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Processo per la strage di Via dei Georgofili
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Note
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VIA FAURO 14.5.1993 h. 21,40 ca.


Cosa è accaduto:


CONTRIBUTI CONOSCITIVI NEUTRI:

dimostreremo ciò con numerosi testi presenti sul luogo e con le persone offese.


CONTRIBUTI CONOSCITIVI EX POST, ISTITUZIONALI.

Sentiremo poi la immediata ricostruzione del fatto operata dalla polizia giud.ria, con l'identificazione delle vittime e dell'autobomba. Si tratta delle persone indicate nella lista, immediatamente dopo la menzione del fatto.

dimostreremo quindi che gli autori:

facevano esplodere un ingente quantitativo di esplosivo (costituito da una miscela di tritolo, T4, pentrite e nitroglicerina, opportunamente collocato all'interno di una FIAT Uno (sottratta nella notte tra l'11 ed il 12.5.1993, a Roma, a Corbani Linda);
l'auto era stata parcheggiata in via Ruggero Fauro, strada che Maurizio COSTANZO avrebbe dovuto obbligatoriamente percorrere all'uscita dal Teatro Parioli, al termine dello spettacolo televisivo "Maurizio Costanzo Show") al passaggio dell'autovettura condotta dall'autista DEGNI Stefano, con a bordo il giornalista e la signora DE FILIPPI Maria, seguita dall'auto di scorta con a bordo le guardie giurate RE Aldo e DE PALO Domenico.
Questo è l'evento principale, unitamente al quale se ne sono verificati altri: il ferimento di numerose persone; il grave danneggiamennto di strade, immobili, infrastrutture urbanistiche, in sostannza di una frazionne significatica del centro abitato di Roma.


CONTRIBUTI CONOSCITIVI SCIENTIFICI

Quindi, attraverso l'esame dei testi qualificati sotto il profilo tecnico (servizi di polizia scientifica delle forze di polizia), nonché attraverso i consulenti tecnici, dimostreremo le cause dell'esplosione e, detto in altri termini, i mezzi usati per la commisssione della strage. Si tratta delle persone menzionate nell'ultima parte della lista depositata in data 28.10.1996.

Dimostreremo in tal modo che l'autobomba era stata confezionata con una carica di miscela esplosiva (Tritolo, Pent., T4, gelatinati) stimata tra i 100 ed i 120 Kg., e che le modalità di esecuzione dell'attentato deponevano inequivocabilmente per l'uso di un telecomando.


CONTRIBUTI CONOSCITIVI SPECIFICI, di PRIMO GRADO

Abbiamo dimostrato le responsabilità individuali sotto il profilo organizzativo ed esecutivo.

Collochiamo in primo piano, a questo punto, la figura dell'imputato Scarano, sicuramente partecipe all'attentato che doveva costare la vita a Maurizio Costanzo.


Cenni biografici essenziali:

- è sposato con Tusa Silvia, conosciuta in Germania, da Partanna. Come al solito sono le donne la causa di tutti i mali.
- a Roma dal 1973.
- finisce in carcere nell'86/87, con detenuto a Rebibbia nel 1986.
- In carcere, al G.9 (accertamenti riferiti dal teste dr. Dalle Mura), è codetenuto dal 7.1.1986 al 30.9.1986, con Stefano ACCARDO.
- La ragione occasionale della conoscenza sta nell'intestazione del mand. di catt. che fu notificato in quel periodo a ACCARDO: il provvedimento dette modo a SCARANO di constatare che il suo compagno di detenzione era originario di Partanna, come la propria moglie (accertamenti riferiti dal teste CAPPOTTELLA). Questi fu scarcerato successivamente a SCARANO, con obbligo di dimorare nel comune di Nicosia, (accertamenti positivi sul punto, riferiti dal teste CAPPOTTELLA il 9.12.1997: scarcerazione effettiva del 25.5.1987 e relativo obbligo di dimora, che permane fino al 7.12.1987).
SCARANO ha avuto modo di contattarlo nuovamente, quando ACCARDO aveva terminato di scontare l'obbligo di soggiorno a Nicosia.
Osservazione: si coglie immediatamente la concretezza delle indicazioni di Scarano il quale, evidentemente, non solo è stato compagno di cella di ACCARDO, ma lo ha frequentato anche dopo la scarcerazione: diversamente non potrebbe essere al corrente di fatti successivi alla scarcerazione di ACCARDO.

- Vi è l'ulteriore dato rappresentato dalla lettera a firma "Dule", oggetto della produzione del PM (n. 5 - prod.ne del 26.11.1996).
Questa lettera è stata individuata (accertamenti riferiti dal teste Cap. ROS Cieri - 22.19.1997) l'11.7.1989 a bordo dell'auto Fiat 126 sulla quale ACCARDO era stato ucciso. La lettera, indirizzata a Accardo, menziona espressamente il nome di SCARANO:
Osservazione: la lettera dimostra anch'essa che tra ACCARDO e SCARANO si erano stabiliti, in carcere, buoni rapporti. tanto che il "Dule" quasi si premura di rappresentare a ACCARDO che ha mantenuto, dopo la propria scarcerazione, rappoorti anche con Scarano.

- Nelle fasi iniziali della ripresa di contatti, SCARANO colloca la richiesta di armi fattagli da Accardo, richiesta che Scarano evade in due riprese: dapprima consegnando a Accardo un'arma di cui dispone sul momento e poi recandosi a Roma e recuperare altre armi di cui disponeva.
Richiamando alcune altre dichiarazioni di SCARANO si viene a collocare adeguatamente, nel tempo, la ripresa di contatti e-allo stesso tempo- a verificare che le dichiarazioni di SCARANO, già con riferimento a questa parte delle vicende, sono ampiamente affidabili:
Ed infatti: Scarano ha dichiarato che la prima volta in cui si incontrò con Accardo, questi aveva terminato il soggiorno obbligato, che era il mese di settembre, che Accardo era preoccupato ("tirava aria cativa in giro"), tanto da aver bisogno di armi.
Posto, allora, che Accardo terminò il soggiorno obbligato a Nicosia nel dicembre del 1987 e che Accardo fu ucciso nel luglio del 1989, l'unico mese di settembre in cui può esservi stata questa ripresa di contatti non può essere stato che il settembre del 1988.
Resta da vedere se ha un fondamento l'affermazione di Scarano secondo la quale Accardo, in quel periodo, poteva avvertire che a Partanna tirava una "brutta aria", tanto da temere per la propria incolumità al punto da cercare di munirsi personalmente di armi: In effetti le cose stanno così: il fratello Francesco Accardo era stato ucciso il 29.6.1988 (accertamenti riferiti dal teste Sciarratta il 27.11.1997) e lo stesso Stefano era stato vittima di un tentativo di omicidio avvenuto in data 15.7.1988, allorchè Accardo stava uscendo di casa (accertamenti riferiti dal teste dal teste Coglitore all'udienza del 23.1.1998).
Non solo: in sede di contraesame, Scarano ha contestualizzato queste azioni criminali in quella che ha chiamato una faida tra la famiglia degli Accardo e quella degli Ingoglia. Che l'affermazione sia esatta, specie in relazione all'epoca di questi fatti, è dimostrata dalla effettività di questo conflitto armato che opponeva, proprio in quegli anni, a Partanna, queste due famiglie: ne hanno riferito i testi Sciarratta (27.11.1997), Bonanno (21.10.1997) e Cieri (22.10.1997). La cd. guerra di Partanna, che ha portato allo sterminio della famiglia degli Ingoglia, è iniziata a cavallo tra glim anni 1987 e 1988 e si è protratta fino al 1991: è costata la vita a circa trenta persone. Questi i dati ufficiali. Chi ha seguito questo processo capisce come tra dato ufficiale e dato reale, quando si parla di vicende di mafia, un tasso di diversità, nemmeno di modesta entità, debba presumersi.

- E' dalla conoscenza e frequentazione con ACCARDO che Scarano viene a fare la conoscenza anche di PANDOLFO Vincenzo.
SCARANO ha riferito alcuni altri dati storici di questa frequentazione: e tra l'altro di aver saputo che ACCARDO, prima di essere vittima di un omicidio (si è visto che in effetti ACCARDO è stato ucciso a Partannal'11.7.1989), era scampato ad altre due azioni criminose.
Intanto è certo che Scarano ben ramenta di questo omicidio: al dibattimento ha detto che il fatto avvenne d'estate, a Partanna, e che poteva essere o l'89, o il '90 o il '91. E si tratta di affermazioni, come si è visto, esatte.

Su questa affermazione, che colpisce per la sua singolarità e che quindi mette ben alla prova la attendibilità oggettiva delle dichiarazioni di Scarano (non uno, bensì due, tentativi di omicidio), in effetti si è acquisito un completo riscontro:
- di un precedente tentativo di omcidio ha parlato in questa aula -attribuendosene la responsabilità, con illustrazione della relativa causale, FERRO Giuseppe. Il fatto risale all'epoca -o meglio: a prima- del primo incontro tra Ferro e Riina, incontro che Ferro data all'anno 1976.

Osservazione: E' importante notare che SCARANO è al corrente di azioni criminose che riguardano la persona di ACCARDO che erano sconosciute anche agli organi di polizia. Ciò dimostra che tra Accardo e SCARANO si era stabilito un rapporto tale per cui il secondo venne a partecipare, conoscitivamente, di fatti di indubbia delicatezza (per adoprare un eufemismo), quali le azioni criminose intentate nel corso degli anni in danno di Accardo.

Osservazione: Ma con quale ambiente criminale era entrato in contatto -allora- SCARANO in occasione e per effetto della banale vicenda giudiziaria che lo aveva portato a Rebibbia nel 1986 ?

La risposta ci proviene da una serie di dichiarazioni che valgono a completare e a valorizzare il dato, già di per sè significativo, rappresentato dalla circostanza che gli Accardo furono coinvolti in una vicenda -quella della guerra di Partanna- già di per sé emblematica.
Le dichiarazioni da tenere presenti sono:

- Sinacori (ud. 25.9.1997): Francesco ACCARDO era "uomo d'onore" della famiglia di Partanna. Non afferma che anche Stefano era u.o., pur affermando che si trattava di persona intima di MESSINA DENARO.
- PATTI Antonino (ud. 30.7.1997): non conosce personalmente gli Accardo, ma può affermare per scienza diretta che era stato MESSINA DENARO in persona a prendersi carico della eliminazione delle persone che a loro volta avevano ucciso Stefano ACCARDO.
Osservazione: è rilevante che sia stato MESSINA DENARO in persona, quale esponente di particolare spicco di "cosa nostra" trapanese, a prendersi carico di questa operazione di vendetta mafiosa, a dimostarzione che l'eliminazione di ACCARDO era un fatto per certo rilevante per l'organizzazione, così come era una vicenda che interessava a "cosa nostra", ovviamente, la stessa guerra di Partanna.

Osservazione ulteriore:
se questo è stato la prima presa di contatto tra Scarano e "cosa nostra", è agevole rilevare che lo sviluppo di questo rapporto, per come ne riferisce lo stesso Scarano, è del tutto coerente con le sue premesse, in termine di soggetti (di qui ad un attimo compariranno sulla scena MESSINA DENARO, Vincenzo PANDOLO etc.) e di avvenimenti.
Da ciò la dimostrazione che il racconto di Scarano -la cui estrazione geografica, familiare e, se si vuole, criminale, è del tutto diversa- si armonizza con una realtà che niente, se non la effettiva partecipazione a determinate vicende, può avergli fatto conoscere.

In questi quindici giorni di permanenza a Partanna, Scarano fa la conoscenza con MESSINA DENARO. Lo conosce: "giovane, giovanissimo, snello, alto e con gli occhiali. Con l'aria da studente." Viene presentato a Scarano come amico. E' ACCARDO che "fa le presentazioni".
Osservazione: A questo punto della vicenda Stefano ACCARDO sta per "uscire" dalla nostra scena processuale. Questo non toglie che anche il particolare della presentazione a Scarano di MESSINA DENARO meriti che ci si soffermasse a verificarlo: è infatti emerso che l'Arma di Castelvetrano (staz. di Salaparuta) ebbe ad identificare, nel corso dell'anno 1986, MESSINA DENARO assieme a ACCARDO Francesco (il fratello di Stefano "Cannata"), a certo CLEMENTE Giuseppe e ancora a certo ACCARDO Giuseppe. Ne ha riferito il teste SCIARRATTA all'ud. del 27.11.1997.
Puntualizzazione -questa- che si coniuga ad un'altra puntualizzazione, questa proveniente dal teste Bonanno (ud. 21.10.1997), secondo la quale costituivano una sorta di "quartetto fisso" MESSINA DENARO, Geraci, CLEMENTE Giuseppe (anch'egli colpito da misura cautelare per 416 bis) e tal Leonardo CIACCIO.


Scarano -lo si noti bene- in questo prima sua permanenza a Triscina e dintorni, del settembre 1988, non ha rapporti con MESSINA DENARO: li avrà solo l'anno successivo, quello -come ricorda Scarano- in cui vi fu l'omicidio di Stefano ACCARDO, seguito dai funerali ai quali partecipò lo stesso SCARANO.
Osservazione: E' esatto il ricordo di Scarano, posto che l'omicidio di Accardo, come si è visto, si verificò nel 1989, quindi l'anno successivo il 1988.
Prima di morire, peraltro, ACCARDO fece in tempo a presentare a Scarano anche il proprio nipote "Enzo", persona il cui cognome Scarano conosce e riferisce come PANDOLFI, o PANDOLFO.

Si tratta di Vincenzo PANDOLFO e l'indicazione di Scarano è anche questa vota puntuale: riferisce Scarano che questi, appunto, gli fu presentato come nipote di ACCARDO, e che si trattava di un medico o di uno che studiava medicina, all'epoca sui 27/28 anni, all'epoca abitante a Partanna anche se aveva abitato per un breve periodo a Palermo. SCARANO, anche negli anni succesivi, andando a Partanna, andava ad incontrare questa persona "dalla nonna -vale a dire la madre di ACCARDO- chiamata donna Rosa".
Ha riferito ancora Scarano che in epoca sucessiva -che Scarano colloca, sia pur con riserva, agli inizi del 1992- questo PANDOLFO lo fece contattare per telefono convocandolo, con urgenza, a Partanna. Incontrandosi con Pandolfo a Partanna, viene ad apprendere che questi è latitante e che lo si accusa di omicidio.


Osservazione: sono esatte tutte queste indicazioni fornite da Scarano sul conto di Vincenzo PANDOLFO. Ed infatti:
- Pandolfo è nato a Trapani il 29.11.1959 (quindi all'epoca della conoscenza da parte di Scarano aveva meno di trent'anni). E' in effetti figlio di ACCARDO Brigida (sorella di Stefano) e quindi al contempo ha per nonna la madre di ACCARDO Stefano -che è madre anche di sua madre- ed era nipote dello stesso Stefano. (su questi dati hanno riferito il teste Cappottella il 9.12.1997 e il teste Sciarratta il 27.11.1997). PANDOLFO in effetti, a tutt'oggi, è latitante dal 5.10.1991 e i provvedimenti a suo carico, in effetti, riguardavano, inizialmnte, tra l'altro l'omicidio di certo RUSSO Antonino (ne hanno riferito gli stessi testi Cappottella e Sciarratta).
Il fatto che Pandolfo, poi, sia effettivamente laureato in medicina è emerso al dibattimento in quanto riferito, tra gli altri, da Patti Antonino, Geraci e FERRO Vincenzo.

Anche sulle modalità del viaggio di Scarano e dell'incontro con Pandolfo vi sono dei dettagli da registrare:
- Scarano ha riferito di aver fatto il viaggio con la propria Audi diesel (a nafta, come la chiama Scarano),
- di essersi incontrato con un emissario di Pandolfo all'uscita di Castelvetrano, all'area di servizio dello svincolo, e che la persona in questione era Peppe GARAMELLA (o Caramella), che si preseentò con una "164": questa è l'occazione nela quale per la prima volta si incontrano Scarano e Garamella. Si tratta della persona dalla quale poi Scarano ha acquistato la casa a Triscina, quella intestata al proprio figlio Massimo.
A seguito di questo appuntamento, Scarano fu accompagnato a Castelvetrano, in centro, in un negozio di gioielleria: il negozio era "controllato" con delle telecamere e all'interno era installata un sorta di "parete girevole". Il negozio era di certi "Ierace" (Scarano ha visto che quelli che lui idica con il nome di Ierace sono due fratelli).
Nel negozio, Scarano incontra MESSINA DENARO e, dopo qualche minuto, lo stesso Pandolfo. Resta presente anche Garamella.
Si appartano per parlare Scarano, MESSINA DENARO e Pandolfo, nel retrobottega,
Pandolfo dice a Scarano che si deve rendere disponibile per qualsivoglia necessità abbia su Roma "Matteo".
Da subito gli viene chiesto di darsi da fare per procurare un appartamento: a tale scopo gli vengono consegnati 20 milioni dal "proprietario della gioielleria" unitamente ad u biglietto -che viene consegnato da MESSINA DENARO- che reca l'indirizzo di una agenzia della zona dei Parioli.
A seguio di ciò Scarano si recherà all'agenzia dei Parioli e stipulerà un contratto di mandato con l'agenzia, contratto a seguito del quale, peraltro, non farà seguito alcun affitto. MESSINA DENARO, anzi, informato che vi sono queste difficoltà, dirà a Scarano di lasciar perdere tutto.

Osservazioni: le circostanze riferite da Scarano sono in effetti suscettibili di controllo, espletato in effetti, con esito positivo, al dibattimento.
Ed infatti:
- i dettagli relativi alla presenza delle telecamere e della cd. porta girevole sono stati confermati dal teste BONANNO (ud. 21.10.1997)
N.B.: anche a voler sottilizzare sul punto che l'esistenza di quella gioielleria, e quindi anche la presenza delle telecamere, poteva essere un fatto altimenti noto a Scarano, la conoscenza del particolare della "porta girevole", o meglio di una porta mascherata da uno specchio, al di là della quale vi è un ufficio, comporta due conseguenze sul piano logico: che Scarano è stato dentro la gioielleria e, soprattutto, che è entrato proprio dentro quell'ufficio che è mascherato da quella porta che all'apparenza è un semplice specchio a parete.

Ovviamente la stessa descrizione è stata data anche da Geraci (ud. 9.6.1997), al quale si debbono peraltro, importantissimi, questi particolari:
- che i GERACI sono tre fratelli (gli altri due si chiamano Matteo e Andrea);
- che quell'incontro di cui parla Scarano in realtà c'è stato;
- che, al termine dell'incontro, su disposizione impartita da MESSINA DENARO, egli o uno dei suoi fratelli, consegnò 20 milioni a SCARANO.
Nel racconto di GERACI sono da porre in evidenza questi ulteriori particolari, perfettamente collimanti con il racconto di Scarano:
- che MESSINA DENARO era presente nel negozio;
- che, quando Scarano era già presente, giunse anche PANDOLFO, accompagnato da GARAMELLA;
- che nel "retrobottega" -o ufficio che dir si voglia- si riunirono a parlare in tre soli: MESSINA DENARO, Scarano e PANDOLFO;
- che al termine dell'incontro vi fu questa consegna a Scarano di 20 milioni, che dovevano servire per "affittare case" a Roma.
Aggiunge Geraci che era lui in persona a "tenere la cassa" della famiglia MESSINA DENARO, e da ciò la ragione della disposizione di effettuare, all'istante, questa consegna di denaro a Scarano.
- che l'episodio in questione è quello che identifica il prmo incontro -vale a dire la conoscenza reciproca- tra Scarano e Geraci.
Qui è da sottolineare l'ulteriore affermazione di Geraci, dalla quale si apprende che l'episodio si è svolto precedentemente a quella che, nel processo, il Pubblico Ministero ha talvolta definito come la "trasferta romana" della fine del febbraio-primi di marzo del 1992.
Ne è anche la chiave di lettura, anche sotto il profilo della continuità, parziale, dei soggetti protagonisti delle due vicende: Scarano, Geraci, MESSINA DENARO.
Alla luce di quanto si esporrà più avanti sul conto della "trasferta romana" perderà ogni significato di dubbio il particolare che, mentre Geraci non avrà difficoltà a riconoscere nella "persona della gioielleria" la person che vedrà di lì a qualche tempo a Roma in quel certo appartamento (si tratta di quello di via Martorelli), Scarano non saqrà in grado di riferire -a sua volta- di aver rivisto nello stesso appartamento romano il "gioielliere" nel cui negozio era stato qualche tempo prima a Castelvetrano.
Resta che la corrispondenza, in termini di cronologia, tra le dichiarazioni di Scarano e quelle di Geraci è evidente.

Una osservazione, ancora, sul conto di Garamella (soprattutto al fine di verificarne la plausibilità quale accompagnatore di MESSINA DENARO e del latitante PANDOLFO) nel quale or ora ci siamo imbattuti.
Il personaggio verrà qualche altra volta citato, ma è opportuno condensare a questo punto i dati che sul suo conto sono emersi:
- GARAMELLA ha avuto un incarico lavorativo nella Cantina Enologica Catelseggio di Castelvetrano, società che annoverava tra i suoi soci MESSINA DENARO Francesco (il padre, da anni latitante di MESSINA DENARO) e FURNARI Saverio. Sul conto di questi soggetti, e dei loro contesti, in particolare, hanno riferito il teste Bonanno (ud. 21.10,1997) e i testi Palmisano e Fischione (ud. 13.5.1997) nonché il teste Cieri (ud. 22.10.1997) i quali hanno anche riferito dei rapporti (incentrati sull'area di servizio IP di Castelvetrano) tra lo stesso GARAMELLA e i fratelli FORTE, Paolo e Maurizio.
Si tratta di rapporti, anche questi ultimi, da non trascurare, in quanto i fratelli Forte di cui si sta parlando sono quegli stessi che ritroveremo: come domiciliatari -presso il loro distributore- della fattura SIP per il telefono dell'abitazione di Scarano a Triscina; come futuro "corteggiatore" -Maurizio- della teste Pagnozzi Anna (che ne ha riferito all'udienza del 14.5.1997), ovviamente conosciuta tramite lo stesso Scarano.
Si richiamano ora questi rapport,i che si dilatano nel tempo tra Scarano e l'entourage di Garamella, a riprova della effettiva, e multipolare o multireferenziale, integrazione di Scarano con l'area delle persone organiche alle strutture di "cosa nostra" del trapanese e più esattamente del castelvetranese.
Il teste Bonanno (ud. 21.10.1997) ha anche riferito degli arresti, per fatti di mafia, degli stessi Garamella e Forte Paolo.
- fa capo a GARAMELLA anche un rapporto di tipo parentale con MARRONE FIFI' Antonino: anche questo rapporto è significativo in quanto fornisce la chiave di lettura di un dettaglio, accertato dai CC. del ROS di Roma nel luglio del 1993, in occasione del pedinamento, svolto a partire dal 10 luglio, di Scarano il giorno 12.7.1993. I CC. stavano tenendo sotto controllo Scarano in Sicilia, a Triscina, ed accertarono che alla villetta di Scarano di Triscina, dove si trovava Scarano, era giunta una Renault Clio la targa della quale portava al nominativo di MARRONE FIFI', cognato di Garamella (vd. teste Palmisano ud. 13.5.1997).
Se si tien conto della data di stipula del contratto per l'abitazione di Triscina (intercorso tra il figlio di Scarano e i coniugi Garamella-Libeccio Francesca) che data all'8.1.1993 (puno n. 6 delle prod.ni iniziali del Pubblico Ministero) si può cogliere dal fatto che a distanza di mesi proseguano i contatti tra Garamella e Scarano la dimostrazione che i contatti -esattamente come ha riferito Scarano- non sono stati limitati alla compravendita della villetta.
Alla persona di MARRONE FIFI' -e quindi all'aggregato di persone che è stato il punto di riferimento nella zona di Scarano- si collega poi la circostanza che Rallo (persona anche questa menzionata da Scarano nel corso del suo esame), all'atto del suo arresto, era anch'egli colpito da misura cautelare che contestava anche a PANDOLFO l'omicidio di Russo Antonino- avvenuto a Roma il 27.5.1993 (ne ha riferito il teste Sciarratta -ma anche i testi Bonanno e Cieri- all'ud. del 27.11.1997)- era in possesso di un documento di identità intestato al nominativo di MARRONE FIFI' Antonino.

Un contributo ulteriore, a questo proposito, viene dalle dichiarazioni di
- Geraci (ud. 9.6.1997): ha riferito che RALLO e PANDOLFO erano stati assieme anche latitanti in casa sua; e che aveva ricevuto incarico, proprio da MESSINA DENARO, assieme proprio a FORTE Paolo, di affittare un appartamento a Roma, appartamento che doveva servire proprio per la latitanza di Rallo. Non sarà casuale che proprio a Roma RALLO sarà arrestato. E non sarà casuale che -come ha riferito Geraci- che nel corso dell'anno 1993, a partire quindi dall'inizio della latitanza, MESSINA DENARO abbia fatto uso di un falso documento di identità intestato proprio a Forte Paolo.
- MASSIMINO Alfio (ud. 27.10.1997): ha riferito della conoscenza che GARAMELLA (proprio lui) gli fa fare, a Roma, di RALLO.
Sempre a Roma MASSIMINO ebbe occasione di vedere FORTE Paolo. Massimino era al corrente dei rapporti tra RALLO e Scarano.
Sia Massimino, sia Scarano, hanno affermato di essersi conosciuti tramite Garamella, a Roma.

