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Processo per la strage di Via dei Georgofili
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Note
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DIBATTIMENTO-1: requisitoria/980401.txt


PRESIDENTE: Buonasera. Chiamiamo i presenti.
Brusca Giovanni.
SEGR. D'UDIENZA: (voce fuori microfono)
Rinunciante.
PRESIDENTE: Detenuto... É rinunciante?
SEGR. D'UDIENZA: (voce fuori microfono)
Sì.
PRESIDENTE: Avvocati Li Gotti, Alessandra De Paola e avvocato Falciani, che è presente.
Carra Pietro: libero, assente. Avvocati Cosmai e Massimo Batacchi.
AVVOCATO Batacchi: (voce fuori microfono)
Che è presente.
PRESIDENTE: Che è presente.
Di Natale Emanuele: libero. Avvocati Civita Di Russo e Maria Gentili. Avvocato Alessandro Falciani sostituto processuale, che è presente.
Ferro Giuseppe: detenuto. Avvocato Pietro Miniati Paoli, che è presente.
AVV. Miniati Paoli: Presente.
PRESIDENTE: Ferro Vincenzo: libero, assente. Avvocati Traversi e Sara Gennai.
AVVOCATO Gennai: Sì, sono presente.
PRESIDENTE: Che è presente.
Frabetti Aldo: detenuto, rinunciante. Avvocati Monaco e Monica Usai. Non è presente nemmeno il sostituto processuale, avvocato Roggero. Chi può sostituirlo, l'avvocato Batacchi?
(voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Ah, no. Chiedo scusa, ho sbagliato. Avvocato Ceolan... Anzi, avvocato Pepi, che vedo pronto a intervenire.
AVVOCATO Pepi: (voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Grigoli Salvatore: detenuto. Risulta rinunciante?
SEGR. D'UDIENZA: (voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Rinunciante. Avvocati Avellone e Batacchi, che è presente.
Messana Antonino: libero, contumace. Avvocati Nicolò Amato e Federico Bagattini di Firenze. Sostituto l'avvocato Cianferoni. Va bene?
(voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Messina Denaro Matteo: latitante. Avvocati Natali e Celestino Cardinale. Sostituto: l'avvocato Ceolan.
Provenzano Bernardo: latitante. Avvocati Traina e Passagnoli di Firenze... come sostituto processuale, non è presente. Sostituto: l'avvocato Florio.
Santamaria Giuseppe: libero. Avvocati Battisti e Monica Usai. Sostituto: l'avvocato Pepi.
AVVOCATO Pepi: (voce fuori microfono)
Santamaria?
PRESIDENTE: Santamaria.
AVVOCATO Pepi: (voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Ah, è proprio quello che lei, per il quale ha qualche... Allora, l'avvocato Ceolan, che mi pare lo abbia sempre sosti... abbia fatto sempre, esercitato la funzione di sostituto.
Scarano Massimo: libero...
(voce fuori microfono)
Scarano Antonio non l'ho chiamato, ha ragione. Avvocati Fortini e Massimo Batacchi di Firenze, che è presente.
Scarano Massimo: libero, contumace. Avvocati Rocco Condoleo e Luca Cianferoni, che è presente.
Chiamiamo adesso gli imputati che partecipano al dibattimento a distanza, con gli inconvenienti che abbiamo potuto verificare, per quanto riguarda l'inizio dell'udienza.
Parma. La Casa Circondariale di Parma è collegata?
VICESOVR. Abriola: Sì, signor Presidente.
PRESIDENTE: Chi parla personalmente?
VICESOVR. Abriola: Abriola.
PRESIDENTE: Lei è tra gli ufficiali di Polizia Giudiziaria che sono stati designati dalla Corte?
VICESOVR. Abriola: Sì.
PRESIDENTE: Chi è presente in aula, in quell'auletta, tra gli imputati?
VICESOVR. Abriola: Il signor Bagarella.
PRESIDENTE: Bagarella Leoluca.
VICESOVR. Abriola: Bagarella Leoluca.
PRESIDENTE: Difeso dagli avvocati Ceolan e Cianferoni, entrambi presenti.
Sentiamo...
VICESOVR. Abriola: Signor Presidente, chiede di fare una - signor Presidente, sempre Abriola - chiede di fare, dopo, una spontanea dichiarazione il signor Bagarella.
PRESIDENTE: Sì. Dopo, quando avremo chiamato tutti gli imputati, potrà fare una dichiarazione spontanea.
Ora sentiamo Viterbo.
