verso le 17,30-18,30), ritornarono sul posto e accertarono che il congegno preparato da Benigno era difettoso. Ci andarono con le due automobili di Scarano: l'Audi e la A112. C'erano tutti: Scarano, Lo Nigro, Spatuzza, Benigno, Barranca, Cannella e Giuliano.
Egli non si avvicinò all'autobomba, ma rimase nei paraggi. Fu riparato il guasto e fu atteso il Costanzo, ma anche quella sera qualcosa non andò secondo le previsioni:

"La sera dell'esplosione praticamente hanno sbagliato perché si aspettava un 164 che ci doveva stare il dottor Costanzo dentro. E invece è uscita una Mercedes. Però Benigno ha perso un po' di tempo nel senso di: 'è lui? Non è lui?'. Questi erano commenti che facevano loro...Allora, ha schiacciato il bottone diciamo con qualche secondo diciamo, o millesimo di secondo in ritardo. Perché si aspettava, come dicevano loro, una 164."

Quando ci fu l'esplosione lo Scarano (dice lui) era in attesa con la sua Audi accanto ad una "casa cantoniera" (tale gli sembrava allora). Successivamente, in un sopralluogo fatto col Pubblico Ministero, capì trattarsi, invece, di una stazione ferroviaria.
Prima di fermarsi in questo posto l'avevano fatto andare su ai Parioli, facendolo parcheggiare nei pressi di un ristorante. Qui, però, non trovò posto, per cui invertì la marcia e si apprestò a spostarsi, quando transitò Giuliano con la sua A 112. Questi gli fece segno di seguirlo ed insieme si portarono nei pressi della stazione ferroviaria, dove attesero gli altri.

Il discorso sul cambio di auto da parte di Costanzo fu fatto da Benigno e Lo Nigro sottocasa sua, quella sera stessa.
Infatti, dopo l'esplosione, convennero tutti a casa sua. Spatuzza e Lo Nigro tornarono con la sua A112 (ma non è sicuro, data la confusione); altri con la loro auto (la Uno a nafta targata Roma); Barranca si perse per Roma e riuscì a raggiungerli, a casa sua, solo verso le quattro del mattino.

Ha detto ancora lo Scarano che, a quanto capì lui, l'operazione di Costanzo doveva essere fatta, nelle intenzioni originarie, con le armi. Infatti, Giuseppe Barranca era salito a Roma proprio perché ci fosse una persona in più a sparare. Il cambiamento di programma dipese dal fatto che Costanzo viaggiava su un'auto blindata.
Di questa idea sentì parlare liberamente a casa sua.

Ha anche detto che fu poi deciso di fare l'attentato a Costanzo "elettronicamente"; cioè, con un telecomando. Del telecomando si occupava Benigno.
A questo riguardo ha fatto questa illuminante dichiarazione, riferita al Benigno:

"Lo vidi proprio quella sera, quel giorno, quel pomeriggio quando lo faceva...L'ho visto pure in mano lì sulla strada. Perché io mi ero fatto una camminata. Il giorno prima però. Il giorno prima che non è esplosa la macchina.
...Quando è fallito.
Io scendendo dalla strada principale, l'ho visto che era seduto un po' lontano forse, non lo se era vicino o lontano dove stava la macchina, e aveva 'sto coso in tasca qui nella giacca. E l'ha nascosto. L'ho teneva... che l'aveva messo dietro un fusto di immondizia. Di questa immondizia che sta per strada, 'sti fusti grossi. 'Sti contenitori di immondizia, di spazzatura."

Il giorno dopo l'attentato tutti andarono via, verso le 4,00 - 4,30 del mattino, ad eccezione di Fifetto, che fu da lui accompagnato in Alta Italia nella mattinata del giorno successivo, probabilmente a Padova.
La partenza avvenne con l'auto e col treno. Due o tre andarono via con la Fiat Uno con cui erano saliti (probabilmente Benigno, Lo Nigro e forse qualche altro); gli altri col treno.

All'epoca egli conosceva Giuliano come Beppuccio; Barranca come Giuseppe, Benigno come Salvo (diminutivo di Salvatore -NDE-)

Ha detto lo Scarano che, nel corso di tutta l'operazione, gli attentatori rimasero alloggiate presso di lui, in un appartamento che aveva comprato per il figlio, per 5 - 6 giorni.
Questa casa si trovava nella stessa palazzina in cui abitava lui, a circa 50 metri di distanza. In pratica, l'edificio aveva più scale e gli appartamenti erano su due scale diverse.

All'epoca suo figlio era in carcere la nuora si trovava presso la madre. Nessuno dei due sapeva quello che lui combinava.

Ha aggiunto che, all'epoca, possedeva un telefono cellulare, intestato alla moglie Tusa Silvia. Prima ne aveva un altro, intestato a sé stesso.
Non ricorda se, nella sera del fallito attentato, ci furono comunicazioni telefoniche tra lui e quelli del gruppo. Ricorda, comunque, che in quel periodo, più di una volta, sia Giacalone che Lo Nigro gli chiesero di prestargli il telefonino per effettuare qualche chiamata.

Ha escluso di aver effettuato chiamate al cellulare di Benigno Salvatore nella serata del 13-5-93.

IL Pubblico Ministero gli ha quindi "contestato" che risultano tre telefonate dal suo cellulare a quello di Benigno Salvatore nella sera del 13-5-93 (alle 20,28; alle 21,41 e alle 21,44), ottenendo la seguente risposta:

"E allora non ho telefonato io. Perché io non so nemmeno il numero suo. Me l'ha chiesto qualcuno di loro e hanno telefonato su quel telefonino. Io no."

Ha ribadito di non aver mai avuto il numero di telefono di Benigno e Lo Nigro.

Ha detto che tutta l'operazione romana del maggio 1993 fu diretta, a quel che capì lui, da Cannella Cristofaro, che appariva anche pratico di Roma, per come si muoveva.

Circa i motivi dell'attentato, capì che "Costanzo doveva morire perché aveva offeso la mafia. Che aveva bruciato una camicia, una giacca, una maglietta, una cosa del genere sul palco. E per quello doveva morire".

A questo punto, per una migliore comprensione della vicenda, appare opportuno ricapitolare tutta la storia con le parole di Scarano, che ne ha fatto, in apertura del suo racconto su via Fauro, una sintesi molto efficace:

"...Tutto assieme una mattina pigliano e vengono... a Roma viene "Fifetto" per primo a casa mia, viene Grigoli Salvatore, che l'ho conosciuto come Salvo.[96] Ed è venuto Lo Nigro. Gli altri sono venuti, Barranca, Spatuzza e Giuliano, sono venuti col treno.
Arrivato già a Roma, Cannella mi fa, dice, l'indomani che sono arrivati, dice: 'dobbiamo andare da Costanzo, nel pomeriggio'.
Dico: 'guarda, io... Chi è 'sto Costanzo?'
Allora la risposta è stata: 'ma perché, quando è venuto Matteo a Roma, tu non sei stato da Costanzo?'
Ci ho detto: 'io non conosco nessun Costanzo. Non sono andato da nessuna parte'.
Sono andati via e nemmeno mi hanno detto che andavano via.[97]

... Comunque il pomeriggio, l'indomani del pomeriggio andiamo da 'sto Costanzo.
Io accompagno lui, lui sapeva già la strada, perché lui mi diceva dove andare, Cannella.
Arrivato ad un certo punto, in salita - adesso so che si chiama via dei Parioli. Io prima non lo sapevo - mi fa fermare vicino a un ristorante, sulla destra, salendo sulla destra.
E se ne vanno.
C'era Lo Nigro, c'era "Fifetto" e Benigno. E Benigno Salvatore. Tutti e tre.
Io me ne sono parcheggiato lì, vicino a 'sto ristorante, sono stato circa tre ore.
Loro sono scesi, si buttano sulla sinistra della strada e sono spariti nel nulla, nel senso che si sono internati non so dove, son venute e siamo rientrate dentro da casa mia. Senza nessuna domanda, nessuna cosa.
Il secondo giorno, la stessa cosa. Però mi hanno fatto fermare ancora più avanti, vicino a una piazza. A fianco a un chiosco di fiori.
Fanno la stessa cosa del giorno prima: se ne vanno per conto loro, insomma. Spariscono. Sempre due-tre ore fermo io parcheggiato. Venivano dopo un certo orario, se ne andavano un'altra volta a casa.
Il terzo giorno, mi hanno fatto fermare ancora più avanti ancora. Se ne vanno; sempre la solita storia. Vengono la sera dopo due-tre ore.
Io, nel frattempo che aspettavo loro, me ne andavo dentro qualche bar. Mi sono andato a comprare un giubbino dentro un negozio. Di seta. Per perdere tempo. Più volte mi sono seduto a un bar per perdere tempo.
Il quarto giorno, non so come hanno fatto, hanno rubato una macchina praticamente. Perché io non ci sono stato lì al furto della macchina per Costanzo, non c'ero. Non ero presente.
Mi chiedono la macchina mia. Il quarto giorno. Una 112. Ho detto: 'va bene, prendete questa macchina'. Io credevo che si volevano fare un giro per Roma. Invece la macchina l'hanno portata da Costanzo, dove è stato l'attentato. E occuparono il posto anticipatamente di quando erano loro con la macchina carica di esplosivo.
Hanno messo la macchina mia. Comunque l'esplosivo, quello che stava a casa mia. Qualche cosa... però io non ho visto con gli occhi, hanno portato pure loro. Però come l'hanno portato non lo so. Perché non l'ho visto.
Ma quei sacchetti che stavano a casa mia che aveva portato precedentemente Matteo Messina Denaro, sono stati utilizzati per l'attentato di Costanzo.
Praticamente hanno preparato la macchina, caricato 'sta roba, la macchina viene preparata a Torbellamonaca. Hanno chiesto le chiavi a Alfio Massimino che io già quel garage lo conoscevo, che me lo aveva invitato lui di fare un bowling lì dentro, un'attività. E io conoscevo già questo locale.
Si carica, rubano la macchina loro - non so chi l'ha rubata la macchina - vengono a casa mia, si prende 'sta roba, questo esplosivo, si va a Torbellamonaca. Mi sembra che stanno un giorno dentro la macchina. E il giorno dopo si parte via con... preparano 'sta macchina nel pomeriggio e nel pomeriggio stesso si porta via la macchina dal garage. Verso le 17-18.

... sempre lì da Torbellamonaca. Abbiamo fatto tutto il raccordo anulare diciamo, la tangenziale e siamo arrivati lì. Io mi parcheggio sempre al solito posto come mi hanno detto di parcheggiare e di fermarmi lì. Loro hanno fatto un giro dalla parte di sopra della strada e sono andati dove sono andati perché io ancora oggi non so nemmeno dove è stata messa 'sta bomba.
Praticamente vedo la macchina mia, scendo... che usciva di questa traversa. Io credo che la macchina loro ce l'avevano già da un'altra parte che non stava lì parcheggiata per tenere il posto.
Vedo 'sta macchina mia uscire di questa traversa e lasciano una macchina piena di esplosivo.
E, onestamente, mi sono arrabbiato. Però mi fa cenno la portava Giuseppe Giuliano, l'A112. Mi fa: 'vieni dietro a me'. E ce ne siamo andati circa un 250 metri, 100 metri.
Però quella sera, la prima sera che è stata lasciata la macchina piena, carica di esplosivo, non è esplosa per motivi tecnici. Io non conosco.
Si ritirano pure Benigno Salvatore e viene Lo Nigro, c'era Spatuzza, c'era Cannella. Questa macchina non esplode.
Si lascia lì tutta la notte. Il pomeriggio dopo si rivà un'altra volta sul posto, si avvicina Benigno Salvatore e Lo Nigro - che loro sono i più esperti di queste cose - hanno sistemato non so che cosa, qualche filo, qualche cosa. E la seconda sera praticamente hanno esploso, è esplosa 'sta macchina.
Io però poi mi hanno fatto stare molto più lontano da dove stavo la prima volta. Mi hanno messo vicino, che adesso vicino alla casa cantoniera, io all'epoca capivo che era una casa cantoniera. Oggi so che è una ferrovia, una stazione della ferrovia. Ma all'epoca c'era un piccolo parcheggio, mi credevo che era una casa abbandonata, cantoniera.
Stavamo lì da tre-quattro minuti, 10 minuti e ho sentito un boato enorme. I semafori facevano tilt. E' andata via la luce, è andato via tutto. E siamo andati a casa.
E' arrivata pure un'altra macchina, non mi ricordo adesso che macchina era, nella confusione.
Giuseppe Barranca s'è perso perché se n'é andato per conto suo per Roma. Si è ritrovato verso le quattro la mattina, le quattro e mezza.
E poi il giorno dopo Spatuzza, Giuliano, Benigno e Lo Nigro se ne sono andati a Palermo.
Cannella, la mattina alle nove, viene da me e m'ha detto di accompagnarlo dai suoi parenti in Altitalia che non ricordo la città dov'è.
E nello stesso giorno sono andato, l'ho lasciato lì all'inizio di 'sta città, di 'sto paese che era, in una piazza che ci stavano i tassì. L'ho lasciato lì e me ne son venuto a Roma direttamente. Sono arrivato nel pomeriggio, alle cinque stavo a casa un'altra volta.
Questo è il primo episodio.

A chiusura di questa rassegna sulle dichiarazioni di Scarano va detto, infine, che allo stesso sono mostrate dal Pubblico Ministero una serie di fotografie, tratte dall'album formato dal Centro Operativo della DIA di Roma in data 14-3-96.In esse Scarano ha riconosciuto immediatamente, senza esitazioni:
- lo snackbar Parasacchi, in località Torbellamonaca;
- il Centro Commerciale "Le Torri" e lo stanzone in cui avvenne la preparazione dell'autobomba:
- la lavanderia sita nell'ambito del Centro "Le Torri", dove ritirò le chiavi dal Massimino;
- la via dei Parioli;
- la "casa cantoniera" presso cui parcheggiò in occasione del secondo attentato, il 14-5-93. [98]

Nel prosieguo dell'esame lo Scarano, parlando di Giuseppe Santamaria, ha dichiarato che Giuliano Francesco, qualche giorno prima dell'attentato di via Fauro, chiese a lui (Scarano) di acquistare due radiotrasmittenti.
Egli girò la richiesta a Santamaria Giuseppe, un amico dei suoi figli. Ecco in che modo:

"Mi capita questo ragazzo che era sempre lì vicino casa mia. Ci ho detto: 'Pino, guarda sai chi li rivende queste radiotrasmittenti?'
Dice: 'sì, ci sarà qualche negozio'.
Allora, dico: 'vedi un po', comprane due'. E ci ho dato non ricordo bene, 500 mila lire o 600 mila lire.
Porta queste radio, le ha pagate mi sembra 500 mila lire, insomma 50 più 50 meno. E se l'è prese Giuliano. Se l'è prese Giuliano. Io li ho visti che quando sono arrivate queste radiotrasmittenti, l'ho viste. L'ha levate dentro la scatola. L'abbiamo viste.
Questo Pino, un ragazzo, ci ha spiegato non so, a due chilometri, a tre chilometri, la distanza che potevano ricevere. Questo me lo ricordo benissimo.
Mah, è finita lì. Si è preso Giuliano, si è preso questi telefonini, questi diciamo 'ste radiotrasmittenti e io poi non l'ho più viste. Se l'ha messe dentro la borsa, se l'ha nascosta in qualche posto io non l'ho visto più diciamo nel periodo che loro son stati lì, non l'ho più viste queste cose. Queste radiotrasmittenti.
A Roma comunque non sono state usate, almeno da quanto risulta a me. Poi se l'hanno usati loro, questo non lo so. Ma di fronte a me non gliel'ho mai visti con 'sti radiotrasmittenti in mano."[99]

E' probabile, ha aggiunto Scarano, che queste radiotrasmittenti siano state acquistate da "Pino" insieme a tale Riccardo, soprannominato "Braciola" (pure lui amico di Pino e dei suoi figli).

Poi, su contestazione del PM (il 29-4-96 aveva dichiarato allo stesso PM che la richieste delle radioline gli era stata fatta da Lo Nigro), ha aggiunto:

" Si,si. Però Giuliano mi ricordo...hanno parlato tutti, però Giuliano si è intromesso di più nell'acquisto di questi...
Ricordo benissimo che io l'ultima parola l'ho detta con lui, l'ultimo discorso di questi telefonini. Però erano quasi tutti presenti. Però Giuliano ha approfondito di più il discorso dei telefonini che tipo, che tipo di telefonini".[100]


FIRENZE, VIA DEI GEORGOFILI


L'individuazione degli autori materiali e l'accertamento delle modalità specifiche di esecuzione di questa strage sono state rese possibili dalle dichiarazioni di Carra Pietro, esaminato, sul punto, nell'udienza pomeridiana del 24-2-97 (fasc.n.85) e nell'udienza mattutina del 25-2-97 (fasc.n.86); di Ferro Vincenzo, esaminato nelle udienze del 5-3-97 e del 6-3-97 (fasc.nn. 96-97-98-99-100-101); di Ferro Giuseppe, esaminato nelle udienze del 16 e 18 novembre 1997.

Di Carra Pietro si è già parlato. Di Ferro Vincenzo va anticipato che è un giovane di Alcamo che, nel 1993, era studente in medicina (si sarebbe laureato alla fine del 1994).
Era, però, anche figlio di Ferro Giuseppe, capo mandamento, dal 1992, di Alcamo e inserito, da lungo tempo, nei ranghi della mafia trapanese.
Non si conoscono episodi di vita mafiosa del Ferro Vincenzo anteriormente al 1993. Si sa, però, che accompagnava spesso il padre alle riunioni con gli altri mafiosi del suo livello.

Ferro Giuseppe rimase in carcere dal 6-12-92 al 29-4-93 (si tratta di una indicazione che tornerà utile per comprendere il racconto suo e del figlio).

Carra Pietro. Ha detto il Carra che, dopo il viaggio fatto a Roma, in via Ostiense (di cui si parlerà nel capitolo successivo)[101], gli fu commissionato un altro viaggio da effettuare a Prato (non ha saputo precisare a quale distanza di tempo dal primo).

Anche l'incarico di questo viaggio gli fu dato da Barranca Giuseppe e Cosimo Lo Nigro, i quali si portarono (così gli sembra) appositamente nel suo ufficio, in Palermo, via Federico Orsi Ferrari. Gli chiesero di preparare il camion, ma non gli dissero che cosa avrebbe dovuto trsportare.

In effetti, si diedero appuntamento nel suo garage, in via Messina Marine, dove lui si portò nella sera del giorno stabilito, trovandovi già sul posto Barranca, Lo Nigro e Giuliano Francesco.
Dopo il suo arrivo Lo Nigro si allontanò ("mi sembra con Giuliano") e fece ritorno dopo poco tempo con la solita Ape Piaggio, su cui erano dei pacchi coperti da una rete da pescatori.
I pacchi erano confezionati alla stessa maniera che nella precedente occasione ed erano in numero di quattro: due piccoli e due grossi. Quelli piccoli potevano essere intorno ai 30 kg.
I pacchi furono sistemati nella "cassa" ricavata appositamente nel fondo del camion.

Finite le operazioni di carico il Barranca, alla presenza di Lo Nigro, gli diede un foglio su cui era segnato un numero di telefono ed il nome di un paese.
Il paese si trovava nei pressi di Prato. Qui, gli fu detto a voce, all'ingresso del paese, v'era la chiesa dei Testimoni di Geova, dove si diedero appuntamento per le 20 del giorno successivo.

Il Barranca gli disse che, per raggiungere questo paese, avrebbe dovuto percorrere la Firenze-Mare con direzione Livorno-Firenze e sarebbe dovuto uscire a Prato (forse Prato-Ovest).
Il numero di telefono indicava l'utenza a cui poteva chiamarlo, in caso di necessità.

In effetti egli partì in nave da Palermo verso le 18,00 del giorno successivo a quello in cui era stato effettuato il caricamento dei pacchi e sbarcò a Livorno l'indomani, verso le ore 14,30.
Si attrezzò al solito modo: l'esplosivo fu sistemato nel cassone del semirimorchio tg PA-15424; su questo semirimorchio ne fu caricato un altro (quello targato CT-7035 o 7034; nel frattempo, comunque, già ritargato Palermo). Il trattore era la motrice Volvo con targa TO-529709D.

Dice il Carra che, nell'occasione dette, all'imbarco, il numero di targa giusto, anche se una eventuale difformità non sarebbe stata certamente rilevata dal personale marittimo. Fece il biglietto, probabilmente, a nome di Sabato Gioacchina (la prestanome della ditta da lui gestita) e portò con sé il cellulare intestato alla Sabato stessa.

Fece il viaggio con la compagnia di navigazione "Grandi Traghetti" e si imbarcò sulla nave denominata "Freccia Blu" o "Freccia Rossa" (non ricorda di preciso).

Giunse a Livorno nell'orario preventivato e si avviò verso Firenze, molto lentamente, fermandosi in ogni area di servizio, in quanto aveva molto tempo davanti a sé e poca strada da percorrere.
Prima di arrivare a Prato, verso le 19,30-19,45i, inoltre, ricevette una telefonata sul cellulare da Barranca, che gli spostava l'appuntamento alle 23,00, al solito posto. Perciò aumentò ancora il tempo a sua disposizione e si mise a dormire fin verso le 22,40, allorché riprese il viaggio.

Gli era sto detto che Prato aveva due uscite e gli fu specificato a quale delle due doveva uscire, ma non ricorda quale indicazione gli fu data.
Comunque, giunse nel paesino indicato e trovò la chiesa dei testimoni di Geova, che si trovava proprio all'entrata del paese. Di fronte alla chiesa v'era un parcheggio. Erano circa le ore 23,00.
Siccome la strada era stretta e le persone con cui aveva appuntamento tardavano, egli si addentrò nel paese; percorse una strada lunga e stretta finché si ritrovò in un piazzale, antistante un cimitero. Qui si mise in attesa.

Non vedendo giungere nessuno chiamò al numero lasciatogli da Barranca e gli rispose una persona anziana, di cui non conosceva nulla (nemmeno la voce). Egli chiese di Pappuccio e l'interlocutore gli disse:"Si, sta venendo a prenderti. Non ti preoccupare".

Il Carra dice che fece la telefonata anche perché aveva, di sua iniziativa, spostato il luogo dell'appuntamento ed aveva perciò bisogno di comunicare la sua nuova collocazione.

Non sapeva a quale utenza corrispondesse il numero lasciatogli da Barranca. Dello stesso ha detto di non ricordare nemmeno il prefisso. Era, comunque, il numero di telefono di una abitazione.
Fece la telefonata tra le 23,00 e le 23,30. Ha detto che l'unica telefonata da lui fatta a persone presenti in Toscana nel corso di questo viaggio è quella di cui si discorre. Effettuò, invero, altre chiamate, ma a persone di Palermo (tra cui un certo Moscato).

Circa 5-10 minuti dopo la sua chiamata lo raggiunsero al cimitero Lo Nigro, Giuliano e Spatuzza con una Uno bianca, targata Firenze.
Fecero un giro nei dintorni, con l'automobile, per trovare un luogo adatto allo scarico e alla fine lo individuarono in un vialotto di campagna fiancheggiante il cimitero.
Qui scaricarono. Le operazioni di scarico durarono circa un'ora (da mezz'ora a un'ora e mezza, dice il Carra).
Alla fine Lo Nigro gli disse di trovare un posto in cui parcheggiare perché, probabilmente, avrebbe dovuto riportare con sé Barranca a Palermo (il Barranca non era, in quel frangente, presente).

Allora prese la statale in direzione di Livorno e, dopo un paio di chilometri, incontrò un grosso distributore di benzina, sulla sua sinistra, con una trattoria-ristorante ed un parcheggio. Qui si fermò; sganciò i semirimorchi e rimase in attesa.

Dopo una-due ore ricevette una telefonata sul cellulare da Lo Nigro, che gli disse di portarsi nuovamente alla chiesa dei Testimini di Geova. Egli ci andò convinto di trovarvi il Barranca. Invece, gli si fece incontro una persona giovane che non aveva mai visto prima.
Questa persona viaggiava con una utilitaria (il Carra dice di non ricordarne il tipo); gli si avvicinò; lo chiamò per nome ("Piero") e, parlando a nome di Barranca, gli disse di ritornare l'indomani sera nello stesso posto, alle 20 ("Mi ha detto Peppuccio ritorna domani sera alle otto").

Allora tornò all'area di servizio (forse della Shell), lungo la statale per Livorno, e si mise a dormire nel suo automezzo. Qui rimase fino alla sera del giorno successivo, scendendo solo per mangiare. Fece, comunque, varie telefonate a Palermo col suo cellulare (chiamò l'assicuratore Moscato, suo fratello Antonino, un certo infermiere Tligito, la sua segretaria) e ne ricevette altresì (dal fratello, dalla segretaria, forse anche dalla sorella). Non comunicò più, però, con le persone con cui operava a Prato.

L'indomani, all'ora stabilita, tornò alla chiesa, ma anche questa volta rivide la stessa persona del giorno prima, che gli spostò di nuovo l'appuntamento alle 23,30 dello stesso giorno. Il giovane viaggiava, anche in questo caso, con l'utilitaria che gli aveva visto il giorno prima.

Su contestazione del Pubblico Ministero, quindi, che gli ha ricordato quanto dichiarato il 30 e 31 agosto 1995, il Carra ha detto che il giovane viaggiava, nella prima occasione, con una Fiat Uno bianca; nel secondo caso con una macchina scura, targata Firenze (forse una Ibiza o una Y10).[102]

Il ragazzo che andò all'appuntamento non parlava palermitano. Il Carra lo descrive così:

"Si, è un ragazzo giovane, sui 25 anni, alto un metro e 70, un metro... penso. Un metro e 70, un metro e 68, non lo so di preciso. I capelli scuri e ben vestito. Fine in viso, con una parlantina in italiano."

Infine, quella sera, intorno alle 23,20, arrivò il Barranca, sempre alla chiesa, in compagna del solito giovane. I due giunsero (ma anche in questo caso il Carra non è sicuro) con la Fiat Uno bianca; si salutarono baciandosi su entrambe le guance ed il Barranca montò sul camion (il trattore). Aveva con sé una borsa ed era tutto sporco e malandato (cosa che lo colpì, visto che il Barranca era sempre vestito a puntino).

IL Barranca gli disse di partire immediatamente e di fare in fretta. Al che si portò nell'area di servizio in cui aveva stazionato in precedenza; agganciò i semirimorchi e partì in direzione di Livorno. Per agganciare i semirimorchi impiegò circa mezz'ora-un'ora.

Entrò in autostrada nei pressi di Pistoia. Appena entrato in autostrada il Barranca gli chiese di comprare una radiolina in qualche area di servizio, dal momento che sul camion non erano montate radio.
Nel corso di tutto il viaggio il Barranca rimase sempre disteso nella brandina del camion, sita dietro la cabina.

In effetti, egli acquistò, nella prima o seconda area di servizio che incontrò (era un'area di servizio dell'Agip e si trovava sulla Firenze-Mare, prima della deviazione per Genova-Livorno) una radio mangianastri con due musicassette di musica napoletana e le diede a Barranca. Spese, complessivamente, circa 100.00 lire.

Descrive così la radiolina in questione:

"Si, era rettangolare, piccola, sulla destra l'altoparlante, sulla sinistra l'ingresso della cassetta, c'erano i tasti sopra con l'antennino sopra, non vorrei sbagliare, era Irradio la radiolina. Nera, di plastica."

Il Barranca, però, non utilizò per nulla le musicassette che gli aveva procurato, ma cercò sempre le notizie del telegiornale:

"Girava in continuazione la rotellina della radio. In continuazione metteva nei telegiornali. Infatti, sentii il discorso dell'esplosione a Firenze però era già quasi mattina quando lo ascoltai.
Allora mi gelò il sangue perché capii che c'entrasse qualcosa la mia presenza lì e tutto. Perché mi stranizzò che lui, le cassette sono rimaste, quando io le ho comprate e le ho salite sul mezzo, sono rimaste ancora nel cellophane le cassette custodite, neanche le aprì, non gli interessavano le cassette.
Girava, ascoltava, di notte certe volte dicono, c'è l'ACI che dice com'è la visibilità nelle strade, se sentiva queste cose qua.

Ha precisato che il paese da cui partì quella sera (e dove, ovviamente, era avvenuto lo scarico e si era svolta tutta la vicenda sopra narrata) era Gaggiano o Ganciano o Chianciano, una cosa del genere (si tratta, in realtà, di Galciana, come si vedrà in seguito). Si ricordò del nome del paese nel corso di un sopralluogo fatto col Pubblico Ministero, allorché vide un cartello stradale indicante il nome della località.

Ha detto che si ricorda dell'esistenza, nei pressi della chiesa dei Testimoni di Geova, di una casa cantoniera da lui presa come punto di riferimento nel corso dei suoi spostamenti, nonché di un fruttivendolo stazionante nei paraggi.

Ha aggiunto che quella sera partì da Galciana verso le 1,30-2,00 di notte. Giunse a Livorno dopo circa un'ora-un'ora e mezza.
All'ingresso del porto di Livorno sganciò i semirimorchi e li lasciò sul posto. Quindi proseguì il viaggio col solo trattore in direzione di Roma.

Nei pressi di Roma, sulla Roma-Napoli, fu fermato, per un controllo, dalla Polizia Stradale, nel primo pomeriggio. Quindi proseguì, sempre via terra, fino a Palermo, dove giunse nella mattinata del giorno successivo (impiegò, quindi, più di 24 ore per arrivare a Palermo).

Per andare a Palermo fece l'autostrada Livorno-Civitavecchia; a Civitavecchia prese l'autostrada per Roma; da Roma proseguì in autostrada per Napoli e Reggio Calabria.

Ha detto il Carra che, durante tutto il viaggio, il Barranca non scambiò parola con lui e non si mosse mai dalla cuccetta, nemmeno per mangiare e per soddisfare i bisogni fisici (fece la pipì in una bottiglia e la buttò dal finestrino).
Lui (Carra) si fermò qualche oretta per riposare e, inoltre, per i rifornimenti necessari.

Giunti a Palermo il Barranca gli disse di dimenticare tutto:

"Poi a Palermo mi disse che... Nel momento in cui arrivammo a Palermo, io lo lasciai quasi sotto casa, lui mi disse, dice: 'hai capito, devi dimenticare tutto, non devi parlare con nessuno, devi far finta che non è successo niente'.
'Mi hai capito?', me lo disse in un tono un po' minaccioso diciamo."

Il Carra ha quindi riconosciuto, in alcune fotografie mostrategli dal Pubblico Ministero, i luoghi da lui frequentati nel corso del viaggio sopra narrato. In particolare, la chiesa dei Testimoni di Geova presso cui fissarono i vari appuntamenti; il cimitero di Galciana; la stradina fiancheggiante il cimitero, in cui avvenne lo scarico dell'esplosivo; la casa cantoniera da lui presa come punto di riferimento [103] ; nonché il piazzale con la discoteca-ristorante, sito sull'autostrada prima di Prato, in cui si fermò per un paio d'ore nella sera del suo arrivo in zona (essendogli stato spostato l'appuntamento dalle 20 alle 23) e l'area di servizio in cui stazionò per due giorni, in attesa del Barranca. [104]

Sono tutti posti da lui individuati nel corso del sopralluogo fatto col Pubblico Ministero nel corso delle indagini.

Scarano Antonio. Questo collaboratore ha dichiarato di non sapere nulla della strage di Firenze.
Ha detto, però, che in una delle trasferte di Giacalone a Roma, mentre venivano commesse le altre stragi per cui è processo, Giacalone, riferendosi alla strage di Firenze, gli fece capire che era un'unica strategia. Ecco in che modo:

" Io, Firenze, l'ho sentito soltanto in televisione.
Però quando è venuto Giacalone a Roma, gli ho fatto una battuta, diciamo, la chiamava la battuta.
E si è messo un po'... mi ha fatto un piccolo sorriso, però ho capito che la strategia è quella.
E poi è finita qui.

E ripete:

" IMP. Scarano A.: Ho detto io: 'hai visto che è successo a Firenze?'.
...E mi ha fatto una specie di risata, una mezza risata."

Precedentemente Matteo Messina Denaro gli aveva chiesto se conosceva Firenze, ottenendo la sua risposta negativa. Non ricorda dove e quando si svolse questo discorso (il 5-4-96 disse al PM che s'era svolto nel calzettificio di Castelvetrano; a dibattimento ha detto che s'era svolto, forse, a casa di Salvatore Grigoli).

Ferro Vincenzo. Il Ferro ha dichiarato di essere stato usato, in maniera inconsapevole, per la strage di via dei Georgofili.
Le sue dichiarazioni concernono sia la fase preparatoria della strage che quella esecutiva vera e propria.

Fase preparatoria. Un giorno, dice il Ferro, mentre si trovava in villeggiatura a Castellammare del Golfo (egli risiedeva ad Alcamo) lo mandò a chiamare Calabrò Gioacchino, di Castellammare del Golfo, tramite tale Vito Corace, suo compaesano di Alcamo. Egli si portò a casa del Calabrò e questi gli disse che doveva portarsi a Firenze, presso lo zio Messana Antonino (fratello della madre) per chiedergli la disponibilità di un garage per un giorno.

Egli tergiversò, essendo "sotto esami" all'università (il Ferro era iscritto alla facoltà di Medicina), per cui il Calabrò lo richiamò e gli intimò di portarsi senz'altro a Firenze per espletare l'incarico affidatogli. Cosa che egli fece, portandosi a Firenze in aereo (nell'occasione dette, alla biglietteria, un nome leggermente diverso dal suo).

Lo zio, però, gli disse che non aveva alcun garage; al che egli ritornò, sempre in aereo, a Palermo (e quindi a Castellammare). Il Calabrò, però, nell'udire la risposta, si infuriò e gli disse che il favore doveva essergli fatto senz'altro, pena gravi ritorsioni su di lui (il Messana) e i suoi figli.
Anzi, per essere più convincente, il Calabrò gli disse di tenersi pronto a partire insieme a lui per il venerdì successivo.

Difatti, il venerdì partirono, con l'Audi 90 del Ferro, e si portarono, via terra, alla stazione Termini di Roma, dove giunsero verso le 4,30-5,00 del mattino successivo.
Qui il Calabrò attese che si facesse giorno. Quindi si allontanò per ritornare insieme ad un'altra persona, che gli presentò col nome di Giorgio. Dopodicché lasciarono l'auto a Roma e proseguirono, tutti e tre, in treno per Firenze.
A Firenze, alla stazione di S.Maria Novella, andò a prenderli lo zio Antonino, con la sua Fiat Uno bianca, e li portò a casa sua, nei pressi di Prato. Durante il percorso il Pizzo segnò il numero dei semafori incontrati (il Ferro dice che erano tre).

A Prato (in realtà, nella frazione di Galciana) lo zio ragguagliò il Calabrò sulla situazione; gli dimostrò che non possedeva alcun garage e gliene mostrò alcuni, non suoi, che erano proprio davanti casa sua, prospettandogli l'eventualità di servirsi di quelli.

Questo discorso, così sintetizzato, merita però di essere ripetuto con le parole del Ferro:[105]

"Allora, nell'aprile del 1993, il signor Calabrò Gioacchino, che io conoscevo in quanto era stato coimputato con mio padre in altri processi, per cui facevamo i colloqui assieme e che poi ho rivisto quando è uscito dal carcere. Allora, io conoscevo questo Calabrò Gioacchino in quanto faceva pure l'autocarrozziere, per cui la macchina la portavo là.
Un giorno, nell'aprile del '93, mi mandò a chiamare tramite un mio paesano, un certo signor Vito Corace, che io conoscevo. il quale mi disse: 'guarda che c'è il Calabrò che ti vuole parlare, vallo a trovare."

Dopo alcune precisazioni su Calabrò e Vito Coraci il Ferro prosegue:[106]

"Il Calabrò Gioacchino abita a Castellammare. Io in quel periodo abitavo a Castellammare dove avevamo una casa di villeggiatura.
Il Vito Corace invece, pur essendo di Alcamo, abita a Balestrate in provincia di Palermo, dove ha un negozio di abbigliamento.
...Quindi, il Calabrò mi mandò a chiamare, così io andai dal Calabrò. Gli dissi: 'mi ha cercato, le serve qualcosa?'
E lui mi disse: 'guarda, mi devi fare un favore'.
Ho detto: 'per quello che è possibile'.
Disse: 'devi andare da tuo zio a Firenze per chiedergli, questo favore comunque vedi che me lo deve fare, per chiedergli se ha la disponibilità di un garage per un giorno'.
Io gli dissi: 'momentaneamente non posso andare', in quanto andavo all'università, seguivo le lezioni per cui ero impossibilitato subito a partire.
Lui mi disse: 'vedi di andarci perché mi serve'.
Io non feci domande e me ne andai. Dopo qualche giorno lui mi mandò a chiamare di nuovo. Non ricordo come fece, se venne lui a cercarmi a casa, io non c'ero e poi lo riferì a mia madre. E io ritornai da lui.
Mi dissi: 'ci sei andato?'
Io gli dissi: 'no, perché sono sotto esami' perché tra aprile e maggio c'è lo svolgere degli esami.
Lui mi disse: 'no, guarda, devi andarci perché è una cosa che mi serve'.
Al che io andai. E andai da mio zio. Feci il biglietto... E mi disse, prima di partire: 'quando vai da tuo zio non usare mai il tuo nome, usa un altro nome'.
Al che io, andando all'aeroporto, feci il biglietto sotto un altro nome, usando dei nomi simili in modo tale che se ci fosse stato un controllo, avrei detto che era stato un errore del bigliettaio.
Al che andai a Firenze. A Firenze non ricordo se telefonai e mio zio mi venne a prendere o presi un taxi, comunque andai a casa dello zio. E dissi a mio zio: 'guarda, mi ha chiamato questo signor Calabrò e mi ha detto se tu hai la disponibilità di un garage'.
Lui mi disse: 'non ho disponibilità di garage'.
Io dissi: 'va benissimo' e tornai indietro. Presi l'aereo e quindi ritornai indietro.
L'indomani andai da Calabrò e gli dissi: 'guardi, mio zio non ha disponibilità di nessun garage, per cui non c'è niente da fare'.
Lui, seccato di questo, disse: 'tra qualche giorno fatti rivedere'.
Al che io dissi: 'va bene', me ne andai. Dopo qualche giorno io ritornai e lui mi disse: 'senti, questo favore tuo zio me lo deve fare, non c'è niente da fare. Quindi vai da lui e gli dici che se non mi fa questo favore' - in stretto dialetto usò - 'ci sono male discorsi per lui e per i suoi figli'.
Io, spaventato un po' da questo che mi aveva detto, dissi: 'va be''. Non andai, cercai di temporeggiare. Lui mi mandò a chiamare di nuovo e mi disse: 'guarda, devi andare da tuo zio, però stavolta ci vengo io con te'. Forse perché, non so, lui pensava che io non ero molto convincente. Disse: 'venerdì prendi la tua macchina, mi vieni a prendere verso le quattro e andiamo a Firenze' e così io feci.
Quindi il venerdì verso le quattro partimmo e andammo a Firenze. Strada facendo, verso Caltanissetta un uccello aveva una pietra in bocca, urtò il faro dell'Audi - la mia era un'Audi 90 - e si ruppe. Così arrivando a Messina cercammo un negozio per riparare un po' il faro, ma erano chiusi. Così traghettammo a passammo a Villa. A Villa lì ci fermammo in corrispondenza di un rifornimento, il Calabrò comprò una lampadina, aggiustò il faro diciamo, nel meglio possibile e partimmo.
Da Villa San Giovanni a Roma guidò lui. Mentre il tratto Palermo-Messina avevo guidato io. Arrivando a Roma lui, invece di prendere la direzione per Firenze, si diresse verso la stazione centrale, Termini. Arrivando là, che era mattina, però era buio ancora - saranno state le quattro e mezza, le cinque, non mi ricordo - ci fermammo là. Ci fermammo là e lui mi disse che doveva aspettare una persona.
La mattina, quando si fece giorno, lui scese dalla macchina, prese una borsa che aveva nel portabagagli e se ne andò. Dopo una mezzoretta ritornò e ritornò cambiato e con un'altra persona, che lui mi presentò col nome di Giorgio.
Ci mettemmo, lasciammo la macchina là a Roma, lui disse: 'lasciamo la macchina qua e prendiamo il treno'. E prendemmo il treno per Firenze. E arrivammo alla stazione Santa Maria Novella.
Io non ricordo se da Roma o da Firenze telefonai a mio zio, se fu da Roma o da Firenze. Comunque, telefonai a mio zio e mi venne a prendere. Quando io telefonai non dissi: 'ci sono altre persone'. Per cui lui venne e trovò la sorpresa di trovarmi con altre persone. Li salutò ed io, avendo preso da parte mio zio, dissi quello che Calabrò mi aveva detto, cioè la minaccia che mi era stata fatta.
Al che salimmo in macchina, sulla sua Uno, e ci dirigemmo verso Prato, quindi verso la sua casa. Giorgio disse: 'signor Messana, deve prendere la strada più breve per arrivare a casa sua'. Cioè, quella più facile, non più breve.
E mio zio, alla prima uscita di Firenze, uscì per Prato e il Giorgio si andava segnando i semafori, che ricordo fossero tre io. E arrivammo a casa sua.
Mio zio fece vedere che non c'era disponibilità di garage, ma loro insistevano. Al che lo zio, per toglierseli davanti, gli dissi: 'guardate, là di fronte alla mia casa vi sono dei garage abbandonati, ci sono dei lucchetti, rompete quei lucchetti e utilizzate quelli'.
Questi garage erano posizionati in modo che dalla porta di mio zio, da dove si entrava, non si vedessero perché si accedeva attraverso un cancelletto in un atrio e là vi erano quei garage, che davano poi su un'altra strada.
E così, loro dissero va bene. Dice: 'ma lei ce l'ha la chiave per farceli vedere?'
Mio zio disse: 'io ce l'ho la chiave perché un tempo li ho utilizzati, però non sono miei'. Aprì il lucchetto, gli fece vedere il garage e loro dissero: 'va bene, utilizziamo questi'. Si chiuse il lucchetto, mio zio disse: 'l'importante che io non voglio sapere niente. Voi venite, fate quello che dovete fare, io non vi vedo, rompete il lucchetto e non voglio sapere niente, assolutamente nulla'.
Loro dissero: 'va bene così'. E ce ne ritornammo indietro... rifacendo lo stesso percorso.

Quindi, sollecitato dal Pubblico Ministero, il Ferro ha fornito una serie di precisazioni.

Ha parlato di un incontro avvenuto nella sua casa di villeggiatura, a Castellammare del Golfo, tra Calabrò e lo zio Messana Antonino, nell'estate del 1992.
In detta occasione il Messana (che aveva una casa di villeggiatura ad Alcamo) era andato a fare visita a suo padre (Ferro Giuseppe), a Castellammare. In quel frangente sopraggiunse anche il Calabrò e fu lui stesso (Ferro Vincenzo) a presentare i due (credo sia stato io stesso a dirgli: "questo è mio zio", tutto qua).[107]

Non sa se ci furono altri incontri, poi, tra il Calabrò e lo zio.

Ha detto che il primo viaggio a Firenze-Prato lo fece verso la seconda metà del mese di aprile 1993 e di non essere sicuro se volò direttamente fino a Firenze, partendo da Palermo, o se viaggiò in aereo fino a Roma e poi da qui in treno fino a Firenze.

Ha precisato che la richiesta del Calabrò era per un garage, anche da prendere, eventualmente, in affitto.

Nel corso del viaggio fatto a Firenze col Calabrò (e Pizzo) non vi fu la ricerca di alcun locale da affittare.

Non disse allo zio a cosa serviva il garage, anche perché nemmeno lui lo sapeva. Dice infatti:[108]

"Io non l'avevo capito a cosa potesse servire, però non ho chiesto. Per me chiedere significava andarmi a immischiare in dei discorsi che non mi interessavano. Poteva essere una cosa del tutto legale, come poteva essere una cosa del tutto illegale.
Per cui, siccome mi era stata chiesta la disponibilità, non mi è stato detto: 'te vai là e tuo zio mi deve dare in garage', quindi non aveva senso per me chiedere il perché, a che cosa le servisse. Anche perché non penso che me lo avrebbe detto."

Ha detto che conosceva il Calabrò come carrozziere e che si serviva da lui all'occorrenza. Era un amico del padre, ma lui aveva con Calabrò un rapporto di semplice conoscenza.
Non era particolarmente obbligato verso di lui, ma sapeva che era una persona importante del posto ("era lui che comandava a Castellammare e ad Alcamo"), per cui le sue richieste non poteano essere disattese.

Dice in particolare:[109]

"Non è che ci fosse un motivo particolare che mi rendesse obbligato. Io vivo là a Castellammare e ad Alcamo, per cui in un certo senso l'ambiente lo conosco di là. Là si ha, signor Presidente, una mentalità del tutto diversa rispetto a quella che si può avere qua. Per cui, il fatto che il signor Calabrò mi chieda qualcosa, può dire: 'ma insomma, tu potevi rifiutare'. Mentre non è così.
Perché io so benissimo cos'era il Calabrò anche se nessuno me l'ha mai detto. Per cui questo rifiuto, cioè nel senso, sapevo che era una persona importante nell'ambito di un certo livello. Nel senso che era lui che comandava a Castellammare e ad Alcamo, per cui non potevo dire di no.
Però il fatto che lui me l'abbia chiesto, nel senso: 'vai a vedere se tuo zio ha la disponibilità di un garage'. Non è che mi ha detto 'vai là e vagli a chiedere questo e me lo deve fare'. Mi disse nel primo momento: 'vai a vedere la disponibilità'.
Per cui io non ho chiesto nulla, ho cercato di temporeggiare perché avevo esami e dovevo andare all'università e quando andai chiesi a mio zio: 'c'è questo garage?'
'No'. Per cui per me andava benissimo. Cioè, non mi ero messo di malavoglia sotto gli occhi del Calabrò, per cui avevo fatto quello, mio zio non aveva disponibilità e io avevo finito."

In ordine al secondo viaggio a Firenze (quello fatto col Calabrò) ha detto che fu utilizzata la sua auto (Audi 90) tg TP-361825 e che, per traghettare sul continente, fece il biglietto Messina Marittima-Villa S. Giovanni e ritorno.

A Capezzana-Galciana arrivarono un sabato mattina e ci rimasero solo il tempo di ispezionare i luoghi ("Il tempo di arrivare, vedere il garagino, ispezionare i garage abbandonati e via").

Di Pizzo dice:[110]

"La prima volta in cui lo vidi a Roma aveva gli occhiali. Quando lo rividi ad Alcamo non aveva più gli occhiali, in quanto, come lui stesso mi aveva riferito, si era fatto l'intervento agli occhi - credo che si tratti di miopia - e che, per cui gli occhiali non li portava più."

Lo rivide infatti ad Alcamo, nel 1995, in occasione di un duplice omicidio (quello dei f.lli Pirrone)

Ritornando da Prato verso Firenze, in occasione di questo secondo viaggio, il Pizzo richiese allo zio di fare la stessa strada dell'andata e controllò gli appunti presi all'andata.

Lo zio e Calabrò si scambiarono i numeri di telefono ("Io non ricordo se il numero di telefono di casa lo diede mio zio, o loro lo chiesero a me. Comunque, questo scambio ci fu").[111]

Lo zio li riaccompagnò alla stazione di Firenze e presero il treno per Roma, nella stessa mattinata in cui erano giunti a Capezzana.

A Roma, il Pizzo se ne andò per i fatti suoi; il Calabrò si portò a Pisa, per una visita medica; lui se ne tornò in auto ad Alcamo, dove giunse verso mezzogiorno della domenica.

Per quanto riguarda le spese di questo viaggio dice:[112]

"L benzina, cioè il gasolio, lo avevo messo io quando partii da Castellammare. Per il traghetto, ci pensò il Calabrò."
"....il pranzo non so se lo pagò il Calabrò o il Giorgio. Questo io non... Io non lo pagai."

Ha detto il Ferro che, nei giorni successivi a questo viaggio, dovette recarsi in Cassazione a Roma e che ne approfittò per ritornare a Firenze (ed era la terza volta che lo faceva) per riparlare con lo zio della situazione e cercare un garage in affitto. Dice infatti:[113]

"Nei giorni successivi io ricordo che dovetti recarmi a Roma in Cassazione per ritirare il dispositivo di sentenza della liberazione anticipata riguardante sempre mio padre.
In quella occasione, io, di mia iniziativa, mi recai a Firenze dallo zio, in quanto non mi piaceva molto la presenza di persone là, vicino casa sua.
Per cui andai così dallo zio e dissi: 'vediamo un po' se troviamo qualcosa anche distante, affittandola a nome mio e non dello zio, per evitargli dei problemi'.
Ma non trovammo niente, per cui l'indomani io ritornai a casa."

Questo viaggio lo fece in aereo da Palermo a Roma e da Roma a Firenze in treno. Il viaggio di ritorno lo fece tutto in aereo fino a Palermo, partendo probabilmente da Firenze (o forse da Pisa). Nel corso di questo viaggio portò con sé il telefono cellulare, ma non ricorda se ne fece uso (probabilmente chiamò, dice, la fidanzata Blunda Vita e un certo Marrone, cui aveva affidato il suo cane per l'addestramento).

Il viaggio in questione si concluse con un nulla di fatto, ma contribuì a rasserenare lo zio:[114]

"Cioè, io andai dallo zio e lo trovai molto preoccupato. In quanto lui era sempre sconcertante all'idea di gente che non conoscesse che dovesse venire in quei luoghi.
Però da un altro aspetto era tranquillizzato, in quanto erano rimasti che non dovevano venire a casa sua. Per cui sembrava un po' tranquillo di questo. Quando gli prospettai l'idea di vedere di andare ad affittare un garage e lo affittavo anche a nome mio, purché si allontanassero da quella zona, lui fu ancora più contento. Ma non trovammo nulla.
Per cui, alla fine, lui disse: 'va be', tanto i garagi non sono miei, io non li conosco, né li voglio conoscere, va bene così'.
Questa fu la natura del discorso."

Però, ritornato ad Alcamo da quest'ultimo viaggio , fu chiamato dopo alcuni giorni dal Calabrò, il quale si mostrò infuriato per il fatto che lo zio aveva cacciato via alcune persone che gli aveva mandato. Aggiunse che "questa brutta figura con Matteo non la poteva fare".

Egli, allora, tornò in aereo a Firenze, insieme alla madre, e si portò a Prato dallo zio (per la quarta volta). Le ragioni sono così spiegate:[115]

"Ricordo che alcuni giorni dopo il Gioacchino Calabrò mi mandò a chiamare. Io andai. Era arrabbiatissimo e mi disse: 'ma tuo zio che cosa ha combinato? Là ci sono andate delle persone e lui le ha cacciate via. Vai a vedere un po' cosa è accaduto'.
Così io dovetti andare di nuovo a Firenze per vedere un po' cos'era accaduto.
Il Calabrò, credo che in quella occasione, aggiunse: 'perché tuo zio questo favore me lo deve fare, in quanto - con tono sempre comunque arrogante, questa volta - in quanto lui questa brutta figura con Matteo non la poteva fare'.
Io non sapevo chi fosse questo Matteo fino ad allora. Così io ripartii e ritornai dallo zio.
Non ricordo il percorso... No, stavolta feci direttamente Palermo-Firenze, in quanto portai con me mia madre, perché lei voleva andare da un famoso guaritore la cui notizia l'aveva appresa da mio zio. In quanto mia madre è sofferente di mal di testa, per cui talvolta è costretta a rimanere a letto anche per intere giornate.
E quindi, in quella occasione, la portai con me ed effettivamente andò da quel guaritore, un certo Nello. Ma... tutto qua.
Io andai quindi dallo zio, parlai con lo zio, il quale mi disse: 'ma, dice, eravamo rimasti che questa gente non doveva venire a disturbare me. Se ne doveva andare in quei garagi, mentre questi volevano abitare dentro casa mia. Così io li ho cacciati. Né li conosco, né li voglio conoscere'.
E io gli dissi: 'hai fatto bene'.
Così, dopo che l'indomani mia madre andò da quel guaritore...ritornammo poi da Pisa. Dovevamo ritornare da Firenze, ma ritornammo da Pisa per anticipare la partenza, in quanto da Firenze si partiva la sera, mentre da Pisa si partiva nel primo pomeriggio. E quindi ritornammo da là. Per cui feci il cambio del biglietto, in quanto avevo fatto un biglietto andata e ritorno, prima.

Questo quarto viaggio si svolse tre-quattro giorni dopo il precedente (quello con puntata alla Cassazione).
In occasione di questo viaggio aereo dette i nomi corretti: il suo e quello di sua madre (Messana Grazia).
Trovò lo zio arrabbiatissimo:[116]

"Lo zio era arrabbiatissimo. Perché ha detto: 'insomma, ma io, viene qua gente che non conosco, non so chi è, vuole abitare a casa mia. Ma io qua c'ho la mia famiglia. Questi vogliono rovinare me, i miei figli e mia moglie'. Dice: 'io li ho cacciati via'. Questo, mi disse e questo io le dico."

Egli cercò di calmare lo zio:[117]

"Io cercai di calmarlo. Gli dissi: 'va be', hai fatto bene. Non è che dovevano venire questi a casa tua'. Quindi io adesso riferisco questo. Perché riferii che il Calabrò mi aveva detto arrabbiato che: 'tuo zio che cosa ha combinato, li ha cacciati, questo favore me lo deve fare'. E io questo riferii.
E mio zio disse: 'ma questa gente non è che voleva andare in quei garagi là. Questa, è venuta a casa mia'. Il discorso era diverso.
Per cui io ritornai poi indietro e riferii questo al Calabrò."

Ma il Calabrò non volle sentire ragioni:[118]

"Quando tornai giù, gli dissi: 'ma signor Calabrò, quelli non è che volevano i garagi abbandonati, volevano abitare in casa dello zio e quello c'ha la sua famiglia, non è che può avere persone che non conosce in casa'.
Lui mi disse: 'no, questo lo deve fare. Digli, fagli sapere a tuo zio che, quando ritornano, non li deve cacciare'. Questo fu il discorso."

Per cui lui (Ferro) dovette rassegnarsi e suggerire allo zio di fare buon viso al cattivo gioco:[119]

"Cioè, al che io, per evitare di fare un ulteriore viaggio, in quanto ne stavo facendo una marea, non mi ero mai spostato tanto, telefonai e gli dissi, gli feci capire a mio zio che se tornavano quelle persone, lui me lo doveva far sapere.
Questo era il discorso.
Al che lo zio mi disse: 'se devono venire queste persone...', mi fece capire che io dovevo andare là.
Questo fu il discorso.
Al che io ritornai dal Calabrò e dissi, qualche giorno più tardi: 'mio zio mi ha detto che, quando queste persone andranno me lo farà sapere, ma io devo andare là'.
E lui mi disse: 'va beh, tu andrai là e lo terrai tranquillo'."

Fase esecutiva. In effetti delle persone si presentarono a casa dello zio e lui dovette recarsi a Prato per gestire la situazione:[120]

"Successivamente poi, il 23 maggio, mio zio telefonò. Mi disse: 'devi venire'.
Al che io andai dal Calabrò e gli dissi: 'guardi, mio zio ha telefonato. Credo che siano arrivate là delle persone'.
E lui mi disse: 'tu vai là, tranquillizzi tuo zio, ma devi ritornare subito, non vi rimanere là'.
Al che io partii e andai dallo zio. Prendendo di nuovo l'aereo, non ricordo il tragitto che feci, se feci Palermo-Firenze, o sempre Palermo-Roma, poi il treno e quindi andare in casa dello zio. Il percorso preciso che feci non me lo ricordo chiaramente.
Comunque andai là dallo zio, entrai in casa, presi il taxi, credo, dall'aeroporto o dalla stazione e andai dallo zio. Entrai in casa e mio zio mi disse: 'sopra, al piano superiore, ci sono quattro persone. Vai a vedere un po'.
Lui era arrabbiatissimo, era diciamo sulle spine perché non sapeva cosa fare.
Io cercai di calmare lo zio e gli dissi: 'non ti preoccupare. Sono venuto io. Tanto oggi stesso se ne andranno'. Perché mi era stato detto fin dall'inizio per un giorno.
Al che salii sopra e riferii, bussai alla porta, entrai e vidi quattro persone.
Di queste quattro persone parlava uno solo. Si presentava col nome di Mimmo e quello che parlava, ho saputo successivamente essere Giuseppe Barranca.
Io dissi ciò che Calabrò mi aveva riferito di dire, nel senso dire: 'io sono Vincenzo, sono fratello di Matteo'.
E questo io riferii. 'Ditemi quello che avete di bisogno e io lo dirò allo zio'.
Lui mi riferì, dice: 'abbiamo visto tuo zio che è un po' agitato. Cerca di tenerlo tranquillo. Comunque a noi ci serve la macchina. Dopodiché tu te ne puoi andare'.
Io al che dissi: 'la macchina di mio zio?' Dissi: 'già quello tiene un pelo per la vostra presenza qua, se gli chiedo la macchina non so cosa succede'.
Lui mi disse, dice: 'tu fatti dare la macchina e te ne puoi andare'.
Al che io scesi giù, dissi allo zio: 'vogliono la macchina'.
Mio zio si arrabbiò, diede un pugno sul tavolo, disse alcune bestemmie, si girò e mi disse: 'guarda, io la macchina la do a te. A loro, macchina, non gliene do. Quindi, se accade qualcosa, la responsabilità è tua'.
Al che io salgo sopra e gli dico: 'guardate, mio zio ha detto che la macchina la dà a me, a voi assolutamente non ve ne dà. Per cui non so cosa fare'.
Allora lui mi disse: 'non te ne andare più. La macchina la dà a te? Va bene', dice, 'Quindi ora, più tardi scenderanno due e tu andrai con loro. Poi ti lasceranno in un posto e poi ti verranno a prendere'."

Il Ferro ha quindi precisato che si ricorda del 23-5-93 come data della risalita verso Firenze perché era l'anniversario del suo fidanzamento; che arrivò a casa dello zio dopo mezzogiorno; che dalla Sicilia fece il viaggio in aereo, ma non ricorda il tragitto preciso; che alla biglietteria dette un nome simile al suo (Ferrau - Ferrante o Farrauto); che era la prima volta che vedeva le quattro persone trovate a casa dello zio: solo dopo seppe trattarsi di Gaspare Spatuzza, Giuseppe Barranca, Cosimo Lo Nigro e Francesco Giuliano.

Successivamente, infatti, avrebbe rivisto due di essi, Gaspare Spatuzza e Giuseppe Barranca, nel gennaio 1995, ad Alcamo, in occasione dell'omicidio dei f.lli Pirrone; il Lo Nigro lo riconobbe in occasione del suo arresto, attraverso i giornali; riconobbe Giuliano attraverso i riconoscimenti fotografici fatti con la Polizia Giudiziaria.

Il Matteo cui si riferiva Calabrò era Matteo Messina Denaro, che conobbe nel 1995. Di lui gli parlò Melodia Antonino, suo compaesano, dicendogli che era il capo della provincia di Trapani nell'ambito di Cosa Nostra ("Lui disse: lui è il capo della provincia di Trapani. Questo è di Castelvetrano, ma è il capo della provincia di Trapani").[121]

Continua il racconto del Ferro relativamente alla giornata del 23-5-93:[122]

"Eravamo rimasti che il Giuseppe Barranca mi aveva chiesto la macchina dello zio; io ero sceso, lo zio mi disse che praticamente non voleva dargli la macchina, quindi diede un pugno sul tavolo, disse alcune bestemmie. Poi, mi disse: 'io la do a te, la responsabilità è tua'. Al che, io salii sopra e riferii: 'lo zio, la macchina la dà a me, a voi non la vuole dare'.
Allora lui mi disse: 'non devi più andare via, a questo punto, devi tenere tuo zio tranquillo; quindi, fra poco scenderanno due, tu andrai con loro, loro poi ti lasceranno in un posto e poi ti riverranno a prendere'. E così avvenne.
Quel giorno, credo verso le cinque, scesero il Francesco Giuliano e il Cosimo Lo Nigro, e stavano salendo in macchina, volevano guidare loro. Al che io dissi: 'no, mio zio, se vede che la macchina la guidate voi, si arrabbia'.
Per cui guidai io, girammo la strada, quando girammo la strada io passai dietro e Francesco Giuliano si mise alla guida della Uno. E si diresse verso Firenze, in corrispondenza della stazione, cioè fece quella strada. Arrivando in corrispondenza di un semaforo dove vi è un sottopassaggio, io scesi e loro mi dissero: 'tu vattene in fondo, dove vi è la stazione, e attendi due ore circa; dopodiché ritorni qua e noi ci faremo vedere'.
E così avvenne. Io me ne andai verso la stazione, e loro partirono via.
Io, di tanto in tanto, mi affacciavo per vedere se li vedevo. Dopo circa un'oretta e mezza, affacciandomi, vidi Cosimo Lo Nigro che veniva verso la stazione; vedendomi, mi fischiò ed io gli andai incontro.
Cosicché andammo in macchina, ripartimmo e tornammo in casa di mio zio. Questo avvenne il 23.
Dopodiché, loro rimasero sopra.

Relativamente a questa giornata il Ferro ha poi precisato che, allorché si portò a Firenze coi due, fecero una strada diversa da quella fatta la prima volta con Pizzo ("Prendemmo direttamente subito l'autostrada, non facemmo quel percorso là").
Giuliano guidò sicuro verso il centro di Firenze, senza chiedere informazioni a nessuno, forse seguendo i cartelli stradali.
Lo fecero scendere "in prossimità di un semaforo, e più avanti vi era una discesa e un sottopassaggio". Questo luogo indicò al Pubblico Ministero nel corso di un sopralluogo fatto con lui. Su questo luogo si esprime anche così: "Vi era il sottopassaggio e la strada che, sulla destra, scendendo, poi andavo verso la stazione".

Per andare alla stazione percorse una strada a senso unico. Scese al semaforo e si diresse sulla destra ("Considerando la strada a senso unico, per come va la macchina, io andavo a destra").
Seguendo questa strada trovò la stazione sulla sua sinistra.

La sua attesa alla stazione durò, quel giorno, circa un'ora e mezza, che impiegò a passeggiare all'interno della stessa; finché non lo raggiunse Lo Nigro alla stazione, contrariamente agli accordi presi:[123]

"Loro mi avevano detto di ritornare allo stesso punto in cui io ero sceso, dopo circa due ore. In realtà loro, il Cosimo Lo Nigro, dopo un'oretta e mezza, mi venne all'incontro; cioè stava venendo a cercarmi in stazione.
Io lo vidi, lui mi vide a distanza e mi fischiò, così gli andai incontro."

Quindi tutti tornarono a casa e vi rimasero fino all'indomani.

Continua quindi il racconto del Ferro relativamente alla giornata del 24-5-93:[124]

"L'indomani il Giuseppe Barranca mi chiamò e mi disse: 'guarda che più tardi ci serve di nuovo la macchina, dobbiamo uscire di nuovo'.
Al che sempre, credo, verso il solito orario, se non più tardi, scese di nuovo il Cosimo Lo Nigro e il Francesco Giuliano, ripetemmo la stessa cosa: io mi misi alla guida della macchina, non appena girammo la strada lui si mise alla guida - il Francesco Giuliano - e li passai dietro.
Mi lasciarono di nuovo allo stesso punto, e mi dissero: 'fra un'oretta fatti trovare qua'. Mentre avvenne il contrario: dopo circa un'oretta loro vennero a piedi verso la stazione, dove ero io, e mi dissero: 'guarda, ci facciamo una girata', dice: 'vieni con noi'.
E così avvenne: loro camminavano davanti ed io dietro. E si diressero verso il centro storico di Firenze. Arrivammo in una piazza dove vi erano delle statue, arrivando in quel punto mi dissero: 'camminiamo più veloci'. Camminammo più veloci, arrivammo in corrispondenza del fiume, l'Arno, e là non mi ricordo se girammo a destra o a sinistra, ma ci dirigemmo comunque in un ristorante, che io non so indicare comunque.
Finito di mangiare, rifacemmo lo stesso percorso all'inverso, arrivando di nuovo allo stesso punto mi dissero: 'camminiamo più veloci'; dopodiché ci dirigemmo alla macchina e ritornammo a casa.
E questo avvenne il 24."

Relativamente a questa giornata il Ferro ha quindi precisato che uscirono, quel giorno, verso le ore 17-18. Utilizzarono la Fiat Uno bianca dello zio.

Della "piazza con le statue" aggiunge poi:[125]

"Cioè questo luogo, come io poi l'ho riconosciuto durante i sopralluoghi, e come ho poi ho potuto rivedere successivamente quando andai a Firenze al matrimonio di mio cugino Melchiorre, si trattava di piazza della Signoria.
Da piazza della Signoria poi si immetteva, la strada, in corrispondenza degli Uffizi. E questa strada, che è abbastanza larga, porta in corrispondenza dell'Arno. Cioè il punto in cui loro mi dicevano di camminare veloce era proprio all'inizio di questa strada, che costeggia, non so, il palazzo degli Uffizi. Io non so, non mi ricordo come si chiama."

Ha detto che il matrimonio del cugino Melchiorre vi fu nel dicembre 1994.
Quando fece questo giro agli Uffizi si stava facendo buio (saranno state le 19,00-19,30).
Tornarono a casa verso le 22,00-22,30.

I l Ferro ha quindi riconosciuto, in alcune fotografie mostrategli dal Pubblico Ministero, il sottopassaggio in prossimità del quale lo fecero scendere, nelle due occasioni del 23 e 24 maggio; l'entrata della stazione di Firenze-S.Maria Novella; piazza della Signoria; il piazzale degli Uffizi; lo stesso piazzale visto sul lato dell'Arno. [126]

Ha detto poi che, sempre nella giornata del 24 maggio ("credo"), il Barranca fece la richiesta di un televisore:[127]

"Praticamente, credo che il 24 mi chiesero, sempre Barranca parlava, mi chiese il televisore. Mio zio ne aveva due, ma mio zio si rifiutò di darglieli, mi disse: 'no, io non gli do niente a questi'. Era sempre più agitato, invece che calmarsi andava aumentando.
Al che, siccome il Calabrò, quando partii, mi diede due milioni e mi disse: 'questi due milioni li dai a tuo zio per le spese delle persone che ha dentro; quindi se gli serve qualcosa, tu glieli dai, e così lui se deve comprare qualcosa lo fa'; siccome io rimasi là, li tenni io.
Allorché, quando questi mi chiesero il televisore, e lo zio si opponeva, gli dissi: 'va bene zio, compragli un televisore'. Per cui non ricordo se diedi 500 o 600 mila lire, e mio zio - non so se andò lui o qualcun altro della famiglia - andò a comprare un televisore.
Io, con tutto lo scatolo, io lo salii sopra. Per cui io non lo vidi, questo televisore.
E quindi loro stavano sopra, a vedersi la televisione."

Ha precisato che fu lo zio (o qualcuno della sua famglia) ad acquistare il televisore e che spese integralmente la somma che gli aveva appositamente dato (500-600 mila lire).

Ha detto che, nel corso delle due giornate del 23 e del 24 maggio, i quatro non uscirono mai di casa, oltre che nelle occasioni sopra narrate. Passarono il loro tempo chiusi nella stanza che aveva messo a disposizione lo zio, al piano superiore.

Il Ferro passa quindi a raccontare la giornata del 25-5-93.

La mattinata ed il pomeriggio di questa giornata passarono senza che nulla accdesse di rilevante, col quartetto chiuso nella sua stanzetta. Di sera invece:[128]

"La sera sul tardi il Barranca, Giuseppe Barranca, mi chiese, dice: 'tu lo sai dov'è la chiesa...', o meglio il termine fu: 'ci sai arrivare alla chiesa dei Testimoni di Geova?'.
E io gli dissi: 'sì'. Anche perché ogni volta, quando uscivamo, ci passavamo davanti.
Allora, lui disse: 'accompagnami a questa chiesa'.
Al che salimmo sulla macchina e andammo, e ci dirigemmo verso la chiesa. Arrivammo in quel punto e non c'era nessuno, mentre lui aspettava qualcuno a quanto mi aveva detto.
Al che facemmo un giro, ritornammo di sopra in corrispondenza della chiesa, e lì io vidi una motrice di un camion. Mi posteggiai al lato opposto, il Barranca scese e parlò con questo che era sul camion, il quale non scese dalla macchina.
Subito dopo risalì in macchina, cioè parlò per meno di qualche minuto, risalì in macchina e ritornammo indietro. E se ne salì sopra."

Relativamente a questo spostamento il Ferro ha precisato che:
- avvenne nella tarda serata del 25 (verso le ore 23-24);
- la chiesa dei Testimoni di Geova si trovava a circa uno-due minuti d'auto dalla casa dello zio;
- andarono all'appuntamento con la Fiat Uno bianca dello zio;
- egli rimase a distanza dal camion, per cui non è in grado di dire se il camionista era da solo o in compagnia e se fosse o meno persona di sua conoscenza.

Dopo l'incontro col trattore il Barranca gli fece una richiesta un po' particolare, tornando verso casa:[129]

"Effettivamente sto ricordando che mi chiese una cosa: mi disse, strada ritornando: 'conosci un posto dove un autotreno...', non so, era a quanto lui mi disse come se un autotreno doveva ribaltare a terra qualcosa e dovesse fare molto rumore, però.
Io gli dissi: 'di qua, non conosco nulla'.
E mi disse se era possibile, non so, farlo in corrispondenza della casa dello zio, perché vi era uno spiazzo. Ma siccome parlò di rumore e là abita gente, anche lui disse: 'non è il caso, perché si fa troppo rumore, e quindi attirava l'attenzione'
Comunque mi disse: 'non ti preoccupare, ci penso io'. Così, in questi termini.
...Perché nel momento in cui lui parlò della casa davanti allo zio, io mi preoccupai in quanto, non so, fare rumore là e un autotreno che veniva, la cosa mi preoccupava. Al che, lui disse: 'non ti preoccupare, me la sbrigo io'. E finì là."

Quella sera, tornati a casa dello zio, i quattro si fecero risentire:[130]

"Dopo, non so, circa un'oretta o più, scesero tutti e quattro e mi dissero che gli serviva la macchina e che io stavolta non dovevo andare con loro, e che nel garage non doveva entrare più nessuno, per nessun motivo e ragione: nessuno doveva entrare nel garage.
Al che uscirono e fecero due viaggi, nel senso: uscirono, andarono non so dove, ritornarono, entrarono la macchina dentro il garage, riuscirono di nuovo e poi ritornarono di nuovo, entrando la macchina nel garage. Dopo di che uscirono la macchina, e la posteggiarono fuori.
Vennero dentro dopo una qualche mezzoretta, chiusero la porta a chiave, cioè quella porta che dal garage dava dentro la stanza, e mi dissero: 'nessuno deve entrare più qui dentro, digli a tuo zio che non deve entrare nessuno là dentro per nessun motivo o ragione'. E così avvenne.
E questo avvenne il 25."

Ha precisato il Ferro che anche questi spostamenti avvennero con la Fiat Uno bianca dello zio; che furono fatti da tutti e quattro le persone in questione; che durarono, ognuno, circa 10-15 minuti e che ogni volta le persone si trattennero nel garage per qualche minuto. Egli osservò il tutto dall'interno dell'abitazione.

Ha detto anche che il garage in questione era comunicante con l'abitazione dello zio e che la chiave della porta esistente tra i due ambienti la tennero "loro". Inoltre, che la porta vera e propria del garage era senza chiusura (per questo gli dissero che nessuno doveva entrare nel garage).

E venne poi il giorno 26-5-93:[131]

"L'indomani, quindi passiamo al 26, nel pomeriggio - saranno state le cinque, le sei, non ricordo - il Barranca mi disse: 'ci serve di nuovo la macchina, ma tu stavolta non devi venire, tuo zio anche se si arrabbia non ci fa nulla'. E gli diedi le chiavi, e partirono questa volta il Francesco Giuliano e il Gaspare Spatuzza. Si assentarono per qualche oretta, e ritornarono stavolta con la Uno e un'altra macchina: un Fiorino bianco con il portabagagli sopra.
Provarono ad entrare questo Fiorino all'interno del garage, ma la macchina non entrava dentro perché il portabagagli andava, cioè superava in altezza l'altezza del garage. A questo punto mi chiamarono, non ricordo se fu sempre il Barranca, il quale mi disse: 'ci servono le chiavi perché dobbiamo smontare il portabagagli di questa macchina'.
Io chiesi a mio zio se avesse le chiavi e lui mi disse: 'guarda, sono nel cassetto all'interno del garage'.
Io gli dissi: 'sono nel cassetto all'interno del garage'. Barranca disse: 'entra, e li prendi'.
Sono entrato lì dentro, ho preso le chiavi, gliele ho date e sono uscito fuori. E me ne sono andato di nuovo nella stanza là, dove vi era il televisore, nella stanza di mio zio. E sono rimasto là.

Ha precisato il Ferro che, anche stavolta, diede al Barranca, agli inizi della serata, le chiavi della Uno. Mentre Giuliano e Spatuzza si allontanavano con la stessa gli altri due (Barranca e Lo Nigro) rimasero sopra.

I due tornarono col Fiorino dopo circa un'ora. Spatuzza guidava il Fiorino; Giuliano la Uno. Vide la scena mentre si trovava in cucina, dove v'era una finestra che dava sul garage.[132]
Il Fiorino era di colore bianco ed aveva il portabagagli. Per l'altezza non entrava nel garage.

Quando entrò nel garage per prendere le chiavi richiestagli dal Barranca notò, nell'uscire, sulla sinistra, due involucri scotchati, che descrive così:[133]

"Cioè erano due involucri di forma rotonda, scotchati, non so, potessero avere un diametro di 40 centimetri, 50 centimetri, non lo so. Non è che ho fatto molto caso, cioè per me potevano essere oggetti qualunque. Cioè erano messi in un angolo quindi, uscendo sulla sinistra, per cui non è che mi sono fissato lo sguardo là.
Ricordo che c'erano queste, diciamo palle rotonde, proprio scotchate. Ma del resto non le so dire più nulla."

Le chiavi gli furono richieste appositamente per smontare il portabagagli (così gli fu detto da uno di loro, quando entrò nel garage). Egli non vide fare, materialmente, l'operazione di rimozione. Sentì però dire che l'avrebbero smontato e rimesso dentro il Fiorino.

Dopo aver smontato il portabagagli i quattro entrarono nel garage col Fiorino e vi si trattennero per più di un'ora. Dopodicché uscirono e risalirono nella loro camera.

