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Processo per la strage di Via dei Georgofili
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Note
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Disegno criminoso e causale hanno punti di contatto:
- il disegno criminoso è costituito da una causale e da obbiettivi specificamente individuati e praticati.

La causale a sua volta deve essere affrontata mediante il metodo della scomposizione:
vi è una componente della causale in cui prevale l'elemento obbiettivo;
vi è una seconda componente in cui prevale l'elemento soggettivo.

La componente di tipo obbiettivo è rappresentata da:
esistenza di una cultura dell'antimafia;
esistenza di una legislazione dell'antimafia, nella molteplice articolazione della normativa dell'efficienza (la legislazione della fine del 1991: DIA; DNA e DDA), nella legislazione premiale (la legislazione del 1991), nella legislazione di rigore e la sua applicazione (DL n. 302/1992);
l'esistenza obbiettiva del fenomeno dei collaboratori di giustizia.
La componente di tipo soggettivo è rappresentata da:
vicenda-BELLINI;
vicenda della trattativa del papello.
La componente di ordine prevalentemente soggettivo si costituisce e si struttura nella convizione, da parte di "cosa nostra", che le Istitutiuzioni:
dalla vicenda-BELLINI:
siano interessate a rapportarsi con "cosa nostra",
per arrivare a portare a conclusione trattative su situazioni specifiche (recupero di opere d'arte), collocandosi su un piano di parità con "cosa nostra" stessa e quindinei fatti, abiurando alla presa di distanza dichiarata con la legislazioni antimafia;
o forse addirittura a far giungere a "cosa nostra",
in forma ellittica ma esplicita, messaggi di istigazione al cpompimento di azioni criminali di un certo tipo, particolarmente qualificate in relazione all'obbiettivo dell'attività criminosa stessa (come se si fosse trattato di una sorta di segnalazione di un inedito punto debole con correlativo invito a colpirlo).
Questa è la sintesi della vicenda-BELLINI, alla stregua del fattore soggettivo rappresentato dalla interpretazione assegnatale da BRUSCA (e con lui da GIOE', da BAGARELLA, e da altri).
Come risultato assicurato in via permanente, ne deriva la individuazione degli obbiettivi specifici della campagna stragista.
Come risultato contingente, quasi come un'appendice rimasta poi fine a se stessa, ma piena di implicanze e di significati, ha determinato l'operazione di Boboli: da subito se ne è colta la coerenza con la individuazione di un punto debole specifico quale bersaglio, obbiettivo, di un'offensiva di tipo distruttivo e terroristico.
Con ciò venendo a mettere a fuoco, correlativamente, un aspetto -che sarà approfondito- di discontinuità rappresentato dalla pratica criminale debole prevalentemente intimidatoria (opzione-BRUSCA) che si è snaturata in una pratica criminale forte prevalentemente distruttiva (opzione-BAGARELLA, MESSINA DENARO, GRAVIANO).

Dalla vicenda della trattativa del papello:
che le Istitutizoni fossero interessate a rapportarsi a "cosa nostra", per praticare una trattativa di alto profilo (comprensiva quindi anche degli obbiettivi strategici di "cosa nostra") a ciò costrette dai risultati forti dell'offensiva criminale dei primi mesi del 1992.
In altri termini, che l'offensiva criminale praticata con la tecnica stragista fino al luglio del 1992 fosse lo strumento forte ed efficace per provocare un atteggiamento di resa/di disponibilità alla trattativa da parte delle istituzioni.

Determina il livello qualitativo dell'azione criminale, ed in particolare l'opzione forte, fino a coniugarsi tout court con l'opzione propriamente stragista, riaffermata alla luce degli avvenimenti dell'estate del 1992.

_____________________


Prime conclusioni sulla trasferta romana, in relazione al processo di formazione della causale della campagna stragista.