Osservazione: A partire quindi dal "filo sottile" rappresentato dal rapporto tra Scarano e ACCARDO Stefano, "filo sottile" dal quale a suo tempo nacquero le presentazioni che ACCARDO fece a Scarano del proprio "nipote" -il medico Enzo PANDOLFO- e del giovane con la faccia da studente -MESSINA DENARO-, la vicenda personale e criminale di Scarano finisce per trascendere questa piccola, iniziale realtà -fatta di visite a casa di "donna Rosa" e di bottiglioni di vino lasciati all'amico di Roma che ha terminato il periodo di ferie, ovvero di facilitazioni per l'ottenimento dell'alloggio nel paese di Triscina; ma fatta anche degli echi della guerra di Partanna e di armi che Scarano fornisce all'ex-compagno di detenzione, e di funerali-: si delinea e si completa un quadro nel quale hanno il loro posto inizi di latitanze (quella di PANDOLFO) e i fiduciari più stretti del medico Pandolfo e del giovane con la faccia da studente -i Geraci, i Garamella, i Forte, i Rallo-

Qualcosa ancora deve esser detto sul conto di PANDOLFO, per apprezzarne adeguatamente la sua collocazione criminale:

- PATTI Antonio (ud. 30.7.1997): sempre da costui, "uomo d'onore" della famiglia di Marsala, abbiamo appreso che Pandolfo non gli è mai stato presentato come u.o., ma le conoscenze di PATTI sono ancor più significative, perché anziché trasmetterci definizioni ci partecipano fatti criminali: amicizia tra Pandolfo e MESSINA DENARO; proprio assieme a PANDOLFO, oltre che ad altri, PATTI aveva eseguito un duplice omicidio di persone ritenute essere stati gli assassini di Stefano ACCARDO. L'incarico di questa azione criminale era stato dato direttamete da MESSINA DENARO.
Inserire qui esposizione scheda su PATTI

- Geraci (ud. 9.6.1997): ha anche riferito che PANDOLFO e MESSINA DENARO erano in "rapporti stretti". E' stato direttamente a conoscenza del fatto che per un certo periodo MESSINA DENARO Francesco e Pandolfo erano stati ospiti, durante la latitanza, a casa di un medico nella zona di Selinunte.

- FERRO Vincenzo (ud. 5.3.1997): dopo l'arresto di FERRO Giuseppe, e quindi dopo il gennaio 1995, aveva accompagnato MELODIA Antonino ad un appuntamento con MESSINA DENARO e Sinacori; nell'occasione ed anche altre volte vi sono stati incontri, "a quattro", tra MESSINA DENARO, Sinacori, PANDOLFO e MELODIA Antonino.

N.B.: Messo a punto anche questi ultimi riferimenti, viene opportuno richiamare anche l'altra dichiarazione fatta da Scarano, proprio in dibattimento, che concerne le sue responsabilità in un paio di omicidi -avvenuto l'uno a Roma e l'altro a Milano-, responsabilità che si congiugano a suo dire a quelle di due delle persone sulle quali ci siamo, anche se di passaggio, soffermati: PANDOLFO e RALLO.
Non sarà né casuale né una forzatura che Scarano indichi come suoi concorrenti due persone che tut'altre vicende, tutt'altre indagini, accomunano in fatti criminosi analoghi e, soprattutto, collocano in contesti interpersonali assolutamente coincidenti.

L'altra osservazione è che i due omicidi sono stati entrambi commessi -così ne ha riferito Scarano- in un periodo precedente l'episodio della gioielleria di Castelvetrano -con relativo incarico da parte di Pandolfo, del "nipote" di Stefano ACCARDO, di tenersi a disposizione, su Roma, di MESSINA DENARO e con relativa consegna dei 20 milioni con i quali, per conto di MESSINA DENARO, doveva essere concluso un affito a Roma-.

E', all'evidenza, la commisione di questi due omicidi che finisce per accreditare Scarano come personaggio che, a Roma, poteva costituire un valido ed affidabile punto di riferimento per MESSINA DENARO e per le iniziative che questi si accingeva a realizzare appunto a Roma.
Il passaggio è importante, in quanto risolve ogni dubbio sulle ragioni per le quali MESSINA DENARO poteva riporre sulla persona di Scarano quella elevatissima fiducia in assenza della quale non riiusciremmo a comprendere come "cosa nostra" abbia eletto come proprio referente fiduciario, per azioni di rilievo criminale come quelle di cui si occupa il proceso, proprio la persona di Scarano.

Lo sviluppo principale di queste relazioni intrecciate da Scarano con gli ambienti di "cosa nostra" del castelvetranese è, come la Corte ben sa, rappresentato dalla cd. "trasferta romana".

Per evidenti ragioni di esposizione -legate alle finalità pratiche del processo- il Pubblico Ministero prende come riferimento le dichiarazioni di Scarano: si tratterà di verificare in un secondo momento se queste dichiarazioni sono attendibili, e fino a che punto, e sulla base di quali elementi.

La successione dei fatti riferiti è questa:
- i primi del 1992 Scarano riceve a Roma una "visita" da parte di MESSINA DENARO. L'incontro è favorito da Garamella (è perfettamente plausibile che questi spostamenti di MESSINA DENARO siano assecondati proprio da Garamella, alla luce del tipo di rapporti che intercorevano tra i due) si solge nell'ufficio, presso un centro commerciale, dove lavorava un suo compare, MASSIMINO Alfio. Scarano precisa che aveva già conosciuto questo Massimino, a Roma, per essergli stato presentato da Garamella (come si è visto, MASSIMINO ha riferito in termini analoghi sull'origine della sua conoscenza con Scarano. Ha riferito Massimino, per parte sua, che la sua conoscenza e la sua frequentazione con Scarano hanno avuto, come ambito geografico di riferimento, esclusivamente Roma, tanto da affermare -Massimino- che con Scarano in Sicilia non si è mai visto).
Più in dettaglio, Scarano ha riferito che l'incontro è preceduto da una convocazione fattagli una sera, a casa, verso le 22,30: si presentò da lui il solo Massimino. Massimino gli disse "Vestiti." Scarano conosceva già Massimino.
Quando Scarano fece il contratto dal notaio la casa di Triscina l'aveva già pagata. Garamella si era presentato da lui alcune volte per riscuotere le rate del prezzo.
Garamella aveva fatto conoscere a Scarano Massimino, ma Scarano non è in grado di precisare se la presentazione avvenne in occasione di una delle volte in cui Garamella si presentò per riscuotere una qualche rata di prezzo.
Di fatto: Scarano ha conosciuto Garamella nel negozio di Geraci, apprendendo che PANDOLFO è latitante. Si dovrebbe essere nell'ottobre del 1991 o in data successiva e comuqneu prossima.
La "trasferta romana" è della fine-febbraio/primi marzo del 1992. L'incontro a Roma con MESSINA DENARO è di poco precedente. Quindi, posto che l'incontro nel negozio di Geraci è del terzo quadrimestre (orientativamente) del 1992, si tratta solo di verificare se tra queste due epoche si può essere verificato l'incontro, a Roma al Centro commerciale Le Torri, riferito da Scarano.
La risposta non può che essere positiva:
- Massimino non ha negato di aver rapporti con Garamella e di averli intrattenuti anche nel periodo -quindi nell'anno 1992- in cui si collocano anche le "dimissioni" date da Garamella dalla banca in danno della quale aveva effettuato l'ammanco (le dimissioni di Garamella datano al maggio 1992, come precisato dal teste Bonanno). Anzi, Massimino in nu primo tempo Garamella confidò, falsamente, di aver problemi non nell'ambiente di lavoro bensì in famiglia.
- a "nulla" porta la intrecciata vicenda dell'acquisto della villetta, dal momento che, se è vero che Garamella si recava da Scarano a Roma per riscuotere le rate di prezzo e se è anche vero che il contratto di vendita è stato stipulato ai primi del gennaio 1993, è d'altro canto vero che il contratto dà atto che il prezzo è già stato corrisposto prima della stipula (il che avviene regolarmente, ed è quanto ha affermato Scarano).
Anche se si volesse dar credito a Massimino che ha affermato di aver fatto la conoscenza di Scarano solo "a pagamento delle rate di prezzo in corso", con tutto ciò mai si potrebbe affermare che questa conoscenza è intervenuta in epoca successiva al gennaio del 1993; per la stessa ragione non si può escludere che questa conoscenza sia avvenuta agli inizi del 1992, sia perché si ignora quando SCARANO ha cominciato a pagare le rate del prezzo della villetta, sia perchè SCARANO ha affermato che la conoscenza con MASSIMINO può essere avvenuta -precisando però che non è detto le cose siano effettivamente andate così- in occasione del pagamento di una qualche rata.


Osservazione: La circostanza di questo incontro con MESSINA DENARO nell'ufficio del Centro commerciale Le Torri, anche se riferita solo da Scarano, risulta pienamente attendibile, sia alla luce dei rapporti tra Garamella e Massimino, sia alla luce di quelli tra Garamella e MESSINA DENARO, sia in considerazion del fatto che Massimino -come ha riferito egli stesso- è stato direttore del Centro commerciale Le Torri per gli anni dal 1992 al 1994, ia alla luce dei fatti successivi, che hanno per protagonista MESSINA DENARO e come teatro Roma.

Il Pubblico Ministero non ignora che Massimino (ud. 27.10.1997) ha escluso di aver mai fatto la conoscenza di MESSINA DENARO, anche se, singolarmente, non ha escluso che si possa essere verificato un episodio analogo a quello riferito -e che gli è stato contestato- da Scarano: l'episodio riferito da Massimino avrebbe avuto come luogo di svolgimento un autogrill ma come punto di partenza, e comunque, la richiesta di Garamella, fatta a MASSIMINO, a Roma, di convocare Scarano per un appuntamento, appuntamento sul conto del quale Massimino non si è sbilanciato, dicendo di non essere in grado di affermare con certezza quali fossero esattamente le persone presenti.

Abbiamo già fatto acuni riferimenti alla persona di Geraci: i fatti che andremo di qui a poco ad esporre comporteranno che del personaggio ci si debba occupare più a fondo. Per questa ragione torna a questo punto utile un inquadramento più approfondito della persona, appunto, di Geraci.
Questo excursus consentirà, con un'apparente digressione, di mettere a fuoco altre vicende, anche proiettate in realtà di tempo e di spazio abbastanza distanti da quelle delle quali ci siamo fin qui occupati, vicende però significative in quanto i relativi protagonisti cominceranno così a delinearsi in funzione degli specifici intenti dimostrativi del Pubblico Ministero in questo processo.

Inserire qui scheda relativa a Geraci
Inserire qui scheda relativa a FERRANTE Giovan Battista.


Riprendendo il racconto di Scarano a partire dall'incontro con MESSINA DENARO al centro commerciale Le Torri, si apprende che nell'occasione MESSINA DENARO chiese a Scarano di procurargli un alloggio, di cui avrebbe avuto bisogno per 15/20 giorni, non di più.
MESSINA DENARO disse che di lì a qualche giorno sarebbe ripassato da Roma per sapere se Scarano aveva trovato come soddisfare questa esigenza.
SCARANO ha riferito di essersi quindi rivolto a quel certo "Giacomino", di professione "pittore" -si tratta di GESU' Giacomo, esaminato il 25.3.1997- che ha il cognome "a sfondo religioso", persona che abita nella zona di Torre Maura, al pari di SCARANO che abita sostanzialmente nella stessa zona, in una strada che si diparte da davanti a un bar, il bar di Torremaura, a 300 metri da casa di SCARANO.
Ottenuta da GESU' la disponibilità dell'appartamento, SCARANO lo mostrò a MESSINA DENARO -che era ripassato da Roma- il quale tornò in Sicilia e poi fece rientro a Roma -questa volta non da solo, bensì con certo Enzo- a distanza di qualche giorno. SCARANO sa "oggi" che si tratta di SINACORI. "Oggi" associa il nome "Enzo" al cognome Sinacori, in quanto di SINACORI è stata mostrata una foto per TV. Descrive l'"Enzo": 37/38, parlata più o meno come Matteo, capelli ricci.

Era la prima volta che SCARANO vedeva questa persona.

I dati che completano la ricostruzione del fatto -offerti questi iniziali punti di riferimento- possono citarsi sinteticamente, essendo stati uno ad uno illustrati nel corso degli esami dibattimentali:

1) Confermano la presenza di "ospiti" procurati da Scarano, in via Martorelli, i testi CONTINENZA Irma, GESU' Giacomo, RUGGIERO Addolorata (tutti esaminati all'udienza del 25.3.1997). La data in cui il fatto si è verificato è stata di poco antecedente l'arresto di GESU' Giacomo, arresto che avvenne il 13.3.1992. E' risultato conforme al vero che l'appartamento di via Martorelli era in una sorta di disponibilità "inattuale" della madre di GESU', in quanto la signora effettivamente dimorava quasi continuativamente in Abruzzo.
Anche il teste MORESI ha riferito particolari -che qui non merita illustrare nel dettaglio- del tutto armonici con le dichiarazioni dei protagonisti principali del fatto.
Da GESU' e dalla moglie, in particolare, si è appreso che le persone ospitate (nella camera da letto e nella sala da pranzo, attrezzata estemporaneamente anche per dare da dormire a qualche ospite), dovevano essere 4 o 5. Scarano e anche GESU' hanno concordemente riferito che questa attrezzatura estemporanea fu effettuata grazie a un letto che per l'occasione lo stesso SCARANO portò nell'appartamento.
Poco conta se Scarano direttamente intressò GESU' ovvero se lo fece per il tramite del figlio Franco, cioé Cosimo Francesco: quello che conta è che l'appartamento fu in effetti utilizzato da persone ospitate da Scarano: il dato significativo è che (vd. dich.ni GESU') inizialmente gli era stato parlato di tre (?) persone da ospitare, ma che in un secondo momento e inaspettatamente le persone da tre (?) erano diventate cinque (?).

2) Scarano ha riferito che MESSINA DENARO, dopo aver visionato l'appartamento, è tornato a distanza di qualche giorno, con "Enzo" Sinacori che disponeva di una "Y10" (sul bianco mi sembra che era) targata Roma, con un camion condotto da una persona che era giunta assieme ad un giovane che Scarano intese essere il figlio del "titolare" del camion: prima di accompagnare MESSINA DENARO e "Enzo" nell'appartamento di GESU', il camion fu scaricato: a bordo, in un nascondiglio (vedremo poi come ricavato), era occultato "un sacco pieno di armi militari ... tre o quattro, due o tre sacchetti di esplosivo", "circa trenta, quaranta chili l'uno".
Questo materiale fu nascosto "in una cantina dove abito io (in un locale aibito anche a lavatoio - dirà poco più optre).... sotto, diciamo, materiale non usato .... roba vecchia delle persone". Scarano ebbe l'incarico di custodire questo materiale, del cui arrivo non gli era stato detto nulla.
MESSINA DENARO gli confida che si tratta di armi e di esplosivo.

Il nascondiglio sul camion era "tipo un armadio" appoggiato al retro della cabina e il materiale ne fu estratto dall'alto.

Accompagnati MESSINA DENARO e Sinacori in via Martorelli, Scarano avrà modo di notare, capitando lì un giorno, che erano presenti anche due napoletani: percepì un discorso fatto da MESSINA DENARO, discorso nel quale MESSINA DENARO pronunciò il nome di Nuvoletta e accennò poi al fatto di una trasmissione che quel certo giorno (un giovedì ?) non ci sarebbe stata, per modo che non c'era bisogno che l'interlocutore di MESSINA DENARO si preparasse per uscire.

Dopo di che, senza che a Scarano venga comunicato alcunché, si dileguano MESSINA DENARO, l'"Enzo" e quant'altro: Scarano rimane con il materiale in cantina.

Osservazione: Stando a Scarano l'iniziativa di MESSINA DENARO, di questo "Enzo", dei "napoletani", inizia e si sviluppa all'insegna di una riservatezza assoluta da parte di MESSINA DENARO circa tutte le coordinate: chi ? cosa ? e perché ? A Scarano non resta che prendere atto: che gli è stato richiesto un alloggio, che MESSINA DENARO e un certo "Enzo", assieme a due "napoletani" (questi che c'entrano ?) - uno chiamato Nuvoletta, ne hanno in effetti fatto uso; che una qualche "trasmissione" evidentemente interessava a queste persone. Resta soprattuto un arsenale in cantina dell'uso del quale nesuno gli ha spiegato alcunché, che gli resta affidato senza una spiegazione e senza un'istruzione. Dovrà prendersi lui cura di andare a chiedere istruzioni, recandosi a tale scopo fino in Sicilia.
Poteva sembrare, tutto ciò, una farsa, o una commedia dell'assurdo. Quasi da dubitare che SCARANO raccontasse una fantasia o, meglio ancora, un sogno che gli rmasto impresso malamente nella memoria.

Si ricorderà che Scarano, come egli stesso ha riferito, ha iniziato a collaborare il 31.1.1996. Questo racconto ha prodotto alcuni accertamenti, effettuati nel corso delle ii.pp. (a parte l'individuazione dell'appartamento di via Martorelli e della famiglia di GESU' etc.) e qui trasferiti, che vanno ricordati:

- la consulenza Vadalà (esame del 2.6.1997: incarico di accertamento conferito in data 17.4.1996; rel.ni del 14.5.1996 e del 1°.6.1996): rilevata la contaminazione di taluni dei reperti trovati in via delle Alzavole, delle specie esplosive del DNT e T4. (Si vedano i rilievi fotografici effettuati dai Consulenti, allegate alla loro relazione);

- Rimandando ad un altro punto la ricostrzuione della destinazione avuta dai sacchetti di esplosivo, qui risolviami subito il punto della sorte che ebbero le armi militari dapprima accantonate nello scantinato-lavatoio.
Dirà Scarano che le armi erano state poi spostate, da lui personalmente, quando era arrivato l'hashish (sull'arrivo dell'hashish torneremo tra poco), e portate nella grotta esistente nel terreno di Frabetti. Aggiungendo che le armi furono portate via sul camion da quel luogo da CARRA Pietro, in occasione della venuta di CARRA Pietro per portare l'esplosivo per l'Olimpico ovvero in occasione del penultimo viaggio fatto da CARRA.
Ha riferito Scarano: le armi furono prelevate da CARRA Pietro dallo scantinato che si trova a pianterreno della casa di Frabetti; erano presenti Scarano, CARRA Pietro e SPATUZZA Gaspare e Frabetti. Le armi si trovavano sempre nello stesso sacco militare nel quale erano giunte a Roma. Era stato Frabetti che aveva spostato le armi dalla grotta allo scnatinato, come richiesto a farlo dallo stesso Scarano.

Questo episodio è stato riferito anche da CARRA Pietro (ud. 5.2.1997): a parte le indicazioni sull'epoca dell'episodio (CARRA Pietro dice che si è trattato dell'ultimo viaggio fatto nel 1993, passata per certo l'estate; Scarano, come si è visto, fornisce una indicazione compatibile), CARRA Pietro ha riferito di essersi incontrato all'area di servizio Casilina, quella della Esso, con SPATUZZA Gaspare e Scarano, che erano sull'Audi; di essersi quindi recato -ed è stata la prima e l'unica volta- alla villetta dove CARRA Pietro vede, per la prima volta, una persona che sul momento n on gli viene presentata: lo vedrà in seguito. Quando però si incontra con Scarano a SPATUZZA Gaspare all'area di servizio ha sentito Scarano dire che si tratta di andare a casa di"Aldo" (che poi apprende essere Frabetti).
Osserva che nello scantinato della villa vi sono depositate, a terra, delle armi, che vengono controllate da SPATUZZA Gaspare e quindi deposte in un borsone, quindi caricate sul camion per essere riportate a Palermo -compito che CARRA Pietro senz'altro esegue-.
Sicura individuazione della stradina che porta a casa di Frabetti da parte di CARRA Pietro: si veda individuazione fatta in aula da CARRA Pietro sia sulla stradina sia sulla villetta di Frabetti, individuazione che -come CARRA Pietro ha detto- confermava quella fatta dal vivo nel corso delle ii.pp., alla presenza del Pubblico Ministero.
Il teste Pancrazi ha riferito (ud. 12.11.1998) che questi rilievi fotgrafici sono stati effettuati a seguito dell'atto di individuazione di luoghi compiuto dal Pubblico Ministero il 13.9.1995, con l'intervento di CARRA Pietro: 13 giorni dopo l'inizio della collaborazione.

Frabetti (ud. 28.1.1998)a sua volta ha ammesso qualche elemento di questa vicenda: che Scarano una sera era andato da lui, a nascondere (in mezzo ai cespugli ?) un borsa; e che l'indomani mattina Scarano, che era forse con un'altra persona, tornò con l'Audi e riportò via questo borsone. Senza dirgli nulla, nè prima nè durante nè poi.

Anticipiamo a questo punto, per la parte relativa a questo trasporto di armi, le dichiarazioni di Geraci e di Sinacori:

Sulla qualità delle armi portate a Roma nel febbraio del 1992, Sinacori (ud. 25.9.1997) ha riferito che si trattava di mitra, kalashnikov, fucili, revolver. I soli revolver erano 5 o 6 e anche di più.

Geraci (ud. 9.6.1997) ha riferito che si trattava di armi numerose: pistole tra le quali due "357" cromate, fucili, kalashnikov. Oltretutto fu provato, in sua presenza, proprio un kalashnikov.

Osservazione: I dati sono convergenti, quindi, sotto svariate angolazioni: nel febbraio 1992 a casa di scarano furono portate armi ed esplosivo: Le armi, a distanza di tempo (un anno orientativamente) furono portate alla villetadi Frabetti dove furono ricoverate all'interno di una grotta, custodite -verosimilmente- dentro la loro originaria confezione. Nella grotta rimasero alcuni mesi. Furono recuperate da SPATUZZA Gaspare, che le spedì a Palermo sul camion di CARRA Pietro.
Prima di essere caricate sul camion, e alla presenza di Frabetti, furono visionate nello scantinato della casa di Frabetti, dopo che questi aveva provveduto a trasportarle -dalla grotta- dentro casa.
Residua una certa diversità tra il racconto di CARRA Pietro e quello di Scarano sul punto, proprio, di questa "esposizione" delle armi nello scantinato della villeta di Frabetti: per certo è CARRA Pietro il dichiarante che meglio ricorda i fatti, anche alla luce dei particolari -sul numero e sul tipo di armi: vd. i kalashnikov- che è stato in grado di descrivere sulla base, non vi è altra spiegazione, poprio di quanto si era svolto sotto i suoi occhi in quella villetta.
Per Scarano si tratta di un "lapsus", tutto sommato abbastanza comprensibile.

3) Quello che a Scarano nessuno ha raccontato sul retroscena di questa iniziativa, sugli antefatti e sulle "varianti in corso d'opera", è stato ricostruito attraverso le dichiarazioni di Sinacori e di Geraci. E di Brusca.
Dalle dichiarazioni di queste persone, e da Sinacori in particolare, si apprenderà anche la ragion per cui il racconto di Scarano si ferma a un certo punto: in altre parole, la ragion per cui le conoscenze di Scarano si fermano a un certo punto.

Osservazione: E' interessante questa coordinazione, progressiva, talvolta non lineare, della ricostruzione per come è stata conseguita nel corso delle ii.pp.: a-posteriori tutto ciò sfugge. In aula il Pubblico Ministero ha cercato di fornire una rappresentazione armonica e coerente, almeno dal punto di vista tematico, delle componenti della prova rappresentativa. Solo con molta attenzione si poteva cogliere che la matrice dell'una o dell'altra acquisizione era, almeno nelle date, discontinua (non contraddittoria: questo mai), rispetto alla precedente. Questo dimostra, oltretutto, due cose:
- la insufficienza di questo modello processuale, che impedisce, a meno che non si ricorra a particolari -e comunque legittimi, e in ogni caso estremamente faticosi- accorgimenti, di controllare a-posteriori i meccanismi, le interrelazioni, delle procedure di individuazione delle fonti di prova: in altri termini: quanto quella individuazione sia sia in un certo senso "autogenerata"; quanto sia stata "ad impulso specifico e diretto" degli organi delle ii.pp. (si pensi ad una circostanza che viene conosciuta attraverso una dichiarazione spontaneamente resa e alla stessa circostanza quando viene controllata, con opportuna sollcitazione, escutendo un altro, nuovo, dichiarante).
Sarà allora -come è stato fatto in questo processo- il Pubblico Ministero che chiederà all'imputato, o alla persona che si sta esaminando ex art. 210 c.p.p. (emblematico è il caso di Romeo Pietro in relazione alla sua partecipazione ad alcune fasi dell'attentato a CONTORNO Salvatore), se certe dichiarazioni siano state a suo tempo rese spontaneamente ovvero a seguito di domanda, ovvero ancora a seguito di contestazione.
Il Giudice trarrà poi le sue conclusioni, sulla genesi della dichiarazione/collaborazione, in ragione della risposta e della eventuale contestazione elevata in sede di controesame.
E pensare che da "dettagli" di questo genere si forma il vaglio della "spontaneità" di una confessione e della relativa chiamata in correità; si formano le premesse per l'applicazione della normativa sanzionatoria -e magari premiale-
Manca radicalmente, nella filosofia del sistema, un posto alla "terza dimenzione della prova": la sua genesi e la sua evoluzione.