ISPETTORE Carloni: Da Viterbo buonasera. La saletta numero 3.
PRESIDENTE: Buonasera.
ISPETTORE Carloni: Sono l'ispettore Carloni.
PRESIDENTE: Chi è presente in quell'aula?
ISPETTORE Carloni: Sono presenti... Sono presenti: Barranca Giuseppe, Calabrò Gioacchino, Lo Nigro Cosimo, Mangano Antonino e Tutino Vittorio.
SEGR. D'UDIENZA: (voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Tutino Vittorio.
ISPETTORE Carloni: Sì.
PRESIDENTE: Ripeto: Barranca Giuseppe, Calabrò Gioacchino, Lo Nigro Cosimo, Mangano Antonino e Tutino Vittorio.
Lei mi deve dire se può dare atto - e poi lo chiederò anche all'ufficiale di Polizia Giudiziaria che corrisponde da Parma - se non sono posti, o se sono posti, impedimenti o limitazioni all'esercizio dei diritti e delle facoltà spettanti all'imputato.
Che è attivato il collegamento audiovisivo tra l'aula di udienza e il luogo in cui si trova l'imputato con modalità che assicurano la contestuale, effettiva e reciproca visibilità delle persone presenti nei luoghi collegati e la possibilità di udire quanto vi viene detto.
Ed, infine, se è garantita la possibilità, per gli imputati presenti a Viterbo, di consultarsi riservatamente con i loro difensori per mezzo di collegamento telefonico.
ISPETTORE Carloni: Sì, confermo e ne do atto.
PRESIDENTE: Grazie.
I difensori di Barranca Giuseppe sono gli avvocati Angelo Barone e Luca Cianferoni di Firenze, che è presente.
I difensori di Calabrò Gioacchino: gli avvocati Franco Gandolfi e Luca Cianferoni, che è presente.
Di Lo Nigro Cosimo: l'avvocato Florio di Firenze, che è presente, e l'avvocato Fragalà.
Il difensore di Mangano Antonino: l'avvocato Graziano Maffei di Lucca, sostituito dall'avvocato Gramigni. É possibile, avvocato?
AVVOCATO Gramigni: Mangano? Sì, sì, sì, signor Presidente, non c'è problema.
PRESIDENTE: Tutino Vittorio è difeso dall'avvocato Lapo Gramigni, presente, e dall'avvocato Domenico Salvo di Palermo, che non è presente.
Passiamo adesso a Spoleto.
SOVRINTEND. Miele: Buonasera, signor Presidente, qui è Spoleto.
PRESIDENTE: Buonasera.
SOVRINTEND. Miele: Sono il sovrintendente Miele e confermo la presenza dei detenuti: Benigno Salvatore, nato a Palermo il 03/11/67; Pizzo Giorgio, nato a Palermo il 28/03/62 e Cannella Cristofaro, nato a Palermo il 15/04/61.
PRESIDENTE: Giuliano Francesco e Graviano Filippo?
SOVRINTEND. Miele: Sono assenti, rinuncianti.
PRESIDENTE: Giuliano Francesco e Graviano Filippo sono rinuncianti.
Lei mi può dare atto che sussistono le condizioni richieste dall'articolo 2 per il procedimento a distanza?
SOVRINTEND. Miele: Sì, ne do atto.
PRESIDENTE: E allora, i difensori di Benigno Salvatore sono... anzi, il difensore di Benigno Salvatore è l'avvocato Graziano Maffei di Lucca, sostituito dall'avvocato Cianferoni.
Il difensore di Giuliano Francesco è l'avvocato Giangualberto Pepi, presente.
I difensori di Graviano Filippo sono gli avvocati Oddo di Palermo e Lapo Gramigni di Firenze, presente.
I difensori di Pizzo Giorgio: gli avvocati Domenico Salvo di Palermo e l'avvocato Pepi di Firenze, che è presente.
I difensori di Cannella Cristofaro: gli avvocati Di Peri di Palermo e l'avvocato Marco Rocchi di Firenze, sostituito dall'avvocato Ceolan.
Sentiamo, allora, L'Aquila.
ISPETTORE Rosati: Signor Presidente, buonasera.
PRESIDENTE: Buonasera.
ISPETTORE Rosati: Qui da L'Aquila, saletta numero 2.
Dunque, do atto che sono presenti qui i detenuti: Spatuzza Gaspare e Giacalone Luigi. Io sono l'ispettore Rosati.