Prosegue il Ferro:[134]

"Poi, verso la mezzanotte, io stavo vedendo una partita di calcio alla televisione insieme a mio zio, non ricordo chi giocasse comunque, i miei cugini erano andati al bar là vicino a vedere la partita, questi scesero.
Mio zio già era andato a letto, questi scesero, entrarono quindi all'interno del garage, il Giuliano si prese, volle la chiave - su richiesta fattami sempre dal Barranca - volle la chiave della Uno. Quindi il Francesco Giuliano si mise alla guida della Uno, il Cosimo Lo Nigro entrò all'interno del garage ed uscì con il Fiorino. E se ne andarono.
Non so se fu contemporaneamente o dopo circa dieci minuti, il Barranca mi disse se avevo le chiavi della macchina di mio cugino. Io dissi: 'no, ma mio cugino è solito lasciare le chiavi appese e la macchina aperta davanti casa sua, perché è solito fare così'.
Lui andò a guardare, ritornò, mi salutò, mi disse: 'io me ne vado'. E quindi lo Spatuzza e il Giuseppe Barranca andarono via.
Dopo qualche minuto, saranno stati due, tre, quattro minuti, lo Spatuzza ritornò e se ne salì sopra: questo. E non...
Poi, dopo un'oretta, o 40 o 60 minuti, che erano andati via il Cosimo Lo Nigro e Francesco Giuliano, ritornarono tutt'e due con la Uno.
..La posteggiarono fuori, e se ne salirono sopra. Nel momento in cui stava salendo, il Cosimo Lo Nigro mi disse: 'domani mattina alzati presto, perché noi dobbiamo andare via'."

Ha aggiunto il Ferro che quella sera, prima di andare via col Fiorino, il Lo Nigro gli chiese un sigaro (Mi disse: "Tuo zio ce l'ha un sigaro?" Io lo chiesi allo zio, il quale mi disse: "Si, cel l'ho". Presi questo sigaro e glielo diedi)[135]

Conclude:[136]

"L'indomani mattina, e quindi siamo al 27, mi alzai verso le sette, feci colazione, verso le otto loro scesero e mi dissero, il Cosimo Lo Nigro mi disse: 'prima accompagni me, e mi devi portare a Bologna; successivamente ritorni, e vieni a prendere gli altri due e li porterai pure a Bologna, dove ti diranno loro'.
Io non capii il motivo per cui dovevo fare due viaggi, ma dissi: 'va bene', perché per me quindi era importante il fatto che se ne andassero.
Così accompagnai il Cosimo Lo Nigro alla periferia di Bologna, dove mi disse: 'lasciami qua, che devo comprare degli autoricambi; tu te ne vai e ritorni a prendere gli altri due, e li porti dove ti dicono'.
Così feci. Ritornai indietro, presi il Gaspare Spatuzza e il Francesco Giuliano, e stavo per mettermi alla guida della macchina, loro mi dissero, Francesco Giuliano mi disse: 'no, guido io'. E andammo a Bologna. In corrispondenza della stazione ferroviaria di Bologna loro scesero, mi salutarono, ed io me ne ritornai in casa di mio zio a Capezzana.
Successivamente, mi feci accompagnare da mio cugino Giampiero, quando ritornò da lavoro - quindi verso mezzogiorno lui ritornò, il tempo di mangiare - mi feci accompagnare a Pisa, ho preso l'aereo e sono ritornato a casa. Ed ho finito tutto."

Ha precisato che all'aeroporto di Pisa dette il suo vero nome, alla biglietteria ("Penso").

Ha detto poi che nessuno gli parlò mai della strage avvenuta a Firenze, che apprese così:[137]

"Nessuno me l'ha mai detto, innanzitutto. Io l'ho capito dopo, quando, tramite la televisione, sentii che era stata - perché all'inizio si parlò di fuga di gas, che era scoppiato qualcosa, ma non si parlò di autobomba. Quando si iniziò a parlare di autobomba, lì per lì avevo guardato, ma parlarono credo di una 127, per cui dissi: 'no, quindi non c'entra niente, meno male'.
Successivamente invece si iniziò a parlare di un Fiorino, al che iniziai a preoccuparmi perché mi vidi coinvolto in un fatto così atroce, cioè fatto che io non mi sarei mai sognato né pensato di partecipare.
Per cui, mi resi conto che ero stato coinvolto inconsapevolmente in un fatto che io mai mi sarei sognato; per cui iniziai ad avere paura. Questo era il...
Quindi lo appresi parecchio tempo dopo, quando si iniziò a parlare di autobomba, di Fiorino."

Ha detto, poi, che le persone ospitate forzatamente dallo zio erano provviste di telefoni cellulari (almeno due, che egli vide personalmente mentre erano in ricarica) e che a casa dello zio v'erano due apparecchi telefonici (uno nel soggiorno ed uno nella saletta di ingresso, al primo piano, in luogo accessibile ai quattro).

Non ha ricordo di telefonate pervenute a casa dello zio nel periodo in considerazione. Lui, comunque, non rispose mai a chicchessia.

Durante la permanenza a casa dello zio i quattro mangiavano per conto proprio e lui mangiava insieme a loro. I quattro non ebbero alcuna relazione con lo zio e la sua famifglia. Dice infatti:[138]

"Per mangiare, loro non mangiavano insieme alla famiglia di mio zio, ma mangiavano insieme a me, quando tutti erano andati via.
Quando mi zio usciva per andare a fare la spesa la mattina, loro scendevano e stavano qua giù, in salone, giocavano a carte, e poi se ne risalivano al momento in cui mio zio ritornava.
Questo era il modo di trascorrere un po' la giornata."

Ferro Giuseppe. Questo imputato ha dichiarato di essere stato incarcerato nel 1992 e di essere stato scarcerato alla fine del mese di aprile del 1993, allorché fu inviato agli arresti domiciliari per gravi motivi di salute.[139]


Quattro o cinque giorni dopo essere uscito dal carcere il figlio (Vincenzo) lo informò che era stato contattato da Calabrò Gioacchino, suo carissimo amico, il quale gli aveva detto che aveva bisogno dello zio "Nino".


"Nino" era Messana Antonino, fratello della moglie Messana Grazia, e abitava a Prato (Messana Antonino, pertanto, era cognato di Ferro Giuseppe e zio di Ferro Vincenzo).


Sempre il figlio gli disse aveva contattato lo zio ed aveva avuto da questi la disponibilità di un "appoggio" per mezza giornata. Egli rimproverò il figlio per questa sua iniziativa, in quanto il cognato "non era nessuno". Dice infatti:


"E ci dissi: 'figlio mio, ma tu' dallo zio Nino dovevi andare?' perché mio cognato, Presidente, è un povero cristo, è un muratore, non è nessuno. E' una persona che fa un discorso al giorno, non è uno che si può...Ci dissi: 'ma figlio mio e lì...' e finì così."[140]


Fin'allora, cioè fino al momento in cui era rimasto in carcere, non gli era stato fatto alcun accenno alla questione posta dal Calabrò, in quanto era "un morto preciso" ed era guardato a vista dagli agenti di custodia durante i colloqui.


Quando fu messo al corrente di questa novità il figlio gli disse che era già stato a Prato, insieme a Gino Calabrò, per parlare con lo zio, e che questi s'era preso l'impegno di dare un "appoggio" per mezza giornata. Dice infatti:


"Mio figlio a me mi ha detto che sono venuti qua a Firenze, assieme al cugino[141], a parlare a mio cognato. Però quante volte ci sono venuti o non venuti io non lo so. Questo le dico soltanto una fesseria. Però mio figlio me disse che erano venuti qua a Firenze a parla' a mio cognato. E mio cognato s'era preso l'impegno che un appoggio ce lo dava per mezza giornata.
PRESIDENTE: Per mezza giornata.
IMPUTATO Ferro G.: Però io non lo so come c'avia a dare quest'appoggio o come non c'aveva a dare...
PUBBLICO MINISTERO: Ho capito.
IMPUTATO Ferro G.: Un saccio nente, alla lettera." [142]




Egli non chiese al figlio per quale motivo Calabrò cercava un appoggio a Firenze, perché era convinto che al figlio non fosse stato detto nulla. Probabilmente, dice Ferro, nemmeno Calabrò "sapeva tutta la storia". Questo il suo discorso:



"A mio figlio, io, questa domanda non gliel'ho fatta. Perché una volta che mio figlio mi dice che ci è andato Gino, Gino è amico mio. E che cosa gli hanno domandato a mio figlio? Io lo so, Gino che cosa gli poteva dire a mio figlio? Niente.


Gli poteva dire sicuramente, è stata questa la cosa: a Gino hanno domandato questa cortesia, perché secondo me neppure Gino sapeva tutta la storia, mi posso pure sbagliare. Gli dissi: 'vedi che abbiamo bisogno di un appoggio a Firenze'.


Ed hanno guardato chi poteva essere... ed hanno pensato che io avevo questo parente, questo parente mio, ed allora hanno pensato a Gino.


'Vedi, lì c'è questo parente di Peppe', perché così io mi chiamo, 'e va bene, tentiamo.'


E chi ce lo poteva accompagnare da mio cognato? Mio figlio; chi poteva essere? Per cosa gli poteva servire.


A mio figlio non dissero nulla, non c'erano cose buone, che cosa dovevano dire a mio figlio? E nemmeno io gliel'ho fatta la domanda a mio figlio, dottor Chelazzi. Le cose che dovevo domandare le dovevo domandare per come l'ho fatto a Calabrò.


A mio figlio, che cosa dovevo dire? " [143]


Ha detto di non sapere perché Calabrò si rivolse direttamente a suo figlio, invece che a lui tramite il figlio. Fu questo senz'altro un errore di Calabrò e di quelli che gli stavano dietro.


Dopo qualche giorno egli fu ricoverato, però, all'ospedale di Alcamo, dove rimase tre-quattro giorni e fu salvato dai medici per miracolo, con trasfusioni di sangue.[144]


Era appena uscito dall'ospedale (uno o due giorni dopo) quando il Calabrò mandò a chiamare suo figlio e si mostrò molto irritato con lui, in quanto lo zio, contravvenendo agli impegni presi, aveva cacciato via alcune persone che gli aveva mandato. Prosegue:


"Quando mio figlio mi è venuto a dire che era andato da Calabrò e il Calabrò gli disse che avevano cacciato le persone che erano andate qua a Prato da mio cognato, il Calabrò era un po' irritato, giustamente.


Perché se mio cognato si era preso un impegno che gli dava un appoggio per le cose che avrebbero detto, e poi li ha mandati via, li ha cacciati di nuovo, fece una figura da cane, effettivamente il Calabrò.


Allora, manda a chiamare mio figlio e gli dice: 'ma tuo zio che cosa ha fatto? Si era preso un certo impegno con me e pure con te, effettivamente ci sono andate queste persone e lui li ha cacciati via.'


Mio figlio mi viene a dire questa cosa, mi fa questo discorso." [145]


Egli allora prese l'iniziativa di fissare un incontro personale col Calabrò a Castellammare, dove aveva una casa di campagna, per l'indomani. Ma seguiamo il suo discorso:


"Allora io gli dico questo: 'Senti che cosa fai figlio mio, vai di nuovo da Gino e gli dici, gli fissi un appuntamento, per domani in campagna, là in montagna da noi a Castellammare', dove ho una casa io a Castellammare, in campagna.


Cosa che effettivamente avvenne.


All'indomani, l'orario mi pare che fosse stato mezzogiorno. Non me lo ricordo più preciso, comunque di giorno. Mio figlio mi portò alla montagna. Gino venne là e io parlai con Calabrò.


Gli dissi: 'Gino, ma che cos'è questa cosa? Vedi che siamo in mano a nessuno. Mio cognato è nessuno, che cos'è questa cosa? Non facciamo, che sono cose delicate'.


Mi disse: 'no..." [146]


Nel corso di questo incontro il Calabrò gli disse che Matteo e Luca avevano bisogno di un appoggio a Prato per mezza giornata. Aggiunse che Matteo e Luca (in verità, Matteo Messina Denaro e Leoluca Bagarella) gli avrebbero spiegato ogni cosa, allorché si fossero incontrati.

Il Calabrò gli disse di non sapere a cosa dovesse servire l'appoggio richiesto. Dice infatti:





"Mi disse: 'che cosa sia io non lo so. Poi te lo diranno quando ti incontrerai con Luca e Matteo, te lo diranno loro che cos'è.'


Questo, è quello che mi disse il Calabrò.


E' pure possibile che il Calabrò non lo sapesse, o lo sapesse. Questo, non lo so." [147]


Prosegue:


"Allora c'era questo problema che mio cugnato aveva assicutato a chisto (aveva cacciato queste persone -NDE). Ci dissi: 'senti ca, io sugno disposto a ghirime affittare una casa a Firenze, ma di mio cugnato un s'innavi a parlare. Perché non c'è niente di mio cugnato, è nessuno, fa un discorso a giorno'." [148]


Invece stabilirono che suo figlio sarebbe venuto nuovamente a Prato per parlare col cognato e che sarebbe poi risalito insieme a "quelle persone" per tenerlo calmo all'occorrenza. Questo il contenuto esatto degli accordi presi col Calabrò:


"Mio figlio vinia a pallare di nuovamente cu' mio cugnato e poi si pigliava un appuntamento. Quando venivano quelle persone di nuovamente, che mio figlio avesse venuto ca per soltanto tenere buono a mio cugnato, farlo stare calmo a mio cugnato." [149]


Egli, infatti, convenne col Calabrò sul fatto che il cognato doveva mantenere l'impegno che s'era preso (Quando stabilimmo di rimandare mio figlio da mio cognato e di dire a mio cognato che effettivamente si era preso questo impegno, io gli dissi che lo doveva mantenere.) [150]


In effetti, dopo questo incontro, il figlio tornò a Prato (non sa con quale mezzo) per sollecitare lo zio al mantenimento della promessa:


"E questa cosa, questa operazione si fice. Mio figlio venne a parlare con mio cugnato e ci avesse detto: 'zio Ni', ti pigghiaste l'impegno pi' mezza iornata sola, salutaste ddi cristiani, unni li metti anchi ni nuatri.'


Mio figlio sicuramente ci appi a parlare pure di mia, rice: 'me padre, ma che figura mi fai fare, è meglio che un ti pigghi l'impegno'." [151]


Il richiamo all'onore funzionò. Figlio e cognato presero l'accordo che, allorché fossero tornate quelle persone, il Calabrò avrebbe avvisato suo figlio, il quale si sarebbe portato in Toscana insieme a loro.


Le cose andarono effettivamente così. Fu preso un nuovo appuntamento, anche se non ricorda come, e il figlio tornò a Firenze ("Non mi ricordo chiù come fu pigghiato l'appuntamento, non me la ricordo più sta cosa, ma si crea st'appuntamento. E me figghio venne ca a Firenze.")


Prima che il figlio partisse gli raccomandò di non impicciarsi di nulla e di pensare solo allo zio:


"E io effettivamente, Presidente, avevo... a me figghio la cosa che ci raccomandavo prima di partire, ci dissi: 'viri chi tu vai dda. Tu devi soltanto stare co' tu' ziu, un taliare le persone né cubbene, e so cu fa. Un t'interessare di nudda cosa. Statti sempre co' tu' ziu e basta. Altre cose, niente.'" [152]


Era comunque fortemente preoccupato, perché, pur non sapendo per quale motivo era stato messo in moto il meccanismo, sapeva trattarsi di cose di mafia ("Non sapevo di che cosa si trattava minimamente. Però sicuramente per appoggio di Cosa Nostra...E non è che stavo...era...").


La permanenza del figlio a Firenze doveva durare mezza giornata. Si protrasse, invece, per due o tre giorni, aumentando la sua apprensione. Dice infatti:


"Quando mio figlio è venuto qua a Firenze e doveva venire per mezza giornata, e è stato tre giorni, io, signor Presidente, mi sentivo male." [153]


Prima che il figlio tornasse da Firenze apprese dalla televisione del "disastro" capitato in questa città e collegò le due cose ("no chi sugno scemo"). Rientrato il figlio gli chiese spiegazioni:





"Quanno vinni me figghio, amentre io a televisione intisi socco avia successo questo disastro che era successo ca a Firenze e no chi sugno scemo, Presidente, dissi: 'chi cosa...' Quanno vinne me figghio ci dissi: 'ma dimme una cosa, ma che è sta cosa? Perché tutto 'sto tempo? Che facii, che succe?'


Mi disse: 'papà, si perse tempo perché una persona e autri cose, aviano abbenire altre persone, si perse tempo per sta cosa'." [154]


Prosegue:


"Allora io gi ho detto una cosa a mio figlio: 'senti ca', di quello, di 'sti fatti ca', di sto' fattu de tu' zio, unni pallari con nessuno. Ma neanche con me, più di questa cosa. Chiusa, dimentica tutte cose e...' io a mi' figghiu un ci dumannavo né socco successe..." [155]


Il discorso col figlio finì lì, perché egli non gli domandò più nulla; non volle sapere più nulla.


Segue: le attività preparatorie della strage di Firenze


Ha aggiunto poi che, nel periodo in cui il figlio andava e tornava da Firenze, è possibile che abbia fatto un viaggio insieme alla madre (alla madre, cioè, di Vincenzo), in quanto sofferente di mal di testa, per effettuare una "visita" in loco. Di questo fatto, però, non è sicuro.


Ha detto che, all'epoca, aveva scarsi rapporti col cognato Messana Antonino, il quale tornava in Sicilia per una ventina di giorni all'anno, o ogni due anni, nel mese di agosto. Egli non era più stato a Prato dal 1969.


Lo vedeva solo d'estate, quando il Messana tornava in Sicilia e sempreché egli non fosse carcerato. I rapporti telefonici tra le famiglie erano mantenuti dalla moglie.


Nemmeno il figlio Vincenzo era mai stato a Firenze prima della strage. Ci ritornò insieme ai fratelli in occasione del matrimonio di uno dei figli di Messana Antonino; cioè, Messana Melchiorre.


Ha detto di non essere sicuro del fatto che Calabrò e suo cognato Messana si conoscessero. E' certo, però, che Calabrò e Bagarella sapevano che egli aveva un cognato a Prato; inoltre, che a Bologna viveva il fratello di un altro suo cognato, che portava, di cognome, Milazzo. Dice infatti:


"Mio cognato, ogni anno veniva durante l'estate e veniva in campagna da me, può darsi che qualche volta sia venuto il Calabrò a parlarmi e c'era mio cognato là.


Però io, di queta cosa, la mano sul fuoco non ce la posso mettere.


Che io avevo un cognato sicuramente gliene avrò parlato, anche il Bagarella lo sapeva che io avevo un cognato a Firenze. Si sapeva questa cosa. Anche che c'è un fratello dell'altro mio cognato, Milazzo, perché io ho un cognato che si chiama Milazzo, Marito di mia sorella che ha un fratello pure a Bologna e si sapeva anche questa cosa che c'è un fratello di mio cognato a Bologna che io potevo avere un appoggio anche a Bologna." [156]


Le possibilità per la mafia di un appoggio in Toscana erano migliaia, perché in questa regione vivono molti siciliani; in particolare, molti palermitani e sicuramente persone dell'"ambiente". Queste persone sarebbero state senz'altro più affidabili del Messana.


Non sa per quale motivo pensarono al cognato, anche se suppone che"la pensata geniale è stata quella di cercare una persona pulita, a un'anima di purgatorio".


Egli, comunque, non chiese mai spiegazioni sul punto, perché questa domanda non poteva farla (sarebbe stata, fa intendere, molto disdicevole).


Ha manifestato comunque il convincimento che la decisione di rivolgersi al cognato fu una scelta sbagliata per la mafia, così come quella di rivolgersi a Scarano, Carra e simili. Non sa spiegarsene, però, la ragione.





STRAGI DEL VELABRO E DI S. GIOVANNI IN LATERANO


Per la ricostruzione di questa strage bisogna rifarsi alle dichiarazioni di:

- Carra Pietro, rese nell'udienza del 24-2-97, nella seconda parte dell'udienza del mattino e nella prima parte di quella del pomeriggio (fascicoli 84 e 85);
- Scarano Antonio, rese nell'udienza pomeridiana dell'11-3-97 (fasc. 104), nella prima parte dell'udienza mattutina del 12-3-97(fasc. 105), nonché in una parte dell'udienza mattutina del 17-3-97(fasc.107) e in una piccola parte dell'udienza mattutina del 18-3-97 (fasc.109);
- Maniscalco Umberto, rese all'udienza del 3-6-97 (fasc. 136);
- Siclari Pietro, sentito all'udienza del 3-6-97 (fasc. 138);
- Di Natale Emanuele, sentito all'udienza del 28-1-98 (fascicoli nn. 299-300).

Carra Pietro. Dalle dichiarazioni del Carra si è appreso che la preparazione di questa strage ebbe inizio nel mese di aprile-maggio del 1993, allorché il Carra, autotrasportatore, fu contattato da Barranca Giuseppe e Lo Nigro Cosimo, i quali gli prospettarono la possibilità di effettuare il trasporto di "due - tre pacchi" in località che non precisarono e gli chiesero se aveva la disponibilità di un mezzo adatto.

Il Carra fece loro presente che possedeva un semirimorchio sotto il cui pianale aveva realizzato, per custodirvi i teloni durante i viaggi, una cassa in lamiera lunga circa mt 1,5, larga cm 70, alta circa cm 90, che poteva servire allo scopo.

Dopo qualche giorno il Barranca gli disse che era il mezzo adatto e gli ordinava di tenerlo pronto per quella sera nel piazzale della ditta di autotrasporti gestita dal Carra, la Coprora Srl, sito in Palermo, via Messina Marina.

In effetti, quella sera si presentarono all'appuntamento, nel magazzino della Coprora Srl, Barranca, Lo Nigro e Giuliano Francesco.
Quindi, il Lo Nigro si allontanò con una Renault 5 di colore verde. Tornò dopo circa 20-30 minuti con un'Ape, su cui erano stati caricati dei pacchi coperti da una rete da pescatori. Fu chiuso il cancello del magazzino e furono caricati i pacchi nel semirimorchio (nella cassa, sotto il pianale).

Circa il confezionamento dei pacchi il Carra dice che erano rivestiti di scotch marrone, quello da pacchi, e che avevano, sui lati, una cordoncina bianca a mò di maniche:

" Sì, erano due balle, tipo ovale. Tutti....E grossi e tutti pieni di scotch. Il nastro, quello largo marrone. E...Tutti fasciati. E nei lati usciva una cordicina tipo maniche, cordicina bianca...Tipo manico, fatto con lo scotch e tagliato, diciamo, messo a maniche. Questo laccio veniva fuori dalla balla, diciamo, tipo manici".

Circa le dimensioni non sa essere preciso, ma dice che erano grandi:

"Però mi ricordo che in tre persone si faceva fatica ad alzarli per metterli dentro, erano abbastanza pesanti.
Le dimensioni esatte no, però tipo una ruota, come le posso dire.
...Tipo come un uovo. Non diciamo come una palla, erano... Non erano rotonde.
Erano un po' schiacciate dalle pance, diciamo. Come un uovo schiacciato lateralmente. Messo lì in piedi, un uovo un po' schiacciato".

Circa il numero parla di tre pacchi, con un margine di dubbio:

" Mi sembrano tre, non vorrei sbagliarmi, però... Dico tre perché ce n'era una piccolina tipo ruota di macchina.
...Quella piccola la alzavo facilmente, invece quei due pacchi grandi, da solo non si riusciva ad alzarli".

Aggiunge che il pacco (che lui chiama "balle") piccolo poteva essere sui 25-30 kg ed era confezionato come gli altri, "sempre con lo scotch fasciato".

Circa il contenuto dei pacchi il Carra dice di non sapere nulla, ma si contraddice su quello che gli era stato detto:

"E loro mi avevano detto hashish, magari per darmi di meno di regalia. Io l'ho interpretato dentro di me così.
Guardando i pacchi non mi sembrava hashish.
Però loro non mi dissero né hashish, né droga. Non mi diedero spiegazione di niente di che cosa c'era dentro".

Dopo aver caricato i pacchi nella cassa sita sotto il pianale il Carra posizionò sul camion un altro semirimorchio, agganciandolo a quello sottostante con cavi d'acciaio in modo da poter azionare ugualmente il ribaltabile. Il Carra precisa che questo è un modo di lavorare comune a molti autotrasportatori, che consente di movimentare più rimorchi con la stessa motrice.

Terminate le operazioni di carico, Barranca e Lo Nigro gli dissero di portarsi a Roma, in un'area di servizio che si trova all'inizio del Raccordo Anulare, provenendo da Sud. Area che, dice il Carra, si trova (ma questo lo apprese dopo) proprio di fronte alla casa di Scarano Antonio

In effetti, egli partì nella serata del giorno successivo, da solo, imbarcandosi a Palermo con destinazione Napoli.
Non ricorda con precisione se il biglietto fu fatto a nome della Coprora srl o a nome di Sabato Gioacchina (la sua segretaria, divenuta nel frattempo titolare, formalmente, della ditta da lui gestita).

Il Carra precisa, a questo punto, che il semirimorchio ribaltabile, trasportante i pacchi, era targato PA-15424 (prima ancora era targato Brescia) e che quello sovrastante era targato CT-7034 (o 7035, non sa essere più preciso, perché aveva tre semirimorchi uguali, acquistati contemporaneamente presso la stessa ditta, targati Catania 7034 - 7035 e 7036)

Il trattore, invece, era un Volvo targato TO-52079D, lo stesso che aveva usato una ventina di giorni prima per effettuare un carico di hascisch sempre da Palermo a Roma.

Continua dicendo che fece il viaggio fino a Napoli con una nave della compagnia Tirrenia, giungendo in detta città verso le sette del mattino. Da Napoli proseguì il viaggio per Roma via autostrada, giungendo regolarmente all'area di servizio prefissata.

Qui fu raggiunto da Scarano, Lo Nigro e Spatuzza, che egli vedeva per la prima volta (su Spatuzza, però, non è sicuro), i quali gli fecero cenno di seguirli con l'autocarro.

I tre viaggiavano a bordo di un' Audi di colore blu, di proprietà dello Scarano. Sui mezzi usati dai tre in detta occasione il Carra dice di non essere però sicuro, in quanto furono parecchi gli appuntamenti datigli alla stessa area di servizio (come poi si dirà), per cui è possibile che egli faccia qualche confusione. Lascia perciò aperta la possibilità che i tre disponessero di un mezzo ulteriore, oltre all'Audi dello Scarano.

Seguendo i tre il Carra giunse in via Ostiense, davanti ad un cancello. Qui i tre scesero dall'auto ed il Lo Nigro gli fece segno di entrare, attraverso il cancello, in un cortile non grande. Nel fare manovra, a marcia avanti, egli picchiò col semirimorchio nel cancello destro, danneggiandolo.
Fece una manovra in più e riuscì a strusciare il muro laterale sinistro con lo specchietto retrovisore.

Entrato nel cortile vi trovò "un vecchietto sui 60 - 65 anni, con i capelli bianchi", nonché "Peppuccio" Giuliano, che poi seppe avere, come soprannome, "Olivetti".
Non è sicuro se nel cortile incontrò anche Spatuzza (invece che sul raccordo anulare).

Il Carra descrive quindi il cortile:

" C'era un cancello entrando, di fronte venivano delle casette piccoline, tipo due magazzini piccoli in muratura. C'era il muro sulla mia sinistra e all'angolo proprio di fronte, entrando, c'era pietre piccoline lì di cava".

E poi:

"C'era la strada, diciamo statale dove era collocato il cancello, sotto una strada tipo uno scorrimento veloce. C'era la strada sotto col paracarri, c'era il cancello entrando in lunghezza e non in larghezza. Cioè, entrando il muro sulla sinistra. Queste due casette di fronte. Sulla destra non mi ricordo se c'è muro o ci sia qualcosa, non me lo ricordo. Mi ricordo il muro perché picchiai con lo specchietto nelle manovre".

Aggiunge il Carra che, per sua impressione, il "vechietto" e Giuliano erano in attesa all'interno del cortile, in quanto non furono sorpresi del suo arrivo.

Il materiale fu quindi scaricato e lasciato (dal Carra) davanti agli ingressi dei due magazzini che davano sul cortile, siti proprio di fronte al cancello d'entrata.

Effettuato lo scarico, il Carra proseguì il suo viaggio verso il Norditalia. Probabilmente, dice il Carra, si recò presso la ditta Sabital di Massarosa per caricare sabbia (nell'interrogatorio reso al PM in data 31-8-95, pag 22, il Carra aveva però rappresentato questa circostanza in termini di maggior certezza).
Ribadisce il suo dubbio anche dopo la contestazione del PM (effettuata nell'udienza pomeridiana del 27-2-97, a pag. 51), precisando di essere certo che il viaggio alla Sabital fu effettuato in quel periodo, ma di non poter dire con certezza se fu in occasione di questo viaggio in via Ostiense o di un altro viaggio antecedente o successivo.

Alla Sabital, comunque, ha precisato, trovò il suo autista La Rocca Luigi, col quale si era dato appuntamento. Il La Rocca era "salito" con altro trattore e un semirimorchio.
Presso questa ditta si ritrovò, pertanto, lui con un trattore e due semirimorchi; l'autista con un trattore e un semirimorchio.

Scaricarono allora il semirimorchio sovrapposto con una "gruetta" e li caricarono tutti di sabbia. Quindi, agganciarono un semirimorchio ad ogni motrice e proseguirono il viaggio verso Genova.
Lasciarono sul posto il terzo semirimorchio, che fu ritirato successivamente dal suo autista.

Conclude dicendo di aver riconosciuto, con assoluta sicurezza, il cortile di via Ostiense nel corso del sopralluogo fatto col PM nel corso delle indagini in data 13-9-95.

Riconosce, quindi, in alcune fotografie che gli vengono mostrate, il cancello di via Ostiense, in cui picchiò nell'eseguire la manovra (foto n. 13) e il cortile in cui effettuò lo scarico (foto n. 15) [157]

Riconosce anche l'area di servizio in cui si incontrò, in questa ed in altre occasioni, con Scarano, LO Nigro e, forse, Spatuzza (foto n.46 e 47) [158]. Sullo sfondo è chiaramente visibile lo stabile in cui abitava lo Scarano (secondo le parole del Carra).

Secondo le parole del Carra, quindi, il trasporto dei "pacchi" (si capirà poi che si trattava di esplosivo) nella città di Roma fu curato lui, Barranca, Lo Nigro, Giuliano, Scarano e, probabilmente, Spatuzza. La base fu messa a disposizione da un "vecchietto" sulla sessantina (si capirà poi che era Di Natale Emanuele).

Scarano Antonio. Lo Scarano, dal canto suo, ha dichiarato di non essere stato presente quando arrivò l'esplosivo a Roma e di non essere stato previamente avvertito del fatto che sarebbe arrivato. Capitò, infatti, che una sera trovò Giuliano Francesco a casa sua, il quale gli chiese di accompagnarlo dal "vecchio", in via Ostiense. Cosa che egli fece, accompagnandolo con la sua auto.

Quando arrivarono sul posto il camion di Carra stava uscendo dal cortile. Egli riconobbe nell'autista Carra Pietro, che aveva avuto modo di conoscere in un viaggio fatto circa 20 giorni prima dalla Sicilia a Roma, trasportando hascisch.

Ebbe modo di notare, nel cortile, "circa" quattro "balle" appoggiate sul terreno. Erano di circa 50 kg l'una.
Aggiunge anche:
"...ho visto qualcosa nel giardino. Però non è che ho potuto individuare veramente cos'era. Ho visto delle balle, delle cose con lo scotch. Rotoli di roba che... circa 50-60 chili di roba. Un involucro bello grosso che lo stavano sistemando, praticamente".

Conferma quanto dichiarato dal Carra in ordine al tipo di camion utilizzato e alle modalità del carico. Dice, infatti, che la motrice era la stessa usata precedentemente per il trasporto dell'hascisch; ma che era diverso il rimorchio.
...Il rimorchio era un rimorchio diciamo senza sponde, con altro rimorchio sopra legato con le corde d'acciaio. Cioè, due rimorchi. Uno funzionava e uno era appoggiato sopra il cassone.

Dice che, presenti sul posto, in via Ostiense, erano Spatuzza, "Peppuccio" (Giuliano Francesco), Lo Nigro, Di Natale e Benigno Salvatore. Rispetto al Carra nomina, quindi, in più, Benigno Salvatore, senza dare alcuna indicazione circa il momento in cui quest'ultimo sarebbe comparso sulla scena.

Aggiunge che non era presente quando il Carra entrò nel cortile e fece danno al cancello. Questo fatto lo apprese successivamente dal Di Natale.
Sempre in sua presenza l'esplosivo fu collocato dentro il magazzino. Solo successivamente (dopo 5-6 giorni) il Di Natale gli disse che l'aveva spostato dal magazzino per collocarlo nel cortile, sotto un camion di breccia che aveva precedentemente ordinato. Questa operazione l'aveva fatta insieme al figlio (Siclari Pietro).

Circa l'epoca di questo viaggio ha detto che si era, probabilmente, alla fine di giugno o ai primi di luglio del 1993. Fu Cosimo Lo Nigro che si fece incontro a Carra sul raccordo anulare. Dice infatti:

"Praticamente hanno fatto arrivare Carra con l'esplosivo.
Quando arriva il camion di Carra lo va... Cosimo già stava a Roma un'altra volta, la seconda volta.
Lo vanno a prendere sul raccordo anulare. Io stavo a casa, stavo in campagna, vengo a casa e trovo Peppuccio.
Mi ha detto: 'Antonio, ci dobbiamo andare...', ci siamo salutati prima. Dice: 'dobbiamo andare dal vecchio, perché Cosimo sta dal vecchio col camion', stava a scaricare il camion. Ed era verso i primi di luglio, perché... Quel periodo lì, perché poi dopo...
Hanno scaricato questo camion, io arrivo lì. Quando sono arrivato io, il camion stava uscendo di dentro il magazzino. Avevano già scaricato.
Parcheggio la macchina nel frattempo, scendo e vedo quattro balle di quello che avevano scaricato". [159]

Lo Scarano ha anche spiegato, dal suo punto di vista, come nacque l'idea di utilizzare il cortile del Di Natale per custodirvi prima l'esplosivo (e, poi, si vedrà, per prepararvi le autobombe).

Praticamente, in una serata del mese di maggio o giugno del 1993, tornando dalla campagna, trovò Lo Nigro e Di Natale che lo aspettavano, seduti su un muretto sotto casa sua. I due si erano conosciuti e presentati proprio in quella occasione, mentre lo aspettavano. E sempre nell'attesa il Di Natale aveva detto al Lo Nigro di possedere un magazzino e che era sua intenzione venderlo.
Il Lo Nigro aveva trovato la cosa interessante ed avevano preso accordi per vederlo.
In effetti, il Lo Nigro lo vide, successivamente, e concluse un accordo (lo Scarano non dice di quale natura) per ottenerne la disponibilità.
Da qui tutto il resto.[160]

Ma è bene riportare per intero il suo discorso:

"Una sera del mese di... di giugno, io venivo di campagna, verso le cinque e mezza la sera, le sei, dove io costruivo e ti trovo Lo Nigro che era venuto a Roma, e Di Natale, seduti sul muretto che sta nel giardino dove abito io. Che è il giardino del Comune, poi.
Insomma, che aspettavano me, sia l'uno che l'altro.
In questo frattempo io... Poi mia moglie mi ha detto che era più di un'ora che stavano lì sotto, tutti e due si sono messi forse a parlare fra di loro.
Arrivo io con la macchina, alle cinque e mezza, le sei. Portavo in mano un po' di... Ci avevo un sacchetto, un paio di chili di bistecche e un po' di uova di quelle che ho comprato in campagna. Porto questa roba su e scendo un'altra volta.
Ma nel frattempo, prima di arrivare su, mi sono salutato sia col Di Natale, che con Lo Nigro. E li volevo presentare.
Risponde Lo Nigro, dice: 'guarda, già ci siamo presentati. E' pure paesano', dice.
Si sono messi a parlare. Hanno parlato fra di loro che io non ci stavo, praticamente. Poi me lo ha detto Lo Nigro, mo ci vengo dopo.
Ora Di Natale ci aveva un vizio che, me ne aveva parlato pure a me, di questo portile che lui aveva, che voleva vendere. E con Lo Nigro hanno avuto un dialogo diciamo di questo cortile.
Io parlo con Di Natale, Di Natale se ne va, Lo Nigro se ne viene su a casa mia. Nel frattempo ero andato su a portare questa carne a casa, a appoggiare questa carne con le uova su a casa.
E scendo, siamo stati altri dieci minuti assieme tutti e tre. Come Di Natale va via, Lo Nigro per le scale mi ha detto: 'sai è una brava persona, mi ha parlato di un magazzino, che c'ha in magazzino a affittarlo, vuole vendere...'.
Dico: 'sì, va bene, questo a chi vede, a chi incontra, parla a tutti di questo magazzino'.
Ed era rimasto con Lo Nigro di andare a vedere questo magazzino, fra di loro, questo.
Lo Nigro mi dice a me se io conoscevo il Di Natale.
Io ci ho detto: 'guarda, il Di Natale l'ho conosciuto otto-nove anni fa. Però poi l'ho perso di vista. Da allora l'ho incontrato adesso, diciamo, poco tempo fa a Regina Ceali casualmente'.
Mi ha detto: 'no, andiamo a vedere. Per me è una brava persona'.
Andiamo a vedere questo magazzino, si sono messi d'accordo loro, ci stava bene questo magazzino e finisce qui la questione.
Se ne va, dopo Cosimo se ne va. Mo adesso non lo so se è stato alla fine di giugno... Ma verso la fine di giugno è stato. Perché poi la roba... Quando è arrivato il Ca... Se n'è andato a Palermo, è arrivato lui con Spatuzza e non ricordo se c'era anche Peppuccio, che sono venuti un sacco di volte. Non è che..."

Quando successe questo episodio era già stata commesso l'attentato a Costanzo.

- Ma le dichiarazioni dello Scarano concernono anche la fase preparatoria delle stragi, nonché quella esecutiva vera e propria.

Esaminiamole separatamente.

A) Fase preparatoria. Dice lo Scarano che, dopo l'attentato a Costanzo (quindi, dopo il 14-5-93) fu richiesto di trovare a Roma un appartamento, ma non gliene fu piegato il motivo. Come avvenne la richiesta lo spiega così:

"Dopo una volta, due volte, tre volte che me l'hanno chiesto io non è che mi sono impegnato più di tanto.
Un giorno, mattina specialmente stava Giacalone a casa mia. Nello stesso tempo viene Bizzoni, un amico mio di Roma. Ci ho detto: 'te che parli sempre di appartamenti e ville, mi serve un appartamento per questo amico'. Eravamo tutti e tre presenti.
Dice: 'ce l'ho. Ce l'ho qui a Roma, vicino'.
Io mi rivolgo a Giacalone e dico: 'andiamo a vedere 'sta appartamento?'
Dice: 'no, no. Pensaci te. Mettici quello che manca, insomma'.
Io vado a vedere 'sta appartamento insieme a Bizzoni, lo faccio pulire. Non c'era niente. Dice: 'compra due divani e basta'.
Io ho comprato due divani, mi ha portato Bizzoni stesso da un suo amico che c'ha una fabbrichetta fuori Roma, in una zona fuori Roma, ai Due Leoni, non a Finocchio. La zona chiamata Finocchio. E abbiamo preso questi divani.
E mi ha dato le chiavi. E io ho dato le chiavi a Giacalone.
Giacalone, poi è venuto, sono venuti gli altri quando sono venuti. E li ho portati, li ho accompagnati a questa casa.
E' venuto sempre Lo Nigro in quella casa. E' venuto Lo Nigro, Benigno Salvatore, Spatuzza Gaspare e Giuliano.

L'appartamento si trovava in via Dire Daua, nei pressi di viale Libia, nel quartiere africano. Lo Scarano non sa se l'appartamento fosse di proprietà del Bizzoni o solo nella sua disponibilità.

Egli (Scarano) si preoccupò, comunque, di sistemarlo, mediante l'acquisto di due divani, e di ripulirlo.
Questi due divani furono da lui acquistati "ai Due Leoni", dove si recò insieme a Bizzoni.

Per le pulizie incaricò una sua conoscente, tale Simonetta Cantale, moglie di Liberati Giuseppe, persona che egli conosceva da un paio d'anni e che aveva rifornito, in precedenza, di hascisch..
La Cantale si portò una sola volta in via Dire Daua per effettuare le pulizie e lo fece insieme alla cognata. Fu lo Scarano stesso ad accompagnarle.

L'appartamento di via Dire Daua rimase nella disponibilità delle persone anzidette fino alla fine di agosto del 1993, allorché il Bizzoni cambiò la serratura della porta d'ingresso e mise a disposizione del gruppo un altro appartamento sito nel quartiere Tuscolano.
Furono Lo Nigro e Spatuzza che lo avvisarono del cambio di serratura, portandosi una sera a casa sua.

Per l'affitto dell'appartamento di via Dire Daua lo Scarano diede al Bizzoni £ 1.800.000, costituenti il pigione di due mesi (Bizzoni aveva chiesto £ 900.000 mensili). Non diede altro.
Lo Scarano disse al Bizzoni che gli affittuari erano suoi "nipoti" e che erano a Roma "con una scusa qualsiasi".

L'appartamento fu frequentato da Spatuzza, Lo Nigro, Giuliano e Benigno, saltuariamente.

"...Perché le chiavi ce l'avevano queste persone che ci stavano. Se le portavano quando andavano via, venivano... Quando volevano venire, venivano.
A volte venivano che io manco lo sapevo. Stavano quattro giorni, cinque giorni e se ne andavano senza che io sapevo niente. Magari me lo dicevano successivamente quando venivano un'altra volta, che erano venuti a Roma".

L'appartamento suddetto servì, secondo le dichiarazioni di Scarano, da base per le stragi in questione.

Infatti, una sera, nel periodo in cui il quartetto alloggiava in via Dire Daua (a maggio-giugno), si presentò Lo Nigro a casa sua, chiedendogli di accompagnarlo in Trastevere, dove si svolgeva la festa di "Noiantri".

In effetti, egli accompagnò Lo Nigro e Giuliano nel suddetto quartiere, con la sua Audi, per una ricognizione di possibili bersagli.
E' opportuno riportare, per intero, il racconto del dichiarante:

" Dico: 'come lo sai te che c'è una festa a Trastevere? Io sono 25 anni che abito a Roma e non so di 'sta festa'.
Dice: 'sì, è una festa che dura 15 giorni, 20 giorni'.
Comunque siamo andati alla festa. Siamo andati alla festa: io, Lo Nigro e Giuseppe Giuliano.
Siamo arrivati a Trastevere, a Trastevere mi fanno parcheggiare sulla destra entrando sulla via di Trastevere, lasciando diciamo la via del Tevere, via del Tevere.
Faccio neanche dieci metri dentro 'sta piazzetta che era piena di gente, di persone, che c'era veramente esattamente la festa. E Lo Nigro si gira dentro la macchina verso Giuliano e gli fa un cenno a una villa antica che sta lì all'ingresso proprio della via di Trastevere.
PUBBLICO MINISTERO: In questa piazza.
IMP. Scarano A.: In questa piazza. E c'era una porticina. Allora Lo Nigro gli fa a Giuliano, dice: 'è questa, qui andrebbe bene, dove c'è quella porticina'.
Queste sono cose che ho sentite io dentro la macchina mia stessa. Nemmeno sono scesi. E mi dicono di andare via. E' durato un minuto, un minuto e mezzo, neanche, questa fermata.
Andando via prendo un'atra volta la via del Tevere, faccio 200 metri, 300 metri, ci sta uno spartitraffico. Mi fa girare a sinistra.
Giro a sinistra, passiamo lungo l'anagrafe di Roma. Alla fine del palazzo dell'anagrafe... "

La ricognizione continua sull'altro lato del Tevere e viene così raccontata:

" Costeggiamo il Comune di Roma; all'angolo del palazzo del Comune mi dice di svoltare a destra. Lì c'è un'altra strada alla parte principale dove si entra al Comune. Non so come si chiama la via.
E mi fa entrare dentro una strada che, secondo me, è la zona più vecchia di Roma.
Di fronte al Comune, lì, mi sembra che c'è la caserma dei vigili, dei Vigili Urbani. Facciamo un giro dentro questo quartiere antico.
A un certo punto mi fanno fermare. Mi fanno fermare, scendono e se ne vanno per conto loro. Se ne vanno per conto loro, io vado più avanti, ci stava un ristorante a 10 metri sulla sinistra, una chiesa sulla sinistra; sulla strada io mi sono parcheggiato.
A 10 metri più avanti c'è via dei Cerchi. Quella via la conosco perché lì, quando non arrivavano le, come si chiamano? Le schede delle votazioni...
E' per questo che ricordo bene quella via, che sono andato più volte a ritirare le schede.
E c'è un piccolo parcheggio che corrisponde di fronte al Comune poi di Roma.
Io parcheggio lì. sono stato un po' così. Ci sta un piano bar. Ho visto che c'era un bar, un piano bar che si scendeva sulla stessa via dei Cerchi, 10 metri da dove io mi sono parcheggiato, e sono entrato dentro questo bar. Mi sono bevuto due birre alla spina, ho perso un po' di tempo così.
Dopo un bel po' sono arrivati dov'ero io. E mi hanno detto di andare via. Siamo andati via, mi hanno fatto fare un'altra volta lo stesso giro. Abbiamo girato e poi dice: 'andiamo verso casa'.
Andiamo verso casa...
...Cioè, abbiamo fatto questo giro diciamo dentro questo borgo antico di Roma, dove poi c'è stato questo attentato al Velabro.
E lì, prima di arrivare a via dei Cerchi mi hanno fatto parcheggiare. Loro sono scesi, sono andati per conto loro, non so cosa sono andati a vedere.
Dopo una mezzoretta, 40 minuti, si ritirano e mi hanno detto di andare via.
Andiamo via, e mi hanno fatto fare un'altra volta la stessa strada. Ho passato poi davanti al Comune, alla porta principale del Comune e ho girato a destra. E ho ripreso un'altra volta la strada che avevamo fatto precedentemente dopo lasciato Lungotevere.
Facciamo un'altra volta questo giro. Dice: 'andiamo verso casa'.
Andiamo verso casa, prendo la via per andare a casa, sorpasso via dei Cerchi. C'è un'altra strada, non so come si chiama, che va verso Caracalla, verso San Giovanni. Alla parte opposta della strada mi hanno fatto parcheggiare in mezzo alla strada, perché qualcuno di loro se n'era accorto che c'erano due telecamere nel palazzo dove si ritirano le schede elettorali.
Peppuccio scende dalla macchina, dice: 'fermati un minuto'.
Dico: 'guarda, io qui non posso stare, siamo in mezzo alla strada'.
Dice: 'tanto, un minuto'.
Comunque mi sono fermato vicino a uno spartitraffico, un piccolo spartitraffico. Scende e va a vedere queste telecamere, che se n'era accorto di queste telecamere.
Ritorna in macchina e dice a Cosimo che le telecamere non prendevano la strada che loro forse avevano controllato, a quanto ho capito, bensì controllavano, erano gettate queste telecamere addosso al marciapiede, guardavano soltanto il marciapiede.
E siamo andati verso casa. E, ritornando indietro, e siamo andati verso casa.
Andiamo verso casa, passiamo a San Giovanni, faccio la strada che normalmente faccio per andare a casa mia, saliamo via di San Giovanni, arriviamo a San Giovanni.
Quando siamo arrivati a San Giovanni, al semaforo, che poi lì hanno messo, hanno fatto l'attentato, ha visto questo rientro: dalla strada ci sta una piccola piazzetta che praticamente è l'interno della chiesa.
Allora si rigira all'altro e gli dice: 'qui è pure buono', dice.
Hanno guardato, che c'è una architettura un po' particolare e mi fanno rifare la stessa strada. Mi fanno tornare indietro. Rifacciamo la stessa strada andando in giù. Prima in su e poi in giù. Siamo ripassati un'altra volta lo stesso giro in quel borgo antico di Roma dove eramo stati precedentemente. Abbiamo fatto questo lavoro per due-tre volte, avanti e indietro.
E all'ultimo ci ho detto, mi sono stufato e gli ho detto: 'aho, mo basta'.
Dice: 'va be', possiamo andare pure via'.
La strada, sia ad andare verso giù, verso il Velabro, andava normale; venendo verso, facendo il giro, ritornando verso San Giovanni, mi facevano camminare un po' più forte, un po' più piano, un po' più forte e un po' più piano. E uno di loro controllava l'orologio.
E parlavano di quantitativo di miccia, miccia lenta, miccia rapida, cose del genere. Mettendo un metro di miccia corrispondeva a tanti minuti, di quella miccia lenta, come la chiamano loro. Mettendo, per dire, due metri di miccia rapida corrisponde a tanti minuti.
Facevano questi calcoli fra di loro.
In quanto, siamo arrivati, abbiamo fatto tre volte 'sta strada: 'mo, dico, basta'. E siamo andati via, a casa. Quella sera.
Poi l'abbiamo rifatta la strada, perché la festa, l'obiettivo non era San Giovanni, oppure... Io non so se il Velabro era pure l'obiettivo, però San Giovanni ho visto che è stata una cosa casualmente, a vedere piazza San Giovanni. Perché l'obiettivo era quella precedente al Trastevere, un palazzo vecchio di Trastevere, da dove siamo partiti da casa mia per andare direttamente lì.
Non è che mi ha detto: 'andiamo a vedere un palazzo, andiamo a vedere, andiamo alla festa', mi è stato detto. Alle dieci e mezza di sera.
E quindi dopo siamo andati a casa e hanno deciso quello che hanno deciso, insomma."

Scarano ha aggiunto che, nel periodo in cui fu effettuata la ricognizione, era presente Spatuzza a Roma, anche se non li accompagnò in Trastevere.
Inoltre, che il Lo Nigro gli riferì che "c'era una persona che girava per loro per trovare questa roba antica".

Ha ribadito, in sede di controesame, che la chiesa di San Giovanni non era un obiettivo programmato, ma scelto sul momento:

"Programmato, no. Programmato era un altro palazzo a Trastevere, una casa antica a Trastevere. E strada facendo hanno visto questo san Giovanni. E' stato casuale san Giovanni.
Del Velabro non lo so se lo sapevano.
...A me, quando mi hanno portato lì Lo Nigro e Giuliano, in quel palazzo che c'era la festa in Trastevere, Lo Nigro ci ha detto a Giuliano, dice: 'questo è il palazzo'.
Poi siamo andati via, siamo andati a quel borgo vecchio, lì hanno trovato... Che forse, secondo me, lo sapevano dov'è che avrebbero, dov'è che siamo andati. Poi, andando verso casa, San Giovanni, l'hanno vista per strada. Perché lì a Trastevere c'era una festa. Perché secondo me c'era il palazzo di Trastevere in discussione e il Velabro".[161]

B) Fase esecutiva. Dice lo Scarano che, dopo alcuni giorni dalla perlustrazione sopra narrata, furono effettuati gli attentati, utilizzando l'esplosivo custodito nel cortile del Di Natale.

Prima, però, si vide arrivare un giorno Spatuzza a casa sua, il quale gli chiese di accompagnarlo da Di Natale per ritirare una busta in cui erano contenute quattro lettere che erano state, probabilmente, portate da Carra insieme all'esplosivo.

Giunti dal Di Natale, egli rimase in macchina, mentre Spatuzza entrò in casa e ne uscì con la busta. Si diressero verso il Centro di Roma, ma non ricorda in quale zona le lettere furono imbucate, né in quale momento. Ricorda che Spatuzza gli parlò del Corriere della Sera come uno dei destinatari.[162]

Ha proseguito dicendo che Lo Nigro e Giuliano giunsero a Roma, provenendo da Milano, in giorni diversi: Giuliano giunse nello stesso giorno degli attentati, di pomeriggio (27-7-93); Lo Nigro il giorno prima.

Fu lo stesso Lo Nigro a dirgli della sua provenianza da Milano, seduti sul marciapiede sotto casa sua, dove lo trovò, senza aspettarselo. In un primo momento il Lo Nigro gli disse che proveniva da Brescia; poi disse che veniva da Milano e che sarebbe arrivato anche Peppuccio (Giuliano). Come in effetti avvenne, nel pomeriggio del giorno dopo.

Dice lo Scarano che, nella sera degli attentati, accompagnò, con la sua Audi, Cosimo Lo Nigro nella zona di S. Giovanni, dove questi rubò un'auto.
Infatti, scese dalla sua auto e si addentrò nei vicoli siti intorno alla piazza di S. Giovanni, mentre lui (Scarano) si portava 300-400 metri più avanti, nei pressi di un bar. Il Lo Nigro faceva ritorno dopo meno di cinque minuti guidando una Fiat Uno di colore bianco, rubata. Egli lo sorpassava in via S. Croce in Gerusalemme ed entrambi si recavano in via Ostiense.
In sede di controesame ha lasciato aperta la possibilità, però, che il furto sia stato commesso il giorno prima degli attentati ("Comunque è stata rubata il giorno prima o lo stesso giorno"[163]).

Qui, a casa del Di Natale, trovavano gli altri: Benigno, Spatuzza, oltre al Di Natale. Dopo una decina di minuti giunse anche Giuliano ("era quasi le 11 quando è arrivato. E' arrivato molto più tardi di noi").

Lo Scarano dice di non sapere da dove provenissero Benigno e Spatuzza, che egli vedeva per la prima volta in quella serata.
Solo successivamente capì che i due, insieme al Giuliano, erano stati a rubare altre due auto nei pressi di via Ostiense.
Egli, comunque, non fu presente quando furono rubate le altre auto, per cui non sa esattamente chi commise il furto, né sa, con esattezza, quando avvenne.
Si ricorda, comunque, che le auto furono rubate "all'ultimo momento".[164]

Quando giunse nel cortile del Di Natale notò la presenza di un'auto; un'altra era fuori. Presume che anche queste due auto fossero state rubate quella sera stessa da Giuliano, Benigno e Spatuzza.

L'auto trovata nel cortile era una Fiat Uno di colore azzurro metallizzato (canna di fucile). L'auto che stava fuori era una Fiat Uno o Tipo (sarebbe stata successivamente impiegata per la fuga).
Sul posto c'erano anche le auto del Di Natale.[165]

Sempre nel cortile notò che le balle di esplosivo, che aveva visto in occasione del viaggio di Carra, erano depositate sul terreno. Nei pressi delle balle v'era un monte di breccia e una buca, da cui erano state evidentemente prelevate prima del suo arrivo.

Entrambe le Fiat Uno (quella rubata da Lo Nigro e quella trovata nel cortile) furono caricate di esplosivo, per circa 100 kg ciascuna (su ognuna furono messe due balle).

Le balle furono messe nel portabagagli, dopo essere state serrate con una corda annodata. Allo Scarano fu detto che erano nodi alla marinara e che le balle venivano legate insieme per dare "più impulso, più forza" all'esplosivo.

Le operazioni materiali di carico dell'esplosivo furono effettuate dai quattro, tutti insieme (Lo Nigro, Benigno, Giuliano e Spatuzza).

L'esplosivo fu sistemato sulle auto da Benigno e Lo Nigro, che erano esperti in materia di esplosivi. Scarano vide anche, da una distanza di circa 10 metri, i due armeggiare con un cacciavite nella massa esplodente, per sistemarvi un detonatore con la miccia. Non ebbe modo di notare se l'operazione fu compiuta su ogni balla, o su alcune soltanto.

Tutte le operazioni si svolsero alla presenza di Di Natale, che stava sempre lì. Non serviva a nulla, ma era casa sua, o meglio era suo il cortile.

Scarano dice che non era presente quando le due Uno furono svuotate degli oggetti sulle stesse presenti, ma che Di Natale gli disse di aver trovato su una di esse una sedia ed un ombrellone e gli chiese se era il caso di tenersi l'ombrellone, non ottenendo la lui alcuna risposta precisa.

Tutte queste operazioni nel cortile di Di Natale iniziarono verso le 21,30-22,00 e finirono verso le 23,30.

Finite le operazioni i carico tutti montarono sulle auto a disposizione e presero la via Ostiense. In testa alla processione c'era lui (Scarano), con la sua Audi; seguiva Cosimo Lo Nigro guidando una delle Fiat Uno rubate, imbottita di esplosivo; quindi Benigno, con la macchina d'appoggio (la Uno o Tipo); poi Spatuzza, con l'altra autobomba.
Non è certo, nel racconto di Scarano, in quale auto prese posto Giuliano. L'interpretazione più probabile è che stesse con Benigno, giacché ha detto, rispondendo ad uno dei difensori di parte civile:

"Le macchine, una la portava Lo Nigro, una la portava Spatuzza. Con Lo Nigro mi sembra ci stava Giuseppe Giuliano."

Ma poi ha aggiunto:

"Perché Lo Nigro, a quanto ho potuto capire io, è andato da solo lì a mettere la macchina alla chiesa. Il primo, al Velabro."

E ancora:

"Io aspettavo, però ho visto che la macchina, lui (Lo Nigro -NDE-) è andato da solo, perché dentro la macchina stava da solo. Perché uno solo portava la macchina d'appoggio perché... quattro all'epoca, delle chiese.
PRESIDENTE: Per fare chiarezza, vediamo. La macchina che ha portato, secondo lei, l'esplosivo al Velabro era guidata da Lo Nigro.
IMP. Scarano A.: Da Lo Nigro, esatto.
PRESIDENTE: La macchina che invece è stata lasciata a San Giovanni era guidata?
IMP. Scarano A.: Da Spatuzza.

Purtroppo qui Scarano viene interrotto. Il discorso non verrà più ripreso. Per Giuliano non restava posto che sull'auto di Benigno, ovvero su una quinta auto, di cui Scarano non parla.

Il corteo percorse tutta la via Ostiense e si recò nella zona del Velabro. Qui Lo Nigro e Benigno si sganciarono, mentre gli altri proseguirono sulla via dei Cerchi.
Lo Nigro lasciò la prima auto di fronte alla chiesa, dopo aver dato fuoco alla miccia, e montò su quella di Benigno (e Giuliano), che lo seguiva.

Nel frattempo Spatuzza e Scarano, a bordo delle altre auto, li aspettavano oltre la via dei Cerchi.

Ricostituitosi il corteo proseguirono (sempre Scarano alla testa) verso S. Giovanni. Giunti in prossimità della piazza, Scarano proseguì la sua marcia portandosi sul viale alberato che si trova oltre la piazza stessa e si arrestò nei pressi di una cabina telefonica, a circa 800 metri dalla piazza; mentre Spatuzza (con l'autobomba) e gli altri tre (con l'auto d'appoggio) entravano nella piazza, portandosi velocemente sull'angolo destra della stessa (rispetto al punto di ingresso).
Qui lo Spatuzza abbandonò l'autobomba col muso rivolto verso il Palazzo del Vicariato e montò sull'altra auto.

Quindi, l'auto d'appoggio (che conteneva, ormai, quattro persone) uscì dalla piazza e raggiunge lo Scarano sul viale alberato.
Le due auto ripresero la marcia. Dopo aver percorso circa 200 metri scoppiò l'auto lasciata a S. Giovanni.

Il quintetto si dirisse verso lo Scalo di S. Lorenzo, che raggiunsero in 4-5 minuti. Qui, nei pressi della Dogana, abbandonarono, in tutta fretta, anche la terza auto, con gli sportelli aperti, i fari e la freccia accesa e montarono tutti sull'Audi dello Scarano.

Infine, tutti si dirissero verso casa dello Scarano. S'erano fatte, ormai, l'una e mezza o le due di notte.

Lo Scarano ha aggiunto anche che, nel tragitto verso casa sua e sotto casa sua, gli altri commentarono l'azione svolta, esprimendo rammarico per come si erano svolte le cose a S. Giovanni.
Lo Spatuzza, infatti, diceva di non aver potuto sistemare l'autobomba con la parte posteriore rivolta verso la chiesa per mancanza di spazio di manovra, in quanto la piazza era ingombra di parecchi furgoni.
Questo fatto aveva comportato che l'esplosione, sfogando verso lo spazio aperto della piazza, aveva perso in potenziale distruttivo (evidentemente, perché l'esplosivo era collocato nel bagagliaio della vettura).[166]

Ma è opportuno ripetere questa parte del discorso con le parole di Scarano, partendo dal cortile del Di Natale:

"Si è partiti, si è fatto tutta via Ostiense. Io ero davanti, si è fatta tutta via Ostiense. Abbiamo girato dentro quel borgo. Lì Cosimo si è fermato, la prima macchina l'ha messa Cosimo Lo Nigro e mi sembra che c'era Benigno dietro con la macchina, con la macchina diciamo d'appoggio.
Che poi ha lasciato la macchina Lo Nigro, quella piena di esplosivo e ha montato sulla macchina con Benigno.
Nello stesso tempo si è fermato anche Spatuzza, alla parte opposta dopo via dei Cerchi. Si è fermato un attimo, aspettando con la macchina d'appoggio dietro.
Io stavo sempre davanti. Abbiamo fatto tutta la strada. Quando Lo Nigro ha finito ha messo fuoco prima lì sotto. Lì forse ci hanno messo qualche mezzo metro, o un metro di miccia in più per scoppiare contemporaneamente con quella di San Giovanni. A quella di San Giovanni ne hanno messa un po' di meno.
E praticamente è arrivato lì a San Giovanni, c'era Giuliano e Spatuzza con Lo Nigro, con la macchina, con la seconda macchina.
E lì è nato pure un dialogo dopo, perché Spatuzza dice, quando è arrivato: 'lì dentro c'erano furgoni', non so che c'era, io. Perché io ho passato diritto io, manco ho guardato dentro lì. C'erano dei furgoni. Praticamente la macchina la doveva mettere col posteriori addosso ai muri della chiesa, la doveva mettere.
Invece l'ha messa col muso. E praticamente quando ha scoppiato ha sfogato verso l'esterno, verso la piazza dove stavano questi furgoni. Perché dice non poteva far manovra. Così è entrato, diciamo, e così l'ha lasciata la macchina: col muso addosso al muro. Invece la doveva mettere all'incontrario.
E lì è nato un dialogo tra di loro, dopo, in un secondo tempo.
Però io poi sono passato la piazza San Giovanni, me ne sono andato e l'ho aspettati dalla parte opposta della piazza.
Quando è arrivata la macchina che... abbiamo fatto, che loro hanno lasciato la macchina, hanno montato sulla macchina d'appoggio, abbiamo fatto... Io ho fatto con la macchina mia circa un 200 metri, dove stavo io, 300 metri e lì ho sentito lo scoppio.
Io dico questo di San Giovanni. quello lì sotto non so se era già scoppiato, oppure ha scoppiato contemporaneamente. Ma secondo i loro calcoli, è scoppiato contemporaneamente.
E siamo andati verso... verso San Lorenzo. A San Lorenzo, dopo il ponte della ferrovia, vicino dove c'è la dogana, lì hanno lasciato la macchina, hanno abbandonato la macchina con gli sportelli aperti, luci accese, frecce accese, e hanno montato dentro la macchina mia. E siamo andati via, siamo andati verso casa mia. La strada verso casa mia abbiamo preso.
E dopo loro se ne sono andati via.

Nel racconto dello Scarano, relativo alle stragi del 27 luglio, c'è anche la parte relativa al disimpegno da Roma degli attentatori.

Dice infatti lo Scarano che, dopo le esplosioni, i quattro trascorsero la notte nell'appartamento di via Dire Daua. Fu lui stesso a portarne due, con la sia A 112, mentre gli altri andarono da soli, per non correre il rischio di farsi trovare insieme in un eventuale controllo.

Il giorno dopo, o un paio di giorni dopo, i quattro furono accompagnati a Napoli da lui e da tale Pino, detto "Melanzone", un amico dei suoi figli, ignaro di tutto.
Due (probabilmente Benigno e Spatuzza) presero posto sulla sua auto; gli altri due su quella di Pino.
A Napoli, poi, proseguirono il viaggio per la Sicilia, avendo cura di non fare un unico biglietto e non per l'intero tragitto (così capì dai discorsi che facevano).

Di Natale Emanuele[167] Il Di Natale è persona imputata in questo processo per tutti i fatti di strage.

Ha detto che vive a Roma dal 1971 e da allora è stato arrestato parecchie volte, per "piccoli" reati (spaccio di soldi falsi) e, infine, per concorso in omicidio. La vittima era tale D'Andrea Carlo.
Per quest'ultimo fatto fu arrestato nel settembre del 1991 e fu scarcerato il 16-2-93, per revoca dell'ordinanza di custodia cautelare che lo aveva colpito.

Quando fu scarcerato andò ad abitare in via Ostiense, in un fabbricato che s'era costruito su terreno demaniale. In questa località disponeva, infatti, di un immobile formato da due unità abitative, che avevano ognuno un proprio cortile ed un proprio ingresso. Erano contrassegnati dai numeri civici 893 e 895.

Egli andò ad abitare al n. 895, insieme alla sua "signora" Siclari Maria Antonina. Con loro abitavano la figlia Siclari Maria Maddalena (detta Marilena) ed i figli di quest'ultima: Maniscalco Umberto e Maniscalco Simona.

Nell'altra unità, al n. 893, abitavano il figlio Siclari Pietro con la moglie Sucameli Michela ed un loro figlioletto, nonché la madre della Sucameli (Trapani Caterina).

Ha detto di essere analfabeta (sa solo firmare).

L'incontro con Scarano. L'arrivo dell'hascisch in via Ostiense.[168]

Poco dopo essere uscito dal carcere incontrò Scarano Antonio, che conosceva da lunga data. Di lui dice:

"Lo conoscevo come "Baffo", come Antonio, "cumpare", mi chiamava, perché quando mi vedeva, mi abbracciava, come si fa con tutti, diciamo, quelli che sono in mezzo a queste situazioni."[169]

Lo conosceva fin dall'epoca (risalente nel tempo, a quanto è dato di capire) in cui trafficavano con la droga a Pontecorvo, insieme.

Lo rivide per la prima volta dopo la scarcerazione nel carcere di Regina Coeli, dove entrambi si erano portati per colloquiare coi familiari detenuti: lui per colloquiare col nipote (Maniscalco Umberto); Scarano col figlio.

Subito Scarano gli disse che aveva a disposizione "dell'eroina buona, brasilana, quella marroncina scura", nonché della cocaina, e gli chiese collaborazione per lo spaccio, che egli non mancò di dare.
Poi gli parlò di un carico di "fumo" in arrivo. Ma seguiamo il suo racconto:

"Come ci stavo dicendo prima, doveva arrivare questo carico di fumo. E finalmente è arrivato.
E' arrivato questo fumo e cominciamo a cercare di darlo via. Dico, per dire, io davo i campioni e lui veniva, ce ne portava 20 chili, una volta 15 chili, una volta 100 chili. E... insomma, il lavoro si cercava di dare via questo fumo.
Però, questo fumo, non era di qualità buona; era quelle tavolette di mezzo chilo che era troppo leggero, alla gente ci piaceva poco. Quindi si è perso tempo a darlo via.
Vedendo che questo fumo non si poteva dare via, allora mi è stato detto di Scarano, che doveva fare arrivare un quantitativo d'erba. E una specie di olio per rimpastarlo, per farlo diventare... dei libanesi, marocchino... Insomma, è andata a finire che quest'erba non arrivò più. I giorni passavano. E i mesi erano uno appresso all'altro."[170]

Su sollecitazione del Pubblico Ministero ha poi precisato:

"Questo hashish è arrivato dentro camere d'arie di quelle di camion. Quelle camere d'arie grosse dell'autotreno." [171]

In ogni camera d'aria v'erano 36 kg di hascisch. Erano 35-36 camere d'aria. Poi ha aggiunto:

"Poi è arrivato pure un po' di scatolone e... insomma, pacchi, contro pacchi... Era stato caricato questo camion di roba, era tanti quintali. Non è che si trattava di 10 chili, 50 chili." [172]

Ha detto che l'hascisch fu portato nel suo magazzino, in via Ostiense, al civico 893 (dove abitava il figlio) con un camion, sul quale c'era anche Frabetti Aldo:

"Questo hashish è venuto un camion, nella quale c'era Frabetti... Frabetti che manco io sapevo che si chiamava Frabetti... Gli diceva "Capelli Bianchi". Poi dopo ho saputo che si chiamava Frabetti."[173]

All'epoca di Frabetti egli non conosceva neanche il nome.

Circa le caratteristiche del camion ha detto, rispondendo in sede di controesame:

"Era un camion che... un camion dei supermercati. Che era carico di materiali di supermercati, nella quale, quando hanno scaricato il fumo gli hanno regalato pure due bottiglie, tre bottiglie, che ci hanno dato, di vino.
...Era un camion di quelli del supermercato con tutte le luci tutte attorno, lampadine...
...Un camion luminoso.
...Un camion di quelli che portano, che portano ai supermercati, diciamo, i materiali dei supermercati."[174]


Un quintale (o forse più) di questo hascisch fu da lui portato a Pontecorvo, dove fu sequestrato dalla locale Procura (quella di Cassino). La maggior parte rimase nel cortile del figlio e solo una piccola parte fu venduta.

L'arrivo dell'esplosivo nel cortile di via Ostiense[175]

Dopo qualche tempo Scarano gli disse che doveva arrivare della "roba"; che "doveva fare un piacere agli amici" e gli chiese la disponibilità del magazzino.
Si trattava di esplosivo. Prosegue:

"E io ho detto, io: ma... ci dissi che qua io ci avevo la famiglia, ci avevo le ragazzine... E dice: è questione di pochi giorni, non succede niente, perché... dice, uno non si può rifiutare a fare queste cose qua. Perché c'è in mezzo quelli di Palermo..."[176]

Il camion giunse e portò l'esplosivo. Col camion giunsero varie persone, che egli non conosceva. Giunsero anche Scarano e Frabetti.
Era primavera, verso "marzo, aprile, maggio, insomma, in quei mesi là".

Circa il numero delle persone che giunsero in detta occasione non è stato molto preciso, giacché dice, in un primo momento:

"Quando arrivò questo camion erano tre-quattro persone."[177]

Aggiunge, poco dopo, sempre in relazione all'arrivo dell'esplosivo:

"E' arrivato Scarano. C'era Frabetti, c'erano altre due, tre persone che io non conoscevo, che... le persone che venivano là, venivano una volta, due volte e poi non si vedevano più. Venivano sempre facce nuove." [178]

Le balle di esplosivo erano in numero di quattro:

"Hanno scaricato le quattro balle di... dell'esplosivo e sono state portate dentro quel magazzinetto che c'è... dove abitava mio figlio c'era una camera a parte. E sono state messe là. Poi...".

Il camion era diverso da quello che aveva portato il "fumo". Poi ha aggiunto:

"No, era un camion grosso, non era piccolo. Era un camion grosso, il camion, di quelli lunghi. Perché per entrare dentro il cancello, con tutto, che era troppo grande, il cancello non è che è piccolo, ha entrato a marcia indietro.
...Era grosso, non so se era 10 metri...[179]

Ha detto di non ricordare di che colore fosse e se avesse il rimorchio. Poi ha aggiunto, sempre in relazione al rimorchio:
"Questo io non me lo ricordo, mi sembra che il rimorchio non ce l'aveva.[180]

Non aveva le sponde alte e il cassone era vuoto.

Scaricò l'esplosivo nel cortile del figlio, al n. 893. Ha detto che non fu alzato il cassone per scaricare l'esplosivo. Poi, su contestazione del PM (il 3-11-94 disse al Pm di Roma che il camion era di circa 12 metri di lunghezza; non aveva rimorchio; sul cassone v'era una Jeep, ma nonostante questo il cassone si sollevò lateralmente verso sinistra per un'altezza di circa 60 cm, mettendo in evidenza una scatola rettangolare da cui fu scaricato l'esplosivo)[181] ha aggiunto, spiegando la diversità di versioni:

"La spiegazione: può anche darsi che io mi sono ricordato male, di qualche altro camion che portava questa jeep sopra. Io questo gliel'ho detto, a lei.
Però, io il cervello, ora che mi sento un po' meglio del mio stato di salute, e ho pensato a tutte le situazioni, come sono accaduti e come non sono accaduti i fatti, io gli devo dire la verità. Questo camion che è venuto a scaricare, 'sta jeep sopra non ce l'aveva. Forse in quel momento io mi sono ricordato... Perché, delle volte, qualche altro camion con la jeep.
Perché lì davanti da me c'era un'officina grande. Quante volte, dico per dire, mi parcheggiavano dalla mattina alla sera i camion lì davanti, o dentro il cancello stesso." [182]

Ha concluso l'argomento dicendo di non ricordare, in realtà, i particolari dello scarico e le caratteristiche del camion. Può anche darsi, dice, che ricordasse meglio il 3-11-94 e che le cose dette allora fossero più precise:

"IMPUTATO Di Natale: Sto dicendo, io non lo ricordo, capace che dico per dire, dal momento in cui davanti a lei io c'ho indicato quei fatti come si sono svolti...
PUBBLICO MINISTERO: Sì.
IMPUTATO Di Natale: ...può anche darsi che è così come io ci ho detto. Io non ci sto dicendo che non è vero, manco che è vero. Io non mi ricordo.
PRESIDENTE: Allora può darsi che abbia detto la verità, può darsi che si fosse confuso anche allora.
IMPUTATO Di Natale: Esatto. Può anche... esatto, sì."[183]

Sull'argomento è poi tornato in sede di controesame, rispondendo alla contestazione di un difensore,[184] per dire:

"Io ricordo e ci dico questo qua: la Jeep, nel camion che ha scaricato le bombe, non c'era.
Si vede che lì dentro è venuto qualche altro camion con la Jeep sopra.
Io mi sono ricordato e ho dichiarato pure quello.
AVVOCATO Gramigni: Cioè, quindi lei, a questo punto, mette in ballo un terzo camion. Perché ci sarebbe: il camion del fumo...
IMPUTATO Di Natale: Un terzo camion, un quarto camion... Sto dicendo: là erano padroni, io giravo dalla mattina alla sera per andare cercando i soldi per darli al signor Scarano dell'eroina che consegnavo e via di seguito."[185]

Ha aggiunto che in quel momento v'era, in casa, il figlio Pietro. Erano assenti la moglie e la suocera del figlio.
Il nipote Umberto non v'era. Non ricorda se perché era in carcere o fuori casa.[186]

L'esplosivo era sistemato in "balle", che descrive così:

"Sì, erano balle tutte coperte di scotch, la forma diciamo... come quelle forme grosse di parmigiano, diciamo, come due ruote, due ruote messa uno sopra all'altra, tutte coperte...
PUBBLICO MINISTERO: Di scotch da imballaggio.
IMPUTATO Di Natale: Scotch di imballaggio, questo marrone scuro. Sì."[187]

Anche nella dimensione somigliavano alle forme di parmigiano, quelle grosse. Pesavano più di 50-60 kg l'una.[188]
Avevano il diametro di circa 60-70 cm ed erano "gonfie", a differenza delle forme di parmigiano.[189]
Furono momentaneamente sistemate nel magazzino che v'era in fondo al cortile. Anche il figlio Pietro collaborò nell'opera di sistemazione.