- la impossibilità, relativa, anche del Pubblico Ministero di orientare l'investigazione: quando Scarano introduce la vicenda della mancata strage dell'Olimpico, non è improprio dire che una dichiarazione di tal genere ha preso "alla sprovvista" il Pubblico Ministero e la pg, costringendo gli organi delle ii.pp. a rettificare, quasi per intero, l'impostazione investigativa -gli obbiettivi investigativi- al momento praticati.
E allora una "morale": quando della ricostruzione del reato si "riappropria" l'imputato, o la persona sottoposta alle indagini, il quadro di riferimento cambia radicalmente e nel processo si introducono prepotentemente novità benefiche: il protagonista non è più il "rovello" dell'investigatore che erode, centimetro dopo centimetro, l'ignoto, bensì la memoria e il racconto dei protagonisti che squarcia, ad estensioni sempre maggiori, il diaframma, il velo, che nascondeva il fatto.

Inserire qui la scheda di Sinacori.


Il racconto di Sinacori è talmente articolato e diffuso che non è il caso di affrontarlo analiticamente. Bisogna estrarne i temi portanti.

4) A partire da settembre/ottobre 1991 si svolgono alcune riunioni a seguito e nel corso delle quali, complessivamente, Sinacori si inserisce in uno specifico progetto di azione criminale, varato e controllato direttamente da Riina, che ha questi caratteri:
- deve essere eseguito fuori dalla Sicilia -a Roma-;
- mira a colpire obbiettivi di tipo tradizionale, e non;
- comporta che "cosa nostra" -secondo decisioni partecipate direttamente e personalmente da Riina- agisce all'insegna di una regola di compartimentazione molto rigorosa.: si forma -almeno per quanto riguarda l'iniziativa nella quale è coinvolto Sinacori- un gruppo che prende disposizioni e risponde direttamente a Riina.

I caratteri di questa iniziativa criminale sono quasi tutti presenti e definiti a partire da una prima riunione, che si svolge a Castelvetrano, in una proprietà di Riina che viene badata (queste le parole di Sinacori) da un prestanome appunto di RIINA: partecipano Agate, che si fa accompagnare da Sinacori, MESSINA DENARO, Riina, i due fratelli GRAVIANO Giuseppe e GRAVIANO Filippo.
Riina affida a queste persone l'incarico di organizzarsi in quanto ha deliberato di colpire, a Roma, uno o più di questi obbiettivi: Falcone. Martelli, Costanzo. Riina disponeva di alcune informazioni (il nominativo di un ristorante) immediatamente utilizzabili per avviare e portare a termine lo studio di fattibilità dell'azione che si voleva eseguire nei confronti di Falcone.
Tra gli argomenti passati in rassegna ci fu anche quello dell'appoggio sul quale, a Roma, si poteva contare, rappresentato da un calabrese fidato, sul conto del quale garantiva MESSINA DENARO (che diceva di avrne fatto la conoscenza, a suo tempo, tramite Stefano ACCARDO), anche in ragione di omicidi che questo calabrese aveva compiuti per conto dei partannesi. Riina era già stato ragguagliato sul conto di questo appoggio romano, ed ovviamente lo aveva a sua volta approvato.
Mentre, secondo Sinacori, non c'era niente da chiedersi circa le ragioni di questa decisione di eliminare Falcone e Martelli, la spiegazione della progettata eliminazione di Maurizio COSTANZO risiedeva nel fatto che "con le sue trasmissioni ci dava molto fastidio", aggravata questa colpa dal fatto di aver fatto anche una trasmissione in cui aveva preso posizione sui ricoveri facili degli uomini di mafia detenuti, ed aveva addirittura auspicato che gli uomini di mafia effettivamente morissero tutti di cancro.

Questo racconto di Sinacori -che ha il carattere della completezza- merita di essere riscontrato, nei suoi passaggi essenziali, di volta in volta.


1° riscontro.

- Negli stessi termini, anche se con un taglio conoscitivo diverso, sono state alcune delle dichiarazioni rese da Brusca il 13.1.1998: l'attentato a Maurizio COSTANZO era stato deliberato fino dal 1990/1991, nel senso che, avendo Brusca, in quell'epoca, ascoltato una trasmisione di Maurizio COSTANZO in cui questi -riferendosi a notizie che riguardavano Francesco MADONIA e sue supposte malattie- aveva espresso il personale augurio che gli uomini di mafia si ammalassero sul serio di tumore, egli, pensando che Maurizio COSTANZO dovesse subire per ciò una lezione¸ era andato a proporre a Riina di assumre le opportune decisioni, così apprendendo che Riina lo aveva anticipato tanto che "c'era già qualcuno che ci stava pnsando". Brusca non apprese come andasse in concreto decifrata questa affermazione di Riina -dato che le cose venivano "fatte a compartimenti stagni"- ma collgò questo incarico -che Riina avva evidentemente dato- alle persone che egli conosceva essere più vicine a Riina, vale a dire GRAVIANO Giuseppe e MESSINA DENARO. Sarà MESSINA DENARO (a distanza di anni: nel 1995, alla presenza anche di Sinacori) -torna utile parlarne ora- a confermargli che "loro" erano già pronti avendo già studiato l'obiettivo - Costanzo. Così come, questa volta da BAGARELLA, BRUSCA apprenderà che l'incarico di eliminare Maurizio COSTANZO era stato a suo tempo assunto da GRAVIANO Giuseppe.

- Geraci a sua volta dirà (ud. 9.6.1997) che Maurizio COSTANZO andava eliminato in quanto "parlava male dei mafiosi" e "una volta aveva bruciato una maglietta con la scritta MAFIA"


- all'epoca indicata da SINACORI (e confermata da Brusca, da Geraci), Maurizio COSTANZO aveva già fatto delle trasmissioni in cui aveva preso posizione "contro" "cosa nostra"

- Si vedano ancora gli accertamenti riferiti dal testimone PANCRAZI, all'ud. 13.11.1997: è del 26.9.1991 una trasmissione, condotta in tandem da Maurizio COSTANZO e da Michele SANTORO, nel corso della quale era stata bruciata una maglietta con la scritta "mafia"; è del 10.10.1991 la trasmissione in cui effettivamente Maurizio COSTANZO si era dedicato al tema delle condizioni di salute degli "uomini d'onore" detenuti, manifestando anche una sorta di auspicio affinché si ammalassero davvero di cancro. Vd. prod.ni punto 8 del 25.11.1996; vd. prod.ni punto 32 dell'8.11.1997-ord.za 18.11.1997- comprensiva anche della "cassetta" della trasmissione. Vd. scaletta, che reca menzione del nominativo di Francesco MADONIA, della trasmissione illustrata dal teste Pancrazi all'ud. del 13.11.1997.

- Ovviamente, si richiamano le dichiarazioni rese da Maurizio COSTANZO, allorché è stato esaminato come teste il 19.12.1996, il quale ha fatto una cronistoria ben dettagliata, almeno dal punto di vista degli argomenti, di una serie di trasmissioni condotta, appunto, a partire dal settembre 1991: sull'anti-raket; quella in tandem con Santoro. Precisa Maurizio COSTANZO -il dato non va perso di vista- che questa trasmissioni sono proseguite anche l'anno successivo, suscitate dai fatti di Capaci e via D'Amelio; sono proseguite anche nel 1993, fino a quella nella quale intervenne la nuora di Francesco Madonia.


2° riscontro:
Non c'è bisogno di attardarsi sul punto della compenetrazione del racconto complessivo di Scarano con quello di Sinacori -che ha riferito come fosse, fin dalla riunione di Castelvetrano, stato individuato il referente romano nella persona di un calabrese, che era conosciuto personalmente da MESSINA DENARO (che lo aveva conosciuto a sua volta tramite Accardo) e che si era accreditato anche in ragione di alcuni omicidi che aveva commesso per conto dei "partannesi".

Tra un attimo si vedrà come le ulteriori dich.ni di Geraci -che pur non ha partecipato alla riunione di Castelvetrano- portano inequivocabilmente alla pesona di Scarano.
Lo stesso Brusca, peraltro, anche se più genericamente, sarà in grado di affermare, per averlo appreso direttamente da MESSINA DENARO e alla fine del 1995, che questi aveva utilizzato (lui e non altri) a Roma, un suo referente, e che questo referente si identificava in Scarano.

OSSERVAZIONE: Tutto ciò per dire che il racconto di Sinacori presenta, fin dalle battute iniziali e per quanto riguarda le fasi preliminari della vicenda, caratteri di piena attendibilità, anche per la conoscenza e la rappresentazione di elementi di dettaglio non controvertibili.

Sinacori ha illustrato come ci siano state ulteriori riunioni (4 o 5), queste a Palermo, svoltesi nelle cas di Biondino, ovvero del fratello di questi, ovvero ancora in quella di Guglielmini.
Di ciò che avvenne o di cui si parlò in queste riunioni gli ementi più importanti sono:
- Sinacori non ha memoria che Agate vi abbia partecipato;
- all'ultima riunione, che serve a mettere a punto gli ultimi dettagli operativi (tanto che si stabiliscono giorno, luogo ed ora, dell'appuntamento a Roma delle persone che devono recarsi nella Capitale per eseguire il mandato di Riina) e che si svolge a casa di Biondino (ed alla quale Riina, come è logico che sia avvenuto, non partecipa), partecipano anche Geraci -che giunse assieme a MESSINA DENARO-, TINNIRELLO Lorenzo "'u turchiceddu" e "Fifetto" Cannella.
- GRAVIANO Giuseppe ha partecipato a tutte queste ulteriori riunioni palermitane; GRAVIANO Filippo solo ad una.
Sinacori non conosceva nè l'uno nè l'altro: gli vengono ritualmente presentati nel corso della riunione di Castelvetrano.
- I partecipanti, stabili, alla riunioni palermitane alle quali Sinacori ha partecipato sono quindi: MESSINA DENARO, Sinacori, GRAVIANO Giuseppe.

- in una delle riunioni palermitane Riina illustra le ragioni di sfondo di questa iniziativa criminale e, soprattutto, della metodica di azione che ha adottato.
La riunione si svolge a casa di "Mimmo" Biondino, fratello di Salvatore.
Partecipano: Riina, MESSINA DENARO, Sinacori, Biondino, GRAVIANO Giuseppe e GRAVIANO Filippo.
E' alla presenza di queste cinque persone -sono le stesse della prima riunione, quella di Castelvetrano, escluso Agate, ma con la presenza aggiuntiva di Biondino- che Riina illustra il suo programma, essendo stati già individuati gli obbiettivi da colpire.

Facciamo parlare direttamente Riina, attraverso il racconto di Sinacori.

" (domanda del Pubblico Ministero): E perché le persone chiamate a partecipare a questa riunione furono per l'appunto queste e non altre? Voglio dire: per quale ragione chi convocò la riunione, convocò Agate e lei, convocò MESSINA DENARO, convocò i Graviano?
Ecco, lei sa perché furono chiamati a partecipare alla riunione queste persone e non altre?
EX 210 Sinacori: No, io inizialmente non l'ho saputo. Ho saputo soltanto che Agate mi disse soltanto che dovevamo andare a Castelvetrano a incontrare il signor Riina.
Poi, successivamente, siccome ci sono state altre riunioni dopo di questa...
PUBBLICO MINISTERO: Sì, sì.
EX 210 Sinacori: ... ho saputo perché eravamo noi, perché praticamente, siccome in quel periodo si incominciò a parlare della super Procura che si doveva fare la super Procura a Roma. E Riina voleva... siccome già c'era il fenomeno pentitismo, esisteva abbastanza, e Riina voleva chiudere ancora di più Cosa Nostra. Nel senso di evitare fughe di notizie...
PUBBLICO MINISTERO: "Chiudere" vuol dire compartimentare?
EX 210 Sinacori: "Chiudere" nel senso di chiudere i discorsi, dei discorsi saperli sempre meno persone.
PUBBLICO MINISTERO: Ecco.
EX 210 Sinacori: Meno persone. E a questo scopo, lui ci disse in una riunione che se lo Stato faceva la super Procura lui aveva intenzione di fare la super Cosa, cioè una Cosa abbastanza ristretta.
Ed era... questo era un gruppo che faceva parte di una super Cosa.
Noi non conoscevamo gli altri gruppi. Questo gruppo era formato da me, Matteo MESSINA DENARO, Giuseppe Graviano, Filippo Graviano che partecipato a uno o due riunioni e poi non l'ho più visto.
Questi sapevamo della super Cosa. Gli altri... perché Matteo MESSINA DENARO poi si portò dietro il Geraci, i Graviano si portarono dietro il Fifetto Cannella e Renzino Tinnirello.
PUBBLICO MINISTERO: Quindi lei ora ha adoprato questo termine di "super Cosa" e - se io ho capito bene, altrimenti mi corregga - voleva dire un gruppo, questo almeno, che agiva compartimentato da tutto il resto di Cosa Nostra?
EX 210 Sinacori: Sì, era un gruppo che dipendeva solo ed esclusivamente da Riina. Era una Cosa Nostra dentro la Cosa Nostra.
PUBBLICO MINISTERO: Ecco. Da quanto ha capito lei, è possibile che vi fossero altri gruppi che ugualmente rispondevano per altri problemi, per altre iniziative, direttamente a Riina e non ad altri personaggi per quanto magari importanti, influenti dell'organizzazione?
EX 210 Sinacori: Sì, è possibile che c'erano altri gruppi. Però noi non li conoscevamo.
PUBBLICO MINISTERO: Ecco, siccome ora elencando i personaggi di questo, diciamo, gruppo ristretto al quale lei faceva parte, non ha menzionato il nome di Agate - qui son sicuro di aver udito bene...
EX 210 Sinacori: Sì, ma Agate io non sono sicuro se lui era presente nella riunione in cui si parlò di questa super Cosa.
PUBBLICO MINISTERO: Ecco.
EX 210 Sinacori: Siccome poi Agate venne arrestato...
PUBBLICO MINISTERO: Sì.
EX 210 Sinacori: ... io non lo so se lui era consapevole di questa super Cosa oppure no. Perché lui non me ne parlò mai.
PUBBLICO MINISTERO: Allora del fatto che Agate partecipò al primo incontro a Castelvetrano, lei è sicuro?
EX 210 Sinacori: Sì, sicuro.
PUBBLICO MINISTERO: Ecco. Ma non è questo l'incontro nel quale Riina illustrò che cos'era la super Cosa?
EX 210 Sinacori: No, no. Fu un altro incontro a casa del fratello di Salvatore Biondino, un certo Mimmo Biondino.
PUBBLICO MINISTERO: E lei non è più sicuro se Agate ha partecipato...
EX 210 Sinacori: No, molto probabilmente non ha partecipato perché non lo ricordo completamente.
Lì c'era: Fifetto, Graviano, Giuseppe Graviano, Matteo, io, Salvatore Biondino e Totò Riina, Salvatore Riina....".


Osservazione: Non c'è dubbio che questa, tra tutte, sia la riunione a contenuto maggiormnte politico tra quelle che si svolsero nelle fasi preliminari alla "trasferta romana". Se la prima riunione doveva servire a Riina a impostare dal punto di vista dell'"oggetto" il mandato che stava conferendo ai partecipanti; se l'ultima riunione, alla quale Riina ritenne -come è logico che fosse- di non presenziare, visto che erano solo aspetti di tipo esecutivo quelli che dovevano essere dibattuti e concordati; se questo è stato il taglio delle varie riunioni, quella che si svolse a casa del fratello di Biondino è quella che -da sola- integra e riassume l'intero profilo politico-istituzionale del mandato. E' in questa riunione che Riina mise al corrente i suoi interlocutori di aspetti della massima delicatezza, in quanto attinenti a parametri, a criteri dell'azione criminale di "cosa nostra" della assoluta importanza.
Il primo aspetto è rappresentato dalla "compartimentazione interna" dell'organizzazione, di tal che i mandatari di Riina si trovarono (quasi inaspettatamente: è il caso di dirlo) ad identificare un "gruppo" che agiva in ragione di un rapporto diretto con Riina, al quale solo dovevano rendere conto, con corrispondente obbligo di segreto nei confronti di tutti gli altri appartenenti all'organizzazione.
Il secondo aspetto è rappresentato dalla necessità, attraverso questo criterio di compartimentazione, di mettere "cosa nostra" al riparo dalle eventuali future collaborazioni: ridurre il numero di chi sapeva per ridurre il numero di chi avrebbe potuto riferire.

A rifletterci un po', si scopre che non sono forzature gli aggettivi usati dal Pubblico Ministero poco fa: "politico" e "istituzionale": questi sono i due aspetti dell'argomento che Riina impone ai fratelli GRAVIANO, a Sinacori, a MESSINA DENARO, a Biondino. Laddove è di vistosa portata la proporzione diretta che intercorre tra oggetto del mandato e criteri organizzativi del programma criminale. In primo piano -al vertice, si potrebbe dire- sta la regola della segretezza, come pietra angolare della compartimentazione: senza la prima non avrebbe avuto senso parlare della seconda, cioé di "supercosa" e di tutto il resto.

Dove vuol condurre questo ragionamento ? Verso una conclusione a questo punto ovvia e come tale inevitabile: è il tipo di argomento che determina la qualità, il rango dell'interlocutore o, per meglio dire, il rango del singolo partecipe a questa riunione.
Dirà Sinacori, sulla scia di quanto Riina rappresentò nell'occasione, di non poter affermare se Agate -che era assente a quella riunione- possa aver mai avuto cognizione di questo particolare risvolto che aveva il "mandato" affidato da Riina stesso: niente glielo ha fatto supporre e a maggior ragione niente glielo ha confermato positivamente.

Una considerazione è allora implicita: i partecipanti a quella riunione erano senz'altro persone di fiducia, strettissima, di Riina. I partecipanti erano, ovviamente, tutte persone conosciute da Riina; i partecipanti erano, nei confronti di Riina e di quanto Riina andava a rappresentare, tutti ugualmente legittimati sia in relazione alla persona stessa di Riina sia in relazione all'oggetto dell'esternazione. In situazione di questo genere non ci poteva essere posto per abusivi nè spazio per "spontaneismi" di sorta: un "segreto" non può essere sconfessato già nel momento in cui lo si proclama, per il fatto che è una variabile indipendente il numero e l'identità dei soggetti ai quali il segreto viene partecipato.
E chi partecipa alla riunione, e quindi al "segreto", è legittimato in ragione della legittimazione che il solo Riina, in persona, riconosce a ciascuno dei convenuti.
E niente autorizza a pensare che Riina abbia mai distribuito, capricciosamente, dentro "cosa nostra", quote di legittimazione "a destra e a manca".

Un punto ancora: questo ragionamento subisce una qualche perplessità per la presenza di Biondino, che alla riunione iniziale di Castelvetrano non era presente ?
No: anzi, quanto si sa sul conto di Biondino è sufficiente per comprendere come la sua presenza a quella riunione -che si svolgeva a casa del fratello- fosse perfettamente legittimata dal rango, e dalla qualifica che rivestiva in "cosa nostra": tra i capimandamento, una delle persone più intrinseche a Riina.



Riprendendo il racconto di Sinacori, e quindi approssimandosi al punto dal quale inizia quello di Scarano, si è appreso che:

- E' nella ultima riunione che Sinacori, per la prima volta, constata la presenza di "Fifetto" Cannella, di TINNIRELLO Lorenzo "'u turchiceddu" e di Geraci: i primi due al seguito di GRAVIANO Giuseppe; gli vengono ritualmente presentati e ciò gli dà oggi la possibilità di affermare che si tratta di "uomini d'onore" della famiglia di GRAVIANO; non li conosceva.
Geraci è al seguito di MESSINA DENARO, che all'epoca fceva le veci del padre nella direzione del mandamento di Castelvetrano: lo conosceva per l'attività di gioielliere e perché "camminava" con MESSINA DENARO. Solo a distanza di tempo saranno coinvolti nello stesso fatto di sangue: l'omicidio di Vincenzo MILAZZO e della fidanzata.

Secondo il racconto di Sinacori i presenti a questa riunione furono quindi: GRAVIANO Giuseppe, MESSINA DENARO, "Fifetto" Cannella, TINNIRELLO Lorenzo "'u turchiceddu", Geraci e lo stesso Sinacori. Oltre a Biondino, nella casa del quale si svolge la riunione.
Sono gli stessi nomi menzionati da Geraci, nè uno di più nè uno di meno. Geraci, che fino a quel momento conosce solo Sinacori e MESSINA DENARO, fa la conoscenza degli altri. Anche Geraci è puntuale nell'indicare la casa di Biondino come quella dove si svolse la riunione.
Il dato quindi, quanto a tutte le coordinate dell'episodio, deve dirsi provato, al massimo grado.

Mentre SINACORI Vincenzo conosce l'oggetto del mandato per quanto lo stesso RIINA manifesta, GERACI Francesco ha come fonte di conoscenza MESSINA DENARO Matteo.
E' da MESSINA DENARO Matteo che apprende che, a Roma, tra gli obbiettivi alternativi a quelli principali (Falcone - Matelli) vi è l'uomo di spettacolo BAUDO.
L'affermazione di GERACI Francesco non è di dubbia affidabilità (ed anzi conferma che MESSINA DENARO Matteo si confidava con lui a ragion veduta e su realtà effettive di "cosa nostra"), in quanto AVOLA (ud. 12.9.1997), che è accreditato dalla sua appartenenza alla famiglia catanese di "cosa nostra", è a sua volta a conoscenza di un progetto criminale che "cosa nostra" persegue, in contemporanea, nei confronti Baudo e di Maurizio COSTANZO: fu Aldo ERCOLANO (l' "uomo d'onore" che lo ha pungiuto) a dirgli che "per Costanzo si stavano interessando i palermitani" (con discorsi ai quali AVOLA partecipa, alla presenza anche di Marcello D'AGATA, fino a poco prima della strage di Capaci), mentre per Baudo dovevano attivarsi i catanesi, a seguito di che -come ha riferito Avola- fu dato incarico al rappresentante di Acireale, Sebastiano Sciuto, di compiere l'attentato alla villa di Baudo.
Accertamenti riferiti dal testimone Coglitore (ud. 23.1.1998) sull'attentato con esplosivo a una villa di proprietà di Baudo a Aci Trezza. loc.tà Santa Tecla, effettuato il 2.11.1991. Siamo esattamente nel periodo in cui RIINA, dopo la nota trasmissione di Maurizio COSTANZO sui ricoveri facili degli "uomini d'onore", avvia il programma criminale che si sta qui ricostruendo.

Inserire qui scheda ai nominativi di Aldo ERCOLANO e Marcello D'AGATA.

Torniamo alla persona di GERACI Francesco, per una considerazione che vale ad intodurre un altro criterio di logica interna che oggi, in ragione della ricostruzione che abbiamo effettuato, siamo in grado di comprendere così da avere punti di riferimento in più per capire "cosa nostra" e il suo modo di funzionare.
Osservazione: Non apparirà a questo punto senza ragione che il coinvolgimento di Geraci in gravissimi delitti (eliminazione della ragazza di MILAZZO Vincenzo, tentato omicidio di Germanà) sia stato solo successivo a questo suo coinvolgimento -anche se originato da ragioni principalmente soggettive- nei programmi criminali di quella che Riina chiamava la "supercosa".

- Prima di quest'ultima riunione, si sono verificati però i seguenti fatti (sempre secondo il racconto di Sinacori, controllato attravreso le dichiarazioni di Geraci):

x) MESSINA DENARO riceve l'incarico di procurarsi esplosivo
presso Vincenzo VIRGA, capomandamento di Trapani;
- Sinacori -e l'episodio è raccontato negli stessi termini da Geraci- provvede, assieme anche a MESSINA DENARO, a selezionare le armi -e anche a provarle- che devono essere portate a Roma.
Del trasporto viene incaricato una persona che Geraci non è in grado di indicare nominativamente, anche se rammenta che il luogo dove fu fatta l'operazione era vicino ad una sala da ricevimenti chiamata Caprice (accertamenti, a conferma, riferiti dal testimone SCIARRATTA - ud. 27.11.1997, in relazione alla distanza che intercorre tra il locale e il terreno di proprietà di Consiglio: il teste ha anche riferito che Consiglio, che fa il trasportatore, ha effettivamente la disponibilità di camions. Anche i figli di CONSIGLIO fanno gli autisti) mentre Sinacori è stato in grado di indicarlo nominativamnte.
Singolare che se Geraci è sato in grado di riferire che il "camionista" mandò i suoi saluti, tramite "Matteo", al padre MESSINA DENARO Francesco, Sinacori ha dichiarato risultargli che tra MESSINA DENARO Francesco e Consiglio c'era stata in effetti conoscenza.