PRESIDENTE: Mi può dare atto che sono osservate le condizioni richieste dall'articolo 2 della legge sulla partecipazione al dibattimento a distanza, per quanto riguarda l'esercizio dei diritti e facoltà degli imputati, collegamenti audiovisivi e telefonici?
ISPETTORE Rosati: Sì.
PRESIDENTE: Può dare...
ISPETTORE Rosati: Sì. Ne do atto e confermo.
PRESIDENTE: Grazie.
E allora, il difensore di Gia... anzi, i difensori di Giacalone Luigi sono gli avvocati Salvatore Priola di Palermo e l'avvocato Florio, che è presente.
Spatuzza Gaspare è difeso dall'avvocato Pepi di Firenze.
Allora riprendiamo il collegamento con Parma. Mi ascolta?
VICESOVR. Abriola: Sì, signor Presidente, sono...
PRESIDENTE: Ecco...
VICESOVR. Abriola: Sì.
PRESIDENTE: Prima di ascoltare la dichiarazione spontanea dell'imputato Bagarella Leoluca, vorrei conferma della sussistenza delle condizioni richieste dalla legge per il collegamento a distanza, per quanto riguarda diritti e facoltà dell'imputato, collegamenti audiovisivi e collegamento telefonico.
VICESOVR. Abriola: Sì, ne do atto. Sì.
PRESIDENTE: Bene. Allora, il Bagarella Leoluca, se lei vuole rendere una dichiarazione, noi la ascoltiamo.
IMPUTATO Bagarella: Signor Presidente, sono Bagarella Leoluca.
PRESIDENTE: Sì.
IMPUTATO Bagarella: Parlo da Parma.
Volevo chiedere una cortesia: se mi rilascia il nullaosta per poter fare i colloqui con i familiari, che qui manca. La ringrazio, buonasera.
PRESIDENTE: Buonasera.
Il Pubblico Ministero, al termine dell'udienza, esprimerà il suo parere.
E allora possiamo, riservandoci di decidere su questa richiesta dell'imputato Bagarella, possiamo restituire la parola al Pubblico Ministero che proseguirà la requisitoria.
PUBBLICO MINISTERO: Mi scusi, Presidente.
PRESIDENTE: Prego.
PUBBLICO MINISTERO: Prima di riprendere la discussione. Non ho capito esattamente il senso della richiesta che ha fatto Bagarella. Cioè a dire, il nullaosta del colloquio con i familiari vuol dire che è cambiato qualcosa nel regime dei colloqui dell'imputato, da quando è passato al carcere di Parma? Sennò non capisco su che cosa dovrei esprimere il parere, perché ipotizzo che colloqui ne facesse, non so in che numero, con quale modalità. E allora avrei bisogno, per poterlo poi esprimere un parere...
PRESIDENTE: Giustissimo. Allora, se possiamo ascoltare ancora da Parma.
IMPUTATO Bagarella: Sì, signor Presidente. Io sono a posto per i colloqui. A Palermo facevo i colloqui normali, qua mi hanno chiesto la sua autorizzazione. Questo, tutto è questo.
PRESIDENTE: Ma sinora quanti colloqui mensili ha con i suoi familiari e chi sono questi suoi familiari?
IMPUTATO Bagarella: I miei familiari sono iscritti qua alla Matricola, non è che è il problema dei familiari. É il problema che mi hanno chiesto la sua autorizzazione. Anche per altre... in altre Corti di Assise pure mi stanno chiedendo qua, però, qua a Parma, perché a Palermo ero a posto.
PRESIDENTE: Sì. Quanti colloqui mensili lei svolgeva a Palermo?
IMPUTATO Bagarella: Uno, per ora.
PRESIDENTE: Uno al mese.
IMPUTATO Bagarella: Uno.
PRESIDENTE: E la durata di questi colloqui?
IMPUTATO Bagarella: Uno al mese, uno al mese.
PRESIDENTE: La durata: un'ora, due ore?
IMPUTATO Bagarella: Un colloquio al mese. Un'ora
PRESIDENTE: Per quanto... Un'ora al mese, con i suoi familiari.
IMPUTATO Bagarella: Sì.
PRESIDENTE: Quelli che sono indicati presso l'Ufficio Matricola.
IMPUTATO Bagarella: Sì.
PRESIDENTE: É esatto? Il Pubblico Ministero ha bisogno di ulteriori chiarimenti?