Che le "balle" contenessero esplosivo glielo disse Scarano, lo stesso giorno dell'arrivo del camion o l'indomani ("E quando lo hanno portato, stesso giorno o l'indomani. Giustamente, a me Scarano me l'Ha detto che era un piacere che doveva fare agli amici").[190]

Poi, dopo la contestazione di un difensore (il 19-9-94 disse al GIP di Roma che si accorse che nelle balle v'era esplosivo circa un mese-15 giorni prima dell'esplosione di S. Giovanni), ha detto:

"Ma può essere, se l'ho detto può anche darsi che l'ho detto, però non mi risulta a me che questo periodo di un mese e mezzo prima di San Giovanni."[191]

Quel giorno Scarano portò con sé anche un borsone, in cui erano contenute micce e detonatori.[192]

Dopo aver scaricato il camion andò via e, uscendo, urtò nel cancello, scardinandolo, tanto che dovette chiamare il fabbro "Peppe" per ripararlo.
Questo fabbro abitava alla Magliana, in via Pescaia, n. 93, nello stesso stabile in cui aveva abitato lui (Di Natale) prima di trasferirsi all'Ostiense.

Alla fine, accompagnò quattro persone in un ristorante sulla Casilina ("mi pare"), con la sua Volvo, su richiesta di Scarano.[193]
Probabilmente, ha aggiunto (ma non è sicuro) fu proprio in occasione di questo spostamento che, nel tragitto, si guastò la frizione dell'auto nella zona di Tor Pignatara e le persone che viaggiavano con lui dovettero spingere l'auto fin davanti un negozio, dove poi andò a ritirarla, l'indomani, con un meccanico che operava sulla via Ostiense.
Scarano diede, nell'occasone, un assegno al gestore del ristorante in cui egli accompagnò i quattro, per pagare il pranzo.[194]

La movimentazione dell'esplosivo prima delle stragi del 28-7-93.[195]

"Nel medesimo tempo", aggiunge Di Natale (ma si capisce che si riferisce ad un momento successivo) egli collocò le balle di esplosivo al centro del cortile, insieme alle camere d'aria ed ai pacchi di hascisch; li coprì con un telone e vi fece scaricare sopra un camion di brecciolino, per meglio occultarli.

Dopo qualche giorno Scarano gli disse di prelevare le balle dal punto in cui le aveva sistemate e di riportarle nel magazzino, perché, gli disse Scarano, "devono venire amici mia".
In effetti, egli effettuò questa operazione, riportando nel magazzino l'eplosivo "insieme con una borsa di quella là un po' grande, a borsone, nella quale dentro 'sto borsone c'erano delle micce, c'erano dei detonatori".[196]

Effettuò questa operazione insieme a Scarano. Non ricorda di preciso quali altre persone vi fossero. Poi aggiunge:

"Eh, le ho prese io, c'era Scarano, non ricordo preciso chi è che ci ha dato una mano, perché Scarano veniva sempre con Fabretti (n.d.t.: Frabetti). Fabretti è stata una persona che è stata più vicino di tutti a Scarano, è venuto più volte, appunto...
PRESIDENTE: Frabetti...
IMPUTATO Di Natale: Sì, sì.
PRESIDENTE: ...quando scaricarono l'esplosivo dall'autocarro.
IMPUTATO Di Natale: Sì, sì, c'era, c'era. C'era Scarano, c'era Fabretti...
PRESIDENTE: E anche quando lo hanno movimentato come in questo caso...
IMPUTATO Di Natale: Sì, sì, lui stava sempre vicino a Scarano. Quando veniva Scarano, se non veniva lui mi mandava questo che si chiama Fabretti. E io ci dicevo... "Capelli Bianchi". [197]

Quel giorno, però, non si videro gli amici di Scarano, per cui le balle furono risistemate sotto il brecciolino.

Capitò poi in un'altra occasione (o più occasioni) che le balle subirono lo stesso spostamento e in una di queste occasioni fu aiutato dal figlio Piero (in realtà Pietro) e dal nipote Umberto.
Ricorda infatti la presenza di queste due persone in uno spostamento dell'esplosivo dal brecciolino al magazzino.

La preparazione delle autobombe nella serata del 27-7-93 [198]

Finalmente, un pomeriggio, si presentarono nel cortile di via Ostiense Scarano e i suoi amici. Dice infatti:

"Poi Piero... mio nipote e mio figlio là non ci sono avvicinati più perché mi ricordo con precisione che è venuto lo Scarano con questi palermitani, calabresi, quello che erano, e sono state pigliate queste balle, portate nel magazzino, col borsone, insomma, con tutte quella roba che c'era, scotch, contro scotch e via di seguito, e hanno sistemato.
Mentre loro lavoravano là, di dentro e dentro se serviva una bottiglia di acqua, una bottiglia di aranciata, quello che sia, ce l'ho portata io. Portandoci io questa roba da bere, insomma, me ne sono accorto quello che stavano a fa'.
PUBBLICO MINISTERO: Ecco, ci spieghi...
IMPUTATO Di Natale: Una balla di quelle e un'altra di sopra, fili, contro fili, che ognuno ne hanno fatto due."[199]

Praticamente, dice, le balle vennero assemblate a due a due, realizzando due ordigni. Questa operazione fu fatta nel magazzino di pertinenza dell'abitazione del figlio, al n. 893.

Quel pomeriggio, ha precisato, Scarano giunse con la sua auto scura e parcheggiò nel cortile della sua abitazione, al n. 895. Portò con sé quattro persone ("siciliani, calabresi, non so").
Quando giunsero queste persone il figlio Pietro e la moglie di quest'ultimo ( Sucameli Michela) erano a casa sua (a casa, cioè, del Di Natale).

Insieme a Scarano giunse anche Frabetti. Dice infatti:

"Arrivò con Scarano e gli altri arrivarono con un'altra macchina, non mi ricordo se era... non lo so 128, quello che era, non mi ri... perché hanno messo una macchina dietro casa mia, una macchina l'hanno lasciata davanti al cancello."[200]

Di sera, poi, furono portate nel cortile due Fiat Uno col portellone posteriore. Sulle stesse furono caricati gli ordigni, che pesavano molto (tanto che due persone a stento riuscivano a sollevarli).

Prima di caricare gli ordigni sulle Uno queste furono spogliate di tutto ciò che contenevano. Scarano disse poi di far sparire ogni cosa. Ma stiamo al suo racconto:

"Le FIAT Uno, le hanno spogliate, gli hanno levato tutto quello che c'era: cacciaviti, cric, que... tutto quello che c'era, diciamo, dentro quelle macchine là. Insomma, tutto quello che c'era, mi ricordo che c'era un passeggino, non so se era passeggino, una brandina, insomma, se l'è caricata su... che Scarano ha detto di andarla a buttare, di bruciarla, insomma. Però lei pensa che sono cose di confusione.
Quindi, Piero ha caricato tutti queste cose qua e le è andate a buttare." [201]

Questa operazione fu fatta da Piero appena le auto andarono via. Tra le cianfrusaglie scaricate dai veicoli v'era anche un librettino, di cui dice:

"C'era pure che aveva lasciato un librettino, come, diciamo, un fonogramma che era... diciamo, come si dice, Quattroruote, che c'era tutte le spiegazioni, i fili delle bombe, insomma tutte 'ste cose qua. Io l'ho sfogliato tutto, foglio per foglio e pure questo è stato bruciato insieme a tutto il resto."[202]

V'era, probabilmente, anche un ombrellone.
Era tanta roba, precisa il Di Natale. Queste cianfrusaglie riempirono il bagagliaio dell'auto di Piero (una A112).

Finita la preparazione delle autobombe Scarano tirò fuori dalla sua auto due-tre pistole e le distribuì ai complici. Queste pistole erano contenute in una borsa nascosta sotto il sedile dell'auto.
A lui lasciò, invece, due mitragliatori e una lupara avvolti in una busta di plastica ("di queste sacche della mondezza"), che furono sotterrati in un angolo del cortile, dove v'erano già dei calcinacci..

Queste armi fece poi ritrovare alla Polizia, subito dopo l'inizio della sua collaborazione.

Infine le auto andarono via, a sera tardi:

"Dopo che siamo stati... hanno caricato tutto, poi quando sono finiti se ne sono andati, Scarano avanti con Fabretti, e quelli con le Uno appresso." [203]

Dopo circa 40-60 minuti sentì le esplosioni da casa sua. Insieme a lui le sentirono tutti gli altri.

Ha detto poi che, delle persone presenti quella sera, qualcuno gli rimase più impresso nella memoria:

"Eh, quello che mi è rimasto impresso, più di tutti, fu uno che è venuto più di una volta che è uno dei due fratelli di quelli palermitani che si chiamano... tanto che io non lo sapevano che erano i fratelli Graviano, insomma, queste persone."[204]

Ha subito precisato, però, che egli non conosceva nessuno dei f.lli Graviano e nemmeno gli altri, giacché furono parecchie le persone che, dopo lo scarico dell'esplosivo e fino alla sua rimozione, si avvicendarono nel cortile di via Ostiense.
Fu Scarano a dirgli che una delle persone presenti quella sera era Graviano.

Dopo l'inizio della sua collaborazione con le Autorità (quindi, successivamente al 6-5-94) gli furono mostrate delle fotografie ed egli credette di riconoscere in una delle persone effigiate un Graviano.

Le persone che operarono quella sera nel suo cortile erano tutte giovani e parlavano con accento siciliano. Erano belli grossi:

"Ma erano quattro... quattro, erano in quattro ma erano lunghi, un metro e ottanta, un metro e novanta, erano bestioni, diciamo, non dico bestione per volerli offendere, erano persone piene di salute, tanto mi ricordo che uno di questi qua s'era messo un occhiale scuro.
E questo con gli occhi castagna là ci ha detto: 'levati 'sti occhiali di mezzo'. E questa persona qua che ora mi sta sentendo, che non è che non mi sente..." [205]

Ha detto anche che, successivamente all'inizio della sua collaborazione, fu portato a Rebibbia per effettuare una "ricognizione" di persona e che non riconobbe nessuno all'esito della stessa.

Scarano gli parlò (non si comprende, però, se nella serata del 27-7-93 o in un momento diverso) anche degli altri attentati (quelli già successi -Costanzo, Firenze- ed altri che dovevano succedere):

"IMPUTATO Di Natale: Sapevo che tramite lo Scarano mi ha detto che c'era stato l'attentato di Costanzo e altri attentati ancora che si dovevano fare e quello che avevano fatto.
PUBBLICO MINISTERO: Quindi Scarano che cosa le disse su questi altri attentati?
IMPUTATO Di Natale: M'ha detto che come è successo a Roma è successo nel Costanzo, il giornalista, è successo a Milano e era successo a Firenze.
.......
PUBBLICO MINISTERO: Senta Di Natale, abbia pazienza, ma Scarano queste notizie su via Fauro, Costanzo, su Firenze quand'è che gliele dette? Quando gliene parlò?
IMPUTATO Di Natale: Me l'ha detto quando io, dottore, me ne parlava perché giustamente aveva paura. Perché si parlò di eroina, si parlò del fumo, poi sono venute le bombe, giustamente. Però io, non gli ... non lo sapeva che doveva stare con due piedi dentro uno stivale, doveva stare zitto.
E allora mi ha detto: 'non avete paura perché qua, quello che stanno a fa', lo stanno a fa' perché... contro lo Stato, lo stanno a fa' perché stanno a mori' tutti i carcerati nelle carceri dure'. [206]

Scarano gli promise, per la disponibilità data, cento milioni di lire, che gli avrebbe fatto dare dagli "amici". Gli disse anche che, con la droga, gli avrebbe fatto guadagnare almeno altri due miliardi.[207]

Le vicende successive agli attentati del 28-7-93

Ha aggiunto che, dopo la sera delle esplosioni, non rivide mai più le persone che avevano preparato ed eseguito gli attentati.

Rivide solo Scarano e Frabetti, i quali, dopo parecchio tempo, tornarono nel suo cortile per portarsi via la droga che era rimasta. Utilizzarono, a questo fine, un furgone ("non mi ricordo se c'avevano lo stemma del Comune oppure dell'acqua, dell'istituto dell'acqua, diciamo, quello che sia sia").[208]

Ha aggiunto di essere stato arrestato nuovamente il 5-5-94 per espiazione pena (era divenuta definitiva la sentenza per l'omicidio del D'Andrea Carlo) e di aver subito manifestato, ai carabinieri che lo arrestavano, l'intenzione di voler collaborare per i fatti di questo processo, in ordine ai quali non era nemmeno sottoposto ad indagini.
Infatti, un paio di giorni dopo l'arresto fu interrogato dal PM di Roma, dr. Piro, e rese ampie confessioni.
Nel contempo accompagnò i carabinieri sotto casa di Scarano per consentirne la individuazione.

Ha detto di essersi un po' "allargato" nel corso delle dichiarazioni rese nella fase procedimentale (nel senso di aver detto più di quanto sapesse) per paura e per delusione.

La paura derivava dal fatto che non si sentiva sicuro a Rebibbia:

"Al carcere di Rebibbia io stavo impazzendo, mi credevo che portavano in un posto sicuro. Mentre, dico per dire, dove io sono andato a finire, era un posto che le persone che avevano la semilibertà, c'era uno che si chiamava Scarano, che usciva la mattina e si ritiravano la sera. Quindi io ero diventato, signor procuratore, che dico per dire, se le gente parlavano, credevo che parlavano per me; se camminava pare che mi correvano appresso. Insomma..."[209]

La delusione derivava dal fatto che, ad un certo punto della sua collaborazione, capì di non essere creduto e constatò che tutte le persone da lui accusate tornavano in libertà:

"La sera in televisione, per televisione, sono stati scarcerati tutti: Scarano, quello, quello, quell'altro. E allora ho detto io: come è andata? Come sarebbe a dire qua?
E allora, e allora mi sono, io... io ho fatto l'attentati...
Eh, così dico, per dire che le bombe a cambio di essere quattro, son diventate dieci, son diventate dodici.
Insomma, io ho perso il controllo. Ma non per non dire la verità. Ma giustamente sono arrivato al punto che non capivo più niente. Sconforto, senza colloquio, perché di fronte a quello che io avevo dichiarato, non potevo avere colloquio, come si chiama, né coi miei nipoti, né con mio figlio, né con la mia signora: con nessuno. Per tanti mesi.
Eh, quindi... questo. Io ho detto qualche cosa...
PUBBLICO MINISTERO: Ecco. Senta, Di Natale.
IMPUTATO Di Natale: Che non doveva dire. Ma, giustamente, i fatti sono così ed è, questi fatti qua, non è che io li sto dichiarando adesso; li sto dichiarando quando io ho cominciato a collaborare alla Procura di Roma, col dottor Piro e tutti quelli che mi hanno interrogato. E questa è la pura verità di quello che io sto dicendo."[210]

Di Frabetti ha detto che, nel 1993, aveva i baffi e i capelli bianchi; che era "bello cicciotto"; che "aveva un pochettino di panza".
Non sa dove abitava e che lavoro facesse; se fosse sposato e avesse figli.
Si trattava, comunque, della persona che vide più frequentemente nel suo cortile, perché si accompagnava sempre con Scarano e perché questi, quando non poteva passare direttamente a ritirare la droga, mandava Frabetti.[211]

Maniscalco Umberto. Trattasi del nipote di Di Natale Emanuele.

Il Maniscalco dice che ha sempre abitato con i nonni (Di Natale Emanuele e Siclari Maria Antonina) fin dalla nascita, spostandosi continuamente tra una casa alla Magliana e quella di via Ostiense.
Andò a stare in via Ostiense, continuativamente, nel febbraio 1993.

Fu arrestato il 5-5-93 per rapina; fu scarcerato il 7-7-93 e inviato agli arresti domiciliari in via Ostiense.[212] Qui c'erano due case che aveva costruito il nonno: in una abitava lui coi nonni, la madre (Siclari Maria Maddalena) e la sorella (Maniscalco Simona); nell'altra lo zio Siclari Pietro e la moglie Sucameli Michela.

Le due abitazioni erano separate da un muro divisorio ed avevano ognuna un proprio cortile ed una propria entrata. La sua cameretta aveva una finestrella che dava sul cortile dell'abitazione dello zio (i due cortili erano contigui). Da questa finestra egli poteva vedere ciò che accadeva nel cortile dello zio.

Dice il Maniscalco che, dopo essere uscito dal carcere, il 7-7-93, notò che la casa del nonno, in cui anch'egli si trovava, era frequentata da una persona che non aveva mai visto prima. All'inizio non sapeva come si chiamasse, in quanto tutti lo appellavano col soprannome di "Baffo" (in quanto portava, appunto, i baffi). Poi seppe trattarsi di Sarano Antonio.

Successivamente, in sede di controesame, ha detto che Scarano cominciò a frequentare la casa del nonno dopo il febbraio 1993. All'epoca, Scarano e il nonno trafficavano in eroina ("Portava qualche chilo di eroina a mio nonno, perché non stava più col compare di prima, mio nonno.").

Insieme allo Scarano vedeva "sempre" Frabetti Aldo ("E insieme a lui veniva sempre un tipo con i capelli bianchi che poi, insomma, era Frabetti").

Lo Scarano aveva la disponibilità di molte auto. A casa di Di Natale andava spesso con un'Audi nera, ma ebbe modo di notarlo anche con una Clio 16 valvole, una Regata bianca, un furgone, una Jeep, una Panda, una A112. Insomma, di auto ne aveva tantissime.

Frabetti, invece, viaggiava con una Regata di colore bianco, con i cerchi in lega. Era una Regata 1000 Super, riverniciata a nuovo.

Tornato a casa dal carcere apprese anche dal nonno che, nel cortile di pertinenza dell'abitazione dello zio, si trovavano, sotto un monte do brecciolino, circa 1.000 kg di hascisch in camere d'aria di camion e in scatoloni. Erano in panetti da mezzo chilo.

Inoltre, qualche giorno prima dell'attentato alle chiese di Roma, seppe, sempre dal nonno, che nel cortile dello zio, sotto il brecciolino, era conservato anche dell'esplosivo.

Egli non sa quando e da chi fu messo l'esplosivo in quel posto. Sa però che il nonno si lamentava di questo esplosivo, in quanto aveva concesso l'uso del cortile solo per qualche giorno e glielo occuparono, invece, per parecchio tempo

Poi, la sera stessa degli attentati, nel tardi pomeriggio, il nonno chiese a lui e allo zio (Siclari Pietro) di prelevare quattro balle di esplosivo dal posto in cui si trovavano e di portarle nel magazzino (una stanza cui si accedeva dallo stesso cortile). Cosa che effettivamente fecero.

Dice il Maniscalco che si trattava di quattro balle foderate interamente di scotch da imballaggio, quello marrone. Avevano la grandezza di una ruota di autovettura (non ce la faceva, da solo, ad abbracciarle completamente).

Quanto alla forma si esprime così:

"Diciamo, la forma era quasi a palla, però erano... diciamo che la parte che poggiava per terra e quella di sopra erano schiacciate, un pochettino.
...Non erano proprio rotonde.

In ordine al peso dice che una persona non ce la faceva ad alzarle:

"Da solo non... cioè, ci ho provato e non ce l'ho fatta ad alzarli; difatti li abbiamo sollevati in due, io e mio zio, e le abbiamo messe dentro al magazzino.

Successivamente, ha aggiunto, rivide una "balla" simile in un ufficio di Polizia, a Roma.[213] Questa balla era in tutto simile, per forma, dimensioni e imballaggio, a quelle di via Ostiense.
Aveva visto in televisione, qualche giorno prima, per telegiornale, altre "balle" identiche.

Quella sera, dopo cena, vide varie persone giungere sul posto. Arrivarono Scarano con la sua Audi 80 e Frabetti con la sua Regata bianca: entrambi parcheggiarono nel cortile di pertinenza dell'abitazione del nonno (quella in cui si trovava lui).
Dice che Frabetti aveva, nell'occasione , "una bella chioma bianca, bella pettinata...quella sera ce l'aveva particolarmente allisciata".

Giunsero altre persone con altre auto.
Due-tre auto automobili entrarono nel cortile di pertinenza dello zio; altre due rimasero fuori, sulla strada.
Tra queste ultime una (forse una Fiat Uno bianca) rimase nei pressi del cancello che immetteva nell'abitazione del nonno; un'altra fu parcheggiata più in giù del cancello dell'abitazione dello zio.

Quella sera ci fu un gran movimento di persone. Egli rimase sempre nella casa del nonno, senza mai passare nel cortile dello zio. Ad un certo momento il nonno gli disse di portare dell'acqua alle persone che erano dall'altra parte ed egli lo fece, sporgendosi dalla finestrella della sua camera.

Ebbe così modo di vedere le persone che erano nel cortile dello zio, ma dice che non sarebbe in grado di riconoscerle.

Mentre succedevano queste cose lo zio era nel cortile dalla parte del nonno, seduto al tavolino; non ricorda dove fosse il nonno.

Infine, le auto andarono via, una dietro l'altra ("Affilati"). Vide infatti lo Scarano e il Frabetti portarsi alle loro auto e andare via, seguiti da tutti gli altri. Dopo un po' ci fu il "botto", peraltro annunciatogli dal nonno ("Mo senti che botto").

Il Maniscalco ha detto anche che quella sera, scavando sotto il brecciolino per prelevare l'esplosivo, venne fuori, insieme a questo, una busta al cui interno v'erano due-tre "pezzi", incartati in giornali e sacchi

Queste le sue parole sul punto:

"Insieme alle balle uscimmo un altri due, tre pezzi; non lo so che erano, erano incartati in giornale e sacchi.
...Mi sembra che tirammo fuori una busta e non lo so che erano... cioè, erano dentro dei sacchi; diciamo, erano delle cose così alte[214]; non lo so che erano, però. Cioè, noi le abbiamo prese e le abbiamo messe lì insieme alla balle."

Si trattava di cose chiuse in buste di plastica e scotchate, del diametro di circa 15-20 cm. Egli maneggiò quest'oggetto: non era rigido; si fletteva nel sollevarlo.

Oltre a quest'oggetto c'era anche un'altra busta, su cui si esprime così:

"Però non so che c'era, perché erano buste sigillate con lo scotch. A noi mio nonno ci aveva detto solamente: 'prendete queste cose, mettele là'. Ha detto: 'insieme alle balle ci dovrebbero stare altre due, tre pezzi: prendeteli e metteteli pure là'. Noi quello abbiamo fatto.

Dice il Maniscalco che aveva già visto altre volte il Frabetti prima di quella sera. Lo aveva visto anche seduto nel cortile, mentre parlava col nonno. Lo conosceva come Aldo.

In ordine ad Aldo (Frabetti) e Antonio (Scarano) si esprime così:

"Si, si. Diciamo che erano le persone che conoscevo di più, perché...cioè, lo Scarano andava e veniva; una volta veniva con uno, una volta veniva con un altro; gli altri magari non li conoscevo. Però le persone che ho conosciuto erano lo Scarano e il Frabetti".

Apprese i nomi dei due (Aldo e Antonio) mentre era agli arresti domiciliari (quindi, dopo il mese di luglio del 1993), anche se, all'epoca, li chiamvano coi soprannomi. Ha aggiunto, però, subito dopo (in maniera comunque dubitativa) che, allorché cominciò a rendere le sue prime dichiarazioni (il 21-5-94), relativamente a Frabetti non conosceva ancora né il nome né il cognome e che lo apprese dopo l'inizio degli interrogatori.

Rivide poi il Frabetti nel corso di una ricognizione personale fatta successivamente.

Ha precisato che, in ordine all'esplosivo, il nonno aveva relazione con Scarano, a cui chiese più volte di portarselo via.
In una occasione, mentre annaffiava le piante, sentì questo discorso:

"Una volta che mio nonno gli disse: 'che aspetti a levare questo coso da qui?', lo Scarano gli rispose che doveva pazientare, perché si dovevano mettere - non mi esce la parola - d'accordo con altra gente di Milano."
E ripete:
"Perché si dovevano mettere d'accordo con gente che era su a Milano. Però non sapevo io a che si riferiva."

Ha detto che, per l'uso del cortile al nonno furono promessi dei soldi ("Cioè, in un primo tempo sentivo parlare di qualche soldo...Cioè tipo che l'aveva affittato, diciamo. Cioè, che doveva prendere dei soldi").
In realtà, non prese una lira.

Ha aggiunto che nel cortile dello zio furono nascoste anche delle armi: mitragliette, pistole, fucili. Lo sa perché talvolta le vide e perché, in alcune occasioni, il nonno lo incaricò di nasconderne alcune.
C'erano mitragliette, canne mozze 7,65, 38 Magnum. 44 Magnum, ecc.

Ha precisato che non vide mai scaricare l'esplosivo, contrariamente a quanto detto nelle prime dichiarazioni rese al PM di Roma, dr. Piro, il 21-5-94.

Ha detto di sapere di un danno fatto al cancello del nonno da un camion, probabilmente nel periodo in cui era agli arresti domiciliari. Quel giorno, verso l'ora di pranzo (intorno alle 14 ), si trovava davanti al cancello, dalla parte del nonno:

"...E venne questo camion che trasportava macchine, cioè un camion di quelle che trasporta macchine.
Pubblico Ministero: Cioè che sarebbero, i camion a due piani?
Ex 210 Maniscalco U.: Si.
....Non c'erano macchine sopra. E nel modo di fare manovra, prese il cancello e staccò la parte destra del cancello.
...Difatti il camion entrò lo stesso, tirarono su il cancello così, da per terra. Lo appoggiarono, hanno fatto quello che dovevano fare, non lo so quello che stavano facendo.
Poi il camion uscì e mio nonno andò a chiamare il fabbro..."

Non ricorda se, quando successe questo fatto, era presente lo zio Siclari Pietro. C'era sicuramente il nonno.

Il cancello fu effettivamente riparato da un fabbro che abitava nel loro stesso palazzo, quando erano alla Magliana, tale Peppe.

Ha detto che, la sera in cui fu movimentato l'esplosivo, si trovavano in casa: lui, il nonno, la nonna, lo zio Siclari Pietro, la zia Sucameli Michela, la sorella del nonno (Di Natale Elena) e il compagno di quest'ultima (Merlini Gino).

Siclari Pietro. Trattasi del figlio di Di Natale Emanuele (egli porta il cognome della madre). E' persona esaminata ex art. 210 cpp.

Ha dichiarato di essere andato ad abitare in via Ostiense, n. 895, in una delle due case di proprietà del padre, dopo la scarcerazione di quest'ultimo, avvenuta il 16-2-93 (era anche il giorno del compleanno di suo figlio).
Per la precisione, abitò in un primo periodo nella stessa casa di suo padre; poi, dopo circa un mese, verso marzo, per avere maggiore autonomia, decise di passare nello stabile accanto, insieme alla moglie Sucameli Michela; alla suocera Trapani Caterina ed al figlio (di piccola età).

Ha detto che, circa uno-due mesi dopo essere andato in via Ostiense, una domenica, passò per casa sua Scarano Antonio, che egli non aveva mai visto prima.
Lo Scarano chiese del padre (che era momentaneamente fuori casa) e del magazzino che questi voleva affittare.

Ma è opporturo riportare il dialogo, perché in esso si compendia l'attività dello Scarano alla ricerca della base per le stragi:

"Papà era uscito. E mi ha detto, siccome c'era mia suocera glielo aveva domandato pure a mia suocera. Poi sono arrivato io che ero andato a comprare le sigarette, e ho trovato questa persona dentro, davanti al cortile, dentro il cortile.
E mia suocera gli ha detto: 'questo è il figlio'.
E mi ha detto, dice: 'dov'è tuo padre?'
Gli ho detto: 'mio padre è uscito'.
Poi Antonio mi ha detto, dice: 'qual è il magazzino che tuo padre si vuole affittare, si vuole vendere?'.
E gli ho detto: 'forse è questo dove abito io, questo qua'.
'Va beh, digli a tuo padre che sono venuto io'.
E' venuto con la macchina, quella Audi 80. Si è messo in macchina e se n'è andato."

Quindi prosegue:

"Io poi, quando è venuto papà, gli ho detto: 'guarda, che è venuto un certo Antonio'.
Allora papà dice: 'ma che è Antonio il calabrese?'
Io gli ho detto: 'no, papà, questo c'ha i baffi'.
Perché papà conosceva un'altra persona Antonio calabrese, capito?
...Allora gli ho detto: 'no, papà, questo c'ha i baffi, questo Antonio. E mi ha detto se lo vai a trovare a casa'.
E quello che mi aveva detto Antonio, io gliel'ho riferito a papà."

Questo dialogo, dice il Siclari, si svolse, probabilmente, prima che il nipote Maniscalco Umberto fosse arrestato, verso marzo-aprile del 1993.

Successivamente, vide lo Scarano frequentare la casa del padre. Lo vide sempre viaggiare con un'Audi 80 e con una "Renault familiare, tipo furgone" (ma ha aggiunto che si intende poco di automobili).

In quel periodo rivide lo Scarano in una occasione particolare: allorché questi si portò in via Ostiense per scaricare dell'hascisch. In detto occasione lo Scarano era in compagnia di una persona che "aveva i capelli bianchi, i baffi, la corporatura un po' più grande di me, corporatura normale" (Il Siclari dice di essere alto mt 1,65).

Allora, di detta persona non conosceva nemmeno il nome (e tanto meno il cognome), che apprese successivamente, in un confronto fatto col GIP a Rebibbia ("Quando mi è arrivato il foglio che dovevo andare a fare il confronto. E poi mi hanno detto come si chiamava"). Il nome di questa persona, dice il Siclari, era Frabetti Aldo.

Insieme allo Scarano e al Frabetti giunsero, per scaricare la droga, altre due persone, su cui egli non sa dare nessuna indicazione. Queste due persone viaggiavano con un "camion" di "cose alimentari", tipo un camion frigorifero, di colore bianco.

Dice il Siclari che, in detta occasione, aiutò i quattro a scaricare "il fumo" dal camion e a metterlo nel magazzino. L'hascisch era imballato in camere d'aria e scatolame. Era "tanta roba", ma non sa indicare quanto fosse complessivamente.
Quando fu scaricato l'hascisch il nipote Maniscalco Umberto non c'era (non ricorda se perché detenuto o per altri motivi).

Dopo lo scarico l'hascisch fu sistemato, prima, in magazzino e, poi, sotto un monte di brecciolino, nel cortile dell'abitazione in cui viveva.
Quindi, fu portato via, verso agosto-settembre del 1993. Andarono a prenderselo i soliti Scarano e Frabetti, con un furgone aranacione. Lui e il padre aiutarono a caricare.

Dice ancora il Siclari di aver poi appreso dal nipote Umberto che, sotto il brecciolino, v'era anche dell'esplosivo. Ciò prima del 27-7-93.

Quindi, nella serata del 27-7-93, nel tardo pomeriggio, tornato dal lavoro (dopo le 17), il padre gli richiese di prelevare l'esplosivo dal punto in cui si trovava, insieme al nipote Umberto. Cosa che essi fecero, dopo cena ("quasi").

Le balle furono dissotterrate e portate nel magazzino prospiciente il cortile. Constatò così che si trattava di balle aventi il peso di circa 50-60 kg ciascuna, la larghezza di una ruota d'auto e l'altezza di circa 40 cm e che erano tutte avvolte nello scotch.
Questa, in particolaree, la sua descrizione:

Le balle avevano la "dimensione di una ruota di una 500, uno spessore largo. E alte una quarantina di centimetri, 40-30."

Erano tutte uguali ed erano fatte così:

"tutte avvolte con lo scotch. Era materiale molto pesante.
...era materiale abbastanza duro. Perché ora le spiego, dottore.
...C'ho una gamba che ce l'ho un po' poliomielite, no?
...Perciò io faccio fatica ad alzare 50 chili, 60 chili. Difatti ho intruppato e sono cascato pure, con tutta la balla, insieme a mio nipote."[215]

Quella stessa sera, dopo cena, arrivarono delle persone per prendersi l'esplosivo.
Egli si trovava nell'abitazione di suo padre e sentì il rumore di auto che entravano nel suo cortile. Il padre gli disse che finalmente l'esplosvo sarebbe stato portato via.
Poi prosegue:

" Nel frattempo che le macchine stavano di là, no?, è arrivato Aldo Frabetti con una macchina; mo non lo so se è un 124: una macchina. E lo Scarano ancora non era arrivato.
...Allora che è successo? Che Frabetti ha domandato dello Scarano, di Antonio. Dice: 'non c'è Antonio'. E' riuscito un'altra volta. Frabetti si è spostato di nuovo con la sua macchina. Ma nel frattempo che il Frabetti si è spostato con la sua macchina - non lo so dove è andato, avrà mancato una diecina di minuti, così - è arrivato lo Scarano. E lo Scarano è entrato con la macchina dentro il cortile di mio padre."

Quindi, secondo Siclari, arrivarono prima degli sconosciuti e si portarono nel suo cortile (quello prospiciente la sua abitazione). Poi, mentre egli stava nell'abitazione di suo padre, giunse il Frabetti, che domandò di Antonio (non era ancora giunto sul posto). Il Frabetti andò via per una decina di minuti e nel frattempo giunse lo Scarano, con la sua Audi 80, che entrò con l'auto nel cortile del padre.

Continua:

"Mo, che è successo? Lo Scarano è entrato ed è arrivato il Frabetti, ed ha posteggiato la macchina un po' dentro il cancello di casa, che non si poteva uscire con le altre macchine. L'ha posteggiato proprio davanti al cancello, però sempre dalla parte dentro."
(Anche il Frabetti, cioè, parcheggiò nel cortile del padre, nei pressi del cancello).

Continua:

"Nel frattempo, quando è arrivato il Frabetti, già mio padre e lo Scarano erano dall'altra parte.
Allora che ho fatto io? Frabetti l'ho accompagnato nella stanza dove c'era la finestra, e l'ho fatto zompare dalla finestra.
...E poi ho notato che, aprendo queste due ante della finestra, per fare saltare il Frabetti, ho notato delle macchine dentro....Erano delle FIAT Uno. Una macchina stava vicino al garage
...Al garage. Perché noi avevamo lasciato sempre lo spazio, che la macchina vi poteva entrare un po' verso il garage, perché un po' il piazzale di casa l'avevamo pulito. E una macchina stava un po' più lontana, vicino al brecciolino, sempre a marcia indietro, con gli sportelloni di dietro aperti. E ho notato che c'erano delle persone che ci lavoravano.

Nel cortile, quindi, v'erano due auto e più persone che vi armeggiavano intorno. Una macchina stava con la parte posteriore rivolta verso il magazzino ed aveva il portellone aperto. Un'altra auto stava nei pressi del monte di brecciolino ed aveva anch'essa il portellone posteriore aperto. Si trattava di due Fiat Uno.
Infine, v'era una terza auto, che si trovava nel mezzo tra il brecciolino e il cancello d'ingresso del cortile. Al Siclari sembrò una Ford..

Le persone potevano essere cinque o sei. Non ebbe modo di vederle in faccia perché "era un po' buio, poi erano intenti a lavorare dentro le Fiat Uno."

Successivamente non ebbe modo di affacciarsi nel cortile in cui avvenivano i movimenti suddetti, perché rimase sempre dall'altra parte, insieme ai suoi familiari.

Fuori, sulla strada, in un piazzaletto sito a circa 20 metri da casa sua, ebbe modo di notare di notare un'altra autovettura, una Fiat Uno bianca, con una persona a bordo. Descrive così la situazione:

"Io ho notato un'altra, siccome quando è arrivato il Frabetti, no?, per entrare, che stava venendo a casa mia, la seconda volta, ho notato che c'era ferma una FIAT Uno bianca vicino, accanto a noi, dalla parte dove abitavo io c'era una FIAT Uno bianca vicino al carrozziere, con una persona a bordo. Difatti gli avevo detto a Frabetti: 'ma quella persona appartiene a voi'. E lui mi ha risposto: 'sì'.
'Cioè la macchina con quella persona' diciamo 'appartiene a voi?'. E lui mi ha risposto: 'sì'."

In tutto, quindi, notò sei automobili, parcheggiate dentro i due cortili o sulla strada.

Ha detto di essersi affacciato più volte nel cortile in cui il gruppo armeggiava alle automobili, avendo modo di osservare che le tre auto era tutte con la parte posteriore rivolta verso il magazzino e quella anteriore verso il cancello. Nel corso della serata furono anche leggermente spostate (per rappresentare la situazione delle automobili il Siclari redasse due schizzi in sede di interrogatorio reso al Pm di Roma in data 10-10-94, acqiisiti al fascicolo dibattimentale insieme alle altre dichiarazioni del Siclari stesso).

Ebbe anche modo di notare che il padre si avvicinò all'auto dello Scarano, ne prelevò una busta e la portò a Scarano (" Perché poi papà in un'occasione, poi è andato alla macchina dello Scarano, e ha preso una busta sotto il sedile della macchina. E gliel'ha portata allo Scarano. Sempre uscendo dal cancello, eh? Uscendo dal cancello, e gliel'ha portata allo Scarano").

Terminate le operazioni le auto si mossero. Il Siclari le vide muoversi così:

"Quando le macchine sono uscite dal magazzino...Siccome per terra c'è il brecciolino, allora siccome era pure sulla strada - perché sulla strada del marciapiede, che è tutto terra, papà aveva fatto buttare il brecciolino pure là - perciò le FIAT Uno hanno sgommato, e sono uscite.
Perché quando è uscito lo Scarano da noi, no?, è uscito il Frabetti, io e mio nipote Umberto ci siamo messi davanti al cancello di casa, e abbiamo visto queste macchine uscire: erano sei macchine, che andavano verso Roma".

Le auto si mossero tutte insieme.

" Sì, una appresso a un'altra, una appresso a un'altra, si sono mosse le macchine. Non è che erano uscite una per volta; una appresso a un'altra, poi tutte veloci...E poi hanno preso l'andatura per andare verso Roma."

Quando le auto erano andate via egli tornò nel cortile per far scomparire ogni traccia di ciò che era successo:

"Sì. Perché io, dopo papà mi ha chiamato, e mi ha detto, dice: 'devi venire dall'altra parte'. E io gli ho detto: 'a che fare?'. Dice: 'dobbiamo pulire tutto'. Gli ho detto: 'che cosa devo andare a buttare?'. Dice: 'devi andare a buttare tutto quello che è rimasto, che hanno lasciato le macchine'."

Infatti:

"...sono andato a buttare una sedia sdraio da mare, un ombrellone, delle riviste di giornale, una rivista che è "2000", riviste di giornali: ho riempito una busta di mondezza, dentro l'ho riempita tutta con le cose delle macchine. Che adesso non ricordo tutto, tutti i particolari.
Poi, per terra hanno lasciato cacciaviti, martelli di gomma, pinze, pezzi di filo: tante cose che erano buttate tutte là per terra.
Difatti, pure le pinze, tenaglie, martelli, tutte queste cose: sono andato a buttare via tutto. Perché mio padre mi ha detto, dice: 'non dobbiamo lasciare nessuna traccia'. Dice che lo Scarano gli aveva detto di pulire tutto, di non lasciare...
Difatti io, l'ombrellone, me lo volevo tenere per me, ma papà me l'ha fatto buttare pure.
...Poi avevano lasciato le gomme, le due gomme delle FIAT Uno...Sì, le ruote di scorta. Perché io ho fatto il primo viaggio, sono andato a buttare tutto sotto un ponte vicino casa, che c'è un fiume, un depuratore là. Un fiume.
...E le ho buttate tutte lì sotto, queste cose. Poi sono rientrato, sono rientrato e mi ha detto che ci sono queste due gomme 'le devi andare a buttare' dice 'pure nel fiume'. Ma io ho detto: 'qui c'è il gommista, le butto qui vicino, che faccio prima'.
Difatti una gomma l'ha presa papà, una gomma l'ho preso io; certo che il gommista era chiuso, davanti al cancello del gommista c'erano un sacco di gomme, dentro il cancello.
Ho preso queste due ruote, che erano seminuove, non erano vecchie vecchie, seminuove; le ho prese, e l'ho buttate dentro il gommista.

Ha precisato che la rivista da lui buttata via era, probabilmente, "Eva 2000"; che, gli tra gli oggetti di cui si sbarazzò c'erano anche dei bei giocattoli per bambini ("così, cose da mare")[216], nonché "della retina pure, tipo retina che si scioglieva con le mani, al tatto delle mani, un pezzo di filo".
Su contestazione del Pubblico Ministero ha detto che v'erano anche alcune paia di guanti trasparenti del tipo usa e getta: circostanza già dichiarata al PM di Firenze in data 20-9-94.

Sempre su contestazione del Pubblico Ministero il Siclari ha dichiarato di aver visto, sotto il brecciolino, allorché tirò fuori le balle con l'esplosivo, anche una busta di cellophane, piena di materiale "leggero".[217]

La descrizione della busta è il frutto di questo seguente scambio di battute tra l'esaminato e il Pubblico Ministero, che occorre riportare per intero per intenderne appieno il significato:

Siclari P:"...la busta era leggera, era molto leggera, non è che era pesante, era leggera. Poi, dentro io non ci ho guardato; comunque la busta era leggera.
PUBBLICO MINISTERO: Sì, ora lei capisce, sono due cose diverse. Un conto è una cosa leggera, che potrebbe anche non essere rigida, e viceversa. Voglio dire, un manico di scopa non è molto pesante, ma è sicuramente rigido; un bastone di ferro è rigido e pesante.
Allora, che cosa vuol dire? Era roba morbida o era roba leggera?
EX 210 Siclari P.: Era leggera.
PUBBLICO MINISTERO: Però in questo verbale ha detto una cosa un po' diversa. Ha parlato piuttosto di un materiale morbido invece che di un materiale leggero.
EX 210 Siclari P.: Ah, beh, mi riferivo al materiale morbido, morbido, mica era pesante; era leggero per me.

Il Siclari ha poi dichiarato, correggendo la precedente dichiarazione, di aver già visto le balle di esplosivo prima di dissotterrarle. Le vide, in particolare, nel giorno in cui giunsero in via Ostiense, dentro il magazzino, tornando dal lavoro.
Dice infatti:

"Io le ho viste una volta, queste balle. Però le ho viste dentro il magazzino, che poi queste balle sono state messe sotto al brecciolino.
...Questo particolare io me lo ricordo, perché io quando sono entrato, quando sono venuto da lavorare, quando c'è stato lo scarico di queste balle, io ho visto il cancello per terra, ho visto le balle dentro al magazzino, le ho guardate erano una sopra un'altra, queste balle. Erano una sopra un'altra, in un angoletto. Ho detto: 'ma che sono queste cose?', e le guardavo.
Poi papà ha chiuso tutto, e ti saluto."

Nel giorno in cui furono portate le balle si verificò anche l'abbattimento del cancello:

"Sì. Difatti io la sera ho dormito con il cancello legato, mi sembra. E poi l'indomani è venuto Peppe, il fabbro, a farla aggiustare.
Siamo andati a casa a chiamarlo, ci ho detto: 'ci devi venire ad aggiustarci il cancello'."

Circa l'abbattimento del cancello gli fu detto che era stato il camion che trasportava le balle ad urtare nel pilastro, provocando lo scardinamento del cancello. Egli, precisa, non era presente quando giunse il camion.
Tutto ciò avvenne verso aprile-giugno del 1993. Non ricorda se il nipote era detenuto o meno.
Fu portata nel cortile prima la droga e, dopo qualche mese, l'esplosivo.

Le balle furono quindi nascoste sotto il brecciolino dal padre, in sua assenza.

Ha quindi riassunto in questo modo le occasioni in cui ebbe a vedere il Frabetti nella casa del padre:

"Frabetti è venuto: la prima volta con lo Scarano, la seconda volta l'ho visto che stava a casa di mio padre, la terza volta quando ci sono stati gli attentati a Roma, e la quarta volta quando si è venuto a caricare il fumo.
...Sicuro. Perché una volta è venuto a caricare il fumo con lo Scarano; una volta l'ho visto a casa di mio padre, che io venivo da lavorare, e stava parlando con mio padre, lo Scarano non c'era, era lui solo e parlava con mio padre sul tavolo, nel tavolo. La terza volta, quando ci sono stati gli attentati. E la quarta volta, quando sono venuti a caricare il fumo."

Ha detto che nel suo cortile il padre nascondeva anche armi, per averlo visto personalmente farlo, e che alla fine lo Scarano era di casa in via Ostiense.



LA STRAGE DI MILANO, VIA PALESTRO


L'individuazione degli autori materiali e l'accertamento delle modalità specifiche di esecuzione di questa strage sono state rese possibili, ma solo in parte, dalle dichiarazioni di Carra Pietro, esaminato, sul punto, all'udienza del 25-2-97 (fasc. nn. 86 e 87) ; di Scarano Antonio, esaminato l'11-3-97 (fasc. n. 104); Di Natale Emanuele, esaminato all'udienza del 28-1-98 (fasc. n. 299) e Maniscalco Umberto, esaminato all'udienza del 3-6-97 (fasc. n. 136).

Carra Pietro. Dice il Carra che, un giorno, mentre si trovava in Sicilia, fu contattato da Lo Nigro e Giuliano, i quali gli commissionarono un altro viaggio al Nord. Questo, come al solito, il suo racconto:

"Mentre andavo verso Villabate a Palermo con una Golf, avevo una Golf scura, mi inseguiva una macchina bianca, una Opel Corsa bianca, di cui dentro c'era Lo Nigro e "Olivetti", mi lampeggiò e ci siamo fermati vicino a Villabate in una stradina sterrata, diciamo.
Ci siamo fermati e loro mi hanno detto, dice, se conoscevo Arluno.
Gli ho detto: 'no, non lo conosco come paese, però ho sempre visto l'uscita di Arluno che è vicino Milano direzione Torino'.
Dice: 'allora senti che fai: prepara l'automezzo che si deve andare ad Arluno'.
Va bene. La stessa sera che li incontrai e mi spiegarono questa cosa, perché è successo di pomeriggio questo colloquio, verso le due e mezza, tre, preparai il camion sempre nella mia, nel mio garage della Coprora. Diciamo, all'inizio non lo sapevo che aveva effettuato il viaggio in compagnia di Lo Nigro. Si caricò queste balle di cui con lo stesso sistema dell'Ape guidata da lo Nigro.
C'era presente il Barranca, il Lo Nigro, Giuliano e io."

Non c'erano altre persone presenti ("Penso di no, non vorrei sbagliarmi, però penso di no, in questa occasione").

In sede di controesame ha detto che forse era presente anche Spatuzza Gaspare.

Poi, rispondendo, sempre in sede di controesame, al difensore di Grigoli Salvatore, ha detto di non poter escludere che Grigoli fosse presente a questo carico.
Se lo ricorda quando fu caricato l'esplosivo per Contorno, nella zona industriale di Palermo, ma c'era, probabilmente (il suo ricordo non è sicuro sul punto) anche in un carico avvenuto nel magazzino della Coprora Srl. Dice infatti:

"IMPUTATO Carra P.: Io le posso dire che nei viaggi di esplosivo la presenza di Grigoli qualche volta c'è stato, però non...
AVVOCATO Stefani: Era con lei Grigoli?
IMPUTATO Carra P.: Eh, nel momento in cui carico il carico a Palermo, perché giramano erano sempre gli stessi le persone."

Dietro insistenza del difensore di Grigoli, che vuole sapere dove ha visto Grigoli, a Palermo, risponde:

"Non me lo ricordo, direi una fesseria".

Dietro ulteriori insistenze:

"Ma mi faccia ricordare un po'. Perché la presenza di Grigoli io, in qualche occasione, lo vedo mentre carichiamo questi pacchi. Però non le so dire, in questo momento, in quale episodio specifico è stato."

Cio avvenne in una occasione di carico nel suo garage. Relativamente a questa ipotesi dice:

"IMPUTATO Carra P.: In questo caso di Grigoli sono sicuro che è stato presente in qualche occasione di carico di esplosivo.
AVVOCATO Stefani: Allora...
IMPUTATO Carra P.: Sennò avrei detto: 'ho conosciuto Grigoli soltanto con l'esplosivo di Contorno'."

Ancora, dietro ulteriori insistenze dello stesso difensore, che avrebbe voluto passare in rassegna le singole operazioni di caricamento:

"Guardi, li anticipo io: è nel carico di Firenze, o nel carico di Arluno, presente il signor "Cacciatore".

Per concludere, con le parole del difensore di Grigoli:

"AVVOCATO Stefani: Gli ho detto: oggi lei, ripensando al carico di quel camion per Firenze o per Arluno di Milano, lei si ricorda di una presenza di una persona che, dopo aver visto nelle fotografie e aver visto nell'incontro di Contorno a Formello, oggi può dire che era allora il Totò "Cacciatore". E' così?
IMPUTATO Carra P.: Sì."

Poi, riprendendo il filo interrotto, prosegue a descrivere le operazioni di caricamento dell'esplosivo:

"Il che si caricarono queste balle: due. Di cui anche un tipo, un involucro a salsicciotto che avevo fatto io a un trasporto da Castelvetrano a Palermo."[218]

Il carico avvenne di sera. Alla fine si divisero.

Poi continua, tutto d'un fiato:

"Mi ha detto Cosimo, dice: 'io parto con te, ci vediamo all'entrata dell'autostrada alle nove e mezza di sera. Stasera alle nove e mezza, ci vediamo all'entrata dell'autostrada di Villabate, che io vengo via con te'.
Ho detto: 'va bene'.
Sono andato a casa, mi sono preparato un po' di indumenti nella borsa, si è fatto l'orario, mi sono messo sul mezzo e sono andato all'entrata dell'autostrada.
Ero sul camion seduto, ho aspettato un dieci minuti, così. Ho visto aprire lo sportello laterale, è salito Lo Nigro, aveva una borsa e ci siamo messi in viaggio.
Ho fatto tutta io la strada. Strada facendo lui fece qualche telefonata perché avevamo, come diceva lui, un appuntamento con una persona nella piazzetta di Arluno dove c'era per segnale una panchina in questa piazzetta.
Arrivati vicini ad Arluno lui cercava di rintracciarlo, perché aveva - se mi ricordo bene - l'appuntamento era alle undici, undici e mezza di mattina.
Avvicinandoci diciamo al paese lui cercava di rintracciarlo a questa persona qua per dire: 'noi stiamo arrivando'.
Siamo arrivati all'uscita di Arluno, si cercava di andare verso questa piazzetta. Io entrai dentro il paese, mi trovai in difficoltà avendo il mezzo pesante e divieti di transito. Allora superai il paese, uscii quasi fuori passando dalla piazzetta dove noi avevamo questo appuntamento.
Lui mi disse, dice: 'è qua l'appuntamento'.
Dissi: 'usciamo fuori, sganciamo i semirimorchi e rientriamo con la motrice soltanto', che è piccola, sarà quattro metri. Sicché non dà occhio un grande...
Voglio precisare anche, come ho sempre detto, che ero a conoscenza di cosa trasportavo in questo viaggio.
Ho sganciato questi semirimorchi proprio fuori il paese; siamo rientrati nel paese, nella piazzetta; siamo scesi e ci siamo seduti in questa panchina.
E si aspettava. Questa persona non arrivava. lui si spostò, c'è una gabina di fronte, telefonica. Chiamò, si avvicinò uscendo dalla gabina, disse: 'non rintraccio nessuno, non risponde nessuno'.
Ho detto: 'ma lo conosci tu questa persona?'
Lui mi disse: 'sì, l'ho visto una volta a Palermo, lo conosco'.
Mentre mi diceva così, di fronte a questa panchina che c'è un tipo, come posso chiamarlo? Un cortile, diciamo come una piazzetta, no? C'è una edicola, anche. Lui tutto assieme che io gli stavo domandando se lo conosceva e facevamo tutto questo discorso, si alzò, dice: 'è qua'.
Io alzai gli occhi, però l'unica persona che ci veniva di fronte come lui si è alzato e gli è andato all'incontro, era questa persona che veniva di questa piazzetta qua.
Io alzai gli occhi, li abbassai e ho cercato di non farmi vedere in viso di questa persona qua.
Loro si sono salutati e Lo Nigro è venuto verso di me. Dice: 'guarda, prendiamo l'automezzo e andiamo dietro di lui'.
'Va bene'.
Siamo andati indietro, perché avevo posteggiato un 100 metri prima della piazzetta, che c'era una traversina vicina a un bar, ho preso il mezzo con Lo Nigro sopra. Sono uscito dalla piazzetta. Lui veniva da una traversa, fuori, subito fuori dalla piazzetta. Dice: 'segui lui'.
Siamo andati avanti, lui ha posteggiato più avanti. Io ho agganciato i semirimorchi che avevo lasciato lì, in un piazzale e siamo usciti fuori dal paese dopo che ho agganciato i semirimorchi.
Andando dietro ho capito che non avevano un posto fisso dove andare. Si stava cercando un posto isolato dove potere scaricare questi pacchi.
Mentre si camminava, prima, vicino ad un incrocio, per non girare con l'automezzo io mi sono fermato in un parcheggino sulla statale stessa.
Lo Nigro è sceso, è andato dietro e c'era la macchina di questo signore qua. E' salito sulla macchina e si sono allontanati un dieci minuti. E' ritornato, è salito a bordo, dice: 'andiamo, vai dritto di qua, abbiamo trovato il posto'.
Siamo arrivati sul posto. Vicino c'era una stradina di campagna, sono entrato a marcia indietro, ho alzato il ribaltabile. Loro hanno sceso i pacchi, che io li vedevo attraverso lo specchietto retrovisivo, perché si aziona, per alzare il ribaltabile di questo automezzo, si azionava dal sedile di guida. Sotto c'erano dei pulsanti che si manovravano per alzare e abbassare.
Facendo questa operazione io avevo troppa paura, volevo andare via. Diciamo, avevo fretta. A me mi colpì l'indifferenza di Lo Nigro, era tranquillo, non... io ero agitato perché, oltre che sapevo cos'era, sapevo che però avrebbe successo un'altra strage. Speravo solo a Dio che non avrebbe fatto vittime.
Comunque vengo al discorso: finì di scaricare questi due pacchi e questo salsicciotto. Abbassai il ribaltabile, scesi e staccai i tubi, perché dietro la gabina del trattore bisognava attaccare il tubo per ribaltare, sennò non riusciva... perché p idraulico, a olio.
Si avvicinò allo sportello Lo Nigro e gli dissi: 'vado io. Andiamo?'
Dice: 'no, tu vai, che io rimango qua'.
Però mi rincuoro perché io ero un po' agitato per andare via. Anche perché stavo andando via e stavo portando via la borsa che lui aveva sul camion.
Stava andando via, mi fermai perché ho visto la borsa dentro la gabina. Dissi: 'e la borsa?'
Gliela diedi e si incazzò lui perché dice: 'calmati, vai tranquillo. Vai, non ti preoccupare'.
Si incavolò, praticamente mi rimproverò.
Sono andato via. E non vorrei sbagliare, io quella volta lì di Milano sono andato a caricare nella zona di Brescia e sono andato giù a Palermo.
No. No, era un altro viaggio questo qua. Io sono andato giù a Genova in questa occasione di Arluno, che sono sceso con l'aereo. Ho lasciato il rimorchio al porto. Stavo confondendo con un'altra occasione.
In questa occasione di Arluno io sono ritornato a Palermo in aereo lasciando il trattore alla nave via mare che va a Termini Merese da Genova. E il rimorchio l'ho lasciato nell'altro porto. Diciamo sempre nel porto di Genova, ma a imbarchi diversi.
Ho lasciato il trattore soltanto, lì, che mi veniva anche bene per andare via a piedi e andare a prendere l'aereo a Genova. Che non voglio sbagliare Genova-Voltri, che è vicino all'aeroporto questo imbarco della via mare che va fino a Termini Merese.
Sono sceso a casa in aereo. Dopo giorni, per via di televisione, ho visto che è successo la strage in contemporanea, sia a Roma che a Milano."[219]

Quindi, sollecitato dal Pubblico Ministero, il Carra ha aggiunto che in nessun'altra occasione gli capitò di imbarcare il trattore o il rimorchio sulla linea per Termini Imerese ("come ricordo io").

In occasione di questo viaggio trasportò due balle di esplosivo, di quelle grandi (rispetto alle dimensioni già viste nei viaggi precedenti).
Trasportò anche una specie di salsicciotto.

Non era la prima volta che vedeva oggetti simili. Dice infatti:

"No, io vidi 15 salsicciotti, 15, 16, 14, non ricordo bene, ma una quindicina erano, perché li caricai su ordine di Lo Nigro a Castelvetrano in un, dentro diciamo una campagna che era, c'era una persona dentro. Che entrando da un cancello si andava in campagna, diciamo.
Ho caricato questi 15 salsicciotti che li portai a Palermo da Castelvetrano di cui li consegnai a Lo Nigro nella sua Ape e li portò via."[220]

A Castelvetrano, per caricare i salsicciotti, si portò da solo, col suo camion. Aveva preso appuntamento con Lo Nigro all'uscita dell'autostrada per Castelvetrano, sulla Palermo-Trapani, in direzione di Mazara del Vallo, dove v'era un'area di servizio della Esso. Qui fu raggiunto da Lo Nigro, che viaggiava con una Golf.
Lo Nigro era in compagnia di un'altra persona, a lui sconosciuta, che era alla guida dell'auto.
Questi due lo portarono in campagna. Descrive così il luogo in cui fu condotto:

"C'era, entrando sulla sinistra, tipo una casetta. E a destra c'era tipo delle stalle di animali. Di fronte venivano gli alberi di ulivo, queste cose qua."[221]

Qui incontrarono la persona anziana, che egli non aveva mai visto e conosciuto prima, né avrebbe rivisto in seguito.
Con questa persona parlottò il compagno di Lo Nigro, senza che egli avesse modo di ascoltarli.
Poi si portò, col camion, dal piazzale verso un albero che si trovava nella campagna e, ai piedi dell'albero, trovò i salsicciotti. Li caricarono lui e Lo Nigro.
Infine andò via, da solo.

I salsicciotti erano lunghi circa un metro; avevano il diametro di circa 8-10 cm e sembravano pieni di liquido. Sfuggivano dalle mani nel caricarli. Erano tutti uguali esternamente, anche nelle misure. Precisa

"IMPUTATO Carra P.: Sì, aveva... erano rivestiti di questi sacchi di patate azzurre. Questi sacchi di... Come posso dire? Retati. Tipo così.
PUBBLICO MINISTERO: Cioè, come se ci fosse una rete esternamente. Vuol dire questo?
IMPUTATO Carra P.: No rete rete, proprio un sacco.
PRESIDENTE: Iuta.
IMPUTATO Carra P.: Questi sacchi che sembrano retati, diciamo. Però non larghi, abbastanza stretto, non riuscivi a guardare dentro. Come un sacco di patate. Invece di essere in pezza, in plastica.
PUBBLICO MINISTERO: Ah, ecco. Quindi, comunque materiale plastico.
IMPUTATO Carra P.: Sì."[222]

Erano sacchi di colore azzurro ed erano chiusi alle estremità. Li portò a Palermo, nel suo magazzino, dove li ritirò Lo Nigro:

" Si, io arrivai a Palermo, entrai l'articolato - l'articolato è il camion tutto intero - lo entrai nel garage. E poi, nel tardo pomeriggio, così, arrivò Lo Nigro con la sua macchina, mi sembra la Renault. Mi disse che stava, fra un'oretta così, dice: 'vengo e prendo queste cose. Aspettiamo che scurisce un po' e porto via queste cose'.
Così feci."[223]

Ad Arluno portò uno dei salsiccioti prelevati a Castelvetrano.

Dopo questa digressione il Carra torna quindi al viaggio di Arluno, dicendo che, quando partirono per questa località, Lo Nigro aveva con sé una borsa in cui, forse, custodiva i propri indumenti. Aveva anche dell'altro:

"Si, una pinza e un filo, portò Lo Nigro al momento in cui è arrivato all'appuntamento a Palermo.
Aveva un filo e una pinza in cui me li diede, me li passò dal sedile, al sedile di guida. E io li misi sotto il sedile della guida".

Aggiunge:

"Quel filo là che mi passò lui era tipo miccia. Era ricoperta tipo scotch"

Il filo era arrotolato, a matassa. Di lunghezza poteva essere sul metro e mezzo o i due metri. Aveva il diametro di circa 5 millimetri ("Grossezza era quanto il filo del microfono"). Inoltre:

"Era tutto ricoperto di questo nastro isolante tipo che mi incollava nelle mani. E all'interno, tra il filo e il nastro isolante, c'era tipo, messo largo, un fil di ferro attorcigliato".

Praticamente, intorno al filo che costituiva l'anima della matassa v'era, attorcigliato a spire larghe, del fil di ferro. Il tutto era avvolto nel nastro isolante.

Il nastro isolante era del tipo telato e non era lucido. Era di colore nero con dei puntolini bianchi.

Prese questa matassa nelle mani e la ripose, in un primo momento, sotto il sedile. Nel corso del viaggio la rimosse da questo sito:

"Sì, sì, lo tolsi da sotto il sedile lo misi accanto. C'ho io un portaoggetti. Nella lamiera stessa del Volvo che si apre. Dietro il sedile c'è una levetta e si apre uno sportellino che va sotto la branda dalla parte fuori della gabina. E lo misi là dentro".

Quanto alle pinze:

"Si, erano un paio di pinze tipo tenaglia piccola con i manici in plastica rossi...Tipo tronchese, questa piccola."

I manici delle pinze erano rossi perché rivestiti di materiale isolante.[224]

Ha detto il Carra che, nel corso del viaggio per Arluno, parlò di tutto con Lo Nigro eccetto che di ciò che stavano trasportando. Non domandò a cosa dovesse servire l'esplosivo, anche se la sua curiosità era notevole. Spiega così questa ritrosia:

"Non esiste fare domande, perché si può trovare in difficoltà, può passare per curioso, può passare per... perché lo voglio sapere, o perché... E' un sistema purtroppo che può anche portare alla morte, delle richieste. O delle domande".[225]

Egli comunque sapeva cosa stavano trasportando.

Ha detto che, quando incontrarono quella persona nella piazzetta di Arluno, abbassò lo sguardo per non farsi riconoscere. Spiega così il motivo:

"Sì, perché sapevo cos'era, sapevo, ero consapevole di quello che avrebbe successo, sicché avevo paura se qualcuno mi riconoscesse: per questo mi sono nascosto".[226]

Ha detto che, stampati nella sua memoria, sono rimasti, relativamente al viaggio in Arluno, la panchina e la cabina telefonica, nella piazzetta.

Della strada che percorsero dopo essersi spostati dalla piazzetta (insieme alla persona in attesa) ricorda una fabbrica con telecamera:

"Sì, c'era una ditta che io volevo entrare, ma c'erano le telecamere, nella statale, che mi sembrava che era una strada diciamo isolata, invece c'erano le telecamere, c'era una grande ditta. Però siamo andati avanti".

V'erano dei binari che morivano in questa fabbrica.

Sempre con riguardo al tragitto percorso insieme allo sconosciuto, alla ricerca del posto per scaricare, ricorda:

"Abbiamo passato due ponti prima di arrivare nel parcheggio, diciamo dentro la strada di campagna; due ponti che, sotto il primo ponte, c'era una prostituta lì. Di cui io l'ho dichiarato anche all'inizio, questo mio tragitto, con la presenza della prostituta e i due ponti".[227]

La stradina in cui scaricare fu trovata dopo alcuni giri tortuosi, in quanto non sapevano dove andare:

"Sì, fu un po' problematico, perché non si sapeva dove andare, diciamo non si sapeva. Non è che siamo andati direttamente lì".

Quando arrivarono in questa stradina il loro accompagnatore li aveva già preceduti sul posto. Infatti, fece da battistrada solo nel primo tratto. Poi, dopo la ricognizione effettuata insieme a Lo Nigro, li precedette nel posto scelto per lo scarico, rimanendo con loro fino alla fine.

Lo sconosciuto viaggiava, forse, con una Fiat 127 di colore bianco ("Io penso una 127 bianca, però non sono sicuro, l'ho anche detto allora che non sono sicuro sulla macchina").

Lo scarico avvenne in una stradina di campagna, fiancheggiata, sia a destra che a sinistra, da canne alte (all'epoca),

Ritornò successivamente in questo luogo col Pubblico Ministero, trovando la vegetazione rasa a zero, sicché si vedeva la strada statale dal posto in cui avevano scaricato (contrariamente a quanto avveniva all'epoca dei fatti). Riconobbe comunque i luoghi, con sicurezza.[228]

Nel corso di detto sopralluogo riconobbe anche la piazzetta in cui era rimasto in attesa dello sconosciuto insieme a Lo Nigro. La riconobbe "dalla panchina che c'era in quell'angolo della piazza". Inoltre, perché di fronte alla cabina c'era la cabina telefonica.[229]

Il Carra ha quindi riconosciuto in alcune fotografie mostrategli dal Pubblico Ministero la stradina di campagna in cui avvenne lo scarico anzidetto.[230]

Ha aggiunto che, dalla cabina telefonica sita nella piazzetta di Arluno, Lo Nigro tentò di mettersi in contatto, nel corso del viaggio appena narrato, con una persona di sua conoscenza, senza riuscirci.
Anche prima di giungere ad Arluno Lo Nigro tentò, più di una volta, di contattare qualcuno ma, a quanto gli disse, senza mai trovare nessuno:

"No. Almeno a quello che mi disse lui, non riusciva, non gli rispondeva nessuno dove chiamava lui. Poi, non so se ci ha parlato o meno, e mi diceva in quel modo a me".[231]

Queste telefonate Lo Nigro le fece sempre da telefoni pubblici. Non ricorda se effettuò telefonate col cellulare e se Lo Nigro avesse con sé un cellulare.
In questo senso ha corretto una sua precedente dichiarazione resa al PM in data 31-8-95, allorché parlò di una telefonata fatta da Lo Nigro col cellulare. Ha spiegato così questa imprecisione:

"Sì. Oggi posso dare la spiegazione del mio, diciamo, errore: chiamiamolo così. Perché lui chiamava in un cellulare, lui aveva un numero di telefono di un cellulare. Infatti lui mi disse che non rispondeva nessuno sul cellulare. Per questo io ho confuso il discorso del cellulare.
Però lui ha effettuato una telefonata vicino Bologna, nell'area di servizio Casalecchio; una la fece proprio all'entrata di Arluno, proprio uscendo fuori dall'autostrada, uscendo a Arluno, dove dice Arluno e c'è un rondò per entrare dentro il paese. C'è un ponte, subito giù dal ponte c'è un ristorante qui, di cui io poi mi soffermai dieci minuti e lui scese a fare una telefonata.
E poi siamo partiti subito, e ha fatto la telefonata dalla cabina, in cui mi disse che non rispondeva nessuno sul cellulare, che l'avevano staccato.
Per questo all'inizio c'era di mezzo un cellulare, di cui io facevo la presenza; ma era il cellulare in cui lui chiamava. Da quello sempre che mi ha detto lui, poi non so".[232]

Ha detto che questo viaggio fu fatto via strada. Anche in questo caso ha corretto una precedente dichiarazione resa al PM in data 31-8-95, allorché disse che aveva viaggiato via mare. Spiega così quest'altro errore:

"Perché l'errore mio iniziale, perché c'è un trasporto che io vado su via nave con Lo Nigro, insieme a Lo Nigro, di cui vado a Milano a caricare delle armi e le porto giù a Palermo.
Sono in queste due occasioni che io viaggio con Lo Nigro. E allora all'inizio, ricostruendo tutti i viaggi, ho detto che sono salito con la nave, ma non ho specificato.
Però, ricostruendo per bene, ricordo benissimo di avere fatto il viaggio via strada. Che quel diciamo viaggio con la nave è collegato in un altro viaggio, ma non in quello di Arluno".[233]

L' "altro viaggio", fatto via mare, è degli inizi del 1995.[234]

Il ritorno del viaggio ad Arluno fu fatto via aerea. Infatti, ha continuato, da Arluno si recò col complesso veicolare a sua disposizione al porto di Genova. Lasciò il trattore all'imbarco per Termini Imerese ed il rimorchio in un altro imbarco del porto.
Egli fece ritorno a Palermo in aereo.


Scarano Antonio Le conoscenze di Scarano su questa strage sono scarne e frammentarie. In pratica, egli ha riferito notizie apprese in occasione di attentati alle chiese di Roma e di colloqui intercorsi tra altri in sua presenza.

Ha detto, in particolare, che Lo Nigro giunse a Roma, provenendo da Milano, il giorno precedenti alle stragi del 27-7-93 (è forse inutile precisare che in questa data, nel giro di 50 minuti, avvennero tre esplosioni: due a Roma e una a Milano).
Invece, nel pomeriggio dello stesso 27-7-93, giunse a Roma, provenendo anch'egli da Milano, Giuliano Francesco.[235]

Ha detto sempre Scarano di aver ascoltato uno scambio di battute intercorso sotto casa sua tra Lo Nigro e Giuliano nel pomeriggio di quel giorno (27-7-93), avente questo tenore:

"Che Cosimo ci ha detto di fronte a me, sotto casa mia poi, ci ha detto se a Milano aveva lasciato tutto a posto e se le cose andavano come lui ci aveva detto.
Giuliano ci ha detto, dice: 'sì, tutto va bene, all'orario, non ci sono problemi', e via così. Ci ha detto cosa hanno mangiato, dove hanno dormito, queste cose così." [236]

Ha aggiunto che fu lo stesso Lo Nigro a dirgli, quando lo vide per la prima volta in quel 26-7-93, che veniva da Milano. Glielo disse mentre erano seduti su un marciapiede, sotto casa sua.
Anzi, in un primo momento gli disse che veniva da Brescia; poi gli disse che veniva da Milano e che sarebbe arrivato anche "Peppuccio" (Giiuliano).
Non si aspettava, quel giorno, l'arrivo di Lo Nigro a casa sua..

Per lui (Scarano) non aveva alcun significato l'arrivo di Lo Nigro e di Peppuccio da Milano.

Ripete quindi il contenuto dello scambio di battute tra Lo Nigro e Giuliano:

"Ma il significato per me è niente perché lui ha detto se aveva lasciato tutto... come lo ha lasciato, se le cose andavano come erano, diciamo, decise da loro.
Peppuccio ci ha detto: 'sì, le cose vanno bene, abbiamo dormito dentro a un pulciaio, ci hanno dato da mangiare pane e salame, però tutto a posto'. Dopo che ha finito Peppuccio di dirgli queste cose, Lo Nigro mi ha detto a me: 'stasera succedono cose eclatanti per tutta l'Italia', tutto qui.
E lì ho capito che c'era qualcosa di..."[237]

Dicendo che aveva dormito in un "pulciaio" Giuliano voleva significare di aver dormito in un posto di fortuna. Era un po' arrabbiato per questo.

Successivamente, a esplosioni avvenute, ascoltò questo ulteriore dialogo tra Lo Nigro e Giuliano, avvenuto nel parcheggio dietro casa sua, riferito all'episodio di Milano:

"Parlavano fra di loro, dopo lo scoppio, che è scoppiata, l'hanno fatta scoppiare un'ora prima o un'ora e mezza... un'ora prima o qualcosa del genere. Doveva scoppiare tutto a mezzanotte, sia a Roma che Milano.
E non doveva scoppiare lì dove è scoppiato, bensì doveva scoppiare circa 150 metri più avanti. Quelle erano cose che discutevano loro."[238]

In pratica, dicevano che a Milano c'era stato un problema di orario e di posto. Questo discorso si svolse in sua presenza.
Parlò Cosimo Lo Nigro, rivolgendosi a Giuliano:

"Specificamente ha parlato Cosimo, perché si rivolgeva a Giuliano perché sono andati un'ora prima a mettere la macchina e 150 metri prima dell'obiettivo che avevano deciso."

Circa le ragioni dell'inconveniente occorso a Milano dice:

"IMP. Scarano A.: Beh, io questo non lo so. Secondo i loro piani praticamente Lo Nigro lo sapeva i piani che c'avevano. Gliel'ha detto a Giuliano. Perché a Giuliano quando è arrivato da Milano ci ha detto: 'hai lasciato tutto a posto, tutto in ordine, come era tutto prescritto?'
PUBBLICO MINISTERO: Ho capito.
IMP. Scarano A.: Come quello che loro avevano deciso."[239]

Di Natale Emanuele. Intorno alla strage di Milano ha reso fugaci dichiarazioni anche Di Natale Emanuele. Questi ha detto che, nella sera dedgli attentati al Velabro e a S. Giovanni, mentre venivano preparate le autobombe nel suo cortile, Scarano gli disse che, quella sera stessa, sarebbero scoppiate delle bombe anche a Milano e gliene spiegò pure il motivo.
Conviene riportare per intero questo brano dell'esame:

"PUBBLICO MINISTERO: Senta, e lei in quei giorni in cui lei aveva questo esplosivo in casa, nel momento in cui poi quella sera successe quello che doveva succedere, sentì mai fare qualche riferimento a Milano?
IMPUTATO Di Natale: Sì, il riferimento a Milano è stato che io mi sono ribellato perché ci ho detto che là era diventato una polveriera...
PUBBLICO MINISTERO: Che era diventato, mi scusi?
IMPUTATO Di Natale: Era diventato una polveriera.
PRESIDENTE: Una polveriera.
IMPUTATO Di Natale: Le bombe, esplosivo, hashish, fumo... e allora mi è stato detto che non dovevo avere paura perché le persone nella quale ci stava dando una mano erano persone per aiutare a tutte le persone che erano nei carcere duro, e dice... per ordine del capo, Totò Riina, dice: 'compa', avete capito, non state in preoccupazione perché queste persone si stanno interessando e tutti questi attentati'. E insomma...
PUBBLICO MINISTERO: Questo chi glielo disse?
IMPUTATO Di Natale: Scarano, che io avevo a che fare con Scarano.
PUBBLICO MINISTERO: Senta, Di Natale, che vuol dire "si stanno interessando"?
IMPUTATO Di Natale: Come?
PUBBLICO MINISTERO: Cioè, che cosa voleva dire "si stanno interessando"?
IMPUTATO Di Natale: Mi ha detto che... dico per dire, quello che facevano lo facevano per ordine del capo, Totò Riina, perché stavano facendo morire tutti i detenuti del carcere duro, e contro lo Stato.
PUBBLICO MINISTERO: Questo è quello che le disse Scarano?
IMPUTATO Di Natale: Sì.
PRESIDENTE: Cosa c'entra Milano in questo, scusi?
IMPUTATO Di Natale: Come?
PUBBLICO MINISTERO: Ecco, la mia domanda...
PRESIDENTE: Cosa c'entra questo con Milano?
IMPUTATO Di Natale: Mi ha detto che la stessa sera che a Roma dovevano scoppiare le bombe, scoppiavano pure a Milano. 'Questa sera se movono pure a Milano'.
PUBBLICO MINISTERO: Ecco, le disse una qual cosa del genere.
IMPUTATO Di Natale: Sì." [240]

Maniscalco Umberto. Anche Maniscalco, mentre era agli arresti domiciliari a casa del nonno, sentì parlare di Milano. Ecco come e perché:

"PUBBLICO MINISTERO: Con Scarano. Ma che lei sappia, o che lei abbia sentito, quando parlavano di questo esplosivo che doveva andare via e che invece continuava a rimanere lì nel cortile, c'era qualche giustificazione. Lei sentì che dicevano che c'era un motivo per cui stavano ritardando a portarlo via?
EX210 Maniscalco U: Una volta che mio nonno gli disse: 'che aspetti a levare questo coso da qui?', lo Scarano gli rispose che doveva pazientare, perché si dovevano mettere - non mi esce la parola - d'accordo con altra gente di Milano.
PUBBLICO MINISTERO: Quindi, questa discussione lei la sentì, era presente?
EX210 Maniscalco U: Diciamo che loro erano davanti al cancello e io ero dentro. Io stavo ad annaffiare le piante, in poche parole.
PUBBLICO MINISTERO: Quindi, allora era una discussione che lei aveva sentito...
EX210 Maniscalco U: Per me era normale, perché quello che sentivo, lì nasceva e lì moriva, insomma.
PUBBLICO MINISTERO: Quindi aveva sentito che lo Scarano diceva a suo nonno che doveva portare pazienza...
EX210 Maniscalco U: Che doveva pazientare ancora qualche giorno, perché...
PUBBLICO MINISTERO: Perché?
EX210 Maniscalco U: Perché si dovevano mettere d'accordo con gente che era su a Milano. Però non sapevo io a che si riferiva."