Si può affermare che l'attentato a Costanzo deliberato per il 1992 aveva carattere di subalternità rispetto agli obiettivi principali, tanto da essere sacrificato ad esigenze tattiche superiori.
Oltretutto: COSTANZO era un obbiettivo fungibile (Baudo, etc.). La causale di questo attentato era determinata solo dalla cultura dell'antimafia. Le innovazioni normative degli ultimi mesi del 1991 non influenzano la individuazione dell'obbiettivo bensì solo le modalità di organizzazione interna di "cosa nostra" (la supercosa) e si pongono, questo punto, solo come termine occasionale di riferimento rispetto a questa specifica operazione criminale.
Senza però negare che cultura dell'antimafia e legislazione dell'antimafia hanno un denominatore comune, rappresentato dall'inversione di tendenza rispetto alle cultura dell'indifferenza e alla legislazione dell'ordinarietà.

La dimostrazione sta nel fatto che l'attentato viene abbandonato e non risulta che sia stato rimesso all'ordine del giorno nel corso dell'intero anno 1992.

Occorrerà una nuova deliberazione perché l'attentato a Costanzo, peraltro ancora una volta in posizione di accessorietà, torni a far parte di un programma criminoso complesso e destinato ad essere concretamente realizzato -come è effettivamente avvenuto.
In altri termini: occorrerà che venga deliberato un nuovo programma criminale complessivo perché l'attentato a Maurizio COSTANZO venga riassorbito e reso operativo.
All'interno del progetto esecutivo del nuovo programma criminoso -e della stessa esecuzione- verrà nuovamente inserito l'attentato a Costanzo.

Una dimostrazione concreta di questa affermazione sta nel fatto che:
il varo della campagna di attentati ai monumenti risale al 1°.4.1993.
prima di questa data non risulta sia stata compiuta concretamente alcuna attività organizzativa o operativa o preoperativa funzionale al compimento di azioni criminali del tipo di quelle che saranno eseguite a partire dal 14.5.1993, ed a maggior ragione funzionale a dare esecuzione all'attentato a Maurizio COSTANZO.
Di fatto erano venute meno le condizioni che avevano determinato lo stop decretato da RIINA Salvatore.
nei fatti, il materiale accantonato presso Scarano resterà inutilizzato per moltissimi mesi, a dimostrazione che l'azione alla esecuzione della quale era funzionale era stata congelata e nessuna nuova azione era stata deliberata.
Anche se SCARANO non ha perso i contatti con Matteo (incontro del 24.5.1992 e successivi incontri estivi) e con l'ambiante di Castelvetrano, non risulta che sia stata assunta alcuna iniziativa funzionale a dare una destinazione d'uso specifica alle armi e all'esplosivo.
Siamo in una situazione di stasi decisionale e operativa. E' vero che "cosa nostra" non fa amnistie e non concede grazie, ma resta che un quid novi occorre perché le decisioni tornino ad essere operative.

Dalla tempistica dell'azione criminale del 1993, si vedrà che i preparativi della strage di via dei Georgofili precedono qualunque concreta iniziativa dell'azione nei confronti di Maurizio COSTANZO.
La prima traccia sensibile dell'azione criminale di Firenze risale al 27.4.1993, ma sicuramente è precedente a tale data -e non di pochi giorni- la richiesta che CALABRO' Gioacchino rivolge a FERRO Vincenzo di procurare l'appoggio a Firenze presso lo zio.
Laddove per l'azione nei confronti Maurizio COSTANZO la prima traccia sensibile risale a pochi giorni prima dell'esecuzione stessa (la prima presenza a Roma degli esecutori risale all'inizio del sopralluoghi, che SCARANO Antonio situa tre o quattro giorni prima del 14 maggio.

SCARANO Antonio ha riferito che dopo l'iniziativa dell'hashish (20 aprile) non è stata compiuta alcuna altra attività funzionale ad una qualche iniziativa criminale prima dei controlli in zona Parioli, avviati intorno all'11-12.5.1993.