PUBBLICO MINISTERO: No, Presidente. Anzi, esprimo senz'altro il parere che sia accolta l'istanza dell'imputato e che, essendo oltretutto le modalità - durate e il numero dei colloqui - stabiliti con il provvedimento che applica il disposto dell'articolo 41-bis, che la Corte emetta - forse è sufficiente il provvedimento presidenziale - emetta un provvedimento di nullaosta ai colloqui con i familiari, nei termini nei quali il diritto al colloquio è stabilito con il provvedimento ministeriale. Ore, numero di colloqui e quant'altro, appunto, non fanno capo all'ufficio giudiziario dal quale dipende il detenuto, in questi casi, ma fanno capo all'autorità amministrativa.
PRESIDENTE: Durante la sospensione dell'udienza che ci sarà la Corte provvederà.
PUBBLICO MINISTERO: In una delle passate udienze mi pare di aver fatto la precisazione, che comunque ripeto oggi, che questa specie di percorso di avvicinamento ai fatti di strage - quindi proprio al momento concretamente organizzativo ed esecutivo dei fatti di strage - ha un punto di arrivo, o termine finale che dir si voglia, costituito da una data: esattamente identificata il 1 aprile del 1993.
Quindi, l'esposizione che io mi accingo a fare, e vorrei proprio poterla concludere nel pomeriggio di oggi, anche se purtroppo l'udienza è cominciata un po' più tardi, vorrebbe coprire la ricostruzione degli avvenimenti fino alla data del 1 aprile del '93; dovendo anche sfondare, rispetto a questa data, ma per ragione di esposizione, per ragioni quindi di logica interna all'esposizione come mi proverò di dimostrare.
Il 1 aprile del '93 è il giorno in cui inizia la condizione di latitante di Vincenzo Sinacori. Inizia la condizione di latitanza di Vincenzo Sinacori quel certo giorno in cui viene compiuta un'operazione di Polizia nel Trapanese, della quale Vincenzo Sinacori ha notizia dalla televisione; notizia che Sinacori accompagna con una sua telefonata presso la propria abitazione, così da avere conferma che effettivamente la Polizia sta procedendo a degli arresti nella zona del Trapanese.
Tra le persone arrestate il 1 aprile del '93 nel Trapanese c'è Patti Antonio.
Tanto perché loro possano, così, avere non uno ma tre riscontri sulla stessa circostanza.
Come loro ricordano, Sinacori ha riferito di avere avuto notizia di questa operazione di Polizia il giorno stesso, appunto, in cui questa operazione veniva svolta, non a Trapani, bensì a Palermo. E più esattamente in una sala attrezzata con televisore - in una stanza, è più esatto dir così, attrezzata con un televisore - posta al piano superiore di una certa villetta, nella quale stavano in riunione, si può dire sedevano in riunione, persone che nella vicenda delle stragi poi assumono una collocazione di primo piano. E cioè: Matteo Messina Denaro, Giuseppe Graviano, Leoluca Bagarella.
Loro ricorderanno, ancora, che a questo incontro Sinacori non partecipa, nel senso che non si svolgono in sua presenza le conversazioni tra Messina Denaro, Giuseppe Graviano e Leoluca Bagarella; giunge, sostanzialmente, in qualità di accompagnatore di Messina Denaro, così come Giuseppe Graviano giunge accompagnato da Fifetto Cannella, così come Bagarella giunge accompagnato dal genero di Peppino Farinella - il capo della famiglia mafiosa delle Madonie - cioè Tony Maranto.
Questa è la data a partire dalla quale... Per essere più puntuali: questa è la riunione per effetto della quale cessa il dibattito intorno al disegno criminoso stragista e inizia la fase preesecutiva del disegno criminoso di strage.
La risposta, ed anzi, la spiegazione più importante di questa affermazione la fornirò più avanti. Invito, però, subito a considerare come questa data si coordini - in parte questa situazione l'ho già illustrata ieri, ma solo in parte - si coordini perfettamente con le iniziative, quelle che sono sicuramente organiche alla campagna stragista, che sono tutte successive a questa data. Da quelle più specifiche, cioè a dire la richiesta formulata da Calabrò a Vincenzo Ferro, a quelle aspecifiche, come il famoso trasporto di hashish che viene compiuto da Carra e da Scarano congiuntamente, da Palermo a Roma, e che è una vicenda che intanto stabilisce il primo punto di contatto tra due soggetti centrali, e alla fine anche omogenei come condizione processuale in questo processo, cioè a dire Carra e Scarano.
Questo è il punto di arrivo.