Sul punto delle armi, avendo già visto che la loro consistenza consente di risolvere una certa disarmonia tra le dichiarazioni di CARRA Pietro e di Scarano, resta da dire che esse (vd. Sinacori) furono occultate -assieme al restante materiale- in un nascondiglio ricavato a bordo del camion di Consiglio: interessante è la descrizione di questa nascondiglio così realizzato: "Ci si era fatto un pannello tra la cabina e il cassone, però che ci si entrava da sopra". La descrizione corrisponde a quella fatta da Scarano. Questa trasformazione del camion (che "era nostro", dice Sinacori) fu realizzata da CALABRO' Gioacchino (a seguito di interessamento di MILAZZO Vincenzo, capomandamento rispetto alla famiglia di appartenenza di CALABRO' Gioacchino) che a tal scopo venne a un capannone nella zona di Mazara del Vallo. CALABRO' Gioacchino "fece questo trucco nel camion".
Il camion poi parte con a bordo CONSIGLIO e uno dei figli (come da autorizzazione chiesta ed ottenuta dallo stesso CONSIGLIO). Così come ha riferito Scarano.

Quanto all'esplosivo, Sinacori ha riferito che si trattava di materiale confezionato in "sacchi - cartoni" : "era intorno ai cento chili ... erano più di due sacchi". Geraci, pur non sapendo se nel carico vi era anche esplosivo (ed anzi dicendo che non ne ha mai sentito parlare) conferma tutte le altre indicazioni, relativamente al luogo dov furono provate le armi, al camion, all'autista e al figlio, al fatto che il camion poi raggiunse Roma.

Sinacori ha riferito di non poter dire, con una qualche sicurezza. se il carico fosse completo anche di detonatori. Non ha visto telecomandi.
Su questo punto Geraci al dib.to -richiamategli dich.ni rse nel corso delle ii.pp.- è stato largamente possibilista sulla presenza anche di detonatori.

y) Riina convoca due "napoletani", tramite Sinacori, uno dei quali conosciuto da Sinacori come "Ciro Nuvoletta" (che non lo aveva mai visto prima), figlio di "Lorenzo Nuvoletta", ed uno che Sinacori conosceva solo come "Maurizio". Quest'ultima era persona che Sinacori aveva conosciuto allorché in epoca precedente MESSINA Francesco "mastro Ciccio" nel napoletano, in relazione ai contatti con le famglie mafiosa dei Nuvoletta di Marano e dei Gionta.
Sinacori non ha assistito alla prima pate dell'incontro che Riina ebbe da solo con i due napoletani, tanto da non sapere cosa Riina ebbe a dire ai due. Quando viene fatto intervenire all'incontro, assiste alla direttiva che Riina impartisce, in base alla quale i due devono rendersi disponibili ad eventuali richiesta di Sinacori su Roma.

Osservazione: Questa modo di gestire questi referenti è molto significativo a dimostrazione del grado di affidabilità che Sinacori riscuoteva direttamente da Riina.

I "napoletani" dovevano servire in virtù della loro migliore conoscenza di Roma, in particolare se si fosse trattato di compiere un'azione criminale con armi tradizionali nei confronti di Maurizio COSTANZO.
Di contro, Scarano, non essendo, diversamente dai "napoletani", u.o., poteva essere utilizzato solo come referente logistico e non poteva essere coinvolto più a fondo in questa operazione criminale.
Sinacori dirà esplicitamnte che Scarano,che pur ha avuto modo di apprendere che in via Martorelli vi è un paio di "napoletani" e che uno dei due viene chiamato "Nuvoletta",non sapeva, e non poteva sapere, per quale ragione "eravamo lì"

Osservazione: Questo dettaglio dà la misura della matrice, e dei limiti, del personaggio Scarano, ed in definitiva ne convalida il ruolo che egli stesso, sia pure indirettamente, si attribuisce.
E' vistosa la diversità qualitativa tra un tipo di coinvolgimento quale quello di eseguire "omicidi" per i partannesi e quello di inserirsi, di fatto, in una iniziativa le cui redini sono, in funzione dell'alta strategia che si pratica, non nella mani di un capo-mafia partannese ma del capo di "cosa nostra" . Da qui la logica "compartimenazione" che tiene Scarano ai margini della vicenda.


Esaurita la fase preparatoria, i sei partecipanti alla riunione a casa di Biondino partono per Roma.
Sinacori ha spiegato di aver fatto il viaggio in aereo con Geraci, con un biglietto fatto ad un nominativo che "storpiava" il proprio, "o Rinacori o Rinatori", con una doppia destinazione: un appartamento a Roma di cui deteneva le chiavi dove egli e Geraci avrebbero dovuto alloggiare; e "Fontana di Trevi", dove era fissato un appuntamento con gli altri.
Geraci a sua volta conferma sia il dato del viaggio in aereo, sia il dato di una qualche storpiatura di un cognome, sia il dato dell'appartamento in cui avrebbe dovuto alloggiare con Sinacori, sia il dato di un appuntamento con gli altri, due dei quali si spostano in auto (riferirà ancora GERACI Francesco, a proposito del modello di auto e ricostruendo le fasi del rientro da Roma, che si trattava di una UNO diesel) e due in treno.

E' da ripercorrere con la massima sintesi questa parte della vicenda, tanta è la sovrabbondanza di riscontri sulle dichiarazioni di Sinacori e di Geraci e, nello stesso tempo, di Scarano:

- accertamenti riferiti dal testimone CAPPOTELLA (e doc.ti punto 20 della produzione 8.11.1997) sul volo aereo Palermo-Roma BM 119, con due passeggeri (Rinacori e Geraci) che fanno il check-in alle ore 7,58 e 7,59 del 24.2.1992;
- ulteriori accertamenti riferiti dal testimone CAPPOTELLA e ZITO in ordine al noleggio il 24.2.1992, al nominativo di Geraci, di una Y10 bianca targata Roma (punto 7 prod.ni del Pubblico Ministero 25.11.1996)

Sappiamo che sia Sinacori sia Geraci hanno fornito lo stesso tipo di spiegazione sul perché non si trattennero nell'appartamento dove avrebbero dovuto alloggiare, sia sul fatto che andarono ad alloggiare in altro appartamento, quello destinato a MESSINA DENARO e a TINNIRELLO Lorenzo "'u turchiceddu" -che infatti vi alloggiarono assieme a loro-. Entrambi hanno riconosciuto l'uno e l'altro appartamento.

Un minimo approfondimento deve essere dedicato al primo dei due appartamenti, quello di viale Alessandrino, perché una volta di più si dimostra come, a prescindere dalla diversità di conoscenze -che origina di volta in volta dalle ragioni più singolari-, i fatti conosciuti e riferiti, nella loro neutralità e oggettività, siano il migliore banco di prova della attendibilità di un dichiarante, a maggior ragione quando un fatto è conosciuto e riferito come "fatto indifferente".

Fermo restando che, come Scarano ha tenuto a precisare, egli ha fatto più di un viaggio in Sicilia e che, in generale, non è in grado di fornire indicazioni temporali su cui possa dirsi in qualche modo sicuro, il Pubblico Ministero ritiene che siano le coordinate, verificate, di alcuni di questi viaggi a dare conferma alla attendibilità di Scarano.
Un esempio per tutti: Scarano, al dib.to, ha parlato di mesi (dopo sei o sette, forse pure otto) per indicare quanto tempo passò tra l'epicodio di via Martorelli e un certo viaggio in Sicilia nel quale si trovò asseritamnte a passare, o meglio a cercare di passare, per l'autostrada Palermo-Trapani, trovandola interrotta in quanto il giorno prima era stato compiuto l'attentato di Capaci.
Sulla data della strage di Capaci nessun dubbio; e nessun dubbio nemmeno sul fatto che Scarano raggiunse (come ha detto) Palermo, proveniente da Napoli, con la sua auto Audi (che non era quella a benzina, bensì la precedente, quella diesel), assieme alla moglie, proprio la mattina del 24.5.1992, e cioé l'indomani della strage (accertamenti riferiti dal testimone GIUTTARI e dal testimone Cappottella; e doc.ti punto 14 prod.ni del Pubblico Ministero dell'11.12.1997).
Stabilito quindi che Scarano riferisce correttamente i fatti, è altrettanto evidente l'errore di memoria sulle date, ovvero sul tempo intercorso tra un avvenimento e un altro. Tra la conclusione dell'episodio di via Martorelli (primi del marzo 1992) e la strage di Capaci (23.5.1992) passano due mesi e una ventina di giorni: a Scarano, in un ricordo che in questa aula cercava di risalire indietro di cinque anni, gli elementi assoluti dei fatti non sfuggono; è quello relativo, quello dello stacco temporale, che sfugge.

Sta di fatto che, in uno di questi viaggi in Sicilia, in occasione di un incontro che Scarano ebbe con MESSINA DENARO nel centro di Castelvetrano in quello che gli apparve essere un calzettificio -era la prima volta che ci metteva piede e non ci sarebbe più tornato; ignorava chi ne fosse il proprietario, vi era stato accompaganto da Garamella-, MESSINA DENARO lo incaricò di prelevare un mazzo di chiavi da una cassetta di un appartamento in viale Alessandrino, a Roma, fornendogli il relativo indirizzo e suscitando la meraviglia di Scarano che realizzò subito che il luogo si trovava vicino a casa sua, stranizzandosi su come MESSINA DENARO potesse avere disponibilità di case o conoscenze a due passi da casa sua, senza che egli ne avesse mai saputo alcunché.
(Accertamenti riferiti dal testimone BONANNO -ud. 21.10.1997- sulla titolarità di un calzettificio, denominato COIP, da parte di ALLEGRA Rosario, cognato di MESSINA DENARO, in Castelvetrano, praticamente davanti al commissariato, fabbrica intestata a certo Cappadonna, in rapporto di comparato reciproco con MESSINA DENARO).

Scarano fu incaricato di cambiare la serratura e di rendere un po' meglio abitabile l'appartamento, cosa che Scarano dice aver fatto, mettendo piede per la prima volta nell'apparamento e trovandovi del materiale che gli fece subito arguire che qualcuno di aveva custodito dello stupefacente.
Ha aggiunto che di lì a qualche tempo subì una perquisizione, da parte della Questura, "a maggio-giugno 1992", nel corso della quale a casa, in via delle Alzavole, gli furono trovati i soldi con i quali si riprometteva di finanziare il futuro matrimonio del figlio (questa volta sulle date Scarano non è inattaccabile, ma l'approssimazione è migliore che in altri casi, in quanto ha come punto di riferimento il matrimonio del figlio Cosimo Francesco e, bontà sua, si ricorda che si è sposato a luglio del 1992) e le chiavi di questo appartamento di viale Alessandrino nel quale accompagnò il personale di polizia che non vi constatò alcunché di rilevante.
(Accertamenti riferiti dai testimoni ZITO e, di riflesso, CONTE, SEZI e DI FELICE - ud.12.5.1997. si apprende che la perquisizone è stata eseguita in data 7.4.1992: V d. doc.to punto 10 prod.ni 25.11.1996).

Dal testimone PANCRAZI la Corte ha anche appreso -ed il particolare è stato fatto risultare non casualmente- che gli accertamenti condotti sull'appartamento di viale Alessandrino n,. 173, piano 2° int. 6, furono rassegnati al Pubblico Ministero il 10.5.1996, completi di tutti i passaggi ricostruiti all'epoca, fino al nominativo di certo LA MANTIA Giuseppe Maria, originario di Mazara del Vallo, odontotecnico, sposato coon CAMILLETTI Roberta, deceduto poi il 22.5.1994 per cause naturali, che aveva avuto la disponibilità dal 1°.9.1991 al 15.6.1992 - questo stando alla documentazione e alle informazioni assnte appunto dal CO DIA di Roma.

Quegli accertamenti sono stati ripetuti, sotto la forma della testimonianza e della produzione di documenti avanti alla Corte: testi AQUILINI, PANUNZI (UD. 12.5.1997), NATI (ud. 16.5.1997) - e doc.ne del PM prod.ne 12.5.1997.

Quello ch preme far risultare è che all'epoca in cui la DIA elaborava queste indicazioni di Scarano, non si disponeva di alcun elemento per qualificare questo episodio ed a maggior ragion si ignorava se questo appartamento potesse aver avuto un ruolo nella vicenda principale, quella delle stragi.
Come si è già sottolineato, a maggio del 1996 Sinacori era ancora latitante; alla stessa data Geraci, che pure era detenuto da due anni, si guardava bene dall'intraprendere un qualche rapporto di collaborazione con l'AG. (lo farà solo da settembre successivo).

Per Scarano si trattava di un fatto indifferente, poteva essere ininfluente per la sua posizione processuale di accusato di strage: lo ha onestamente riferito, pur mettendo a rischio -come avviene con ogni dichiarazione aggiuntiva che un collaboratore faccia- la sua attendibilità in quanto si è esposto ad un ulteriore controllo di attendibilità (l'esatto contrario della regola mafiosa per cui "la miglior parola è quella che non fu mai detta"); è stato il prosieguo dell'indagini a dimostare che Scarano aveva detto la verità, e su una circostanza più importante di quanto egli non potesse sapere.

L'appartamento le cui chiavi SCARANO Antonio recuperò dalla cassetta delle lettere e quello in cui SINACORI Vincenzo e GERACI Francesco misero piede appena giunti a Roma è lo stesso; quello che conta far rilevare è che quanto appare singolare o inspiegabile (anche ad indagini effettuate) nel racconto di SCARANO Antonio è invece chiarissimo sulla base del racconto in particolare di SINACORI Vincenzo.
Due punti: - il misterioso LA MANTIA Giuseppe è persona che si era conosciuta, o frequentata addirittura, per l'appunto con AGATE Mariano in un periodo in cui quest'ultimo era soggiornante obbligato a Roma -oltretutto erano paesani-; lo stesso SINACORI Vincenzo lo conosceva (da latitante apprenderà che questi era morto per cause naturali) ed anzi era fin'anche stato nello studio di odontotecnico in cui questi lavorava a Roma (pacifico che SINACORI Vincenzo parli di La Mantia non per conoscenze superficiali, ma con piena cognizione di causa); era stato AGATE Mariano a farsi mettere a disposizione questo appartamento da LA MANTIA, appartamento che poi SINACORI Vincenzo e AGATE Mariano avevano anche "visionato", trovandolo all'altezza di futuri utilizzi; a LA MANTIA (che lavorava nel settore) era stata fatta avere una campionatura di hashish per vedere se l'intera partita poteva essere piazzata sulla piazza romana, senza esito però perchè l'hashish era di cattiva qualità.
E' con le chiavi di questo appartamentino in mano che AGATE Mariano -sempre secondo SINACORI Vincenzo- partecipò ad un incontro a tre -presenti RIINA, SINACORI Vincenzo e AGATE Mariano- nel quale si parlò anche di questo appartamento che doveva essere utilizzato per l'imminente "trasferta romana". Fu RIINA che, preannunciando a AGATE Mariano un più che imminente suo arresto, gli ordino di mettere senz'altro le chiavi a disposizione di SINACORI Vincenzo, che altrimenti si sarebbe trovato in difficoltà ad accedere a questo appartamento.
Vd. accertamenti sull'arresto di AGATE Mariano, che risulta essere avvenuto proprio il 1°.2.1992 e quindi -come ha affermato SINACORI Vincenzo- proprio vigilia della partenza collettiva per Roma.
Accertamenti riferiti dal testimone Cappottella - ud 11.12.1997.

Esaurita -deve essersi trattato di questione di pochi minuti: le motivazioni per cui l'appartamento fu rifiutato sono state riferite da SINACORI Vincenzo e da GERACI Francesco: le ragioni di ordine obbiettivo addotte sono state oggetto degli accertamenti riferiti dal testimone Pancrazi e, anche se hanno ricevuto una conferma generica, certo è che non sono state smentite- la permanenza di SINACORI Vincenzo e di GERACI Francesco in viale Alessandrino, il primo "probabilmente" lasciò le chiavi "dentro la cassetta della posta".
Uno ad uno tutti questi particolari sono serviti a dirimere ogni interrogativo, dal più generale al più circoscritto, che le conoscenze di SCARANO Antonio non potevano risolvere.

E' dall'incontro a Fontana di Trevi che nasce la decisione che SINACORI Vincenzo e GERACI Francesco alloggino anch'essi in via Martorelli, il che comporta che vi si devono aggiungere dei posti-letto, al che provvede -come altri hanno riferito- proprio SCARANO Antonio.

Le ragioni ultime della trasferta erano, come si sa e come vedremo, strettamente criminali; le modalità, invece, erano apparentemente da uomini di mondo, magari un po' provinciali, che si trattengono alcuni giorni nella capitale per affari per divertimento.
MESSINA DENARO Matteo, prima ancora della partenza, dice a GERACI Francesco che si tratta di rifarsi il look (e GERACI Francesco spende qualche milione al negozio Alongi di Palermo: accertamenti riferiti dal testimone Cappottella - doc.ne American Express, punto 22 prod,ni Pubblico Ministero 8.11.1997, attestante spesa per 4 milioni, nel negozio indicato, in data 22.2.1992). Sulla stessa linea, GERACI Francesco farà altri acquisti a Roma (accertamenti riferiti dal testimone Cappottella nella stessa udienza - vd. la stessa produzione, attestante la spesa di £. 3.600.000 presso il negozio romano Edy Monetti, in data 29.2.1992).

Sono state spiegate le ragioni per le quali il gruppo a Roma doveva darsi una particolare presentabilità: si dovevano frequentare i luoghi, i locali, nei quali -anche sulla base della indicazione che RIINA aveva consegnato agli esecutori- poteva localizzarsi una delle vittime del progetto criminale: accorgimento già questo dimostrativo di una qualche abilità criminale, funzionale come era per non dare nell'occhio, per mimetizzarsi, per "non stonare estetiamente con certi locali".
Ma ben altra, e meno banale, è la dimostrazione di una non trascurabile abilità criminale, questa volta funzionale a garantire seriamente l'esigenza di sicurezza dell'operazione criminale e dei suoi protagonisti:
Questa abilità criminale specificamente funzionale alla sicurezza dell'operazione e dei suoi protagonisti deve essere adeguatamente sottolineata in quanto gli accorgimenti nei quali essa si è concretizzata -nell'episodio in considerazione- risultano paradigmatici rispetto a quelli cui si è fatto ricorso in altri segmenti, analoghi, della complessiva vicenda criminale sulla quale la corte si accinge a giudicare.

Alla domanda se ci si era premuniti per l'eventualità di un qualche controllo di polizia, "su Roma", GERACI Francesco ha spiegato che, su suggerimento di MESSINA DENARO Matteo, prese contatto con una ditta di Vicenza, con sede anche a Roma, alla quale si presentò per fare un ordinativo: in tal modo avrebbe potuto allegare un motivo lecito ed ostensibile della sua permanenza a Roma.
Il fatto è vero: accertamenti riferiti dal testimone Cappottella (ud. citata) con riferimento ad una bolla di consegna della ditta OROBASE di Vicenza, che ha una rappresentanza anche a Roma, datata 10.3.1992 (evidentemente l'ordinativo è stato fatto in periodo anteriore e prossimo) al nominativo della ditta di Geraci; al documento fa riscontro una telefonata -del giorno 26.2.1992- proveniente da un cellulare nella disponibilità di personale della OROBASE ed operante su Roma, indirizzata all'utenza di abitazione di GERACI Francesco.

Analogamente, sempre su suggerimento di MESSINA DENARO Matteo, GERACI Francesco e SINACORI Vincenzo si erano messi preventivamente d'accordo per asserire, in caso di controllo, di essersi incontrati acsualmente.
SINACORI Vincenzo, per parte sua, avrebbe potuto allegare la presenza di parenti a Roma, anche per lui quindi come motivo lecito ostensibile della sua presenza nella capitale.

Occorre un ulteriore approfondimento critico su questo modo di agire e di cautelarsi: è la stessa esigenza, di sicurezza per l'operazione e per i suoi protagonisti, anche quella -già accennata, e che si ripeterà- di intestare i biglietti aerei a nominativi che assomigliano ai cognomi autentici, ma che li storpiano con una evidente finalità: in caso di controllo in ambiente aeroportuale si sarebbe potuto dire che l'impiegato che aveva formato iol biglietto aveva male inteso uil nominativo del viaggiatore; ma, una volta abbandonato l'aeroporto e liberatisi del biglietto, nessuno avrebbe avuto la possibilità di ricostruire, su basi sicure, che quella certa persona aveva viaggiato su quel certo aereo.
Lo stesso metodo -come si ricorderà- è stati utilizzato per numeri di targa, per altri biglietti aerei.
Per restare a considerare questa "trasferta romana", sotto il profilo degli accorgimenti di sicurezza, si coglie
- che la partecipazione di GERACI Francesco, persona assolutamente incensurata e con una attività di lavoro lecita ed alla luce del del sole, era funzionale (come ha spiegato egli e anche SINACORI Vincenzo) al compimento di determinate pratiche, come quella del noleggio dell'auto, che in qualche modo esponevano i partecipi;
- che GRAVIANO Giuseppe e CANNELLA Cristofaro "Fifetto" -ed il primo era latitante- fruirono di un alloggio di cui praticamente niente fu dato modo di apprendere agli altri partecipi dell'operazione (GERACI Francesco non se ne è fatta nemmeno la più pallida idea; SINACORI Vincenzo ha solo potuto formulare alcune tiepide ipotesi): questo gruppo ristretto di uu.oo., che pur si accinge ad eseguire un mandato di estrema importanza, anche per il profilo politico, e quindi partecipa di segreti dell'organizzazione, deve osservare purtuttavia, al suo interno, la regola del segreto - che riprende il suo primato- quando è in gioco la sicurezza dell'operazione dei suoi protagonisti.

Osservazione: L'ultima osservazione fornisce un primo indiscutibile, e rilevantissimo, parametro di giudizio per qualificare la collocazione di CANNELLA Cristofaro "Fifetto" in rapporto non solo a "cosa nostra", ma specificamente alla persona di GRAVIANO Giuseppe, parametro tutto articolato sull'assoluta e pivilegiata fiducia che, evidentemente, il secondo riponeva nel primo.

Inserire qui scheda su CANNELLA Cristofaro "Fifetto".
Inserire qui scheda su TINNIRELLO Lorenzo "'u turchiceddu" .


SINACORI Vincenzo e GERACI Francesco hanno riferito adeguatamente in che cosa si concretizzò l'operazione criminale:
- si rivelò impraticabile un qualche progetto di azione criminale sul conto di Falcone e di Martelli;
- si rivelò fattibile un'azione criminale in danno di Maurizio COSTANZO.
Maurizio COSTANZO fu pedinato, in auto,a partire dal locale dei Parioli in cui teneva anche all'epoca la trasmissione; il pedinamente avvenne per più sere consecuive, di volta in volta cambiando tratto di percorso oggetto di pedinamento; fu accertato che Maurizio COSTANZO viaggiava su un'auto (una "164", per entrambi i dichiaranti) seguita da una seconda auto (per SINACORI Vincenzo "forse una Giulietta", per GERACI Francesco "o una Thema o una mercedes"); ne fu dedotto che Maurizio COSTANZO era adeguatamente scortato, anche perché lo si vide giungere per più sere in una stradina nella vicinanze del "palazzaccio" e più esattamente scendere dall'auto nelle vicinanze di un portone (si ritenne che fosse l'abitazione di Maurizio COSTANZO) in prossimità del quale stazionavano persone all'apparenza addette ad un'attività di tutela o di protezione.
La stradina, nelle vicinanze del palazzaccio, è stata individuata da GERACI Francesco -in sede di atto di individuazione di luoghi ripercorso anche al dibattimento- in Via Marianna Dionigi e il portone del n. 16 della via quale quello nel quale fu visto entrare ripetutamnte Maurizio COSTANZO.

Questi riferimenti sono esatti: accertamenti riferiti dai testimoni
- PESCHI Luciano e lo stesso Maurizio COSTANZO, nonché segretaria Marina VALENTE (ud. 19.12.1996) sul modello di auto (una "164") sul quale abitualmente Maurizio COSTANZO. in quei mesi iniziali del 1992, si spostava; DE PALO e DEGNI (ud. 19.12.1996) sul fatto che era impiegata in effetti una seconda auto, prevalentemente una Thema con con uso saltuario, in sostituzione, di una Giulietta;
- Maurizio COSTANZO e VALENTE anche sul fatto che in quel periodo il giornalista effettivamente si recava in via M. Dionigi per far visita al Ministro SCOTTI, d'intesa con il quale Maurizio COSTANZO all'epoca (il giornalista e la segretaria danno indicazioni temporali del tutto in linea con il racconto di GERACI Francesco e di SINACORI Vincenzo) si occupava di una "campagna di informazione nazionale dal titolo "Liberi di vivere" legata al problema dell'omertà".
Ricordano i testimoni che SCOTTI abitava in effetti in via M. Dionigi e in quel periodo era immobilizzato a casa a seguito di una frattura. Oltretutto nella stessa strada, nello stesso stabile, abita il medico personale di Maurizio COSTANZO. Ha rammentato infine il giornalista che l'ingresso dello stabile di via M. Dionigi era effettivamente tenuto sotto controllo da personale addetto alla tutela del Ministro.