Sotto lo stesso profilo, va messa in rilievo la circostanza che nel nuovo input decisionale che conduce all'esecuzione dell'attentato ha un suo rilievo il fatto che Maurizio COSTANZO aveva esultato all'arresto di RIINA Salvatore e, successivamente, aveva condotto una trasmissione nella quale una delle nuore di F. MADONIA era stata in qualche modo indotta a fare affermazioni disonorevoli nei confronti della famiglia del marito. Vd. dich.ni LA BARBERA Gioacchino e CANCEMI Salvatore.


2. Nel corso del 1992 si verifica un'altra vicenda che determina, come si è anticipato, un altro fattore che andrà a comporre la causale: il varo, e l'applicazione, dell'art. 41 bis ord. pen.
Le date: decreto legge dell'8.6.1992; applicazione a partire dal 19/20.7.1992; conversione in legge il 7.8.1992.
Risultato concreto: trasferimento degli "uomini d'onore" a Pianosa e all'Asinara. Notizie di maltrattamenti.
Questo è il nucleo centrale dell'avvenimento.

Reazioni negli ambienti di "cosa nostra":

Molte sono le dichiarazioni raccolte a questo proposito.

Vi sono quindi contributi conoscitivi di vario tipo:

taluno ha riferito dell'importanza che fu assegnata negli ambienti di "cosa nostra" a questa svolta della legislazione dell'antimafia, senza dettagliare sul conto della reazione che "cosa nostra" elaborò e andò poi ad adottare;

altri hanno riferito illustrando come il 41 bis venisse letto, più che in rapporto alle sue degenerazioni applicative, in relazione a un fenomeno altrettanto grave e cioè il pentitismo, alla luce di un ritenuto rapporto di causa ad effetto tra carcere duro e collaborazione.

altri ha riferito coniugando, per conoscenze ex ante, questo avvenimento alla risposta che "cosa nostra" considerò, in un primo momento, di dare allo Stato (azioni criminose nei confronti delle "guardie carcerarie");

altri hanno riferito per conoscenze ex post, senz'altro coniugando il 41 bis e le sue degenerazioni applicative alla campagna stragista continentale;

Passiamo in rassegna queste dichiarazioni e tiriamo poi le conclusioni:

PATTI. E' un programma criminoso che fu comunicato da MANGIARACINA (che sostituita AGATE Mariano, che era in carcere), intorno all'ottobre-novembre del 1992. Queste azioni dovevano essere compiute in ogni paese della Sicilia -anche a Marsala, dove abitava PATTI-: l'ordine veniva da RIINA Salvatore.

SINACORI - Riferisce che nell'estate del 1992, a Mazara del V., vi fu un incontro con la partecipazione di GIOE' Antonino, SINACORI Vincenzo, BAGARELLA Leoluca (che all'epoca stava a Mazara del Vallo), MAZZEI Santo, BRUSCA Giovanni: "In quel periodo già si vedeva che lo stato ci stava massacrando, in tutti i sensi, sia lo Stato con il pentitismo che con il 41 bis, con Pianosa specialmente, dove picchiavano maledettamente.
Il ricordo di SINACORI Vincenzo è puntuale in quanto colloca questo avvenimento "subito dopo la strage di Borsellino, quindi siamo ai primi di agosto, che già arrivavano le notizie (dei maltrattamenti a Pianosa)
Quando quindi GIOE' Antonino si presenta a Mazara del Vallo e si svolge la riunione in questione erano già arrivate in ambienti di "cosa nostra" le notizie sui maltrattamenti conseguenti all'applicazione del 41 bis.

Secondo SINACORI Vincenzo si può dire, in generale, che fu la reazione dello Stato alle stragi del 1992 (e quindi 41 bis e sue asserite degenerazioni applicative) a determinare "cosa nostra" a esercitare un'azione di forza nei confronti dello Stato.