Noi abbiamo ieri assunto, con una certezza in termini di cronologie molto inferiore, come punto di partenza una data o un'epoca abbastanza ravvicinata alla fine dell'anno 1992, quella cioè nella quale, deducendosi il fatto oggettivamente anche dalla cosiddetta trattativa del "papello", viene assunta la decisione, dal vertice di Cosa Nostra, di compiere una nuova azione di strage, questa volta per l'uccisione di un magistrato.
Siamo intorno all'ottobre-novembre del 1992 e io penso che, se il punto di riferimento - questa volta sicuro in termini di data - è il 18 ottobre del 1992, e cioè il giorno in cui si svolge l'ultimo incontro tra il colonnello Mori e Ciancimino, questa deliberazione di un nuovo fatto di strage è una deliberazione che possiamo collocare tranquillamente a valle del 18 ottobre del 1992.
Sappiamo anche che quella deliberazione ebbe una parziale attività di tipo esecutivo. Vuol dire che con questo arriviamo intorno al novembre del 1992. Bene, il periodo che noi dobbiamo cercare di ricostruire è quello che ci porta dal novembre del 1992 all'aprile del 1993.
Sostanzialmente noi di questo periodo dobbiamo verificare questi aspetti.
Primo: se vi è stata una continuità, una continuità nella opzione criminale forte, quindi nel disegno criminoso stragista; continuità anche, e nonostante che il 15 gennaio del 1993 sia stato arrestato Salvatore Riina e con lui Giuseppe Biondino... Salvatore Biondino, chiedo scusa, se questa continuità sia stata non solo nelle enunciazioni programmatiche, ma sia stata anche una continuità nelle iniziative.
Se - questo è il secondo aspetto - questa continuità sia avvenuta, si sia verificata, si sia concretizzata come tale, cioè come continuità, anche con riferimento a persone delle quali fino ad ora non abbiamo mai parlato e delle quali invece bisognerà oggi cominciare a parlare, perché sono persone - si tratta in particolare di una persona che la Corte deve giudicare: Bernardo Provenzano - se, a prescindere da una continuità nelle enunciazioni e nelle iniziative, all'interno di Cosa Nostra si sia verificato un qualche processo di definizione di equilibri, di suddivisione di identificazione di schieramenti, tra loro diversamente orientati in ordine al disegno criminoso.
Se, come aspetto specifico di quest'ultimo tema, visto che il problema riguarda una persona che la Corte deve giudicare - Brusca - se vi sia stata una qualche discontinuità, o meno, nel rapporto tra Brusca e il disegno criminoso stragista.
Questo è il programma di esposizione e anche il tema di dimostrazione, nel senso che ciascuno di questi aspetti porterà a risposte positive, una volta che si sia applicato un certo metodo di approfondimento, di richiamo delle fonti e quindi di approfondimento.
Positiva la risposta al fatto che vi è una continuità del disegno criminoso stragista, sia nelle enunciazioni - quindi nel programma deliberato - sia nelle attività concretamente attuate: che vi è stata continuità - a me veniva un'espressione un po' letteraria, nel buttar giù questi appunti - vi è una continuità nel nome anche di Bernardo Provenzano.
Risposta positiva ancora al fatto che all'interno di Cosa Nostra si sono effettivamente sviluppate delle dinamiche che hanno portato a delle identificazioni e quindi anche a delle differenziazioni di atteggiamento, di orientamento, in ordine al disegno criminoso stragista; distinzioni che hanno riguardato - sia pur per ragioni non di adesione al disegno criminoso, bensì per ragioni contingenti e, tutto sommato, indifferenti rispetto al problema della responsabilità penale personale - anche relativamente alla persona di Giovanni Brusca.
Per dare dimostrazione, o perlomeno per proporre quella che ci pare essere una conveniente dimostrazione di quanto ho detto finora, io attingerò a varie fonti di prova, che ovviamente sono le stesse fonti di prova, è lo stesso materiale di prova che si è formata davanti alla Corte.
Principalmente attingerò, quindi, a prove di tipo dichiarativo. Attingerò alle dichiarazioni di Sinacori; attingerò alle dichiarazioni di La Barbera; attingerò alle dichiarazioni di Giuseppe Ferro; attingerò alle dichiarazioni di Di Maggio; a quelle di Calogero Ganci; a quelle di Salvatore Cancemi; a quelle di Tullio Cannella; a quelle di Antonio Calvaruso; ancora, e per chiudere, alle dichiarazioni di Giovanni Brusca.