Questa attività di inchiesta sul conto di Maurizio COSTANZO produsse la decisione che un'azione omicidiaria poteva compiersi, ma non con l'impiego di armi tradizionali: è SINACORI Vincenzo che è stato in grado di riferire, con particolare puntualità, lo stadio al quale era giunta la definizione del progetto esecutivo dell'attentato (con esplosivo, perché SINACORI Vincenzo adopra il termine di attentato per indicare la soppressione fatta con l'uso di esplosivo, laddove per un'azione da farsi con armi tradizionali usa il termine "sparare") a Maurizio COSTANZO.

Ogni commento appare francamente superfluo, alla rilettura di questi due passaggi dell'esame dibattimentale di SINACORI Vincenzo e di GERACI Francesco:

(da esame SINACORI del 25.9.1997)

..........
Siccome ci veniva facile andare ai Parioli, ci eravamo imparati la strada per andare ai Parioli, siamo andati a vedere se era facile, se, come obiettivo, Costanzo, era un obiettivo facile, oppure no.
Siamo andati nei Parioli, abbiamo visto un paio di sere, due o tre sere, che movimenti faceva Costanzo. Ed era abbastanza semplice da fare, sia o spararci, o con l'autobomba.
Però, siccome noi volevamo spararci, perché sparandoci... se mettevamo l'autobomba, siccome noi, il nostro progetto non era Costa... Cioè, il nostro... la nostra intenzione, non era Costanzo. Il nostro primo obiettivo era o Falcone o Martelli. Prima Falcone e poi Martelli.
Quindi noi volevamo spararci perché, una volta che ci spariamo, l'attentato lo potevamo fare, dinamitardo. Cioè, non era una cosa eclatante sparare a Costanzo. Non so se...
Volevamo fare tipo un'azione, un'azione, chiamiamola leggera, per poi potere fare l'attentato. Perché se a Costanzo ci facevamo l'attentato...

Qui sottolineare la valutazione di tipo "tattico" che presiede all'intera operazione, in rapporto alla scala di priorietà degli obbiettivi che si dovevano praticare. Le azioni criminali di "cosa nostra" presentano, come in un sistema cartesiano, l'asse della violenza e quello della "razionalità". E' necessario effettuare questo tipo di puntualizzazioni, in quanto, anticipando quanto tra un attimo andremo ad esporre, se si perde di vista il "parametro della razionalità" -che in questa caso si dimensiona in funzione della scala delle priorità degli obbiettivi- potrebbe sembrare strano, per non dire illogico, che allorquando fu poi valutato che un'azione nei confronti di Maurizio COSTANZO poteva essere compiuta, ma impiegando esplosivo, si decide che se ne informi, prima di passare all'azione, il "mandante" e cioè RIINA.


PUBBLICO MINISTERO: Per fare l'attentato...
EX 210 Sinacori: Dinamitardo.
PUBBLICO MINISTERO: A chi?
EX 210 Sinacori: A Falcone o a Martelli.
PUBBLICO MINISTERO: O a Martelli.
EX 210 Sinacori: Cioè, perché gli obiettivi principali erano Falcone e Martelli.
PUBBLICO MINISTERO: Ho capito perfettamente.
EX 210 Sinacori: Erano Falcone e Martelli.
PUBBLICO MINISTERO: Quindi...
EX 210 Sinacori: Noi volevamo evitare di fare l'attentato dinamitardo a Costanzo per evitare poi un gran chiasso e quindi dovere scappare, non potere, per parecchio tempo, non potere più andare a Roma.
Quindi ci siamo messi a seguirlo, a pedinarlo, per vedere se potevamo spararci.
Abbiamo visto che si poteva fare. Siccome lo abbiamo seguito per diversi giorni, sempre a tratti, perché lui faceva sempre, usciva al solito orario, faceva sempre la stessa strada e andava a finire vicino la Cassazione, zona in cui posso facilmente individuare.
Noi abbiamo visto che davanti questa... lui entrava in un portone. E intanto lui era sempre con l'autista e con... già noi pensavamo che già questa era una scorta a Costanzo. Poi, davanti al portone, c'erano sempre persone con la divisa che ci sembrava scorta. Quindi abbiamo evitato, perché potevamo anche correre dei rischi, quindi cercavamo di non correre rischi.
Quindi, vedendo quella situazione, già io però... premetto, che già io ero andato a Roma, sono andato a Roma per chiamare i napoletani.
Vedendo la situazione anche assieme ai napoletani decidiamo di fargli l'attentato.
PUBBLICO MINISTERO: Con l'esplosivo.
EX 210 Sinacori: Con l'esplosivo.
PUBBLICO MINISTERO: Con l'autobomba.
EX 210 Sinacori: No, o di metterlo vicino... Siccome lui passava... le strade che faceva lui li potevamo mettere anche nei cassonetti della spazzatura, o un'autobomba.
O cassonetti, o autobomba, dipende quello che... Se ci veniva facile fare una macchina, rubare una macchina, lo facevamo con la... altrimenti dentro, siccome c'erano i cassonetti della spazzatura...
Però, per fare questo, volevamo l'okay del signor Riina, perché noi non eravamo partiti per fare l'attento dinamitardo.

..........
..........
Ecco, ancora qualche particolare: lei ha detto che a Roma aveva concretamente verificato la possibilità di eseguire l'azione nei confronti di Costanzo con l'impiego di esplosivo. Ecco, e ha parlato anche dei pedinamenti, chiamiamoli così, fatti sul conto di Costanzo.
Volevo sapere, ma era stato anche identificato un posto particolare nel quale questa azione poteva essere eseguita?
*EX 210 Sinacori: Sì, era una stradina, dopo l'uscita dai Parioli. Siccome lui faceva sempre le solite stradine, che erano stradine piccole, prima di immettersi nel viale... credo si chiama dei Parioli, in un viale grande. Prima di immettersi nel viale, in un angolo là, veniva facile fare l'azione.
Perché noi eventualmente ci appostavamo all'uscita dei Parioli e vedevamo... si poteva vedere la macchina quando girava.
PUBBLICO MINISTERO: Ecco, ma a quest'angolo c'era qualche cosa di particolare?
EX 210 Sinacori: Come?
PUBBLICO MINISTERO: Su quest'angolo c'era qualcosa di particolare?
EX 210 Sinacori: C'era il cassonetto della spazzatura.
Oppure potevamo mettere una macchina, però la dovevamo fare, non l'avevamo ancora.
PUBBLICO MINISTERO: Quindi, questa tecnica di eseguire l'attentato con esplosivo, ecco, comportava seguire visivamente lo spostamento della macchina di Costanzo. Ho capito bene?
EX 210 Sinacori: Sì, bisognava vedere, certo, la macchina di Costanzo. Indubbiamente.
PUBBLICO MINISTERO: Quindi si trattava di adoprare, nell'eventualità, una miccia, oppure adoprare un telecomando?
EX 210 Sinacori: No, un telecomando.

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(da esame GERACI del 9.6.1997)

PUBBLICO MINISTERO: Ecco. Ma durante tutte queste attività di pedinamento, di osservazione, lei e Sinacori, ed eventualmente con qualcun altro di quelli che erano a Roma con voi, avete fatto mente locale sul modo migliore per compiere un'azione nei confronti di Costanzo, oppure è stato semplicemente un seguire Costanzo, una sera, un'altra sera, un'altra sera per vedere da dove partiva e dove arrivava e poi la storia è rimasta fine a se stessa?
EX 210 Geraci: No. Quando siamo andati nel teatro ai Parioli, là ci sono delle stradine molto strette e allora si pensava di mettere l'esplosivo dentro qualche bidone, questi grandi della spazzatura no?
PUBBLICO MINISTERO: Eh.
EX 210 Geraci: Si è pensato, poi non so più...
PUBBLICO MINISTERO: Allora il discorso aveva come punto di riferimento anche dell'esplosivo evidentemente?
EX 210 Geraci: Certo.
PUBBLICO MINISTERO: Ma questa idea lei da chi la sentì manifestare?
EX 210 Geraci: Ma non ricordo.
PUBBLICO MINISTERO: E' stata un'idea sua?
EX 210 Geraci: No, idea mia no.
PUBBLICO MINISTERO: No.
EX 210 Geraci: Non ricordo di preciso se... molto probabilmente quando ci riunivamo tutti assieme, avrà parlato il Matteo o il Sinacori, però chi l'abbia detto proprio materialmente non lo ricordo.
PUBBLICO MINISTERO: Ma lei è sicuro che qualcuno l'ha detto, di quelle persone lì?
EX 210 Geraci: Sì. Che io ricordi, sì.
PUBBLICO MINISTERO: Ha sentito espressamente parlare di esplosivo da collocare in un bidone o cassonetto della spazzatura che fosse?
EX 210 Geraci: Sì, un cassonetto della spazzatura.
PUBBLICO MINISTERO: E questo sulla strada che faceva Costanzo quando veniva via dal teatro?
EX 210 Geraci: Sì.
PUBBLICO MINISTERO: Domanda assolutamente superflua, ma per completezza gliela faccio: il teatro qual era?
EX 210 Geraci: Dove fa lo spettacolo Costanzo. Parioli, nella zona Parioli.
PUBBLICO MINISTERO: Più o meno l'orario in cui facevate questo pedinamento di Costanzo, anche se sono passati ormai degli anni, lei se lo ricorda?
EX 210 Geraci: Di preciso non ricordo se ci andavamo circa intorno alle 20.00. Prima ci andavamo pure prima perché iniziava molto presto questo spettacolo, non so se inizia alle 17.00, 18.00 circa, una cosa del genere. Dalle 20.00 alle 21.00, comunque là siamo."


SINACORI Vincenzo ha poi riferito:
- di essere subito partito in aereo per Palermo; di aver contattato subito BIONDINO Salvatore; di aver avuto nella stessa giornata un incontro con RIINA; di aver appreso da questi che l'operazione romana veniva, all'istante, sospesa e che quelli che si trovavano a Roma dovevano tornarsene in Sicilia, "perché avevano trovato cose più grosse giù"; di essere quindi ripartito subito per Roma; di aver messo al corrente MESSINA DENARO Matteo della decisione di RIINA; di aver quindi ripreso la strada di ritorno.

GERACI Francesco ha fornito una ricostruzione analoga:
- di essere stato informato, inaspettatamnte, da MESSINA DENARO Matteo che si abbandonava Roma e si tornava in Sicilia; di non essere stato messo al corrente della ragione di questo cambiamento di programma; di aver tutti smobilitato senza indugio, con riconsegna della Y10 a suo tempo presa a nolo; di aver fatto rientro in Sicilia: SINACORI "per i fatti suoi"; lui, con MESSINA DENARO Matteo (forse) e CANNELLA Cristofaro "Fifetto", raggiungendo Napoli e da qui proseguendo con il traghetto per Palermo. Sui vari particolari del rientro, compresa la sorte della UNO diesel -della cui targa GERACI Francesco non rammenta con sicurezza nemmeno la sigla della provincia-, ha ricordi insicuri, salvo che sul punto che sul traghetto egli salì con CANNELLA Cristofaro "Fifetto".

Sono da mettere a fuoco alcuni particolari di questa ricostruzione, per essere subito verificati:
- al nominativo di "Rinatori" risulta la partenza in aereo di un passeggero da Roma a Palermo, il 4.3.1992 sul volo BM0166 (accertamenti riferiti dal testimone Cappottella - 11.12.1997; doc.ti prod.ne Pubblico Ministero del 8.11.1997, punto 20);
- sempre al nominativo "RINATORI", il 5.3.1992, risulta una partenza Palermo-Roma con volo BM 119 delle 9,40; e una partenza Roma-Palermo, con lo stesso biglietto, con un volo delle 16.40 e un check-in effettuato fin dalle 13,52
(accertamenti riferiti sempre dal testimone Cappottella; idem per la produzione)
Da notare che sullo stesso volo Roma-Palermo di quel giorno risulta una prenotazione al nominativo "GERACI F." prenotazione alla quale però non ha fatto seguito l'imbarco di alcun passeggero;
- la "Y10" targata Roma, già noleggiata dalla Hertz al nome di GERACI Francesco, risulta essere stata riconsegnata sempre il 5.3.1992 presso l'agenzia dell'aeroporto di Fiumicino (vd. punto 7 delle prod.ni del Pubblico Ministero 25.11.1996 - accertamenti riferiti dal testimone Cappottella);
- per lo stesso giorno 5.3.1992, sulla lista di imbarco del traghetto Napoli-Palermo della Compagnia Tirrenia, risulta essersi imbarcato tale "Cannella" con un'auto al seguito (per due passeggeri), una Fiat Uno con targa -così dal biglietto- "Roma/89521M". Ha compiutamente riferito il teste CAPPOTTELLA sul fatto che tale targa non era associabile ad alcuna Fiat UNO; e viceversa, che una Fiat UNO con il nermo di cui sopra, sostituita alla "M" finale una "Y", risultava intestata, all'epoca, a CANNELLA Cristofaro - il nostro imputato. (vd. anche prod.ne punto 19 ud. 8.11.1997).

-L'incontro tra SINACORI Vincenzo e RIINA -necessariamente il giorno 4.3.1992- si svolse nella casa di certo GUGLIELMINI a Bellolampo, persona poi arrestata (così si è espresso SINACORI Vincenzo) per le dichiarazioni di un qualche collaboratore di giustizia.
Entrando nell'appartamento, accompagnato da BIONDINO Salvatore, SINACORI Vincenzo constatò la presenza di CANCEMI Salvatore e di GANCI Raffaele, mentre RIINA si trovava al piano di sopra a colloquio con qualcuno che SINACORI Vincenzo vide e riconobbe solo al momento in qui questo si congedò da RIINA: si trattava di BRUSCA, con il quale però SINACORI Vincenzo non si trattenne a parlare.
Ha riferito BRUSCA (ud. 13.1.1998) un episodio che coincide esattamente con quello riferito da SINACORI Vincenzo: rammenta infatti di averlo visto una volta sopraggiungere nella casa di un cugino di CANCEMI Salvatore -poi arrestato per favoreggiamento-, nel febbraio-primi di marzo del 1992; SINACORI Vincenzo giunse per conferire con RIINA; le persone presenti, oltre a RIINA, a BRUSCA e a SINACORI Vincenzo, sono GANCI Raffaele, CANCEMI Salvatore e BIONDINO Salvatore.
Da sottolineare la precisazione di BRUSCA relativamente al fatto che questa riunione, come altre del periodo, aveva ad oggetto un programma criminale che aveva al primo posto l'eliminazione di Falcone, decisione che era stata già presa e che aveva già, definite, le coordinate generali anche di tipo esecutivo (su questo particolare aspetto, si vedano le dichiarazioni di BRUSCA).
Così come è da sottolienare che BRUSCA non solo restò ignaro delle ragioni per le quali RIINA e SINACORI Vincenzo conferirono da soli in quell'occasione, ma ancor meno sapeva del fatto (sul punto si ritornerà) che SINACORI Vincenzo "veniva" da Roma dove, con altri cinque uomini di mafia, stava lavorando ad una porzione del progetto strategico che RIINA portava avanti in quei mesi.

Osservazione: E' evidente che se a quell'epoca (inizi di marzo del 1992) la decisione di eliminare Falcone in Sicilia non fosse stata accompagnata già da un abbozzo anche di piano esecutivo, non sarebbe stato impartito l'ordine di "sospendere ogni altra iniziativa", quella "romana" in primo luogo. E' ciò che le dichiarazioni di BRUSCA consentono di mettere in chiara luce. E, reciprocamente, è altamente probabile che se l'eliminazione di Maurizio COSTANZO fosse stata fattibile con l'impiego di armi tradizionali, RIINA non avrebbe "sospeso" l'iniziativa romana.

Osservazione: E' una precisazione importante -questa di BRUSCA- perché fa comprendere con chiarezza la ragion per cui RIINA decreta lo stop dell'iniziativa romana: quello che SINACORI Vincenzo non sa, perché non gli viene detto (per quanto il mandato che aveva anch'egli ricevuto avesse ad oggetto anche l'eliminazione di Falcone) e, ovviamente, non può permettersi di rivolgere alcuna domanda.
Avvenimento episodico quanto si vuole, ma da non trascurare perché aiuta, una volta di più, a capire i meccanismi di funzionamento, le logiche interne, di "cosa nostra".

Osservazione: Se è vero che SINACORI Vincenzo non venne messo al corrente delle ragioni assunta all'istante da RIINA; se è vero che MESSINA DENARO Matteo si limitò a comunicare a GERACI Francesco che si faceva immediato rientro a Palermo (GERACI Francesco non venne nemmeno a sapere che "qualcuno" era andato ad aggiornare RIINA su come progrediva l'operazione "Romana"); se tutto ciò è vero, non ci vuol molto a capire che perfettamente plausibile e conseguente è stato che nessuno, nemmeno MESSINA DENARO Matteo, sia sia dato carico di avvisare SCARANO Antonio che da via Martorelli, dall'appartamento della madre di "Giacomino", tutti stavano per andarsene e che, per quanto riguardava direttamente SCARANO Antonio e il "materiale" che gli era stato scaricato nello scantinato, il "se" e il "come" una qualche iniziativa "su Roma" sarebbe tornata d'attualità erano rimandati a tempo indeterminato.
Se una qualche perplessità qualcuno volesse nutrire su queste dichiarazioni di SCARANO Antonio -quelle appunto con le quali ci ha riferito che, nulla avendo saputo della ragione per la quale gli era stato chiesto di mettere a disposizione l'alloggio di via Martorelli o della ragione per la quale -tanto per citare un particolare- vi erano capitati un certo giorno due "napoletani"; e ci viene anche riferito che "Matteo" sparì di circolazione non lasciandogli alcuna istruzione su come doveva "regolarsi" con il materiale che gli era stato lasciato nello scantinato-, queste perplessita dovranno essere rimuosse senza imbarazzo. Ad onta della apparente paradossalità di certi avvenimenti, i dubbi saranno superati se ci si "sintonizza" sulla lunghezza d'onda dettata dalle regole interne di "cosa nostra", testimoniate queste dalle analoghe situazioni con le quali -loro non "stranizzandosi", però- andavano a confrontarsi BRUSCA, SINACORI Vincenzo e GERACI Francesco.


Ricorderà la Corte un passaggio particolare delle dichiarazioni di SCARANO Antonio, passaggio nel quale, da ciò che egli ha pensato e che qui ha riferito, viene coniugato ad un evento successivo una certa frase pronunciata in via Martorelli da MESSINA DENARO Matteo: si tratta della frase pronunciata all'indirizzo di quello, dei due napoletani, che venne chiamato "Nuvoletta". La frase conteneva l'accenno ad una qualche "trasmissione".
Orbene, queste parole furono mnemonicamente recuparate da SCARANO Antonio (come egli ha spiegato), l'anno successivo, e cioè quando CANNELLA Cristofaro "Fifetto" gli chiederà di essere accompagnato al Maurizio Costanzo Show, per poi meravigliarsi della risposta di SCARANO Antonio -che gli dirà di non conoscere le coordinate della trasmissione-. CANNELLA Cristofaro "Fifetto" di rimando lo interrogherà per sapere se Matteo gli aveva detto, in precedenza, "qualcosa", ottenendo da SCARANO Antonio risposta negativa.

Osservazione: Si è voluto citare questo episodio sia perché, oggettivamente, è un ponte gettato tra la vicenda del 1992 e quella del 1993, sia per invitare a soffermare l'attenzione, anche alla luce di questo singolarissimo fatto (quando SCARANO Antonio lo riferì nelle ii.pp. era particolarmente "singolarissimo", essendo di là da venire le dichiarazioni di SINACORI Vincenzo e di GERACI Francesco), sulla particolar attendibilità delle dichiarazioni di SCARANO Antonio e sull'insostituibile efficacia ricostruttiva che le sue dichiarazioni assicurano.

Poichè ci si accinge a cambiare scenario e fonti di prova, si può già fare un bilancio "relativo" della ricostruzione operata sino a questo punto della vicenda per affermare, al di là dei singoli segmenti ricostruiti, che un dato si può dire già definitivamente acquisito: la dimostrazione della "causale" dell'attentato a Costanzo, che risulta essere, in tutte le sue componenti, esattamente quella individuata nelle ii.pp. ed enunciata nel capo di imputazione.

Prendimao in considerazione il capo di imputazione per il profilo che la progettata eliminazione di Maurizio COSTANZO integra l'aggravante della finalità di terrorismo e di eversione dell'ordine costituzionale (anche) per il fatto che essa scaturiva dal fatto di avere assunto pubblicamente

"COSTANZO ........ posizioni .... a favore dell'azione dello Stato nei confronti della criminalità organizzata di stampo mafioso", per modo che l'eliminazione di Maurizio COSTANZO perseguiva "finalità di terrorismo e di eversione dell'ordine costituzionale" proponendosi lo "specifico intendimento di imporre una strategia diretta a incidere sull'esercizio delle libertà fondamentali tra le quali il diritto previsto dall'art. 21 della Costituzione e quindi di affermare sul territorio nazionale l'autorità di "cosa nostra" in contrapposizione a quella dei poteri dello Stato legittimamente costituiti"


Orbene: La dimostrazione di questo elemento dell'accusa è senz'altro raggiunta, alla luce di un rilievo in fatto e di uno in diritto.

Abbiano infatti appreso che:
- a Maurizio COSTANZO si faceva colpa di aver assunto posizioni che contraddicevano agli interessi di "cosa nostra", in quanto attaccava la mafia, "ne parlava male".
Se si affronta il passaggio con un'ottica di tipo ristretto e limitativo si incorre nell'errore di considerare che l'azione nei confronti Maurizio COSTANZO sia stata una sorta di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, da parte di taluno -"cosa nostra", il soggetto criminale collettivo protagonista del nostro processo- che si fa giustizia da solo di un torto qualificabile come diffamazione continuata e, magari, aggravata dall'attribuzione di fatti specifici.
E invece le cose non stanno così.
L'azione contro Maurizio COSTANZO ha una profilo motivazionale alto: con l'eliminazione di Maurizio COSTANZO "cosa nostra" si proponeva, oggettivamente, di chiudere la bocca, per sempre, non a un diffamatore qualsiasi, bensì a una persona che interpretava, dandole voce a misura delle sue sensibilità ed attitudini professionali, quella che comunemente ancora viene chiamata cultura dell'antimafia.
Il punto allora non è stato l'in sé della diffamazione -queste o quelle parole più o meno pesanti pronunciate in una trasmissione- bensì il fatto che la fonte della diffamazione si qualificasse, in rapporto essenzialmente al mezzo usato (la televisione; la propria popolarità, i propri indici di ascolto), nei confronti non di alcuni occasionali interlocutori bensì di milioni di persone, "in continente" come "in terra di Sicilia".
L'attentato al diritto di libertà tutelato dall'art. 21 della Costituzione va visto non in rapporto alla sola persona di Maurizio COSTANZO, bensì in rapporto all'intera collettività nazionale: non vi è indifferenza tra l'uno e l'altro diritto individuale a manifestare liberamente il proprio pensiero, bensì interdipendenza.
E' nei diritti dell'intero corpo sociale -per il proprio collettivo ed armonico progredire in termini di maturazione delle coscienze, di appropriazione dei valori della comunicazione, della cultura, della democrazia- che i mezzi di informazione, i mezzi di comunicazione sociale, non subiscano condizionamenti o, peggio ancora, intimidazioni nel momento in cui gli addetti ai lavori si cimentano con le tematiche che più in profondità, più incisivamente, riguardano la vita dell'intera comunità.
La chiave di volta della decisione di eliminare Maurizio COSTANZO sta nel fatto che -come ci è stato riferito- parlava male della mafia: ma il valore negativo di quanto si diceva nelle trasmissioni di Maurizio COSTANZO non si identifica e non si esaurisce in una espressione più pesante di altre, meno possibilista di altre, meno impegnata di altre. Si identifica nel fatto che Maurizio COSTANZO, affrontando il tema "mafia", ne parlava male, in generale ne parlava male.

Come dire che, per il vertice di "cosa nostra", sarebbe stato consentito parlare di mafia, solo a patto che se ne parlasse bene. In altri termini, di mafia non si sarebbe dovuto parlare.

Terroristico ed eversivo (inserire qui un aggiornamento sulla aggravante della finalità di terrorismo e di eversione) quindi è stato questo progetto criminale che si è dato la finalità di riaffermare, contro i diritti costituzionali di un intero corpo sociale nazionale, la pretesa di una organizzazione di malaffare, coltivata con violenza spinta usque ad sanguinem¸ di un limite alla generale libertà di parola e di pensiero su uno dei fenomeni, e dei fattori di turbamento, più gravi tra quanti hanno contrassegnato, da decenni, la storia di questo Paese.

L'attentato a Maurizio COSTANZO è quindi paradigmatico della ferma volontà di "cosa nostra" di erigersi a "potere contro potere": potere mafioso contro potere delle coscienze; potere di "cosa nostra" contro potere del pensiero e della parola, liberamente espressi; potere, armato, di "cosa nostra" contro i poteri "sociali" affermati e garantiti dalla Legge e dalle istituzioni.
In questo senso il potere di "cosa nostra" è, tra i "contropoteri illegali", quello che, come pochi altri, ha i caratteri del contropotere più reazionario e antistorico che possa esistere: un "contropotere" cioè che si manifesta con la pretesa di imporre regole -anche culturali, nel senso più specifico del termine- a un intero corpo sociale.