Di tutti questi discorsi SINACORI Vincenzo non ha più sentito parlare fino all'aprile dell'anno successivo e anche intorno al 20 maggio 1993 allorchè da MESSINA DENARO Matteo e nei discorsi con MESSINA DENARO Matteo si rappresenta una situazione che SINACORI Vincenzo così descrive: "Nessuno poteva dire che noi abbassavamo la testa ... In quel momento lo Stato ci stava massacrando ... Tra la legge sui pentiti, tra Pianosa, Asinara e 41 bis ... solo con le bombe nel patrimonio artistico potevamo cercare un contatto".
Anche se questo racconto di SINACORI Vincenzo è spostato in avanti, da esso si trae la conferma della effettività e serietà della reazione di "cosa nostra" all'applicazione del 41 bis. In altre parole: "cosa nostra" mette al centro, da subito, della propria necessità di risposta il problema del 41 bis, che recupera -nella visione ultima- anche la reazione al fenomeno del pentitismo.

LA BARBERA Gioacchino - ha riferito che i programmi criminali di cui si discuteva i "cosa nostra" agli inizi del 1993 e fino al suo fermo (23.3.1993) ruotavano sulla necessità di dare una risposta allo Stato "per quanto riguarda l'art. 41 bis" e per quello che succedeva a Pianosa.

Tra i programmi criminosi che si legavano a questa situazione c'era anche quello di eliminare guardie carcerarie.

GERACI Francesco - Ha riferito che MESSINA DENARO Matteo, allorchè si recò trovarlo una volta a casa (siamo alla vigilia della campagna stragista), gli menzionò espressamente il 41-bis come situazione che "cosa nostra" doveva fronteggiare con una risposta adeguata, risposta che andava a concretizzarsi con una serie di attentati al nord, attentati ad edifici importanti.
Anche se il racconto di GERACI Francesco ci porta nel 1993 inoltrato, ciò non fa altro che dimostrare la decisività del ruolo rivestito, ai fini della decisioni di "cosa nostra", dall'introduzione del 41 bis. E' proprio la stabilità di questo rapportarsi degli "uomini d'onore" al 41-bis che ne dimostra la importanza.

FERRO Giuseppe - Ha riferito che nell'estate del 1992 (ai primi di settembre) giunse un giorno a Castellammare del Golfo GIOE' Antonino che, alla presenza di BAGARELLA Leoluca e di CALABRO' Gioacchino, riferì che giungevano notizie di maltrattamenti ai detenuti. Il problema era quale decisione prendere. Si pensò di fare azioni contro le guardie carcerarie. Poi BAGARELLA Leoluca fece sapere che dal carcere gli uomini di mafia detenuti fecero sapere che non erano d'accordo con questa iniziativa.

CALVARUSO Antonio "Tony" - Riferendo di discorsi di BAGARELLA Leoluca o di BRUSCA Giovanni, ovvero di entrambi, ovviamente appresi in epoca successiva alla sua frequentazione con BAGARELLA Leoluca (dall'ottobre del 1993 in poi) si espresso con queste parole:
"Bagarella cercava in tutti i modi, forse ancora cerca in tutti i modi di abolire il 41-bis. Questo era un chiodo che lui cercava in tutti i modi di fare togliere ai detenuti. Aveva paura, una paura tremenda di questo fenomeno collaboratori, e quindi cercava di mettersi a patto con lo Stato per farlo regredire proprio nei confronti, sui confronti dei collaboratori. Ma la cosa più che gli martellava era il 41-bis."

In queste dichiarazioni, e non sono le sole, si coglie un importante collegamento: il 41 bis e il fenomeno delle collaborazioni processuali.
Altri dichiaranti si sono espressi negli stessi termini.

DI FILIPPO Pasquale, ROMEO Pietro, GRIGOLI Salvatore, CIARAMITARO Giovanni: tutti hanno riferito, concordemente anche se con termini diversi, che alla base della campagna stragista c'è stato l'intendimento di far abolire il 41 bis e di neutralizzare il fenomeno delle collaborazioni processuali.
Non è da sottovalutare che questo tipo di affermazioni provengono da persone che con le stragi hanno avuto un rapporto diretto o che comunque sono state a contatto diretto con il quadro esecutivo delle stragi.