Vorrei che la Corte non si impressionasse davanti a tutta questa lista di soggetti dichiaranti. Se, d'altra parte questo aspetto della vicenda e quindi questo aspetto del processo, che è obiettivamente difficile anche per i temi che tocca - e di questa difficoltà penso che la semplice enunciazione del programma di dimostrazione dimostri che si tratta tutto sommato di un argomento abbastanza articolato e complesso - è ovvio che io abbia cercato, noi abbiamo cercato, di aggregare, di richiamare, tutte le fonti di prova utili su questa parte della vicenda.
E probabilmente, il fatto che la ricostruzione si presenta in qualche nodo complessa è dovuta anche al fatto della molteplicità delle fonti di prova sulla stessa vicenda.
Come sempre succede, quando un determinato avvenimento viene raccontato da più soggetti, tanto più aumenta il numero dei soggetti, tanto più aumentano le sfumature, le diversità, tra il racconto dell'uno e il racconto dell'altro.
Il Giudice, per sua natura, sanziona con un giudizio le diversità; le sanziona deducendone le conseguenze in punto di attendibilità, di inattendibilità.
Siamo nella stessa logica, nella stessa metafora della sfera della quale mi pare di aver parlato nella prima o nella seconda udienza.
Tante più sono le cose che non si conoscono, tanto più le domande che bisogna porsi; tanto più sono i soggetti dichiaranti in ordine ad una situazione, tanto più sono gli interrogativi ai quali bisognerà dare risposta.
É comunque sempre un successo di un processo, un successo di una istruttoria dibattimentale, quello di dare, a chi deve giudicare, la disponibilità del materiale di prova più ampio possibile.
Come se non bastasse - e mi pare che già dall'impostazione del discorso questo lo si capisca bene, a me ha dato questa sensazione mentre organizzavo questa parte della requisitoria - come se non bastasse, noi dobbiamo cercare di ricostruire questi cinque mesi di storia, non dell'intera Cosa Nostra, ma la storia delle persone di Cosa Nostra che ci interessano per la sentenza che la Corte dovrà pronunziare, essendo questa una storia non di fatti: essendo, sostanzialmente, questa, una storia di parole, parole e decisioni.
É molto più facile ricostruire un avvenimento che si possa toccare con le mani, un avvenimento che abbia lasciato tracce sensibili.
É facile controllare se dice o meno il vero Geraci quando racconta di aver preso la macchina a noleggio.
É facile verificare se un fatto è andato in un modo, piuttosto che in un altro, quando si può andare sul posto dove il fatto è successo, vedere in realtà se è successo in un modo, o è successo in un altro.
Quando si tratta, come impone questa situazione, di fatti sostanzialmente immateriali l'indagine è sicuramente più difficile; ciò non pertanto occorre che il Pubblico Ministero affronti questi fatti pressoché materiali e li sottoponga nella sua proposta di lettura al Giudice, così come non potrà la Corte non affrontare, a sua volta, la immaterialità di questi fatti.
Quando si tratta di verificare, ed è il caso specifico dell'imputato Bernardo Provenzano, oltretutto latitante, il suo titolo di responsabilità penale in ordine ai fatti di strage; titolo che, secondo la dottrina e secondo soprattutto il Codice, è un titolo di responsabilità a carattere morale, è una partecipazione psichica in qualità di istigatore - per semplificare al massimo la formula giuridica - bisogna provare ad avventurarsi nel personaggio Provenzano, nelle cose di cui era a conoscenza, nelle decisioni che prese, nelle opinioni che manifestò.
Non è solo, quindi, perché al Pubblico Ministero, che è un po' affetto da questa mania della completezza, parrebbe improprio lasciare cinque mesi di storia di Cosa Nostra, per la parte che ci riguarda, non ricostruiti; ma perché è da una ricostruzione corretta di quello che... e comunque completa, e comunque completa di quello che è avvenuto in questi cinque mesi, che loro dovranno risolvere, fondamentalmente, il quesito della responsabilità dell'imputato latitante Bernardo Provenzano.
Io farò questa illustrazione secondo, non ne ho trovati di meglio, secondo il modello della stratificazione.
Cioè, prenderò in esame queste fonti di prova, queste dichiarazioni, e cercherò di estrarre dalle dichiarazioni di Sinacori e poi da quelle di La Barbera e poi da quelle di Cancemi, i passaggi che, a parere nostro, sono coerenti con ciascuno dei tre aspetti principali, più i due aspetti secondari, che ho messo nell'impostazione del problema. Mi sembra sia anche il modo più distaccato, più obiettivo. Una, quindi, una rilettura di queste carte del processo non finalistica, ma una lettura neutra, distaccata.