Gli avvenimenti dell'anno 1992 e dei primi mesi del 1993 -alcuni di essi almeno: quelli che si è cercato qui di ricostruire- si rilevano importantissimi ai fini del processo: questi accadimenti servono ad individuare, nella loro globalità, le premesse strategiche e in parte anche tattiche della campagna stragista.

Le vicende da ricostruire sono:
- la cd. vicenda Bellini;
- la cd. vicenda-BOBOLI
- la cd. vicenda della trattativa "del papello"
- la situazione determinatasi a seguito della vicenda del papello e, in un secondo tempo, dell'arresto di RIINA.


Osservazione: Si cercherà di ricostruire queste vicende attingendo alle dichiarazioni di BRUSCA e di FERRO Giuseppe -che sono il filo conduttore, ma non il "verbo", di questa ricostruzione sia perché comunque ne hanno riferito e quindi sono, asseritamente, fonti conoscitive specifiche su fatti che rilevano nel processo -anche se le conoscenze di BRUSCA non hanno oggetti corrispondenti a quelle di FERRO Giuseppe-, sia perché, trattandosi di imputati che si sono sottoposti all'esame dibattimentale -ed entrambi, anzi, hanno chiesto di essere esaminati-, è doveroso -ai fini del giudizio di merito- approfondire le loro dichiarazioni, per ogni tipo di conseguenza: dal giudizio di responsabilità al giudizio sul titolo di responsabilità e sul titolo della pena.

Vicenda BELLINI:

- BRUSCA entra in latitanza il 31.1.1992 (sentenza del maxi).
Tra la fine del marzo 1992 -dopo l'omicidio di LIMA, fatto avvenuto il 12.3.1992 (accertamenti riferiti dal testimone Capottella)- e mentre sono in atto di preparativi di Capaci, apprende da Gioè che sono in atto, da poco tempo prima, contatti con un certo Bellini -che sarebbe in Sicilia per recupero di crediti, anche presso una azienda di Catania-.
- Apprende che tra Gioè e Bellini la conoscenza risale ad una precedente detenzione a Sciacca, dove BELLINI era stato detenuto sotto false generalità. BELLINI aveva avuto a che fare con i gruppi di destra di tipo eversivo. Al momento della scarcerazione si era verificata una specie fi affollamento tra polizia e carabinieri, il che aveva fatto pensare a Gioè che allora BELLINI era importante per gli apparati dello Stato.

CONTROLLI:
BELLINI (7.6.1997): Conosciuto Gioè a Sciacca nel 1981-1982; detenuto con generalità false, Roberto DA SILVA. Detenuti assieme anche all'Ucciardone. Rapporti epistolari dopo la scarcerazione. Ricevuta lettera da San Gimignano
Riprende il contatto solo nel 1991, nell'autunno inoltrato, quando capitò ad Enna, dove prese alloggio, con i propri documenti, in albergo.
Si sta occupando di recupero crediti, tra l'altro presso una azienda di Catania, la SICIL-DENT e presso una ditta di Palermo.
Da Enna telefonò a Gioè, a un numero che era di un distributore di benzina, presso il quale presero appuntamento: poi venne a sapere che il distributore era di Gioè.

GABRIELLI (ud. 9.1.1998): Soggiorno di BELLINI a Enna il 6.12.1991 all'albergo Hotel Sicilia.

Nel corso della perquisizione a casa di BELLINI il 14.3.1994, acquisita rubrica telefonica, che alla pagina "N", reca numero "091-664035" strappato (atti della perquisizione in fasc. dib. foglio 433443). All'udienza del 23.1.1998 M.llo Coglitore ha riferito che ad Altofonte in via del Fante, intestata al distributore di benzina della sorella di Gioè, Anna, vi è l'utenza "091-6640354".

Si incontra con Gioè con il quale va a pranzo. Parlano del più e del meno e poi gli spiega quali incombenti ha da sbrigare in Sicilia. Gioè gli dà le coordinate di questo tipo di operazioni in terra di Sicilia.

- Nei discorsi tra Gioè e BELLINI si era anche parlato di un particolare aspetto delle vicende di recupero di opere d'arte: dietro queste operazioni c'era sempre una contropartita pagata sottobanco dallo Stato

CONTROLLI:
BELLINI riferisce che proseguendo nei suoi incontri con BELLINI il discorso "gira" sull'argomento del furto alla Pinacoteca di Modena, fatto al quale è stato interessato dall'Isp. Procaccia della Questura di Reggio Emilia.
BELLINI chiede a Gioè di essere aiutato a far fare una qualche operazione di recupero di opere d'arte (le opere della Pinacoteca di Modena rappresentanto lo spunto), spiegandogli che "non vende carne umana" nel senso cioè che il suo interesse non lo fa per far arrestare persone) bensì perché mira ad ottenere un qualche aiuto in relazione alla condanna che sta per diventare esecutiva.
Ma fu un discorso generico, fino a quando Gioè gli chiese se la possibilità di trattare il "recupero" di opere d'arte poteva essere utilizzata, anche dall'ambiente al quale Gioè faceva riferimento, anche in rappporto a qualche vantaggio diverso da quello al quale mirava asseritamente BELLINI.

- Sospetti: sia perché sorprende la causale dichiarata da BELLINI sulla presenza in Sicilia, sia perché sorprende il contatto che ha ripreso con Gioè, sia per questo discorso relativo ai retroscena dei recuperi delle opere d'arte.
- Però il discorso sul retroscena appare interessante e BRUSCA decide di dar via libera al Gioè che vuol proseguire i contatti "per vedere dove va a finire; la responsabilità me la prendo io."
- BRUSCA fin dall'inizio ha tenuto al corrente RIINA; di questo rapporto tra Gioè e BELLINI è al corrente anche LA BARBERA Gioacchino (che ne ha parlato diffusamente nel corso dell'esame all'udienza del 6.6.1997. Viene a sapere di questa situazione, a partire, orientativamente dalla fine di maggio, dopo la strage di Capaci. Sa che BELLINI e GIOE' si erano conosciuti in carcere, dove Bellini era stato detenuto sotto falso nome. Sa anche, da Giè, che Bellini chiedeva a Gioè un aiuto per rintracciare opere d'arte che a suo dire interessavano a terze persone. Prospettava a Gioè che compiere operazioni di recupero comportava la posibilità di fare anche soldi, tanti soldi).
- BRUSCA comincia a lavorare sulla falsariga del sottobanco che c'è dietro le operazioni di recupero delle opere d'arte. E questo praticamente già nei primi tempi da quando ha saputo dei contatti tra BELLINI e Gioè e dei loro discorsi. Infatti, prima ancora che venga eseguita la strage di Capaci (intorno al 16/17 maggio 1992), BRUSCA incarica Rampulla di ricercare nel caltagironese opere d'arte suscettibili di essere intavolata in una qualche futura trattativa.

OSSERVAZIONE:
- BRUSCA fa due affermazioni, perplesse entrambe, e tra loro contrastanti, sul punto se a quest'epoca già fosse in corso la "trattativa" dei 5 "uomini d'onore": dice dapprima, in un passaggio delle sue dichiarazioni dibattimentale, che Gioè gli aveva anche riferito che il suo interlocutore cercava -e chiedeva aiuto in proposito- di recuperare opere d'arte che erano state rubate al nord, opere d'arte documentate da alcune fotografie che stavano in una busta che a Gioè era stata consegnata da BELLINI.
La busta, che BRUSCA vide, era "gialla", recava una intestazione e una manoscrittura con un nome di un qualche maresciallo. BRUSCA, in relazione a questo fatto, dice di non aver preso alcuna iniziativa, ritenendo che non mettesse conto andare alla ricerca di queste opere d'arte che erano state trafugate al nord e delle quali "cosa nostra" non aveva la disponibilità.
Aggiunge, però, che ne parlò con RIINA il quale gli disse che aveva, di sua iniziativa, "trovato qualche cosa; cioè noi l'abbiamo qualche cosa da poter dare per questo scambio"
Nel proseguire il racconto, al momento di dare una collocazione temporale a questa fase della vicenda, e riferendo della "risposta" recapitata da BELLINI, dopo che gli era stato consegnato il biglietto con i 5 nomi, afferma: "credo che già la strage era successa, la strage di Capaci Era successa .... No, non era successa. Non era successa perché io ancora frequentavo benissimo Altofonte, abitavo ad Altofonte."

Un indicazione temporale, quindi, che in forma diretta è nel senso che la straga di Capaci c'era già stata; in forma indiretta è nel senso che la strage ancora doveva succedere.

Bisogna soffermarsi su questo punto. Ci si convince rapidamente che la prima affermazione è quella giusta e quindi che la seconda -quella basata su un ricordo di tipo deduttivo- è sbagliata.
Una prima considerazione: se è vero che l'interessamento a Rampulla è nella fase di poco precedente la strage di Capaci (16-17 maggio), perche sia vero che prima della strage (che avviene a distanza di 6/7 giorn) vi sia stata anche la "risposta negativa" di BELLINI alla richiesta dei 5 nominativi sul foglietto, occorrerebbe che in quei pochissimi giorni vi sia stata: la consegna a BELLINI da parte del m.llo Tempesta della busta con le foto dei quadri di Modena; la consegna della busta da BELLINI a Gioè, dopo un "primo" spostamento di BELLINI in Sicilia; la contropoposta di Gioè, in un "secondo" incontro con BELLINI, fondata sulle foto messe a disposizione nl frattempo da RIINA, e su un bigliettino; un nuovo contatto tra BELLINI e Tempesta e la consegna della busta e del relativo bigliettino; l'ncontro tra Tempesta e il Col. Mori (di cui si parlerà più avanti); due ulteriori incontri: tra Tempesta e Bellini e tra BELLINI e Gioè.
Evidentemente le cose non possono essere andate così, intanto per l'illogicità -ai limiti della impraticabilità materiale- di questo vortice di iniziative, di viaggi, incontri, di buste e bigliettini che fanno la spola tra Palermo e il continente; e poi per alcuni riferimenti, di ordine obbiettivo, che non sono confutabili.

Il più importante è rappresentato dal fatto che (vd. Tempesta - 7.6.1997) BELLINI gli consegnò foto e bigliettino nell'incontro del 12.8.1992 (Vi è concordanza di descrizione, da parte di BELLINI e di Tempesta, circa questo incontro che per certo si svolse ad un'area di servizio alle porte di Roma, sull'autosole: anche sul modello di auto con la quale il sottufficiale si presentò all'appuntamento.
vd. anche annotazione su agenda, dalle quali risultano anche i contatti telefonici, effettivi o solo tentati nei giorni precedenti - punto 16 prod.ni del 25.11.1996), affermazione convalidata dal fatto che il 18.8.1992 il M.llo Tempesta rivolse una richiesta ad altro ufficio del Reparto perché fosse accertata la provenienza delle opere rappresentate nelle foto (vd. il punto indicato delle produzioni di Pubblico Ministero), e la relativa risposta datata 26.8.1992.
Risale, peraltro, al 25.8.1992 l'incontro, il primo e l'unico dopo anni, tra il m.llo Tempesta e il Col. Mori (vd. dep.ni Tempesta e Mori del 7.6.1997; vd. anche pagine di agenda del Col.llo Mori acquisite dalla Corte in sede di esame dello stesso Col. Mori)
Incidentalmente, le fotocopie consegnate a Tempesta da BELLINI riproducono le stesse opere d'arte di cui ai reperti fotografici -questa volta- emersi nella cd. "vicenda Zicchi" (prod.ni punto 18 del 25.11.1996).

Ulteriore elemento di conferma, sia pure indiretta, della cronologia è costituito dall'accertata presenza di BELLINI in Sicilia il 6.8.1992 al Motel Agip di Palermo.

Da tutta questa rassegna di dati si ricava agevolmente la successione: BELLINI si incontra con Gioè in concomitanza con questa presenza siciliana degli inizi di agosto del 1992; riceve da Gioè la busta con le foto e il "bigliettino" con 5 nomi; passa ad altro ufficio del reparto le foto; chiede di essere ricevuto dal Col. Mori, cosa che prima di questo momento non aveva alcuna ragione di fare, visto che l'oggetto anche della sua peculiare iniziativa era limitato alle opere d'arte e che il col. Mori si occupava esclusivamente di indagini di criminalità organizzata mafiosa.

Nel dirimere l'incertezza sulle date nella quale erano impigliate le dichiarazioni di BRUSCA, si sono messi al sicuro, almeno nei loro estremi cronologici, altri avvenimenti indubbiamente importanti e sui quali si dovrà tornare.
Sta di fatto che la vicenda della "trattiva" del "bigliettino con i 5 nomi" riferita da BRUSCA si è svolta non solo ben dopo la strage di Capaci ma anche, come è evidente, dopo anche la strage di via d'Amelio (19.7.1992).
In effetti, anche BRUSCA, in un passaggio successivo delle sue dichiarazioni, fornisce una indicazione ampiamente coerente laddove, diversamente dalle prime affermazioni, ha affermato che la frequentazione di Altofonte, da parte sua e da parte di GIOE' e di LA BARBERA Gioacchino, fino a quel momento praticata "benissimo" e "tranquillamente", cessò solo dopo che si seppe della collaborazione di Giuseppe Marchese, collaborazione che ha avuto inizio con un primo interrogatorio del 1°.9.1992 (accertamenti riferiti dal testimone Firinu - ud. 26.11.1997). Il teste Gratteri (ud. 23.1.1998), nel confermare l'epoca e nel riferire che Marchese fu prelevato dal carcere di Pianosa in concomitanza con l'inizio della collaborazione, ha precisato che tra i primi e principali contributi dati da Marchese alle indagini vi fu anche quello di indicare, come importante uomo di "cosa nostra", Antonino Gioè di Altofonte; e che le indagini, subito avviate su Gioè, ne accertarono lo stato di sostanziale irreperibilità, appunto, in Altofonte.

Anche Gioacchino LA BARBERA, che non è al corrente, prima della fine di maggio, dell'esistenza di questi contatti tra Gioè e Bellini, afferma che è stato in epoca successiva a questa data, e dopo che Bellini ha già portato delle foto di documentazione delle opere d'arte che stava ricercando, che si avvia la iniziativa di impiantare la "trattativa" a favore di uomini di mafia detenuti.

Stabilito quindi che la fase più concreta della trattativa dei quadri e del connesso "bigliettino con i 5 nomi" si sviluppò a partire dagli inizi di agosto e si arenò alla fine dello stesso mese di agosto, bisogna approfondire alcuni segmenti già enunciati, e introdurne altri, per completare la ricostruzione della vicenda e per darle ulteriori riferimenti cronologici:

- ha riferito il teste Tempesta che, allorché BELLINI gli consegnò le foto con le opere d'arte del furto di Villa Lanza (il 12 agosto), e relativo "bigliettino con i 5 nomi", gli chiese che l'eventuale prosecuzione, in forma di trattativa, della vicenda, non mettesse fuori gioco il sottufficiale; a seguito della quale richiesta, avendo Tempesta fatto notare a BELLINI che, riportando il biglietto il nome di 5 uomini di mafia, doveva passare la mano della trattativa a altri uffici dell'Arma, BELLINI rilanciò il problema inserendo nel discorso un accenno alla possibilità che potessero essere computi, dai suoi interlocutori, azioni contro il patrimonio artistico nazionale, ed in particolare contro la Torre di Pisa, in tal modo venendosi a determinare una situazione che, nuovamente, rimetteva al centro del discorso il patrimonio artistico e le connesse esigenze di tutela: da qui i presupposti per i quali il Tempesta avrebbe dovuto continuare a seguire la trattativa.
Stando quindi alle varie fonti di prova, questo dato riferito da Tempesta concretizza il primo accenno a possibili azioni criminali in danno della Torre di Pisa;

- Secondo il racconto di Tempesta, il sottufficiale si soffermò su questo passaggio del precedente incontro con il suo contatto nel colloquio (quello del 25.8) con il col. Mori.

- Ha aggiunto poi Tempesta che, quando BELLINI se ne uscì con quella considerazione sulla Torre di Pisa, non gli fu chiaro se BELLINI pronunciò quella certa frase in quanto preceduta da un qualche discorso che lo stesso BELLINI aveva avuto con il suo interlocutore, ovvero se si trattò di un espediente dialettico escogitato su momento da BELLINI per far sì da bloccare il sottufficiale all'interno della ipotesi di trattativa. Per poi dire che fu in ragione di questa perplessità -non sapendo cioè se si trattava della citazione di un fatto vero, ovvero solo di un virtuosimo dialettico di BELLINI- che non sottolineò il dato nel successivo incontro con Mori.

- BELLINI ha a sua volta affermato che Gioè, nell'incontro che ebbero (e si trattò dell'ultimo incontro faccia a faccia) in quello che gli parve o una cava o un frantoio, proferì in forma diretta la minaccia di azioni criminali, distruttive, nei confronti della Torre di Pisa; la minaccia aveva come sua motivazione -enunciata da Gioè- la "militarizzazione" della Sicilia (è chiaro il riferimento alla cd. operazione Vespri Siciliani), l'applicazione del 41 bis nei carceri di Pianosa e dell'Asinara e i maltrattamenti come elemento aggiuntivo e peggiorativo del 41 bis.
E' importante tenere presente -sul punto si ritornerà tra poco- che BELLINI è stato puntuale nell'affermare che l'esternazione minatoria di GIOE' non procedè a rimorchio delle cattive notizie che BELLINI si accingeva a rappresentare, bensì fu una sorta di esternazione spontanea; ha riferito infatti BELLINI che GIOE' non gli diede nemmeno il tempo di aggiornarlo sulla piega negativa che aveva preso la gestione dell'ipotesi di trattativa: "Nino ... fu lui a troncare il discorso ancora prima che io gli dicessi che -però si poteva vedere- ...".

E' da notare che l'incontro in questo luogo si svolse allorché -così ha riferito BELLINI- GIOE' "non dormiva più a casa sua", dalla quale si era allontanato

Osservazione: BRUSCA, interpellato sul punto con una domanda diretta, ha riferito risultargli per certo un incontro tra Gioè e Bellini alla "Cava Buttitta", incontro che si svolse proprio in quel luogo in quanto, sapendosi della collaborazione di Giuseppe MARCHESE, anche Gioè a quella data "non va più a Altofonte" e "sceglie i posti dove lui non può essere individuato".

La definitiva attestazione che Gioè e BELLINI si sono incontrati alla "cava Buttitta" proviene infine dalla lettera-testamento lasciata da Gioè nella cella di Rebibbia il giorno del suicidio, suicidio avvenuto nella serata del 28 - accertamenti riferiti dal testimone Firinu ud. 26.11.1997. Vd. doc.ne prod.ne Pubblico Ministero del 25.11.1996, punto n. 15):
- facendo esplicito riferimento a BELLINI (che viene menzionato per cognome) Gioè precisa che l'ultima volta in cui è incontrato con questa persona è stata "presso la cava Buttitta"

Le due affermazioni, di BELLINI e di BRUSCA, consentono allora, senza difficoltà, di datare l'incontro alla cava Buttitta in data senz'altro successiva al 1° settembre 1992 e, di conseguenza, in data a maggior ragione successiva all'incontro che Tempesta e Mori hanno avuto il 25.8.1992, incontro che sancisce la impraticabilità della proposta di trattativa di cui Tempesta è latore.

E' vero che BELLINI ha affermato di aver parlato a Tempesta della "minaccia" alla Torre di Pisa -dopo che c'era stata la consegna a Tempesta delle foto dei quadri e il "bigliettino con i 5 nomi"- in epoca successiva a quella dell'incontro del 12.8; da ciò emergerebbe un contrasto tra BELLINI e Tempesta: il primo dice di aver rappresentato la "minaccia" al sottufficiale quando foto e "bigliettino con i 5 nomi" erano ormai accadimenti del passato, mentre il secondo contestualizza ricezione delle foto e del "bigliettino con i 5 nomi" con la partecipazione dell'esternazione minacciosa formulata dall'interlocutore di BELLINI.

In realtà si tratta di un contrasto marginale, e soprattutto non tale da comportare che sia da stabilire l'attendibilità dell'uno in alternativa all'attendibilità dell'altro testimone.
Entrambi i testi sono attendibili, prima di tutto perché concordano sul fatto di aver parlato tra loro di un programma criminoso a carico della Torre di Pisa; occorre poi non dimenticare che nei conversari tra BELLINI e GIOE' la "Torre di Pisa" ha fatto la sua comparsa più volte -ed oltretutto dovendosi ritenere che si trattò di argomento alimentato, strada facendo, da entrambi gli interlocutori- con la conseguenza che è ben possibile che l'argomento abbia fatto la sua comparsa anche con largo anticipo rispetto all'esternazione finale e francamente minacciosa situabile nell'incontro alla cava Buttitta.

Senza tacere del particolare che Tempesta ha riferito che in occasione dell'incontro del 12 agosto BELLINI fece quella certa "uscita" sulla Torre di Pisa in termini tali da autorizzare Tempesta a pensare che si trattasse di un "espediente" dialettico adottato sul momento da BELLINI.
Di contro è pacifico che l'incontro alla cava Buttitta c'è stato effettivamente, che si era a settembre almeno iniziato e cioé quando il "41 bis" non era più, ragionevomente, materia di accenni o anticipazioni bensì era divenuto materia di argomentata discussione; che agli ambienti di "cosa nostra" era già giunta voce di maltrattamenti nei carceri dove si dava applicazione al "41 bis"; e che Palermo era già sotto la vigilanza dei reparti militari.
Di tal che è ampiamente logico che Gioè si sia lasciato andare, in particolare quando vi fu l'incontro alla cava Buttitta, a un discorso a sfondo minaccioso contenente precisi riferimenti ad azioni contro la Torre di Pisa.

Oltretutto, in questo incontro -per quello che è risultato con sufficiente chiarezza nel dibattimento- BELLINI non poteva certo far retrocedere atteggiamenti minacciosi di alcuno portando buone nuove circa le prospettive della trattativa.
Egli stesso, che ne era pienamente partecipe, ha affermato -un po' singolarmente a dire il vero- che (oggi) "gli sembra che "ci fosse margine per BRUSCA o non so chi, per eventuale detenzione ospedaliera, perché uno era ammalato".
Per vero, Tempesta non ha mai affermato di aver ragguagliato in questi termini il suo interlocutore ed allora è da pensarsi che questo dettaglio (come è noto preso per vero negli ambienti di "cosa nostra" tanto che BRUSCA ne riferì a RIINA che però non intese accettare risultati di portata inferiore a quelli programmati) sia stato il frutto della creatività di BELLINI, nella specie necessitata dalla condizione (sono parole di BELLINI) di chi "non se la sentiva di dirglielo (a GIOE') subito così".

Evidentemente BELLINI si trovava nelle condizioni di chi deve cercare di prendere tempo, nei confronti del suo interlocutore: egli stesso ha ben rappresentato la propria situazione situazione psicologica del momento con la citazione del classico esempio dell'incudine e del martello.

Con ogni probabilità è a questo atteggiamento irrealisticamente e pericolosamente possibilista di BELLINI (già manifestato a Gioè prima dell'incontro alla cava Buttitta ? Non è da escludere, visto che BELLINI ha riferito che i contatti con Gioè furono innumerevoli) che si deve la spiegazione di come fu possibile che a BRUSCA giunse notizia che c'era un margine di manovra per "due" soli "uomini d'onore: la proposta, così come era stata formulata, non aveva speranza di essere accolta.

La cronistoria degli avvenimenti dei giorni, o delle settimane, immediatamente precedenti non lasciano comunque dubbi sul punto che, alla data dell'incontro alla cava Buttitta, era certo che la proposta di trattativa, per come era stata formulata, era stata respinta:
- MORI ha riferito di aver "troncato" il discorso di Tempesta sul nascere, non appena lessee il "bigliettino con i 5 nomi" (e addirittura che non vi fu alcun accenno a intenti criminali orientati sulla Torre di Pisa),
- Tempesta, pur riferendo cose diverse sul punto di aver accennato al superiore circa queste minacce, ha affermato che Mori in alcun modo si espresse favorevolmente circa una praticabilità della trattativa (e disse che prendeva tempo, ripromettendosi di riprendere il discorso con la fonte tramite altri referenti interni all'Arma);
- Tempesta ha riferito di essersi, a seguito di ciò, incontrato nuovamente con BELLINI "a Santa Maria degli Angeli" (BELLINI dice che si sono sentiti per telefono): concordano i due sul punto che il primo non fu latore di alcuna notizia "positiva" sull'evoluzione della proposta di trattativa, meravigliandosi anzi -BELLINI- che Tempesta non portasse alcuna buona novità.
Sul punto BELLINI ha più conclusivamente dichiarato di aver saputo direttamente da Tempesta che la ipotesi "non era possibile" "...non mi ricordo bene cosa mi disse, ma praticamente il senso era quello: che era difficile, che era molto difficile per la stesura dei nomi, per la situazione del momento", per quanto poi non se la sia sentita di "dirglielo (a GIOE') subito così".

La conseguenza, certa e affermata concordemente dai tre testimoni, è che BELLINI, nell'incontro alla cava Buttitta, non poteva certo farsi latore di alcuna novità sostanzialmente positiva.