LA STRAGE DELLO STADIO OLIMPICO


L'individuazione degli autori materiali e l'accertamento delle modalità specifiche di esecuzione di questa strage sono state rese possibili dalle dichiarazioni di:

- Scarano Antonio, rese all'udienza del 12-3-97, fasc. n. 106, e 17-3-97, fasc. n. 107;
- Grigoli Salvatore, rese alle udienze del 13-14-15 ottobre 1997 (fasc. nn. 218222);
- Carra Pietro, rese all'udienza del 25 e del 27 febbraio 1997 (fasc. nn. 86 e 89);
- Bizzoni Alfredo, rese all'udienza del 24-9-97 (fasc. nn. 197-198-199).
- Romeo Pietro, esaminato all'udienza del 3-10-97 (fasc. n. 212).


Scarano Antonio. Dice Scarano che, qualche mese prima delle feste natalizie del 1993 (era comunque finita l'estate), mentre era a casa sua insieme a Lo Nigro, questi fu raggiunto da una telefonata che annunciava l'arrivo del camion di Carra nel giro di un paio d'ore.

Si portarono allora, lui e Lo Nigro, con la sua Audi 80, all'area di servizio che si trova sul raccordo anulare, tra la Casilina e la Prenestina (la stessa che è visibile da casa sua), per farsi incontro al camion. All'area di servizio egli si fermò, con l'auto, sul lato opposto a quello in cui si trovava il camion. Lo Nigro scese dall'auto e si avvicinò al mezzo di Carra. Tornò dopo qualche minuto dicendo che dovevano trovare un posto più tranquillo per scaricare, in quanto sul posto v'erano delle telecamere (Mi ha detto: "ci dobbiamo spostare , perché qui ci stanno delle telecamere").

All'area di servizio trovò sicuramente Carra e qualche altra persona, anche se non ricorda con precisione chi:

"No, ci stava, qualcun altro ci stava. Ma non... Non ricordo bene se erano presenti... O qualcuno è venuto col camion addirittura.
Mi sembra che Giuliano è venuto col camion. E' salito col camion, soltanto per scaricare.
Comunque, Lo Nigro Stava con me."[241]

Egli pensò allora di portarli alla "Rustica", dove v'era il capannone di una società (la Pat Service) che operava nel settore degli alimenti, le acque minerali e simili.. Il capannone funzionava da deposito.
V'era, inoltre, un grande piazzale all'aperto, su cui dava un negozio di abbigliamento.
Conosceva questo posto perché alla Pat Service lavorava tale Roberto, il quale gli aveva proposto, qualche tempo prima, di diventare socio della società suddetta:

"Insomma, io l'ho frequentato per un bel periodo quel posto. Perché l'ho frequentato? Perché doveva, questo Roberto mi aveva proposto se volevo entrare in società con 150 milioni."

Non era programmato, però, questo passaggio alla Rustica ed egli si portò lì col pretesto di fare manovra. Giunti sul posto trovarono il "padrone", una persona anziana, che egli conosceva di vista, e gli chiese il permesso di entrare per lo scopo anzidetto.
Una volta entrati si posizionarono col camion in fondo al piazzale e scaricarono l'esplosivo.

Lo Scarano non è sicuro circa le persone presenti in questa fase, in quanto nomina senz'altro Giuliano e dice di non essere sicuro circa la presenza di Spatuzza e Benigno. Questo il suo racconto, diretto, in maniera convinta, a non escludere la presenza di altre persone:

"No, no, non lo escludo assolutamente. Perché l'hanno scaricato lì, alla Rustica. Ma qualcuno penso che è venuto direttamente col camion, io non voglio escludere. Però non ricordo bene adesso chi ci stava. Io stavo con Lo Nigro. Lo Nigro stava con me dentro la macchina. Peppuccio sicuro al cento per cento.
Non ricordo bene se c'era Benigno e Spatuzza. Questo non lo ricordo".[242]

Dice che alla Rustica v'era, per pura coincidenza, il suo furgone arancione, con la scritta ACEA. Spiega così il motivo:

"E' stata una coincidenza, perché il furgone io, quando mi è... quando mi hanno fatto la proposta di acquistare le azioni di questa Pat Service e entrare in società, ho portato il furgone lì.
E infatti mio figlio Massimo ha lavorato lì per primo. In quel locale ha lavorato otto o nove mesi con questa Pat Service, però io poi vedendo, mano a mano che io controllavo questo magazzino, chiamiamolo così, magazzino all'ingrosso alimentari, vedevo che di merce ce n'era poca, vedevo camion che arrivavano, diciamo non tir grossi quantitativi di alimentari, ho capito più o meno che non c'era, non valeva la pena, perché investire 150 milioni... E questo capannone era praticamente vuoto, c'era solo acqua e pelati e qualche mezzo quintale di caffè e un po' di birra, qualche paletta di zucchero. E ho visto che non ne valeva la pena.
Però l'ho frequentato molto bene per vedere se ne valeva la pena investire diciamo questi soldi e farmi socio."[243]

Il furgone, poi, era rimasto sul posto :

"IMP. Scarano A.: Il furgone si trovava lì perché mio figlio, quello più piccolo, doveva lavorare con questo furgone a portare, che ne so, a consegnare acqua minerale, o birra, oppure per i negozi, oppure per i supermercati.
Però poi mi è stato detto che non era buono questo furgone. Ma io il furgone già lo avevo comprato per altre cose, per altre... E quindi questo furgone è rimasto lì. Perché mio figlio prima è andato a lavorare e il posto lo prendeva come fattorino, diciamo. Andava a consegnare della merce nei bar, oppure negli altri supermercati
PUBBLICO MINISTERO: Si, si..
IMP. Scarano A.: Però non era buono perché ci avevamo, diciamo, era cassonato, non era... Era furgonato, non era cassonato. Cassonato vuol dire cassoni.
PUBBLICO MINISTERO: Aperto.
IMP. Scarano A.: Era furgonato, esatto. Allora col muletto non potevano caricare, diciamo... Ed è rimasto lì, si è trovato per caso lì, non era..."[244]

Circa la collocazione nel tempo di questo viaggio alla Rustica lo Scarano ribadisce:

"Era finita l'estate. L'estate era finita. Era prima delle feste di Natale." Sarà stato un mese prima delle feste di Natale. C'erano già stati gli attentati alle chiese di Roma.

Quando arrivarono alla Rustica, quella sera, pioveva. "Era buio, era buio. Quasi buio".
Ribadisce: "Che era inverno. Pioveva a dirotto quella sera".[245]

Il Carra giunse col solito rimorchio ribaltabile. Fu scaricato il materiale:

"Questo materiale erano due rotoli. Due rotoli, più una borsa."
I rotoli erano grossi, come quelli visti nel cortile di Di Natale.

Aggiunge:

"Poi ce ne stavano altre cinque o sei di quelli più piccoli, di rotoli." [246]

Ognuno di questi rotoli piccoli conteneva circa 1 (uno) kg di esplosivo. Erano fatti a palloncino ed erano infilati in un sacco nero. Rimasero a lui e furono successivamente rinvenuti dalla Polizia.

Quanto alla sistemazione dell'esplosivo, una volta scaricato dal camion:

"Mi sembra che lì per lì, perché pioveva forte, il furgone era molto più utile, diciamo, con lo sportellone aperto, buttarli dentro al furgone. E mi sembra, sono sicuro quasi, che sono stati buttati dentro al furgone, prima.
E dopo sono stati messi dentro la Thema.
Però la Thema non so se è arrivata l'indomani, la Thema lì, o... Il giorno dopo, il giorno dopo è arrivata la Thema. Sono stati messi il giorno dopo dentro la Thema."[247]

Quindi, l'esplosivo fu caricato prima dentro il furgone e poi, probabilmente il giorno successivo, dentro una Lancia Thema, nel bagagliaio:

"Allora, nel furgone è stato una notte, praticamente, un giorno. Siccome il furgone mio era vetrato, e si vede, uno che guarda diciamo dall'esterno, dentro al furgone vede tutto, è stato messo subito dentro la Thema, perché poi la Thema, dentro al cofano della Thema, che è chiuso. E c'è stato messo pure un telone di quelli adatti alle macchine."[248]

Questa Lancia Thema era nuovissima e veniva da Palermo. Giacalone gli disse (non precisa in quale occasione) che l'auto era stata rubata e contraffatta in ordine alla numerazione del telaio. Viaggiava con i documenti di un'altra Lancia Thema. Poi aggiunge questo particolare, riferitogli sempre da Giacalone:

"E poi, un altro particolare: che Giacalone stesso mi ha detto che quella macchina era fatta, era stata rinforzata di dietro.
Siccome le Thema hanno una sospensione un po' lenta, mettendoci diciamo 50 chili, o 100 chili dietro si alza troppo davanti, allora Giacalone mi ha detto che ci avevano messo dei tacchetti dentro gli ammortizzatori."[249]

Dice di non ricordare chi portò materialmente l'auto a Roma, da Palermo. Ricorda però che fece il viaggio via terra e che era stata rubata a Palermo. Era di colore verde chiaro metallizzato.

Una volta caricata e coperta la Lancia Thema fu parcheggiata nel piazzale della Rustica, tra il furgone arancione dello Scarano ed un vecchio Fiat 1100, che stava già sul posto.
Questo 1100 era di colore celestino chiaro, invecchiato. Stava ancora lì allorché effettuò un soprolluogo col Pubblico Ministero.
Il consenso a lasciare l'auto sul posto fu dato dal solito "Roberto".

Poi passa a parlare dei sopralluoghi allo stadio. Il primo avvenne al termine della stagione calcistica 1992-93. Il secondo alla ripresa. Dice infatti:

"La prima volta è venuto Spatuzza da Palermo di domenica mattina a casa mia e mi ha detto se lo accompagnavo allo stadio. Io ci ho risposto: 'guarda, io allo stadio sono 20 anni che abito a Roma non ci sono mai stato'. All'infuori di una volta che ha giocato la Roma col Catanzaro e il Catanzaro ha vinto tre a zero con la Roma: sono andato solo una volta.
Dice: 'no, no, andiamo, andiamo' mi fa. Dico: 'va bene, andiamo allo stadio'.
Andiamo allo stadio e mi ha detto: 'parcheggiati qui da una parte, all'ingresso principale, io mi faccio una camminata'. E se ne è andato per conto suo. Se ne è andato per conto suo e ricordo bene che era l'ultima partita della stagione. E è finita lì."[250]

Prosegue:

"Però non ricordo dopo se è stata la prima volta o la seconda volta che mi ha fatto andare... ah, poi siamo andati un'altra volta allo stadio dopo è iniziata la nuova stagione del pallone.[251]
Lì un'altra volta, siamo andati allo stadio, mi ricordo che pioviccicava quel giorno. Entriamo un'altra volta dalla porta principale. Io incontrai un mio amico, un certo Nicola, che è di Centocelle, lo conosco da parecchi anni, che vendeva frutta e verdura, ma adesso la domenica fa il bagarino allo stadio. E mi sono messo a parlare con lui.
Spatuzza ha preso e se n'è andato da solo, è tornato dopo due-tre ore. Io mi fermo con questo Nicola a parlare, poi mi sono stufato, me ne sono andato in macchina. Anzi, me ne sono andato di fronte all'ingresso principale dello stadio che ci sta un chiosco che fa i caffè. Mi sono preso un caffè e mi sono messo dentro la macchina parcheggiata nel parcheggio, di fronte alla porta principale dell'ingresso dello stadio.
Arriva Gaspare lì al parcheggio dov'ero io, dopo parecchie ore, ci ho detto: 'dove sei stato?'
Dice: 'mi sono fatto un giro'.
A questo punto ho detto: 'va be', andiamo via, ce ne andiamo a mangiare, siamo a digiuno, andiamo a mangiare'.
Dice: 'no, aspettiamo, aspettiamo ancora un po' e poi ce ne andiamo'.
Dico: 'allora mi vado a fare un panino'. Mi sono andato a fare un panino da quelli che stanno fuori dello stadio, di quei furgoni volanti che fanno panini e siamo stati lì e abbiamo mangiato questo panino.
Quando è finita la partita si vedeva le persone già che uscivano. Ci ho detto io: 'ma dimmi una cosa, ma che dobbiamo aspettare qui? Mo' mi sono stufato.'
Dice: 'va be', aspettiamo altri dieci minuti'.
'Va be', aspettiamo altri dieci minuti'. Abbiamo aspettato. Mi ha fatto spostare, da dove eravamo parcheggiati, mi ha fatto mettere in un incrocio che... c'era un incrocio che adesso è stato quasi parallelo dove è stata messa poi, in un secondo tempo, la macchina, quella carica di esplosivo, vicino un fabbricato tutto di marmo, che io credevo che era una caserma dei Carabinieri lì, che ho visto dei Carabinieri. Poi possiamo anche tornare su questo punto.
Allora aspettando lì, mi ha fatto spostare, si vedono dei pullman che arrivano con... prima escono quelli con i cavalli, della Polizia di Stato, autotreni carichi di cavalli, perché ci stanno i cavalli pure lì la domenica, i poliziotti che vanno a cavallo. Passano questi prima, poi all'ultimo passano i Carabinieri con i pullman.
Mi fa seguire questi pullman. Ha fatto la via diciamo verso il raccordo anulare, la via che fanno questi pullman. Io mi sono messo dietro questi pullman. A un certo punto, prendendo la tangenziale, stavo sorpassando questi pullman, Spatuzza mi dice di non sorpassare. Ci ho detto: 'qual è il motivo, io sono regolare?', ci ho detto io. Dice: 'no, no', di non sorpassare.
A un certo punto questi pullman, poco distante dallo stadio, escono dalla tangenziale e vanno non so dove, prendono una direzione verso qualche caserma, da dove provenivano. Spatuzza mi dice soltanto: 'questa strada dove va? Questi pullman dove vanno?' Ci ho detto: 'guarda, io non lo so dove vanno'.
Ed è finita lì e non mi ha detto più niente e non abbiamo parlato più."[252]

Ha ribadito, in sede di controesame, che il primo sopralluogo allo stadio avvenne alla fine della stagione calcistica del 1993:

"Il primo sopralluogo è stato fatto nel '93....L'ultima partita delle squadre che fanno. E' stata l'ultima, era l'ultima partita della stagione."[253]

Dice Scarano che, nei primi tempi, non capiva cosa volessero fare Spatuzza e gli altri, anche se sentiva parlare di bombe:

"I primi tempi parlava che voleva mettere bombe, però lo diceva tipo battuta. Dice: 'sai, mettendo un po' di bombe, un po' di esplosivo dentro questi tombini' tombini questi...
PUBBLICO MINISTERO: Di scolo delle acque.
IMP. Scarano A.: Di scolo dell'acqua sì. Dice: 'quando passano questi cavalli', però ha contato lui stesso, li ha contati che erano 15 o 16 poliziotti a cavallo che facevano un giro prima della partita. Dice: 'sai che danno farebbe? Però sono pochi, non vale neanche la pena perché sono 15, 16, non vale neanche la pena'."[254]

Spatuzza parlava col sorriso sulle labbra, senza rivelare chiaramente le sue intenzioni:

"Cioè, parlava anche lui col sorriso con me, non mi faceva capire più o meno le cose, quello che c'aveva in testa lui. Parlava anche un po' sorridendo. Quando ha detto che sono poche 15-16 dico: 'ammazza, 15-16 persone qui, con tutti questi cavalli, sa quanto sangue'. E lui si è messo a ridere praticamente. 'Tu dici che sono pochi'. Ma io ho risposto così pure a battuta, non è che..."[255]

Ma, dice sempre Scarano, alla fine capì cosa gli altri avessero in mente, sia per i sopralluoghi che erano stati fatti, sia per i discorsi che sentì:

"Discorsi del tipo che si doveva fare una cosa eclatante, di ammazzare almeno 100 Carabinieri, perché su quei pullman ci viaggiano non so 50-60 Carabinieri."[256]

Quanto all'esecuzione dell'attentato, lo Scarano ha lasciato intendere che si svolse in due fasi: prima delle feste natalizie del 1993 e dopo queste feste.

Della prima fase ricorda praticamente nulla. Ricorda che Lo Nigro e compagnia tornarono a Roma qualche mese prima delle feste di Natale, stettero 4-5 di giorni" e poi rientrarono a Palermo, in quanto impegnati ad accompagnare i latitanti presso le loro famiglie in vista del Natale. Dice infatti:

"Poi, tra il Natale '93-94, son venuti. Son stati qui a Roma - adesso non posso dire la data esatta, se son stati quattro o cinque giorni - son andati via un'altra volta prima delle feste perché dovevano portare - questo l'ho saputo dopo in un secondo tempo, quando son rivenuti a Roma - erano impegnati tutta questa squadra che veniva a Roma, era impegnata a portare i familiari dei latitanti poi nei luoghi dove si trovavano i latitanti. Fare le feste con le famiglie".[257]

Ricorda con precisione, invece, la seconda fase, quella definitiva.
Ricorda che una domenica, dopo le feste natalizie del 1993 (nel mese di gennaio 1994, comunque) la Lancia Thema fu attrezzata per esplodere e portata allo stadio Olimpico di Roma.

La preparazione avvenne nel solito piazzale della Rustica, dove l'auto era sempre rimasta parcheggiata dopo l'arrivo dell'esplosivo, un pomeriggio, dopo pranzo, verso le 14,30-15,00.
Sul posto giunsero in tre, con la sua Audi 80: lui, Benigno e Lo Nigro.

L'autobomba fu attrezzata da Lo Nigro e Benigno, mentre lui rimase nei pressi del cancello, per far fonte ad eventuali visite indesiderate (era l'unico che conosceva il proprietario dei luoghi). L'ordigno fu predisposto ad esplodere con un telecomando, preparato da Benigno.
Vide lui stesso il Benigno fare la prova finale, con una lampadina che si accendeva nella bauliera sotto l'impulso del telecomando, pur precisando che non vide materialmente il Benigno azionare alcunché. Collegò l'accensione della lampadina all'uso del telecomando in quanto aveva visto Benigno, due minuti prima, preparare il telecomando.
Questi le parti più significative del suo discorso:

"..io stavo vicino al cancello. Praticamente la macchina era girata verso il cancello però stava a un punto io che vedevo soltanto il di dietro della macchina, dove loro lavoravano".

"E ho visto che si accendeva questa lampadina. E infatti ho domandato perché... Però non ho visto se lo faceva col telecomando oppure l'ha fatto diversamente. Il telecomando l'avevo visto prima, perché lui preparava due minuti prima."

"Io ho visto questa lampadina che faceva, lampeggiava, ho detto: 'perché quella lampadina?'
...La risposta dice che accendendo la lampadina portava l'impulso sui detonatori. Cioè arrivava la corrente sul detonatore e non si poteva sbagliare." [258]

Infatti, Benigno e Lo Nigro gli dissero che l'accensione (a intermittenza) della lampadina era la prova che tutto funzionava a dovere.

Circa il telecomando "costruito" da Benigno dice:

"IMP. Scarano A.: Ma lui portava soltanto lo scheletro di questo telecomando. Poi, determinati lavori internamente, come li chiama lui, i ponti che si facevano coi fili, li saldava e... solo da una parte. Praticamente ci aveva solo il modello di una parte.
Non è che era una scatola che si combaciava da sola. E cioè tutta unica.
Poi, una volta che faceva questo lavoro, nella parte di sotto metteva scotch, lo riempiva di scotch nero. Però sopra ci aveva un piccolo spazio dove c'era un bottone rosso e uno normale, come un pulsante. E l'antenna, una piccola antennina.
PUBBLICO MINISTERO: Ecco, quindi quando lei ha detto che: "Questo lo costruiva lui", vuol dire che di volta in volta veniva rimesso insieme?
IMP. Scarano A.: Sì.
PUBBLICO MINISTERO: Veniva ricomposto.
IMP. Scarano A.: Veniva ricomposto assieme. E parlava pure che erano, erano diciamo di quei telecomandi che... da ragazzini, di quelli da macchinette elettriche, chiamiamole così, che funzionavano solo col telecomando.
PUBBLICO MINISTERO: Quindi, queste automobiline giocattolo, insomma.
IMP. Scarano A.: Di giocattoli, esattamente, sì.
PUBBLICO MINISTERO: Però comandate a distanza.
IMP. Scarano A.: Comandate a distanza. Che poi il lavoro che veniva fatto per cose molto più... impulsi più pesanti poi lui faceva una lavorazione, non lo so, metteva dei fili, saldava dei fili dentro. Rinforzava, non so, quello che era la natura di fabbisogno, diciamo.
PUBBLICO MINISTERO: Insomma, le capacità di questo oggetto.
IMP. Scarano A.: Certo." [259]

Il telecomando aveva le dimensioni di un telefono cellulare. Era corredato, esternamente, di un pulsante di colore grigio chiaro, che sembrava di metallo, e di un pallino (una spia) di colore rosso, di plastica. Vide Benigno applicare al telecomando un "pezzo di antenna".

Ha detto di non aver visto fare buchi col cacciavite nell'esplosivo per infilarvi il detonatore, come aveva visto invece fare nel cortile di Di Natale, e questa versione ha mantenuto anche dopo una contestazione del PM.[260]
Ha detto di aver visto però dei detonatori:

"Sono detonatori elettrici, quello, quelli li ho visti. Però non ho visto quando ce li hanno messi proprio dentro a 'sta palla diciamo di esplosivo."[261]

Ha detto di non aver visto montare l'antenna sull'autovettura e questa versione ha ribadito anche dopo una nuova contestazione del Pubblico Ministero.[262] L'auto era già munita di antenna quando fu portata sul posto:

"Era arrivata già con l'antenna, col filo dell'antenna a penzoloni. Poi dove va messo non lo so io, perché dentro non c'ho mai guardato, non ho mai visto dentro l'impianto come lo fanno, di questi fili, neanche la batteria. Però va messa una batteria non quella del motore, bensì parlavano sempre di una batteria di 12 volts che va messa dentro al cofano".[263]

Ha precisato che tutto l'impianto (applicazione del detonatore all'esplosivo; collegamento del detonatore al sistema di innesco; ecc) fu fatto nel cofano posteriore della vettura.

Ha detto che quel giorno mangiarono fuori, tutti insieme, al ristorante "Zi Rocco" , a Centocelle, o da "Rinaldi", non ricorda di preciso, lasciando comunque aperta, dopo una contestazione del PM, la possibilità di aver pranzato, quel giorno, a casa sua. [264]

La preparazione dell'autobomba richiese poco tempo. Subito dopo l'auto fu portata allo stadio.
Dalla Rustica si mossero tutti insieme, con la sua Audi 80 e con la Lancia Thema. Ha ribadito che dalla Rustica si mosse con l'Audi 80 (e non con la A112) anche dopo la (quarta) contestazione del Pubblico Ministero, non escludendo che qualcuno degli attentatori avesse la sua A112.[265]

Descrive così la strada per arrivare allo stadio Olimpico:

"Noi siamo partiti da questo spazio dove è stata preparata la macchina, abbiamo fatto un pezzo di Roma-Aquila, abbiamo ripreso la tangenziale che va al Foro Italico e siamo scesi giù allo stadio."[266]

L'autobomba fu parcheggiata, tra altre autovetture in sosta, di fronte ad un edificio che egli riteneva essere una caserma dei carabinieri:

"Di fronte, io la chiamo caserma dei Carabinieri, non lo so se è caserma dei Carabinieri. Siccome io lì poi ci ho visto i Carabinieri la sera che facevano dei piantoni."[267]

Quando l'auto fu parcheggiata era di pomeriggio, un'ora circa prima della fine della partita.

Arrivati allo stadio, trovarono sul posto "Peppuccio" (Giuliano) e Spatuzza:

"Quindi loro erano già andati allo stadio, può darsi che la 112 l'avevano loro. Perché loro stavano lì al posto dove loro avevano deciso di mettere questa macchina, dove Spatuzza aveva deciso di mettere la macchina."[268]

Ribadisce che trovarono Giuliano e Spatuzza proprio nel posto in cui fu lasciata l'autobomba, davanti alla "caserma dei carabinieri". Era un palazzo "chiuso", con le pareti esterne di marmo.
Questo posto non gli era mai stato indicato da Spatuzza nei precedenti sopralluoghi, nel corso dei quali era sempre rimasto in disparte ad aspettarlo.

Spatuzza gli disse di parcheggiare in uno spiazzo che si trovava a circa 20 metri dal luogo in cui fu piazzata l'autobomba, mentre loro sistemavano quest'auto nel posto prescelto.
Dai discorsi che sentì, in momenti successivi, capì che quello era, secondo gli attentatori, il, posto migliore per provocare una carneficina:

"Cioè, il punto più adatto dice era quello, perché parlavano fra di loro. Perché lì i pullman arrivavano piano piano, partivano da 100 metri praticamente."
Ribadisce:
"Però io dopo, in secondo tempo, dice quello era il punto buono perché venivano piano piano, venivano quasi attaccati i pullman, uno dietro l'altro, erano quasi attaccati."[269]

Sull'argomento è poi tornato all'udienza del 30-10-97 per dire che la strada in cui lasciarono l'utobomba era transennata. Questo il suo racconto:

"Quando è stata portata la macchina la sera, nel pomeriggio, allo Stadio Olimpico, ricordo che c'era la strada transennata, con le transenne, che c'erano dei lavori in corso.
E la macchina è stata messa proprio vicino a questa transenna che c'era pure un mucchio di sabbia, breccia. Che lì c'era un punto molto stretto, che i pullman dei Carabinieri dovevano frenare per forza.
E la macchina era stata messa proprio per questo motivo, lì, che dovevano frenare per forza, i pullman, il passaggio dei pullman dei Carabinieri. Era una frenata obbligatoria."

Ha aggiunto che era una transennatura piccola, quasicché circoscrivesse un "pozzo". Si trovava sul lato opposto della strada, rispetto al fabbricato di marmo.
I lavori erano fatti dalla SIP o dall'ENEL.

Lasciata l'autobomba sul posto egli, dice Scarano, se ne andò a casa. Quella sera stessa, però, verso le 22,00, vide arrivare Lo Nigro a casa sua, dicendo che l'attentato era fallito e che era stato lasciato solo dagli altri (Giuliano, Spatuzza e Benigno).

Lo Nigro gli disse che l'esplosione non era avvenuta per un problema tecnico ("Non è partito il telecomando, a quanto ho sentito io").
Il telecomando era stato azionato, inutilmente, da Benigno ("Era solo lui che faceva queste cose. Le faceva e faceva partire diciamo i bottoni").[270]

Ribadisce che l'insuccesso fu dovuto ad un problema tecnico. Non è che gli attentatori ci avessero ripensato:

"No, no, è successo che c'hanno avuto problema con la roba tecnica, diciamo, corrente, cose varie, o col telecomando che faceva Benigno.
No, non è che hanno detto di risparmiare, che c'hanno pensato sopra di non farlo. Non è partito proprio il telecomando. A quanto ho sentito io."[271]

Circa i motivi per cui non aveva funzionato il telecomando dice:

"Mah, a quanto ho capito io era coperto diciamo il getto, come lo chiamano loro, il getto dalla distanza sull'antenna, c'era un qualcosa.
Io non so dove si è messo Benigno a schiacciare 'sto bottone. C'era un qualcosa che impediva, diciamo, in linea libera l'impulso sull'antenna.
C'era qualche albero, non lo so, qualche... Non lo so. Io, questo, non lo so. Però si parlava di qualche cosa che impediva ad arrivare l'impulso sull'antenna.
Dove si siano messi, questo non lo so. Se si è messo sulla strada, se si è messo dalla parte di sopra.
Perché hanno parlato pure della parte di sopra. La strada che poi... C'è una strada parallela a quella dello Stadio che rimane più sotto.
...Quella dello Stadio rimane sotto e sopra ci sta un'altra strada che finisce a piazzale Clodio, al Tribunale di Roma.
...E forse si è messo lì sopra, che ci sta... Che si parlava di mettersi sopra che era meglio, che l'oggetto, diciamo, l'impulso lo mandava verso giù, che non verso in alto."[272]

Sui motivi del fallimento dell'attentato lo Scarano è poi tornato all'udienza del 17-3-97, sollecitato dal PM, ed ha aggiunto:

"Mah, discussioni che facevano loro, qualcuno diceva che forse Benigno si era messo un po' nascosto, diciamo, dalla linea diretta che doveva, una volta quando schiaccia il bottone deve avere, dice, un certo oggetto lì, a linea diretta, che non ci dovrebbe essere qualche cosa davanti, perché impedisce diciamo l'impulso."[273]

Ancora sul fallimento delgli attentati (non solo di questo, ma anche di quello a Costanzo):

"IMP. Scarano A.: Mah, più volte sentivo Lo Nigro che non se lo sapeva spiegare il motivo, perché loro sanno quello, quando fanno un impianto del genere, sanno quello che fanno e sanno come collegare i fili. Perché sono specialisti, in materia.
Però, io non è che ci facevo caso più di tanto, eh. Questa era qualche discussione che facevano con me, vicino a me, con me presente; qualche cosa, sa, dicevano pure da soli, non sempre parlavano avanti a me.
Però il motivo era quello. Perché io non lo so dove si è messo Benigno; perché parlavano di mettersi di una strada soprastante che va a finire, questa strada qui, va a finire al Tribunale di Roma, a piazzale Clodio, dalla parte superiore di dove stava la macchina parcheggiata.
PUBBLICO MINISTERO: Sì, sì.
IMP. Scarano A.: E dicevano che l'oggetto diciamo dell'impulso ci andava così, sopra. Però io non lo so, lui, dove si è messo, se si è messo lì oppure si è messo da un'altra parte.
Certo la macchina, per come era messa, lì a 50 metri, a 20 metri, non si poteva mettere per dritto.
Ma io, questo, non lo so dove si è messo. Può darsi che si è messo pure sopra a quella strada, perché lì era il punto migliore, perché... per i pullman che passavano, che lì dovevano frenare, ed arrivavano quasi uniti".[274]

Su contestazione del PM lascia quindi intendere che il difetto era nel telecomando, costruito artigianalmente da Benigno.[275]

Poi, richiesto di spiegare in che modo Lo Nigro era arrivato quella sera a casa sua, fa questo discorso a ruota libera, da cui si arguisce che non lasciò i complici allo stadio, subito dopo aver parcheggiato l'autobomba, ma ci rimase fino a tentativo compiuto, ovvero che più di un attentatore si portò nei pressi di casa sua dopo il fallimento dell'attentato:

"IMP. Scarano A.: Ma secondo me, io lo so com'è arrivato. E' arrivato perché io gli altri... A Spatuzza l'ho visto quando hanno deciso di andare via. Ma poi io mi sono allontanato un pochetto, un po'. Vicino casa mia.
PUBBLICO MINISTERO: Sì.
IMP. Scarano A.: Allora io li ho lasciati fuori, dalla parte di dietro, dove c'è la Questura, più giù della Questura.
PUBBLICO MINISTERO: La Questura, il Commissariato, via.
IMP. Scarano A.: Il Commissariato.
PUBBLICO MINISTERO: Sì.
IMP. Scarano A.: Io me ne sono andato perché ci avevo anche i problemi con mia moglie, perché tutto il giorno ero stato fuori, di domenica. Diciamo, tutte queste cose così.
E allora cercavo di arrivare a casa prima possibile. E me ne sono andato. Ma loro, quando sono andati via, erano tutti assieme e poi hanno deciso, che Lo Nigro è rimasto qui ed è venuto da solo a casa mia.
E mi ha detto, dice: 'guarda, mi hanno lasciato solo, mi hanno lasciato solo', dice. 'Dobbiamo levar la macchina, cerchiamo un carroattrezzi'. Perché non è partita la macchina. Tutto qui.
Ci ho detto: 'va be'...'"[276]

Decisero allora, lui e Lo Nigro, di tornare sul posto per recuperare l'auto. Nessuno dei due aveva però le chiavi della Lancia Thema, perché erano state buttate via dopo la sua collocazione nel posto prestabilito:

"Le chiavi della macchina le avevano buttate. Non ci avevano nemmeno le chiavi della macchina per spostarla. Perché se ci aveva le chiavi della macchina, lui la spostava."[277]

Ritornati allo stadio parcheggiarono l'auto in un posto distante dal parcheggio in cui egli (Scarano) s'era fermato la prima volta quella sera. Si avvicinarono, a piedi, alla Thema nel tentativo di aprirla e portarla via, senza riuscirci. Queste le circostanze dell'azione:

"Allora ci stava un Carabiniere che era fuori a una porta di sentinella. Ha detto, dice: 'ragazzi, questa macchina non può stare, la dovete levare di lì'.
PUBBLICO MINISTERO: Quindi questa macchina era in qualche modo sotto gli occhi di questo carabiniere.
IMP. Scarano A.: Certo. Era di fronte proprio alla porta a distanza di cinque metri, sei metri, della strada. Dalla parte opposta della strada.
E il carabiniere ha detto, Cosimo ci ha detto: 'guardi, siccome si è rotta...', ha preso una scusa. Dice: 'mo la leviamo'.
Siamo stati lì circa cinque minuti, se la poteva aprire da qualche parte e portarla via anche levando i fili della messa in moto, però non c'è stato niente da fare."[278]

Andarono quindi via. Egli tornò a casa sua, mentre Lo Nigrò andò a dormire nell'appartamento in cui era alloggiato.

L'indomani, di lunedì, verso le nove del mattino, egli si portò allora insieme a Lo Nigro presso l'officina di Bruno Moroni, suo conoscente, per richiedergli di prelevare la Lancia Thema col carroattrezzi. Cosa che il Moroni fece.
L'auto fu portata nuovamente alla Rustica e parcheggiata nel posto in cui era stata in precedenza. Al Moroni diede, per ricompensa, 150.000 lire e un paio di casse d'acqua.

Rivide successivamente la Lancia Thema a Capena, nella villa di Alei Giuseppe (di cui si parlerà in occasione dell'attentato a Contorno), ma non sa dire chi e quando ce la portò.

Successivamente ancora quest'auto fu portata "nella sua zona" da Giacalone, dove rimase una quindicina di giorni, sempre cambiata di parcheggio, finché Giacalone gli chiese di adoprarsi per farla sparire.

Egli si rivolse allora ad un suo amico, tale Renato, che aveva una sfascio sulla via Palmiro Togliatti, chiedendogli di demolirla. Gliela portarono, in effetti, un giorno, lui e Giacalone (lui guidando l'Audi e Giacalone la lancia Thema) e l'auto "sparì".

In conclusione, anche stavolta conviene ripercorrere le tappe di questa vicenda con le parole di Scarano, partendo dall'arrivo di Carra con l'esplosivo:

"Andiamo sul raccordo anulare a prendere 'sto camion che è arrivato da Palermo. Perché Lo Nigro c'aveva il telefonino che stava in contatto forse con qualcuno di loro a Palermo che gli diceva se il camion era partito o quando arrivava qui o se era partito o meno.
Siamo andati a prenderlo sul raccordo anulare alla pompa di benzina che era parcheggiato lì. E l'ho portato alla Rustica. Ricordo bene quel giorno: pioveva.
Arrivato alla rustica in questo diciamo, recinto dove ci sta un capannone, ci sta un grande negozio di abbigliamento all'ingrosso, ci sta un capannone che si vendeva acqua minerale e birra e roba in generale, alimentare.
Questo era un... è un... come si chiama? è un locale dove entrano praticamente macchine, camion senza che chiedano permessi a nessuno. Però io quella sera quando sono arrivato lì col camion, non sapevo dove andare, ho trovato il padrone prima che il camion entrasse; che lo conosco di vista, ma non lo conosco né di nome e né di niente, che è anziano. C'ho detto se poteva entrare un camion per rigirarsi praticamente. Non c'ho detto che doveva scaricare.
Dice: 'sì, sì. Va bene, fallo entrare'. Tanto lì entravano tutti in questo spazio.
E' entrato Carra col camion: s'è messo per traverso giù in fondo, ha alzato il solito sistema che usava per alzare il cassone. Il mio furgone era parcheggiato vicino a 'sto capannone delle bibite. E si è scaricato questa roba. Si è scaricato la roba, il materiale diciamo che ha portato, l'esplosivo che ha portato. E s'è messo - adesso non ricordo bene se c'era la Thema già lì, che l'avevano portata a Roma o è stato scaricato tutto prima di entrare il furgone mio e poi è passato dentro la Thema. Ma mi sembra che c'era giù la Thema, avevano portato la Thema contemporaneamente - ed è stato scaricato questo materiale e messo dentro la Thema.
Carra praticamente se ne va. La Thema rimane in quello spazio. C'è stato un dialogo tra me e una persona che lavorava lì in questo capannone, un certo Roberto, dove mi ha chiesto che la macchina che non poteva stare, bensì si doveva levare 'sta macchina.
Siccome io lo conoscevo, ci ho detto: 'guarda Roberto - dico - la macchina la leviamo'.
Dice: 'basta allora che la metti da una parte che non dà fastidio', perché lì entravano camion per scaricare la roba che arrivava a loro, la roba alimentare.
Allora questa macchina è stata parcheggiata dietro il mio furgone, stava dietro. Avanti al furgone ci stava un 1.100 vecchio tipo. E la Thema è stata messa tra il furgone e questo 1.100 che stava davanti. E' stata messa al centro. E' stata coperta con un telone di quelli predisposti per le macchine ed è rimasta lì parecchio tempo.
Loro, quelli che erano venuti a Roma sia Lo Nigro e altri, sono andati via dopo. Che era mi sembra, qualche mese prima delle feste di Natale. Son stati un po' di giorni e poi son andati via. Perché c'avevano da fare.
Adesso non ricordo bene se è stata lì 20 giorni, se è stata lì 15 giorni, ma comunque è stata parecchio tempo lì questa macchina.
Quando capita Giacalone dopo per primo mi sembra che è venuto Giacalone a Roma, e io mi sono arrabbiato di questa macchina che stava così allo sbaraglio dentro questo capannone, che chiunque poteva andare a vedere di che cosa si trattava alzando il telone. Giacalone mi ha risposto, dice: 'guarda non ti arrabbiare che adesso vengono perché ci abbiamo avuto da fare. Eravamo impegnati per uccidere il prete, padre Puglisi'.
Questo me l'ha detto lui. Mi ha detto che ci è andato lui personalmente a fare questo omicidio, Mangano Antonino e Spatuzza Gaspare.
Dopo, poi non ricordo bene adesso - perché son venuti un sacco di volte - se son venuti anche dopo aver scaricato questo materiale. Son venuti prima di Natale, giorni prima di Natale e sono riandati via perché hanno avuto forse un contrordine per andare a Palermo un'altra volta. Son venuti dopo le feste.
Perché adesso ricordandomi bene l'attentato allo Stadio, i sopralluoghi sono stati fatti precedentemente con Spatuzza. Ma l'attentato, il mancato attentato allo Stadio, è stato nei primi mesi del '94, primo mese '94.
Però il materiale è stato portato a fine '93, prima di Natale. Perché dico questo prima di Natale? Perché loro son venuti quando hanno scaricato questo materiale e si è sistemato 'sto materiale in questo spazio, diciamo dentro la Thema, è rimasta lì parecchio tempo.
Poi, tra il Natale '93-94, son venuti. Son stati qui a Roma - adesso non posso dire la data esatta, se son stati quattro o cinque giorni - son andati via un'altra volta prima delle feste perché dovevano portare - questo l'ho saputo dopo in un secondo tempo, quando son rivenuti a Roma - erano impegnati tutta questa squadra che veniva a Roma, era impegnata a portare i familiari dei latitanti poi nei luoghi dove si trovavano i latitanti. Fare le feste con le famiglie.
E quindi, son venuti tutti dopo le feste. E si è preparato diciamo, sempre in questo spiazzale di domenica pomeriggio; Benigno e Lo Nigro hanno preparato la macchina che già diciamo, l'esplosivo già stava dentro. Hanno messo... l'antenna mi sembra che già ci stava, hanno fatto una cosa veloce. Soltanto che hanno messo all'ultimo hanno fatto diciamo, i fili, il detonatore che hanno messo, tutta la procedura quella che va fatta. Perché lì allo stadio è stata fatta non manualmente con la miccia, bensì con il telecomando costruito da Benigno.
Ricordo bene che quando hanno fatto, quando hanno finito l'impianto, Benigno Salvatore ha attaccato - per essere sicuro - una lampadina da qualche parte, dentro al cofano della Thema. Accendendo la lampadina, significava che era tutto a posto. Non poteva, diciamo, fallire.
Infatti ho domandato: 'ma come mai - dico - ci hai messo la lampadina, accendi la lampadina?'
Dice: 'perché se accendo la lampadina - mi è stato spiegato - se accende vuol dire che l'impulso dal telecomando su antenna e al detonatore arriva. Con sicurezza'. E basta. E' finito così.
E' stata preparata questa macchina nel pomeriggio verso le due e mezza, le tre. Comunque prima delle cinque, la macchina già stava sul posto. Le cinque, le sei, cinque e mezza.
Perché le partite finiscono non so, alle quattro, le cinque, adesso non ricordo bene. Comunque prima di finire la partita, è stata parcheggiata circa un'oretta prima della fine della partita. Adesso non ricordo bene se siamo andati verso l'una dove stava la Thema o siamo andati alle due. Comunque questo non lo ricordo bene. Comunque è stato prima, la macchina è stata preparata nello stesso giorno che è stata portata... cioè, poche ore prima che finisse la partita è stata portata. Un'ora, un'ora e mezza prima. Non di più.
E' stata messa lì, carica con 100 chili di esplosivo. Loro sapevano già cosa dovevano fare, perché Spatuzza sapeva quello che doveva fare aspettando i due pulman carichi di carabinieri. E la macchina doveva esplodere quando i carabinieri stavano tutti e due, camminavano quasi attaccati due metri uno dall'altro. Doveva esplodere quasi al centro dei pulman che si trovava contemporaneamente quello di dietro col muso davanti parallelo alla macchina.
Questi erano i discorsi che facevano loro. Cioè, tutto calcolato.
E praticamente, quando son passati 'sti pulman non è scoppiata 'sta macchina. E' rimasta lì. Si sono arrabbiati fra di loro. Se ne son andati col treno. Io li ho accompagnati all'inizio lì e poi me ne sono andato a casa.
Verso le dieci e mezza arriva Lo Nigro a casa mia e mi chiede di trovare un carroattrezzi. Io ci ho detto, dico: 'va beh, chiamiamo l'ACI'.
Mi racconta il fatto, dice: 'm'hanno lasciato solo, m'hanno lasciato solo'. Dice: 'mi serve un carroattrezzi per levare quella macchina', che era rimasta allo stadio.
C'ho detto io "chiamiamo l'ACI". Dice: 'no, l'ACI no. Bensì ci vuole una persona che tu sei amico e conosci'.
Il lunedì mattina prestissimo alle nove quando ha aperto un mio amico che si chiama Bruno Moroni, sono andato da lui. Ci ho detto: 'Bruno guarda, c'è da andare a prendere una macchina allo stadio'.
Dice: 'sta macchina di chi è?'
'Non ti preoccupare'. Ci stava Cosimo Lo Nigro presente. Lui, siccome c'ha il carroattrezzi, fa i viaggi diciamo normali. Non sapendo niente di che si trattava, se la macchina di chi era, di chi non era, lui ha avuto 150 mila lire per il viaggio che è stato pagato. S'è portato questa macchina, l'abbiamo caricata lunedì mattina, l'abbiamo portata nuovamente alla Rustica. Ed è rimasta lì, non so adesso quanto è rimasta. L'abbiamo parcheggiata. Non esistevano chiavi perché le chiavi uno di loro, una volta parcheggiata la macchina lì allo stadio, l'avevano buttate dentro un campo da tennis. Che questo campo da tennis si trovava un po' più basso della strada e c'era il giardino. L'avevano buttata lì dentro.
Praticamente non si prendeva più, per non farsela trovare in tasca in caso di qualche fermo.
E insomma, questa macchina l'abbiamo portata un'altra volta alla Rustica e è rimasta lì per com'era.
Però dopo io ho abbandonato, tutte queste cose le ho abbandonate. Ho sistemato la macchina un'altra volta lì, in quello spazio dove era stata la prima volta.
Nel frattempo affitto, chiesto da Giacalone, la villa, e di Nino Mangano, la villa a Capena. E questo materiale però non so come hanno fatto a portarlo in questa villa, dove l'hanno messo non lo so, dov'è stato occultato non lo so.
Ma nel frattempo, subito dopo, ma vorrei dire quasi contemporaneamente, viene un'altra volta Carra a Roma, che già ne ho parlato ieri, e ha portato l'esplosivo per Contorno. Credendo che l'esplosivo precedente portato da Carra, quello per lo stadio, si avesse consumato. Invece non è stato consumato. E si son trovati con quattro o cinque palle di... Adesso non lo so per Contorno quello che hanno portato. Non l'ho visto. Ma due palle di 100 chili erano per lo stadio. Probabilmente erano due palle. E due le ha portate Carra ed erano quattro.
A quanto adesso ho capito, due sono stati poi rinvenuti sulla via di Formello dai carabinieri, due sono stati occultati. Da chi, questo non lo so e sono state trovate. Perché non è stato consumato né uno e né l'altro. E basta.
Io, poi, non ho... Dopo che abbiamo messo la macchina in questo cortile, Moroni se n'è andato per conto suo, Moroni Bruno. Si è preso un paio di casse d'acqua, gliele ho offerte io, le ho pagate, naturalmente. E se n'è andato.
Ci ho dato 150 mila lire. Però la macchina è rimasta lì. Però io dopo non è che ho seguito più le cose dopo che ho messo la macchina dentro questo magaz... dentro questo spiazzo, qui. Non so chi è andato a prenderla.
Se l'ha presa Lo Nigro, se l'hanno presa gli altri, io non lo so. Però so soltanto che, al momento che Lo Nigro è venuto a casa mia, è rimasto da solo. Lunedì mattina stava da solo.
Se poi quegli altri sono venuti dopo una settimana, o dopo pochi giorni, questo adesso non lo rammento, perché la macchina non so quanto è stata dentro questo spiazzo.
Però questa macchina dopo l'ho vista, dopo sono venuti, l'ho vista a Capena. Coperta, sempre coperta con teloni.
Poi questa macchina è stata portata nella mia zona da Giacalone. Giacalone, dopo aver girata un po' di giorni, 10-15 giorni e cambiando sempre parcheggio, ma sempre nella zona, un bel giorno ci ho detto: 'porta via 'sta macchina di qui, che mo mi sta dando proprio fastidio'.
Giacalone mi dice se conoscevo qualcheduno che ci aveva lo sfascio, per portarla allo sfascio. Ci ho detto: 'sì, conosco una persona da parecchio tempo'.
E siamo andati da questo, diciamo, mio amico che si chiama Renato, che c'ha lo sfascio sulla Palmiro Togliatti.
Siamo andati io e Giacalone con la macchina. La macchina mia e Giacalone portava la macchina, la Thema.
Ci abbiamo detto di far sparire questa macchina.
E lo sfasciacarrozze Renato mi dice a me se la macchina era mia, perché l'ha vista che era nuova la macchina. Credeva che si doveva fare qualche cosa tipo, che ne so, assicurazioni, di farla sparire e prendere i soldi dell'assicurazione.
Ci ho detto: 'no, no, non ti preoccupare, non è questo. La devi far sparire e basta'.
Risponde Giacalone e dice: 'falla spari' e chiuso il discorso', ed è finito tutto quanto.
Questa, è tutta la storia."[279]

Lo Scarano ha quindi riconosciuto, in alcune fotografie, i luoghi frequentati in occasione dell'attentato all'Olimpico.[280] In particolare:

- l'area di servizio sulla Casilina in cui si portò insieme a Lo Nigro per farsi incontro al Carra; [281]
- il piazzale della Rustica, in cui fu scaricato l'esplosivo e preparata l'autobomba (sulla destra, verso il fondo dell'immagine, ha indicato la Fiat 1100 di cui ha parlato in precedenza);[282]
- il posto in cui fu piazzata l'autobomba allo stadio, sotto un lampione; [283]
- la "caserma dei carabinieri", di fronte alla quale fu collocata l'autobomba.[284]

Ha detto poi che, nel periodo in cui doveva essere fatto l'attentato allo stadio, disse al figlio (Massimo) di tenersi lontano dall'Olimpico. Può darsi che da questo il figlio avesse compreso ciò che bolliva in pentola e ne avesse parlato con qualcuno dei suoi conoscenti.[285]

Nel periodo in cui era in preparazione l'attentato all'Olimpico gli attentatori alloggiarono in vari posti.

Infatti, Giacalone e compagnia ebbero la disponibilità dell'appartamento di via Dire Daua fino alla fine di agosto o agli inizi di settembre del 1993, allorché, tornato dalle ferie, fu contattato da Lo Nigro, il quale gli disse che qualcuno aveva cambiato la serratura dell'appartamento suddetto.

Egli (SCARANO - n.d.r.) si rivolse allora al suo amico Bizzoni Alfredo, il quale offrì la disponibilità di un altro appartamento nel quartiere Tuscolano, vicino a Cinecittà. Si trattava di una mansardina.
Le chiavi gli furono consegnate da Bizzoni e furono da lui passate ai "nipoti".

In questo locale rimasero, però, pochi giorni (cinque o sei), perché "c'erano parecchie persone che andavano su e giù" e perché, ad un certo momento, ebbero una discussione con la portiera.
In ordine a questo appartamento Bizzoni gli disse che era di un suo amico avvocato.

Le pulizie di questo appartamento furono fatte dalla solita Cantale Simonetta, insieme alla figlia quattordicenne.

Non ricorda se, per questo appartamento, diede soldi a Bizzoni.

L'appartamento fu frequentato da quelli del gruppo, compreso Giacalone.

Dal quartiere Tuscolano passarono allora, dopo la discussione con la portiera, a Torvajanica, nel villaggio Tognazzi, dove il solito Bizzoni possedeva un villino. Qui rimasero parecchi giorni (20 giorni - un mese).

Questo appartamento fu frequentato da Giacalone, Benigno, Lo Nigro, Giuliano, Spatuzza.

Egli (Scarano) si portò in questo villino, complessivamente, tre volte.

Mentre gli attentatori dimoravano in questo villino ebbe modo di conoscere Giuseppe Graviano, alla fine del 1993, il quale si portò sul posto.

Infine, sempre nel periodo di preparazione dell'attentato all'Olimpico, Spatuzza dormì, in una occasione, a casa sua (non ha specificato in quale occasione)

Ha descritto così la villa di Bizzoni a Tor Vaianica:

"Esternamente mi sembra che è bianca. Villette che stanno al mare, bianca. C'è un cancello di ferro e un piccolo giardino prima che si arriva alla porta principale della villa.
A pianterreno ci sta un salone e la cucina. E sopra, si sale una scala a chiocciola e ci stanno le camere da letto. E dal salone si va di dietro, che c'è un altro piccolo cortile, giardinetto piccolo.
...Quando si entra dalla porta a destra c'è il tavolo... Quasi vicino alla porta"

Grigoli Salvatore Ha detto di aver partecipato all'attentato in questione. La decisione di effettuare l'attentato gli fu comunicata da Giuseppe Graviano, in questo modo:

"Però io ricordo che un giorno ebbi un appuntamento con Giuseppe Graviano. In questo appuntamento Graviano ci comunicò di questa possibilità di fare questo attentato contro questi carabinieri che andavano... carabinieri, poliziotti che, di solito, negli stadi ci vanno le Forze dell'Ordine per... E ci vanno con i vari pullman, a cavallo, e via dicendo, di fare questo attentato a queste persone."[286]

L' appuntamento, ovvero l'incontro, si svolse a Misilmeri, dove Giuseppe Graviano disponeva di un villino in cui trascorreva la latitanza. A questo incontro parteciparono lui, Spatuzza, Cosimo Lo Nigro, Giuliano Francesco, Giacalone Luigi e, ovviamente, Giuseppe Graviano.

Ha detto di non ricordare, in un primo momento, se a questa riunione partecipò anche Benigno Salvatore.[287]
E' poi tornato sull'argomento, dopo una contestazione del PM,[288] in questi termini:

"Sì, guardi, siccome Benigno Salvatore faceva parte di un altro gruppo di fuoco, quello di Misilmeri, sotto le dipendenze di Lo Bianco, quindi non è che lui era organico al nostro gruppo, quindi... Adesso io dico se c'era, perché non era del nostro gruppo. Pensandoci bene penso che c'era comunque."[289]

Fu Nino Mangano a metterlo al corrente di questa riunione, comunicandogli il giorno e l'ora. Alla riunione, però, non partecipò Nino Mangano, il quale non gli disse nemmeno la ragione della stessa.

A Misilmeri si recò insieme a Giacalone, "se non erro". Giunto a Misilmeri si fece loro incontro Fifetto Cannella, il quale li accompagnò nel villino in cui si trovava Giuseppe Graviano. Anche Cannella non partecipò, però, all'incontro. Fece solo da accompagnatore.

In questo incontro si disse espressamente che l'attentato andava fatto allo stadio Olimpico di Roma. Bisognava colpire le Forze dell'Ordine.

Circa i mezzi da usare:

"Si doveva piazzare dell'esplosivo dentro un'automobile e piazzarla nei pressi dello Stadio, all'interno dello Stadio, dove erano soliti passare i poliziotti. E quindi, di conseguenza, poi fare esplodere la macchina."[290]

Quanto all'epoca di questa riunione il Grigoli ha detto di non ricordare se fu precedente o successiva all'assassinio di padre Puglisi; assassinio che egli colloca nel mese di settembre del 1993 (si ricorda di questo periodo"perché se ne è parlato tanto").[291]

Si passò quindi all'esecuzione dell'attentato.

Come "macchina" fu scelta, in concreto, una Lancia Thema di colore verde metallizzato, "mi pare". Quest'auto fu rubata a Palermo, da qualcuno del gruppo, su interessamento di Giacalone. Non sa però chi effettuò il furto:

"Se ne interessava Giacalone perché più che altro la conoscenza di queste persone che erano solite a rubare le macchine, era il Giacalone che aveva queste conoscenze.
Mah, i soliti erano: lo stesso Trombetta Agostino che si premurava di portare macchine rubate, e c'era tanti, non è che mancava chi potesse rubare le macchine a Palermo. Perché, purtroppo a Palermo...
PUBBLICO MINISTERO: No, diciamo delle persone più vicine a voi, ecco, Grigoli. So che ce n'è tanti.
IMPUTATO Grigoli: Sì, se ne occupava comunque Giacalone. C'era un certo Dragna che rubava le macchine, anche lo stesso Pietro Romeo era uno di quelli che sapeva rubare le macchine ed altri. C'era un certo Alaimo..."[292]

Alla Thema, una volta rubata, furono cancellati i numeri identificativi del telaio e del motore, le targhette e tutto ciò che potesse servire per individuarla e portare mentalmente ai palermitani:

"Più che altro a Palermo, vede, ci fu cancellato... tolte prima innanzitutto tutte le varie matricole che ci stanno dentro le macchine. Perché di conseguenza quando esplodeva, e si trovava qualche matricola, cioè qualche traccia che questa macchina era palermitana.
Quindi, di conseguenza, erano stati i palermitani.
Quindi questo tipo di ruolo, questo tipo di lavoro si fece a Palermo: levare le varie matricole, cambiare i numeri di matricola del motore, tutte queste cose qui in sostanza".[293]

Questo lavoro fu fatto a Palermo da Giacalone, nel suo autosalone. Anzi, nell'officina annessa all'autosalone. Vide personalmente il Giacalone lavorarvi.
Non fu un lavoro rischioso, perché l'officina, pur essendo all'interno dell'autosalone, era munita di saracinesca ("quindi, quando si faceva qualcosa del genere si abbassava a metà).[294]

Quindi, furono applicate alla Thema le targhe di un'altra Lancia Thema "pulita".
Per quanto riguarda l'auto pulita:

"Mi ricordo di un'altra macchina uguale a questa, che era nella disponibilità del Giacalone. Per cui smontò queste targhe di questa macchina pulita e prese anche chiaramente i documenti di questa macchina pulita per imbarcare quella rubata."[295]

Anche l'auto pulita era una Lancia Thema. Gli sembra di averla vista nell'autosalone di Giacalone e che era targata Palermo, ma non è sicuro ("Sicuro, sicuro no. Penso che sia Palermo essendo macchina di Palermo, penso che era targata Palermo. Non ne sono proprio sicuro di questo").[296]
Non ne ricorda il colore.

Il Giacalone preparò anche degli "spessori" da inserire negli ammortizzatori, in un momento successivo, quando l'auto sarebbe stata caricata di esplosivo. Lo scopo è così spiegato:

"Si era pensato di usare una Lancia Thema per imbottirla di esplosivo.
Allorché, chiaramente quando una macchina viene caricata - nel baule, no? - questa macchina si abbassa. E quindi, di conseguenza è più... cioè, c'è questa possibilità di notare questa macchina posteggiata che è caricata.
Allora, siccome Giacalone Luigi come attività faceva il meccanico e quindi era bravo nel... si premurò di fare degli spessori negli ammortizzatori della macchina, quanto si alzasse, per evitare che quando veniva caricata non fosse bassa. Cioè, veniva al livello normale.
Quindi fece questo... preparò, per lo meno, questa macchina. Non però che l'abbassò lì a Palermo. Perché di conseguenza una volta che poi veniva trasportata perché fu... questa macchina fu, si traghettò.
Quindi si notava che era più alta, al contrario.
Quindi la preparò e poi lì a Roma mise gli spessori, quando nel momento in cui bisognava caricarla."[297]

Nel giorno stabilito si portarono, quindi, a Roma. Partì lui (Grigoli), Giuliano Francesco e Lo Nigro Cosimo in treno; Giacalone viaggiò con la Lancia Thema rubata (e "ripulita"); Spatuzza e Benigno erano già a Roma.

Descrive così il viaggio per Roma:

"Allora quando partimmo, partimmo come dicevo poco fa: io, Giuliano Francesco e Lo Nigro Cosimo in treno.
Arrivammo lì alla stazione di Roma e credo che prendemmo, sì, prendemmo l'autobus. Perché vede, io siccome ho partito due volte, per lo Stadio e per Contorno, posso fare confusione. Però, credo che fu per lo Stadio che prendemmo l'autobus. Perché da questo avevo capito che loro erano bravi, cioè erano a conoscenza delle varie vie di Roma.
E andammo in un bar, in questo bar poi venne a prenderci credo lo Scarano, sì."[298]

Lo Scarano viaggiava con un'Audi 80.
Conosceva già lo Scarano. L'aveva conosciuto a Palermo, nell'autosalone di Giacalone (di cui egli era, all'epoca, anche socio):

Sì, io l'avevo conosciuto anche se non avevo avuto rapporti già a Palermo, lo Scarano. Venne nell'autosalone un giorno. E venne a prenderlo Fifetto Cannella.
Quindi, quella fu la prima volta che vidi lo Scarano."[299]

Scarano aveva, di soprannome, "Saddam".[300]

Continua:

"Comunque poi venne a prenderci, come dicevo, lo Scarano e ci portò in un appartamento. Lì trovammo lo Spatuzza e il Benigno.
Però in questo appartamento, noi ebbimo problemi. Perché la portiera si era incuriosita di questo movimento di uomini, già erano arrivati i primi due, arrivarono... arrivammo noi tre e quindi di questa cosa questa signora un pochettino si allarmò. E fece delle domande un po' strane, era incuriosita dalla cosa."[301]

In questo appartamento trovarono Benigno e Spatuzza. Di Giacalone dice:

"Non mi ricordo se arrivò in questo appartamento e quindi dopo le lamentele della portiera, di conseguenza ci spostammo in un altro appartamento, o arrivò addirittura nell'altro appartamento."[302]

Non ricorda in che zona di Roma si trovasse l'appartamento in cui fu portato la prima volta. Era comunque in un palazzo:

"...era credo all'ultimo piano addirittura. Forse il settimo o qualcosa del genere. Comunque era l'ultimo piano, mi ricordo che la porta era salendo, a destra.
Si entrava, c'era un cucinino a sinistra, un corridoio... Non sono stato molto in questo appartamento, questione di ore."[303]

Stette poco in questo appartamento. L'arrivo e la partenza avvennero nel giro di poche ore, nella stessa giornata.
La partenza fu determinata dalla discussione che ebbero con la portiera, la quale, peraltro, si era già lamentata in precedenza con Benigno e Spatuzza.

Furono portati via dallo stesso Scarano, "se non ricordo male". Poi aggiunge:

"Comunque c'erano delle persone che erano solite essere vicino allo Scarano, quindi non ricordo se venne lo Scarano insieme a un'altra persona che questa persona sarebbe, in sostanza, l'intestatario dell'affitto di quest'appartamento.
Perché poi lo stesso Scarano si lamentò con questa persona nel dire: 'insomma, perché ci sono questi problemi, qual è il problema?'
Dice: 'mah, problemi non ce ne dovrebbero essere perché io pago regolarmente l'affitto, quindi non vedo quali problemi ci sono con la portiera. Adesso chiamo l'avvocato, glielo dico, li denuncio'. Addirittura parlava di denunciarli."[304]

La persona che diceva queste cose si chiamava Alfredo; viaggiava con una Mercedes 190 ("mi pare") ed era colui che aveva la disponibilità (giuridica) dell'appartamento. Egli capì che era in buoni rapporti con Scarano.

Scarano contattò Alfredo telefonicamente, col suo cellulare,[305] per esporgli il problema che era insorto. Non ricorda però se Alfredo si portò fisicamente in questo appartamento:

"Adesso questo volevo collocare io, però non mi ricordo bene se venne lì o lo incontrai nell'altro appartamento o se addirittura, si promise anche di riaccompagnarci nell'altro appartamento."[306]

Di Alfredo dice anche:

"Questo si premurava di dare delle macchine a Giacalone e Giacalone le portava a Palermo per venderle.
Anche perché c'era un fatto, che ho capito io, se non erro, questo Alfredo doveva dei soldi allo Scarano e quindi lo Scarano gli diceva: 'va beh, dagli le macchine, li vende'.
E lui li vendeva e faceva avere i soldi allo Scarano.
Chiaramente aveva i suoi utili Giacalone."[307]

Ha detto che questa storia di macchine la apprese dallo stesso Giacalone.

Sempre intorno ad Alfredo:
"E' una persona più alta di me sicuramente, robusta, occhiali credo, capelli lisci."
Viaggiava con un Mercedes 190, di colore bianco. Di età dimostrava intorno ai 45-47 anni. Non ne ricorda la fisionomia.[308]

Quando si trasferirono nell'altro appartamento ricorda (ma non è sicuro) che Scarano si fermò per strada al Tribunale di Roma, dove doveva conferire con un avvocato per via del figlio, detenuto in carcere e per il quale sperava di ottenere gli arresti ospedalieri ("Per avere la detenzione ospedaliera, qualcosa del genere. Non mi ricordo comunque").

L'alloggio in cui furono portati dopo la discussione con la portiera era costituito da una villetta ed era in zona marittima (non sa dare altre indicazioni). Era, comunque, vicino Roma.

In questo villino si trasferirono tutti: lui (Grigoli), Giacalone, Lo Nigro, Benigno, Giuliano, Spatuzza.

Le chiavi del villino le aveva Scarano, "mi sembra". Fu lui ad aprire la porta.

Non ricorda in che modo si trasferirono in questo villino:
"Comunque, lo Scarano sicuramente c'era. Se c'erano altri, questo non lo so precisare.
...Se fece più di un viaggio, magari. Non mi ricordo questa cosa."[309]

Nello stesso giorno, o il giorno successivo, giunse al villino Giuseppe Graviano:

"Poi in questo villino arrivò Giuseppe Graviano. Parlò con... venne pure lo Scarano, parlò in disparte con lo Scarano e con lo Spatuzza.
Poi lui venne a dire che, siccome eravamo in troppi, non era il caso di rimanere tutti lì. Perché almeno due di noi potevano anche scendersene a Palermo, che non c'era motivo di stare tutti per commettere questo tipo di operazione.
E si decise di scendere io e Giuliano Francesco."[310]

Non sa dire se Graviano giunse da solo alla villetta o in compagnia di qualcuno, in quanto non si affacciò quando sentì l'auto giungere nei paraggi. Spatuzza gli disse, poi, che Graviano era giunto a Roma in compagnia di Tutino Vittorio, il quale era rimasto, però, alla stazione ("Addirittura, se non ricordo male, aspettava alla stazione, qualcosa del genere").

Anche dopo questa "comunicazione" egli rimase a Roma per qualche giorno. Complessivamente, si trattenne nella villetta al mare per quattro giorni.

Un giorno, forse proprio in quello stabilito per la partenza, furono portati da Scarano in un deposito di bibite che questi aveva a disposizione. Questo il suo racconto:

"Non ricordo se fu lo stesso giorno che noi dovevamo partire, io e Giuliano, e quindi di conseguenza venne a prenderci lo Scarano. Passammo dal deposito che lo Scarano aveva disponibile un deposito, adesso non so se vendevano bibite o cose del genere all'ingrosso.
In questo deposito io notai la Lancia Thema. La Lancia Thema che Giacalone, Benigno e lo Spatuzza insieme a Lo Nigro stavano preparando.
Stavano preparando... Benigno, più che altro, si interessava sul fattore elettrico, telecomando, tutto quanto quello che riguarda l'elettricità.
Giacalone stava preparando gli ammortizzatori, gli spessori.
Stavano lavorando sulla macchina."[311]

Il passaggio al deposito avvenne, più che altro, per salutare (Mah, più che altro passammo di lì per salutare, credo. Stavamo scendendo noi).

Descrive così il deposito:

"Dentro il capannone c'è un piazzale lì, poi si entra dentro un capannone. Però non c'erano, non era operativo questo deposito, non c'era nessuno che lavorava lì. Forse perché sarà stato di sabato. Comunque quel giorno quando io andai lì, non c'era nessuno dei..."[312]

Quanto alle operazioni di Giacalone e Benigno:

"Giacalone stava preparando, lavorava dentro la bauliera perché gli ammortizzatori... dentro gli ammortizzatori, che si smontano dal di dentro della bauliera.
Era lì che lavorava. Adesso specificatamente quello che stava facendo, stava smontando gli ammortizzatori, qualcos'altro io non lo so dire. Comunque stava lavorando lì.
Invece il Benigno stava facendo delle prove con delle lampadine, azionava il telecomando, se arrivava l'impulso in sostanza."[313]

In effetti l'impulso arrivava, perché vide che le lampadine si accendevano.

Ha detto di aver visto personalmente il telecomando nelle mani di Benigno. Aveva le dimensioni di cm 20x20 circa; era di colore nero ed aveva delle manopole. Inoltre:

"Era di quelli tipo per, che ne so... per le macchinette da corsa, per i modellini, no?"[314]

Ha aggiunto anche di aver accompagnato Spatuzza in un negozio di corso dei Mille, a Palermo, per acquistare un aereo da modellismo con telecomando, circa 8-12 mesi prima dell'attentato allo stadio. Spatuzza gli disse che l'oggetto doveva servire per un regalo.
Il telecomando era uguale, però, a quello che vide, a Roma, nelle mani di Benigno in occasione di questo attentato.[315]

Dice di essere sicuro che la Lancia Thema vista al deposito delle acque era la stessa notata nell'autosalone di Giacalone, a Palermo.

Circa gli accadimenti di quella giornata ricorda questo fatto particolare:

"Ci fu un fatto che per salire questa macchina e per non dare sospetti, perché questa macchina essendo... non c'era lo scontrino del portabollo e assicurazioni e ci fu montato uno scontrino con delle cose fasulle.
Però, Giacalone aveva commesso l'errore di prendere il portabollo del Mangano Antonino.
PUBBLICO MINISTERO: Cioè, dell'agenzia?
IMPUTATO Grigoli: Dell'agenzia, sì, di Mangano. Cosa grave questa perché nel momento in cui questa macchina saltava in aria, si poteva anche trovare questo portabollo e di conseguenza, arrivare al Mangano.
PUBBLICO MINISTERO: Quindi ci fu una discussione, poi, per questo fatto?
IMPUTATO Grigoli: Sì, non ricordo chi fu, chi se ne vantò di questo, dice: 'se non era per me che vedevo il portabollo'... Quel giorno stesso che io ero dentro il capannone. Non ricordo se fu lo Spatuzza...
PUBBLICO MINISTERO: Ho capito.
IMPUTATO Grigoli: ... che si lamentò di questa leggerezza di Giacalone.[316]

Ricorda che nel piazzale di questo deposito v'era un furgoncino parcheggiato.
Sul posto rimase un'oretta o due e vide anche dell'esplosivo. Questo si trovava, quando lo vide, nell'abitacolo della vettura, dietro il sedile, perché Giacalone stava lavorando "nel baule".

Erano tre confezioni di esplosivo, "mi pare", e sembravano forme di Parmigiano:

"Mah, noi eravamo soliti chiamare parmigiani, perché assumevano questa forma. Questa forma si assumeva dato l'operazione che si svolgeva e che io partecipai anche nel confezionamento dell'esplosivo."

Circa il peso:

"Mah, potevano svariare da una forma all'altra, se forma si può chiamare. Perché all'incirca andavano sui 60-70 chili ciascuno, quindi intorno ai 200 chili."

Circa la provenienza ed il confezionamento:

"Mah, questo esplosivo arrivava sotto forma di pietra. Veniva macinato fino a farlo diventare fine, in polvere. Dopo di ciò veniva raffinato, pesato e messo dentro sacchi di spazzatura, quelli grandi. Veniva poi legato, veniva fatta uscire l'aria che c'era dentro i sacchi, perché doveva venire compressato; cioè, veniva legato strettamente molte volte per, proprio, compressarlo: fino a farlo diventare duro. Poi veniva nastrato."[317]

Veniva nastrato col classico nastro adesivo da imballaggio, quello largo. Ma prima di nastrarlo veniva serrato con delle corde:

"No, prima con delle corde, cioè ci si metteva della forza, proprio stretto in maniera tale che uscisse fuori tutta l'aria, tipo come quando avviene una cosa sottovuoto, no?"

Per fare questo lavoro venivano utilizzate corde di circa 5 millimetro di diametro:

"Corde di spessore circa 5 millimetri. Veniva proprio... quasi quasi non si vedeva più, il sacchetto, da quante volte veniva passata la corda; perché veniva passata in tutte le parti."[318]

Il cordino era normalmente di colore bianco, fatto di stoffa (probabilmente cotone). Di solito lo procurava Cosimo Lo Nigro.[319]

Dice di sapere queste cose perché aveva partecipato personalmente al confezionamento dell'esplosivo, a Palermo, in un capannone di Corso dei Mille, alcuni mesi prima.

La macinatura e il confezionamento dell'esplosivo e il suo trasporto sui luoghi degli attentati. Il Grigoli ha fatto quindi questa digressione ed ha raccontato come, dove e da chi veniva preparato l'esplosivo.
Questo, in particolare, il suo racconto:

"Questa operazione avveniva in via Corso dei Mille Guarnaschelli. C'era, lì, un capannone dove noi avevamo la disponibilità, di questo capannone.
Io, all'epoca, mi ricordo addirittura che me lo affittai io, che si lavorava con delle sigarette di contrabbando e lavoravamo lì le sigarette. E di conseguenza fu utilizzato anche per fare questo tipo di lavoro.
Però, loro avevano cominciato già prima - perché come ho già detto, per quanto riguarda le stragi io non ho partecipato - loro già avevano cominciato prima a lavorare l'esplosivo per le stragi in una casetta di disponibilità di Nino Mangano."[320]

Secondo Grigoli, quindi, l'espolosivo per "le stragi" (si comprende che si riferisce alle stragi di via Fauro, via dei Georgogili, via Palestro, S- Giovanni e San Giorgio al Velabro, anche se non lo dice mai espressamente) fu preparato, almeno in parte, nel rudere di Nino Mangano, da "loro". Spiega così questa affermazione

"Io posso fare questa affermazione perché, quando cominciai a preparare... quando cominciai a far parte di questo lavoro, andammo a prendere l'esplosivo, gli attrezzi e tutto in questo magazzino" (nel magazzino, cioè, di Nino Mangano).[321]

Nel rudere di Mangano, quindi, fu prelevato parte dell'esplosivo da destinare allo stadio di Roma e l'attrezzatura necessaria a lavorarlo. Dell'attrezzatura dice:

"Erano le mazze - adesso non so come si chiamano - per raffinare; la rete bucherellata, non so come si chiama, non mi viene come si chiama...
PUBBLICO MINISTERO: Il setaccio.
IMPUTATO Grigoli: Setaccio, sì. I setacci, i sacchetti, le mazze, le corde, i nastri, questo intendo per attrezzatura."
C'era anche una bilancia.[322]

L'esplosivo, invece, era sotto forma di pietra ed era contenuto in sacchetti di iuta:

"La prima volta io lo vidi quando andammo a prendere questa attrezzatura in questa casetta di disponibilità di Nino Mangano. Lì prendemmo l'attrezzatura e c'erano alcuni sacchi di iuta contenenti queste pietre.
Ecco, quella fu la prima volta che io vidi, e mi si presentò sotto forma di pietra."[323]

Circa le dimensioni di queste pietre:

"Erano svariate misure; potevano essere piccoline, come potevano essere anche di 40-50 centimetri di circonferenza, cioè di diametro. Cioè, la pietra si presenta in diverse forme. Tipo pezzi di roccia, non so come spiegarlo."

Quanto al colore: "Erano sul giallastro, rossiccio."[324]

Immaginò subito che si trattava di esplosivo, mentre lo lavorava nel capannone di corso dei Mille:

"Mah, me lo comunicò Nino Mangano. Mi disse: 'senti, ci sono i ragazzi che hanno bisogno di una mano'. Io non sapevo cosa si doveva fare. Però quando poi cominciai a fare questo tipo di operazioni, capii che non è che era farina per fare il pane, quella. Però, siccome io non ero uno di quelli curiosi, uno di quelli che andava, chiedeva o domandava...
Però, per esserne certo, che fosse esplosivo - perché l'avevo capito - dissi al Lo Nigro, perché vedevo che era lui il più pratico della cosa, gli dissi: 'mah, posso fumare, eventualmente?'. Lui mi ebbe a dire: 'sì, però stiamo sempre attenti'.
Quindi, da questo ebbi conferma che era esplosivo."[325]

Del magazzino di Mangano dice che si trovava a circa 30-40 metri dall'abitazione di quest'ultimo, a Palermo, in un vicolo di Corso dei Mille Guarnaschelli. Poi aggiunge:

"Prima era un rudere, una casetta vecchia; molto vecchia, indisabitabile. Veniva usata più che altro perché lì si lavoravano gli ortaggi e quindi venivano lì a portare, a conservare gli attrezzi i contadini, anche le varie cassette degli ortaggi. Veniva usata per questa cosa."[326]

Poi il rudere fu ristrutturato, a fine '94 o nel 1995, per diventare una casa abitabile.[327]

Fu lo stesso Mangano a dirgli di portarsi nel suo magazzino per prelevare attrezzatura ed esplosivo.
Ci andò insieme allo stesso Mangano e a qualche altro del gruppo ("adesso non ricordo se venne Lo Nigro, lo Spatuzza. Non mi ricordo").
Il tutto (compresi i sacchi di iuta) fu trasportato nel capannone di Corso dei Mille con un'automobile, sistemato nel baule.