AVOLA, COSENTINO e ANNACONDIA - non fanno parte di "cosa nostra" palermitana; ANNACONDIA non fa nemmeno parte di "cosa nostra"
Il primo ha confermato -gliene ha parlato Marcello D'AGATA- che le stragi erano targate Palermo e erano state fatte allo scopo di far abolire il 41 bis e la legge sui pentiti.
Il secondo -che ha ricevuto confidenze da GRAVIANO Benedetto- ha riferito negli stessi termini.
Il terzo ha spiegato l'urgenza del problema del regime detentivo inasprito, come vissuto concretamente dalla popolazione criminale detenuta.

FERRO Vincenzo - riferendo esclusivamente sul conto delle iniziative criminali da assumere contro le guardie carcerarie, collega questa iniziativa ai maltrattamenti ("in virtù dell'abuso che veniva fatto del 41 bis")

CANCEMI Salvatore - Da RIINA Salvatore aveva sentito più volta toccare il tema dei pentiti, tanto da arrivare alle famose esternazioni sulla necessità di sterminare le famiglie dei collaboratori: "tutto il male per c.n. veniva da lì" e che se non fosse stato per i collaboratori loro " tutto il mondo si poteva mettere contro di noi, di noi "cosa nostra" .... non riusciranno mai a poter condannare a noi ..."
RIINA Salvatore era disposto giocarsi anche i denti per far abolire 41 bis e leggi sui pentiti: "il carcere è sofferenza ... il carcere duro è una cosa preoccupante ... e quindi qualcuno si può fare sbirro ... quindi si preoccupava per questo motivo, diciamo, che quel carcere poteva provocare altri pentiti".

BRUSCA Giovanni - ha anch'egli riferito della necessità, subito avvertita, di contrastare il 41 bis per indurre lo Stato a tornare sui suoi passi.
Con riferimento a quella che andrà poi meglio illustrata -la trattativa del papello- BRUSCA Giovanni riferisce che RIINA Salvatore aveva messo al centro delle sue pretese, oltre alla riapertura dei processi, alla revisione della Rognoni - La Torre, l'abolizione del 41 bis.

1a. conclusione:

Centralità del problema del 41 bis, soprattutto in relazione alla ritenuta capacità dello strumento di generare nuove collaborazioni.
Questa è la situazione che genera una condizione di pericolo estremo per l'organizzazione: il 41 bis
- non solo come fattore di rottura della costituzione materiale di "cosa nostra" (il pregiudizio per il principio di autorità concretamente operante);
- non solo come occasione di comportamenti vessatori in danno degli "uomini d'onore" ristretti nei carceri speciali; non è questo che interessa a RIINA Salvatore, per come le sue decisioni ci vengono rappresentate da CANCEMI Salvatore e da BRUSCA Giovanni.

bensì come

- isolamento del singolo uomo di mafia; rottura, imposta dall'esterno, del vincolo di solidarietà. L'esatto contrario di quella cultura e di quel costume di vita in ragione dei quali in "cosa nostra" si declamano, ad ogni piè sospinto, i valori della concordia e della fratellanza: il principio mutualistico come regola fondamentale della vita dell'uomo di mafia.
La terminologia: la famiglia; l'uso e l'abuso di termini come zu', cugino, parrino, compare, etc. Anche tra i protagonisti della presente vicenda giudiziaria si registra, con dimostrazione documentale, questa contaminazione della cultura del delitto con la cultura del vincolo familiare: basti leggere le lettere di GRAVIANO Giuseppe: l'appellativo di madre natura.

- isolamento come anticamera di cercare altrove (in un altro rapporto con l'autorità) le ragioni per impostare il proprio futuro.

Questi ultimi due aspetti del problema sono quelli che mette in luce anche un dichiarante assolutamente esterno a "cosa nostra", le cui affermazioni deliberatamente non sono state fino ad ora richiamate, proprio per controllarne la plausibilità solo dopo aver ricostruito i fatti attraverso i dichiaranti interni:
si tratta di BELLINI che così si è espresso, ripetendo le parole che pronunciò GIOE' Antonino, dopo aver commentato la situazione determinatasi con l'applicazione del 41 bis: " .. ma cosa vogliono fare ? ... vogliono creare dei pentiti ?"