E' quindi logico e convalidato il racconto di BELLINI secondo il quale Gioè proferì la sua minaccia non in relazione alla proposta di una trattativa "rifiutata" dalla controparte, bensì in relazione a questa nuova, complessiva, situazione -che si voleva far cessare a qualsiasi costo- nella quale il 41 bis e i suoi risvolti applicativi (Pianosa e l'Asinara, l'accrescimento del rischio-pentiti) e alcune possibili contromisure (l'uso di un elicottero, almeno per dare dimostrazione della fattibilità di una evasione), e deteriori (i maltrattamenti), avevano assunto il primato.

E ciò ben spiega l'atteggiamento minaccioso (ha riferito di espressioni che alludevano a "un attacco frontale") che BELLINI registrò nelle parole di Gioè, atteggiamento verbale con il quale Gioè cessava di considerare BELLINI un suo fiduciario-intermediario e lo collocava invece tra "coloro" -vale a dire la "controparte"- che avrebbero dovuto ben riflettere su quali potevano essere le conseguenze di un'azione con carattere di distruttività sulla Torre di Pisa.

Questa della conversazione alla cava Buttitta è la seconda occasione -rappresentata in aula- in cui si materializza la minaccia di azioni distruttive alla Torre di Pisa.

Oltre a questi due episodi vi è poi quello riferito da BRUSCA ed ambientato ad Altofonte (da qui la coordinata temporale specifica: deve essere stato precedente al 1° settembre 1992), nell'abitazione della madre di Gioè: quell'incontro tra BELLINI e GIOE' al quale BRUSCA assistè all'insaputa del primo.
Stanti gli avvenimenti sopra rammentati non c'è alcuna ragione per dubitare del racconto di BRUSCA.

Questi ha riferito che BELLINI e GIOE' ripercorsero le varie tematiche che avevano affrontato nelle precedenti conversazioni fino al punto che fu pronunciata una frase di questo tipo -da BELLINI, secondo il racconto di BRUSCA- "Se la torre di Pisa va a finire ... tu la fai saltare in aria, cioè gli vai a fare un attentato, Pisa finisce; nel senso che Pisa vive col turismo, tu distruggi la Torre di Pisa e Pisa è finita"

BRUSCA ha precisato che non è in grado di dire chi dei due portò per primo l'argomento sulla Torre di Pisa. L'affermazione è credibile -per il rilievo che può avere una qualche distinzione su questo punto-, in quanto anche BELLINI ha fatto affermazioni dalle quali si trae -come si è or ora visto- che non egli si è limitato a recepire passivamente le esternazioni di tipo intimidatorio di GIOE', bensì ha interloquito sul punto, a sua volta introducendo argomenti e considerazioni.

Per una datazione più precisa dell'episodio, BRUSCA ha riferito che era già pervenuta la notizia che la trattativa era impraticabile -come era stata proposta- ragion per cui RIINA aveva già stabilito di non proseguire (laddove BRUSCA stesso considerava che la notizia di una praticabilità limitata equivaleva ad una risposta comunque positiva).
Argomenta BRUSCA che questo stato di cose caratterizzò, infatti, il tipo di atteggiamento che ebbe GIOE' nei confronti di BELLINI: GIOE' apostrava BELLINI con le parole "non siete persone serie, non mantenete le parole", pronunciate con il sottinteso che BELLINI sarebbe andato, necessariamente, a riferire al suo mandante quale atteggiamento aveva assunto il suo interlocutore in reazione al diniego di praticabilità della trattativa. A ciò si aggiunge che la situazione generale era ancor più tesa, per il fatto che gli "uomini d'onore" erano già stati trasferiti negli istituti di Pianosa e dell'Asinara.
Siamo, quindi, a valle del 25 agosto 1992.

Questi accenni, omogenei ma discontinui, ad azioni criminali in danno della Torre di Pisa, vanno rapportati -per contestualizzarli convenientemente- alle conoscenze di altra persona che ha vissuto da vicino questa vicenda e, più in generale, che è stata organica, praticamente intrinseca, ai protagonisti della vicenda stessa (GIOE', BAGARELLA e BRUSCA), e cioè LA BARBERA Gioacchino:
- Nell'estate del 1992, dal momento che "era successo che i detenuti protestavano tantissimo per quantoriguarda l'art. 41 bis ... al che si stavano prendendo provvedimenti contro le guardie carcerarie di Pianosa (c'erano anche progetti criminali contro il dr. Grasso e contro il dr. Caponnetto) ... Per far capire allo Stato che comandava "cosa nostra", una delle strategie era quella di andare a buttare siringhe nella zona di Rimini, siringhe con sangue infetto, per scendere a Patti, insomma, con lo Stato.
- Una delle stragi era quella alla Torre di Pisa che era un facile bersaglio da poter attuare con facilità. Bastava mettere un po' di esplosivo, il solito telecomando. Facevano parte della strategia da prima dell'arresto di RIINA.
- Tutto ciò voleva essere una risposta al "problema del carcerario", emblematizato dal progetto di compire azioni criminali contro le guardie carcerarie.

Ne deriva, conclusivamente, una ricostruzione di questo tipo:
- già nell'incontro con Tempesta del 12.8 BELLINI accennò alla Torre di Pisa come possibile obbiettivo di azioni criminose. Non è risolto il dubbio se si sia trattato di un espediente dialettico, improvvisato sul momento, di BELLINI ovvero se BELLINI stesse "citando" un qualche discorso già intercorso, in forma più o meno accademica, tra lui e GIOE';
- prima ancora che GIOE' si allontani da Altofonte -e quindi prima dell'incontro alla Cava Buttitta-, nelle conversazioni tra questi e BELLINI si profilano svariate considerazioni che hanno come punto di riferimento azioni criminali alla Torre di Pisa (ma non solo: BRUSCA ha riferito che furono prese in considerazione, e dibattute, altre azioni a carattere criminoso, di taglio prevalentemete intimidatorio: infestare di siringhe una spiaggia nel periodo del turismo, appiccare il fuoco agli Uffizi, etc.)
- all'epoca del successivo incontro alla cava Buttitta la Torre di Pisa è ormai assunta, paradigmaticamente, come esempio forte di una minaccia che guarda senza ritegno al soggetto in nome e per conto del quale BELLINI si sta muovendo.

Non sarà forse mai possibile determinare la genesi di questa attenzione specifica sulla Torre di Pisa, e in genere sul patrimonio storico e artistico dello Stato. Ma gli elementi rappresentati sono almeno sufficienti per una ricostruzione affidabile di una dinamica forse meno dettagliata, meno scandita, ma non per questo meno risolutiva ai fini del processo.

La trama principale di questa complessa dinamica può ritenersi quindi ben ricostruita; sono quindi da ricostruire alcune altre situazioni che completano il quadro: merita una semplice citazione la dichiarazione, a conferma, di LA BARBERA Gioacchino (ud. 6.6.1997) sia sul progettato -o almeno discusso- attentato alla Torre di Pisa, come pure l'iniziativa di abbandonare siringhe con il sangue infetto nella spiaggia di Rimini -località strategica per gli interessi turistici, al pari di Pisa- etc.

Se questa ricostruzione sarà effettuata positivamente, si arriverà anche a stabilire per quale canale di conoscenza sia stato possibile a CIARAMITARO Giovanni, che è stato detenuto dal settembre 1992 al febbraio 1994 (ud. 3-4.10.1997), apprendere, da GIULIANO Francesco, che c'era stato un progetto di azione criminale alla Torre di Pisa, stabilito altresì che non risulta che ROMEO Pietro abbia mai avuto rapporti -lui che "uomo d'onore" non è mai stato- con BELLINI, o con Tempesta, o con BRUSCA Giovanni o con LA BARBERA Gioacchino o con GIOE' Antonino.

C'è poi, anche attraverso questo banco di prova, da iniziare a valutare approfonditamente il contenuto delle dichiarazioni di BRUSCA Giovanni -alle quali si è fatto fino a qui ampio ricorso-, per la ovvia ragione che si tratta di un imputato le cui dichiarazioni investono anche, e soprattutto, gli accadimenti successivi fino ad attraversare tutta la campagna stragista.

Questo capitolo, molto delicato, dell'intera vicenda si scompone, ad avviso del Pubblico Ministero, in questi segmenti:

- BRUSCA in vari passaggi delle sue dichiarazioni ha affermato che fin dall'inizio BELLINI fu valutato in un'ottica di sospetto, dapprima generico e poi specifico: dal "chi è ? cosa è venuto a fare ?" al "chi c'è dietro a BELLINI ? Chi ne sta pilotando la presenza in Sicilia ?".
Ed infatti: "non capisco come mai questo è venuto" (queste le prime parole di Gioè; "personaggio strano, un personaggio arrestato per problemi di terrorismo"; al momento della sua uscita dal carcere di Sciacca, dopo che era stata scoperta la sua effettiva identità, "facveano a lotta chi se lo doveva portare, perché ritenuto per fatti importantissimi... Mi faceva capire, prsonaggio appartenente ai Servizi Segreti"
Sulla giustificazione ufficiale del "recupero crediti" "abbiamo subito detto: c'è qualcosa che non funziona" Applicando a questa persona i modelli di agire dei mafiosi, hanno senz'altro stabilito che l'attività di recupero crediti era sicuramente una giustificazione ufficiale per non ingenerare sospetti in caso di controlli di polizia.
Non solo: il fatto che BELLINI fosse andato a contattare GIOE' andava interpretato secondo il criterio che GIOE' doveva essere stato indicato, a BELLINI, "come persona che poteva portare alla mafia". Si trattava di quindi di persone "che veniva a prendere acqua ... a prendere notizie dalla mafia, avvicinando GIOE' .. nel senso di infiltrato".

Sulla stessa lunghezza d'onda sono queste ulteriori dichiarazioni di BRUSCA Giovanni, riassuntive di una sorta di ventaglio di ipotesi formulate sul conto di BELLINI:

1) che era un traffichino e che agiva per soldi (con il recupero delle opere d'arte);

2) che mirava a far catturare RIINA, sempre ovviamente per un tornaconto economico personale;
(l'aspetto dei soldi sicuramente ha avuto un suo ruolo in quanto BELLINI si è inserito in un traffico di stupefacenti, ricevendone in consegna prima un chilo e poi un altro chilo, questo secondo nemmeno pagato).
Controllo: nella lettera-testamento di GIOE' Antonino vi è un chiaro accenno al fatto che BELLINI è stato anche al centro di un rapporto di tipo economico, rapporto che non è stato chiuso. LA BARBERA Gioacchino ha riferito (6.6.1997) che a BELLINI era stata fatta consegna, a Palermo, di "qualche centinaio di grammi di cocaina"

3) che "voleva sfruttare "cosa nostra" ... a fare atti terroristici o atti criminosi. E loro si prendevano il passaggio, nel senso che li faceva "cosa nostra", loro erano puliti, però avrebbero creato il panico in Italia per qualche suo scopo, per qualche suo fine."

I sospetti "non sono mai mancati, i sospetti mai cessati", gli occhi sono stati tenuti sempre "ben aperti" per quanto BRUSCA abbia interpretato come dimostrazione,almeno apparente, di affidabilità il fatto che BELLINI sia stato in seguito latore di una risposta che BRUSCA considerava, diversamente da RIINA, positiva (quella della praticabilità della trattativa per 2 anziché per 5 "uomini d'onore").
"Qualsiasi parola che BELLINI diceva noi la pesavamo, la valutavamo, gli guardavamo intorno ... sotto qualsiasi aspetto".
I soldi che BELLINI consegnerà in pagamento del "primo chilo" di stupefacenti non sono stati, almeno subito, spesi, in quanto "potevano essere segnalati", in quanto erano stati messi nelle mani di BELLINI "dallo Stato".
Quando, ancora, BELLINI consegnerà dei documenti (una carta di identità e un passaporto) con la richiesta di falsificazione, questo gesto non sarà interpretato come dimostrazione che BELLINI non aveva coperture capaci di assicurargli documenti falsi, bensì come dimostrazione di una particolare avvedutezza dello stesso BELLINI nel mascherare le sue coperture.
(Controlli: anche nella lettera-testamento di GIOE' Antonino vi è un chiaro accenno al fatto che BELLINI ha avuto a che fare con lui anche per una questione di documenti. Lo stesso BELLINI ha riferito di aver consegnato a GIOE' Antonino documenti da falsificare, spiegando che in tal modo, per facta concludentia, intendeva convalidare la popria risposta negativa alla domanda circa la sua appartenenza ai Servizi)

Evidentemente i sospetti non sono venuti meno neppure per il fatto che BELLINI gratificò GIOE' Antonino con il regalo di un binocolo ai raggi infrarossi (singolare circostanza, riscontrata dalle affermazioni di LA BARBERA Gioacchino, BRUSCA Giovanni, e BRUNO -ud. 24.10.1997)

Così come, nella sostanza, non si farà alcun controllo sulle ditte dalle quali BELLINI asseritamente doveva riscuotere del danaro, in quanto anche questo aspetto doveva essere stato ben congegnato, come copertura, dai servizi segreti: "se poi che la troviamo (BRUSCA sta parlando di una ditta di Catania) sarà coperta da questa struttura:"




Anche LA BARBERA Gioacchino era partecipe di questa generale diffidenza con la quale veniva valutato BELLINI ("si pensava di avere a che fare con un infiltrato"; GIOE' diceva "è una persona strana"). Per questa ragione era solo GIOE' che teneva i rapporti con BELLINI.



Contromisure di BRUSCA e di "cosa nostra" : "un giorno di questi lo eliminiamo, così finisce questa storia" (RIINA era al corrente della vicenda-Bellini; così come ne era al corrente BAGARELLA che spesso e volentieri usava l'espressione "ne scimuninni"), pur prevedendosi che BELLINI relazionasse sull'identità dei suoi contatti "chi di competenza": in tal caso, comunque, si sarebbe trattato di contrapporre alle parole di BELLINI quelle di GIOE': "alla fine rimaneva la parola sua contro quella di GIOE'."
Controlli: anche LA BARBERA Gioacchino ha riferito che della vicenda-Bellini era sempre stato al corrente anche BAGARELLA Leoluca.

Questi elementi di sospetto, per lo più di carattere valutativo, trovarono conferma nel tipo di iniziative che BELLINI andava a proporre: "furto di un elicottero per organizzare una evasione (BRUSCA ne riferirà a RIINA che pensa di utilizzare questa possibilità per far evadere Antonino Marchese)", "appoggi in Sud-America", diponibilità di BELLINI a guidare lui un aereo, anche per "spostare qualche latitante".
Come se non bastasse: "parlava di possibilità con personaggi delle istituzioni".
Controlli: lo stesso BELLINI ha riferito, alla domanda se aveva spiegato a GIOE' Antonino se si interessava di opere d'arte a titolo personale ovvero "per conto terzi": "Io gli dissi, mi ricordo per conto di un gruppo di onorevoli della zona che erano interessati perché all'epoca ci erano vicine le elezioni. Dovevo pur inventarmi una cosa un po' plausibile."

Soprattutto: "A un dato punto il BELLINI arriva con un malloppo così, dentro a una busta gialla, arancione, copn la dicitira di un maresciallo dei carabinieri, però non mi ricordo il nome .... Una busta con una intestazione ..." Una busta che a BELLINI, che l'aveva consegnata a GIOE' Antonino, era stata data -sono parole di BRUSCA Giovanni- da "i servizi segreti, o chi per lui."
Controlli: BELLINI ha riferito che la busta consegnatagli da Tempesta era di color giallo o arancione con la scritta "Ministero dei Beni culturali". Il teste Tempesta ha riferito di non ricordare, ma di non potere escludere, di aver consegnato a BELLINI "fotocopie di queste fotografie"
- A questa fase di sospetto, a questo punto fortemente caratterizzato, ha fatto seguito la convinzione che BELLINI fosse pilotato dai servizi segreti e il parallelo sospetto -mai fattosi certezza- che lo scopo dell'operazione che BELLINI stava portando avanti fosse proprio quello di sensibilizzare "cosa nostra", per conto terzi, circa i risultati che "cosa nostra" stessa avrebbe potuto ottenere praticando taluni, determinati, inediti obiettivi. In altri termini che BELLINI, per conto terzi ovviamente, stesse attuando un'azione di strumentalizzazione di "cosa nostra".
Non solo il discorso, assunto un po' emblematicamente nel corso dell'esame di BRUSCA Giovanni ed anche nella requisitoria, della Torre di Pisa, ma anche: "rubare" un quadro piccolo ma di grande valore degli Uffizi; in un momento successivo, addirittura "prendere la benzina e incendiamo gli Uffizi".

Naturale conseguenza, partendo da queste premesse, fu che se BELLINI era strumento in mani altrui, "cosa nostra" avrebbe potuto a sua volta utilizzare BELLINI come proprio strumento, vale a dire usare BELLINI (per la perfetta conoscenza che questi aveva intorno ai contenuti dei discorsi criminali intrattenuti con GIOE') come mediatore con la controparte.

In altri termini, ben sapendo BELLINI il contenuto dei discorsi criminali intrattenuti con GIOE', egli stesso -di sua iniziativa o a richiesta di chi stava dietro di lui- sarebbe stato in grado di rappresentare immediatamente e correttamente l'identità del soggetto criminale ("cosa nostra") autore di determinate, future, iniziative crimonose (il furto del quadro dagli Uffizi, l'abbandono di siringhe, l'abbandonare, o il fare esplodere, una carica alla Torre di Pisa).

BRUSCA ha usato, efficacemente, queste parole: "lui poteva dire, a chi di competenza, ... : "io sono in condizione di poterlo fermare, o io so chi è stato, o io posso intervenire" "" E ancora: "Noi volevamo dare il segnale che eravamo noi" e BELLINI era la persona che "poteva anticipare le forze dell'ordine e dire: se è successo questo, io posso individuare. Cioè o che lo avrebbero chiamto, o che lui dava ... cioè andava dall forze dell'ordine o dai servizi segreti -quello che era- per dire: io so chi ha commesso questo fatto, io so chi l'ha fatto."

"Cosa nostra" in tal modo si sarebbe resa riconoscibile dalla controparte ed avrebbe potuto per questa via inoltrare, da una posizione di forza, le proprie aspettative e richieste.

BRUSCA ha affermato ripetutamente che non ha elementi per affermare che BELLINI sia stato un consapevole mandante, o co-mandante, di un programma criminoso incentrato sul patrimonio artistico e culturale dello Stato, in quanto non gli può in alcun modo attribuire prese di posizione univoche in questa direzione: "Se io mi devo macchiare la coscienza, nel senso che BELLINI è venuto a darci ordini, nella maniera più categorica "no" " Ed ancora: "Non c'era un patto stabilito tra noi e BELLINI nel da farsi". Ed ancora: "Lui mai ebbe a dire "fate questo o fate quell'altro o fate questo crimine" ". E ulteriormente: "Se il BELLINI è venuto come mandante, nel senso fate questo,fate quell'altro: nella maniera più categorica "no" "

Fermo restando, nel racconto di BRUSCA, "Che io debbo dire che BELLINI è stato quello che ci ha dato l'idea, l'iniziativa, sì", secondo una costante di questo tipo "se fate questo succede questo".
Tanto da poter formulare conclusivamente questa affermazione, convalidata da una situazione di fatto consolidata negli anni e assolutamente notoria per chiunque:
" ... partendo dal primo omicidio eccellente che io ho fatto, e poi per quelli che sono stati fatti prima che io cominciassi a compiere degli omicidi eccellenti, cioè dal colonnello Russo in poi, e prima di me chi li aveva commessi - quindi vent'anni, trent'anni di storia - sono stati sempre uccisi uomini dello Stato: carabinieri, magistrati, poliziotti. Sempre uomini dello Stato, cioè uomini delle istituzioni.
Non avevo mai sentito parlare dalla mafia, cioè da mio padre, da Salvatore Riina, tutte le persone che conoscevo, di compiere attentati verso le opere d'arte, verso il patrimonio artistico dell'Italia. Cioè, hanno sempre eliminato l'avversario fisico. La prima volta che noi, per lo meno io vengo a conoscenza di questo tipo di attentati, di questo tipo di colpire questi... di questi fatti è questa la prima volta.
....
....
Al contrario della mentalità di Cosa Nostra, perché noi gli obiettivi da eliminare erano sempre le persone fisiche. Nel '92 c'era Martelli, c'era il dottor Pietro Grasso, c'era Vizzini, c'era Mannino, c'era tutta una serie di personaggi, per quelli che io conoscevo, marzo '92, le decisioni sono del marzo '92. Marzo '92 non si è parlato di andare a toccare né la torre di Pisa, né gli Uffizi, né Milano, né Roma. Mai di questo fatto.
Comincia a venire nella nostra mente, per quello che sono le mie conoscenze, frutto di queste conversazioni con Bellini.
Prima d'ora, che io conosco la storia, la mafia ha eliminato sempre i suoi obiettivi fisici. Mai strutture."

Le affermazioni da ultimo riportate -come si ricorderà- in sede di esame sono state accompagnate dalla richiesta di una specifica risposta alla domanda se è mai esistita una correlazione tra la figura di BELLINI e il suo rapporto con "cosa nostra" e gli avvenimenti di strage del 1992: a questa domanda BRUSCA Giovanni ha risposto, per due volte "per me sono due cose completamente distinte e separate", risposta da intendersi che, nemmeno sulla falsariga del sospetto, BRUSCA Giovanni -al di là di quanto i fatti stanno a dimostrare con la loro cronologia- ha mai intravisto una qualsivoglia correlazione tra le stragi palermitane del 1992 e la presenza di BELLINI in Sicilia, ovvero i contatti tra questi e GIOE' Antonino.

Tentando una sintesi dell'ultima parte della presente esposizione, ne viene fuori

- che BELLINI, esternando il suo interessamento per il recupero di quelle certe opere d'arte, ha dato a "cosa nostra" occasione di polarizzare la propria attenzione, per la prima volta nella sua storia, sulla centralità dell'interesse dello Stato per il patrimonio artistico pubblico;
- questo passaggio della generale relazione tra "cosa nostra" e il mondo esterno ha un carattere di novità e, correlativamente, di indifferenza rispetto alle opzioni strategiche e tattiche praticate dall'organizzazione nel corso del 1992, e segnatamente alla campagna stragista palermitana estrinsecatasi nelle stragi di Capaci e di via d'Amelio;
- che "cosa nostra" ha interpretato questo interesse, in un primo momento, cercando di investirvi sopra con una trattativa volta a "permutare" opere d'arte di provenienza illecita con un trattamento migliorativo di alcuni "uomini d'onore" detenuti;
- che, essendo in evoluzione questa ipotesi di trattativa -che alla fine di agosto del 1992 sarebbe stata da considerare impraticabile-, per "cosa nostra" venne a determinarsi, su scala generale, un'emergenza ancor più drammatica di quella di migliorare il regime detentivo di alcuni "uomini d'onore": l'emergenza -questa volta per l'intero popolo di "cosa nostra"- fu rappresentata dal "41 bis" e dalle sue caratterizzazioni applicative (leggansi: i maltrattamenti), coniugate alle particolari misure adottate dallo Stato (leggasi: l'operazione Vespri Siciliani) in terra di Sicilia
- che la acquisita sensibilità, da parte di "cosa nostra", all'interesse dello Stato per il proprio patrimonio storico e artistico, accompagnò, rimodellandosi strada facendo, anche la fase propriamente di emergenza generale.
E quindi, mentre in una prima fase il patrimonio storico e artistico si definì come l'interesse pubblico sul quale far leva per un'operazione di tipo negoziale; nella seconda si definì come il punto debole per un'operazione di tipo criminale, dapprima dimensionata sulla lunghezza d'onda della minaccia veicolata all'esterno tramite la persona di BELLINI; nel momento finale dimensionata sulla lunghezza d'onda dell'azione distruttiva diretta.

Verificando nuovamente la vicenda, ma questa volta non utilizzando come chiave di lettura le dichiarazioni di BRUSCA Giovanni -dalle quali si traggono gli elementi per stabilire come si atteggiò nei confronti di essa "cosa nostra"-, bensì facendo ricorso principalmente alle dichiarazioni degli altri soggetti -al corrente dei fatti ed esaminati davanti alla corte- si cercherà di rispondere ad altri interrogativi:
- quale sia siato il motivo ispiratore della "iniziativa-BELLINI";
- se avessero o meno ragion d'essere i sospetti all'insegna dei quali -stando a BRUSCA Giovanni e più in generale agli uomini di "cosa nostra"- dall'interno dell'organizzazione fu vissuta e gestita l'intera vicenda. In altri termini: se abbia un qualche fondamento, oggettivamente parlando, il sospetto finale, espresso da BRUSCA Giovanni anche in aula (fermo restando che BRUSCA Giovanni ha precisato trattarsi di sospetti di ordine soggettivo), di un intento complessivo di strumentalizzazione attuato ab-externo su "cosa nostra", in una prima fase utilizzando come strumento BELLINI e successivamente altri strumenti.