Nel capannone di corso dei Mille (quello delle sigarette) cominciò la frantumazione dell'esplosivo con l'uso delle mazze. Poi, siccome era un lavoro faticoso, fecero ricorso ad una molazza:

"Dopo si cercò di fare - siccome per rompere tutte queste pietre perché si usavano quelle mazze, quelle grandi, che sono pesanti; cioè, per uno che non è pratico è abbastanza faticoso - quindi si pensò di usare delle molazze, quelle che usano per fare la calce. Capisce quali sono?
PUBBLICO MINISTERO: Sì, sì.
IMPUTATO Grigoli: E cominciammo a usare queste molazze. La pietra veniva frantumata da queste molazze."[328]

Questa molazza fu procurata da Mangano Antonino. Probabilmente, dice Grigoli, veniva dal deposito di materiale edile dei Vaccaro. Nino Mangano era sposato con una sorella di Giacomino Vaccaro.
La ditta dei Vaccaro, la Edil Vaccaro, si trovava in via Messina Montagne, accanto alla cosiddetta "camera della morte".

Dice Grigoli che il capannone delle sigarette, in cui avvenne la frantumazione dell'esplosivo, si trovava in corso dei Mille Guarnaschelli, a circa 100-150 metri in linea d'aria dal rudere di Mangano Antonino. Descrive così il capannone delle sigarette:

"Mah, si entra da un cancello dove si accede a un grosso spiazzale e ci sono vari magazzinetti, che poi il proprietario è tutto uno, che affitta. Lì c'è uno che fa del carbone, c'è un falegname, c'è un ferraio, e poi c'è ancora un altro cancelletto dove si accede a questo capannone.
PUBBLICO MINISTERO: Ce lo vuol descrivere, Grigoli, questo?
IMPUTATO Grigoli: E' grande, cioè all'incirca 300 metri quadrati."

Descrive così l'accesso al capannone:

"C'è un cancello; si arriva dentro questo piazzale e proprio di fronte a questo cancello, che dà l'accesso su questo piazzale, c'è un altro cancelletto; c'è un corridoio e poi c'è questo capannone.
PUBBLICO MINISTERO: Quindi questo corridoio, diciamo, finisce in questo capannone.
IMPUTATO Grigoli: Sì. Poi c'è un altro piazzaletto e poi c'è il portone di questo capannone."[329]

Il portone del capannone era di ferro, di colore grigio. All'esterno del capannone egli teneva i suoi cani da caccia (aveva l'hobby della caccia).

All'interno del capannone non v'era nulla, salvo i muri perimetrali. Inoltre:

"C'era una finestra, che io mi sono premurato di murare - perché lì conservavamo le sigarette - per non fare in modo che non si vedevano, le sigarette, all'interno del magazzino."[330]

Dice il Grigoli che, quando fu fatta questa operazione di polverizzazione delle "pietre", egli non sapeva (con sicurezza) che si trattasse di esplosivo, ma lo immaginava.
Questa operazione fu fatta alcuni mesi prima della riunione di Misilmeri, di cui ha parlato all'inizio.

Furono realizzate tre "forme" grandi di esplosivo, "credo", e varie altre forme più piccole:

"Mah, ne furono fatte diverse - anche perché, poi, questa è una cosa che venni a sapere poi - di piccoline, 5, 10 chili, 15 chili, perché servivano anche per eventuali estorsioni e servivano anche perché si dovevano dare allo Scarano, che servivano allo Scarano."[331]

L'esplosivo prelevato nel magazzino di Nino Mangano era solo una piccola parte di quello occorrente per realizzare le forme di cui ha parlato; forse una rimanenza delle precedenti lavorazioni ("E' stata forse la rimanenza del...").

Infatti, nel magazzino di corso dei Mille giunsero "altri sacchi di iuta contenenti questo esplosivo, queste pietre".
Li portò Cosimo Lo Nigro.
Questi non era solo:"No, almeno in una circostanza, che lo ricordo bene, venne con lo Spatuzza."

Notò che l'esplosivo portato da Lo Nigro (e compagnia) era bagnato. Così pure quelli che lo trasportavano:

"Sì. Anche loro erano soliti a venire, quando andavano a prendere questo materiale, bagnati. Cioè, io supponevo che fosse nascosto, celato quantomeno in acqua, questo esplosivo.
Dato che i sacchi erano bagnati e loro venivano anche bagnati, quindi, da questa cosa, pensavo che..."[332]

Questi sacchi furono trasportati con la motoape di Lo Nigro, che era custodita in un garage di via Salvatore Cappello ed era di colore verde scuro ("Se non erro verde scura, insomma scura")

Nel garage di via Salvatore Cappello il Lo Nigro custodiva anche una motocicletta, nonché attrezzatura per la pesca. Dice che da lì partirono anche per commettere un omicidio.

L'esplosivo prelevato, in piccola parte, nel rustico di Mangano e quello portato, in gran quantità, da Lo Nigro, servì per confezionare le forme grandi e quelle più piccole di cui ha parlato. Fecero così:

"Veniva prima macinato e poi messo in bidoni, già in polvere - quando era già finita l'operazione di macinatura e di raffinatura - e messo nei bidoni.
Quando era sufficiente per cominciarlo a confezionare, si confezionava."[333]

Quando fu confezionato egli aveva capito, ormai, che si trattava di esplosivo.

Tra il momento in cui contribuì a confezionare l'esplosivo a Palermo e quello in cui lo rivide a Roma, nel deposito delle acque dello Scarano, passarono dei mesi.

Ha detto poi che insieme all'esplosivo prepararono anche tondini di ferro per aumentare la potenzialità offensiva dell'ordigno che si apprestavano a confezionare:

"Sì. Si tagliuzzarono pezzettini di tondino in ferro - all'incirca un centimetro, un centimetro e mezzo - e messi in un bidone in plastica, che si doveva, questo bidone, collocare accanto all'esplosivo per avere una più potenza...Distruttiva,si"

Più esplicitamente: "Cioè, quelli lì diventavano tutti proiettili".[334]

Il bidone aveva la capienza di circa 20 litri e fu quasi interamente riempito (Si, quasi. Perché poi pesava abbastanza, pesava parecchio, quindi...").

Questa operazione, però, insieme alla macinatura di una parte di esplosivo, fu fatta non più nel capannone di corso dei Mille Guarnaschelli, bensì nel magazzino della Edil Vaccaro.

Quindi, in definitiva, le macinature di esplosivo destinato allo Stadio furono più di una e furono effettuate in due luoghi diversi, a distanza di vari giorni una dall'altra. La ragione è così spiegata:

"IMPUTATO Grigoli: Sì, ma vede che succedeva anche questo: che noi macinavamo il materiale che avevamo. Quindi di conseguenza, se era 30 chili, 50 chili, 70 chili, macinavamo quello. Poi man mano andava arrivando il materiale e si macinava l'altro.
PUBBLICO MINISTERO: Benissimo.
IMPUTATO Grigoli: Non è che avevamo tutto il materiale, 2-300 chili, lo macinavamo e quindi era tutto...
PRESIDENTE: In un unico luogo.
IMPUTATO Grigoli: Ecco."[335]

Fu utilizzata, però, sempre la stessa molazza, che fu spostata da un luogo all'altro (dall'Edil Vaccaro al Corso dei Mille e viceversa).

Il confezionamento, invece, avvenne in corso dei Mille Guarnaschelli. [336]

Ha precisato che il suo coinvolgimento nelle attività di lavorazione dell'esplosivo avvenne poco dopo l'incendio dell'auto di un certo Ventura Giovanni. Dice infatti:

"Per quanto riguarda le date, io non ho buona memoria nel ricordare le date. Però, non lo so, posso collegare un fatto che avvenne durante questo periodo... Cioè, per collegarci a questo periodo, posso io dire di un fatto: che ci fu bruciata una macchina a un costruttore, un tale Ventura Giovanni.
Collego questo perché si partì da questo magazzino per bruciare questa vettura. Da lì a poco poi venne fatta questa operazione in questo magazzino.
Ecco, come collegamento di date, posso dare questo, di come..."[337]

Dice anche di non essere sicuro sul fatto che l'esplosivo confezionato, la prima volta, nel capannone di corso dei Mille Guarnaschelli finì a Roma per l'attentato allo stadio.[338]
Risponde, infatti, a questa domanda del PM:

"PUBBLICO MINISTERO: Io ho bisogno di capire se la prima volta che lei confeziona questo esplosivo è l'esplosivo che poi viene utilizzato per lo Stadio, o se quello dello Stadio è un confezionamento, diciamo, successivo e autonomo.
Ha capito?
IMPUTATO Grigoli: Non so essere sicuro su questo, non so essere preciso".

Andando indietro con la memoria (rispetto al momento in cui rivide l'esplosivo a Roma, nel deposito delle bibite) il Grigoli ha detto che l'esplosivo fu portato da Carra a Roma:

"L'esplosivo veniva trasportato con un camion.
Di solito era sempre lo stesso camion, ed era sempre lo stesso autotrasportatore. Trattasi di Carra Pietro.
Aveva un rimorchio con un ribaltabile, dove lì si poteva celare l'esplosivo e viaggiare con più tranquillità."[339]

Non ricorda, però, se insieme all'esplosivo fu caricato il bidone coi tondini di ferro, anche se si dice sicuro che quei proiettili dovessero caratterizzare l'attentato allo stadio ("Ma lo scopo era per lo stadio, comunque")

Circa il nascondiglio realizzato dal Carra sul camion dice:

"Mah, vede, io vidi che lui alzò il ribaltabile. E, sotto il ribaltabile, c'era una specie di vuoto, di cassa. Ecco, veniva messo lì e poi richiuso di nuovo il ribaltabile.
...Poi, il ribaltabile, veniva caricato da altre cose. Quindi non credo che, in un posto di blocco, riuscissero ad alzare il ribaltabile, se era caricato. Si era tranquilli sotto questo aspetto, per..."[340]

Quanto alle dimensioni, poteva essere di metri 3x0,70. La profondità era di circa 50-60 cm, "qualcosa del genere".[341]

Il cassone del camion di Carra si ribaltava lateralmente.

Le balle di esplosivo erano pesanti. Una persona non ce la faceva, da sola, a sollevarle, anche se sulle forme erano state fatte delle maniglie col cordino usato per il confezionamento. Le maniglie, però, scomparivano allorché le forme venivano nastrate esternamente.

Carra si posizionava sul camion e altre persone, da terra, sollevavano l'esplosivo all'altezza del cassone.

Quando maneggiavano le confezioni di esplosivo usavano i guanti, per non lasciare impronte nella plastica ("Eravamo soliti usare i guanti, comunque, per non lasciare impronte nella plastica).[342]

Dice, però, che fu presente ad una operazione di carico dell'esplosivo; ma, probabilmente, non si trattava dell'esplosivo destinato allo stadio:

"Ma adesso non ricordo se io ho caricato quello dello Stadio, o quello per l'attentato a Totuccio Contorno. Quando comunque lo caricai, ho questa difficoltà nel collegare quale fosse.
Comunque credo quello di Totuccio Contorno. Perché, se non erro, in quella occasione caricammo pure delle armi."[343]

Le operazioni di carico avvennero nel magazzino di cui ha parlato prima (in corso dei Mille Guarnaschelli).
Erano presenti lui, Carra e, forse, Spatuzza (su Spatuzza non è sicuro).

Vennero caricati sul camion tre involucri contenenti esplosivo, del peso di circa 50-60 kg ognuno. Una sola persona non ce la faceva ad alzarli.

Oltre all'esplosivo furono caricate, in questa occasione, anche delle armi.

Questo carico avvenne nella stessa maniera dei precedenti:

"Si è alzato il ribaltabile, caricammo l'esplosivo e borse di armi, contenenti anche dei kalashnikov, e si è celato in questa maniera."

Segue: l'esecuzione dell'attentato allo stadio Olimpico. Circa l'epoca dello spostamento su Roma del gruppo degli attentatori il Grigoli lo collega a due episodi specifici: l'incendio dell'auto di un certo Ventura Giovanni ed il derby Roma-Lazio. Dice infatti:


Inoltre:

"Sì, io, per quanto riguarda l'attentato allo Stadio, posso dire che il periodo fu quello in cui ci fu il derby Roma-Lazio.
Questa cosa io la ricordo perché mi rimase un po' impressa, perché chiaramente pensavo io che purtroppo non è che morivano solo carabinieri, poliziotti, sicuramente ci sarebbe scappato anche qualche persona... Non so come definire, civile, innocente.
Allora, pensando io il fatto che c'era nella, in quel periodo il derby, pensavo che si faceva, se capitava durante il derby, si faceva ancora più danno, c'era più gente.
Lei capirà, sicché di 40mila, potevano essere 60-70mila persone che andavano allo stadio. Perché il derby è più seguito.
Quindi, questa cosa, riuscii a pensare che, se succede durante il derby, si fa ancora più danno, si fa ancora più... Ecco, per questo ricordo il fatto del derby.
PUBBLICO MINISTERO: Senta, ulteriori riferimenti: siccome il derby, come lei sa, ce n'è sempre uno di andata e uno di ritorno, si ricorda se, in questo periodo in cui lei dice che c'era il derby, eravamo in estate, in inverno?
IMPUTATO Grigoli: No, eravamo in inverno. Questo lo posso dire anche dal fatto perché mi rimase impressa l'eleganza di Giuseppe Graviano.
E ricordo che lui aveva anche un cappotto. Quindi, da questo, posso dire che era inverno.
Oltre che ricordo che facevamo la doccia, eravamo soliti scherzare tra di noi. E siccome questo villino era munito di caldaia, e quindi staccavamo la caldaia e colui che era sotto la doccia, rimaneva con l'acqua fredda.
Quindi, da questi due particolari, posso dire che era inverno, sicuramente[344].

Dice anche che questa trasferta a Roma avvenne due-tre mesi prima dell'arresto di Giuseppe Graviano. [345]

Durante la sua permanenza a Roma ci fu qualcuno che ispezionò i luoghi dello stadio, genericamente, per verificare dove era conveniente piazzare l'autobomba:

"Allora, già all'epoca, si parlava... Perché non è che andavano proprio all'interno dello stadio. Credo che c'era una strada che, dall'alto, si vedeva all'interno. Già si parlava di qualcosa, già qualcosa da... si era in mente, già.
Però non ricordo adesso..."[346]

P er fare questi sopralluoghi fu utilizzata anche una moto di grossa cilindrata:

"Sì. Ricordo addirittura di una motocicletta che utilizzarono per questo tipo di operazione. Credo una Suzuki, qualcosa del genere."

Questa moto "forse era di qualche parente di Scarano. Ricordo che comunque era azzurra e bianca, qualcosa del genere, blu e bianca".

La motocicletta doveva poi essere utilizzata per il rapido allontanamento degli attentatori dal teatro dell'esplosione. [347]

Ha proseguito dicendo che, due-tre giorni dopo la visita di Giuseppe Graviano nel villino in cui erano alloggiati, ritornò a Palermo insieme a Giuliano, in treno.

Da Palermo seguì gli sviluppi della vicenda e notò che nella domenica prefissata non successe nulla. Dopo due-tre giorni rivide a Palermo il gruppo degli attentatori e chiese loro spiegazioni. Questo il suo discorso:

"Ma io adesso non vorrei essere ipo... cioè, non vorrei passare per ipocrita.
Siccome chiaramente doveva succedere di domenica, perché le partite, di solito, sono la domenica allo stadio, seguivo... non ricordo, quando arrivai seguii il volgersi della cosa, prestai attenzione ai telegiornali, se succedeva questa cosa.
Anche se speravo tantissimo che non succedeva, perché vede, noi certe volte commettiamo le cose, però non... dentro l'animo non è che ci sia quella voglia di realmente commetterle. Si fanno.
E quindi vidi io che non successe niente quella domenica.
Poi, dopo un paio di giorni, due-tre giorni, adesso non mi ricordo, arrivarono. E c'erano rapporti molto stretti con Giacalone Luigi, più degli altri, perché noi avevamo rapporti commerciali, di famiglia.
Quindi lui non è che aveva... anche se poi non è che era un problema, se mi raccontava i fatti a me. Perché io ho partecipato, quindi ero persona a conoscenza dei fatti. Quindi non è che era un problema se me li raccontava.
Ma, anche da questo rapporto, lui mi ebbe a raccontare tutto lo svolgersi della cosa.
E mi ebbe a raccontare che, dopo che loro avevano già deciso dove piazzare la macchina, avevano fatto tutti i preparativi, la macchina era pronta e tutto il resto, il Lo Nigro guidò l'autovettura carica di esplosivo e lo Spatuzza lo prese a bordo di una motocicletta.
Però, forse lo aspettava fuori da questo piazzale dove doveva collocare la macchina.
Quando lui posteggiò la macchina e andò via da questo piazzale, lui buttò via la chiave. E andarono.
Poi, quando passarono i pullman, le Forze dell'Ordine, il Benigno azionò il telecomando.
Dio volle che non funzionò, non arrivò l'impulso.
Quindi, di conseguenza, poi rimaneva lì questa macchina caricata con dell'esplosivo.
Quindi si pensò di andare a riprendere la macchina.
Ma, come ho già detto, Lo Nigro aveva buttato via la chiave. Quindi diventò un problema prendere questa macchina.
Provò, provarono con... hanno fatto un chiavino, qualcosa che sono soliti usare, lo spadino, insomma, sono soliti usare i ladri di auto, ma non riuscirono ad aprirla.
Allorché pensarono di chiamare proprio un ladro di auto, che Scarano conosceva.
Andarono lì, ma questo ladro d'auto non fu neanche lui all'altezza di aprire la macchina.
Ecco, durante queste operazioni, a quanto pare, lì vicino c'era una specie di garitta, dove faceva servizio un carabiniere, più di uno, adesso non lo so.
Lui mi parlò di un carabiniere in una garitta che notò questo movimento. Si avvicinò e chiese cosa facessero lì.
E allora dice: 'sa abbiamo perso le chiavi, abbiamo questo problema...'
E convinsero questo carabiniere con questa scusa.
Comunque, per abbreviare, loro poi andarono a prendere una persona che era munita di carroattrezzi e portarono via la macchina col carroattrezzi, di conoscenza dello Scarano era costui che aveva questa possibilità del carroattrezzi.
Tutto qua."[348]

Questo sviluppo degli eventi gli fu raccontato da Giacalone, ma non solo da lui. Anche Lo Nigro e Spatuzza gli dissero come erano andate le cose.

Dice (ovviamente, per averlo appreso dagli altri) che la Lancia Thema, una volta prelevata dal conoscente di Scarano, fu portata allo sfascio. Venne distrutta.

L'esplosivo, invece, rimase in zona. Non seppe nulla dagli altri, al riguardo, salvo quanto appreso in occasione dell'attentato a Contorno: "No, dopo, quando ci fu l'attentato a Totuccio Contorno, io seppi che l'esplosivo era in quel villino dove eravamo io, credo, se non ricordo male".[349]

Infatti, in un primo momento fu custodito nella villa presa per Contorno:[350]

"Sì, in un primo tempo era stato messo... c'era, in questo villino, all'esterno, una nicchia per conservare della legna. Fu celato sotto questa legna.
Poi, non so quanto tempo, è stato sotterrato.
PUBBLICO MINISTERO: Sotterrato dove?
IMPUTATO Grigoli: Nello stesso villino. Perché c'era un pezzetto di giardino con del prato inglese.
E fu sotterrato nelle vicinanze di un albero."[351]

L'albero era nel giardino della villa, su un prato all'inglese.

Successivamente, l'esplosivo fu spostato dalla villa di Alei Giuseppe da Giuliano e Pietro Romeo e nascosto in un posto diverso:

"No, dopo di ciò risalì il Giuliano, insieme credo a Pietro Romeo, per andare a mettere... questo giardinetto faceva parte di questa villetta, una volta che la villetta presa in affitto, era villetta di persone estranee ai fatti.
Quindi c'era bisogno di andare a dissotterrare questo esplosivo per andarlo a conservare in un posto più... in un altro posto.
E da quello che... cioè, fu conservato nelle vicinanze della... credo della casa in costruzione dello Scarano."

Spiega così le ragioni dello spostamento

"Ma, perché questo giardinetto faceva parte del complesso di questo villino, quindi, il proprietario, che era solito ad andare, appunto, a tagliare lì l'erba, non lo so, poteva anche succedere che questo voleva piantare qualcosa, andava a fare qualche scavo lì, si accorgeva dell'esplosivo. Non è che era persona vicina a noi, persona informata e quindi affidabile. Cioè, questo qui era estraneo dai fatti.
Quindi si pensò di spostarlo in un posto più sicuro, più adeguato. E ci andò Giuliano con il Romeo per spostarlo."

Quando lo dissotterrarono, per spostarlo dalla villetta di Alei, trovarono due balle, invece di tre. Pensarono che una l'avesse presa e utilizzata Scarano, per provocare una esplosione a Roma (in un deposito).

L'attentato allo stadio e quello a Contorno ebbero un periodo di preparazione comune. Essi si intrecciarono quanto ai soggetti, ai luoghi di preparazione e ai mezzi occorrenti.

La prospettiva dello stadio cadde perché, ad un certo punto, il gruppo si concentrò poi su Contorno. Dice infatti il Grigoli:

"Siccome, come avevo detto già ieri, c'era già in programma l'attentato di Contorno, e adesso che io ricordo bene - perché ieri sera poi ho cercato di fare mente locale su questo - cioè, già l'attentato a Contorno si doveva fare, solo che si era preferito fare prima quello dello Stadio.
Che ricordo che si parlò il fatto che questo qui, una volta che si era già organizzato, come si suol dire, ormai noi pensavamo che aveva un commercio, qualcosa - Contorno - quindi non si pensava che di lì a poco si poteva spostare. Si era capito che questo stava lì tranquillamente.
Penso che poi si decise di fare Contorno, ecco perché non si... Poi non lo so."[352]

Carra Pietro. Il Carra ha dato indicazioni molto incerte circa i viaggi effettuati in occasione, o in preparazione, di questa strage. In pratica, egli ha detto di ricordarsi di un viaggio "veloce" effettuato, nel 1993, dopo il viaggio a Prato e prima di quello ad Arluno; di viaggio effettuato agli inizi del 1994, al deposito di acque minerali dello Scarano

Di detti viaggi è opportuno parlare in questa sede, perché sono gli unici viaggi del Carra che hanno attinenza, verosimilmente, con la località della Rustica, in cui Scarano e Grigoli collocano le azioni preparatorie della strage in questione; salvo verificarne, in prosieguo, inerenza e rilevanza.

I Viaggio. [353] Dice il Carra di avere in mente le immagini di un viaggio effettuato a Roma. In particolare:

"Ho preso la nave a Palermo per Napoli, l'ho presa alle otto di sera, sono sbarcato alle sei e mezza, sette del mattino e in giornata stessa, con la stessa nave, alle otto di sera ho imbarcato vuoto, con il rimorchio uno sopra l'altro, direzione Palermo di nuovo.
Di cui mi chiese anche il portuale che viene messo sotto bordo al momento del carico della nave degli automezzi, che diciamo gestisce un po' l'imbarco, mi chiese come mai riprendevo la nave vuoto, con il rimorchio uno sopra l'altro. Perché, diciamo, il sistema lavorativo lo conoscono loro bene o male, quando arriva un rimorchio vuoto.
E' una assurdità salire vuoto, riprendere la stessa nave vuoto, andare giù.
E io risposi che mi avevano dato dei viaggi che non l'avevo più effettuato, ma mi avevano pagato le spese e stavo andando giù in ferie."

Questo viaggio, dice il Carra, si svolse 10-15 giorni prima di partire per Arluno; comunque, dopo il viaggio per Prato-Firenze (che è del 25-5-93).
E' questa, però, una indicazione di data solo "possibile", perché, dice il Carra, vale sempre la premessa generale fatta circa l'epoca dei suoi viaggi: può darsi che egli faccia confusione circa il periodo degli stessi ("Sì, sì, questo lo dico sempre. Perché posso anche confondere, diciamo, come data di viaggio").

Continua poi la rassegna delle immagini che si affacciano alla sua mente:

"Sì, io ho due balle di esplosivo piccole e una borsa di ginnastica piccola, blu. Di cui l'ho consegnata aiutandolo a Spatuzza e a Scarano da Roma, di cui li mettiamo dentro un furgone arancione, un furgoncino arancione che avevo capito era in possesso di Scarano.
Però non riesco a ricostruire sia dove abbiamo fatto lo scarico e dove eravamo, praticamente. Non riesco a focalizzare. Perché talmente è stato veloce come viaggio, e non... Ho cercato, diciamo, di ricostruirlo, però non me lo ricordo.
Ricordo bene, focalizzo il furgone, l'atto che aiuto a Spatuzza a mettere 'ste due balle sopra il furgone. Però non riesco a individuare dove è stato effettuata questa operazione di scarico.
Ho cercato anche di ricordare i viaggi che ho fatto. E l'unica volta che io vedo il furgone arancione è in questa occasione."

Il Carra ha quindi detto di aver parlato al Pubblico Ministero di un viaggio velocissimo fin dagli inizi della sua collaborazione, anche se non riusciva a ricordare nulla dello stesso. Alcune immagini gli vennero alla mente solo dopo aver appreso, su contestazione del PM, che Scarano parlava di due viaggi da lui fatti "all'acqua minerale".

Dice che il furgone arancione va collocato senz'altro in questo viaggio, per esclusione, perché in tutti gli altri viaggi da lui fatti non c'è ("Per me, praticamente, di quello che ho ricostruito io per cercare di non sbagliarmi, il furgone arancione negli altri viaggi non c'è").

Ribadisce: "Non c'è. E allora è soltanto in quell'occasione di quel viaggio veloce che c'è questa borsa, il furgone e queste due balle."

Senza dubbio, comunque, queste due balle e la borsa furono portate a Roma e furono prese in consegna da Spatuzza e Scarano ("Sì, perché è una scena che ho in visione").

Altri ricordi concernono l'esplosivo: le balle avevano la grandezza di una ruota d'auto, all'incirca. Erano più piccole di quelle trasportate in occasione delle altre stragi, ma erano confezionate alla stessa maniera.

Erano del tutto simili, per dimensioni, confezionamento e peso, ad altre maneggiate in occasione dell'attentato a Contorno (di cui si dirà) e ad altre viste presso la Polizia Scientifica di Roma. Queste potevano pesare, all'incirca, 30-35 kg; anche 40 kg.

Questi particolari li ricorda perché aiutò a scaricare dal camion le balle trasportate in occasione di questo viaggio "veloce":
.
"Perché io mi ricordo che una la alzai e l'appoggiai a Spatuzza; una, la misi sull'uscita al fosso. Diciamo, chiamiamo fosso l'interno dove, la copertura del mezzo.
PUBBLICO MINISTERO: Sì, sì.
IMPUTATO Carra P.: La misi e l'alzai dal fosso, diciamo. L'appoggiai sulla ruota, scesi dal camion, la presi e la portai dentro il furgone."

Quanto al contenuto della borsa che scaricò insieme alle balle dice:
.
"Ma io la presi e... tipo ferramenti, c'erano dentro. Era, non era piena. Diciamo, alzandola sembrava quasi vuota la borsa."

Sempre sulla borsa:

"Io, nel momento in cui gli passai questa borsa, oltre che si sentiva ferro con ferro quando la appoggiai dentro la lamiera, la borsa, dentro il nascondiglio, diciamo così, si sentiva bene il rumore dei ferri, che toccava ferro con ferro. E alzandola era quasi vuota, la borsa.
Però non aprii, non so cosa ci sia dentro."

Non ricorda in luogo in cui avvennero queste operazioni.

II Viaggio [354] Dice Carra che al "deposito d'acqua dello Scarano" trasportò una borsa, dopo averla caricata a Palermo.

Fece il viaggio da solo, via mare, arrivando alla solita area di servizio, sul raccordo anulare. Prosegue:

"Mi venne a prendere lo Scarano e Spatuzza. Di cui mi accompagnarono in questo deposito dove scaricai questa borsa. In questa occasione Spatuzza mi aveva chiesto se volevo andare in un appartamento, non mi disse in un appartamento: 'se vuoi venire a casa' - mi disse - 'a riposarti un po', che c'è anche Giuseppe Graviano'. Di cui io rifiutai, gli dissi che avevo da fare e andai via di quel deposito lì. Mi allontanai direzione Norditalia."

Descrive così il piazzale in cui avvenne lo scarico:

"E' un piazzale all'aperto che dentro c'è, diciamo ad angolo, entrando viene sulla destra, un capannone bianco, ma è all'aperto dove ho scaricato io, nel piazzale. E, non vorrei sbagliarmi, ci deve essere anche un supermercato dentro."

Dice di collocare questo viaggio agli inizi del 1994, ma non è sicuro.

La borsa era la stessa che aveva utilizzato qualche tempo prima per portare della armi da Roma a Palermo.
Nel caso di specie non aprì la borsa e non vide cosa conteneva.

Anche in questo caso adottò il sistema dei rimorchi sivrapposti.

Circa l'ora in cui giunse al deposito dice:

"Io ricordo che arrivai in serata, a circa le otto, otto e qualcosa perché lo Scarano disse: 'aspettiamo dieci minuti che il supermercato...' che c'è un'entrata di un supermercato sempre dentro questo piazzale.
PUBBLICO MINISTERO: Sì, sì.
IMPUTATO Carra P.: Chiudevano e andavano via. E infatti abbiamo sostato 10 minuti, un quarto d'ora prima di scaricare la borsa."

Quando scaricarono la borsa era buio e pioveva, quella sera ("Pioveva quella volta lì").

Del piazzale dice:

"No, io dove parcheggiai... perché io entrando con l'articolato, andando verso il muro del capannone, accanto al capannone, davo la faccia al raccordo anulare. E davanti a me, sulla mia destra - sempre tra il camion e il muro del capannone diciamo, dell'acqua, che diceva lo Scarano che aveva il deposito dell'acqua, poi se è vero non lo so - c'era questo capannone, c'era anche una macchina tipo vecchia posteggiata lì. C'era del ferro a terra, c'erano pennelli di tettoie...
PUBBLICO MINISTERO: Non pennelli, pannelli.
IMPUTATO Carra P.: Pannelli, sì. Però riuscii a vedere quello che avevo vicino perché era buio, ripeto."

Il piazzale era illuminato all'ingresso; buio in fondo:

"All'ingresso, sì. Perché c'era anche... perché entrando, subito si entrava, subito allargava il parcheggio, c'era un grande parcheggio e sulla... diciamo, entrando dava le spalle all'ingresso di questo supermercato, c'erano le luci accese del supermercato che davano un po' di luce nel mezzo del piazzale. Però in fondo dove mi sono posteggiato io, era il punto più buio".

Il piazzale era proprio vicino al raccordo anulare, da cui era separato da una rete. Egli giunse proprio in prossimità di questa rete:

IMPUTATO Carra P.: Sì, io davanti a me proprio a toccare avevo, c'era la rete forata, una rete queste di recinzione diciamo.
PUBBLICO MINISTERO: Sì.
IMPUTATO Carra P.: E non c'era tanta differenza come altezza dal piazzale alla strada, però non lo ricordo di preciso. Comunque non c'era tanta differenza di avermi colpito come strada, diciamo. Di solito, se lei entra in un parcheggio e c'è una strada a ridosso, guardandola rimane impressa che è più bassa o più alta.

Non ricorda di essersi portato in questo piazzale in altre occasioni, pur senza escludere che sia avvenuto:
"Può anche darsi che sono andato di nuovo in quel deposito, però io non me lo ricordo, non posso dare una sicurezza."

Questo luogo rivide, comunque, e indicò con sicurezza nel corso di un sopralluogo col Pubblico Ministero, anche se non ricorda il nome della località in cui si trova e del supermercato che vi ha sede.
Lo indicò al PM di sua iniziativa, senza che nessuno gliene avesse mai parlato.

Il Carra riconosce quindi in alcune fotografie mostrategli dal PM:[355]

- l'entrata del piazzale di cui ha appena parlato;
- il supermercato sito all'interno del piazzale stesso ("la palazzina diciamo grande con le cose in ferro nei vetri");
- il capannone a fianco del quale posteggiò per scaricare ("Quello lì è il capannone. E io ho posteggiato nel lato sinistro, guardando la foto, accanto al capannone in fondo c'è la ringhiera con la rete, che guarda dentro il raccordo anulare.").

Bizzoni Alfredo. Trattasi di persona esaminata ex art. 210 cpp, in quanto imputata, in separato procedimento, di alcuni dei delitti per cui è processo.

Egli ha detto che a settembre 1993 riprese possesso dell'appartamento di via Dire Daua, senza cambiare la serratura.
Scarano gli chiese, allora, di procurargli un altro alloggio per i "nipoti".

Egli propose, in un primo momento, la sua villa di Lanuvio, ma, all'obiezione che era troppo distante da Roma, mise a disposizione una mansarda sita in Largo Giulio Capitolino, n. 9.
Era un appartamento "che presi da una ragazza che aveva una causa in corso e volevo, appunto, restaurare e poi riaffittare o subaffittare..."


Era entrato in possesso di questo appartamento verso la metà di settembre del 1993.
Non ricorda chi fosse il proprietario di quell'appartamento (forse un certo Quaranta Franco, aggiunge). Era tenuto in affitto da una ragazza ("un architetto").

Egli subentrò nel contratto in base ad un accordo con questa ragazza e mandò la pigione al proprietario, che non ebbe mai modo di vedere.

In relazione a questa mansarda sorse un problema con la portiera, la quale prese a lamentare il fatto che "queste persone" rientravano tardi la sera e facevano "fracasso":

"L'unico problema che si creò in questa casa fu che la portiera più di una volta si arrabbiò perché queste persone all'interno dell'appartamento la sera facevano fracasso, rientravano tardi. E quindi una casa che era stata sempre tranquilla, non c'erano stati mai... cioè, come si dice, non era mai volata una mosca all'interno della casa, sentire queste urla, questi uomini e tutto quanto..."

Queste lamentele furono fatte dalla portiera direttamente a lui. Egli le girò a Scarano.
Quando ne ne parlò con Scarano, i "nipoti" erano già andati via:

"Infatti io andai a cercare lo Scarano, ho detto: 'ma, scusa eh, tu mi hai detto che i tuoi nipoti stavano qui per dormire, che il giorno dovevano andare a fare i giri per le macchine, per le autovetture, per i negozi. Ma la notte se si mettono a fa' caciara, io a questo punto lo devo restaurare, lo devo mettere a posto'.
E lui disse: 'ah, no. Già se ne sono andati, non ti preoccupare, ho trovato un'altra casa. Anche perché la pago molto di meno e poi ho anche finito la mia villa e me li porto là'."

Non si comprende, però, se andarono via in seguito alle lamentele della portiera o successivamente ad esse.

I nipoti di Scarano rimasero nella mansardina 4-5 giorni. Rientrò in possesso della stessa agli inizi di ottobre del 19933, perché a metà ottobre la subaffittò a un certo Mencarelli Aldo. Dice infatti:

"Io ritorno in possesso della casa, mi pare, verso ottobre. Perché poi non ci sono più andato in quella casa. Affitto quella casa nella metà di ottobre a un certo Mencarelli...
PUBBLICO MINISTERO: Aldo?
EX 210 Bizzoni: Aldo. E ci fu regolare passaggio. Ci fu una regolare ricevuta. Quindi io ritorno in quella casa per darla al Mencarelli. Però evitai, per un po' di tempo, per andarci, perché la portiera fu pesante, disse parecchie parole. Disse che avrebbe informato il proprietario.
Allora, per cercare... Non sapevo neanche cosa era successo esattamente."

- Ha detto ancora il Bizzoni che, nell'inverno del 1993, diedi la disponibilità della sua villa di Torvajanica:

"Ci fu nel periodo del '93-'94, insomma nell'inverno, ci fu un periodo in cui diedi per tre o quattro giorni ancora la mia villa a Tor Vajanica allo Scarano.
Però lo Scarano ci riportò sempre questi nipoti. Io infatti mi ero stufato, anche perché sporcavano casa, hanno creato tanti problemi anche all'interno.
E gli dissi appunto dico: 'guarda, lascia perdere'. Dice: 'no, no. Tanto me li porto via, devono andare via. Hanno da fare dei viaggi'.
Vidi sempre gli stessi nipoti, cioè, non è che ho mai visto altre persone. Una volta o due vidi altre persone che poi non ho rivisto. Non so descriverli."

Ha detto che il passaggio da Largo Giulio Capitolino a Torvajanica non fu diretto. Prima, dopo aver lasciato la casa di Largo Giulio Capitolino, i "nipoti" furono ospitati direttamente da Scarano. Dice Infatti:

"Allora, lui (Scarano -NDE) sicuramente... seppi in quei giorni nel periodo da settembre a dicembre, a gennaio, quando avvenne queste cose. E lui aveva portato questi nipoti, questi presunti nipoti - adesso non so, ditelo voi come possiamo chiamarli - li aveva portati nella sua villa lì a Fiano, a Capena.
Poi so che erano ritornati un'altra volta giù. E lui mi disse che, siccome non aveva ancora terminato il riscaldamento, c'era solo un camino, un braciere, una cosa del genere a Fiano, se potevo dargli per tre o quattro giorni - nel periodo invernale questo avviene - la casa al mare.
Io gli dissi: 'guarda, c'è ancora via Dire Daua... cioè, c'ho ancora le chiavi di via Dire Daua' perché ancora ce l'avevo.
Dice: 'no, no. Non mi interessa. Se mi vuoi dare un altro posto, anche perché lì vicino è il raccordo'.
Ora, il raccordo non è certo vicino a Tor Vajanica. Cioè, ci si può arrivare meglio non so, da via Dire Daua, o da largo Giulio Capitolino. Perché loro dovevano trasferirsi, dovevano andare avanti e indietro mi disse.
Quindi, era un posto accessibile, un posto che gli serviva per muoversi meglio perché conoscevano meglio le strade.
Io questo... sono state le risposte che più volte ho avuto."

Poi aggiunge, sempre riferito al momento in cui i "nipoti" andarono via da Largo Giulio Capitolino:

"Lo Scarano mi disse che li portava in un altro appartamento di un amico suo dove pagava meno di 700 mila lire al mese.
PUBBLICO MINISTERO: Questo è quello che lei si ricorda oggi.
EX 210 Bizzoni: Che mi disse 800 mila lire al mese.
Poi mi disse anche, dice: 'tanto vengono pure a casa mia, perché per adesso il sotto l'ho tutto sistemato'.
PUBBLICO MINISTERO: Ecco.
EX 210 Bizzoni: Ora, "il sotto l'ho tutto sistemato", parlo in relazione alla villa che era in costruzione. Quindi...
Perché casa a Roma non era disponibile per poter ospitare tutte queste persone."

Tutto ciò glielo disse Scarano. Egli non si recò mai alla villa in costruzione di Scarano. Non sa nemmeno dove sia.

Consegnò la villetta di Torvajanica a fine 1993 o agli inizi del 1994, non ricorda bene.
Questa casa rimase in possesso di Scarano e dei "nipoti" per quattro o cinque giorni, non di più.
Andati via i "nipoti" diede incarico di effettuare le pulizie nella villa a Fiori Patrizia, che ci andò col figlio.

Ha detto che, durante la permanenza dei nipoti, si portò una volta nella villa e constatò la presenza di almeno tre persone ("Uno era Giacalone, uno lo Spatuzza e l'altro Salvatore Benigno")

Ebbe l'impressione di non essere a casa sua, tanto era tutto "devastato". Vide anche, all'esterno. la Jeep di Scarano. Prosegue:

"E pensavo di aver trovato lo Scarano. E invece c'era all'interno Giacalone, e vidi che era scuro, era non so adesso l'orario come potesse essere, vedo altri due che tornavano e penso che siano stati a andare a prendere della pizza o dei viveri o qualcosa. E infatti poi quando andammo a ripulire la casa, c'erano cartoni di birra, pizza ed altro."

Questa sua visita a Torvajanica avvenne tra la fine del 1993 e gli inizi del 1994. Forse non erano ancora passate le feste natalizie del 1993 (Mi pare di no. Non ne sono certo al cento per cento, ma mi pare che non erano passate le feste).

Ha detto che alla fine del dicembre 1993 o agli inizi di gennaio del 1994 prese a lavorare alle sue dipendenze, come domestica, la signora Fiori Patrizia ("Fine dicembre '93, inizio... diciamo, il periodo delle feste, ecco").
La pulizia dell'appartamento di Torvajanica fu una delle prime incombenze di cui si occupò questa donna.

Romeo Pietro. [356] Il Romeo ha dichiarato che era in carcere nell'epoca in cui fu posto in essere l'attentato all'Olimpico.

Tuttavia, circa un mese dopo l'arresto di Scarano e Giacalone [357], ricevette da Nino Mangano l'incarico di portarsi a Capena per spostare dell'esplosivo.
In verità, Mangano lo disse prima a Giuliano. Si arrivò a lui così:

"Cioè, prima gliel'ha detto a Giuliano, e poi cercava un'altra persona per andarci. Siccome non si muoveva nessuno, gli ho detto: 'ci vado io'.
...C'era Lo Nigro, c'era Grigoli, c'erano altre persone. Lasciamo perdere a Spatuzza, che era latitante. Cioè, ma altre persone che erano libere, ci potevano andare.
...E ci sono andato, io con la firma, che dovevo andare a firmare."[358]

La decisione di spostare l'esplosivo fu presa perché Scarano era intestatario della villetta di Capena, in cui aveva soggiornato il gruppo degli attentatori. Perciò era presumibile che la Polizia avrebbe sottoposto a perquisizione la villa stessa.

L'esplosivo che si trovava a Capena era stato portato qui da Carra e sotterrato nel giardino. Giuliano sapeva il posto preciso in ci si trovava, così come lo sapeva Nino Mangano. Questo esplosivo era stato utilizzato nei falliti attentati a Contorno (così ritiene Romeo. In realtà, era stato utilizzato nella strage dell'Olimpico).

Quando fu fatta questa operazione egli era ancora sottoposto all'obbligo di firma (il lunedì, il mercoledì e il venerdì). Perciò partirono nella serata di un giorno in cui aveva appena firmato, verso le ore 20.

Fu Giuliano a fare i biglietti. Aggiunge che questi non lasciva mai il proprio nome all'imbarco, ma utilizzava nomi di copertura ("Cioè, lui si faceva chiamare Luciano, però...Una cosa di questo").

Fecero il viaggio con una Fiat Uno, imbarcandosi da Palermo per Napoli. Da qui proseguirono via strada per Roma.

Quest'auto era stata procurata da Agostino Trombetta:

"... cercavamo una macchina per andare a Roma..."
"....E Giuliano aveva chiesto se ci facevamo dare la macchina di Ciaramitaro. E io gli ho detto di no, perché quella macchina era targata Palermo, e ci voleva una macchina targata Roma.
E abbiamo avuto... Anzi, questa macchina ce l'ha data Agostino Trombetta, che lui c'ha... che lavorava con le macchine. C'aveva proprio una macchina targata Roma e ci siamo andati con questa macchina."[359]

Arrivati a Capena entrarono tranquillamente nella villetta, perché di essa avevano le chiavi.
Le chiavi erano state date loro da Lo Nigro. Lo Nigro le aveva ricevute dalla moglie di Scarano, in una occasione in cui s'era portato a Roma per colloquiare col futuro suocero (Giacalone Luigi), detenuto nel carcere di Rebibbia. Il colloquio non aveva potuto effettuarlo, ma ne aveva approfittato per contattare la moglie di Scarano e farsi consegnare le chiavi.

Prima di partire da Palermo, Mangano aveva detto loro che nella villetta avrebbero trovato quattro rotoli di esplosivo. In realtà, ne rinvennero solo due e le trasportarono a circa 200-300 metri di distanza, nei pressi di una ferrovia.

Per scavare utilizzarono degli arnesi presenti nella stessa villetta (pale e piccone).

L'esplosivo fu lasciato in zona su disposizione precisa di Nino Mangano, in vista di possibili, futuri utilizzi:

"Nino Mangano ha detto, dice: 'va be', lasciamelo là, non si può sapere mai, se doveva fare qualche altro attentato, e si usa. Neanche per prenderlo e scenderlo a Palermo e poi salirlo di nuovo."

Tornarono a Palermo nella serata di quello stesso giorno. Non ricorda se fecero il viaggio via terra o via mare.

A Palermo riferirono al Mangano di aver rinvenuto due balle soltanto di esplosivo, contrariamente alle previsioni. Il Mangano pensò che Scarano avesse preso le altre due:

"Sì, glielo abbiamo detto. E poi a Nino Mangano.
E dopo ha detto, se l'era preso Scarano."[360]

"...Cioè, noi a lui ce lo abbiamo raccontato subito. Però poi lui subito non ce l'ha detto. Perché lui sapeva che erano pure quattro.
E poi, successivamente, abbiamo saputo pochi giorni che era stato lui (Scarano -NDE-) a prendersi gli altri due."[361]

Quando tornarono a Palermo è certo che Giuliano aveva con sé le chiavi della villetta. Sa che le consegnò poi a Nino Mangano.

Ha detto infine che, subito dopo il suo arresto, avvenuto il 14 o 16 novembre 1995, fece ritrovare alla Polizia l'esplosivo in questione, portandola sul posto. Gli involucri fatti ritrovare erano all'incirca di 50 kg ognuno ed erano tutti fasciati di scotch. Erano due involucri.


LA STRAGE DI FORMELLO DEL 14-4-1994


L'individuazione degli autori materiali e l'accertamento delle modalità specifiche di esecuzione di questa strage sono state rese possibili dalle dichiarazioni di:
- Carra Pietro, rese all'udienza del 25-2-97 (fasc. n. 88);
- Scarano Antonio, rese all'udienza pomeridiana del 17-3-97 (fasc. n. 108) e all'udienza mattutina del 18-3-97 (fasc. n. 109);
- Romeo Pietro, rese all'udienza del 3 e del 4 ottobre 1997 (fasc. nn. 212-213-214-215-216-217);
- Grigoli Salvatore, rese nelle udienze del 13-14-15 ottobre 1997 (fasc. nn. 218-219-220-221-222).
- Monticciolo Giuseppe, esaminato all'udienza del 16-10-97 (fasc. n. 223).
- Sinacori Vincenzo, esaminato all'udienza del 25-9-97 (fasc. n. 202).
- Brusca Giovanni, esaminato all'udienza del 13-14-19 gennaio 1998 (fasc. nn. 286 - 287 - 290).

Il Grigoli ha deposto per ultimo, in ordine di tempo, sui fatti in questione. Le sue dichiarazioni vanno viste però subito, data la priorità logica e temporale dei fatti raccontati.

Grigoli Salvatore. Trattasi di imputato che ha consentito all'anticipazione del suo esame. Egli ha dichiarato di essere stato coinvolto in questa strage (e in quella dell'Olimpico) sia nella fase preparatoria che in quella esecutiva (comprensiva di due distinti tentativi andati a vuoto).

Per chiarezza di esposizione converrà parlare separatamente di queste due fasi ed accennare, infine, ad un episodio concernente armi, verificatosi nello stesso periodo. A questo episodio sarà utile fare un sommario accenno, perché si intreccia con fatti e personaggi di questo processo e perché costituisce un utile banco di prova della sincerità del Grigoli.

Fase preparatoria Ha detto il Grigoli che della possibilità di colpire Contorno gli parlò Nino Mangano o direttamente Giuseppe Graviano, non ricorda di preciso.

Comunque, dice il Grigoli, la decisione fu di Giuseppe Graviano, anche se non ricorda con precisione chi gli dette l'ordine. Infatti:

"Per quanto riguarda lo Stadio, ricordo che ce lo comunicò direttamente lui.
Adesso non ricordo se comunicò tutte le due cose assieme. Comunque, se non me lo comunicò lui, me lo comunicò Nino Mangano.
Non è che prendevo io ordini da altri. Non è che veniva lo Spatuzza, veniva Lo Nigro e mi diceva: 'dobbiamo fare queste cose.'
A me, se non me lo comunicava o il Mangano, o il Graviano, io non è che mi muovevo."

Ha detto di non ricordare se dell'attentato a Contorno si parlò nella stessa riunione di Misilmeri, in cui si parlò sicuramente dell'attentato allo stadio Olimpico. Poi, alla fine, ha mostrato di propendere per l'ipotesi affermativa. Queste le sue parole:

"IMPUTATO Grigoli: Non ricordo se se ne parlò nello stesso giorno in cui si parlò dello Stadio.
...Perché ricordo vagamente il fatto che si parlava, anche tra di noi, il fatto se era meglio fare il Contorno o lo Stadio, prima.
Cioè, questa cosa la ricordo, che si parlò di questa cosa.
PUBBLICO MINISTERO: Ecco, la sta mettendo a fuoco adesso?
IMPUTATO Grigoli: Sì, da ieri sera.
PUBBLICO MINISTERO: Perché ieri, per l'appunto, a una domanda che le avevo posto in maniera sostanzialmente analoga, lei ha detto: 'non mi ricordo se ci fu una riunione anche per Contorno', però sembrava abbastanza sicuro che c'era stata la disposizione di Giuseppe Graviano.
Oggi, invece, sta dicendo che effettivamente, forse, se ne parlò in quella stessa riunione.
IMPUTATO Grigoli: Sì, Sì, sì.[362]

L'esplosivo da utilizzare nell'attentato fu preparato anch'esso in Corso dei Mille Guarnaschelli, nel capannone in disponibilità del gruppo. Non ricorda chi portò l'esplosivo in detto capannone, ma fu probabilmente Lo Nigro.

Questo esplosivo arrivò al capannone già macinato. Qui fu solo confezionato.

Anch'egli partecipò al confezionamento. Per questo ebbe modo di notare che furono utilizzati tre tipi di esplosivo: uno si presentava in polvere bianca, granulosa, simile al detersivo Dash e per questo fu da loro denominato "Dash"; l'altro in polvere grigia, simile alla polvere da sparo; infine, un "salsicciotto" di gelatina.
Non c'era più l'esplosivo in pietra, utilizzato per l'attentato allo stadio Olimpico (questo esplosivo era nella disponibilità della famiglia di Brancaccio).

Dell'esplosivo bianco ha detto:

Questo esplosivo si presentava in " polvere tipo... però non polvere fine, più granulosa, come quello del Dash.
...Tipo come il detersivo. Per questo si era dato il nome di Dash, perché sembrava Dash. Anzi, addirittura credo che in un fustino c'era celato questo detersivo."[363]

Questo esplosivo (bianco) giunse al capannone in sacchi e, in parte, proprio in un fustino da detersivo. Egli capì che era fornito da famiglie mafiose diverse da quella di sua appartenenza (famiglia di Brancaccio), ma non sa da quale.

Quello grigio arrivò al capannone, gli pare, in sacchetti da spazzatura.

La gelatina fu portata al capannone in un sacchetto rosso, che aveva proprio la forma di un salsicciotto.
Dopo il fallimento dell'attentato, quando tornò a Palermo, apprese da Nino Mangano che questa gelatina "veniva dalle parti di Brusca". Lo apprese in questo modo:

"PUBBLICO MINISTERO: Senta, e i famosi salsicciotti chi li aveva procurati?
IMPUTATO Grigoli: Ma, vede, poi ci furono dei commenti, quando tornammo a Palermo, sul fatto perché l'esplosivo non esplose.
Io, se non ricordo male, parlai col Nino Mangano e, appunto se non ricordo male, mi fece capire, ebbe a dirmi che veniva dalle parti di Brusca, questa gelatina."[364]

Tutto questo esplosivo venne confezionato in corso dei Mille Guarnaschelli, alla stessa maniera di quello utilizzato per l'attentato allo stadio e dalle stesse persone: lui, Lo Nigro, Giuliano, Spatuzza.

I componenti erano però diversi da quello dello stadio e dell'esplosivo usato nelle altre stragi (quelle di Roma, Firenze e Milano).

Ha detto il Grigoli che vi fu una indicazione specifica circa il tipo di esplosivo da utilizzare per l'attentato a Contorno e che questa indicazione venne sicuramente da Giuseppe Graviano ("Adesso non ricordo se fu durante un appuntamento che ebbimo, che partecipai anch'io, o mi fu riferito da un altro componente del gruppo. Ma sicuramente dal Graviano").

Dice di essere sicurissimo che fu fatto questo discorso:

"Sì. Se uno del gruppo, più di uno, dice: 'dobbiamo usare questo esplosivo perché... per questa cosa', non è perché se l'è sognato la notte. Gliel'hanno imposta, gliel'hanno detta.
...Non è che facevamo le cose di testa nostra.
...Difatti, lì a Roma era rimasto l'esplosivo dello Stadio. Potevamo utilizzare quello. Non si è utilizzato perché, poi, ebbimo bisogno dell'altro esplosivo, quando rifacemmo l'attentato a Totuccio Contorno.
Perché la gelatina non la usammo più."

Infatti, aggiunge, a Roma era rimasto l'esplosivo non utilizzato per la strage dell'Olimpico (che era dello setsso tipo di quello utilizzato nelle stragi dell'anno prima). Volendo, poteva essere utilizzato questo esplosivo, ma non si volle, per evitare che venissero collegati i vari episodi:

"Perché non si doveva fare pensare agli inquirenti che era lo stesso...
PRESIDENTE: La stessa mano.
IMPUTATO Grigoli: ... la stessa mano, la stessa organizzazione.
Perché a chi è che può interessare Contorno? Sicuramente Cosa Nostra. Allora, dato che a Cosa Nostra interessa Contorno, è stata Cosa Nostra a effettuare le stragi, se l'esplosivo è uguale.
Era evidente che nell'uccidere Contorno era stata Cosa Nostra, quindi se l'esplosivo è uguale per Contorno ed è uguale per Roma, Firenze e Milano, di conseguenza è stata Cosa Nostra a fare anche le altre...
Quindi, per questa cosa non si doveva utilizzare lo stesso esplosivo." [365]

L'esplosivo fu portato a Roma da Carra Pietro.

Fase esecutiva I - Preparato il tutto il gruppo partì per Roma. Dice il Grigoli che lui, Giuliano, Lo Nigro e Benigno viaggiarono in treno; il Giacalone in aereo o in traghetto.

Ha aggiunto che, nel corso di questi spostamenti, erano soliti dare, all'imbarco, dei nomi "verosimili" ("Tipo Giacalò, anziché di Giacalone, per darle un esempio"), ma che non sa se, in questo caso, fu adoperata da Giacalone una precauzione siffatta.

Arrivati a Roma, andò a prenderli Scarano alla stazione e li portò in un villino che aveva preso in affitto a Capena. (NB: Pare che prima Scarano li portò a casa sua. Controllare).Lo descrive così:

"Era un villino isolato, non è che c'era altre abitazioni vicino, o per lo meno così vicino da poterci notare più di tanto.
...C'era una strada non asfaltata, una specie di trazzera, che si saliva; c'era una salita dove poi si arrivava a questo villino.
C'era un cancello in ferro, però chiuso, non visibile. Si entrava in questo cancello, c'era uno spiazzo dove c'era anche una pensilina per poter mettere la macchina al fresco, ecco. Dopo, c'era il pianterreno e il primo piano, di questa casa.
Mi ricordo che il pianterreno era un grosso salone, un bagno e un magazzino dove c'era delle attrezzature del proprietario, tipo c'era la macchinetta per rasare l'erba, il prato inglese; un tavolo da ping-pong smontato, e varie attrezzature."

Nel salone del pianterreno "c'era un camino, un tavolo in legno, lungo; e poi c'era la scala che portava nei piani superiori, al piano superiore.
...Sì, poi, chiaramente, nel lato opposto c'era una porta dove si usciva fuori e c'era questo prato inglese; mi ricordo un albero. Non ricordo se era un forno, un barbecue, qualcosa del genere".

Nel giardino c'era," un casottino dove ci metteva la legna. Se sopra c'era il forno, non mi ricordo; un barbecue, qualcosa del genere", nonché una pensilina:

"Io mi ricordo bene di questa pensilina, perché c'era una macchina di provenienza furtiva, che noi ci premurammo di mettere, appunto, sotto questa pensilina per evitare che qualche elicottero potesse notare il numero di targa, qualcosa, e quindi, di conseguenza..."

In questo villino si trattennero per parecchio tempo (sicuramente più di 15 giorni), che impiegarono nell'intercettazione di Contorno e nell'esecuzione vera e propria dell'attentato.

Sapevano già dove si trovava la casa di Contorno e ne conoscevano già, per sommi capi, le abitudini, perché tempo prima (il Grigoli non dice quando, ma si arguisce che ciò avvenne prima del loro arrivo a Capena) era stato Spatuzza a individuarlo e a studiarne le mosse, facilitato dal fatto che aveva avuto contatti, fin da bambino, con la famiglia di Contorno. Queste le sue parole:

"Ma, vede, prima partì lo Spatuzza per effettuare questi avvistamenti. Perché, vede, lui, essendo persona che abitava da piccolo proprio quasi porta a porta col Contorno, lui conosceva un po' tutti i familiari del Contorno: la moglie, il figlio, il suocero. Quindi, di conseguenza, lui era l'ideale nel fare questi avvistamenti. E partì lui, dopo che lo Scarano fece sapere questa cosa.
Lui, effettivamente, poi, venne a dire che vide il suocero, vide la moglie: la moglie col Golf, il suocero con la 127.
Quindi, questi avvistamenti li venne a fare lui."

Conoscevano anche la strada che il Contorno percorreva solitamente, in quanto era già stato oggetto dell'osservazione degli altri, per cui le loro sortite erano dirette solo ad incontrarlo:

"...noi vedevamo se c'era in zona, perché già ormai gli appostamenti, la strada che facesse già si sapeva. Uscivamo per vedere se lo vedevamo.
...Quindi non è che avevamo bisogno di pedinarlo per vedere che strada facesse, già la strada si conosceva quale era.
PUBBLICO MINISTERO: Ecco, e quale era questa strada Grigoli? Cioè, che percorreva...
IMPUTATO Grigoli: Dall'abitazione sua la strada era quella, non c'erano altre strade da fare, fino allo svincolo per l'autostrada." [366]

Praticamente, il Contorno da casa sua andava a prendere l'autostrada, a quanto avevano osservato gli altri.

Sapevano anche che Contorno non era abitudinario negli orari:

"No, proprio preciso non c'era, sbalzavano gli orari. Poteva uscire alle sette e mezzo, le otto, otto e mezzo".

Ha aggiunto che le prime informazioni utili su Contorno le aveva date Scarano. Era stato lui, infatti, a far sapere che lo storico collaboratore viveva dalle parti di Formello.
Lo Scarano aveva passato la notizia a persone di Castelvetrano vicine a Matteo Messina Denaro (il Grigoli dice di non sapere chi fossero queste persone).

Ha aggiunto anche che lo Scarano aveva, a sua volta, appreso la notizia da un costruttore delle zona, il quale trafficava con Contorno in stupefacenti.
Praticamente, lo Scarano, che era solito trafficare con la droga, era venuto in contatto con questo costruttore, che a sua volta trafficava in droga con Contorno.
La notizia, quindi, era il frutto di una triangolazione di soggetti dediti allo spaccio di stupefacenti.
Di questo costruttore il Grigoli dice:

"Sì, si parlava di un costruttore che noi poi localizzammo, questo costruttore, che abitava nella stessa stradina dove abitava il Contorno, più avanti dal villino di Contorno".
Questa persona aveva una "buona" macchina ("Non lo so se era un Ferrari, non lo so; non mi ricordo").

Ha detto il Grigoli che, nel periodo della sua permanenza a Capena, ebbe modo di avvistare personalmente il Contorno (che peraltro conosceva anche lui fin da bambino) per almeno due volte e che in entrambe le occasioni viaggiava a bordo di una Fiat Punto di colore amaranto.

Vide anche dove abitava il Contorno:

"Era una stradina, credo, non asfaltata. Il villino era sul lato sinistro, comunque era tutto, come si dice?, non c'era il modo di guardare tanto all'interno; si poteva vedere poca cosa, com'era fatto questo villino all'interno.
Mi ricordo, all'esterno forse c'era... il perimetro era fatto di un muro con mattoni gialli, qualcosa del genere.
...C'era un lampioncino giallo, come se si aprisse il portone col telecomando."

Ha aggiunto che la villa aveva il cancello in ferro. Non ricorda come era fatto, se non che consentiva una scarsa visibilità all'interno. Era ("forse") un pezzo unico ("Perché c'erano dei punti dove si vedeva il villino e dei punti non.
...Adesso non ricordo se si vedeva... Perché nel muro c'erano delle specie di finestre, nel muro perimetrale.")
Si poteva vedere l'interno, anche se non tanto bene.

Allorché si affacciò all'interno della villa poté notare delle auto. Una volta vide una VW Polo, di colore grigio topo ("qualcosa del genere").

Ha detto di sapere che il Contorno (e la sua famiglia) aveva la disponibilità di varie automobili, per avergliene viste personalmente alcune; per essergli stato riferito di altre. In particolare:
- la moglie viaggiava con una VW Golf, che era di colore grigio;
- il suocero possedeva una Fiat 127 (Spatuzza riferì che era di colore carta da zucchero);
- il Contorno viaggiava con una Fiat Punto di colore amaranto;
. v'era, infine, una VW Polo di colore grigio topo, che fu attribuita al figlio per esclusione.

Anche il gruppo degli attentatori poté utilizzare, mentre alloggiava a Capena, varie automobili.

V'era, innanzitutto, la Jeep di colore bianco dello Scarano, che fu utilizzata soprattutto nelle occasioni (e furono parecchie, come si dirà) in cui dovettero trasportare l'esplosivo da un luogo ad un altro.
V'era, poi, una Fiat Uno di colore scuro, rubata. Il Grigoli dice di non sapere chi ebbe a rubarla e che fine fece poi quest'auto. Comunque, la trovò sul posto quando arrivò alla villetta.
Ebbero la disponibilità anche di un'altra Fiat Uno, di colore bianco, in possesso dello Scarano. Quest'auto fu poi comprata da Giacalone ("se non erro").
Sempre lo Scarano, infine, mise a disposizione una Fiat Regata, di colore grigio scuro.

Oltre alle auto avevano la disponibilità di vari telefoni cellulari. Ce l'aveva sicuramente Giacalone, nonché Benigno (o Lo Nigro).

Alcuni giorni dopo il loro arrivo a Capena giunse Carra con l'esplosivo. Fu trasportato col camion e nascosto nel solito nascondiglio.
Il Carra, però, non giunse col camion fino alla villetta in cui erano alloggiati, ma si fermò sulla stradina ad una certa distanza. Dal camion l'esplosivo fu trasferito sulla Jeep dello Scarano (o sulla Fiat Uno rubata) e da qui trasportato alla villetta.

Fu quindi fatto un primo tentativo per assassinare Contorno, cinque-sette giorni dopo il suo arrivo a Capena.
Individuarono il punto migliore in un tratto stradale curvilineo, nei pressi di un cimitero, dov'era gioco forza rallentare, e collocarono l'esplosivo nella cunetta fiancheggiante la strada. Di fronte v'era una collinetta boscosa, che funzionava come punto di osservazione. La cunetta era profonda circa un metro.
Portarono l'esplosivo sul posto con la Jeep. Circa il tempo di collocazione dell'esplosivo nella cunetta il Grigoli si esprime così:

"...collocammo, noi, l'esplosivo di sera per operare l'indomani mattina.
...Un minuto, perché forse di mattina presto lo collocammo e lo togliemmo di sera. Forse di mattina presto lo collocammo..."

Questo tentativo fu fatto verso le 8,30-9,00 del mattino.

Lui e Giacalone si appostarono a metà strada tra la casa di Contorno e il posto in cui era collocato l'esplosivo, in una traversa, a circa 50 metri dall'esplosivo. Giunsero in questo posto con la Fiat Uno bianca dello Scarano.

Il compito suo e di Giacalone era quello di "dare la battuta": cioè, di avvistare il Contorno ed avvisare i compagni, perché si apprestassero ad agire.
Per fare questo avrebbero dovuto utilizzare il cellulare in dotazione al Giacalone, su cui era stato memorizzato il numero di telefono in possesso dei complici. Al momento dell'azione, quindi, fu sufficiente pigiare un tasto perché si attivasse la selezione.

Lo Nigro e Benigno si appostarono sulla collinetta boscosa, in linea con l'esplosivo e la strada. Arrivarono in questo posto con la Fiat Uno scura (quella rubata).
Il loro compito era quello di attivare il telecomando nel momento in cui Contorno giungeva in linea con l'ordigno. Possedevano un altro cellulare per ricevere la chiamata dei complici.

Il compito di Giuliano era quello "battere la strada" all'andata (quando fu collocato l'esplosivo nella cunetta) e di caricare Benigno e Lo Nigro su un'auto "pulita" dopo l'attentato. Per questo si era appostato in una piazzola esistente sulla strada, con la Regata bianca dello Scarano, dove l'avrebbero raggiunto i complici.
In questa piazzola la Fiat Uno rubata doveva essere bruciata.

In effetti il Contorno fu avvistato, quella mattina, da lui e Giacalone. Avvisarono i complici; questi azionarono il telecomando al momento buono; esplose il detonatore, ma l'esplosione non si propagò al resto della massa esplosiva; Contorno rimase illeso.

Dice il Grigoli che, dopo aver "dato la battuta", lui e Giacalone salirono in macchina e si apprestarono ad allontanarsi dal posto, in direzione contraria a quella di Contorno. Lui rimase voltato all'indietro e sentì lo scoppio del detonatore, simile ad un colpo d'arma da fuoco. Poté anche notare la sorpresa di Contorno (così gli sembrò):

"Io ero girato e seguivo la macchina del Contorno che arrivava sul punto...... prestabilito. E vidi che quando ci fu lo scoppio del detonatore, Contorno ebbe come a girarsi, che lui aveva sentito un qualcosa. Non so se lui avrà capito, cioè se lui avrà capito che cosa fosse questo rumore.
Siccome lui non vide nulla, perché non c'era nulla, non è che... non si sarà preoccupato più di tanto."

Subito dopo si ritrovarono tutti nella piazzola in cui attendeva il Giuliano e, a bordo delle rispettive auto, fecero ritorno alla villetta.

L'esplosivo fu portato via dalla cunetta quella sera stessa, dopo essersi accertati che l'operazione della mattina non era stata notata e non aveva suscitato l'interessamento di nessuno (in particolare, delle forze dell'ordine). Andarono sul posto tutti e cinque e lo caricarono sulla Jeep e sulla Uno bianca dello Scarano.
Il Grigoli descrive così l'operazione:

"Sì, ricordo un particolare: posteggiammo noi la jeep proprio a fianco a dov'era collocato l'esplosivo. E, nel momento in cui ci stavamo accingendo a caricare l'esplosivo, abbiamo visto le luci di una macchina che si stava avvicinando.
Quindi facemmo finta un po' che stavamo facendo... non so come dire, stavamo facendo un bisogno, qualcosa di... capito quello che voglio dire? Tipo, ci eravamo fermati per fare questa cosa.
E questa macchina invece si fermò letteralmente, e ci guardò un pochettino come dire: ma questi qui che stanno facendo? Cosa che noi ci preoccupammo, perché li avevamo scambiato quasi per qualcuno delle Forze dell'Ordine in borghese.
Invece poi andò via 'sta macchina qui.
Caricammo l'esplosivo e andammo via."

Ha detto di non ricordare se, quando ci fu questo tentativo andato a vuoto, Carra fosse presente o meno alla villetta.

Questo il primo tentativo, come visto dal Grigoli. Ma è bene riassumere questa parte del racconto con le parole del dichiarante:

"Vede, io adesso non so se, non mi ricordo più che altro, se mi fu comunicato dallo stesso Graviano o se per questo fatto me ne parlò direttamente Mangano. Questo qui non so essere preciso su queste cose.
E mi disse che eravamo a conoscenza...
...Eravamo a conoscenza di dove si trovasse il Contorno e che si ci doveva fare questo attentato. E per fare questo attentato, partimmo: io, Lo Nigro, Benigno, Giuliano Francesco, Giacalone Luigi e basta credo.
Salimmo, e la persona che era solita a darci gli appoggi era sempre la stessa, lo Scarano. Lui aveva preso un villino in affitto a Capena, credo.
E andammo in questo villino. Da questo villino poi cercammo di vedere se vedevamo il Contorno. Cosa che avvenne, che noi sapevamo dov'era la casa.

Io vidi il Contorno. Lo conoscevo anche. Io lo conoscevo. Io da piccolino abitavo a Brancaccio, quindi... però avevo ricordi lontani.
Però quando lo vidi, dissi: 'è lui', lo riconobbi. Anche perché tramite i telegiornali, i giornali, la fotografia è impressa...
Comunque io lo vidi un paio di volte.
E allora vedemmo il percorso che faceva e noi cercammo di localizzare il punto migliore per avere osservazione nel momento in cui bisognava azionare il telecomando, dove lui doveva rallentare.
Insomma noi poi decidemmo il punto, come si può dire, più strategico che era nei pressi di una curva che lui vi doveva rallentare. Di fronte c'era una specie di collinetta, quindi era un buon punto di osservazione, quindi diciamo che quello era il punto migliore.
Difatti lì collocammo l'esplosivo.
I compiti poi erano quello che io insieme a Giacalone Luigi, dovevamo funzionare, innalzare la battuta. Noi c'eravamo appostati nei pressi della sua abitazione, diciamo a metà fra la sua abitazione e il punto dov'era collocato l'esplosivo.
Il Giuliano credo che non aveva un compito specifico, doveva battere la strada, camminare avanti; poi, dopo aver commesso l'operazione, camminare avanti per battere la strada di ritorno.
E il Lo Nigro e il Benigno dovevano azionare il telecomando.
Così fu. Nel momento in cui Contorno passò, guidava una Punto amaranto, noi chiamammo col cellulare, quello che erano in possesso loro, non so se era del Benigno o del Lo Nigro.
Quando il Contorno arrivò sul punto dov'era collocato l'esplosivo, lo rammento perché c'era la curva, e fu azionato il telecomando.
Però successe che è esploso il detonatore ma non è esploso l'esplosivo. Cosa stranissima a sentire perché Lo Nigro era più... aveva più esperienza di esplosivo di altri. Sta di fatto che l'esplosivo comunque non è esploso.
Infatti lui, perché io ero girato perché guidava Giacalone e io ero girato nel guardare lui che scendeva, difatti il Contorno ebbe a girarsi perché il rumore del detonatore lo sentì anche lui. Io ebbi questa impressione.
Perché il rumore è come un colpo di arma da fuoco. Le stesse...
Quindi, di conseguenza, poi la sera andammo a riprenderci l'esplosivo. Abbiamo ripreso l'esplosivo, lo portammo lì nel villino a Capena. C'andammo a prenderlo con la jeep, che era in disponibilità dello Scarano, non so se era sua comunque lui era nella disponibilità di questa macchina.
E si commentava il fatto come mai non aveva esploso. E Lo Nigro ebbe a dire che la gelatina era fasulla. Perché vede, per quanto riguardava l'attentato a Totuccio Contorno, si è utilizzato esplosivo diverso da quello attuato per le stragi. E si è utilizzato diverso per un motivo ben preciso: per non dare modo agli inquirenti che lo stratagemma di coloro che effettuavano le stragi, poteva essere Cosa Nostra.
Perché poi loro con l'attentato a Totuccio Contorno con lo stesso esplosivo potevano dare tutto un filo. Ecco, da questo si è pensato di usare altro tipo di esplosivo.
E per quanto riguarda Totuccio Contorno, fu utilizzato dell'esplosivo che noi eravamo soliti chiamare Dash. Dash perché aveva... era di colore bianco, era in polvere come lo stesso detersivo cosiddetto chiamato Dash.
E quindi era uguale, e noi lo chiamavamo Dash.
Oltre a questo, nell'altro esplosivo che era di colore grigio, sembrava polvere da sparo... e questo salsicciotto di gelatina.
Allora Lo Nigro sosteneva che il detonatore, lui... Perché era tre etti di esplosivi però in un'unica confezione. Anche se nastrati separatamente, poi in unica confezione.
Quindi lui il detonatore lo doveva mettere in uno dei tre tipi di esplosivo. E lui, a sentir lui, la gelatina era la più... la migliore per metterci il detonatore.
Quindi lui ebbe a dire che fu la gelatina che non era buona. Anche perché ricordo che questa gelatina era in un sacchetto di colore... era come un salsicciotto vero e proprio, però era in un sacchetto rosso che questo sacchetto non è che era... era aperto, non era chiuso ermeticamente bene.
Forse non so se per questo non sparò."

Sollecitato poi dal Pubblico Ministero, che è tornato sull'argomento nella mattinata del 14-10-97, il Grigoli ha poi precisato, in relazione a questo primo attentato, che la "battuta", data col cellulare, al duo Benigno-Lo Nigro, contemplava la risposta di questi ultimi, "anche se non è che si doveva dire chissà che cosa".
Poco prima dell'attentato era stata fatta la prova per accertare che fosse stato memorizzato bene il numero.

Ha aggiunto che, nei giorni precedenti al fallito attentato, non effettuarono prove per verificare che i collegamenti telefonici funzionassero a dovere. Ed infatti ebbero problemi quel giorno, perché incapparono, in un primo momento, in una zona d'ombra, da cui dovettero allontanarsi (seppur di poco) per collegarsi.

Ha ribadito che quando vi furono questi attentati a Contorno lo Spatuzza non era a Roma. Su questo fatto ha un ricordo specifico:

"Sì. Quando poi mandammo Giuliano a prendere i detonatori, e quindi poi risalì Carra con altro esplosivo, portarono una lettera, una lettera che la mandava lo Spatuzza. Per salutarci, che lui col cuore era con noi, e tutto il resto."


Fase esecutiva II - Ha detto il Grigoli che, dopo il fallimento del primo attentato, l'esplosivo fu prelevato, di sera, dalla cunetta e portato nella villa di Capena.

Qui fu sconfezionato, nel salone della villa, e furono separati i tre componenti, per riassemblarli diversamente in un momento successivo, in quanto si pensò di escludere la gelatina (che non aveva funzionato).

Fu perciò mandato Giuliano a Palermo, affinché procurasse altri detonatori ed altro esplosivo.
Il Giuliano fece il viaggio di andata in nave o in aereo, ma più probabilmente in aereo ("Penso che comunque prese l'aereo. Perché avevamo urgenza che lui venisse presto").