Dovrò, ovviamente, tirare alcune conclusioni, strada facendo; dovrò collegare un elemento della stratificazione ad un altro. Però spero di riuscire, proprio, a trasferire alla Corte, nella loro neutralità, questi contributi di prova più o meno significativi individualmente considerati, ma forse sufficientemente significativi considerati nella loro globalità.
Loro sanno perfettamente qual è la collocazione nell'ambito di Cosa Nostra, qual è stata la collocazione nell'ambito di Cosa Nostra di Sinacori Vincenzo, ma in particolare sanno che Sinacori Vincenzo è persona che ha avuto un rapporto di stabile comunicazione reciproca con Messina Denaro.
E non semplicemente perché lo afferma Sinacori, perché lo affermano tutti coloro che con Sinacori hanno avuto rapporti, fino a quando è, per ciascuno di questi, cessato lo stato di latitanza, o è cessato lo stato di libertà per diventare immediatamente stato di carcerazione.
A quest'ultima categoria appartiene Vincenzo Ferro; mentre invece sono stati latitanti a lungo Giovanni Brusca; non è stato latitante, ma è quasi che lo fosse, per la sua particolarissima soggettività, Giuseppe Ferro.
Queste sono persone tutte arrestate prima che Vincenzo Sinacori fosse a sua volta arrestato. Sono persone che hanno avuto contatti con Vincenzo Sinacori e con Messina Denaro, fino a quando, ciascuna di loro, non è stata arrestata. E quindi Vincenzo Ferro nel febbraio del '96, Brusca nel giugno del... nel maggio del '96, Giuseppe Ferro nel gennaio del '95.
Dalle dichiarazioni di tutte queste persone loro hanno la dimostrazione come anche nello stato di latitanza, Sinacori e Messina Denaro abbiano, siano riusciti a mantenere una loro continuità di rapporto, una loro continuità di comunicazione. Che è il risultato naturale, non solo di una collocazione non paritetica, ma abbastanza analoga all'interno di Cosa Nostra, ma è anche il risultato di una pratica criminale condotta congiuntamente da Messina Denaro e da Sinacori, anche nei fatti dei quali in questo processo si è parlato.
Abbiamo saputo non solo che quell'episodio romano li ha visti protagonisti entrambi; abbiamo saputo che hanno partecipato assieme a fatti criminali particolarmente gravi nell'anno 1992. Abbiamo saputo, a riprova non tanto del fatto che hanno commesso molti reati insieme, abbiamo saputo, ad esempio, nel processo, su un fatto relativamente marginale rispetto agli episodi di strage, come la loro partecipazione comune fosse un fatto abituale quando si trattava di situazioni o di avvenimenti di un certo rilievo.
Mi limito a citare - poi ci ritorneremo in un altro momento - mi limito a citare un certo incontro che si svolgerà nel 1993 avanzato, nel residence, o nel villaggio turistico di Campofelice di Roccella, quello nel quale convengono Giuseppe Graviano, Messina Denaro, Bagarella; quello nel quale ciascuno di queste persone è accompagnato, o gode della presenza di altri. É presente Vittorio... è presente Nino Mangano, è presente Gioacchino Calabrò; Ferro si sposta con il figlio, Ferro Giuseppe, perché è presente anche lui.
Bene. Anche questa situazione particolare, particolare nel fatto della sua... nel fatto di poterla isolare bene nel corso degli avvenimenti, ma anche particolare perché le persone che si riuniscono in quella occasione sono tutte le persone di maggior rilievo nella storia della campagna delle stragi, bene, anche in quella occasione - tanto per non sbagliare, si direbbe - Messina Denaro si presenta accompagnato da Vincenzo Sinacori.
Ecco, fatta questa premessa su questi rapporti, tali per cui Sinacori ha affermato - ma a me non interessa aderire acriticamente a questa affermazione di Sinacori - che in tanti anni di frequentazione Messina Denaro non gli ha mai raccontato una bugia - questo è quello che ha detto in aula - ecco, alla luce di questa premessa, prendiamo in esame alcune dichiarazioni di Sinacori.
Dopo l'arresto di Riina, a Palermo si verifica una particolare situazione, tale per cui vi è chi è fermamente intenzionato a proseguire con l'azione di strage e chi, invece, è in un atteggiamento di attesa.
Si tratta, secondo quello che Messina Denaro partecipa a Sinacori, di una contesa tra chi vuole andare avanti per l'onore dei Corleonesi, portando quindi avanti il disegno di iniziativa che è già stato di Riina; c'è chi, invece, sta guardando criticamente a questa intenzione.