Con ordine:
1) I primi accenni che BELLINI fece a GIOE' Antonino sull'argomento "opere d'arte" risalgono ad un periodo in cui BELLINI e TEMPESTA nemmeno si conoscono. La prima persona che sensibilizzò BELLINI sull'argomento delle opere rubate alla Pinacoteca di Modena fu l'Isp. Procaccia (lo afferma BELLINI; non c'è ragione di dubitarlo; che ci fosse un rapporto tra BELLINI e questo Ispettore è confermato dalla successiva vicenda del contatto con il personale del CO DIA di Milano, mediato appunto dall'Ispettore Procaccia).
Avendo notizie che indicavano la cd. mafia del Brenta come responsabile del fatto, BELLINI pensò che la "mafia" -quella vera- potesse avere degli agganci con quella certa organizzazione e quindi pensò di contattatare GIOE' Antonino.

2) nel parlarne con GIOE' Antonino, BELLINI illustra il fatto che dietro i recuperi delle opere d'arte ci sono dei corrispettivi pagati sotto-banco; chiede quindi aiuto nel tentativo di recuperare queste opere, rappresentando che in tal modo può cercare di conseguire un vantaggio di ordine giudiziario per sé. "guarda Nino, che io carne umana non ne ho mai venduta e non ne venderò mai; mi interessa perché allo stato attuale mi trovo in una condizione di dover rientrare eventualmnte in carcere, perché ho un residuo pena da scontare; se recupero queste cose è facile che riesca ad ottenere l'affidamento sociale in virtù del mio lavoro, perché io altri lavori non riesco a trovarne. ... quando qulcheduno ti viene a proporre di recuperare qualche cosa, in cambio i devono dare anche qualche cosa. Non si trattava di corrompere nessuno, ma eventualmente di avvicinare chi di competenza ..." per l'affidamento in prova sulla base della propria attività di lavoro.

3) GIOE' Antonino interpellò allo BELLINI per sapere se questa pratica del sottobanco poteva essere applicata anche in "altro campo": "lui mi stava sondando per sapere se potevano, lui o chi per esso, anche loro trattare a questo livello"

4) Avvenne poi, casualmente, l'incontro con il Tempesta, "nell'estate".
L'incontro avvenne a San Benedetto del Tronto; non si erano mai conosciuti; "mi sembra che lo incontrai a casa di conoscenti". Tempesta gli parla anch'egli del furto alla pinacoteca di Modena. BELLINI gli dà corda perché "non avevo intenzione di rientrare in istituto senza aver provato tutto prima per avere l'affidamento sociale, perché effettivamente io lavoravo."


Tempesta: si è incontrato con BELLINI "minimo" un paio di mesi dopo la rapina (forse maggio, ma non posso essere sicuro dell'epoca), a San Benedetto del T., casualmente, presso terze persone con le quali Tempesta era in contatto, per raccogliere notizie sul furto di Modena. Interesso BELLINI a questa operazione di rintraccio. Può darsi che gli abbia dato o foto o fotocopie di foto.


5) TEMPESTA consegna a BELLINI fotocopie di foto delle opere rubate a Modena. BELLINI le porta a Altofonte; GIOE' Antonino chiede un po' di tempo per poter dare una risposta.
La documentazione viene consegnata a BELLINI in una busta con la intestazione Ministero dei Beni Culturali ed Ambientali.

TEMPESTA non esclude di aver consegnato foto o fotocopie di foto, relative alle opere rubate a Modena.
Tempesta: c'è stato un secondo incontro a San Benedetto del Tronto, questa volta richiesto da BELLINI: da datarsi una decina di giorni prima di quello del 12 agosto.

DA TENER PRESENTE, NELLA CRONOLOGIA GENERALE DEGLI AVVENIMENTI, CHE BELLINI E' IN SICILIA L'11 LUGLIO (allorché pernotta al Cala Calura di Cefalù) E IL 6 AGOSTO (allorché pernotta al Motel AGIP di Palermo).


6) BELLINI mette, in un qualche punto della vicenda, al corrente TEMPESTA che ha la possibilità di "infiltrarsi": "guarda che io potrei, secondo me, infiltrarmi ... nella mafia."

BELLINI gli anticipò, nel secondo incontro a San Benedetto del T., che in seguito "voleva avere un altro incontro", lasciando intendere a Tempesta che il discorso sarebbe stato sempre relativo alle opere rubate a Modena.

7) L'incontro del 12.8 si svolge sull'autostrada, a un'area di servizio, vicino al raccordo anulare. TEMPESTA arriva con una Uno rossa. (concordano BELLINI e TEMPESTA sulle modalità dell'incontro).
BELLINI ha già messo al correnta TEMPESTA, senza fargli nomi, che è in contatto con "persone" di ambiente criminale siciliano.

Nell'occasione TEMPESTA fa molte domande a BELLINI, anche per sapere se "lavora" per i servizi.

ANTEFATTO:
A BELLINI, da GIOE' Antonino, è stato detto che per le opere d'arte di cui ai documenti della busta non ci sono possibilità. GIOE' Antonino ha consegnato a BELLINI altro materiale documentale.
BELLINI a quel punto è portatore di una vera e propria proposta di trattativa.



In questa occasione GIOE' fece a BELLINI anche svariate domande per sapere se lavorara per i "servizi", se aveva a che fare con la massoneria etc. "Non lavorerai mica per i Servzi Segreti ?"

Osservazione: Questo fatto dà la riprova dei sospetti che da parte di Gioè -come ha riferito anche BRUSCA- si nutrivano sul conto di BELLINI.

BELLINI dice che forse fu proprio in quell'occasione e a seguito delle domande di Gioè che egli diede i documenti -parla della carta di identità- per chiedergli se gli poteva far eliminare il timbro con il divieto di espatrio. Lo fece per rassicurare GIOE', in quanto tutte queste domande lo avevano intimorito.


GIOE' SPIEGA A BELLINI CHE SU QUESTA INIZIATIVA "CI RISCHIA LA TESTA", AL CHE BELLINI RISPONDE CHE LA TESTA CE LA STA RISCHIANDO ANCHE LUI, PER IL SOLO FATTO CHE E' SCESO IN SICILIA E SI E' MESSO NELLE MANI "ALTRUI": come dire che sta al gioco e accetta il rischio.


GIOE' gli mise a disposizione dei quadri con relativi a opere che diceva erano assai più importanti di quelle che BELLINI stava ricercando; venivano offerte per "chiedere eventualmente l'ammissione in ospedali per qualcheduno, qualche persona di nostro interesse, oppure gli arresti domiciliari causa malattia"

GIOE' aveva -fin da prima- pensato che BELLINI potesse avere degli agganci superiori a quelli effettivi: sulla base di quello che avevano riportato negli anni precedenti i giornali sul conto di BELLINI; e poi aveva visto la famosa busta con l'intestazione ministeriale, tanto da dire a BELLINI: "ma allora hai degli agganci anche lì ?"
BELLINI non fece alcunché per cui GIOE' dovesse ricredersi.
E poi BELLINI, nel parlargli la prima volta del suo interessamento per le opere di Modena, gli aveva detto che si muoveva per "conto di alcuni onorevoli della zona che erano interessati perché all'epoca erano vicine l elezioni. Dovevo pur inventarmi una cosa un po' plausibile ... Gli facevo capire che persone erano interessate a quedsto e che mi avrebbero aiutato per quella cosa cvhe gli avevo detto (siamo nella fase iniziale dell'approccio: siamo al periodo in cui BELLINI si muove solo su in-put di Procaccia)

BELLINI disse a GIOE' che non sapeva se si poteva fare ma che tentar non
nuoce.
GIOE' gli diede anche il famoso biglietto con i cinque nomi.

TEMPESTA precisa che BELLINI lo contattò ripetutamente, per telefono, nei giorni immediatamente precedenti il 12.8.

8) Ancora: Incontro del 12 agosto 1992

Ulteriore e più importante antefatto:
è rappresentato da una situazione che a BELLINI viene rappresentata da GIOE': a Palermo c'erano state le stragi di Falcone e Borsellino; era stato attuato il 41 bis; anche i familiari dei detenuti si lamentavano e dicevano che per loro nono veniva fatti nulla; sul 41 bis GIOE' diceva "vogliono fare dei pentiti ?"
BELLINI portò a TEMPESTA sia le foto dategli da GIOE' che il bigliettino. E chiede a Tempesta di restare nell'operazione, ma Tempesta disse che la cosa non era possibile.
BELLINI autorizzò Tempesta a fare il suo nome, in vista che qualcuno poi contattasse lo stesso BELLINI.

Secondo TEMPESTA, all'incontro del 12.8 BELLINI manifestava disgusto per l'ultimo attentato in Sicilia (attentato a Borsellino). E disse che "aveva la possibilità di infiltrarsi in organizzazioni di quello stampo, in virtù del fatto che voleva dei soldi e aveva tre anni di una vecchia ricettazione da scontare; disse -mi dichiaro disponibile ad infiltrarmi nell'organizzazion per sapere i prossimi obbiettivi che la mafia vuole colpire, perché sono in grado di infiltrarmi. Anche perché in alcuni ambienti ho millantato di avere conoscenze a Roma, per cui ho ottenuto una propostaE, con questa proposta, posso far vedere che effettivamente mi posso infiltrare nella organizzazione mafiosa. Cioé nel senso: posso entrare, posso acquistare credito." BELLINI era portatore di questa proposta "mediante la quale lui si sarebbe accreditato nei confrontio di questo organizzazione."


OSSERVAZIONE PER I PUNTI 6, 7 E 8:
Quindi, in una prima fase, BELLINI cerca di giocarsi in proprio la sua partita, per vedere se ce la fa ad ottenere i suoi benefici giudiziari.
Quando, a seguito dell'interessamento del Tempesta, viene ad acquisire anche l'investitura di interlocutore per conto di Gioè, decide di giocarsi le sue carte tramite Arma: mette sul piatto della bilancia la sua richiesta da un lato -e soldi- e dall'altro lato la sua disponibilità ad infiltrarsi e a far recuperare le opere d'arte messe a disposizone da Gioè.
A Gioè mette a disposizione il suo interessamento per il buon esito della trattativa sui 5 uomini di mafia del bigliettino.

9) Dopo che c'è stato l'incontro tra Tempesta e Mori, BELLINI viene a sapere da Tempesta che l'operazione non è fattibille ("è molto difficile").
Però BELLINI non si sente di dare questa risposta dirimente a GIOE '; e poi -gli sembra- residuava comunque un margine di manovra "per Brusca o non so chi".

TEMPESTA dice di aver fatto sapere per telefono a BELLINI -perché in questo senso gli aveva detto Mori- "che probabilmnte sarebbe stato contattato da persone a mio nome". Di lì a una quindicina di giorni non succede nulla, tanto che richiamò BELLINI e poi richiamò ancora Mori al quale dette ancora i numeri per ricontattare BELLINI.
Poiché non successe nulla, Tempesta e Bellini si ritrovarono dopo altri giorni e l'incontro si svolse, a circa un mese di distanza dall'incontro Tempesta-Mori, a Santa Maria degli Angeli. Si tratta dell'ultima volta in cui Tempesta e BELLINI si incontrarono di persona.
Al dibattimento Tempesta non è stato esplicito sul fatto di aver detto a BELLINI che l'ipotesi di trattativa era impraticabile, mentre nelle ii.pp. aveva detto di averlo fatto.


10) Quando BELLINI si trova anche con i contatti sfilacciati sul versante Tempesta-etc, BELLINI ha un nuovo incontro con GIOE' in Sicilia, ma non a Altofonte.
Prima di poter lui dire qual era la situazione, anche un po' "aggiustandola", "fu lui a troncare il discorso ancora prima che io gli dicessi che ... "però si poteva vedere"..."
E' l'incontro dell'attacco frontale: quelle non sono persone serie, non è gente seria; e aggiunse (pare a BELLINI che quella sia stata la volta in cui fu fatto questo discorso)"che ne direste se una mattina ....."

La correlazione tra la conversazione e un'azione distruttiva verso la Torre di Pisa: "Era il momento particolare, il momento in cui i soldati -adesso non so il termine- i Vespri Siciliani, erano giù in Sicilia.
Poi c'erano già i detenuti a Pianosa (BELLINI ne è sicuro, perché già in un incontro precedente GIOE' gli aveva parlato di Pianosa e gli aveva chiesto se era praticabile una operazione con un elicottero. Così come, nella stessa precedente conversazione, GIOE' gli aveva chiesto se era in grado di pilotare un DC9): i detenuti erano oggetto di maltrattamenti; i familiari dei detenuti soffrivano la situazione; c'era il timore che si volessero creare dei pentiti con il 41 bis. Poi, non c'erano più gli agganci sicuri di un tempo: tagliati fuori dalla DC nazionale e dal PSI nonostante i piaceri fatti un tempo: "Che si trovavano praticamente in una condizione oggettiva di passare a delle dimostrazioni, in pratica, di forza per abbattere o trattare quantomeno sul 41 bis e sulle altre cose."
In sostanza tutto il discorso si articola sul 41 bis.

La minaccia è formulata in modo tale da far sentire anche BELLINI dalla parte dell'avversario che c.n. vuole "stanare".

BELLINI, sulla base di tutti i discorsi che c'erano sati, intese che GIOE' lo autorizzava a riferire di questa sua minaccia "a terze persone: sennò non me l'avrebbe fatto sapere. Sarebbe servito per far capire che non scherzavano".
BELLINI non ha molti argomenti da opporre; si limita a commentare il discorso sulla minaccia alla Torre di Pisa, dicendogli che a suo parere un fatto di questo genere avrebbe avuto una portata enorme, anche a livello dell'immagine internazione dell'Italia. "Il clamore che avrebbe creato invece il toccare interessi grandi avrebbe messo in crisi un sistema intero e avrebbe dato la possibilità di aprire anche trattative."

BELLINI dice di aver riferito la cosa, pari pari, a TEMPESTA. "E lo ridissi pari pari al maresciallo Tempesta."


11) Comunque BELLINI e GIOE' continuano a vedersi e a sentirsi; a quel punto è implicito che la proposta di trattativa non procede in alcuna direzione -secondo quanto dice BELLINI-
Il problema era "di trovare un altro sbocco", tanto che GIOE' gli chiese se "si può fare qualchecos'altro, sempre inerente alla trattativa ".
Siccome non sa come riprendere la richiesta di GIOE', BELLINI decide di contattare nuovamente PROCACCIA.
Da qui l'incontro con la DIA di Milano, che si svolse, a quanto rammenta BELLINI, verso la fine di settembre 1992.
Al personale della DIA si limitò a dire che c'era la possibilità di fare un recupero importante di opere d'arte, con come contropartita la "detenzione domiciliare .... Per queste persone", però senza fare nomi. Ebbe poi, tramite Procaccia, risposta negativa dalla DIA. Alla DIA non parlò delle minacce di attentato alla Torre di Pisa esternata da Gioè.
Contestatogli che nelle ii.pp. al PM di Palermo aveva affermato:
- che aveva un contatto con persone di "elevatissimo spesore criminale" e che "ero disponbile ad attivarmi dell'interesse della DIA",
dice che alla DIA non ha mai riferito l'antefatto del rapporto con i CC., e che è vero che aveva manifestato disponibilità ad infiltrarsi.
Precisa che la disponibilità ad infiltrarsi l'aveva manifestata fin da epoca precedente,sostanzialmente a partire dai contatti con Tempesta.


Ha riferito il teste MESSINA (ud. 25.11.1997):

21 settembre del 1992: incontro con il signor Bellini Paolo accompagnato nell'occasione da un ispettore di Polizia di Stato della Squadra Mobile di Reggio Emilia, che si chiama Procacci. Avrebbe potuto dirci delle cose che potevano essere valutate sotto l'aspetto della nostra attività istituzionale, no?, del contrasto all'organizzazione criminale A Reggio Emilia. L'ispettore era di Reggio Emilia: è un ispettore della Squadra Mobile di Reggio Emilia.
Incontro in Piacenza.
Nel corso dell'incontro abbiamo praticamente appreso dal signor Bellini della sua volontà o della sua, diciamo... c'ha prospettato, in sostanza, la possibilità di fare un'attività tendente all'individuazione di un traffico di sostanze stupefacenti, che, in potenza, avrebbe portato all'individuazione dei canali di questo traffico di stupefacenti.
A un certo punto, anche per una necessità nostra, gli abbiamo chiesto almeno di spiegarci come faceva a proporsi in questi termini, e, soprattutto, il connotato mafioso della vicenda.
Allora, questo ci ha detto, nell'occasione, che lui era in grado, avrebbe potuto essere in grado, attraverso un suo contatto con la famiglia di Altofonte, o meglio, una persona in contatto con lui, a suo dire, appartenente alla famiglia di Altofonte, di individuare questo canale concernente il traffico di sostanze stupefacenti.
Se la DIA si fosse interessata, presso opportune sedi, al fine di favorire il trasferimento dal carcere a un nosocomio oppure a una struttura carceraria con ricovero ospedaliero, di almeno uno di questi quattro individui, che io cito perché ci colpirono immediatamente, in quel momento. Allora, citò: Calò Pippo, Calò Giuseppe inteso Pippo; Leggio Luciano, detto "Liggio", all'epoca ancora in vita; Brusca Bernardo; e Gambino Giacomo Giuseppe, detto "Pippo 'u tignoso".
Praticamente, citò questi quattro soggetti e disse che un intervento nelle sedi opportune per far spostare solamente questi, sarebbe stato un grosso accredito, per lui, nei confronti di quella organizzazione, o comunque di quella persona che lui diceva.
In secondo luogo, disse che comunque, se le cose sarebbero andate come dovevano andare, lui avrebbe avuto bisogno di un interessamento affinché lui potesse essere affidato al servizio sociale.
Più lui non andò.
Avemmo una reazione negativa percepibilissima.
Gli fu detto che praticamente era più no che sì.
PUBBLICO MINISTERO: Il discorso si allargò a temi, a scenari diversi da quello degli stupefacenti? Ebbe a riguardare, in qualche modo, la possibilità, il pericolo, il rischio che accadessero azioni criminose riconducibili a quel contesto dal quale veniva il suo asserito contatto, la famiglia di Altofonte? Azioni criminose, magari, orientate verso il patrimonio artistico, il patrimonio storico, culturale in genere?
TESTE Messina: Assolutamente no.
PUBBLICO MINISTERO: E' sicuro di questo, vero, dottor Messina?
TESTE Messina: Sono certo, non sicuro, certo.
Dichiarò di essere in grado di contattare una persona appartenente alla famiglia di Altofonte. Ma gli è stata tirata con le tenaglie perché non l'aveva neanche detto.
Allora ci disse, dichiarò, praticamente, proprio questo: era in grado di contattare un personaggio - nient'altro - appartenente alla famiglia di Altofonte. Intendeva, naturalmente, con la famiglia di Altofonte intendeva la famiglia mafiosa di Altofonte.


12) Riferisce poi che aveva un appuntamento per il 30.12.1992, appuntamento che mandò a vuoto, dopo di che Gioè lo ha "tempestato di telefonate", dal che capì che "non era più aria sana", al punto che smise di andare a casa ovvero prese ad andarci raramente.
Una delle telefonate di GIOE' la ricevette personalmente: GIOE' era molto agitato e lui cercò di tranquillizzarlo promettendogli che sarebbe sceso in Sicilia, dandogli la sua parola d'onore, sulla quale GIOE' ironizzò al punto da far capire a BELLINI che se fosse sceso in Sicilia sarebbe stato ucciso.
Successivamente ebbe notizia dell'arresto di Gioè.


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l'attentato a COSTANZO.

A. SCARANO riferirà dei preparativi:

incontro a PALERMO con MESSINA DENARO e CANNELLA, a seguito di che si verifica una serie di episodi:
arrivo di CANNELLA a Roma;
contatti ulteriori che porteranno, nell'aprile del 1993 (dal 18.4 al 20.4.1993), al trasporto di un carico di hashish da Palermo a Roma. Occultamento, per un certo periodo, dell'hashish, presso DI NATALE, in via Ostiense.

Pietro CARRA, sul trasporto dell'hashish a Roma, si innesta con un autonomo racconto, i cui punti salienti sono:

viaggio fatto via terra dal magazzino della CO.PRO.RA, ove l'hashish, confezionato in camere d'aria dentro sacchi di juta (una quarantina), fu portato con Moto Ape (Lo Nigro); carico hashish sotto carcasse d'auto; staffetta da parte di SCARANO; contatti tra i due cellulari lungo il tragitto; arrivo a Roma; scarico hashish presso uno sfasciacarrozze; danneggiamento del pianale e delle sponde del semirimorchio. Utilizzo trattore Volvo tg. TO (TO/52079D) con agganciato semirimorchio già tg. CT/7676, ritargato PA. Rientro via terra a PA con solo trattore; lasciato semirimorchio a Napoli per successivo rientro.

Sull'episodio vedi scheda "chiamate in correità", che menzionano anche le chiamate in correità di DI NATALE (oltre che di SICLARI P. e di MANISCALCO U.) , e di BRUGONI

riscontri specifici:
i tabulati dei cellulari di SCARANO e CARRA;
gli accertamenti presso le compagnie di navigazione, sul viaggio di andata di SCARANO a Palermo e di rientro di CARRA: in particolare accertamento che semirimorchio, tg. PA/15551 (ex CT/7676), imbarcato da Napoli per PA 1.5.1993;
le testimonianze di DE MASI Francesco e degli Uff.li di PG del ROS di Roma;
sequestro presso FRABETTI, nel novembre 1994, di 38 camere d'aria contenenti, tuttora, hashish.
Accertamento dannni a pianale e sponde semirimorchio tg. PA/15551 (agganciato a trattore Volvo tg. TO/52079D), sequestrato in Genova il 6.7.1995, in occasione arresto CARRA. Danneggiamento confermato da SCARANO e da BRUGONI.

la fase preesecutiva ed esecutiva dell'attentato, con approntamento del logistico "di appoggio" costituito dall'appartamento di via Dire Daua, e con epicentro tecnico-operativo nel Centro Commerciale Le Torri di Tor Bella Monaca, per l'approntamento dell'autobomba caricata dell'esplosivo fino ad allora rimasto nascosto nello scantinato di SCARANO.
Sull'episodio vedi scheda "chiamate in correità"

riscontri specifici:
per via Dire Daua, dichiarazioni BIZZONI che riferirà sulle persone presentategli da SCARANO e le dichiarazioni di CANTALE Simonetta che, peraltro, ha fornito le relative indicazioni durante le indagini ancor prima che rendessero dichiarazioni BIZZONI e, poi, SCARANO.
BIZZONI in particolare riferirà che l'appartamento fu lasciato nella disponibilità di taluni "nipoti" (come chiestogli da SCARANO) intorno al 10.5.1993. Per conferma cronologia, vedi DE FOLCHI e data suo licenziamento. I "nipoti" di SCARANO si tratterrano a Roma almeno fino al luglio del 1993 allorchè si intercetteranno, sul telefono di casa di SCARANO, telefonate nelle quali gli interlocutori si qualificheranno come "nipoti" di SCARANO e diranno di disporre di "una casa".
ancora: RUIZ e CASINI sul fatto di aver effettivamente affittato l'appartamento a BIZZONI nel marzo 1993, riottenendone la disponibilità solo verso la fine di quell'annno.
Ancora RUIZ e CASINI, a conferma di quanto SCARANO dirà, confermeranno la presenza in via D.D. di biciclette che saranno poi sequestrate a Torvajanica nella villetta di BIZZONI, come poi si dirà.
Confermeranno la frequentazione di via D.D. da parte di più persone: CANTALE Simonetta, LIBERATI, GRECO Rosalba, PAGNOZZI Anna, CANTALE Daniela, DE FOLCHI Antonia.


in particolare l'esecuzione dell'attentato, in due tempi: il primo tentativo, andato a vuoto, del 13.5.1993; il secondo tentativo, quello del 14.5.1993, andato a realizzazione, per quanto la vittima designata si sia salvata.

riscontri specifici: su Tor Bella Monaca: esito della perquisizione (3.5.1996), con rinvenimento effetti personali provenienti dalla UNO della CORBANI -che li ha riconosciuti-, oltre ad una copia del Giornale di Sicilia del 26.4.1993, con scotch, pile a stilo, un "led" rosso, non di pertinenza della proprietaria.
Testi: PAOLILLO, amm.re della società proprietaria degli immobili del Centro Comm.le. Riferiranno della disponibilità dello stanzone i testi FABBRONI Pinella e D'ISANTO Saverio: riferiranno sulla disponibilità delle chiavi che in particolare, loro tramite, nella disponibilità di MASSIMINO Alfio. Accenno breve a qualificazione geo-criminale di MASSIMINNO e GARAMELLA, con particolare riferimento a rapporti GARAMELLA-MESSINA DENARO.

presenza cellulare BENIGNO il 13.5.1993.
testimonianze: COSTANZO, DE FILIPPI Maria, VALENTE Marina, gli autisti (PESCHI Luciano, DEGNI Stefano) e la scorta (DE PALO Domenico e RE Aldo): sulla estemporanea ed imprevista sostituzione dell'auto il 14.5.1993.

riscontri ulteriori:

CONTRIBUTI CONOSCITIVI SPECIFICI, DI 2° GRADO


CIARAMITARO - collocazione, vd. scheda -: riferirà che a Roma si erano appoggiati su persona che veniva chiamata "Saddam"
ROMEO - per la collocazione, si rimanda alla esposizione relativa alla strage di Formello - : riferirà che l'attentato è fallito perchè COSTANZO aveva cambiato auto.