Non sa se Giuliano, per fare questo viaggio, utilizzò nomi di copertura:

"No, perché Giuliano vede, era uno di quelli che ne diceva tanti, quindi se dovrei andarli a pensare tutte. Lui era cosiddetto chiamato Olivetti perché era così, quindi... Non lo so comunque, non lo so."

Per procurare i detonatori Giuliano fu indirizzato, da Benigno, ad un macellaio di Misilmeri, tale Giovanni Tubato, persona "vicina" a Piero Lo Bianco, "capomandamento" di Misilmeri ("Si. Benigno gli disse di andare dal carnezziere di Misilmeri, che si tratta di Giovanni Tubato").

Per procurare altro esplosivo fi indirizzato, invece, a Nino Mangano ("Dell'altro, fu detto anche a Giuliano di far sapere a Nino Mangano che ci serviva anche dell'altro Dash").

In effetti, Giuliano ritornò dopo qualche giorno con altri due detonatori (uno doveva funzionare di riserva). E dopo di lui ritornò Pietro Carra con altro "Dash".

Giuliano ritornò dalla Sicilia in compagnia di Pietro Romeo, a bordo di una Fiat Uno di colore bianco, targata Roma, di proprietà del fratello di Grigoli. Il Romeo salì apposta per riportarsi indietro quest'auto che, essendo targata Roma, "era meno propensa ad essere fermata nei posti di blocco".
Quest'auto, dice il Grigoli, era stata in possesso dello Spatuzza, anche se non era a lui intestata. Poi fu venduta da Spatuzza a Giacalone e da questi rivenduta al fratello di Grigoli.

Il Romeo si trattenne a Capena solo qualche giorno, perché aveva problemi di "firma". Rimase, probabilmente, a Capena solo un giorno e una notte e ripartì l'indomani. Dice di lui il Grigoli:

"No, forse lui dormì una notte con noi. Non so se la firma l'aveva due-tre volte la settimana. Comunque ci fu un problema di firma e lui andò via per questo. Quindi, forse dormì con noi e poi l'indomani andò via."

Può darsi, però, che anche nel corso di questa breve permanenza a Capena il Romeo sia stato portato nei pressi della casa di Contorno, approfittando del fatto che non era da questi conosciuto:

"Può darsi. Perché c'era bisogno di facce nuove, perché chiaramente Contorno non è che era un fesso, capiva se... conosceva già la gente del posto e se incontrava più di una volta una faccia, lui non è che... poteva anche sospettare qualcosa. Ecco perché ci alternavamo il Giacalone, io, il Lo Nigro, il Giuliano.
...Quindi non escludo anche il fatto che, adesso non mi ricordo, ma non escludo il fatto che Romeo sia potuto andare con uno. Con me no, sicuramente. Con uno di loro a vedere se..."

Il Carra portò l'altro esplosivo col suo camion e si fermò al solito posto, nella stradina che portava alla villa. Qui l'esplosivo fu spostato su una delle auto in disponibilità del gruppo e portato alla villetta.

Non si trattava di una grossa quantità di esplosivo: erano circa 20-30 kg di "Dash"; il necessario per sostituire la gelatina avariata.

Il Carra, una volta ritornato a Capena, si trattenne per qualche giorno. Il Grigoli dice di essere sicuro sul fatto che Carra si trattenne alla villetta, ma non è sicuro se ciò avvenne in occasione del primo o del secondo viaggio.

"Io ricordo che lui si trattenne, perché ricordo che giocavamo a carte.
E, quindi, da questo, penso che lui si trattenne.
...Ma poi ci fu un problema anche, guardi, di posti letto. Per uno o due giorni ci fu il problema dei posti letto.
Quindi penso che lui si trattenne."

Dell'esplosivo portato da Carra, giunto sfuso, fu fatta una confezione separata, da lui (Grigoli) e Lo Nigro, lavorando sul tavolo del salone del pianterreno.

Quindi provvidero a confezionare un nuovo ordigno, utilizzando la polvere nera e il "Dash". La gelatina fu scartata e, probabilmente, fu riportata a Palermo da Carra (su questo il Grigoli dice di non essere certo).

Fecero così:

"Siccome arrivò sfuso, il cosiddetto Dash da Palermo...Lo confezionammo com'eravamo soliti fare lì a Palermo.
...Quindi, di conseguenza, poi fu collocato insieme all'altro.
Vede, adesso sto ricordando le maniglie. Perché io, quando lei mi fece la domanda delle maniglie, io ricordavo qualcosa di maniglie.
Le maniglie furono utilizzate per questo attentato.
Perché quando... Ecco, quando noi confezionammo questo Dash arrivato per ultimo, e lo collocammo insieme all'altro esplosivo, facemmo, una volta che fu già sconfezionato, Lo Nigro gi venne l'idea di fare questo tipo di confezionatura con le maniglie, per essere più pratici, poi, per posare il tutto, collocar il tutto sul posto dell'attentato."

Da questa operazione venne fuori una specie di valigione alto e lungo:

"...venne fuori quasi un... non lo so, un valigione lungo, alto.
...Erano confezione uno su un altro. E, a metà - perché poi cambiammo tutto - abbiamo fatto questa sorta di maniglie allacciato con i lacci. Tutto qua.
PUBBLICO MINISTERO: Quindi, diciamo, questo pacco era unico ed era il risultato di tre pacchi, diciamo...
IMPUTATO Grigoli: Sì, di tre pacchi, sì.
...In uno c'era polvere scura, se non erro. Uno, di Dash e basta. Perché la gelatina, poi, fu tolta."

Il detonatore fu immesso, questa volta, nel "Dash" (quello portato da Carra).

Ha aggiunto che questo esplosivo (il "Dash") era già stato da loro provato, a titolo sperimentale, a Palermo, nei pressi della zona industriale, con ottimi risultati:

"Sì. Mi ricordo che c'era... c'era del materiale da scavo. Una montagna di questo materiale: pietre e via dicendo. Collocammo all'incirca 200 grammi di questo esplosivo con una miccia in mezzo a questi massi; l'abbiamo accesa, andati via, spostati perlomeno, in mezzo al giardino.
Quando è esplosa, abbiamo visto l'effetto. E abbiamo visto che l'effetto era stato ottimo. Cioè, aveva spostato, frantumato le pietre più grosse, mandate in frantumi le pietre più grosse. Quindi... erano solo 300 grammi, Quindi, di conseguenza..."

In ordine alla "polvere nera" utilizzata per questo ordigno il Grigoli dice:

"...io pensavo che si trattasse della polvere da sparo. Era di questo colore, grigiastra.
Che poi lui (Lo Nigro -NDE-) sosteneva, perché noi non ci preoccupavamo tanto quando adoperavamo, o manipolavamo l'esplosivo in pietra. Non c'era problema anche se uno fumasse, ecco.
Invece, per quanto riguardava questo tipo di polvere, lui mi diceva di stare abbastanza attenti. Anche addirittura stavamo attenti quando legavamo, questo esplosivo. Perché l'attrito poteva creare calore. Quindi, di conseguenza, esplodere."

La polvere nera in questione era "in polvere abbastanza fine". Era più fine del "Dash". Nel maneggiarla si sporcavano le mani.

Il "Dash" era di colore bianco, come il detersivo, e più granuloso della polvere nera. Era di colore uniforme e non emanava odori particolari .
Questo tipo di esplosivo, dice il Grigoli, fu utilizzato solo per l'attentato a Contorno.

Ha precisato che, quando maneggiavano l'esplosivo, specie quando lo confezionavano, erano soliti adoperare i guanti ("Perché nella corda, nel nastro, lasciavamo le impronte").

IL confezionamento di questo (secondo) ordigno fu curato da lui e Lo Nigro. Al telecomando pensò, invece, Benigno.

Il suo discorso sulla parte elettrica inizia (confusamente) così:

"...Il, per l'elettricità, per quello che riguarda, in gergo elettronico, se così si può dire, era il Benigno.
Quindi non è che io... So del solo comando, di una scatoletta collegata con i fili del detonatore. Questa scatoletta aveva delle piccole batterie; di un'altra batteria più grande.
Ecco, questo lo posso dire.
PUBBLICO MINISTERO: Allora, lei ha menzionato tre cose: una batteria più grande, delle batterie piccole e poi questa scatoletta.
IMPUTATO Grigoli: Sì."

Quindi, sollecitato dal Pubblico Ministero, il Grigoli ha aggiunto alcuni particolari al discorso appena riportato.

Ha detto che la batteria più grande era del tipo di batterie da motocicletta.
Le due batterie più piccole erano da 12 volts e andavano, probabilmente, nella "scatoletta".
La scatoletta era, forse, quella "che riceveva l'impulso".
La scatoletta aveva le dimensioni di cm 10x10 circa

Ha aggiunto che il confezionamento dell'ordigno fu, quanto alla parte elettrica, identico nel primo e nel secondo tentativo. Anche gli elementi utilizzati furono gli stessi.
Non c'era, infatti, ragione di cambiare, dal momemto che nel primo tentativo l'apparato elettrico aveva funzionato regolarmente, mandando l'impulso al detonatore (che esplose in effetti).

Vi fu differenza, invece, tra il primo e il secondo tentativo circa le caratteristiche della cunetta in cui fu collocato l'esplosivo, che spiega così:

"Vede, la differenza del primo al secondo, c'era il fatto che, nel primo, questa canaletta era, diciamo, cementata. C'era la strada, da questo lato, con questo muro, muretto di cemento, no?
Ed era largo... un metro. Quindi, posizionando l'esplosivo lì dentro, già c'era questo tipo di...
Cioè, per l'esplosivo, quello che poi ho capito io, mi hanno spiegato, per essere più efficiente, più si mette in posti, tipo che ne so, per far cadere un muro, bisogna fare un buco e metterlo dentro il buco, l'esplosivo, per avere più detonazione. Capisce quello che voglio dire?
...Quindi, una volta che già esistevano questi muretti, già questa funzione c'era. Per avere più...
...Più potenza, ecco.
Invece, nel secondo posto dove dovevamo fare l'attentato, mancava questo. C'era questa cunetta di terra, non è che c'erano muretti di cemento per avere più... potenza.
Quindi, allora, si parlò di fare qualche cassa in ferro, qualcosa, dove poter collocare l'esplosivo e avere più potenza."

Difatti, fu procurata una lamiera per farne una cassa in cui collocare l'ordigno. Questa cassa fu realizzata da Giacalone, con l'uso di una punzonatrice (o sparachiodi), e verniciata di verde, per meglio mimetizzarla; ma non fu usata. Rimase nel villino.

Ha detto pure che, originariamente, mentre erano ancora a Palermo, avevano pensato, per realizzare l'attentato, ad una "bonzetta" per l'acqua (recipiente in ferro per liquidi, della capacità di 200-300 litri), da imbottire d'esplosivo e da lasciare sulla strada. Ma poi non ne parlarono più.

Pensarono anche di sparargli, in questo modo:

"Sì. Quando poi risalì il Carra, ho visto che gli altri del gruppo parlavano apertamente davanti costui.
Quindi, io capivo che questo era a conoscenza. Non capivo, ne ero certo che ormai era a conoscenza di quello che dovevamo fare.
Quindi, allora, io ebbi a dire: 'scusate, ma...', perché ancora si doveva rifare il secondo attentato, no?...
...Vedevamo che i posti non erano tanto adeguati come il primo. Contorno era venuto a mancare due giorni. Dissi: 'perché non facciamo in un'altra maniera?'. Cioè, anziché adoperare l'esplosivo, una volta anche resici conto, perché all'inizio non sapevamo se era scortato... Insomma, dissi io: 'perché non facciamo che il Carra, dal momento in cui esce il Contorno da casa il Carra in controsenso, gli diamo - uno sta sul camion con il Carra - gli diamo la battuta; questo qui, appena se lo vede davanti, trattasi di un autotreno, gli va di fronte, lo ferma. Noi ci appostiamo, appena passa lui lo seguiamo e, se il caso, poi lo finiamo con le armi'."

Anche questa ipotesi venne però scartata, anche se non sa perché (ma lo lascia intuire):

"Non lo so. Loro non è che, poi, con le armi ci sapessero fare tanto.
L'unico era il Benigno a sapere utilizzare le armi, perché lui faceva parte del gruppo di fuoco di Misilmeri.
...Purtroppo ero l'unico a sparare, del mio gruppo."

Scartarono coscientemente l'ipotesi dell'autobomba per non creare somiglianze con le stragi dell'anno prima:

"No, una vettura perché erano già state fatte le stragi, con questo sistema.
Come le ho già detto, si doveva far pensare ad altri, quindi anche questo poteva portare a pensare che quella strategia era stata commessa da Cosa Nostra."

Perciò, tornarono all'ordigno esplosivo e lo collocarono nei pressi dello svincolo dell'autostrada, che il Contorno imboccava usualmente. Dive infatti:

Collocammo l'ordigno "nei pressi di questo svincolo. Lui, lì, doveva rallentare. Lì di fronte c'era... anzi, se non erro neanche... Comunque, io e Giacalone dovevamo stare nei pressi, c'è un cavalcavia dove si vede l'autostrada giù, e quindi, automaticamente, si vede anche lo svincolo, no? Si vedeva arrivare il Contorno che entrava nello svincolo, quindi già noi avevamo il tempo di dare la battuta, di prepararsi che Contorno stava rientrando.
...Cioè, era uno dei posti dove potere sfruttare, perché altri posti migliori non è che ce n'erano. Comunque, il migliore era solo quello, perché..."

Scartarono l'ipotesi di ripetere l'attentato nel posto del primo tentativo per non dare nell'occhio, ma anche per un motivo più particolare:

"Sì, anche perché - vede, sto ricordando un altro particolare - si ebbero dei problemi, perché c'era una casetta in costruzione, in questo punto di osservazione per operare col telecomando, dove c'erano dei muratori. Questi un pochettino videro questo movimento, si allarmarono e quindi fu scartato, a maggior ragione, anche per questo il primo punto, il primo posto dell'attentato.
Ecco, ma le dicevo l'altro posto più adeguato era quello dove che voi - "voi", dico come le Forze dell'Ordine - trovarono l'esplosivo."

Nel secondo tentativo, quindi, il punto di osservazione prescelto fu il cavalcavia. Il telecomando, invece, doveva essere azionato da "una collinetta, un punto alto" (su questo, però, il Grigoli non è sicuro).

L'esplosivo venne collocato nella cunetta la sera tardi per l'indomani. Intorno a mezzanotte.
Si portarono tutti sul posto, con la Jeep di Scarano e con una delle Fiat Uno a disposizione (o forse con la Regata). L'esplosivo fu portato con la Jeep.
Anche in questo caso l'ordigno fu ricoperto con erba che egli aveva tagliato appositamente nella villetta di Capena. Dice infatti:

"Mah, sicuramente in un tentativo, forse nel secondo, secondo tentativo, perché ricordo la cassa, sì. Nella villetta, dove noi soggiornavamo, a fianco c'era un'estensione di terreno e c'era questa, non lo so, sarà una piantagione, io adesso... Voi avete, qui, coltivazione diversa dalle nostre, non so. Era comunque queste foglie alte...
PUBBLICO MINISTERO: "Alte" cosa intende, lunghe?
IMPUTATO Grigoli: Lunghe sì, lunghe un metro, un metro e mezzo.
E io saltai dall'altro lato e c'era una falce nel magazzinetto della villetta, e tagliai un sacco di questa erba.
...Che portammo via quando andammo a collocare l'esplosivo."

L'indomani mattina si appostarono lui e Giacalone sul cavalcavia, per "dare la battuta"; Benigno e lo Nigro sulla collinetta, per azionare il telecomando. Aspettavano che Contorno uscisse di casa per imboccare l'autostrada.

Quella mattina, però, Contorno non passò. Allora si portarono alla villetta di Contorno e accertarono che la Punto amaranto di quest'ultimo non era sul posto.
Decisero allora di aspettare l'ora di pranzo per appostarsi nuovamente, sapendo che Contorno faceva rientro verso le 13,00-13,30. Aspettarono nella villetta e tornarono sul luogo dell'attentato verso le 12,30, per rimanervi in attesa.
Ma anche questa volta Contorno non passò.

Rinnovarono l'appostamento nel tardo pomeriggio, anche questa volta con esito negativo.
Decisero, perciò, di aspettare la sera per riprendersi l'esplosivo, dal momento che non potevano lasciarlo ancora sul posto. Nel frattempo fecero ritorno alla base.

Di sera, quando era già buio, tornarono sul posto, provenendo dall'autostrada, ma trovarono la zona piena di poliziotti:

"Sì, già dall'autostrada si vedevano sul cavalcavia già le volanti della Polizia. Addirittura faceva giorno di quanti ce n'erano nei pressi dello svincolo."

In quel momento erano messi così:

"Eravamo in due macchine, perché c'era la jeep, avanti, e noi dietro. Quindi stavolta io dentro la jeep non c'ero, perché mi ricordo che proprio guardavo la jeep se entrava allo svincolo, perché chi guidava gli faceva segnali con gli abbaglianti per dire: vai dritto, non entrare. Aveva paura che non si era accorto delle volanti sopra il ponte.
Io credo che ero con Benigno. E Giuliano con Giacalone. Perché eravamo i soliti due in jeep e tre con la FIAT Uno, perché dietro la jeep ci mettevamo l'esplosivo.
Quindi, adesso mi ricordo meglio: Giacalone e Giuliano con la jeep; io, Benigno e Lo Nigro con la FIAT Uno.
E ricordo che dentro la FIAT Uno, comunque, era Benigno il fatto, dice: 'andiamo a prendere il telecomando, li facciamo saltare tutti in aria'."

Poi di questa possibilità (di far saltare tutti in aria) non si parlò più, anche perché lui (Grigoli) ebbe a notare:

"Ho detto che, una volta che avevano trovato l'esplosivo, lì era saltato l'ira di Dio. Cioè, perché... Poi l'autostrada veniva chiusa, posti di blocco. Se ci fermano, qua, lo portiamo scritto in fronte che eravamo stati noi. Ci trovano con un telecomando dentro una macchina, quattro palermitani, non so se..."

Non sa dire se, in quel momento, l'esplosivo era già brillato (da qui si arguisce che il gruppetto non sentì nemmeno l'esplosione).

Tornarono quindi alla villa e partirono, forse, quella sera stessa, con una Mercedes messa a disposizione da Scarano. Solo Giacalone rimase in zona.

Anche in questo caso conviene però ripetere (o meglio riassumere) tutta la vicenda con le parole del Grigoli, partendo dall'epilogo del primo attentato:

"Quindi da qui poi, innanzitutto bisognava vedere - come stavo dicendo ieri - se il Contorno aveva capito qualcosa, quindi se aveva le solite abitudini. E Giacalone l'indomani andò, uscì di mattina presto per vedere se il Contorno continuava ad avere le proprie abitudini. E ricordo io che lui venne e disse che non lo vide.
Si andò anche il secondo giorno e non fu rivisto nemmeno. Allorché io dissi loro di... 'secondo me' - dissi - 'è meglio che scendiamo, è assurdo che ancora stiamo qui. Se questo qui ha capito è peggio. Cioè, meglio scendere e fra quindici gio... questo qui vede che è tutto a posto, che non è successo niente, non vede facce nuove, non vede niente, non si allarma e quindi di conseguenza si tranquillizza e poi ritorniamo quando lui è più sereno. Perché se va via non è che è facile rintracciarlo un'altra volta'.
Invece loro si erano intestarditi nel volerlo fare a tutti i costi in quei giorni. Il più intestardito comunque era il Giacalone Luigi. Non mi ha voluto dare ascolto su questa cosa.
Poi, non ricordo se fu il terzo giorno, o il quarto, addirittura, rivedemmo il Contorno. Quindi, nel frattempo comunque si era mandato già il Giuliano per prendere stavolta due detonatori anziché uno e aspettavamo dell'altro esplosivo.
Il Giuliano venne, portò i detonatori. Salì con Pietro Romeo.
Da premettere che io gli avevo detto a Giuliano anziché di venire col treno, con la nave, siccome mio fratello era in possesso di una FIAT Uno targata Roma, gli dissi: 'vai da mio fratello, gli dici prestami la macchina che gli serve a tuo fratello', tutto qui. Cosa che il Giuliano fece e salì con la FIAT Uno di mio fratello. Salì lui e portò con sé Pietro Romeo.
A sentire lui portò il Pietro Romeo per poi riscendersi la macchina di mio fratello. E così avvenne. Il Pietro Romeo poi riscese con la macchina di mio fratello.
Quindi, poi la prossima cosa da fare era quella di vedere, perché non era più opportuno ricollocare l'esplosivo nello stesso posto dove era stato collocato prima. Quindi la prossima cosa che facemmo fu quella di vedere se trovavamo un altro punto dove potere collocare l'esplosivo.
Secondo me non ce n'erano punti migliori di quello lì. Quello lì era l'ideale per poter svolgere questo tipo di operazione. Loro ebbero a dire che quell'altro punto che avevamo ritrovato era pure buono. Che si tratta nei pressi... che poi si tratta dove... che fu rinvenuto l'esplosivo realmente. Perché non c'era un punto dove si poteva avere la visuale in linea, come spiegavo prima.
Loro comunque dissero che andava bene così e così facemmo. Collocammo l'esplosivo lì. E io e Giacalone attendevamo che passasse il Contorno. Perché di mattina il Contorno passò, ci sfuggì, non ricordo bene che successe, comunque ci sfuggì. Aspettavamo il rientro del Contorno. Cosa che noi non vidimo, non lo vidimo passare, quindi noi pensavamo che aveva un altro appartamento in qualche altro posto, o che avesse fatto un'altra strada.
E quindi decidemmo la sera di andare a riprenderci l'esplosivo. Prima di entrare allo svincolo, abbiamo visto tutte le luci dei lampeggianti della Polizia, era pieno. Quindi non entrammo nemmeno allo svincolo, ma andammo dritto. Andammo a uscire all'altro svincolo e tornammo nella villetta.
Lì c'era chi diceva, dice: 'andiamo a prendere il telecomando, li facciamo saltare tutti in aria'. Io gli dissi: 'voi siete pazzi, veniamo di nuovo qua, qua è pieno di Polizia, se ci fermano per strada, quattro palermitani, cose, qua'. Questa cosa comunque non si fece.
Arrivati poi al villino decidemmo di scendere a Palermo. E siamo scesi con un Mercedes. Non mi ricordo di chi era questo Mercedes, se lo fece prestare lo Scarano, Mercedes diesel.
Ecco, questo è..."

L'esplosivo destinato a Contorno rimase, in un primo momento, nella villa. Quindi fu spostato da Romeo e Giuliano e trasferito nei pressi della villa (in costruzione) di Scarano:

"No, dopo di ciò risalì il Giuliano, insieme credo a Pietro Romeo, per andare a mettere... questo giardinetto faceva parte di questa villetta, una volta che la villetta presa in affitto, era villetta di persone estranee ai fatti.
Quindi c'era bisogno di andare a dissotterrare questo esplosivo per andarlo a conservare in un posto più... in un altro posto.
E da quello che... cioè, fu conservato nelle vicinanze della... credo della casa in costruzione dello Scarano."[367]


Il Grigoli ha quindi aggiunto che, nel periodo della sua permanenza a Capena, conobbe Frabetti Aldo. Questi, però, era già conosciuto dagli altri componenti del gruppo, con cui aveva avuto rapporti in precedenza.
Alla villetta il Frabetti andò per portare loro da mangiare:

"Lui venne per portarci da mangiare.
...Non mi ricordo se venne con lo Scarano, o prima venne lui e poi lo Scarano.
...Ci fu pure lo Scarano, quando venne lui.
Non ricordo se vennero assieme, o separatamente."


Armi a Capena Ha proseguito il Grigoli dicendo che Scarano volle regalare delle armi alla "famiglia" di Brancaccio.
Queste armi erano sotterrate in un cannetto nei pressi di una villa che lo Scarano si stava costruendo. Ma stiamo al suo racconto:

"Lo Scarano era in possesso delle armi, di queste armi. E li diede al mandamento di Brancaccio. Quindi, andammo insieme a prenderle. Dove lui ha questa abitazione in costruzione c'è una specie di ruscelletto con del canneto. E in questi pressi qui lui aveva sotterrato una cassa di legno. Dentro questa cassa di legno c'erano queste armi che lui mi consegnò e che poi furono scese a Palermo."

Ciò avvenne, dice il Grigoli, nel periodo in cui erano a Capena. Egli si portò personalmente nel luogo in cui erano nascoste le armi. Ci andò con la Jeep, insieme a Giuliano o Lo Nigro, non ricorda di preciso.

Le armi erano sotto terra, in una cassetta di legno. Sembrava proprio una cassetta fatta per contenere armi. All'interno c'era del materiale gommoso, che funzionava da isolante. Sulla stessa si esprime così:

"Non vorrei sbagliarmi, ma addirittura c'era scritto Arm* o qualcosa del genere sulla cassetta. E poi era foderata all'interno di questa cassetta in legno. Ma io credevo che fosse, comunque, una cassetta proprio apposta per le armi."

Le armi contenute nella cassetta erano diverse:

"C'erano diverse 45 e diverse 44, una calibro 9 corta. Comunque mi ricordo bene c'era una 45 automatica di marca Astra. Questa qui me la ricordo bene perché l'ha voluta il Lo Nigro Cosimo. Poi c'erano altre due 44 a tamburo, un'altra 45 a tamburo e una calibro 9 corta, se non ricordo male, sì. Che poi questa l'ha voluta Giacalone Luigi."

Queste armi, una volta prelevate dalla cassetta, furono portate a Capena (la cassetta fu lasciata sul posto).
Da qui furono trasportate a Palermo da Pietro Carra, quando questi tornò in Sicilia (dopo essere salito per la seconda volta).

A Palermo furono portate tutte. "Si. Però poi, gliel'ho detto, l'Astra la prese Lo Nigro e il calibro 9 Giacalone."

A Palermo le prese in custodia Nino Mangano. Poi: "Se non erro lui ebbe a dirmi che poi le diede a Bagarella."
Ha detto di non sapere perché Mangano le diede a Bagarella.

Insieme alle armi c'erano anche delle munizioni.

"Erano munizioni di calibro 45 e 44, però non erano solo le solite munizioni con palla blindata, erano munizioni con contenitori, tipo cartucce per fucile. Le cartucce per fucile, la stessa cosa, però per pistola. Avevano i contenitori contenenti il piombo fino."


Carra Pietro. Le dichiarazioni del Carra concernono, come al solito, la fase del trasporto dell'esplosivo e le situazioni che, da questo angolo visuale, poteva conoscere.

In relazione a questo attentato ha dichiarato di aver effettuato due trasporti di esplosivo, a breve distanza di tempo uno dall'altro, nella prima metà del mese di aprile 1994.
Questi due viaggi furono precedeuti da un altro viaggio, effettuato a fine marzo 1994, che riguardò non già esplosivo, ma tegole, portate a Fiano Romano, in una villa che Scarano Antonio stava edificando. In relazione a questo viaggio il Carra non ha reso dichiarazioni strettamente attinenti alla vicenda criminosa che ci occupa, ma anche di esse occorrerà parlare, sia perché costituiscono, ancora una volta, un utile banco di prova della sua sincerità, sia perché proprio nel corso di questo viaggio comincia la conoscenza, da parte del collaboratore, dei luoghi e delle situazioni che saranno teatro e prologo dell'attentato a Contorno.

Vediamo separatamente, cominciando proprio da quest'ultimo viaggio (che è il primo in ordine di tempo).

Viaggio delle tegole [368] Un giorno (siamo nella seconda metà di marzo del 1994, come si vedrà), il Carra fu contattato da Giacalone e Lo Nigro, i quali gli chiesero di effettuare un viaggio di tegole a Roma, da regalare a Scarano.

In effetti le tegole furono caricate in una fornace sita proprio nei pressi della sua agenzia di autotrasporti, in via Messina Marine. Fu Giacalone, col quale si portò a ritirare il mezzo (una volta caricato), a pagare le tegole (circa tre milioni) e le spese del viaggio.
Al momento del ritiro delle tegole fu rilasciata bolla di accompagnamento recante la data del 23-3-94, a nome della ditta Sabato Gioacchina, via Federico Orsi Ferrari, n. 6/C - Palermo -) L'indirizzo del destinatario, segnato sulla bolla, lo diede Giacalone (via Capena, n. 23 -Fiano Romano - Roma).[369]

Quindi si dettero appuntamento alla solita area di servizio, quella sull'autostrada, e partì. Fece il viaggio da solo, imbarcando a Palermo e scendendo a Napoli. Aveva con sé il telefono cellulare intestato alla moglie (La Bua Liliana).
Non ricorda se fece il viaggio nello stesso giorno in cui furono caricate le tegole o il giorno successivo.

In occasione di questo viaggio gli consegnarono, a Palermo, anche una busta al cui interno v'erano o patenti o carte di identità in bianco da consegnare allo Scarano. Infatti, a quel che capì, lo Scarano aveva amici in grado di falsificare documenti:

A Roma, all'area di servizio, trovò Giacalone e Scarano, i quali lo accompagnarono a Fiano Romano, dove si trovava la villa in costruzione di quest'ultimo.
Mentre gli operai scaricavano il camion lui, Scarano e Giacalone si portavano, in auto, in un'altra villa sita non molto distante, di cui aveva le chiavi Giacalone. Di questa villa seppe poi che era stata acquistata o presa in affitto da Giacalone, ma non capì per quale motivo e da quanto tempo questi ne avesse la disponibilità.

Descrive così la strada per arrivarci:

"Si. Praticamente uscendo da Fiano Romano si proseguiva la strada, arrivando diciamo nella strada in cui porta sia in questa villetta, che nella villetta dello Scarano, si passava tipo un sottopassaggio sulla sinistra delle Ferrovie dello Stato. Si andava su, che si entrava tipo in un residence di villette. Si faceva una stradina sulla sinistra, salendo. Per come portava la strada, di fronte di veniva il cancello di questa villetta qua di Giacalone."[370]

Della, villetta, invece, dice:

"Entrando, sulla mia sinistra c'era diciamo una specie di... dove si parcheggiano macchine, sotto una tettoia piccola, fatta così; di fronte c'era la villetta, si entrava dentro. Entrando, sulla sinistra c'erano due stanzette; poi c'era il bagno; un'altra stanzetta.
Sulla mia destra, sempre parlando, entrando sulla mia destra c'erano delle scale che portavano giù in un'altra sala grande, in una stanza grande dove c'era il camino. E un cucinino, anche.
Giù c'era la porta che portava all'esterno della villetta, con un po' di terreno che andava verso giù. E basta".
All'esterno il terreno "era recintato, però era lungo, diciamo non era piccolo."[371]

All'esterno della villa v'era un giardino, abbastanza "lungo", che era tutto recintato (dalla descrizione che Carra fa della villa e del modo per arrivarci si comprende che la "villa di Giacalone" altro non era che la villa di Alei Giuseppe, a Capena).

Giunti in questa seconda villa lasciarono sul posto i bagagli (Carra aveva con sé una borsa); montarono sull'Audi dello Scarano e fecero un giro nella zona. Prima si portarono a casa dello Scarano, che il Carra descrive così:

"Entrando mi sembra che è al primo piano, entrando dalla porta sulla mia destra mi trovavo la cucina e sulla mia sinistra un salone con il divano. E accanto alla cucina, il bagno. Poi non ho visto altro." [372]

Qui si trattenne per circa un quarto d'ora e conobbe la moglie di Scarano, che gli apparve così:

"La moglie di Scarano era bionda, sui 45 anni, 40 anni, 45. E non alta, come donna, un po' bassa. Non bassa però che colpisce, normale. Però non era un donna alta. Ed era abbastanza grossa, anche, come corporatura." [373]

Poi passarono, a quel che si capisce, per il paese di Capena:

"Ci siamo messi in macchina, con l'Audi, siamo passati di un paesino, più vicino di queste villette, che c'è la banca; c'è una banca in una piazza, che lo Scarano è andato in banca e io e Giacalone siamo andati al bar a prendere un caffè. Lui ha finito l'operazione alla banca che doveva fare, ci siamo messi in macchina e siamo andati in direzione Milano."[374]

Andarono quindi tutti e tre (Carra, Scarano e Giacalone) nei pressi di Milano, in direzione "laghi". Giunti in un paese il Giacalone effettuò una telefonata. Venne a prenderlo una persona che il Carra dice di non sapere chi sia. I due si allontanarono.
Dopo poco tempo tornò il Giacalone con una Peugeot rossa con targhe estere (forse belghe), rubata.
Di quest'auto il Carra dice:

"...era una macchina rubata; e constatai anche che era stata rubata a Milano, perché c'era delle cassette di Mina. E non ricordo cosa c'era che io buttai via dal finestrino, strada facendo, tipo una bolletta o qualcosa intestata a una donna di Milano. Però non mi ricordo che nome era."[375]

La Peugeot fu guidata da lui fino a Roma, dove fecero subito rientro, giungendo alla villa verso le 4 del mattino.
Infatti, erano ripartiti da Milano nella serata dello stesso giorno in cui erano arrivati.

Dormirono nella villa di Giacalone (era la prima volta che lo faceva). L'indomani giunse Scarano in compagnia di due donne.
Questo il suo racconto:

"Praticamente io ho dormito in questa villetta qua insieme al Giacalone. Di cui, all'indomani, quando ci è venuto a prendere lo Scarano, ha portato due donne per fare le pulizie in quella villetta.
Che era la prima volta che li vedevo. Di cui, il Giacalone mi diceva che andava a letto con una di queste due.
Però è arrivato lo Scarano con queste due ragazze, loro sono entrate, e io e Giacalone siamo usciti con le borse per andare via. Al che, ci siamo messi le borse sul camion."[376]

Quello stessa mattinata fu portato da Scarano nei pressi delle sua villa in costruzione, dove, in un canneto poco distante, tirò fuori una cassetta piena di armi:

"Ci portò apposta lo Scarano, la mattina in cui lasciò le due ragazze per fare le pulizie e ci prese a me e al Giacalone; ci portò nella villetta. Io misi la mia borsa sopra il camion. E ci portò proprio giù dalla villetta, davanti alla villetta dello Scarano in costruzione, che arriva giù quasi in un fiume, che passa un fiume piccolo, che c'è delle canne, vegetazione abbastanza grande.
Là in mezzo, ci portò. Di cui, vicino a un albero aveva sotterrato, lui, una cassetta; di cui la aprì e dentro c'erano otto o nove pistole.
Di cui, una la regalò a Giacalone; e una piccola che lui mi disse: 'prenditene una', e io dissi: 'no, che devo fare?'; poi insisteva e ho presa questa piccola. Le ho portate via io, queste due pistole, che poi, a Palermo, le consegnai a Giacalone."[377]

Circa le caratteristiche ed il contenuto della cassetta ha detto:

"Era una cassetta quadrata in cui dentro c'erano piantati dei chiodi per fermare le pistole dal... come si chiama?
PRESIDENTE: Anello.
IMPUTATO Carra P.: Dall'anello. Era coperta tipo con del cellophan nero di sacchetti di immondizia, abbastanza curata per non infiltrare diciamo umidità o cose del genere. O acqua. E si apriva.
C'erano, era quadrata e si apriva da un lato, tipo una cassetta con delle cerniere di un lato soltanto."[378]

Era " tipo una valigia, però più grande di una valigetta." Era poco più grande di una ventiquattrore.

Ripete che la cassetta "era tutta ricoperta tipo questa plastica, di nero. Plastica nera, proprio. Come glielo posso spiegare?
...Una plastica nera e poi sopra il cellophan, nel sacchetto questo grande dell'immondizia, diciamo."

Le pistole " erano abbastanza nuove, a tamburo e automatiche, erano."

Circa la provenienza: "Non mi dissero che provenienza erano.
...Ma mi ricordo che lo Scarano li teneva tipo una collezione privata. E' una cosa sua, personale."[379]

Ha detto di aver rivisto questa cassetta a Roma, allorché gli fu mostrata dal Pubblico Ministero, vuota di armi, e di averla riconosciuta con sicurezza.

Circa le due pistole avute dallo Scarano ha detto di averle nascoste, al momento, sul camion. Arrivato a Palermo le consegnò a Giacalone e non le rivide più. Queste due pistole le descrive così:

"Si, praticamente la pistola grande era nera. E non vorrei sbagliare, ma era quella automatica.
E l'altra era piccola cromata. Era piccola, anche automatica, mi sembra, quella piccola."[380]

In ordine a questo viaggio ha aggiunto di essersi trattenuto sul posto per tre-quattro giorni, nel corso dei quali fu portato da Scarano a casa sua (circostanza già riferita); a Roma presso un amico dello Scarano, per acquistare scarpe; in una clinica fuori Roma, dove era ricoverato il figlio maggiore dello Scarano, agli arresti domiciliari.
Quando andò in questa clinica c'era anche Giacalone.

Sull'argomento del ricovero ospedaliero riguardante il figlio di Scarano il Carra è tornato, poi, nell'udienza mattutina del 27-2-97, dicendo che Scarano (padre) "si lamentava che pagava 100 milioni al mese per tenerlo lì e non fargli fare la galera". Circa le persone presenti ha aggiunto:

"C'era anche Giacalone. Non vorrei sbagliare, io, quando sono andato nella, clinica c'era anche Lo Nigro e Giuliano.
Eravamo di più di quelli che io ho detto ieri o l'altro ieri.
No, ieri, lunedì o martedì.
Io avevo dichiarato che ero andato con Giacalone e...
...Mi scusi, praticamente io mi ricordo di essere stato lì alla clinica con più persone, non io, Scarano e... Però non riesco a capire quando.
...In quella occasione, praticamente"[381]

(E chiaro che, se alla clinica si portarono anche Giuliano e Lo Nigro, questa visita non avvenne in occasione del viaggio delle tegole, ma in quella successiva, di cui si dirà).

Presso la villa in costruzione di Scarano notò invece Frabetti Aldo, "che praticamente dava un aiuto allo Scarano a seguire i lavori, da come ho potuto capire, gli dava un aiuto a curare gli operai, seguiva gli operai nei lavori della villetta"[382]

Spiega infine così i motivi del suo trattenimento a Roma:

"Perché io praticamente dovevo scendere delle auto per Giacalone. Si andò anche, ricordo, in un tipo un'officina, dove c'erano anche macchine sinistrate, queste diciamo incidentate, come si suol dire; che acquistava Giacalone, e dovevo scendere giù delle macchine. Di cui, poi non ne scesi perché non le acquistò, e ho sceso soltanto quella lì."[383]

Infatti, a Palermo tornò solo con la Peugeot rossa ritirata a Milano e con una barca consegnata da Scarano nei pressi di casa sua. Entrambi questi mezzi furono caricati sul suo camion e portati a Palermo, dove li recapitò all'autosalone di Giacalone.

Fece il viaggio di ritorno da solo, via mare, imbarcando a Napoli e sbarcando a Palermo. Giacalone rimase a Roma.

Ha precisato che, nel corso di questa sua permanenza a Roma, dormì sempre nella "villa di Giacalone", insieme a quest'ultimo. Furono sempre soli. Nella permanenza a Roma si era sempre accompagnato a Scarano e Giacalone.

Primo trasporto d'esplosivo.[384] Ha detto il Carra che, successivamente al viaggio di cui sopra, fu contattato nuovamente da Spatuzza e Pietro Romeo (che era da poco uscito di prigione), i quali gli dissero che avrebbe dovuto caricare altri pacchi da trasportare "su".

I pacchi furono, dopo pochi giorni, effettivamente caricati:

"Di cui abbiamo caricato questi pacchi e un sacco tipo cemento, e mi diedero anche tipo lingotto avvolto in un sacchetto di plastica, tipo una candela."

Ripete:

"Due pacchi di esplosivo più questo sacco di cemento. Ecco, e con questa candela messa dentro questo sacco, appoggiata dentro."

Poi specifica

"I pacchi, sono i soliti, e con lo scotch da imballaggio e con i manici - i pacchi grossi, non quelli piccoli.
E questo mezzo, era un sacco di cemento però diciamo a metà, non tutto pieno, che io aprii in quel momento per mettere questo diciamo lingotto che mi diede, questa candela: l'ho messa dentro. In quell'attimo ho visto che c'era della polvere dentro, tipo cemento, e lo richiusi.
Spatuzza mi disse che, arrivato lì a destinazione, avrei dovuto dire a Cosimo Lo Nigro di mettere questo lingotto più profondo possibile, che lui avrebbe capito il seguito.
PUBBLICO MINISTERO: Ecco, quando parla di lingotto, lei intende?
IMPUTATO Carra P.: La candela, diciamo da sola, che mi aveva dato. Che era coperto, era dentro un sacchetto, diciamo arrotolata dentro un sacchetto, però aveva la forma proprio di una candela, di un tubo o qualcosa del genere." [385]

Ha precisato che la "candela" caricata insieme all'esplosivo aveva proprio la forma di una candela da cucina. Il sacchetto era proprio un sacchetto di cemento, di carta, da 25 kg, ed era pieno di una polvere tipo cemento, grigia.
Egli aprì il sacchetto e vi infilò dentro questa candela. Ebbe modo di notare che la polvere somigliava proprio al cemento:

"Io, come quella polvere lì, ho solo visto il cemento; non ho idea di cosa era. Però mi ha dato l'impressione, vedendola, che era tipo cemento: era sul grigio."

Le operazioni di carico avvennero in uno spazio all'aperto (e non nel solito garage della Coprora srl) nella zona industriale di Palermo-Brancaccio. Sembrava il piazzale di una ditta in cui, forse, dice il Carra, lavorava Spatuzza.

Il materiale fu caricato sul solito camion attrezzato al solito modo; cioè, sul trattore targato TO-52079D col ribaltabile PA-15424.

Alle operazioni di carico del materiale furono presenti, oltre al Carra, Pietro Romeo, Spatuzza Gaspare e Vittorio Tutino.
In questa occasione lo Spatuzza gli disse che avrebbe fatto il viaggio con lui fino a Roma e lo incaricò di fare un biglietto in più.

In effetti, egli fece un altro biglietto a nome del suo autista La Rocca Luigi; biglietto che non fu usato, perché lo Spatuzza cambiò idea e non partì con lui.
Infatti, al porto, in attesa di partire, fu raggiunto da Pietro Romeo, che gli diede il danaro necessario per il viaggio e gli disse che Spatuzza non sarebbe più partito. Gli diede anche una busta da lettere, sigillata, e gli disse di consegnarla a Lo Nigro.

Il Carra ha detto di sapere cosa stava trasportando, anche se non sapeva a cosa sarebbe servito.

Fece il viaggio da solo, via mare, con la compagnia Tirrenia, da Palermo a Napoli. Da Napoli proseguì via autostrada per Roma.
Aveva con sé il telefono cellulare intestato alla moglie La Bua Liliana (n. 0330/697041).

A Roma si portò nella solita area di servizio, dove aveva appuntamento con Lo Nigro. Qui giunto, però, non trovò nessuno, per cui (gli pare) chiamò lo Nigro col cellulare. In effetti, andarono a prenderlo all'area di servizio Giuliano e Lo Nigro con una Jeep di colore bianco, di vecchio tipo, e si diressero tutti alla "villetta di Giacalone".[386]

Giunti nei pressi della villetta, a circa un chilometro e mezzo, il Carra parcheggiò l'automezzo in un'area di servizio esistente sulla strada; prese con sé la borsa da viaggio e montò sulla Jeep insieme agli altri. Quindi, tutti si portarono alla villetta. Dice infatti:

"Prima di prendere la stradina che porta nella villetta, a cento metri più avanti c'era un'area di servizio dove ho parcheggiato l'automezzo, lì. E ho preso la borsa, mi sono messo sulla jeep e siamo andati direttamente alla villetta."[387]

Si comportò così perché la stradina che portava alla villetta non consentiva il transito ai mezzi pesanti (non specifica per quale motivo).

Alla villetta giunse prima dell'ora di pranzo, verso le 11,00. Qui trovò Giacalone e Salvatore Grigoli, detto "Cacciatore" (all'epoca lo conosceva così, o come Totò. Non sapeva che si chiamasse Grigoli Salvatore), nonché un altro ragazzo che veniva chiamato "U Picciriddu".

Di quest'ultima persona il Carra ha detto di averlo visto, di persona, in tre occasioni: la prima volta a Palermo, mentre egli (Carra) entrava nell'autosalone di Giacalone e lui (Picciriddu) usciva; alla villetta di Capena, in occasione di questo viaggio; poi a Misilmeri, in casa di lui, dove accompagnò Giuliano e si trattenne per circa un quarto d'ora.
Successivamente ne vide l'effigie sul settimanale "Panorama", mentre era detenuto a Sollicciano, e lo riconobbe con assoluta sicurezza.

Nella villetta egli si trattenne fino alla sera del giorno successivo al suo arrivo a Capena. Nel frattempo l'esplosivo rimase sul camion, fino a mezz'ora prima della partenza.

Nella villetta trovò altri due pacchi di esplosivo, che furono sotterrati nel giardino, sotto un albero, nel pomeriggio, nei pressi di un portalegna con camino:

"Nel pomeriggio, dopo pranzo si incominciò a scavare, eravamo tutti là, che io presi questa balla diciamo e la alzai, che riuscii ad alzarla e la misi dentro la buca, si sotterrò e basta, con riferimento a queste due balle. Ma nella giornata in cui arrivo è successo."

Ha precisato che si trattava di due balle piccole, confezionate allo stesso modo, del tutto simili ad altre che poi vide presso la Polizia Scientifica. Di queste balle, dice, egli parlò subito al Pubblico Ministero, all'inizio della sua collaborazione, di sua iniziativa, anche se sapeva che erano state spostate, dopo l'attentato a Contorno, dal luogo in cui egli aveva contribuito a sotterrarle.
Di questo spostamento gli parlò, infatti, Giuliano, dopo il rientro del gruppo a Palermo[388].

Ha detto di non aver mai capito perché gli fecero trasportare dell'esplosivo a Capena quando già ce n'era altro sul posto.
Capì, comunque, che l'esplosivo da lui trasportato era destinato a Contorno, sia perché ne sentì parlare espressamente in sua presenza, sia perché gli fecero fare un giro nei pressi dell'abitazione (anzi, di quelle che ritenevano due possibili abitazioni) della vittima designata:

"Si, perché parlavano tra di loro che praticamente c'era questa situazione del Contorno, avevano individuato il Contorno e il suo rifugio, di cui sono stato anch'io nel tardo pomeriggio in quella zona, insieme a Giacalone. Di cui siamo usciti dalla villetta per andare a fare la spesa, era presto, ancora erano le quattro e mezzo, le cinque del pomeriggio e lui mi disse: 'andiamo verso quel paese lì che vediamo se riusciamo a vedere il Contorno'. E mi fece vedere, ci fermammo al paese in un bar a prendere un caffè e mi portò proprio nel vicolo davanti alla villetta del Contorno. Mi disse: 'qui c'è, dovrebbe abitare il Contorno'.
Al ritorno andammo all'opposto di questo paese qua, di cui Giacalone mi disse che probabile che avrebbe avuto un appartamento in un'altra strada. In questo tragitto qua mi chiese anche il mio cellulare - che mi aveva detto che aveva il cellulare con la batteria un po' scarica - e effettuò delle telefonate dal mio cellulare.
Poi siamo andati a fare la spesa e si ritornò nella villetta. E ho capito, perché io gli avevo chiesto a Giacalone: 'come mai avete trovato...' Diciamo perché con Giacalone o con Giuliano erano, ogni tanto qualcosa la chiedevo, erano più alla mano come persone, gli altri erano proprio guai chiedere qualcosa.
E allora lui mi disse che l'hanno scoperto tramite che il Contorno aveva un giro di droga di cui aveva scoperto lo Scarano il rifugio. Di cui anche poi nel giorno dopo, in presenza dello Scarano, parlando capii che c'era la presenza di un industriale con una Ferrari, amico del Contorno, di cui Contorno dava la droga.
Però io voglio precisare che io ho letto i giornali sul discorso di Contorno. E se lei va a vedere dovrebbe essere registrato questo discorso mio, tempo fa. E l'avevo detto."[389]

Precisa che questa ricognizione fu fatta con la Jeep bianca (di Scarano) e continua, riprendendo il discorso daccapo:

"Siamo andati direttamente al paese, Formello, vicino la villetta, siamo arrivati nel vicolo dove sulla sinistra entrando c'è la villetta di Contorno, siamo andati avanti, ha fatto inversione di marcia. Siamo usciti, ci siamo fermati in un bar là vicino a prendere un caffè. Siamo ritornati indietro uscendo dal paese e andando l'opposto della strada e del paese in un'altra via abitata e sulla sinistra, perché si arriva in un incrocio che si doveva andare o a destra o a sinistra; andando sulla sinistra, salendo, sempre sulla sinistra c'erano tante case, palazzi, palazzine.
Lui mi indicò là vicino che forse aveva un appartamento il Contorno in quella zona lì, però non era sicuro anche lui, di quello che ho capito io.
E poi siamo andati via. Abbiamo fatto un po' di spesa e siamo ritornati nella villetta."[390]

Descrive quindi la strada fatta per giungere a quelle che, secondo Gicalone, erano la villa e l'appartamento di Contorno:

"...Praticamente, arrivando in questo paese dal raccordo anulare, uscendo all'uscita di quel paese, arrivato in quel paese, si passava la piazza, si usciva fuori del paese. Subito dopo fuori il paese, sulla destra - salendo veniva sulla destra - c'era una stradina che entrava verso la campagna e c'erano un paio di villette sia a destra che a sinistra e sulla sinistra si doveva trovare la villetta del Contorno.
Era una strada che non aveva sbocco perché siamo arrivati proprio alla fine della strada. Abbiamo fatto inversione di marcia tipo che era un ingresso di una... l'ultima palazzina fatta tipo a fattoria, che andava sulla campagna e non c'era strada, c'era la fine della strada. Abbiamo fatto inversione di marcia e siamo ritornati indietro.
Siamo arrivati di nuovo allo stop della statale, abbiamo preso a destra, a neanche un chilometro sulla sinistra c'è il bar col parcheggio dentro, dove ho preso il caffè. Ci siamo messi di nuovo sulla macchina, siamo rientrati nella statale direzione il paese, siamo andati fuori il paese direzione di nuovo la superstrada, diciamo lo scorri... come si chiama, il raccordo anulare. Abbiamo saltato l'ingresso del raccordo anulare, abbiamo fatto una strada sempre avanti, arrivando fino a uno stop, dove che puoi andare a destra o a sinistra; siamo andati sulla sinistra e neanche a un chilometro c'era, diceva lui che è probabile che c'era un appartamento del Contorno lì.
Ma le ripeto, non era sicuro neanche lui dell'appartamento."[391]

Il Giacalone, cioè, sapeva che nella zona da ultimo raggiunta v'era un appartamento riferibile al Contorno, ma non sapeva nemmeno lui quale fosse in concreto.

Quanto alla villa di Contorno ha ripetuto che si trovava sulla sinistra della stradina, andando verso la campagna, e che era all'inizio della stessa (la prima o la seconda villa che si incontrava sulla strada). La descrive così:

"Sì, c'era un cancello fuori di questa villa e aveva una caratteristica di un cancello grande con le sbarre un po'... sbarre larghe che erano un po' inclinate, non si riusciva, si vedeva l'interno e non si vedeva praticamente, non riusciva passando a guardare l'interno. Di cui io avevo detto di un colore bianco, che poi, quando si è fatto il sopralluogo insieme a lei, trovai la differenza del cancello di un altro colore, ma ho individuato la villetta in cui ho visto, mi disse Giacalone che era del Contorno."[392]

Quanto all'appartamento si esprime invece così, anticipando che fu oggetto di sopralluogo col Pubblico Ministero nel corso delle indagini preliminari:

"Sì, veniva ad angolo e c'era l'ingresso del palazzo con la cancellata. Però io quando siamo andati a fare quel sopralluogo non riuscii a individuare, non ero sicuro su quello che avevo visto allora, da quello che ho visto nel sopralluogo con lei."[393]

Ha detto che, nel corso del sopralluogo, riconobbe l'edificio (in cui si trovava l'appartamento di Contorno) per via delle vetrate, che gli erano rimaste impresse:

"Perché era composto in quel modo allora la palazzina dove che, mi indicò Giacalone, però con una differenza: che quando siamo andati noi a fare il sopralluogo io ricordo che c'era molta vegetazione, a livello di piante fuori, di imbellimento diciamo vicino alla ringhiera di questa entrata di palazzo e non ero sicuro perché allora non c'era tutta questa... Si riusciva a vedere l'interno del palazzo: è meglio di fuori di allora, sicché non ero sicuro se era quello lì."[394]

Ha ripetuto che, nel corso del giro appena narrato, il Giacalone lo portò prima alla villetta e poi all'appartamento di Contorno.

Sempre il Giacalone gli disse di aver notato, in un'altra occasione, il suocero di Contorno in quella che ritenevano la villa di quest'ultimo:

"Il Giacalone disse anche che forse aveva visto, in un altro sopralluogo da parte sua, il suocero del Contorno, che era in un alberello, che stava curando diciamo l'interno della villa. Però non so altro."[395]

Dopo questa ricognizione dei luoghi ascoltò anche un discorso tra Scarano e Giacalone, da cui arguì che era stato lo Scarano a dare le prime informazioni su Contorno, dopo averle avute, a sua volta, "da questo del Ferrari, che aveva riconosciuto il Contorno e lo raccontava a lui". Questo discorso si svolse nella villetta:

" Si, praticamente il colloquio è successo nella villetta. Parlava lo Scarano con Giacalone, in cui io ero vicino e ascoltavo le parole di Scarano, il cui diceva a Giacalone che il Contorno era, dava la droga a questo suo amico che era, come ho capito io, un industriale, un costruttore. Non lo ricordo bene. Comunque era un personaggio abbastanza, di un certo livello lì a Roma che aveva un Ferrari rosso. Dice: 'ogni mattina si incontrano anche...', e disse un posto. Però non so che posto sia."[396]

Era stato lo Scarano a dirgli, invece, nel corso del precedente viaggio con le tegole, che nella zona di Formello v'era la villa di Renato Zero.

Dai discorsi che ascoltò capì che volevano eliminare Contorno perché era un collaboratore di giustizia. Capì anche che il gruppo era molto determinato nel proposito di eliminare detta persona:

"Proprio...dovevano farlo fuori perché, a tutti i costi, in tutti i modi, perché Giacalone mi confidò anche che gli avevano detto, che come ho potuto capire, era un po' incavolato che era quasi un mese che era su e gli avevano ordinato di non ritirarsi a Palermo se non facevano fuori il Contorno.
Non so da chi, però mi fece capire questo. E lui questo è incavolato, perché era già quasi un mese che era fuori Palermo."[397]

Per questo pensarono anche ad una ipotesi che lo coinvolgeva direttamente nell'esecuzione dell'attentato:

"Per cui avevano prospettato anche di guidare un mezzo e buttarglielo sopra in quella strada, mentre parlavano... Mi chiese Giacalone e Giuliano se potevo, con un mezzo rubato, un autotreno rubato, potevo buttarmi addosso alla macchina di Contorno.
Io ho detto: 'ma non esiste, non è possibile fare una cosa del genere'."

Questo attentato avrebbe dovuto svolgersi così:

"Mah, l'hanno preso un po' anche a ridere, perché facevano questi commenti anche ridendo un po', mi ridevano addosso su questo discorso qua.
Che praticamente loro avrebbero fatto due squadre e al momento in cui io ci arrivavo addosso con l'autotreno, o con una motrice, comunque un camion, e l'avrei bloccato e buttato fuori strada, e loro lo avrebbero crivellato di colpi.
Però ridevano. Poi io gli dissi: 'ma come fai una cosa del genere? Non è possibile, non...'
In cui la sera di questo discorso io poi andai via.
Che ho detto: appena mi coinvolgono a fare qualche pazzia, non... Insistei e gli feci capire che avevo da fare e andai via."[398]

L'ipotesi dell'attentato dinamitardo continuò ad essere coltivata, comunque, anche nel breve periodo della sua permanenza a Capena, perché ad un certo punto vide Benigno armeggiare con una batteria e un telecomando, insieme a Lo Nigro.

Ha detto che vide la batteria nelle mani di lo Nigro e che si trattava di una batteria d'auto, di quelle piccole.

Oltre alla batteria d'auto vide anche ("se non ricordo male") "una batteria più piccola di quelle delle auto, tipo quelle che vanno sulle moto".

Vide anche altro materiale elettrico nelle mani di Benigno e Lo Nigro, appositamente comprato in occasione di una sortita dei due:

"Sì, io specificamente il Benigno e Lo Nigro avevano in mano dei fili, delle pinze, giravite, batteria, telecomando.
Sono cose che avevano, sono usciti, lo hanno portato da fuori loro due insieme, avendo fatto il sopralluogo da Contorno, al ritorno hanno portato nei sacchetti comprati fuori tutte queste cose."

Quanto all'altro oggetto notato nelle mani di Benigno ha detto di essere sicuro che si trattava di un telecomando:

"Era un telecomando. Sono venuto a conoscenza, perché ogni tanto, comprando una macchina elettronica per i bambini, hanno i telecomandi con i due pulsantini. Ed era uguale ai telecomandi di un'auto comprata da quelli che vendono i giocattoli.
Ed era in mano a Benigno che lo maneggiava."

Lo descrive così:

"Era, non il solito telecomando piccolo di auto che ho specificato prima, di auto di giocattoli. Perché quello lì è abbastanza piccolo. Questo era abbastanza più grosso.
E io, questi telecomandi qua, ho visto qualche volta solo, sempre nei negozi di giocattoli. Però che lo usano per le macchine, queste che fanno manuali a benzina. Che sono dei telecomandi abbastanza più grandi.
La mia conoscenza è solo per questo modo. non..."

Questo telecomando aveva due pulsantini: uno a destro e uno a sinistra, nonché "una specie di antennino al centro"; era pressocché quadrato ed aveva le dimensioni di circa 20-30 centimetri. Poi aggiunge:

".. era tutto nero. Tutto di plastica nera e diciamo c'era forse la scritta del tipo del telecomando sopra, adesivo però era.
Però io ho detto in quel modo, anche se non ha senso. Io ho visto gli stessi telecomandi in certe occasioni, stavo dicendo, in quel modo. Specifiche per queste cose in costruzione di amatori che fanno le macchine a benzina, con i motorini piccolini.
Poi non posso dire altro." [399]

Ha detto di non sapere quale punto preciso avessero scelto gli attentatori per piazzare l'esplosivo, ma sentì parlare di un edificio, già concretamente individuato, da cui era possibile operare:

"Parlavano anche di un edificio in costruzione vicino a quella strada lì, dove loro, facendo più di un sopralluogo, avevano individuato per farlo saltare in aria."

Mentre si trovava a Capena notò che il gruppo aveva la disponibilità di una Fiat Uno di colore bianco. Giuliano gli disse di essere stato, proprio in quel periodo, inseguito dai Carabinieri, mentre era (forse) in compagnia di Lo Nigro, con la suddetta autovettura, e di essere riuscito a seminarli. Del che si vantava.

Ha proseguito dicendo che, nella serata del giorno successivo al suo arrivò, si allontanò dalla villetta col complesso veicolare a sua disposizione in direzione del Nord-Italia.
Mezz'ora prima della partenza, però, scaricò l'esplosivo dal camion, in luogo non lontano dalla "villetta di Giacalone". Dice infatti:

"No, vicino. Tra la villetta di Giacalone e la villetta di Scarano. Nella stradina stessa.
E' successo in serata, nel buio, di cui io presi il mezzo, presi la stradina per andare verso la villetta dello Scarano, passando l'entrata della villetta di Giacalone, prima di arrivare alla villetta di Scarano, mi soffermai. Ho fatto inversione di marcia che c'è tipo un incrocio piccolo, sempre strada sterrata, e mi fermai all'angolo, proprio vicino all'incrocio, che c'era l'aperta campagna.
Di cui venne Cosimo Lo Nigro e Giuliano con la Jeep, alzai il ribaltabile, scaricai quei pacchi, glieli ho messi nella Jeep e sono andato via. E loro se ne sono andati verso la villetta di Giacalone."[400]

Ha precisato che la "villetta di Giacalone" si trovava a circa un km dal luogo in cui avvenne lo scarico e che fino a quel momento il suo mezzo era rimasto parcheggiato nell'area di servizio in cui l'aveva lasciato al momento dell'arrivo.
In quest'area c'era un piccolo bar, in cui s'era fermato a prendere un caffè in occasione del trasporto delle tegole alla villa di Scarano ed in cui acquistò delle sigarette.

Dopo lo scarico la Jeep, con Giuliano e Scarano a bordo, si diresse alla "villetta di Giacalone" ("Si, si, presero diciamo il sottopassaggio, il ponticino che c'era della ferrovia dello Stato, per andare su in villetta").

Dice quindi il Carra che, dopo aver scaricato l'esplosivo, si portò a Milano, dove incontrò la moglie ed i figli, che erano partiti col treno da Palermo nella stessa giornata in cui egli, col camion, si avviava verso Roma. I congiunti si erano portati nella città lombarda per motivi inerenti alla malattia del figlio minore, che era stato, anni prima, investito da un'auto-pirata ed aveva riportato serie lesioni al piede.

Da Milano si recò poi a Brescia, dove avvenne un episodio che va riportato per intero, perché consente di datare questa vicenda e fornisce particolari sui mezzi in dotazione al Carra:

"Arrivato a Milano presi mio figlio, il grande, mi recai a Brescia per caricare del materiale per la nuova Sudferro, di cui alla rotonda di Brescia, siccome dovevo caricare in diverse acciaierie, avevo caricato un fascio di ferro, di cui era un legato, l'ho messo al centro del semirimorchio, praticamente lamiera con ferro, che è stata la mia, diciamo non sapevo bene che era pericoloso camminare con questo mazzo senza legato.
PUBBLICO MINISTERO: Cioè, il carico non era vincolato, non era legato?
IMPUTATO CARRA: Esatto.Però andavo piano, cercavo di andare piano perché la ditta dove dovevo di nuovo caricare era vicino all'altra ditta. Sicché ho fatto una rotonda, facendola piano piano, però mi scivolò, il ferro mi è andato giù, senza creare né incidenti, né niente. Di cui ho avuto anche, che è venuta la Stradale, ha fatto il verbale, c'è un verbale."[401]

Il Carra ha quindi riconosciuto il verbale di contravvenzione consegnatogli dalla PS a seguito della contestazione.[402]
Tale documento è datato 7-4-94; proviene dalla Polizia Stradale di Brescia ed è relativo al trattore targato TO-52079D ed al rimorchio targato PA-15424. Contravvenzionato è Carra Pietro.

Ha detto che era partito per Roma tre-quattro giorni prima della data segnata sul verbale di contravvenzione.

Ha aggiunto che questo verbale fu elevato, con ogni probabilità, il giorno successivo al suo arrivo a Milano e di non aver subito altre contravvenzioni in occasione dei viaggi fatti per "loro"; tantomeno a Brescia.

Descrive quindi il rientro a Palermo:

"Ricordo bene il rientro di quella volta lì. Praticamente io effettuai, dopo aver preso la multa diciamo, il verbale, mi sono finito il carico, sono andato a Milano, ho lasciato il bambino. Ho caricato, sono andato a Genova all'imbarco, ho lasciato in custodia l'articolato per imbarcarlo e con un passaggio sono andato su a Milano. Sono andato da mia moglie e all'indomani abbiamo preso l'aereo per Palermo, io, mia moglie e i bambini."

Secondo trasporto d'esplosivo. Dice il Carra che, pochissimi gioni dopo il viaggio sopra narrato, ne fece un altro a Capena, portando con sé "la famosa borsa che scesi insieme a Spatuzza" (si riferisce, chiaramente, alla borsa che fu riempita di armi a casa del Frabetti e da lui portata a Palermo, tra settembre e dicembre del 1993).[403]

Questa borsa gli fu consegnata a Palermo, nella zona industriale, dallo stesso Spatuzza; non ricorda se, nell'occasione, era presente anche Pietro Romeo.

Non vide il contenuto della borsa e non capì cosa conteneva:

"Ho solo visto la borsa chiusa, quella che io avevo sceso carica di armi. Però non ho avuto modo né di aprirla, né di capire cosa c'era dentro."[404]

(Va notato, però, che in sede istruttoria il Carra aveva dichiarato che la borsa fu aperta, una volta giunto a Roma, e di aver visto che conteneva armi).[405]

(Secondo le dichiarazioni di Grigoli Salvatore questa borsa conteneva circa 20-30 kg di "Dash" destinato a sostituire la gelatina avariata).

Fece anche questo viaggio da solo, via mare, imbarcandosi a Palermo per Napoli e proseguendo via strada per Roma.
Questa volta, però, l'appuntamento non era alla solita area di servizio (quella sull'autostrada), bensì all'area di servizio piccola (quella sulla Formellese), dove aveva lasciato parcheggiato il mezzo nel corso del precedente viaggio.

Poco prima di giungere a quest'area chiamò per telefono Lo Nigro e questi gli andò incontro con la Jeep bianca:

"...Sono arrivato lì. Prima di arrivare lì ho chiamato Lo Nigro che è venuto all'incontro con la macchina. Siamo andati di nuovo nella campagna dove ho scaricato i pacchi, ho alzato il ribaltabile, gli ho dato la borsa, perché anche di giorno lì non è transitata tanto, gli ho dato la borsa e sono andato via. Non sono andato più dentro la villetta."

Quindi si allontanò subito in direzione Nord, senza passare nemmeno per la villetta, ma non ricorda dove si portò:

"Sono andato direzione nord, però non mi ricordo dov'è che sono andato: se sono andato a caricare dei viaggi per me, o se sono andato a Genova. Questo non me lo ricordo bene."

Ha aggiunto però che, mentre si trovava ancora a Genova, prima del rientro in Sicilia, apprese dai giornale del ritrovamento dell'esplosivo nei pressi di Formello, proprio nel luogo in cui s'era recato con Giacalone "a vedere il Contorno".

A Palermo, invece, un paio di giorni dopo il suo rientro, apprese da Giuliano come erano andate le cose:

"Sì, dopo un paio di giorni, quando io arrivai a Palermo, dopo un paio di giorni, ripeto, incontrai a Giuliano, il cui mi disse non funzionò il telecomando e che lui era lì presente anche quando c'erano tutti i Carabinieri, tutti lì, che lui provò di nuovo per far saltare tutti in aria.
Sono state parole dette da Giuliano."

Sempre Giuliano gli "disse anche che era stato uno di fronte della pompa di benzina a chiamare, che aveva visto diciamo la presenza di queste cose lì".

Circa le auto notate nella villetta di Capena (non solo in occasione di questo viaggio, ma complessivamente) ha parlato di una Fiat Uno bianca, della Jeep e dell'Audi si Scarano.

Ha detto di non aver mai visto a Roma Pietro Romeo.

Ha detto poi di aver rivisto la villetta di Capena in occasione del sopralluogo fatto col Pubblico Ministero e di aver notato che la stessa era abitata da persone diverse ed era stata molto modificata all'interno. I cambiamenti erano "dappertutto, su e giù. Sia all'entrata, sia dove si scendeva le scale giù".
Poi fornisce particolari sulle modificazioni riscontrate:

"Si. Entrando sulla sinistra non ci sono più le due stanzette, ma è tutto un salone, hanno fatto. Manca proprio la parete che divide le due stanzette. Giù c'è il bagno tutto modificato. C'era un bagno giù ed è stato tutto modificato, impostato diversamente. Mi sembra che c'era anche vicino alle scale un cambiamento, di muro mi sembra."

All'esterno, invece, non notò alcuna modifica.

Ho riconosciuto, infine, in varie fotografie mostrategli dal Pubblico Ministero, i luoghi di cui ha finora parlato. In particolare:

- Il canneto sito di fronte villetta di Scarano, dove non poterono entrare, nel corso del sopralluogo col PM, a causa della fitta vegetazione;
- la cassetta delle armi prelevata nel canneto e poi rivista a Roma presso la Polizia Giudiziaria;- l'interno della cassetta di cui sopra, con i vari chiodi che bloccavano le pistole dalla parte del grilletto;
- il posto in cui, secondo Giacalone, v'era l'appartamento di Contorno;
- la villetta di Contorno, chiusa dal cancello marrone;
- il bar in cui sorbì il caffè insieme a Giacalone e il piazzale del bar.;
- l'ingresso della "villetta di Giacalone" (si tratta, come si è detto, della villette di Alei Giuseppe, in loc. Pastinacci di Capena);
- la "villetta di Giacalone" in altra angolazione;
- l'interno della "villetta di Giacalone" (in particolare, le scale per scendere al piano inferiore);
- il camino sito al piano inferiore della "villetta di Giacalone", mai modificato;
- il giardino della "villetta di Giacalone", con l'albero sotto cui fu sotterrato l'esplosivo e la "casetta piccolina dove tenevano la legna per il camino";
- il punto in cui, nelle due occasioni che ci riguardano, scaricò l'esplosivo dal camion e lo caricò sulla Jeep di Scarano.

Va notato, infine, che il Carra ha avuto qualche incertezza, nella fase delle indagini preliminari, nella rappresentazione cronologica dei tre viaggi effettuati a Roma-Capena e Fiano Romano.
In particolare, non era sicuro se il viaggio con le tegole si fosse svolto prima o dopo il viaggio con l'esplosivo[406]. L'esame della documentazione prodotta dal pubblico Ministero (bolla di accompagnamento beni viaggianti relativa al carico delle tegole e verbale di contravvenzione del 7-4-93) sembrano dirimere, però, ogni dubbio in proposito.

Scarano Antonio. Ha dichiarato di aver sentito parlare per la prima volta di Formello mentre il solito gruppetto era alloggiato a Tor Vaianica, nella villa di Bizzoni Alfredo.

Infatti, una mattina andò Spatuzza a casa sua e gli chiese di accompagnarlo in via Veneto. Ci andarono con la sua Audi.
Giunti in una traversa, dove c'è l'Ambasciata Americana, Spatuzza scese dell'auto e andò a piedi in via Veneto, mentre egli rimase in auto ad aspettarlo.

Dopo aver aspettato una ventina di minuti scese anch'egli dall'auto e si avviò verso via Veneto. Giunto all'angolo di questa strada vide, in lontananza, Spatuzza che parlava con una persona in cappotto blu. Questa persona, che poi capì essere Giuseppe Graviano, gli dava le spalle; Spatuzza era di faccia e gli fece cenno di allontanarsi.
Dopo cinque minuti ritornò e gli disse che nel pomeriggio avrebbero dovuto tornare sul posto.

In effetti, pranzarono da "Zio Rocco" a Centocelle e tornarono nel pomeriggio, con le sue due auto (l'Audi e la A112), in via Veneto, dove prelevarono la persona vista, di spalle, nella mattinata (Giuseppe Graviano). Da qui andarono poi a Tor Vaianica, nella villa di Bizzoni. Qui trovarono "tutti loro, queste cinque persone".

Queste persone (Scarano nomina soltanto Spatuzza e Giacalone) si salutarono con Graviano e presero a parlare di "cose economiche", di "pizzo".
Graviano diceva che sarebbero dovuti passare a ritirare il pizzo non più ogni mese, ma ogni due-tre mesi, suscitando le perplessità di qualcuno dei presenti ("ma come, se questi soldi poi, questi che pagano non li mettono da parte, non troviamo né quelli di un mese, né quelli di due mesi").
Durante questo incontro sentì parlare, per la prima volta, di Formello, in quanto gli fu chiesto di questo paese.

Dopo una quarantina di minuti tornarono a Roma. Arrivati in zona Eur, Spatuzza e Graviano si allontanarono per i fatti loro, mentre egli se ne tornò a casa.

Quella sera stessa, verso le otto, Spatuzza passò per casa sua. Prosegue: " Ci ho detto: 'ma chi è questo Giuseppe?'
Dopo un paio di volte mi ha dato la risposta. Dice: 'Graviano'.
Dopo ancora mi ha detto: 'questo è "Madre Natura"'.
E ho capito insomma che si trattava di un capo loro".

Circa l'epoca di questo incontro al villaggio Tognazzi dice: "Fine '93, tra settembre, ottobre, adesso non è che ricordo bene".[407]
Era il periodo in cui al villaggio Tognazzi alloggiavano Giacalone, Spatuzza, Lo Nigro, Giuliano e Benigno.

Quindi, un mattino (il mattino successivo alla visita di Giuseppe Graviano a Tor Vaianica, sembra di capire), si presentò a casa sua Gaspare Spatuzza, il quale gli chiese di accompagnarlo, appunto, a Formello.
Qui giunti, con la sua Audi, Spatuzza entrò cimitero del paese, dove effettuò una attenta osservazione delle lapidi, mentre lui rimaneva fuori. Lo scopo di questa visita è così spiegato dallo Scarano:

Gaspare "mi ha detto che dovevamo trovare, individuare dove si trovava il cimitero. Che poi ho saputo in secondo tempo che cercavano, non avendo praticamente gli indirizzi precisi, oppure informazioni precise su questa persona, su Contorno, sapevano loro che c'è stato morto un parente con qualche incidente stradale.
E andando al cimitero praticamente se vedevano il nome di questo parente, erano convi... cioè, erano sicuri che abitava in quel paese. Era soltanto per intercettarlo, di trovarlo.
...Si riferivano a un parente morto di Contorno, con qualche incidente stradale, o morto... Ma mi sembra, se ho capito bene, qualche incidente stradale."[408]

Dopo circa mezz'ora Spatuzza uscì dal cimitero e gli disse che potevano andare via. Si erano appena immessi sulla Formellese allorché videro passare una VW Golf di colore nero con due donne a bordo, proveniente da Formello, e Spatuzza, credendo di riconoscere nelle stesse la moglie ed un altro parente di Contorno, gli disse di seguirle. Cosa che egli fece, finché le vide sparire in una stradina laterale.
Capirono, comunque, che l'auto era entrata in una delle ville di questa stradina. Descrive così il pedinamento:

"Io, praticamente, siccome lì c'è un sacco di curve, semicurve, curve un po' pericolose, io guardavo la strada, ma Gaspare guardava la macchina.
Siccome c'è un pezzo di... Facendo una curva, quasi alla fine, che poi c'è un pezzettino di rettilineo, quasi l'ultima curva, questa macchina Gaspare l'ha vista dov'è entrata.
... Io mica l'ho vista, io guardavo la strada, non guardavo la macchina.
...Perché in fine d'aria era dritta, praticamente era tutto scoperto. E ha visto dov'è entrata la macchina.
Però è sparita nel nulla quella macchina. Cioè, è entrata forse dentro un cancello, dentro una villa, chiuso. Però diciamo la strada, la stradina dove esce fuori della Nazionale, praticamente la strada normale, l'ha vista Gaspare dov'è entrata questa macchina.
Non ha visto il punto specifico dove, in quale casa è entrata. Perché lì ci stanno due ville."[409]

Allora si immisero anche loro in questa strada di campagna. Sulla destra, proprio nei pressi dell'incrocio, v'era una casa bianca; poi, dopo 150-200 metri, sulla sinistra, ve n'era una rossiccia o marrone chiaro, che fu individuata, poi, come abitazione del Contorno.
Più avanti ancora, sulla stessa strada, v'era un'altra abitazione, che fu attribuita a familiari di Contorno e dove videro un'Alfa 33 targata Ragusa o Siracusa, di cui Spatuzza segnò il numero di targa riservandosi di fare accertamenti sullo stesso, appena rientrato a Palermo.