2a. conclusione:

Urgenza del problema.
necessità di indurre lo Stato a revocare questi provvedimenti.

Una prima soluzione, calibrata specificamente sul 41 bis (come se il 41 bis non fosse connesso ad altre esigenze vitali per "cosa nostra"), è intravista in un progetto criminale che ha come obbiettivi le guardie carcerarie.

Vale a dire, in una prima fase non si stabilisce un collegamento tra questa emergenza e la tipologia degli obiettivi che saranno colpiti con la campagna stragista dell'anno successivo.
Nell'estate del 1992 si pensa ad uccidere le guardie carcerarie e questa sarà un'opzione attuale ancora agli inizi del 1993: così testimoniano le dichiarazioni di PATTI, FERRO Giuseppe, FERRO Vincenzo e di LA BARBERA Gioacchino.

Però, come è già stato osservato richiamando le dichiarazioni di SINACORI Vincenzo, già nell'estate del 1992 vi è embrionalmente un sintomo del futuro intrecciarsi del come uscire dall'emergenza con un metodo di azione criminale del tutto inedita: riferisce infatti SINACORI Vincenzo di una sorta di sfogo di GIOE' Antonino, nella riunione di cui si è parlato: "Sarebbe l'ora di mettere una bomba a Pisa, di modo che solo così possono finirla di picchiare a Pianosa".

Siamo alle prese con una esternazione emotiva di GIOE' Antonino, una sorta di antecedente remoto che -come vedremo- nel corso dei mesi successivi non avrà più la natura di una presa di posizione dialettica di un "uomo d'onore" (e niente di più che un singolo "uomo d'onore") ma di un vero e proprio argomento centrale delle decisioni.

A partire dalla figura di GIOE', occorre illustrare:
- la vicenda che rappresenta lo sfondo di questa uscita di GIOE' Antonino (la cd. vicenda-BELLINI);
- la lettera di GIOE' Antonino;
- il delinearsi di una opzione criminale debole (di tipo intimidatorio; concretizzatasi dell'episodio di BOBOLI);
- il delinearsi di un'opzione criminale forte (di tipo distruttivo, alimentata dalla cd. vicenda del papello: le stragi pagano: il nuovo colpetto identificato in un'azione contro un magistrato con tecnica stragista: l'autobomba );
- il combinarsi di un elemento dell'opzione debole (l'obbiettivo) con un elemento dell'opzione forte (un'azione complessiva di tipo distruttivo a carattere stragista)

Riassumendo:
Se l'obbiettivo strategico divenne ad un certo punto quello di contrastare l'azione dello Stato per far regredire le scelte di politica criminale, è solo con l'unificazione, all'insegna di questa causale, dei due termini ideativi del programma (un'azione criminale forte; una tipologia specifica degli obbiettivi) che, anche per i suoi riflessi giuridici, si identificherà il momento ideativo del disegno criminoso.

Questo momento, per definizione, non può precedere nè l'avvento del 41 bis, nè la scelta di un'azione criminale forte, né infine la individuazione dell'obbiettivo inedito. Per tutti e tre i termini siamo in un momento storico successivo alle stragi siciliane del maggio e del luglio del 1992.
Di Torre di Pisa e in genere di azioni criminali di tipo distruttivo nei confronti del patrimonio artistico non si parlerà in epoca anteriore all'agosto-settembre 1992.
Laddove, fino alla fine del 1992 si continuerà a ipotizzare un'azione di tipo tradizionale (eliminazione magistrati e eliminazione guardie carcerarie) per contrastare l'azione dello Stato.

A maggior ragione prima della fine del 1992 in alcun modo si può identificare la fase del dibattito, interno a "cosa nostra", che finirà per risolversi nel vero e proprio momento deliberativo del disegno criminoso.