Sempre Spatuzza gli disse che era l'unico del gruppo a conoscere bene la famiglia di Contorno, perché egli, prima di legarsi a Graviano, stava con Contorno. Praticamente, ci era cresciuto con la famiglia di Contorno Salvatore. Questi, però, gli aveva, anni prima, assassinato un fratello, o almeno così presumeva.[410]

Tornarono sul posto l'indomani, per una ulteriore ricognizione. Spatuzza notò (ma non è sicuro se ciò avvenne il primo o il secondo giorno), all'interno della prima villa bianca, esistente sulla stradina, alcuni furgoni con cassetti, che attirarono la sua attenzione, giacché, quando erano in Sicilia, i fratelli di Contorno commerciavano in frutta e verdura. Per questo presumeva che, anche fuori della Sicilia, facessero la stessa cosa.

Questo sopralluogo lo fecero con la sua Mitsubishi Pajero di colore bianco, targata Rieti.

Tornarono sul posto anche l'indomani, un'altra volta con la sua Audi. Era di domenica. In questo giorno successe un fatto particolare, che rafforzò in Spatuzza la convinzione di essere sulla buona strada: videro, cioè, in un bar sito sulla Formellese un giovane sui 27-28 anni, che Spatuzza riconobbe in uno dei nipoti di Contorno. Per questo gli disse di andare subito via.

Anche lui, a questo punto, capì che il gruppetto di siciliani stava in zona per intercettare e assassinare Contorno.

Tutto ciò avveniva, ha detto, nel periodo in cui il gruppetto alloggiava al villaggio Tognazzi di Tor Vaianica. Era già fallito l'attentato all'Olimpico. Ha detto, infatti, rispondendo al PM:

"PUBBLICO MINISTERO:Ecco, allora appunto la domanda è questa: quando Gaspare incomincia a darsi da fare per la questione di Contorno, come ha riferito lei, il cimitero e tutto il resto. Ora non stiamo a rifare tutto il discorso, si perde un monte di tempo, soprattutto si perde il filo. La questione dell'Olimpico c'era già stata?
IMP. Scarano A.Sì, sì.
PUBBLICO MINISTERO:Il fallimento dell'attentato all'Olimpico c'era già stato?
IMP. Scarano A.:Quando è iniziato Contorno, sì.[411]

Il "gruppetto" era composto da Giacalone, Spatuzza, Lo Nigro, Giuliano e Benigno.[412]

Lo Scarano dice che a questo punto smise di accompagnare sul posto Spatuzza, ma, dai discorsi che ascoltò, capì che i sopralluoghi erano continuati senza la sua presenza.
Apprese anche che gli attentatori avevano pensato, in un primo momento, che la villa di Contorno fosse la prima della stradina, sulla destra. Solo successivamente capirono che era la seconda sulla sinistra, allorché videro uscire Contorno da questa villa alla guida di una Fiat di colore rosso:

"Per quanto io ho sentito da loro, che hanno visto una macchina un giorno, una Uno... No, una Uno, una macchina di queste ultimo tipo, FIAT rossa, che usciva da quel cancello. Perché loro si nascondevano non so dove. E hanno visto che era lui."[413]

Lo Nigro, invece, gli disse che avevano visto, in una occasione, una Thema Ferrari fermarsi davanti al cancello dell'abitazione di Contorno e che seguirono il proprietario di questa vettura, pensando che fosse amico del Contorno e che l'avrebbe portati da lui.

Alla fine furono convinti di averlo individuato:

"Un giorno vado alla villa e mi hanno detto che avevano individuato che era da due o tre giorni che lo vedevano, questo Contorno. Che lo hanno visto pure nel paese. E' arrivato con la macchina nel paese di Formello, si è preso il caffè in un bar, probabilmente, e poi se n'è andato di corsa.
E loro l'hanno visto."[414]

Fu Lo Nigro a riconoscere il Contorno mentre usciva dalla villa. Probabilmente, dice Scarano, era stato Spatuzza ad indicare a Lo Nigro la persona del Contorno, apposta per farglielo conoscere. Infatti, gli risulta che alcuni sopralluoghi a Formello furono fatti dai due, congiuntamente.
Poi Spatuzza andò via.

La sicurezza che Contorno stava non nella prima, ma nella seconda villetta della stradina la ebbero, però, quando Spatuzza era già andato via (da qui si arguisce che individuarono prima Contorno e poi la sua abitazione).

Mentre facevano questi sopralluoghi il gruppo alloggiava a Torvajanica:

"I primi sopralluoghi sono stati fatti quando loro stavano lì al Villaggio Tognazzi a Torvajanica. Sono stati una ventina di giorni, 15 giorni lì andavano e venivano, facevano 200 chilometri al giorno. Si lamentavano che era un po' distante."[415]

Per fare questi spostamenti utilizzavano la Jeep dello Scarano ed un'altra auto, che Giacalone aveva portato con sé da Palermo.

Alla fine, però, dopo una ventina di giorni, si stancarono di fare questa strada, che li impegnava anche per molte ore al giorno, per cui Giacalone chiese gli chiese di procurare loro un altro alloggio, in zona più vicina a Formello.

Egli si rivolse allora a tale Petrucci, titolare di una agenzia nella zona di Capena, il quale lo mise in contatto con Alei Giuseppe, proprietario del villino sito in loc. Pastinacci. Questo il suo racconto:

"Allora un giorno io vado a fare la spesa in un supermercato, lì a Capena, e Petrucci mi vede passare, che c'aveva l'ufficio, l'agenzia, mi vede che sono entrato dentro il supermercato e viene assieme col proprietario della villa. E quando viene il proprietario della villa, che mi presenta Petrucci, ci stava pure mia moglie che stava facendo spesa dentro il supermercato.
Mi ha detto: 'questo qui è un amico, c'ha la villa'. E quello mi ha detto: 'io voglio un milione e mezzo al mese. Per quanto serve la casa?', mi ha detto.
Dico: 'non lo so, cinque, sei mesi'.
Dice: 'per sei mesi mi devi dare 10 milioni e mezzo, né una lira in più, né una lira in meno'.
Mi ricordo che c'era mia moglie, però la firma di mia moglie io non me la ricordo, se ha firmato mia moglie questo contratto. Lui ha preparato il contratto, lo sa più Petrucci di questo contratto che io."[416]

Egli allora riferì l'offerta a Giacalone e la villa fu affittata:

"Io gli ho detto che c'era una villa.
'Parla con Mangano'. Mangano ci ha detto: 'va bene'.
'Ci vuole 10 milioni e mezzo', io li ho anticipati. Mi hanno detto di anticipare questi soldi e di prendere questa casa. E il proprietario praticamente voleva un contratto regolare. E io gli ho detto: 'va bene, non ci sono problemi'."[417]

I soldi dati per l'affitto gli furono poi restituiti da Giacalone, che li aveva avuti, a sua volta, da Mangano:

"Infatti poi Nino Mangano me li ha mandati con Giacalone, me li ha portati Giacalone. Glieli ho anticipati io."[418]

Dice lo Scarano che, quando fu stipulato il contratto di affitto le ricerche di Contorno erano ancora sul generico ("dubitativi").[419]
La richiesta del nuovo appartamento era stata fatta apposta per seguire meglio il discorso di Contorno.

Avuta la disponibilità della villetta, dice Scarano, si preoccupò di ripulirla e di renderla abitabile. A tal fine ci portò alcuni divani letti, compresi i due che erano stati acquistati per arredare l'appartamento di via Dire Daua..

Ha detto, infatti, che i due divani acquistati ai Due Leoni insieme a Bizzoni e utilizzati in via Dire Daua furono poi portati a Capena.
Non ricorda come avvenne il trasferimento e ad opera di chi. Infatti, prima ha detto di avervi, forse, provveduto di persona, insieme a Frabetti. Poi ha adetto che l'operazione fu curata, probabilmente, da Bizzoni, il quale li portò prima a casa sua (forse) e li mise in garage ("Però esattamente non ricordo bene la cosa"). Alla fine furono portati a Capena.

Le pulizie vennero fatte da Cantale Simonetta e da una sua amica.

Quindi, dopo circa una settimana, consegnò la chiave a qualcuno del gruppo (non ricorda a chi) e tutti si trasferirono da Torvajanica a Capena.

I primi ad installarsi nella nuova abitazione furono Giacalone, Giuliano, Lo Nigro e Benigno (non fa menzione di Spatuzza). Dopo qualche tempo (giorni o settimane) arrivò anche Grigoli Salvatore, da lui conosciuto come "Matteo".[420]

Trattenne per sé una copia delle chiavi, al fine di utilizzare la villetta per depositarvi materiali della sua villa in costruzione.

In quel periodo, ha detto, quando avevano già la disponibilità della villetta di Capena, Carra gli portò da Palermo un camion di tegole. Queste tegole erano un regalo di Nino Mangano per la disponibilità da lui mostrata.
Non dice chi erano le persone presenti a Roma quando giunsero le tegole. Nomina, però, senz'altro, Giacalone.

Dice infatti che si recarono lui, Carra e Giacalone a Milano, con la sua Audi, per ritirare una Peugeot 206 di colore rosso, che non era "pulita", a quanto capì. Giacalone gli disse che "venivano dal Belgio queste macchine".

Tornarono a Roma quella stessa sera, giungendo a notte inoltrata (verso l'una). Fu Carra a guidare la Peugeot fino a Roma.

Alla fine, Carra se ne tornò a Palermo dopo aver caricato sul camion questa Peugeot e una barca datagli da Bizzoni Alfredo.
Questa barca si trovava in un garage di Centocelle; andarono a prenderla col carro attrezzi di Moroni Bruno e la portarono sotto casa sua, dove la caricarono sul camion.

Carra tornò poi per portare l'esplosivo, una volta individuato esattamente Contorno.
Carra giunse di mattina e si fermò "in mezzo alla strada" (non specifica quale), perché il camion non poteva giungere alla villetta dell'Alei, a Capena.

Quella mattina egli si trovava al cantiere della sua villa in costruzuione (a Fiano Romano). Era giunto da una mezz'oretta quando vide arrivare Giacalone e Carra, i quali gli chiesero la Jeep. Egli la prestò loro.

Nella serata di quello stesso giorno, dopo che gli operai avevano smesso di lavorare, si portò alla villa di Capena e vide Lo Nigro che stava facendo una buca nel giardino, sul retro della villa, nei pressi del pozzo, per sotterrare l'esplosivo.
Lo Nigro aveva appena cominciato a scavare la buca e fu lui stesso a dirgli che lo faceva per sotterrare l'esplosivo, che si trovava, in quel momento, ancora sulla Jeep.

Vide due balle di esplosivo, grandi, di circa 50 kg l'una, tutte scotchate esternamente.

Circa i motivi per cui volevano ammazzare Contorno capì che questi aveva ucciso un fratello di Gaspare Spatuzza (fu Spatuzza stesso a dirgli di questo fatto); inoltre, perché era un collaboratore di giustizia. C'era poi anche un motivo più banale:

"Ho sentito una volta Lo Nigro quando hanno arrestato Graviano, che stava a Roma, stavano preparando l'attentato di Contorno, ha detto soltanto: 'speriamo di farci un bel regalo a "Madre Natura"'. Con l'attentato di Contorno si pensava a un bel regalo - come lo interpretano loro - un bel regalo a Graviano." [421]

Graviano, infatti, era soprannominato "Madre Natura".

Ha detto che, quando gli attentatori erano alloggiati a Capena, egli passava quasi ogni giorno alla villetta per vedere come procedevano le cose. Un giorno vide Benigno, Lo Nigro e Giuliano armeggiare con un foglio di lamiera:

"Poi a Capena, dopo queste cose, vado un giorno lì e trovo due fogli di lamiera a Lo Nigro, Benigno ci stava e Peppuccio, che avevano comprato una sparachiodi che stavano facendo un cassettone per metterci l'esplosivo."

Praticamente, i tre stavano preparando una cassetta di metallo per realizzare un contenitore, che avrebbe, tra l'altro, aumentato la potenzialità offensiva dell'ordigno.
Circa le caratteristiche del foglio di lamiera dice:

"Largo 1 metro, 1 metro e 50 per 2 metri circa, 2 e 50. Un foglio, un pannello di alluminio, tutto piegato, quadrato, tipo scatoloni e all'angolo io ho visto questa sparachiodi che sparavano chiodi negli angoli, per aggiungere le cose.
...Quando sono arrivato nel pomeriggio lì... perché io ci andavo, o la mattina o il pomeriggio ci passavo, ci ho detto: 'cosa fai?'
Dice: 'sto facendo uno scatolone, tipo uno scatolo per metterci l'esplosivo e portarlo da Contorno'. E basta, non ci ho detto niente io.
Poi ho saputo che veniva scomodo, che era troppo grande per metterlo dentro la macchina. Poi si parlò che... ho sentito che qualcuno di loro ha visto un fusto, di quelli da 200 litri, buttato da qualche parte e hanno preso questo fusto e l'esplosivo l'hanno nascosto dentro il fusto, dentro una cunetta."[422]

Oltre alla sparachiodi e alla lamiera vide altra attrezzatura nelle mani degli attentatori:

"Lì c'era uno scatolo pieno di attrezzatura. C'era uno scatolo pieno di attrezzatura, che c'era pure un saldatore piccolo, quello che adoperava Benigno Salvatore. C'erano pinze, c'erano una corda che loro incordavano, annodavano l'esplosivo. Insomma, c'era parecchie attrezzature in questo scatolo.
...Attrezzature elettriche ho visto lì un saldatore. Un saldatorino piccolo che l'adoperava Giuliano."[423]

Il saldatore serviva (probabilmente, dice Scarano) a preparare il telecomando.

Gli fu anche chiesto dove era possibile acquistare, nel paese, batterie da 12 volts, ma Lo Nigro intervenne e disse che ci avrebbero pensato loro.
Non sa dire se le batterie furono poi effettivamente acquistate.

Dopo un mese circa che stavano a Capena fecero il primo tentativo. Egli non era presente e non era stato previamente avvertito di questo tentativo. Ne sentì parlare nella sera dello stesso giorno, quando passò alla villa.

Tra i discorsi sentiti ricorda che l'attentato era stato fatto nella mattinata, nei pressi del cimitero, dove c'è una curva pericolosa e i veicoli in transito sono costretti, necessariamente, a rallentare.
Il detonatore era esploso, ma l'esplosione non si era propagata al resto della massa.

Temevano che Contorno avesse sentito l'esplosione del detonatore (che è simile ad un colpo d'arma da fuoco) e si fosse messo sull'avviso.
L'esplosivo era stato collocato in una cunetta, dentro un fusto di fortuna, della capacità di circa 200 litri.

Quando fu fatto questo tentativo nella villetta c'erano tutti: Benigno, Giacalone, Giuliano, Lo Nigro e Grigoli.

Ha detto che in quel periodo Contorno viaggiava con una Fiat di colore rosso, uno degli ultimi tipi di automobili prodotte, in quel periodo, dalla casa costruttrice torinese.
Quando lo videro, per la prima volta, uscire dal cancello della sua villa Contorno viaggiava appunto con una macchina del genere. Quella mattina c'erano Lo Nigro e Giuliano, perché si alternavano nell'intercettazione di Contorno: due persone la mattina e due il pomeriggio.
Poi, quando l'ebbero notato per due-tre volte e s'erano accertati quale strada faceva prepararono l'attentato.

Dice sempre lo Scarano che, per studiare le mosse di Contorno, il gruppetto utilizzò anche la sua A112. Alla fine, però, se la riprese, perché successe questo fatto particolare:

"Quando una mattina viene Lo Nigro a casa mia e Giuliano, che erano lì presto, la mattina, a quanto mi hanno riferito che si erano messi vicino a una villa e praticamente abbaiavano dei cani in questa villa e qualcuno forse ha chiamato i Carabinieri. Perché si sono visti i Carabinieri passare di dov'erano loro e hanno capito loro stessi che avevano chiamato i Carabinieri qualcheduno.
E sono venuti da me dicendomi che forse li avevano visti i Carabinieri, di fare in caso qualche denuncia di furto della macchina, della 112. E poi ce l'ho levata io la macchina. Ho detto: 'così mi mettete in mezzo ai guai a me'."[424]

Egli, comunque, la denuncia di furto della A112 non la fece mai..

Dopo il fallimento del primo tentativo Giuliano si portò a Palermo per procurare un altro detonatore. Tornò in compagnia di Pietro Romeo.

Dice ancora Scarano che, nel periodo della permanenza del gruppo a Capena (e anche prima, come s'è visto), ebbe a prestare loro, frequentemente, anche la sua Mitsubishi Pajero. Lo fece, tra l'altro, quando vi fu il primo tentativo, perché la Jeep fu utilizzata per ritirare l'esplosivo dalla cunetta.
Lo fece ancora successivamente, quando vi fu il ritrovamento dell'esplosivo da parte dei carabinieri:

"Mi hanno detto: 'dacci la Jeep', e basta. Però la sera del ritrovamento dell'esplosivo, che io poi ho sentito per televisione, dopo una mezzoretta è venuto Lo Nigro a casa mia, lì mi ha detto: 'guarda, siamo andati sul posto, è stato rinvenuto l'esplosivo' - dice che lo avevano messo da una parte - 'lo dovevamo spostare questo esplosivo'. E secondo me si è portato la Jeep a posta, di proposito per spostare l'esplosivo.
E' venuto a casa mia e mi ha detto di fare la denuncia che forse l'avrebbero visto qualcheduno che girava attorno dov'era questo esplosivo. E io ci ho detto: 'guarda che io denunce non ne faccio, mi dispiace'."[425]

In effetti, anche allora non fece nessuna denuncia.

Senz'altro, dice Scarano, in entrambi i tentativi fu utilizzata la sua Jeep per trasportare l'esplosivo:

"Secondo me, penso che serviva perché il primo attentato, dove è fallito, era vicino casa sua, al cimitero, una curva sopra al cimitero, a quanto mi hanno detto. Poi dal cimitero questo esplosivo si trova all'uscita del paese, sulla Cassia-bis, come ce l'hanno portato lì questo esplosivo? L'hanno portato con la Jeep, l'hanno scaricato lì e la sera riportarlo dove dovevano nuovamente preparare il secondo attentato."[426]

Dopo il ritrovamento dell'esplosivo andarono tutti via, ad eccezione di Gicalone.

Ha detto poi di non aver conosciuto il proprietario della Lancia Thema Ferrari che abitava nella stessa strada di Contorno. Di questa persona e di quest'auto gli parlarono sempre quegli altri.

Sentì anche dire che una Thema Ferrari (la stessa di cui sopra) era nella disponibilità di una persona che esercitava un'attività imprenditoriale. Gliene parlò un muratore di Formello che lavorava alla sua villa di Fiano Romano, alle dipendenze del Petrucci (il costruttore e agente immobiliare).
Questo muratore, infatti, un giorno, mentre pranzavano al cantiere (era presente Giacalone o Lo Nigro) prese a fare questo discorso:

"Si parlava, non mi ricordo il discorso com'è nato, è uscito fuori che lui lavorava al paese, guadagnava bene con una persona, ha detto il nome che io adesso non mi ricordo chi è. E dice questa persona: 'io lavoravo lì, per venire qui a lavorare spendo tanti soldi di benzina' - o di nafta perché c'aveva un 127 di nafta mi sembra - 'per la cifra di 350 mila al giorno, sono pochi'. Prima lavorava con questa persona, poi si è messo in affari con Contorno e non lavora nemmeno lui più, perché prima faceva il costruttore questa persona col Ferrari.
Allora, siccome la Ferrari già è stata vista e quel giorno non ricordo se ci stava Giacalone o qualcuno di loro lì al cantiere pure, a pranzo, di lì è nato tutto un discorso che si è capito tante cose.
Che questo qui stava in affari con Contorno, ed è stato seguito pure questa persona di questo Ferrari. Che non ha più lavorato, non ha preso più lavori. Perché parlava questo muratore normale, tranquillo, così, senza dubbi, senza nessuna cosa." [427]

Questo muratore disse, praticamente, che il suo ex datore di lavoro era in affari con Contorno, ma non ne specificò il genere. Disse anche che (il suo ex datore di lavoro) aveva una Thema Ferrari e abitava nella stessa strada di Contorno.
Aggiunse pure che Contorno camminava tranquillamente per le strade del paese e che era conosciuto un po' da tutti.
All'epoca di questo discorso i sopralluoghi all'abitazione di Contorno erano già iniziati.

(In conclusione, Scarano ha negato di aver fornito agli attentatori notizie relative alla frequentazione tra Contorno ed il personaggio della Thema Ferrari. Lascia capire che, dal discorso del muratore, ascoltato da Giacalone o Lo Nigro, fu intuito il collegamento tra i due e fu intravista la possibilità di giungere a Contorno tramite il possessore della Thema Ferrari. Da qui l'interessamento degli attentatori per quest'ultimo).

Dice Scarano che alla villetta di Capena ebbe modo di notare delle automobili. In particolare, una Fiat 127 e ("mi sembra") un'Alfa 164, di colore nocciola.

Ha negato di aver partecipato al furto di auto, durante il periodo della permanenza del gruppo a Capena; tantomeno della Fiat Uno di Benedetti Giuseppe.

Vide, comunque, nella villa di Capena una Fiat Uno, coperta con un apposito telone (da dietro, comunque, si riconosceva per quello che era).
In relazione a quest'auto sa che Bizzoni Alfredo offrì a Giacalone i documenti e le targhe di una Fiat Uno incidentata, appartenente ad una persona che era la sua donna o la sua baby-sitter. Cosa ne fecero, però, non ha mai saputo.

Ha detto anche che un giorno, sempre nel periodo di preparazione dell'attentato, si portò alla villa di Capena insieme a Frabetti Aldo, che lavorava, in quel periodo, con lui alla casa di Fiano Romano (e per questo si trovò ad essere in sua compagnia). Poi dice:

"Aggiungo un'altra cosa: mi sembra che Frabetti poi la mattina dopo ci ha portato un fiasco di vino di cinque litri" [428].

- Ha detto che un giorno effettuò le pulizie nella villetta di Capena la solita Cantale Simonetta. Finite le pulizie andarono a pranzo in un ristorante della zona, sulla via Tiburtina (al "ristorante Romano", dice Scarano). C'erano altre quattro o cinque persone, ma non ricorda quali. Certamente c'erano Giacalone e Lo Nigro.

- Ha parlato, infine, di un acquisto di armi avvenuto nei primi mesi del 1994 da parte sua.
Ha detto, infatti, che un giorno, nel 1994, si portò a casa sua Vincenzo Moroni, figlio di Bruno Moroni (quello che prelevò la Lancia Thema allo stadio Olimpico), proponendogli l'acquisto di varie armi. Queste armi erano possedute da un suo amico polacco, zingaro, e provenivano da un furto in appartamento.
In effetti si incontrarono loro tre (Scarano, Vincenzo Moroni e il polacco) e le armi furono da lui acquistate, per circa 2 milioni. Erano contenute in un sacchetto della spazzatura di colore nero.
Le armi erano senza caricatore. Questi furono acquistati da Bizzoni, insieme alle pallottole "della 44-45 che era".

Successivamente, realizzò alla meglio una cassetta di legno; vi depose dentro le armi e la sotterrò in un canneto, nei pressi della sua villa in costruzione.

Poi, quando i palermitani si installarono a Capena, per l'attentato a Contorno, se ne presero una ciascuno. Dice infatti:

"Poi, quando sono venuti a Roma alla villa, che si facevano i sopralluoghi lì a Contorno, ci stava Giacalone, ci stava Lo Nigro, ci stava Benigno, ci stava Carra, ci stava... ci stava Giuliano e basta, loro quattro, loro quattro. Che poi Romeo è venuto in un secondo tempo. E Matteo mi sembra pure.
Matteo sarebbe Grigoli Salvatore.
Però c'erano loro e se ne sono prese una per uno, di quelle armi. Carra se n'è presa una che era una 6 e 35 senza caricatore. Lo Nigro Cosimo se n'è presa una 44-45 senza caricatore. Gli altri, insomma, una a una, hanno fatto una per uno."

Le portarono a Palermo quando andarono via da Capena.
Giacalone prese una pistola 6 e 35 con manico, con impugnatura di quelle da tiro.


Romeo Pietro. Trattasi di imputato ex art. 210 cpp che ha reso dichiarazioni confessorie.
La sua partecipazione alla vicenda Contorno è stata limitata, secondo quanto egli ha dichiarato, a due episodi specifici, peraltro di breve durata, occorsi, il primo, mentre veniva preparato l'attentato ; il secondo, dopo il rientro del gruppo degli attentatori a Palermo.
In pratica, egli avrebbe accompagnato Giacalone a Capena nell'aprile 1994; vi sarebbe poi tornato nel giugno 1994 per attuare uno spostamento di esplosivo.
Infine, vi sarebbe tornato con la Polizia dopo il suo arresto.

Vediamo separatamente.

1° viaggio a Capena. [429] Dice il Romeo che, circa un mese dopo la sua scarcerazione, avvenuta l'1-2-94, mentre si trovava a Palermo in compagnia di Luigi Giacalone, fu richiesto da quest'ultimo di accompagnarlo a Roma.
Giacalone si trovava a Palermo per procurare un detonatore al gruppo degli attentatori di Formello. Questo il suo racconto:

"C'era Luigi Giacalone che, siccome mi ha detto Luigi Giacalone che avevano fallito il primo attentato a Contorno, e lui è sceso a Palermo per prendersi il detonatore, quello che fa per farlo esplodere.
Dice che non ci era partito l'esplosivo.
E mi ha detto, dice: 'che fai, ci vuoi venire?'
Ci dissi: 'io c'ho la firma, come faccio a venire?'
Poi, cioè, mi sono convinto pure io.
Dissi: 'va be', però questa sera, perché ora non posso andare a chiedere di venire lì. Devo andare a firmare. Firmo e ce ne andiamo.'
Abbiamo preso la nave e siamo andati l'indomani mattina a Napoli.
E poi lui, che portava la macchina... Anzi, prima cercavamo una macchina targata Roma, perché lui era sceso, dice, con l'aereo.
Siccome il fratello di Grigoli Salvatore ci aveva una macchina targata Roma, se l'ha fatta prestare.
E così siamo saliti con questa macchina.
Siamo arrivati a Roma e siamo andati in questa villetta.
E là c'era: Lo Nigro, Giuliano, Salvatore Benigno e Grigoli Salvatore. Luigi Giacalone e io." [430]

Per portarsi a Roma adoperarono quindi la Fiat Uno di colore bianco del fratello di Salvatore Grigoli. Partirono un venerdì, subito dopo aver firmato al Commissariato. Giacalone portò con sé il detonatore, ma non sa dire dove lo avesse preso ("Si, lo aveva nelle mani, che era un coso...un filo. Una cosa di questo").

Già prima di partire Giacalone gli aveva detto che il detonatore doveva servire per attentare a Contorno. Gli disse anche che c'era già stato un attentato fallito, perché "non ci è partito il detonatore".
Quindi, per ripetere l'attentato, occorreva un detonatore nuovo.

Fecero il viaggio fino a Napoli con la nave. Fu Giacalone a fare il biglietto e non sa se lo fece a nome suo o di altre persone. Lui non diede alcun nome, perché era a piedi.

Arrivarono a Roma-Capena l'indomani mattina. Era di sabato. Non ebbero difficoltà a trovare la villetta, perché Giacalone sapeva già dove si trovava ("Io so che ci sono stati in quella...più di un mese").

A Capena trovò Benigno, Lo Nigro, Grigoli e Giuliano. Non c'era Spatuzza.

Di Giuliano dice che era da poco tempo alla villetta, per questo motivo:

"Perché io quando sono uscito dal carcere è venuto lui che m'è venuto a prendere; e poi loro dopo pochissimo tempo sono partiti. C'era lui e qualche altro."

Non sa dire in che modo il gruppo degli attentatori si fosse portato a Roma ("Comunque quando loro salivano, saliva ognuno per conto suo. Cioè, chi si prendeva l'aereo, chi andava in treno, chi prendeva la nave").

Nel pomeriggio uscì con Giacalone per fare un giro e fu portato a casa di Scarano, dove incontrò Aldo Frabetti (E c'era una persona che si chiamava pure Aldo, Fabretti, Aldo...una cosa del genere").

Dice che non c'erano ragioni particolari per andare a casa di Scarano. Poi aggiunge:

"No, non c'era... Cioè, siccome a lui dice che tutti i giorni usciva, che si lamentavano tutti che lui usciva, che se ne andava, dice: 'donne, donne...', che c'era un gruppo di donne. E lui, tutti i giorni, usciva dice con Scarano, che andava con queste donne."[431]

A casa di Scarano vide anche un'altra persona, che parlò con Giacalone di autovetture da vendere ed acquistare:

"Cioè, hanno parlato loro... Che a Luigi Giacalone aveva un autosalone e si parlava delle macchine. Che ci doveva fare acquistare delle macchine.
Che poi gliel'ha, se l'ha comprato, lui."

Poi torna sull'argomento e specifica, senza comunque chiarire molto:

"EX 210 Romeo: Io quello che ho capito io, c'era qualche persona che ci doveva dare dei soldi a Scarano e forse era qualcuno che vendeva macchine, qualche ditta. Non mi ricordo bene.
E lui s'è preso le macchine. E se l'è preso Luigi Giacalone.
PUBBLICO MINISTERO: Quindi, Giacalone ha preso delle macchine in una storia in cui c'era di mezzo anche Scarano. Vuol dir questo?
EX 210 Romeo: Sì. Quand'eravamo a casa di Scarano si parlava di questo."[432]

Tornati a Capena dormì, quella notte, nella villetta, insieme agli altri. L'indomani, di domenica:

"Poi, la domenica mattina, io e Giuliano mi ha fatto vedere dove abitava Contorno.
E ci passavamo di vicino.
Dice: 'quella è la villetta di Contorno.'
Cioè, ci siamo passati più di una volta, poi dice che abbiamo visto una persona con una 127, diceva che era suo fratello. Però io non lo conosco."[433]

Per arrivare alla villa di Contorno ci voleva una mezz'ora d'auto, da Capena.
Per fare questo giro utilizzarono un'auto di colore grigio, che era, forse, una Fiat Regata ed era, forse, targata Salerno:

" La targa mi sembra...Salerno, una cosa di questo. Comunque, non mi ricordo se era Regata, se era qualche altro tipo di macchina".

Presero l'auto alla villetta. Giuliano gli disse che l'auto era di Scarano.

La villetta di Contorno si trovava su una stradina, che finiva nella campagna ("Cioè, si faceva un pochettino di strada e poi c'era tutto terreno: era là; non si andava più in nessuna parte. C'erano altre villette").
Era a circa 100 metri dall'imbocco della stradina, sulla sinistra andando verso la campagna.
Per arrivarci "c'era una superstrada, una strada, diciamo, così...Normale".

Vide che la villetta di Contorno aveva un portone di ferro, di cui non ricorda altro.[434]
Anche le persiane della casa erano di ferro.
Dalla strada non si vedeva nulla dell'interno della villa.

Giuliano gli disse che Contorno viaggiava con una Fiat Punto di colore rosso e che il figlio aveva una VW Polo.

Nel corso di questa perlustrazione Giuliano gli mostrò anche il posto in cui avevano collocato l'esplosivo nel corso del primo tentativo contro Contorno. Si trovava in una curva, nei pressi del cimitero:

"C'era una fogna e l'hanno messo là, che c'era erba, e l'hanno piazzato là. E poi non l'hanno... cioè, non è esploso.
Cioè, dice che ha fatto un botto così. Lui, mentre che passava, Contorno s'è fermato e poi se n'è andato."[435]

Il botto del detonatore fu simile all'esplosione di una gomma d'auto. Il gruppetto degli attentatori temette che Contorno avesse compreso qualcosa, anche perché non lo rividero più per una settimana (non lo avevano ancora rivisto mentre lui era a Capena).

Circa le modalità del fallito attentato il Romeo fa questa serie di dichiarazioni, che conviene riportare per intero:

EX 210 Romeo: Mi hanno detto che avevano una batteria.
PUBBLICO MINISTERO: E poi ci voleva qualche altro attrezzo, qualche altra apparecchiatura per comandare l'esplosione di questo esplosivo, oppure no?
EX 210 Romeo: Non mi ricordo. Cioè, loro hanno detto... ha detto che ha, diciamo, ha messo i fili nella batteria però è partito solo il detonatore e non è partito neanche l'esplosivo.
PRESIDENTE: Era partito il detonatore...
EX 210 Romeo: Ma non... Cioè ha fatto uno scoppio, dice... siccome io non ne capisco niente di queste cose.

Ancora:

EX 210 Romeo: Comunque, io sapevo che era con la batteria, perché con la miccia ci sta che la miccia arriva là, non può essere una cosa di queste.
PUBBLICO MINISTERO: Ho capito.
EX 210 Romeo: Cioè, loro devono aspettare il punto che lui passa, la macchina, e fanno scoppiare subito. [436]

Il Romeo dice che questo fallito attentato avvenne prima della sua scarcerazione (1-2-94). Ma aggiunge subito che è una sua ipotesi.

In ordine all'esplosivo usato per l'attentato ha detto di aver ascoltato dei commenti negativi di Lo Nigro, il quale diceva che "non era buono". Se ne lamentava in questo modo particolare:

Ex 210 Romeo: "Si, dice che non era quello... come quello che avevano usato.
PUBBLICO MINISTERO: Quando? Che avevano usato quando?
EX 210 Romeo: Non lo so. Cioè, per fare, diciamo, le altre stragi che hanno fatto."[437]

Lo Nigro diceva pure che l'esplosivo poco buono gli era stato dato dai trapanesi. Inoltre:

"Lo Nigro diceva che quello che aveva acquistato lui, che avevano loro, dice che era meglio."[438]

In istruttoria aveva detto al PM: "Si trattava non di materiale loro, cioè palermitano, bensì di materiale che veniva da fuori e che Bagarella si era fatto consegnare dai trapanesi." [439]

A dibattimento ha precisato:

"Cioè, io confermo questo disco... ma questo discorso l'ha detto, diciamo, Lo Nigro l'ha detto. Dice: 'l'esplosivo del signor Franco...' Cioè si lamentava che non serviva.
PUBBLICO MINISTERO: Cosa vuol dire questo discorso?
EX 210 Romeo: Che non era buono, che quello che aveva lui era meglio."

L'esplosivo buono, che avevano loro, di cui parlava Lo Nigro, veniva dal mare (Cioè, quello che io ci ho visto che lui, portava lui, veniva dal mare").

Lo Nigro non fece nomi circa i trapanesi che avevano fornito l'esplosivo poco buono. L'idea di prenderlo dai trapanesi non fu, comunque, di Lo Nigro, anche se non ricorda di cui fu l'idea.

Quella domenica mattina passò per la villetta di Capena anche Scarano. Questi ci andò con la sia auto, che egli nemmeno vide. Fece una visita e se ne andò, trattenendosi per poco tempo.

Giuliano gli disse che Contorno doveva morire per più motivi: perche era un collaboratore di giustizia; perché aveva ucciso il padre dei Graviano e il fratello di Spatuzza.

Sempre Giuliano gli disse che avevano individuato Contorno perché questi "lavorava con la droga."
Lo individuarono tramite un costruttore amico di Scarano (Cioè, loro parlavano di un costruttore, di un amico di Scarano, queste cose dicevano")[440]

Quanto a questo costruttore il Romeo non sa fornire migliori particolari, ma aggiunge:

"Ma loro parlavano che - però non lo so se era sempre la stessa persona - che era uno, dice, che aveva la Ferrari, aveva... cioè, si parlava di queste cose."

Lo Scarano, dopo aver appreso di Contorno dal costruttore, ne parlò a Messina Denaro Matteo. Questi, a sua volta, lo disse a Giuseppe Graviano (tutto ciò gli fu riferito da Giuliano).
Quindi, "Giuseppe Graviano ha mandato a Spatuzza a Roma per vedere se era lui; ché era l'unico che lo poteva conoscere".

In effetti Spatuzza si portò a Roma e intercettò Contorno, come gli fu detto dallo stesso Spatuzza:

"Ha visto che veramente che era lui. Dice che c'è salito 15 giorni. Questo me l'ha detto però, l'ha detto Spatuzza. E' sceso 15 giorni... è salito 15 giorni e poi ha visto che era lui e gli ha detto a Giuseppe Graviano che era Contorno."[441]

Dopo di che Giuseppe Graviano prese la decisone di farlo saltare in aria, per quello che gli fu raccontato ("Si, loro parlavano sempre di Giuseppe Graviano, perché conoscevano a lui").

Per concentrarsi su Contorno il gruppo smise allora di preparare altri attentati ai monumenti, che pure erano in programma. Questo il suo discorso:

"EX 210 Romeo: ... cioè, hanno fermato gli attentati che avevano fatto per farci poi l'attentato... si stavano preparando per fare l'attentato a Contorno. Per questo si sono fermati a fare attentati nei monumenti.
PUBBLICO MINISTERO: Per questo si sono?
PRESIDENTE: Fermati a fare?
EX 210 Romeo: Fermati a fare attentati nei monumenti antichi."[442]

Anche questo discorso gli fu fatto, sicuramente, da Giuliano. E' probabile che glielo abbiano fatto anche altre persone ("Cioè, che me l'ha fatto Giuliano è sicuro, però qualche altro me l'ha fatto pure, questo").

La salita di Spatuzza a Roma e l'individuazione di Contorno si svolsero, così gli fu raccontato, quando lui era detenuto, nel 1993.

Alla villetta notò anche una Fiat Uno, "mi sembra che era grigia pure". Sempre da Giuliano seppe che era rubata, ma non gli fu detto dove.
Non ricorda la targa di quest'auto; comunque, non era targata Palermo.
Era stato Giuliano a rubarla (così gli fu detto), anche perché solo lui, tra le persone presenti a Capena, era in grado di farlo.

Ha detto ancora il Romeo che, durante questa prima puntata a Capena, notò dell'esplosivo nella villetta. Erano due involucri grossi di esplosivo (quello che averebbe poi fatto ritrovare alla Polizia), nonché cinque.sei pezzi più piccoli, fasciati di scotch allo stesso modo dei precedenti.
Queste confezioni di esplosivo si trovavano, quando le vide, nel giardino della villa, presso "un coso per fare le pizze".

Nella villa non ebbe modo di notare alcuna Jeep. Tuttavia, gli fu detto tempo dopo, dal solito Giuliano, che, dopo il fallimento del 1° attentato, l'esplosivo fu portato via dal luogo in cui era stato collocato e che lo spostamento avvenne con la Jeep di Scarano.
Questo fatto gli fu raccontato a Palermo, quando era fallito anche il secondo attentato.

Ripartì da Capena verso le 13 della domenica. Prese la nave a Napoli di sera:

"La sera, diciamo, della domenica, la sera verso le otto, mi ho preso la nave e me ne sono sceso a Palermo. Il lunedì mattina sono stato a Palermo."

A Palermo tornò da solo, con l'auto del fratello di Salvatore Grigoli (la stessa con cui erano saliti). Gli altri rimasero a Capena per ripetere l'attentato. Dovevano riprovarci il lunedì o il martedì successivi, una cosa del genere.

Successivamente gli fu riferito, non solo da Giuliano ma anche dalle altre persone componenti il gruppo degli attentatori, a Palermo, che anche il secondo attentato era fallito perché qualcuno aveva scoperto l'esplosivo ed aveva avvisato la Polizia.
Non sa esattamente chi scoprì l'esplosivo ("Chi diceva che era un passante, chi diceva che era un benzinaio").

Per compiere l'attentato doveva essere utilizzata, come al solito, una batteria
Allorché intervenne la Polizia l'esplosivo "già era piazzato, pronto che appena lui passava, lo dovevano fare saltare in aria.

Prima di questo secondo attentato, però, e proprio in vista di esso, egli, tornato a Palermo, aiutò Pietro Carra a caricare altro esplosivo nella zona industriale di Brancaccio, insieme a parecchie armi.

Infatti, dopo il fallimento del primo attentato, fu portato a Capena altro esplosivo ed altre armi:

"Comunque c'è stato il primo fallito attentato che hanno fatto a Contorno, poi loro... Piero Carra ha salito con il camion e ha chia... e ha salito un po'... c'era un pochettino di esplosivo e poi c'erano pure armi."

Le operazioni di carico avvennero a Palermo, nella zona industriale, in una ditta di autotrasportatori. Erano presenti lui (Romeo), Spatuzza, Tutino Vittorio e Pietro Carra.[443]

Il materiale fu "messo nello châssis" di un TIR che aveva Piero Carra, perché "Piero Carra ci aveva fatto un coso, diciamo, per nascondere armi, esplosivi. Perché poi queste cose gliel'hanno fatte fare loro. Cioè, l'ha fatto fare Piero Carra però... questo qua."[444]

Si trattava di un nascondiglio ("Si, avevano fatto un cassone, avevano fatto di sotto e poi veniva messo il ribaltabile di sopra il cassone, diciamo").

Per fare questa operazione il Carra alzò il ribaltabile lateralmente. Dice il Romeo che era presente e diede una mano nelle operazioni di carico.

Caricarono due confezioni di esplosivo di circa 20-30 kg ognuna. Non ricorda come era la confezione, perché le operazioni di carico avvennero di sera.

Questo materiale (armi ed esplosivo) doveva servire sicuramente per Contorno:

"EX 210 Romeo: Siccome loro hanno fallito l'attentato e non avevano armi, e si sono fatti salire le armi di urgenza che si spaventavano se Contorno l'avesse visto...
PUBBLICO MINISTERO: Cioè...
EX 210 Romeo: ... ci poteva fare qualche cosa nella... e allora erano senza armi. Avevano qualche pistola."

Inoltre:

EX 210 Romeo: No, servivano per... però non sapevano cosa fare se ci dovevano mettere l'esplosivo oppure lo dovevano ammazzare così, perché non è che era uno solo che... parlavano tutti, però a conclusione non c'era una persona che diceva: 'dobbiamo fare così'."[445]

Dice il Romeo di essere sicuro che, quando effettuarono questo carico, il primo attentato a Contorno era già avvenuto.

Ha detto anche che, in occasione di questo carico, consegnò a Pietro Carra anche una busta in cui erano contenuti tre milioni, affinché la portasse a Capena. Questa busta l'aveva ricevuta da Nino Mangano, con cui si era incontrato in precedenza.
I soldi dovevano servire, tra l'altro, al Carra per fare l'assicurazione del camion, in quanto questi ne era sprovvisto.[446]

Monticciolo Giuseppe. Trattasi di persona imputata ex art. 210 cpp e sottoposta ad indagini anche in relazione ai fatti per cui è processo.

Ha detto di essere stato molto vicino alla famiglia Brusca, prima di essere stato arrestato e iniziare a collaborare, nel febbraio 1996.
Si avvicinò ai Brusca nel 1992.

Per conto della famiglia mafiosa di appartenenza custodiva un arsenale in contrada Giambascio, nei pressi di S. Giuseppe Iato.
Ricorda che, in una occasione, Brusca gli ordinò di prelevare un fustino di esplosivo (di circa 40 kg) dall'arsenale e di farlo a Mimmo Raccuglia di Altofonte, il quale l'avrebbe recapitato ad altri.
L'esplosivo si trovava entro contenitori di plastica bianchi ("questo esplosivo era messo dentro dei contenitori in plastica bianchi").

Brusca gli spiegò, già allora, che l'esplosivo doveva servire ad uccidere Salvatore Contorno ("perché dice che avevano individuato il collaboratore Totuccio Contorno e serviva per fare saltare in aria Contorno").
Non ricorda, in particolare, quando ciò avvenne.

Quanto al modo in cui era fatto l'esplosivo dice:
"Mi sembra che sia di colore chiaro e tipo palline piccole piccole.
...Cioè, più che altro sembrava tipo un sale chimico di quello che si mette in campagna."
Era di colore chiaro: "Bianco, tipo panna, una cosa chiara così."

Non gli spiegò il punto preciso in cui era stato localizzato Contorno, ma gli disse che era in continente (Non mi ricordo se mi disse Roma, o in Altitalia. Qualcosa del genere).

In effetti, egli lasciò l'esplosivo in una casa nei paraggi di Piana degli Albanesi. Non ricorda di chi fosse questa casa.
Lasciò l'esplosivo davanti alla casa, in un fusto di lamiera. Era la villetta di un parente di Benedetto Capizzi e gli fu indicata da Brusca.

Sinacori Vincenzo. Questo collaboratore ha parlato poi di una fornitura di esplosivo fatta dai trapanesi ai palermitani, agli inizi del 1994, per l'attentato a Contorno. L'esplosivo fu consegnato dal trapanese Vito Mazara al palermitano Nino Mangano. Questo il suo discorso:

"Sì, sono a conoscenza di una fatto che il Matteo, in un incontro che ebbimo a Dattilo, si incontrò con Vincenzo Virga e chiese a Vincenzo Virga se aveva disponibilità di esplosivo. Siccome quella è una zona piena di cave di marmo e quindi non ci sono problemi per l'esplosivo, lui disse che se non era un quantitativo eccessivo, non c'erano problemi.
E a questo punto fece prendere un appuntamento a Nino Mangano con Vito Mazara e poi ho saputo da Vito Mazara che Nino Mangano venne a prendersi l'esplosivo.
Io questo fatto, come fatto temporale, lo collego al fallito attentato a Contorno, in quanto dopo circa un mese, un mese e mezzo dalla consegna dell'esplosivo, seppi del fallito attentato a Contorno e poi successivamente, incontrandomi con Matteo, chiesi noti... Siccome allora la televisione parlava che poteva essere, siccome là c'era qualcuno dei Servizi Segreti, erano nel dubbio se era per Contorno o meno quell'attentato. Allora chiesi a Matteo se effettivamente lui sapeva qualcosa. Lui mi confermava che era per Contorno e che era stato molto fortunato perché l'attentato doveva succedere proprio lo stesso giorno e che nonostante... sarebbe stato più facile sparargli perché era facile sparargli, volevano fare un atto dimostrativo mettendoci dell'esplosivo.
Mi disse anche che erano stati molto fortunati perché erano arrivati subito la Polizia, cose... e sono dovuti scappare per cielo e per terra, così. Quindi..." [447]

Non gli disse, però, chi aveva partecipato a questo attentato. Gli disse che a mandare tutto all'aria "era stato il benzinaio che aveva uno scatolo là vicino e aveva avvertito subito la Polizia".

Brusca Giovanni. Ha detto il Brusca che, nel periodo in cui egli era latitante a Monreale, agli inizi del 1994, Bagarella gli fece una richiesta di esplosivo. In quel periodo si incontravano a Borgomolara, nel fondo Patellaro, dove v'era una piccola abitazione (lo fecero quattro-cinque volte).
All'epoca Bagarella abitava a Palermo. Per fissare gli appuntamenti mandava dei bigliettini a Calvaruso tramite Giuseppe Patellaro; Calvaruso li recapitava a Bagarella. Questi gli faceva avere risposta seguendo la trafila inversa (Calvaruso-Patellaro-Brusca).

Nel corso di uno di questi incontri Bagarella gli chiese l'esplosivo, perché "il gruppo, chi gestiva al nord questi fatti" aveva individuato Contorno e ne aveva studiato i movimenti, mettendosi in condizione di colpirlo. Per farlo abbisognava, però, di esplosivo diverso da quello già utilizzato nelle stragi del 1993 e nell'attentato al dr. Borsellino, per evitare che gli investigatori facessero pericolosi collegamenti.

Egli fornì allora della gelatina, che procurò attraverso il dr. Antonino Di Caro, "reggente" di Agrigento.
Questa gelatina non passò per le sue mani, e nemmeno per il deposito che egli possedeva in contrada Giambascio, perché Di Caro, su suo suggerimento, la recapitò direttamente agli interessati. Dice infatti:

"Ma sempre, come al solito, non ce l'ho io per le mani. La fa avere a Michele Traina; Michele Traina la consegna a Giorgio Pizzo; e Giorgio Pizzo la dà, non so, a Bagarella, a Mangano, non so a chi la dà. Mangano Antonino."[448]

Ha detto che, quando Bagarella gli richiese l'esplosivo per Contorno, egli (Brusca) ne possedeva già in contrada Giambascio. Si trattava, però, di esplosivo dello stesso genere di quello usato per gli attentati di Capaci e di via D'Amelio, per cui non andava bene (anche perché l'esplosivo utilizzato in via D'Amelio era dello stesso tipo di quello utilizzato per le stragi al Nord). Per questo decise di rivolgersi al Di Caro, affinché gli procurasse la gelatina.

Bagarella gli fece richiesta, in questa occasione, di un quantitativo limitato di esplosivo. Dice infatti:

"No, per questo fatto ne voleva poco, per questo fatto che le ho raccontato ce ne bastava poco: 4, 5, 6, 7 chili". Perché Contorno non passava con la macchina, uscendo dal bar a piedi, lo potevano colpire." [449]

In ordine al giro che fece l'esplosivo per giungere agli interessati ha detto che egli si rivolse a Michele Traina, affinché lo aiutasse ad esaudire la richiesta di Bagarella. Quindi, "o che ci sia andato Michele Traina a prenderlo, o che sia salito Toni Di Caro a portarlo", l'esplosivo giunse a Michele Traina, che lo recapitò a Giorgio Pizzo.
Sulla conclusione del giro dice di essere sicuro, per questi motivi:

"Perché Bagarella mi chiede questo fatto, io ci dico: 'Posso, sono in condizione di trovare questo materiale tramite il dottor Di Caro, come te lo faccio avere?'. 'Faccelo avere a Giorgino', cioè sarebbe Giorgio Pizzo.
Al che, io faccio l'appuntamento ora al dottore Di Caro e Michele Traina. Michele Traina ci disse: 'Non c'è bisogno che me lo porti a me, siccome, appena ti arriva questo pacco, questa confezione, fallo avere a Giorgio Pizzo. Che Giorgio Pizzo, per i fatti suoi, sa quello che deve fare'.
E così è andato." [450]

Circa l'uso che fu fatto della sua gelatina dice:

"So solo semplicemente che hanno preso questa gelatina, sono andati a Roma, l'hanno piazzata in un tombino vicino a un bar; e, appena Contorno stava per uscire dal bar, l'hanno fatta esplodere. Solo che, al solito, anche questa volta non funzionò.
E dice - perché a me me l'hanno raccontato - che Contorno, quando è uscito, vide questo, cioè questo fumo che uscì da questo tombino dove l'hanno piazzata, però non ci fece caso e se ne andò. Tanto è vero che non fu, non fu... il Contorno, come si suol dire, non si spaventò, non prese precauzioni." [451]

Ha subito aggiunto, però, di aver saputo solo successivamente, ad attentato fallito, a cosa sarebbe servito l'esplosivo:

"L'ho saputo successivamente, perché mi hanno detto che quel tritolo, cioè quella gelatina, non funzionò. Cioè io vengo a saperlo dopo perché, ripeto, quel materiale non funzionò in quell'occasione." [452]

Lo seppe prima da Bagarella e, poi, da Matteo Messina Denaro:

"Me lo ha raccontato, prima, Bagarella; e poi credo che nel '95 me lo conferma Messina Denaro Matteo. Perché sono due perso... cioè in due occasioni, che io sento questo racconto.
Cioè prima il Bagarella, che Bagarella viene a conoscenza prima di me della notizia del mancato attentato contro Contorno. E poi, a distanza di tempo, la conferma dal Messina Denaro Matteo. Se non ricordo male.
So, ripeto, che quando esce dal bar e fa questa fumata...
PUBBLICO MINISTERO: Ma usciva dal bar a piedi o...
IMPUTATO Brusca G.: Bar, non so, o un locale pubblico: a piedi, a piedi. Per quello che mi raccontano.
E, per dirmi: 'Camminava a piedi, si girò, vede questa fumata...', diciamo queste sono state le testuali parole; se non ho capito male." [453]

Ha ripetuto che dell'attentato a Contorno, nei suoi aspetti esecutivi (come era andato; come non era andato) gli parlò, ad attentato eseguito, Leoluca Bagarella, ma non solo lui: [454]

"Credo che, se non ricordo male, me ne parlò, ma senza scendere nei dettagli, Fifetto Cannella. In quanto si aspettava la notizia dalla TV dell'uccisione di Contorno Salvatore, e questa notizia non arrivava. Al che, il Fifetto Cannella - ripeto, se non ricordo male - era in apprensione e in attenzione, dice: 'Mah, sai che è successo, sai che non è successo?'. E mi riferisco al primo attentato. Cioè a quello dove è stata adoperata la gelatina." [455]

Poi, dopo una contestazione del Pubblico Ministero (il 13-8-96 dichiarò allo stesso PM di aver appreso del fallimento del primo attentato a Contorno da Fifetto Cannella, Nino Mangano e Leoluca Bagarella), aggiunge:

"Sì, di Antonino Mangano, perché erano presenti a Fondo Padellaro, quest'argomento avvenne; me lo raccontò Fifetto Cannella, nel senso che non era successo il botto, cioè l'attentato.
PUBBLICO MINISTERO: Sì.
IMPUTATO Brusca G.: E ci fu, ci sono stati questi commenti." [456]

Ha concluso l'argomento dicendo che la richiesta dell'esplosivo gli venne formulata da Bagarella circa un mese prima del 14-4-94 (cioè, circa un mese prima che venisse ritrovato l'ordigno di Formello).

Ha aggiunto poi che, dopo un primo tentativo andato a vuoto contro Contorno, ci fu un'altra richiesta di esplosivo, ma non ricorda se egli la esaudì o meno. Questo discorso va riportato per intero:

"Guardi, poi c'è stato un - come già le ho detto in altre occasioni - ci fu un altro discorso. Nel senso che questo era andato a vuoto. Ci fu un altro discorso, che si doveva uccidere il Contorno con un attentato eclatante.
E c'era bisogno di esplosivo. E si andava alla ricerca di esplosivo sempre diverso di quello che c'era.
Io, siccome avendo esplosivo di quello tipo cava in Contrada Giambascio, non mi ricordo, per come già le ho detto, se glielo diedi o non glielo diedi più, perché in quel momento era un momento che io avevo il piccolo Di Matteo sequestrato...
PUBBLICO MINISTERO: Sequestrato.
IMPUTATO Brusca G.: Avevo cioè - il piccolo attentato nel mio territorio - avevo tanti fatti...
PUBBLICO MINISTERO: Da gestire.
IMPUTATO Brusca G.: Da gestire. Avevo il Di Maggio, che si è scoperto ora, ma già il Di Maggio nel '94, cioè subito... non '94, già da quando lui si era pentito, che veniva a stuzzicarmi a San Giuseppe Jato. Quindi, avevo tutta una situazione per i fatti miei.
Quindi, non mi ricordo io. Si parlò di questo fatto, però non mi ricordo di avergli dato esplosivo a Bagarella. Però non sono onestamente, come le ho detto, non sono neanche in condizioni di poterlo escludere. Il discorso ci fu, però non sono neanche in condizioni di poterlo escludere.
Di quello di Agrigento, me lo ricordo cento per cento." [457]

Non ha escluso di aver dato Monticciolo Giuseppe un incarico analogo a quello dato a Michele Traina in relazione all'altra richiesta di esplosivo:

"Non lo escludo, perché in quel momento Giuseppe Monticciolo si può dire che era il mio braccio destro, per queste cose che ruotavano un po' attorno a me. Per dire: 'Fai questo', 'fai quell'altro'.
Può darsi che si parlò di andare a prendere questo tritolo, e darglielo, e poi non ci si diede più, o se ci portò io non lo ricordo. Perché poi sono successi tanti di quei fatti che non lo memorizzai, questo particolare. Perché, ripeto, non mi interessai." [458]

Ha detto di essere a conoscenza del fatto che Monticciolo Giuseppe afferma di aver avuto da lui un incarico siffatto (gli è stato contestato dal Pubblico Ministero nel corso di un interrogatorio istruttorio), ma non si sente di poterlo confermare né escludere, perché i suoi ricordi sul punto sono vaghi:

"Vi posso dire quello che mi ha detto lei[459]. Cioè nel senso che, per conto mio, Giuseppe Monticciolo ha dovuto prendere questo materiale, lo doveva fare pervenire a Raccuglia Domenico in un villino di Capizzi Benedetto, di un parente di Capizzi Benedetto. Che poi il Raccuglia doveva far avere a Giorgio Pizzo.
Siccome non... Cioè l'argomento ci fu, però non mi ricordo se è stato portato a termine cento per cento; quindi, non ho motivo di negare.
Siccome il villino di Benedetto Capizzi, io non ne conosco, per quello che dice il Monticciolo, nel territorio che dice lui, ma bensì tutt'altro posto; quindi Monticciolo ricorda, cento per cento, ricorda qualche cosa diverso di quello che abbiamo discusso. Che il villino, che lui dunque... non mi ricorda, e il fatto di avere detto cento per cento: 'Fai in questa maniera', e poi ho avuto il riscontro." [460]

Circa i motivi per cui Contorno doveva essere ucciso ha detto:

"E allora, in maniera molto semplice: inizialmente Contorno Salvatore doveva essere eliminato in quanto uomo di fiducia, vicino a Stefano Bontate, forse nelle persone vicino a lui per la guerra contro i corleonesi. Due: perché il responsabile di omicidi in base... cioè, questo in base alle indicazioni che portò allora Vincenzo Milazzo dell'omicidio del padre di Vincenzo Milazzo e di altri fatti avvenuti a Palermo; e poi - cosa che fino ad ora in qualche modo ho cercato di non dirla perché, come lei sa, la mia situazione iniziale della collaborazione - Contorno era responsabile anche di omicidi quando fu nell'89, a Palermo.
Però io non so nei particolari, come nel caso di Di Maggio; nel senso che nel caso di Di Maggio conoscevo tutti i particolari e quindi è stato possibile poterlo scoprire, su Contorno in maniera generica, che i particolari li può sapere qualcuno della zona o chi molto vicino nel territorio.
Quindi, perché dico questo? Contorno era già collaborante di Giustizia, venuto a Palermo credo per la cattura dei latitanti e, nello stesso tempo, lui, chi per lui - ripeto, non lo so, i particolari non li so - responsabile anche di omicidi.
Credo un paio di omicidi: l'attentato di... come si chiama questo? Di Peri, avvenuto a Vittoria. Ci sono, credo, le liste telefoniche.
Quindi, c'erano tutta una serie di attività contro a Contorno. E credo anche perché responsabile dell'omicidio del padre di Giuseppe Graviano; credo del fratello, padre, di un tale... di Gaspare Spatuzza. C'era tutta una serie di fatti contro a Contorno, quindi doveva essere eliminato per questi motivi." [461]

Ha detto che la decisione di uccidere Contorno era presa "da sempre", anche se di lui non si parlò nelle riunioni svoltesi dopo l'arresto di Riina, con Bagarella, Graviano Giuseppe e compagnia varia.
In realtà, però, l'ombra di Contorno era sempre presente in Sicilia. Ogniqualvolta succedeva un fatto che non riuscivano a spiegarsi pensavano a lui e agli altri "scappati" (i perdenti della guerra di mafia)

Dell'organizzazione di un attentato contro Contorno egli sentì parlare per la prima volta in alcune riunioni che si svolsero a Borgo Molara, dopo l'arresto dei f.lli Graviano (se ne fecero quattro o cinque).

In una di queste riunioni erano presenti lui (Brusca), Bagarella, Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro, Antonino Mangano e Peppe Ferro. Ad essa si presentarono anche Giorgio Pizzo e Fifetto (Cristofaro) Cannella.

Ricorda che queste riunioni furono fatte dopo l'arresto dei Graviano per un motivo ben preciso:

"Perché dopo l'arresto di Giuseppe Graviano si manda a dire dal carcere che al posto suo doveva reggere il mandamento Giorgio Pizzo e Fifetto Cannella, invece poi è stato gestito da Antonino Mangano. E fu l'occasione che mi venne presentato come uomo d'onore Giorgio Pizzo.
Per questo io ricordo preciso che Giuseppe Graviano era stato arrestato." [462]

PARTE TERZA


Questa parte sarà dedicata all'esame degli elementi di prova emersi a carico degli esecutori materiali delle sette stragi per cui è processo.
In ognuno dei capitoli seguenti verrà presa in considerazione un episodio di strage.

Ogni capitolo verrà diviso in tre paragrafi. Nel primo verranno riportate, "tematicamente", per somma sintesi, le dichiarazioni dei vari collaboratori (imputati o imputati in procedimenti connessi) sulla specifica strage, in modo da evidenziarne concordanze e discordanze.
Le dichiarazioni prese in considerazione sono, per la maggior parte, quelle riportate nella parte seconda. Vi sono, però, anche quelle di alcuni collaboratori "secondari" (per tali intendendo coloro che non sono imputati dell'esecuzione e dichiaranti de relato), in modo da avere, su ogni singolo aspetto dell'esecuzione, il quadro completo delle dichiarazioni.
Sarà attuata, in questo modo, una prima verifica sulle dichiarazioni suddette (una verifica "interna", basata sul solo confronto tra le dichiarazioni).

Nel secondo paragrafo verranno illustrati gli elementi di verifica "esterna" che, sul singolo tema, l'istruttoria dibattimentale ha offerto (i cd. riscontri obbiettivi).

Per rendere più agevole la lettura e il raccordo tra le dichiarazioni dei collaboratori e gli elementi di verifica esterna, il paragrafo primo e secondo verranno articolati in altrettanti "punti". Ogni "punto" del paragrafo secondo farà riferimento al corrispondente punto del paragrafo primo.

Nel paragrafo terzo (di ogni capitolo) verranno svolte considerazioni finali, che tengano conto di tutte le emergenze istruttorie raccolte sull'episodio delittuoso (sempre limitatamente agli esecutori).

Alla fine si questa parte (capitolo settimo) verranno illustrate le ulteriori emergenze istruttorie, trasversali alle stragi, emerse nel corso del dibattimento e verranno svolte considerazioni generali sui soggetti che devono considerarsi "esecutori".
Sarà questa la sede per svolgere alcune considerazioni sull'attendibilità intrinseca di alcuni collaboratori (in relazione alla congruenza, stabilità e precisione delle loro dichiarazioni) che hanno parlato dell'esecuzione delle stragi.

I tabulati dei telefoni cellulari - Prima di parlare delle singole stragi occorre però fornire alcune indicazioni per la lettura di un particolare materiale probatorio introdotto nel processo dalla pubblica accusa: si tratta dei tabulati di telefoni cellulari posseduti da vari imputati nel periodo che interessa.

Su questi tabulati hanno fornito indicazioni dettagliate un teste ed un consulente:
- il mar. Cappottella Massimo, esaminato nelle udienze del 28-11-97; 2-12-97; 3-12-97; 4-12-97; 6-12-97; 9-12-97; 11-12-97;
- l'ing. Staiano Eugenio, esaminato nelle udienze del 27 e 28 gennaio 1998.

Dall'ing. Staiano si è appreso che la telefonia cellulare si fonda su una divisione del territorio nazionale in piccole "celle". Ognuna di queste "celle" è coperta da un numero limitato di canali radio.

Allorché viene effettuata una chiamata, questa viene gestita in prima battuta da una Stazione Radio Base (SRB), collocata sul territorio. Da qui viene smistata, via cavo, ad un impianto denominato Mobile Switching Center (MSC), ovvero Centrale di Commutazione Mobile.

Le SRB coprono, ognuna, una porzione limitata di territorio nazionale ("qualche km quadrato", è stato detto dall'ing. Staiano).
Ad ogni MSC fanno capo dalle 40 alle 50 SRB. Vi sono MSC che coprono una città, parte di una città, una regione o più regioni.

- Sempre dall'ing. Staiano si è appreso che i tabulati rilasciati dalla compagnia telefonica riportano, riga per riga, i "record di tassazione".

I "record di tassazione" contengono i dati fondamentali di ogni singola chiamata: il numero dell'utente chiamante, il numero dell'utente chiamato, il giorno, la data, il luogo da cui è stata effettuata la conversazione e la durata della conversazione (espressa in secondi).

Il luogo da cui viene effettuata la chiamata (il dato che più interessa nel presente procedimento) è stato indicato, nei tabulati, in maniera diversa nelle varie epoche:

- fino al 9 maggio 1993 è stato indicato con un prefisso telefonico;
- dal 10 maggio e fino a dicembre del 1993 è stato indicato con una sigla alfanumerica (es.: NA1; PA2; ecc.), indicante la MSC;
- da gennaio del 1994 è stato riportato, oltre al prefisso alfanumerico indicante la MSC, anche la sigla della SRB;
- dalla metà del 1995 si è tornati all'indicazione della sola MSC.

I prefissi telefonici indicati fino al 10 maggio 1993 erano (si riportano quelli che più interessano):
- 091, che si riferiva a tutto il territorio siciliano (diviso in due MSC);
- 0961, che si riferiva alle province di Catanzaro, Reggio Calabria e Cosenza (dove era dislocata una sola MSC);
- 081, che si riferiva alle province campane e della Basilicata;
- 06, che si riferiva alle province laziali e a quella di Terni;
- 055, che comprendeva le province toscane (v'erano disclocate le MSC di FI1 e FI2).[463]

Da precisare ancora che i "record" si formano solo nel caso la chiamata venga effettuata da un telefono cellulare (non anche da un telefono fisso).
Si formano qualunque sia il tipo di telefono chiamato (sia che si tratti di un altro telefono cellulare, sia che si tratti di un telefono fisso).

Il record si forma solo se l'utenza chiamata si attiva, sia pure per una frazione di secondo soltanto.

Le procedure di formazione dei record sono tutte automatizzate e sono state testate dall'Istituto Superiore delle Poste e Telecomunicazioni. In questa proceduta l'operatore non può inserirsi in alcuna maniera: né per aggiungere, né per eliminare un record.
Infatti, il record è visibile all'operatore solo al momento della lettura.


CAPITOLO PRIMO

ATTENTATO A COSTANZO MAURIZIO



L'istruttoria dibattimentale ha disvelato che gli episodi delittuosi aventi ad oggetto Maurizio Costanzo sono stati due e si collocano uno nel 1992; l'altro nel 1993.

Il primo non raggiunse la soglia del tentativo; il secondo ebbe le caratteristiche della strage mancata. Tra l'uno e l'altro si innesta un altro episodio (in particolare, il viaggio dell'hascisch da Palermo a Roma), che è illuminante per la comprensione degli accadimenti successivi.
Per questo motivo, e per l'epoca del suo svolgimento (si svolse tra i due episodi concernenti il Costanzo), se ne parlerà insieme alla vicenda Costanzo, nel corso di questo capitolo, seguendo lo schema che è stato illustrato in premessa.

La trattazione dell'episodio occorso nel 1992 non serve per formulare sullo stesso una conclusione di giustizia, in quanto, come si è detto, la condotta degli esecutori si arrestò prima di integrare gli estremi del tentativo (ovvero perché, secondo una ricostruzione pure plausibile, fu seguita da desistenza). Serve però per comprendere in quale ambiente maturò la decisione di uccidere Costanzo e per valutare i contributi dichiarativi offerti dai collaboratori di questo episodio delittuoso (che sono, in parte, i collaboratori anche degli episodi successivi).

La ricostruzione dell'attentato secondo le dichiarazioni dei collaboratori.

1 - La decisione di attentare a Costanzo e le prime riunioni svoltesi tra gli attentatori. In base a ciò che è stato raccontato da Sinacori Vincenzo, la decisione di attentare alla vita di Costanzo Maurizio fu presa direttamente da Riina, il quale comunicò questa decisione nella riunione di Castelvetrano del settembre-ottobre 1991, svoltasi in una casa di campagna dello stesso Riina.
A questa riunione parteciparono Riina Salvatore, Sinacori Vincenzo, Messina Denaro Messina Denaro Matteo, Graviano Giuseppe, Graviano Filippo e Agate Mariano.
L'obiettivo principale di Riina in quel periodo non era Costanzo, ma il giudice Falcone o il ministro Martelli.
Costanzo era un obiettivo secondario e subordinato.
Queste furono le indicazioni specifiche date da Riina nella riunione suddetta.

Il mandato di Riina era, all'epoca, per un attentato da portare a termine con armi tradizionali. Solo in caso di necessità poteva essere usato dell'esplosivo; ma in tal caso voleva essere avvertito preventivamente.

Lo stesso Riina, nel corso della riunione, fece il nome di Scarano come della persona che avrebbe fornito appoggio logistico a Roma.

Di Scarano parlò, con Sinacori, anche Messina Denaro Messina Denaro Matteo, il quale gli disse di averlo conosciuto tramite Stefano Accardo. Gli disse anche che Scarano aveva già partecipato ad omicidi consumati per conto dei partannesi.

Sempre da Sinacori si è appreso che le riunioni operative vere e proprie, dirette all'organizzazione dell'attentato, si svolsero a Palermo, nella casa di Mimmo Biondino. Se ne fecero quattro o cinque: alla prima parteciparono Riina, Sinacori, Messina Denaro Messina Denaro Matteo, Giuseppe Graviano, Filippo Graviano e Salvatore Biondino. Alle successive parteciparono le stesse persone, con l'esclusione di Filippo Graviano.

Nel corso di queste riunioni Riina incaricò Messina Denaro Messina Denaro Matteo di procurare l'esplosivo (gli disse anche di rivolgersi, all'uopo, a Vincenzo Virga, capomandamento di Trapani); il Sinacori di curare il trasporto delle armi e dell'esplosivo a Roma.

Il Sinacori si rivolse, per il trasporto, a Consiglio Giambattista, il quale fece realizzare, appositamente, una intercapedine sul suo camion da Gioacchino Calabrò.

L'esplosivo fu concentrato a Mazara del Vallo, nella villa intestata al Consiglio, dove fu portato da Vincenzo Virga. Il Sinacori non ricorda se anche Messina Denaro Messina Denaro Matteo ne portò, personalmente, dell'altro.

Sempre in questa fase, a detta del Sincori, vi furono altri due incontri, ma non più nella casa di Mimmo Biondino.

Uno avvene a casa di Salvatore Biondino tra Sinacori, Riina, Agate Mariano e lo stesso Biondino. In questa occasione Riina disse all'Agate di consegnare a Sinacori le chiavi di un appartamento di Roma. Questo incontro si svolse il giorno prima dell'arresto di Mariano Agate (avvenuto l'1-2-92).

L'altro a Bellolampo, dove Sinacori accompagnò Ciro Nuvoletta e tale Maurizio, della famiglia mafiosa di Marano (Napoli), perché si incontrassero con Riina. Alla fine i due furono da Riina messi a disposizione del Sinacori nella progettata impresa criminale.

2 - La preparazione delle armi occorrenti allo scopo è stata raccontata da Sinacori Vincenzo e Geraci Francesco, che ne hanno parlato in termini identici.

Infatti, la preparazione avvenne a Mazara del Vallo, nella villa del Consiglio, dove furono smontate, pulite con la benzina e rimontate. Erano armi di diverso tipo: mitra, fucili, pistole, kalashnikov e furono sistemate in un sacco.

Alla fine furono provate in un casolare prossimo alla villa del Consiglio. Erano presenti Messina Denaro Matteo, Geraci, Sinacori ed il Consiglio.

3 - L'ultima riunione organizzativa prima della partenza per Roma si svolse a Palermo, nella casa di Salvatore Biondino, con la partecipazione di Messina Denaro, Geraci, Salvatore Biondino, Giuseppe Graviano, Cristofaro ("Fifetto") Cannella e Renzo Tinnirello.
Cannella e Tinnirello erano al seguito del Graviano; Geraci al seguito di Messina Denaro Matteo.

Ciò è quanto hanno concordemente riferito Sinacori e Geraci.

4 - La ricerca della base logistica a Roma fu affidata, in un primo momento, a Scarano, il quale fu appositamente convocato, agli inizi del 1992, a Castelvetrano, presso un'area di servizio sita all'uscita dell'autostrada. Gli si fece incontro Beppe Garamella, il quale lo condusse nella gioielleria dei f.lli Geraci, dove incontrò Messina Denaro Matteo ed Enzo Pandolfo.
Quest'ultimo gli disse di mettersi a disposizione di Messina Denaro Matteo per tutto quanto a questi necessitasse.
In effetti, Messina Denaro lo incaricò di trovare un appartamento da affittare a Roma, nella zona dei Parioli, e gli fece consegnare 20 milioni in contanti da Francesco Geraci.

Su queste circostanze hanno deposto, in maniera assolutamente concorde, Scarano e Geraci Francesco.

Lo Scarano ha anche aggiunto che non gli riuscì di portare positivamente a termine il mandato e che si portò dopo poco a Triscina per renderne conto a Messina Denaro Matteo. Questi gli disse di lasciar perdere tutto, per il momento.

5 - Il reperimento della base logistica a Roma fu comunque opera di Scarano. Questa fase è stata narrata da quest'ultimo.

Infatti, una sera, ha detto Scarano, poco dopo il fallimento della prima missione, si portarono a casa sua Beppe Garamella e Massimino Alfio, i quali lo portarono al Centro Commerciale "Le Torri", dove incontrò Messina Denaro Matteo, che gli rinnovò la richiesta di un appartamento.

Egli si rivolse allora a Gesù Giacomino, suo conoscente, il quale mise a disposizione l'appartamento della madre, temporaneamente assente da Roma. Questo appartamento si trovava nel quartiere Torremaura, via Martorelli.

6 - Lo spostamento degli attentatori a Roma avvenne, nel febbraio 1992, in maniera frazionata, dopo essersi assicurata la base a Roma.

Sinacori e Geraci partrirono in aereo. Fu Sinacori a fare il biglietto per entrambi, in una agenzia di Mazara del Vallo (Lombardo o Giammaritaro); fu il Geraci, invece, che passò a casa del Sinacori, a Mazara, con la sua auto, per prelevarlo e proseguire insieme per Palermo, dove si imbarcarono. Il Sinacori diede, all'imbarco, un nome leggermente diverso dal suo (Rinacori o Rinatori).

Messina Denaro Matteo fu accompagnato da Geraci a Palermo, la sera prima, e partì insieme a Renzo Tinnirello, con una Fiat Uno diesel di colore azzurro.
Giuseppe Graviano e Cannella Cristofaro viaggiarono in treno.

Su queste circostanze hanno riferito, in pieno accordo, Sinacori e Geraci, i quali hanno mostrato di avere (com'è naturale) ricordi più sicuri in relazione alle fasi vissute personalmente.
Infatti, Sinacori, che prenotò il biglietto aereo, si ricorda di averlo fatto per sé e per Geraci in una agenzia di Mazara del Vallo, mentre Geraci (che non prenotò il biglietto) non ha ricordi precisi al riguardo, salvo che viaggiò insieme a Sinacori in aereo.
Geraci, che accompagnò Messina Denaro Matteo a Palermo, si ricorda che questi partì insieme a Tinnirello, mentre Sinacori (che non accompagnò Messina Denaro Matteo a Palermo) si ricorda che Messina Denaro Matteo si portò a Roma in auto, ma non è sicuro della circostanza.

La ricomposizione del gruppo a Roma avvenne alla Fontana di Trevi, dove si erano dati appuntamento nell'ultima riunione svoltasi a Palermo, in casa di Salvatore Biondino.
Su questo sono concordi Sinacori e Geraci.

7 - L'alloggio degli attentatori a Roma è stato descritto, in maniera assolutamente concorde, da Sinacori e Geraci.

Secondo costoro, l'alloggio avvenne in maniera frazionata: Sinacori, Geraci, Messina Denaro Matteo e Tinnirello alloggiarono nella casa di Gesù Giacomino; Graviano Giuseppe e Cannella Cristofaro alloggiarono presso una famiglia (lo compresero perché costoro non volevano far tardi la sera, per non disturbare gli ospitanti).

Nell'appartamento messo a disposizione da Scarano, Sinacori e Geraci si sistemarono nella stessa stanza e dormirono in un letto matrimoniale; Messina Denaro Matteo e Tinnirello in un'altra stanza, in due letti singoli.

Questo appartamento si trovava al primo o al secondo piano. Per accedervi bisognava passare attraverso un cancello che immetteva in un cortile; aveva due o tre camere (era piccolino). Geraci ricorda anche che, nelle vicinanze di questo appartamento, passava un "trenino urbano", di cui talvolta si servirono.

Le circostanze della sistemazione nell'appartamento di Gesù Giacomo sono state raccontate concordemente da Scarano, Geraci e Sinacori.

8 - L'alloggio mancato in viale Alessandrino. Sinacori e Geraci hanno anche riferito, concordemente, che, appena giunti a Roma, si portarono in un appartamento sul viale Alessandrino, in cui avrebbero dovuto alloggiare. Se ne andarono invece subito, perché lo trovarono inadeguato alla bisogna (entrambi dicono che forse mancava la luce ed era tutto sporco).

Di questo appartamento Sinacori conosceva la storia, e l'ha riferita. Sapeva che era nella disponibilità di Lamantia Giuseppe, amico di Agate Mariano, il quale aveva ripreso con lui i contatti nel corso del soggiorno obbligato trascorso a Roma nel 1991. Di questo appartamento Sinacori aveva le chiavi (gli erano state date da Agate in casa di Salvatore Biondino).

Il Geraci, invece, ha detto di non conoscere la storia di questo appartamento, e nulla ha aggiunto, salvo descriverne correttamente la collocazione.

Constatata l'inagibilità, richiusero l'appartamento e (dice Sinacori) lasciarono le chiavi nella cassetta postale. Si portarono alla Fontana di Trevi, dove incontrarono Messina Denaro Matteo; gli spiegarono la situazione; Messina Denaro Matteo ne parlò con Scarano e questi provvide a munire l'appartamento del Gesù Giacomino di altri due posti letto.

9 - L'arrivo e l'occultamento dell'esplosivo e delle armi a Roma , mentre il gruppo era già nella capitale, è stato descritto da Sinacori e Scarano in termini praticamente identici.

Il materiale fu portato da Consiglio Giambattista, insieme al figlio, col suo camion, su cui era stata realizzata una intercapedine tra il cassone e la cabina. Gli andarono incontro Scarano, Sinacori e Messina Denaro Matteo sul raccordo anulare e lo accompagnarono nei pressi di un capannone abbandonato, vicino casa dello Scarano. Qui il sacco delle armi e l'esplosivo furono trasferiti sulla Y10 noleggiata alla stazione e portati sotto casa dello Scarano, per essere poi sistemati nella cantina del condominio, in uno stanzone sovrappieno di cianfrusaglie varie, sotto cui furono celati.

Anche sugli orari vi è sostanziale coincidenza nelle dichiarazioni dei due.
Il camion giunse a Roma nel pomeriggio (verso le 16,00), ha detto Scarano. Il Sinacori ha detto di sera. Ma considerato che siamo nel mese di febbraio, quando fa buio presto; che l'indicazione di Scarano è approssimativa e che le operazioni durarono certamente una buona oretta (quindi, si protrassero sicuramente in un'ora buia), va riconosciuta la sostanziale coincidenza tra le due indicazioni orarie.

Scarano ha anche precisato, in sede di controesame, che il camion era targato Trapani.

Sinacori ha mostrato di non avere ricordi certi sulla destinazione dell'esplosivo. La sua indicazione coincide comunque con quella di Scarano, per cui va solo apprezzato lo scrupolo che lo ha indotto a una rappresentazione dubbiosa.

Anche Geraci, seppur dietro contestazione del PM, ha confermato che le armi erano custodite nella cantina da Scarano. Ciò gli fu detto da Messina Denaro Matteo.

10 - Per farsi aiutare nell'intrapresa Sinacori si mise in contatto con i napoletani, mentre il gruppo stazionava a Roma.

In effetti, un giorno si portarono a Roma due napoletani, i quali avrebbero dovuto dare loro man forte.

Tutti i dichiaranti hanno confermato questa circostanza e ognuno ha mostrato di ricordare qualcosa di queste persone.
Infatti, Sinacori (il più informato dei tre) ha detto che si trattava di Ciro Nuvoletta e di tale Armando.
Geraci ha detto di ricordarsi di Ciro Nuvoletta, mentre l'altro gli è completamente sfuggito di mente.
Scarano si ricorda di due napoletani e che, in una occasione, Messina Denaro Matteo si rivolse a uno dei due chiamandolo "Nuvoletta".

Non si comprende, in verità, se Sinacori si portò a Napoli per contattare i napoletani, come dice Geraci, ovvero se usò il telefono a tal fine, come sembra di capire dalle parole di Sinacori ("Mi avevano dato un recapito telefonico. Andai a cercare queste persone e poi ci siamo dati appuntamento alla stazione di Roma...").

Ma lo stesso Sinacori aumenta la confusione quando dice: "...premetto, che già io ero andato a Roma, sono andato a Roma per chiamare i napoletani".
Considerato che a Roma egli vi era diggià, è più facile che egli sia andato a Napoli per fare quello che doveva.

La contraddizione, comunque, seppur fosse esistente, è di minimo conto e si può spiegare in molti modi (Geraci e Sinacori non vivevano in simbiosi, per cui è ben possibile che Geraci non conoscesse esattamente le modalità della ricerca e le abbia solo dedotte da qualche discorso ascoltato occasionalmente, con conseguente errore di interpretazione).

11 - Per spostarsi a Roma Geraci e Sinacori noleggiarono una Y10 di colore bianco presso la Hertz, alla stazione Termini, utilizzando la carta di credito del Geraci.
Su queste circostanze hanno deposto, concordemente, Geraci e Sinacori. Unica contraddizione tra i due: Geraci dice che la Y10 fu noleggiata appena giunti a Roma; Sinacori dice in uno dei giorni successivi.

La stessa carta fu utilizzata, ha aggiunto il Geraci (il solo che poteva saperlo) per effettuare acquisti di abbigliamento presso il negozio di Eddy Monetti, in via Condotta, a Roma. Prima della partenza era stata utilizzata per lo stesso fine a Palermo.

12 - La permanenza del gruppo a Roma durò 8-10 giorni e fu impegnata, principalmente, nella ricerca del giudice Falcone e del Ministro Martelli. A tal fine "batterono" la zona di via Arenula, della Cassazione e di alcuni noti ristoranti di Roma, dove, secondo le indicazioni avute a Palermo da Riina, avrebbero potuto incontrarli (ristorante "Sora Lella" ; "Il Matriciano", "I Gracchi"). Non incontrarono però nessuno.

La loro attenzione si rivolse allora al giornalista Costanzo e lo seguirono in alcune sere, notando che frequentava il teatro dei Parioli e che il suo spettacolo iniziava sempre alla stessa ora, verso le 17-18, per finire verso le 20-21.
Notarono anche che si recava in uno stabile vicino alla Cassazione. Dinanzi al portone di questo stabile c'erano persone in divisa, che sembrarono loro un personale di scorta.
Costanzo viaggiava insieme ad un autista, che fu visto anch'egli come una scorta.

Pensarono allora di ucciderlo con l'esplosivo ed individuarono anche un punto che si prestava bene allo scopo. Vale a dire una stradina stretta che si trovava lungo il percorso dal teatro dei Parioli al viale dei Parioli, in un angolo di strada dove era allocato un cassonetto della spazzatura.

Queste notizie sono state riferite, con in maniera prossocché identica, da Sinacori e Geraci, i quali hanno reso dichiarazioni divergenti solo in ordine al tipo di auto usata da Costanzo: una Alfa 164 per Sinacori; una Mercedes per Geraci, il quale ha detto di ricordarsi anche di una Lancia Thema, vista una sola volta.
L'auto di scorta di Costanzo era, invece, una Giulietta ("forse") per Sinacori; una Alfa 164 per Geraci.

13 - Per effettuare l'attentato dinamitardo occorreva, però, il benestare di Riina. A tal fine Sinacori si portò appositamente a Palermo, in aereo, dove, nella casa di tale Guglielmini, incontrò Riina, il quale ascoltò il resoconto e ordinò di sospendere tutto, perché "avevano trovato cose più importanti giù".
Perciò, ritornò a Roma, sempre in aereo; comunicò la decisione a Messina Denaro Matteo e tutti fecero rientro a Palermo.
Queste circostanze sono state riferite da Sinacori (il solo che le visse).

14 - Il rientro a Palermo del gruppo avvenne in maniera frazionata, come l'andata: Geraci e Cannella si portarono a Napoli in treno e da qui proseguirono via mare fino a Palermo; Messina Denaro Matteo e Giuseppe Graviano scesero in treno; Tinnirello con la sua auto; Sinacori per i fatti suoi.
Queste circostanze sono state raccontate, seppur dietro contestazione del PM, da Geraci Francesco (il solo cui siano state poste domande sul punto).

15 - La fase successiva alla smobilitazione. Tutto ciò che si sa su questo argomento è stato riferito da Scarano Antonio.

Lo Scarano ha dichiarato che, qualche mese dopo la partenza degli attentatori da Roma, si incontrò nuovamente con Messina Denaro Matteo Messina Denaro in un calzettificio di Castelvetrano, dove Messina Denaro Matteo gli diede l'indirizzo di un appartamento in via Alessandrina, a Roma (quello del Lamantia); lo incaricò di entrare nell'appartamento prelevando le chiavi dalla cassetta postale (dove le aveva lasciate Sinacori - NDE -); di cambiare la serratura e di provvederlo del necessario per ricevere persone.

In effetti, egli cambiò la serratura e sistemò il letto, acquistando un paio di lenzuola e una coperta.
In questo appartamento fu fatta una perquisizione dalla Polizia, verso maggio-giugno del 1992 (dice Scarano).

- Lo Scarano ha parlato anche di un viaggio fatto in Sicilia nel periodo della strage di Capaci (trovò l'autostrada interrotta per via dell'attentato). Nel corso di questo viaggio avrebbe incontrato Messina Denaro Matteo al bar Politeama di Palermo.

- Infine, verso agosto del 1992, in un incontro avuto a Triscina di Castelvetrano, Messina Denaro Matteo gli disse di rimettere le chiavi dell'appartamento di Lamantia nella cassetta delle lettere, da cui le aveva prese.

Seguì un lungo periodo in cui dell'attentato a Costanzo non si parlò più.

16 - L'incontro di Scarano con i "ragazzi" di Brancaccio e il viaggio dell'hascisch. Di questa fase hanno parlato Scarano e Carra Pietro.

- Ha aggiunto Scarano che, circa 7-8 mesi dopo la partenza del gruppo da Roma, si portò in Sicilia, insieme alla moglie, per incontrare Messina Denaro Matteo, in quanto non poteva conservare ancora l'esplosivo nello scantinato di casa sua. In Sicilia trovò l'autostrada interrotta perché v'era stato l'attentato al giudice Falcone.

E' da dire subito, a questo riguardo, che il ricordo di Scarano sul punto è fallace: tra febbraio-marzo del 1992 (epoca della permanenza degli attentatori a Roma) e il 23-5-93 (giorno dell'attentato a Falcone) erano passati poco più di due mesi, e non 7-8 mesi.

In Sicilia, in detta occasione, Scarano incontrò Messina Denaro Matteo, in un bar di piazza Politeama. Questi introdusse Cannella Cristofaro nella conversazione, incaricandolo di trovare una soluzione per le armi e l'esplosivo; quindi andò via.

Cannella e Scarano parlarono delle armi e dell'esplosivo. Infine, Cannella introdusse il discorso dell'hascisch (c'era una partita da piazzare a Roma).
Scarano prese l'impegno di contattare alcuni "ragazzi" per sistemare la partita di droga e tornò a Roma.

Non erano passati nemmeno dieci giorni e Cannella lo richiamò, dicendogli di portarsi nuovamente in Sicilia. Cosa che egli fece, sbarcando a Palermo.

Anche qui va detto che il ricordo di Scarano è fallace, perché 10 giorni dopo il 23 maggio 1992 portano agli inizi di giugno del 1992, mentre la vicenda che egli passa a raccontare si è svolta come si vedrà, ad aprile 1993.

Al porto gli si fece incontro Cannella, che lo accompagnò nel deposito di Carra, sulla via del mare, dove trovò, oltre al Carra, Lo Nigro Cosimo, Barranca Giuseppe e "Peppuccio", che stavano caricando il camion di Carra Pietro con l'hascisch.
Nelle more, egli fu portato da Cannella nell'autosalone di Giacalone, dove si trattenne per un paio d'ore.

Da questo momento il discorso di Scarano si intreccia con quello di Carra.

Questi ha detto, dal canto suo, che quella sera, al momento del carico, erano presenti Barranca, Lo Nigro e, forse Spatuzza.

Entrambi hanno detto che la droga fu portata con l'Ape di Lo Nigro e che era confezionata in camere d'aria del peso di circa 35-40 kg ognuna. Carra ricorda che erano 33-35-37 sacchi di droga; Scarano che erano molto più di dieci, del peso, ognuno, di circa 35 kg, per complessivi 20 quintali (così gli fu detto da Cannella).
Il Carra ha precisato che il carico avvenne nel deposito della Coprora Srl, in via Messina Marine.

Entrambi hanno detto che le operazioni di carico terminarono verso le 17-18 del pomeriggio. Entrambi hanno detto che la droga fu occultata sotto (o in mezzo) a carcasse di autoveicoli.

Entrambi hanno detto che il viaggio fu fatto via autostrada; che Carra era col camion; Scarano con la sua Audi 80.

Entrambi hanno detto che, nel corso del viaggio verso Roma, comunicarono un paio di volte col cellulare in dotazione, durante la notte e nelle prime ore della mattina; che si fermarono in un'area di servizio delle Calabrie per prendere un caffè.

Scarano ha aggiunto che, nell'area di servizio, incontrò tale De Masi, col quale si trattenne fugacemente a parlare.
Carra, invece, ha detto di non aver vito nessuno, in quanto uscì dal bar prima di Scarano per portarsi verso l'area di parcheggio degli automezzi

Entrambi hanno detto che, giunti a Roma, Carra sbagliò strada e si rintracciarono col cellulare; che la droga fu scaricata nello sfascio di Brugoni Nazareno, dove si trovava, per lavoro, anche un ragazzo marocchino; che tentarono di scaricare il camion con una pala meccanica, senza riuscirci (perché non funzionava la benna); che il camion subì danni dall'uso della pala.

Scarano ha aggiunto che, dallo sfascio, la droga fu portata nel terreno di Frabetti Aldo, con la cooperazione di quest'ultimo.

17 - La ripresa dell'offensiva contro Costanzo nel maggio 1993. Questa fase è nota per le dichiarazioni di Scarano Antonio.
Altre informazioni sono state fornite da Grigoli Salvatore e Romeo Pietro (costoro facevano entrambi parte del gruppo di fuoco di Brancaccio ed appresero le informazioni che verranno riferite dagli altri componenti del gruppo).

- Scarano ha dichiarato che, dopo aver preso in consegna la droga ed averla venduta in parte, Cannella Cristofaro si portò a Roma per ritirare il ricavato (200 milioni) e, contestualmente, gli chiese di trovare un appartamento. Non si era ancora interessato della cosa quando, una mattina, si portarono a casa sua lo stesso Cannella, Benigno Salvatore (da lui conosciuto come "Salvo") e Lo Nigro Cosimo, con una Fiat Uno a nafta targata Roma, di colore celestino.
Col treno giunsero poi Barranca, Spatuzza e Giuliano, il giorno dopo.

Egli fornì alloggio a tutti nella casa del figlio Cosimo, sita nello stesso stabile in cui abitava lui. All'epoca il figlio era in carcere; la nuora era dalla madre.[464]

Quindi cominciarono i sopralluoghi ai Parioli. Sul giorno di inizio di questi sopralluoghi Scarano non è certo, perché, in un primo momento, ha detto che ciò avvenne nel giorno successivo all'arrivo di Cannella, Benigno e Lo Nigro[465]. Quindi, tornato sull'argomento, ha detto che ciò avvenne nel pomeriggio dello stesso giorno in cui giunsero Cannella e gli altri.[466]

I sopralluoghi furono fatti da Scarano, Cannella, Benigno e Lo Nigro, per tre giorni consecutivi.

Quindi, il terzo giorno, gli fu chiesto di reperire un posto dove appoggiarsi per le ulteriori operazioni. Egli si portò allora, insieme a Lo Nigro, presso il centro commerciale "Le Torri ", dove contattò Massimino Alfio. Questi lo condusse presso una lavanderia sita nei pressi del suo ufficio e gli fece consegnare, da una signora bionda, le chiavi di uno stanzone facente parte dello stesso centro commerciale.

Rubarono quindi un'auto: una Fiat Uno di colore chiaro, subito dopo aver avuto la disponibilità dello stanzone da parte di Massimino.[467]

Il terzo o il quarto giorno (su questo non è sicuro)[468] gli chiesero la sua A112 e la collocarono nel posto in cui avrebbero attentato a Costanzo, per assicurare il posto.

Il quarto giorno prelevarono da casa sua l'esplosivo portato da Messina Denaro Matteo Messina Denaro nel 1992, dopo pranzo, e si portarono a Torbellamonaca, presso il centro commerciale "Le Torri ", dove prepararono l'autobomba; nel pomeriggio, verso le 17-18, la portarono in via Fauro e aspettarono Costanzo.
Quel giorno, però, al passaggio di Costanzo l'auto non esplose e fu lasciata sul posto.

Il giorno dopo, nel pomeriggio, Lo Nigro e Benigno si portarono nuovamente in via Fauro e sistemarono il congegno. Al passaggio di Costanzo fu procurata l'esplosione, di sera.

Quella sera si riunirono tutti sotto casa sua, ad eccezione di Barranca, che si perse per Roma e si fece vivo verso le quattro del mattino.
Commentando l'accaduto Benigno e Lo Nigro dissero che aspettavano Costanzo su un'Alfa 164; invece, comparve una Mercedes e Benigno rimase un attimo interdetto, per cui schiacciò il pulsante qualche secondo dopo.

Ha detto anche che, secondo quanto apprese dai complici, il quantitativo di esplosivo utilizzato per Costanzo si aggirava sui 110 kg. e che Costanzo doveva morire perché aveva bruciato pubblicamente una maglietta della mafia, una cosa del genere.

Nella notte successiva all'attentato, verso le 4,00 del mattino, andarono tutti via, con l'auto che avevano utilizzato in salita e col treno, ad eccezione di Cannella, che si fece da lui accompagnare in Alta Italia nel giorno ancora successivo.

Cannella era stato il capo di questa fase dell'operazione Costanzo.

- Grigoli Salvatore ha dichiarato di aver appreso da Giuliano e dagli altri componenti del gruppo di fuoco di Brancaccio, nel 1994, che l'attentato a Costanzo del 1993 era stato perpetrato dagli stessi che consumarono le altre stragi di quell'anno.
Può fare con sicurezza i nomi di Giuliano, Benigno e Cannella Cristofaro, perché, dopo l'attentato a Costanzo, questa operazione delittuosa fu commentata da quelli del gruppo. Ecco in che modo:

""Come elementi, io le posso dire che, come prima cosa, che c'era il fatto che loro avevano una sorta di lamentela verso Fifetto Cannella, una persona che non era capace.
Loro venivano, ecco, a dire questo. Io non è che chiaramente ero lì. Da quello che mi dissero loro, non era all'altezza delle situazioni.
Di conseguenza, vollero un appuntamento con Giuseppe Graviano per parlare di questa cosa. E quindi, e Giuseppe Graviano diciamo che, da questa affermazione, tolse il Fifetto Cannella e aggiunsero Spatuzza Gaspare.
Quello che posso dirle, che ho recepito da loro, il fatto che da Costanzo, l'attentato al Maurizio Costanzo, Fifetto Cannella ci fu. Come ci fu il Giuliano, come ci fu il Benigno.
Di questi tre, ne sono certo. Perché lui, Giuliano, ebbe a raccontarmi che uno degli errori che ebbe lui fu quello di andare nei pressi del... Adesso non lo so, dello studio dove operava Costanzo, no? E che c'erano dei metronotte, e allora lui si immischiò in mezzo ad altra comitiva, con delle donne. Faceva finta che faceva parte di questa comitiva, perché c'era dei metronotte che lo guardavano.
Che poi... Dopo, questo qui, queste cose mi raccontavano"

Inoltre:

"Un'altra cosa: che Fifetto fece tipo... Perché era il Benigno Salvatore ad adoperare il telecomando. E che il Fifetto fece tipo di premura. Insomma, fece qualcosa...
Loro incolpavano il Fifetto dello sbaglio, del mancato obiettivo del Costanzo.
Perché parteciparono un poco del... a sentir loro, era stato il Fifetto, in qualche modo, a...
PRESIDENTE: Ma lei non seppe in che cosa sarebbe consistito questo errore?
IMPUTATO Grigoli: Non lo so. Loro ne parlavano, ma adesso a me non è che... Non mi ricordo se fu la premura che faceva il Fifetto: 'spicciati'... Qualcosa del genere".

- Romeo Pietro ha detto di aver saputo da Giuliano Francesco, nel 1994-95, che, nel momento più propriamente esecutivo, furono attivi sul luogo dell'attentato lui (Giuliano), Lo Nigro e Benigno.

Sia Giuliano che Lo Nigro gli riferirono che non avevano centrato l'obiettivo Costanzo perché questi aveva inopinatamente cambiato la vettura su cui viaggiava, all'ultimo momento. Il che creò in loro un attimo di disorientamento, che fece perdere il momento propizio.[469]

Verifica delle dichiarazioni dei collaboratori e dell'ipotesi accusatoria.

1 - Sulla decisione di attentare a Costanzo e sulle prime riunioni svoltesi tra gli attentatori. Le indicazioni di persona fornite da Sinacori in ordine a questa fase della vicenda sono tutte compatibili con "status" delle persone da lui nominate all'interno dell'organizzazione criminale "cosa nostra" e con lo status libertatis delle persone suddette.

Infatti, l'istruttoria dibattimentale ha ampiamente provato che tutte le perone nominate da Sinacori in ordine a questa fase erano tutte organicamente inserite in "cosa nostra" ed erano tutte attestate su livelli decisionali.
Ciò vale per Messina Denaro Matteo, che era il capo-provincia di Trapani (di lui si parlerà ampiamente nel prosieguo); per Graviano Giuseppe e Filippo, che erano i "reggenti" di Brancaccio (anche di loro si parlerà ampiamente nel prosieguo); per Agate Mariano, che era capomandamento di Mazara del Vallo;[470] per Salvatore Biondino, che era "reggente" del mandamento di S. Lorenzo;[471] per Vincenzo Virga, che era capomandamento di Trapani.[472]

Tutte queste persone erano effettivamente libere. Il fatto può apparire ovvio (Sinacori, che non è stupido, non avrebbe accusato mai persone detenute), ma resta ugulamente significativo, perché Filippo Graviano era stato scarcerato (dagli arresti domiciliari) il 7-10-90, mentre l'Agate verrà arrestato (come si dirà) l'1-2-92.
Il racconto di Sinacori cade, con coerenza, proprio tra queste due date.

La circostanza, riferita da Sinacori, che Scarano era già stato "provato", avendo commesso degli omicidi per conto dei partennesi, è stata confermata dallo stesso Scarano, che ha confessato di aver commessi questi due omicidi insieme a Rallo Francesco nel 1990-91 (di ciò si parlerà più diffusamente commentando la posizione di Scarano Antonio).

Anche il racconto di Sinacori in ordine alla consegna delle chiavi dell'appartamento di viale Alessandrino da parte di Agate Mariano ha trovato un preciso aggancio temporale nella testimonianza del mar. Cappottella, il quale ha chiarito che l'Agate, scarcerato dalla Corte di Assise di Palermo in data 17-4-91 per cessazione di efficacia delle misure cautelari contro di lui disposte, fu nuovamente arrestato in data 1-2-92 dalla Criminalpol di Palermo su ordine della Procura Genarale di quello stesso centro.[473]

Questo arresto fornisce un preciso aggangio temporale alla vicenda narrata da Sinacori e costituisce, allo stesso tempo, un chiaro riscontro alla sua affermazione.
Non può sfuggire, infatti, che l'arresto dell'Agate si colloca, dal punto di vista temporale, "al posto giusto" nel racconto di Sinacori.

2 - Sulla preparazione delle armi per l'esecuzione dell'attentato, avvenuta, a dire di Sinacori e Geraci, nella villa di Consiglio Giovanbattista, non vi sono riscontri obiettivi, ma un riscontro logico costituito dalla persona del Consiglio: questi, come ha riferito il teste Sciarratta (mar. dei CC in servizio al Nucleo Operativo della Compagnia CC di Castelvetrano), è esistente e si identifica in Consiglio Giovan Battista, n. a Mazara del Vallo il 5-4-33 ed ivi residente.

Vi è, inoltre, la precisa indicazione che Geraci ha fornito in ordine alla casa di campagna del Consiglio, dove furono prelevate le armi da portare a Roma. Questa casa, infatti, come ha riferito il teste Sciarratta, si trova a Mazara del Vallo, in contrada Giangrego, lungo la SS 115, ad una distanza di circa 2 chilometri e 600 dalla sala denominata Le Caprice (esattamente come detto da Geraci).[474]

3 - Sull'ultima riunione organizzativa, avvenuta a Palermo prima della trasferta romana, v'è solo da segnalare che la precisa concordanza di indicazioni venuta, sull'argomento, da parte di Geraci e Sinacori. Cosa che, come si dirà meglio nella parte conclusiva di questo capitolo, non era affatto scontata.

4 - Sulla ricerca della base logistica a Roma. Sul fatto che, agli inizi del 1992, Scarano si portò a Castelvetrano (dove secondo quanto egli dice, ricevette incarico da Messina Denaro Matteo di reperire un alloggio a Roma) v'è riferimento sicuro, o almeno altamente probabile, nella deposizione del mar. Cappottella.
Questi ha detto, infatti, che da accertamenti esperiti presso l'Hotel Alceste, di Marinella di Selinunte, nei registri che gli esercenti sono obbligati a tenere, è risultato che Scarano Antonio alloggiò presso questo complesso alberghiero, insieme al figlio Cosimo Francesco, dal 15 al 16 gennaio 1992.[475]

Non è possibile dire con assoluta certezza, ovviamente, che sia proprio questo il periodo in cui Scarano ricevette l'incarico. Basti dire, però, che la sua indicazione temporale coincide perfettamente con l'esito dell'accertamento di PG; il che, unito alle altre tante coincidenze che si si sono viste e si vedranno, contribuisce senz'altro a rafforzare il convincimento della sua attendibilità sul punto.

- Ampiamente riscontrate, sia soggettivamente che oggettivamente, sono tutte le indicazioni di persona venute da Scarano in ordine ai soggetti che cooperarono con lui in occasione della trasferta in Sicilia degli inizi del 1992, di cui si è appena parlato.

Infatti, l'area di servizio in cui si incontrò con Garamella, all'uscita dell'autostrada per Castelvetrano, apparteneva ai f.lli Paolo e Maurizio Forte, che erano sicuramente nell'entourage di Messina Denaro Matteo.
Di ciò si sono rivelati informati, oltre allo Scarano, anche Geraci Francesco, che fu mandato a Roma insieme a lui tra la seconda metà del 1992 e la prima metà del 1993 da Messina Denaro, per affittare un appartamento (lo ha riferito lo stesso Geraci).

Di Panfolfo Vincenzo ha parlato, invece, il collaboratore Patti Antonio (organico alla mafia marsalese), per dire che era vicinissimo a Matteo Messina Denaro, insieme a cui (e insieme al Patti) commise anche degli omicidi a Partanna tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90.
Di Pandolfo hanno parlato anche Geraci Francesco e Ferro Vincenzo (figlio di Ferro Giuseppe, capo mandamento di Alcamo), entrambi per parlare della sua vicinanza al Messina Denaro.

Il Garamella, infine, era sicuramente vicinissimo a Matteo Messina Denaro, dal momento che, come ha riferito il teste Bonanno, i due risultarono in contatto telefonico tra il 1990 e il 1993.
Inoltre, il Garamella svolse l'attività di enologo, dal 1984 al 1988, nella cantina Castelseggio di Castelvetrano, a cui erano interessati i Messina Denaro.

I rapporti di Garamella, Forte e Pandolfo con Scarano verranno illustrati meglio trattando specificamente la posizione di quest'ultimo.

5 - Sul reperimento della base logistica a Roma agli inizi del 1992. Su questo punto i riscontri riguardano sia i rapporti personali tra le persone nominate da Scarano, sia l'alloggio reperito da Scarano.

a) - Sul fatto che, una sera, Garamella e Massimino si portarono a casa di Scarano per condurlo presso il centro "Le Torri" (dove Scarano si inconrrò con Messina Denaro Matteo Messina Denaro) ha deposto anche Massimino Alfio, il quale ha negato la circostanza.[476]

Egli, per la verità, ha escluso anche di conoscere Messina Denaro Matteo Messina Denaro e si comprende la ragione: proprio per questa sua frequentazione e per il fatto di aver favorito l'incontro tra Messina Denaro Matteo e Scarano nel Centro da lui diretto è imputato di associazione mafiosa. E' ovvio, perciò, che egli neghi la circostanza, così come nega ogni fatto o relazione che possa portare ad associarlo a personaggi di Cosa Nostra.

Si comprende anche perché, del fatto raccontato da Scarano, ha dato una versione edulcorata, dicendo di essersi portato, una sera, a casa di Scarano; di averlo prelevato con la sua auto e di averlo portato presso un autogrill dell'autostrada Roma-Napoli, dove Scarano si incontrò con Garamella.
Messina Denaro Matteo non figura in questo racconto, ma l'omissione serve a Massimino per garantirsi la trnquillità

Il Massimino ha anche dichiarato, però, di essere amico di infanzia del Garamella e di aver conosciuto Scarano Antonio a Roma proprio tramite il Garamella, nel 1992.
Ha anche detto di essere stato un paio di volte a casa di Scarano, insieme a Garamella, e di aver rivisto Scarano presso il centro Le Torri, in quanto questi aveva in mente di intraprendere una attività commerciale e cercava un locale adatto allo scopo. Egli gli propose un locale sito al piano terra del Centro, che Scaranò visionò, misurò e giudicò adatto per impiantarvi un bowling.
Instaurarono una trattativa, agli inizi del 1993, che andò avanti per tre-quattro mesi, ma non ebbe esito alcuno perché, poi, perse di vista lo Scarano. Alla fine, seppe che era atato arrestato.

In questo modo Massimino, che pure aveva ed ha tutto l'interesse ad evitare contatti con fatti e personaggi del presente procedimento, ha finito con l'ammettere alcune circostanze di rilievo, che confermano in toto alcune dichiarazioni di Scarano: la conoscenza e la frequentazione con Scarano; la conoscenza e la frequentazione tra Scarano e Garamella; la conoscenza, da parte di Scarano, dell'esistenza, presso il centro Le Torri, di un locale "pronto all'uso" (cioè, proprio di quel locale che verrà utilizzato per preparare l'autobomba nel maggio 1993).

b) - Sul fatto che, nel febbraio 1992, Scarano si procurò la disponibilità dell'appartamento di Continenza Irma, madre di Gesù Giacomino, e lo utilizzò per alloggiare suoi "nipoti" non vi sono dubbi di sorta.[477]
Su questo fatto sono stati sentiti lo stesso Gesù Giacomo, la madre Continenza Irma, la moglie Ruggero Addolorata e Moresi Pietro.

- Gesù Giacomo[478] ha detto che, agli inizi del 1992, gli fu fatta la richiesta dell'appartamento da Scarano Franco, figlio di Antonio, per ospitare tre "cugini". Egli aveva, in quel periodo, le chiavi dell'appartamento della madre, sito in via Martorelli, n. 41, loc. Torremaura. Le chiavi gli erano state lasciate per effettuare lavori di idraulica.
Perciò, quando ricevette la richiesta da Scarano Franco, si dichiarò senz'altro disponibile, facendo presente che nell'appartamento v'erano solo tre posti letto.

La richiesta gli fu fatta nel bar Free Style, alla presenza di uno dei "cugini". Gli altri due erano in macchina.

Scarano Franco, insieme al padre, si preoccupò di rimediare altri due posti letto, portando nell'appartamento, quella sera stessa, "uno o due lettini di quelli che si chiudono". Vale a dire, due brandine, che furono collocate una in camera da letto e l'altra in camera da pranzo.

In effetti, poi di "cugini" se ne presentarono cinque e si sistemarono tutti in casa della madre.

I "cugini" si trattennero in casa quattro - cinque giorni, finché furono sloggiati dalla madre, improvvisamente rientrata dall'Abruzzo.

Questi fatti si verificarono a fine febbraio - inizi di marzo del 1992. Comunque, poco prima del 13-3-92, data del suo arresto.
Durante la permanenza gli ospiti furono molto discreti: uscivano la mattina e rientravano la sera.

- Ruggero Addolorata, moglie di Gesù Giacomo, ha confermato quanto dichiarato dal marito ed ha precisato che gli ospiti erano quattro o cinque e si trattennero circa una settimana.
Ci fu bisogno di integrare i posti letto disponibili con una o due brande.
Ella stessa si preoccupava di rifare i letti e notò che gli ospiti non mangiavano mai in casa.

- Continenza Irma, madre di Gesù Giacomo e proprietaria dell'appartamento, ha detto di essere rientrata dall'Abruzzo agli inizi di marzo del 1992 e di aver appreso dalla nuora e dal figlio che in casa sua c'erano, o c'erano stati, ospiti. Ella, in effetti, verificò che v'erano i letti disfatti, ma non notò la presenza di nessuno.

- Moresi Piero ha confermato di aver effettuato lavori di idraulica nella casa di Continenza Irma tra il febbraio e l'aprile del 1992, ma di non aver notato nulla di particolare. [479]

Da queste deposizioni risulta confermato un dato saliente delle dichiarazioni di Scarano, Sinacori e Geraci. Il fatto , cioè, che alla fine di febbraio del 1992 il gruppo degli attentatori alloggiò nella casa di via Martorelli.

6 - Sullo spostamento a Roma degli attentatori. Gli accertamenti di PG sulle liste di volo hanno consentito di verificare le dichiarazioni di Geraci e Sinacori in ordine al giorno e alle modalità della partenza per Roma.

Infatti, dalla testimonianza del dr. Zito Nicola[480] si è appreso che il 24-2-92, sul volo BM 119, erano presenti i nominativi Rinacori Mister, con chek -in effettuato alle ore 7,58 e posto assegnato n. 20C, e Geraci Mister, con chek-in effettuato alle ore 7,59 e posto assegnato n. 20A.
Il chek-in era stato effettuato dal medesimo operatore (IC 0613 ); segno che i viaggiatori si erano presentati insieme, uno dopo l'altro, tant'è che furono assegnati loro due posti contigui.

7 - Sull'alloggio degli attentatori a Roma sono stato concordi, come si è visto al n. 5, oltre ai collaboratori, anche coloro che (volontariamente o involontariamente) misero a disposizione l'appartamento.

Qui va solo aggiunto che questa casa è stata da tutti i collaboratori (Scarano, Sinacori, Geraci) descritta con precisione e riconosciuta senza esitazioni a dibattimento, da tutti, in fotografia.

Dall'utilizzazione che fecero della casa (la usavano solo per dormire, come hanno dichiarato Gesù Giacomo e Ruggero Addolorata) si traggono, invece, elementi per comprendere il tipo e le finalità del soggiorno degli occupanti: mangiavano e si trattenevano fuori tutto il giorno (come dicono Sinacori e Geraci).

Ne risulta confermata anche la circostanza relativa al cambio di programma nel numero di persone da alloggiare: all'ultimo momento si presentarono all'appello un numero maggiore di persone e ci fu bisogno di munire l'appartamento di altri due posti letto.

Da notare che Scarano ebbe modo di notare, nel corso di questa trasferta a Roma, solo Messina Denaro Matteo e le persone che sin accompagnavano a costui.
Nulla egli sa di Giuseppe Graviano e Lorenzo Tinnirello, che alloggiarono altrove e non si fecero mai vedere da lui.

8 - Sull'alloggio mancato in viale Alessandrino. Su questo appartamento, sito in Roma, viale Alessandrino, n. 173, che doveva costituire una delle base logistiche dell'attentato, vi sono le dichiarazioni di numerose persone, che confermano, in definitiva, la disponibilità dell'immobile in capo a Lamantia Giuseppe nel primo semestre del 1992.[481]

- Il proprietario dell'immobile, infatti, tale Panunzi Juri,[482] ha detto di averlo affittato alla studentessa Aquilini Roberta l'1-3-91. L'affitto, però, veniva pagato da Nati Walter, amico della Aquilini.
La permanenza della Aquilini nell'appartamento durò fino al mese di settembre del 1991, epoca in cui gli fu presentato, dal Nati, il Lamantia, che subentrò nell'affitto dell'immobile e vi rimase fino al mese di giugno del 1992 (in istruttoria aveva detto fino al 15-6-92) In questo periodo il canone veniva pagato, seppur con difficoltà, da Lamantia o Nati Walter, che dichiarava di essere in contatto col primo ("Te li anticipo io, tanto poi io Giuseppe lo vedo").
Ha prodotto contratto di locazione da cui risulta che a partire dall'1-3-91 affittò la casa a Lamantia Giuseppe (e non alla Aquilini).[483]

- Nati Walter[484], dal canto suo, ha detto di aver affittato l'appartamento tramite agenzia nel 1990-91 "insieme a una ragazzetta" (Aquilini Roberta, appunto) e di averlo tenuto per poco tempo.
Allorché andò via presentò al Panunzi il Lamantia, da lui conosciuto in uno studio dentistico.

- Aquilini Roberta[485] ha confermato quanto riferito dal Nati ed ha aggiunto che apprese da quest'ultimo del Lamantia come del nuovo locatario dell'immobile.
Lamantia era amico di Nati Walter.

- Il col. Pancrazi, vice dirigente del Centro Operativo Dia di Roma,[486] ha detto, infine, che da un accertamento eseguito presso l'ACEA di Roma è risultato che negli anni 1991-92 vi furono dei ritardi nei pagamenti delle bollette ENEL relativamente all'appartemento di viale Alessandrino, n. 173.
La ditta fornitrice non fu in grado di confermare o smentire distacchi dell'energia elettrica per la sola ragione che non conservava la documentazione relativa.

Sempre il col Pancrazi ha dichiarato, infine, che il Lamantia era nato a Mazara del Vallo il 9-10-58 ed è deceduto a Roma il 22-5-94. Era pregiudicato per i reati di associazione a delinquere, stupefacenti ed altro. Era di professione odontotecnico.

Anche per questo verso risultano pienamente confermate, quindi, le dichiarazioni di Sinacori e Geraci in ordine alla persona del Lamantia; alla sua contiguità con ambienti mafiosi (era nato a Mazara del Vallo, lo stesso paese di Mariano Agate cui, secondo Sinacori, furono consegnate le chiavi dell'appartamento); alla disponibilità dell'appartamento suddetto (indipendentemente dal fatto che Panunzi non ricordi con precisione a quale persona cedette l'appartamento l'1-3-91).

9 - Sull'arrivo e l'occultamento delle armi e dell'esplosivo a Roma. Il passaggio dell'eplosivo nello scantinato del condominio in cui abitava Scarano, come dichiarato dallo stesso Scarano, Sinacori e Geraci, è comprovato dagli accertamenti tecnici svolti dai consulenti del Pubblico Ministero e riferiti puntualmente a dibattimento.

Infatti, dalla relazione di consulenza tecnica del 6-6-96, depositata all'esito dell'esame dei consulenti, si evince che il 28-5-96 fu portata in via delle Alzavole, n. 20, nello scantinato adibito (un tempo) a lavatoio, l'apparecchiatura EGIS in dotazione ai consulenti per la ricerca di tracce di esplosivi.
Tale ricerca fu fatta aspirando direttamente vapori e particolato sul pavimento e su vari oggetti (tavole, coperte, cartoni, ecc) accatastati tra i lavatoi dello scantinato.
La ricerca dette esito positivo per la presenza di DNT e T4. Infatti, su un telo nero prossimo alla vasca destra, su tavole di legno poste tra le due vasche furono trovate tracce di DNT, mentre su vari cartoni e fogli di politene, su una cassetta di plastica per bottiglie, sul pavimento (sotto fusti metallici e sotto il tavolo tra le vasche) furono trovate tracce di T4.[487]

Si trattava, quindi, come è stato messo in evidenza dai consulenti, di tracce non delocalizzate in modo uniforme in tutte le parti del locale, ma concentrate in alcuni punti del pavimento e su oggetti facilmente amovibili. Fatto che denota una contaminazione da esplosivi (e dei loro contenitori) nei punti in cui erano stati poggiati e su eventuali oggetti utilizzati come copertura.

Non è senza significato rammentare, a questo punto, che tra i residui dell'esplosione di via Fauro vi erano proprio DNT e T4.

Ne risultano, perciò, pienamente confermate le dichiarazioni dei collaboratori sul punto.

- Riscontri significati hanno avuto pure le indicazioni dei collaboratori sulle persone e sui mezzi che trasportarono armi ed esplosivo a Roma.

Dal mar. Sciarratta si è appreso, infatti, che Consiglio Giovan Battista (ora pensionato) svolgeva l'attività di autista ed ha quattro figli maschi: Salvatore, Gaspare, Vincenzo e Giuseppe. Era intestatario di un autocarro FIAT 682 targato Trapani 342365 (già targato Parma 245941), ritirato dalla circolazione il 2 giugno 1992.
Nonché dell'autocarro FIAT 160 targato Trapani 393511 (già targato Brescia 685090), ritirato dalla circolazione il 18 ottobre 1995.

Due dei suoi figli (Salvatore e Vincenzo) svolgono l'attività di autista.

Questo quadro rende plausibile anche la circostanza narrata da Sinacori, secondo cui fu il Consiglio a trasportare a Roma armi ed esplosivo agli inizi del 1992, insieme ad uno dei figli.

Conferma anche un dato particolare consegnato da Scarano all'istruttoria dibattimentale: il camion che portò armi ed esplosivo a Roma era targato Trapani.
Infatti, i due camion di cui aveva la disponibilità il Consiglio nel 1992 erano targati Trapani.

10 - Sull'aiuto fornito dai napoletani nell'intrapresa. Su questo punto vi sono, oltre alla concordanza di Sinacori, Geraci e Scarano, le dichiarazioni di vari collaboratori che hanno confermato la relazione di "cosa nostra" palermitana (e di Riina in particolare) con i clan mavitosi napoletani (e in particolare con i Nuvoletta).

- Il collaboratore Patti Antonio a infatti parlato ampiamente di questi rapporti. Ha detto che erano tenuti, in particolare, con una "famiglia" di Marano, in provincia di Napoli. Questa famiglia era organicamente inserita in "cosa nostra" e dipendeva dai capi di questa.

Si ricorda di un viaggio fatto a Marano agli inizi degli anni '80 insieme a Messina Francesco, detto "Mastro Ciccio". Era questi che teneva i contatti con i napoletani per conto della "famiglia" di Mazara del Vallo.
Si ricorda anche di una "mangiata" avvenuta verso maggio-giugno del 1991 a Mazara del Vallo, a cui parteciparono anche detti napoletani, che erano in litigio tra loro e furono rappacificati nell'occasione.
A questo pranzo parteciparono, per parte palermitana, Riina Salvatore, Bagarella Leoluca, Giovanni Brusca, Mariano Agate, Vincenzo Sinacori, Messina Denaro Matteo e molti altri.

- Di Filippo Emanuele (altro mafioso di Brancaccio) ha riferito che alla fine del 1982 o agli inizi del 1983 accompagnò suo cognato Marchese Antonino a Marano, in provincia di Napoli, dove il Marchese si incontrò con Lorenzo Nuvoletta, che era, allora latitante.
I due si salutarono calorosamente. Dopodicché Marchese palesò lo scopo della sua visita: chiese al Nuvoletta di interessarsi per far dichiarare "la pazzia" di suo fratello Marchese Giuseppe, allora detenuto nel manicomio giudiziario di Aversa.

- Ferro Giuseppe (capo mandamento di Alcamo) ha dichiarato che Messina Francesco, detto "Mastro Ciccio", era in contatto con gli ambienti malavitosi napoletani.
Ricorda, infatti, che verso la fine del 1989 si recò personalmente a Roma, al seguito di "Mastro Ciccio", per incontrare detti napoletani.
Costoro erano "persone di famiglia" e si erano portati a Roma per uccidere un "paesano" del Ferro, un certo Melodia. L'assassinio, fortunatamente, non ebbe luogo.
I napoletani che egli incontrò in detta occasione erano due; uno di loro si chiamava Alfonso.

Ha aggiunto di aver saputo da Mariano Agate che a Napoli v'era una famiglia di "cosa nostra", di cui facevano parte i Nuvoletta e tante altre persone.

Ha detto, infine, che Sinacori Vincenzo conosce perfettamente tutta la storia dei rapporti tra "cosa nostra" siciliana e i napoletani ("Però a questi li conosce perfettamente il Sinacori, perché ne conosce tutta la storia").

- Anche Brusca Giovanni ha confermato i rapporti tra i siciliani e i Nuvoletta. Ha detto di aver saputo proprio da Matteo Messina Denaro, nel 1995, che questi si incontrò varie volte con i Nuvoletta, i quali furono addirittura interpellati per le stragi, ma non vollero aderire al programma ("'No, io ero quello che mi incontravo con qualcuno dei Nuvoletta'. Dice: 'Ma ho perso il filo, addirittura non si sono più fatti vedere').

- Queste varie dichiarazioni sono estremamente significative, perché provenienti da soggetti distanti tra loro e perché concernono un oggetto (la relazione dei siciliani con i napoletani) che a nessuno verrebbe in mente di inventarsi gratuitamente.

11 - Sui mezzi usati a Roma dagli attentatori per gli spostamenti soccorrono elementi certi ed obbiettivi di riscontro.

- Il dr. Zito[488] ha riferito, infatti, che Geraci Francesco noleggiò la Y10 tg Roma-9D8808 presso l'agenzia della Hertz di Roma, stazione Termini, alle ore 13,14 del 24-2-92.
L'auto fu riconsegnata il 5-3-92, alle ore 16,30, dopo aver percorso 520 km.
Questi dati furono tratti dal registro che le società di noleggio sono obbligati per legge a mantenere.

Ne risultano confermate, perciò, le dichiarazioni sul punto di Geraci e Sinacori, ma anche quelle di Scarano, che ha parlato appunto di una Y10 come del mezzo condotto da Sinacori quando giunse il camion con l'esplosivo.

- Anche le dichiarazioni di Geraci sull'uso della carta di credito (collegata, è bene ripetere, alla trasferta romana) hanno trovato conferma negli accertamenti della Polizia Giudiziaria.

E' risultato, infatti, che il 29-2-92 Geraci Francesco utilizzò la carta di credito American Express a lui intestata per effettuare acquisti di abbigliamento presso il negozio Eddy Monetti di via Condotti, a Roma, per £ 3.600.000.
Precedentemente, il 22-2-92, aveva utilizzato la stessa carta presso la ditta Alongi di Palermo per acquistare altri capi di abbigliamento per £ 4.000.000.[489]

12 - Sulla permanenza del gruppo a Roma. La parte delle dichiarazioni di Geraci e Sinacori relativa alle attività compiute a Roma durante questa trasferta è risultata indirettamente (ma significativamente) confermata dalla precisione delle loro indicazioni sulle abitudini e le attività di Costanzo Maurizio.

Infatti, la parte delle loro dichiarazioni sulle abitudini di Costanzo, sugli orari della sua trasmissione e sulle auto utilizzate (circostanze che dicono di aver apprese nella trasferta romana del 1992) hanno trovato puntuale conferma nelle dichiarazioni di Costanzo Maurizio e del suo entourage (Peschi Luciano, Depalo Domenico, Re Aldo, Degni Stefano, Valente Marina).[490]

- Il Costanzo, invero, ha detto che la sua trasmissione (Maurizio Costanzo Show) divenne quotidiana nel 1987 e che si svolgeva al teatro Parioli, dal lunedì al venerdì.
La registrazione iniziava alle 19,00, ma egli si portava in teatro già verso le 17. Finiva alle 21,15 ed egli usciva verso le 21,30-21,40.

Dal 1988 prese a viaggiare con un'Alfa 164, avendo come autista Peschi Luciano. Talvolta, però, nella indisponibilità del Peschi, si serviva, come autista, di Degni Stefano, che possedeva un Mercedes.

Gli facevano da scorta, all'uscita dal teatro, Depalo Domenico e Re Aldo, che viaggiavano con una Lancia Thema.

Depalo Domenico, Re Aldo e Peschi Luciano hanno precisato, però, che prima del 14-5-93 (circa otto mesi prima, ha detto De Palo) veniva utilizzata un'Alfa 75.

Trovano così spiegazione, anche nei particolari e nelle apparenti disarmonie, le dichiarazioni di Geraci e Sinacori sui punti esaminati.

Così come trova puntualissima spiegazione la dichiarazione dei due circa la frequentazione, da parte di Costanzo, nel 1992, di uno stabile nel cui atrio v'era del personale di vigilanza.
Si trattava, come ha spiegato il Costanzo, dell'abitazione dell'onorevole Luigi Scotti, Ministro dell'Interno dell'epoca (sita in via Marianna Dionigi, dietro il vecchio Palazzo di Giustizia di Roma) che egli si recò, in una o due occasioni, a visitare perché stava elaborando un programma, voluto appunto dal Ministro, dal titolo Liberi di vivere", legato al problema dell'omertà e "dell'accesso diverso della cittadinanza alle forze di Polizia".
Il Ministro, in quel periodo, era impedito, per via di un incidente occorsogli durante le feste natalizie del 1991-92.

Si tratta, in questo caso, di una conferma di grande significato, data la ristrettezza del lasso temporale in cui ebbe a sussistere la situazione descritta dai due collaboratori (la malattia dell'on. Scotti) e l'assoluta sconoscenza della stessa da parte vulgo.

13 - Sulla ricerca del benestare di Riina vi sono riscontri sia oggettivi che soggettivi.

- Il dr. Zito[491] ha riferito che il 4-3-92 il sig. Rinacori Mister viaggiò col volo BM 0166 sulla tratta Roma-Palermo, senza aver effettuato alcuna prenotazione.
Lo stesso nominativo (Rinacori Mister) risultò imbarcato sulla tratta Palermo-Roma con volo BM 119 del 5-3-92, con partenza alle ore 9,40. Il biglietto aveva il n. 05544228847755 ed era stato rilasciato per l'andata e il ritorno.

- Da Brusca si è appreso che nei primi mesi del 1992 si incontrava con Riina per discutere le modalità dell'assassinio del dr. Falcone.
Uno di questi incontri si svolse nella casa di un cugino di Cancemi Salvatore, presenti quest'ultimo, Ganci Raffaele, Biondino Salvatore e Riina.
Qui si presentò, ad un certo momento, per incontrarsi con Riina, Sinacori Vincenzo. I due discussero tra loro e poi Sinacori andò via.

Dal dr. Zito e dal Brusca è venuta, per vie diverse, la conferma di ciò che dice Sinacori intorno a questa fase della trasferta romana.
Infatti, i tempi indicati da Sinacori (in ordine al viaggio da Roma a Palermo) coincidono perfettamente con le risultanze degli accertamenti di polizia giudiziaria. Il confronto di ciò che dicono Brusca e Sinacori sull'incontro tra questi e Riina dimostra la perfetta corrispondenza delle dichiarazioni dei due.

14 - Sul rientro a Palermo degli attentatori. Circa il rientro degli attentatori da Roma, il 5-3-92, vi è ampia documentazione agli atti, introdotta dalle dichiarazioni di vari ufficiali di PG.

- Il dr. Zito, infatti, dirigente del Centro Operativo Dia di Firenze,[492] e il mar.llo Cappottella hanno confermato che nelle liste di imbarco della Compagnia di navigazione marittima "Tirrenia" risultò la presenza del nominativo Cannella sulla tratta Napoli-Palermo, col biglietto n. NA2463909H per due passeggeri, associato alla Fiat Uno tg Roma-89521M.
In effetti, dagli accertamenti successivamente esperiti risultò che Cannella Cristofaro era intestatario, nel 1992, dell'autovettura Fiat Uno tg Roma-89521Y, da lui venduta in data 15-6-93. All'epoca della vendita la targa dell'auto era già stata mutata in quella PA-B30044.
E' evidente che, in questo come in altri casi, era stato dato un numero di targa leggermente diverso da quello reale per invocare l'errore in caso di controllo.

Ne viene integralmente confermata la versione di Geraci e Sinacori sul tipo di auto utilizzata dal gruppo nel febbraio-marzo 1992 per portarsi a Roma e ridiscendere a Palermo, nonché sulla presenza di Cannella nel gruppo.

Il fatto, poi, che l'auto sia stata da Geraci riferita a Tinnirello invece che a Cannella (l'effettivo proprietario) non ha, ovviamente, alcun significato, posto che ben poteva il Cannella mettere a disposizione del gruppo la propria auto, così come è ben possibile che il Geraci si sia sbagliato nel riferire che, al termine della missione, si portò a Napoli col treno (invece che con l'auto) insieme a Cannella. Del resto, egli stesso aveva riferito su queste circostanze in termini dubitativi.

Sempre dal dr. Zito è venuta la conferma che "Rinacori Mister" era presente sul volo BM 1090 Roma-Palermo del 5-3-92, con partenza alle ore 16,10

Ne risulta confermata tutta l'esposizione di Sinacori Vincenzo in ordine alla fase finale dell'operazione romana (il subitaneo consulto con Riina; il ritorno a Roma e la smobilitazione), così come risultano confermate le dichiarazioni di Geraci sugli stessi punti.

15 - Sulla fase successiva alla smobilitazione del marzo 1992. Sul fatto che, dopo la partenza degli attentatori da Roma (avvenuta il 5-3-92), Scarano si portò in Sicilia, dove incontrò Messina Denaro Matteo Messina Denaro e dove ricevette l'incarico di rendere abitabile l'appartamento di viale Alessandrino vi è traccia nei tabulati telefonici dello Scarano.

Si tratta, per la verità, dei tabulati relativi all'utenza cellulare n. 0337/791941, intestata alla moglie Tusa Silvia, ma pacificamente in uso al dichiarante.[493]
Orbene, dall'esame di detti tabulati si evince che il 13-3-92 il cellulare smise di operare sotto il ponte-radio 06 (contrassegnante la città di Roma) per trasferirsi sotto il ponte radio 081 (Napoli) e, poi, sotto il ponte 091(Sicilia), dove rimase fino al 15-3-92.

Ciò rende altamente probabile che Scarano si sia trasferito in Sicilia per il fine da lui specificato. E' vero che egli sembra collocare questo viaggio dopo quello fatto in occasione dell'omicidio Falcone (23-5-92), ma è altresì vero ed evidente che, relativamente a questo periodo, i ricordi di Scarano sono abbastanza confusi, come è dimostrato dalla erroneità delle indicazioni temporali da lui date (e su cui non c'è da sospettare, perché non si intravede quale interesse possano sottendere).

Del resto, sul fatto che nell'aprile del 1992 Scarano si trovò ad avere la disponibilità delle chiavi dell'appartamento di viale Alessandrino, n. 173, è confermato dalle dichiarazioni di tre agenti di Polizia.

Infatti, Conte Antonio, Di Felice Tazio e Sezzi Umberto,[494] ispettori della Polizia di Stato, hanno detto di aver effettuato, il 7- 4 -92, una perquisizione nell'abitazione di Scarano Antonio. Nell'occasione, notarono, in cucina, un mazzo di chiavi, che lo Scarano disse appartenere al quartiere di viale Alessandrino.
Si portarono allora in detto appartamento e notarono che era vuoto. Rinunciarono, perciò, a effettuare la perquisizione. Per questo motivo non ne dettero atto nel verbale.

- Il viaggio di Scarano in Sicilia in occasione (ma indipendentemente) della strage di Capaci è confermato, invece, sia da accertamenti presso gli esercenti alberghieri che presso le compagnie di navigazione marittima.

Sempre il teste Cappottella[495] ha confermato, invero, che Scarano Antonio si imbarcò a Napoli sulla motonave "Poeta" della compagnia Tirrenia alle ore 20 del 23-5-92 con destinazione Palermo. Il biglietto fu rilasciato per due persone e contemplava altresì il passaggio dell'autovettura Audi 80 tg Roma-3D4683, di proprietà e in possesso dello Scarano.

Gli accertamenti presso l'Hotel Alceste, di Marinella di Selinunte, evidenziarono, poi, che Scarano Antonio e la moglie Tusa Silvia avevano alloggiato presso questa struttura dal 24 al 27 maggio 1992.
Il collegamento tra il viaggio e il pernottamento non hanno bisogno di essere rimarcati.

Si può senz'altro discutere (anche se con poco costrutto, data la scarsezza dei dati a disposizione) su cosa abbia fatto Scarano in questa circostanza.
Egli dice di aver incontrato Messina Denaro Matteo al bar di piazza Politeama e di aver discusso prima delle armi e dell'esplosivo lasciati a casa sua e poi della droga. Ma aggiunge anche che dalla partenza degli attentatori da Roma (cioè, dal 5-3-92) erano trascorsi 7-8 mesi.

Questo significa che egli si sbaglia sul contenuto della conversazione o sull'epoca dell'incontro.
Infatti, delle due l'una: o l'incontro che ebbe ad oggetto armi, esplosivo e droga è quello di cui discorre Scarano, ma allora non erano passati 7-8-mesi; ovvero era passato il tempo suddetto, ma l'incontro si svolse in luoghi e con modalità diverse.

Sembra proprio questa l'eventualità più probabile, posto che, a dire dello stesso Scarano, circa una decina di giorni dopo questo incontro Cannella Cristofaro lo richiamò a Palermo per affidargli una partrita di hascisch. E questo affidamento avvenne, come si vedrà subito, il 19 aprile 1993.

D'altra parte, se non fosse così, non si comprnderebbe l'altra affermazione di Scarano: si portò in Sicilia perché era passato "tanto tempo" e non sapeva cosa farsi delle armi e dell'esplosivo lasciati a casa sua.
Ora, nel maggio 1992 erano passati due mesi, ma non tutto il tempo che Scarano lascia intendere e che sarebbe stato all'origine del suo sconcerto.

Conclusione di questo discorso: Scarano si sbaglia sui tempi, ma riferisce circostanze plausibili e confermate dagli accertamenti di polizia anche relativamente agli avvenimenti successivi alla vicenda Costanzo del febbraio-marzo 1992.

Così come è plausibile che egli abbia incontrato Messina Denaro Matteo nel luglio-agosto 1992 a Triscina per sentirsi dire di rimettere nella cassetta delle lettere le chiavi dell'appartamento di viale Alessandrino: in quel periodo, infatti, come risulta dai tabulati del cellulare n. 0337-791941, Scarano era in Sicilia (dal 22-7-92 al 2-9-92).

16 - Sull'incontro di Scarano con i "ragazzi" di Brancaccio e sul viaggio con l'hascisch dell'aprile 1993. Questa fase ha trovato significativi riscontri
di natura oggettiva.

- Il viaggio da Palermo a Roma del carico di hascisch è scandito dalle telefonate di Scarano e Carra e può dirsi, per questo (ma non solo per questo, come si vedrà), interamente riscontrato.
Vi è anche, poi, la documentazione del viaggio fatto, via mare, da Scarano, il 18-4-93 con la sua Audi 80.[496]

Dall'esame dei tabulati del cellulare 0337-791941 (intestato, come si sa, a Tusa Silvia) emerge che il 18-4-93 il cellulare (cioè lo Scarano) si spostava verso il Sud per trovarsi in territorio siciliano alle ore 8,05 del 19-4-93. Vi rimaneva (quantomeno) fino alle ore 20,51 dello stesso giorno 19.

Va evidenziato che, come è stato riferito dal teste Staiano[497], tecnico della Telecom, il prefisso 091 individuava, all'epoca, tutta la Sicilia. Si comprende quindi perché il carico di hascisch, partito verso le 17-18 del 19 aprile via strada da Palermo (come dichiarato dai collaboratori), si trovasse, dopo due ore, ancora in Sicilia con i suoi "accompagnatori".

Alle 00,42 del 20-4-93 il cellulare di Scarano si metteva in contatto col cellulare n. 0337-967269, intestato ad Autrasporti Sabato Gioacchina, ma pacificamente in uso a Carra Pietro, mentre si trovava sotto il ponte 0961 (che individua il territorio di Catanzaro) Era l'ora del caffé, come è stato detto dai due dichiaranti.

Alle 8,22, alle 8,39 e alle 8,55 del 20-4-93 il cellulare in possesso di Scarano veviva raggiunto da tre telefonate provenienti dal cellulare di Carra, mentre questi si trova sotto il ponte 06 (che individuava, all'epoca, il Lazio). Carra si era perso per strada e contattava il compare per rimediare all'inconveniente.

Ma oltre alle indicazioni provenienti dai cellulari vi sono, su questa vicenda, quelle provenienti da Brugoni Nazareno e da vari ufficilai di Polizia Giudiziaria.

Il Brugoni è il titolare dello sfascio in cui Scarano si portò per scaricare la droga.[498]
Ha detto che possedeva una officina per la riparazione delle marmitte sulla via Flaminia Vecchia, n. 850, dove veniva coadiuvato da un "ragazzetto". Questa officina era annessa (distava circa 100 metri) a un terreno del demanio su cui, un tempo, aveva gestito uno sfascio.
Un giorno, mentre era a casa, fu raggiunto da una telefonata del suo operaio, il quale gli disse di portarsi in officina. Qui giunto vi trovò lo Scarano, che gli chiese la cortesia di aiutarlo a scaricare un camion su cui v'erano carcasse pressate di veicoli, in quanto il camion aveva un guasto al motore e alle balestre e non poteva proseguire per Brescia.
Aiutò a scaricare con l'ausilio di una pala meccanica, spingendo a terra le carcasse. Nel fare questa operazione rovinò le sponde del camion, che furono lasciate poi sul posto dal camionista.

Alla fine emersero delle traverse di legno e, sotto, delle camere d'aria di camion, dentro cui v'era, a detta di Scarano, "merda di vacca".
Egli si arrabbiò per questo fatto, fiutando l'inghippo, e si allontanò subito, dicendo che sarebbe tornato alle 15. Per quell'ora non voleva vedere né trovare più nessuno e nessuna cosa sul posto. Come in effetti avvenne.
Ha precisato che, per mettere in funzione la pala meccanica, ferma da tempo, dovette procurarsi dell'olio e dello "starter spray" presso un rivenditore della zona. Ha prodotto la fattura di questo materiale, che reca la data del 20-4-93 e l'indicazione oraria delle 11,20.[499]

Inutile rimarcare la perfetta corrispondenza tra le emergenze dei tabulati e quelle proprie di quest'ultimo documento, così come appare inutile mettere in evidenza le coincidenze, anche nei minimi particolari, tra le dichiarazioni di Carra, Scarano e Brugoni (i tre informati della vicenda).

- Infine, l'incontro tra Scarano e De Masi nell'area di servizio sita sulla Salerno-Reggio Calabria è stata confermata da ufficiali del ROS: il cap. Fischione Carlo, il mar. Palmisano Laureano e il mar. Leone Costanzo.[500]

Quest'ultimo, in particolare, ha riferito che nella notte tra il 19 e il 20 aprile 1993 si trovava sull'autostrada SA-RC insieme ad altro personale della sua sezione (comprese le due persone sopra menzionate), perché era in corso una operazione antidroga diversa da quella di cui erano protagonisti Scarano e Carra. In particolare, stavano seguendo un certo Aquila Carmine che, dalle informazioni in loro possesso, trasportava un carico di droga verso il nord.
In effetti, lo fermarono e lo arrestarono nei pressi di Avezzano.

- Il mar. Leone ha aggiunto che nell'occasione si trovava in auto con un confidente, tale De Masi Francesco.
Ad un certo momento si fermarono su un'area di servizio dell'autostrada nel tratto tra RC e Sa (ma non è sicuro), dopo la mezzanotte. Il De Masi scese dall'auto e, dopo poco, rientrò dicendo di aver incontrato al bar un suo conoscente (lo Scarano, appunto), col quale aveva condiviso un periodo di detenzione e dal quale aveva appreso che stava scortando un carico di droga, con un camion carico, tra l'altro, di rottami di autovetture.

Si potrà molto discutere (come ha fatto la difesa degli imputati) sul come il ROS venne a conoscenza della notizia concernente l'Aquila Carmine; se fu il De Masi o meno a fornire questa informazione; come e dove avvenne l'incontro tra Scarano e De Masi e se la vicenda sottintenda altre verità
Resta la conferma, proveniente dalle parole del mar. Leone (e degli altri investigatori sopra menzionati) che l'incontro tra Scarano e De Masi vi fu nel posto e all'ora indicata da Scarano. Il che esaurisce la rilevanza dell'argomento nel presente procedimento.

17 - Sulla ripresa dell'offensiva contro Maurizio Costanzo. Una molteplicità di riscontri concernono, infine, la parte finale della vicenda relativa a Costanzo (quella che ci interessa più da vicino).

- Dall'esame dei tabulati relativi al cellulare di Scarano (0337-791941) emerge che l'11-5-93, alle ore 12,36, lo Scarano contattò il Centro Commerciale Le Torri (06-2010088) dove, come è noto, lavorava Massimino Alfio.
Si sa che era il momento in cui serviva il garage per la preparazione dell'autobomba.

- Lo stesso Massimino Alfio, esaminato all'udienza del 27-10-97,[501] ha confermato, seppur con tutte le reticenze possibili e comunque dietro contestazione del PM, che, verso il mese di maggio del 1993, si presentò Scarano nel suo ufficio, insieme ad un'altra persona, che rimase un po' distante e che andò via insieme a Scarano. Questa persona era in camicia bianca.
Più di tanto non è stato possibile sapere da Massimino sul punto.
Quello che ha detto conferma comunque quanto asserito da Scarano (si recò al Centro Commerciale insieme a Lo Nigro).

Massimino ha confermato, come si è già detto, che in quel periodo Scarano era interessato allo stanzone predetto, in quanto pensava di impiantarvi un bowling, e che in due-tre occasioni gli fece richiesta delle chiavi.
Tutto ciò conferma, se non altro, che Scarano sapeva dell'esistenza dello stesso e che avrebbe potuto servirsene all'occorrenza.

- Dalla testimonianza del col. Pancrazi[502] si è appreso che in data 1-2-96 Scarano Antonio, all'epoca detenuto, accompagnò il Pubblico Ministero di Firenze presso il Centro Commerciale Le Torri, sito in via Parasacchi, dove indicò lo stanzone in cui era avvenuta la preparazione dell'autobomba.

Successivamente, in data 6-3-96, furono effettuati i rilievi fotografici dei luoghi indicati da Scarano l'1-2-96.

Quindi, in data 3-5-96, su incarico del PM si portarono nello stanzone di via Parasacchi i consulenti Massari e Vadalà, insieme a numeroso personale di polizia giudiziaria, per indagini tecniche.
Nel corso di questo sopralluogo il personale di polizia giudiziaria rinvenne, in fondo al locale, dietro una colonna, e sequestrò, copioso e interessantissimo materiale. Vale a dire:
- una guida per chi viaggia, munita della carta stradale d'Italia con all'interno un foglio di carta intestata a ISAF Linda Corbani, un foglio di carta bianca con la scritta a matita "Bonatesto Simona" e due fotocopie di una carta stradale di Cagliari contraddistinte dal n. 642-643, con evidenziato Motel Agip;
- una carta stradale del Lazio;
- un led di colore rosso;
- il martinetto, completo di contenitore, di una Fiat Uno;
- una Settimana Enigmistica del 12-9-92, già quasi totalmente riempita;
- fogli de "Il Giornale di Sicilia" datati 26-4-93;
- quattro batterie a stilo marca Duracell;
- una lattina di benzina per accendini Zippo;
- un elastico con le estremità a ganci, di plastica;
- un supporto in plastica di colore nero;
- due frammenti dell'involucro di nastro isolante marca Pirelli.[503]

Orbene, la teste Corbani Linda, possessore della Fiat Uno tg Roma- 5F5756, esplosa in via Fauro, sentita all'udienza del 18-12-96,[504] ha riconosciuto, senza ombra di dubbio, come a lei appartenenti, perché custoditi all'interno della vettura suddetta:
- la Guida per chi viaggia e la Carta stradale d'Italia, da lei personalmente acquistati a Torino;
- il foglio di carta intestato a ISAF Corbani Linda, su cui erano stati da lei annotati i numeri telefonici di alcuni alberghi di Cagliari;
- il foglio con la scritta "Bonatesta Simona", da lei vergato;
- la carta stradale di Cagliari, su cui aveva personalmente evidenziato il Motel Agip di Cagliari - Circonvallazione Nuova;
- la Settimana Enigmistica, scritta di suo pugno.

Ha detto, poi, che era del tutto simile a quella da lei posseduta la cartina del Lazio, mentre non erano suoi l'accendino, il led, i fogli di giornale e, probabilmente, le batterie. Per il resto non ha potuto fornire indicazioni di sorta.
Ha escluso di essersi mai portata presso il Centro Commerciale Le Torri di Torbellamonaca.

Le dichiarazioni della Corbani sono assolutamente congruenti, stabili nel tempo e disinteressate. Inoltre, si appoggiano su circostanze di vita personale (la grafia; il viaggio a Cagliari; l'intestazione, eloquentissima, dei fogli; il riferimento a persone di conoscenza).
Per questo motivo sono sicuramente attendibili.

Inoltre, sempre il teste Pancrazi ha riferito che, quando accederono nel locale, nel maggio 1996, notarono, proprio vicino agli oggetti sopra elencati, "una intelaiatura come di cartongesso, come un paravento" che nascondeva la parte dell'ambiente in cui fu rinvenuto il materiale.
Vengono in mente le parole di Scarano: "Loro, siccome dentro a questo stabile ci stava un pannello di questi di gesso di costruzione di pareti, hanno appoggiato un pannello di questo che sarebbe tre metri per due metri, penso, addosso ad un pilastro. Dietro questo pannello hanno messo la macchina, che non si vedeva all'esterno della strada."

Questa paravento in cartongesso era ancora presente durante una verifica ulteriore effettuata in data 8-4-97 dalla Dia di Roma.[505]

Ne consegue che anche le dichiarazione rese da Scarano su questo aspetto, importantissimo, della vicenda processuale trovano inequivoco riscontro.

Non può certamente bastare a togliere rilievo a queste emergenze il fatto che il materiale della Corbani sia stato rinvenuto nello stanzone di Torbellamonaca tre anni dopo l'attentato, giacché, come è stato riferito dal teste Pancrazi (che lo aveva appreso a sua volta nel 1996 dal direttore pro-tempore del Centro, sig. Paolillo), il locale era sempre stato inutilizzato, dal 1993, ed era chiuso a chiave.
Infatti, quando vi fece accesso la Dia, nel maggio 1996, dovette procurarsi le chiavi presso la direzione del Centro e lo trovò molto sporco, nella maniera tipica dei locali abbandonati da tempo.
Si spiega facilmente, quindi, perché la situazione dei luoghi sia rimasta invariata così lungamente.

- E' confermato, come dice Scarano, che la sera del 14-5-93 gli attentatori aspettavano un'Alfa 164. Invece, comparve una Mercedes.

Il Costanzo e tutti quelli che erano vicino a lui hanno detto, infatti, che dal 1988 lo showman viaggiava, di solito, su un'Alfa 164 condotta da Peschi Luciano.
Il 14-5-93 accadde, però, che Peschi Luciano si assentò per motivi di salute e fu sostituito da Degni Stefano, all'ultimo momento.
Il Degni fu avvertito dell'incombenza il giorno prima e si presentò all'appuntamento con un Mercedes.

Trovano puntuale conferma le parole di Scarano sul disorientamento causato dalla mutata situazione sugli attentatori (in particolare, su Benigno che doveva premere il pulsante).

- Precise si sono rivelate anche le conoscenze di Scarano sul quantitativo di esplosivo utilizzato in via Fauro.

Il consulente del Pubblico Ministero (dr Delogu)[506] ha calcolato, infatti, un peso di carica compreso tra i 90 e i 120 kg (Scarano aveva parlato di 110 kg di esplosivo).

- Anche dall'esame del cellulare di Scarano emergono elementi, molto significativi, di conferma alle sua dichiarazioni. In particolare, relativamente alla serata del 13-5-93.

Quella sopra indicata è la data del primo attentato, fallito, a Costanzo. Orbene, dall'esame del cellulare 0337-791941 emerge che quella sera vi furono tre telefonate dirette, in rapida successione, al cellulare di Benigno Salvatore (avente il n. 0336-899621): alle ore 20,28, alle 21,41 e alle ore 21,44.
Costanzo (e quelli del suo seguito) hanno chiarito, senza equivoci, che era l'ora in cui, finito lo spettacolo, faceva ritorno a casa. Quindi, era l'ora dell'attentato.
Che queste telefonate abbiano una valenza strettamente attinente all'espletanda impresa lo dimostra, del resto, la loro scansione temporale: preavviso della partenza e partenza. Benigno, dall'altro capo, era avvisato.
Lo dimostra anche il fatto che furono effettuate da una zona compresa nel raccordo anulare di Roma. Infatti, queste telefonate impegnarono SRB gestite dalla MSC di RM2).[507]

Non bastano a inficiare questo dato le osservazioni del difensore di Benigno circa la presenza a Palermo del cellulare di quest'ultimo in data 9-5-93 (data in cui, secondo le dichiarazioni di Scarano, il gruppo degli attentatori si trovava già Roma).
In verità, è erronea la premessa da cui parte il difensore tecnico: Scarano non ha mai dichiarato con certezza che il gruppo degli attentatori giunse a Roma il 9-5-93. Anzi, dalle sue parole si evince che giunse il 10-5-93.

Infatti, è vero che, ricostruendo la vicenda di via Fauro all'inizio dell'esame condotto dal PM, lo Scarano sembra articolare su cinque giorni i preparativi dell'attentato; per cui, andando a ritroso, si giungerebbe al 9-5-93 come data di