Sempre da Sinacori. E qui ci spostiamo già verso la fine di questo arco di tempo, nell'ambito del quale io sto cercando di collocare tutti questi dati; e, ripeto, è una collocazione per stratificazione.
Verso la fine di questo periodo di tempo, ed anzi, proprio dopo che c'è stata la riunione del 1 aprile del 1993, Messina Denaro, in questo... facendo una sorta di sintesi - è quella che Sinacori ha fatto in aula - del problema di ordine generale e del modo con il quale lo si va a risolvere, mette al corrente Sinacori che questo e non altro è il problema: 'lo Stato sta massacrando Cosa Nostra, tra legge sui collaboratori, tra Pianosa, Asinara e 41-bis. Solo con le bombe si può ottenere qualcosa'.
Vi ho detto che su questa continuità del disegno criminoso, da cercarsi sia nelle enunciazioni sia nelle iniziative, Sinacori ci fornisce delle indicazioni che servono anche per risolvere gli altri aspetti del problema. E cioè se questa è una continuità, come ho detto prima un po' letterariamente, nel segno di Bernardo Provenzano; e le dichiarazioni a questo proposito rese da Sinacori sono queste.
Intanto, alla riunione del 1 aprile del '93, avrebbe dovuto essere presente, doveva essere presente anche Bernardo Provenzano. Primo.
Secondo passaggio delle dichiarazioni di Sinacori: vi è stato un momento in cui, dopo che si è deliberato di colpire il patrimonio artistico, il problema è stato quello se colpirlo anche in Sicilia, tanto che fu considerata la possibilità di compiere un'azione criminale in danno del Tempio di Selinunte.
Ha affermato Sinacori, perché in questi termini ne è stato messo al corrente da Messina Denaro, che si è pervenuti ad una decisione - quella che poi è stata messa in attuazione - in quanto vi è stato un incontro, o vi sono stati più incontri, comunque si sono incontrati Bagarella e Provenzano, e la conclusione è stata che, con l'avallo di Provenzano, poteva esser dato corso ad una campagna stragista che aveva come punto di riferimento il patrimonio culturale dello Stato, purché, e a condizione, questa campagna stragista venisse eseguita fuori dalla Sicilia.
Detto in termini più semplici, Provenzano aderì all'intenzione di portare avanti il disegno criminoso stragista attaccando il patrimonio artistico dello Stato, ponendo come condizione quella che questo disegno criminoso fosse praticato fuori dal territorio della Sicilia.
É abbastanza semplice dire che, se la dichiarazione di Sinacori non è una dichiarazione affetta da falsità, nel senso che se è vero che Sinacori ha ricevuto questa confidenza da Messina Denaro in epoca precedente l'avvio della campagna di strage - così ha riferito Sinacori - i fatti, per come sono avvenuti, comprovano che le decisioni sono state proprio prese in coerenza, in assoluta coerenza con questa condizione posta da Provenzano: e cioè che le stragi venissero, sì, fatte, ma fuori dai confini siciliani.
Loro ricorderanno sicuramente che questo accenno al Tempio di Selinunte non compare solamente nelle dichiarazioni di Sinacori. Anche Brusca ha parlato in aula di una ipotesi di azione distruttiva nei confronti del Tempio di Selinunte e ha spiegato, in termini sostanzialmente analoghi a quelli di Sinacori, mi pare, che, anche in relazione al Tempio di Selinunte, come in relazione ad altri possibili obiettivi di una offensiva criminale, il problema era che compiere queste azioni in territori controllati dalle famiglie di Cosa Nostra voleva dire che queste azioni avrebbero comportato un prezzo forte da pagare, in termini anche di persecuzione giudiziaria, per quelle famiglie nei cui territori queste azioni criminali fossero compiute.
In altri termini, e la prospettazione di Brusca supera quella di Provenzano ma anche ce la rende più comprensibile: azioni criminali in genere, da compiersi in territorio siciliano, in danno di persone o in danno anche di cose scontano in via generale una pregiudiziale e cioè che occorre il consenso dell'uomo di mafia, capofamiglia, o più esattamente capomandamento, che avendo responsabilità di quel territorio, avendo la responsabilità anche della sicurezza degli uomini di Cosa Nostra in quel territorio, può calcolare e, solo dopo aver valutato, deliberare che si compia quella certa azione criminale nel suo territorio.
É un singolare, per noi, è un singolare concetto; è una singolare rappresentazione del principio di sovranità; è sicuramente una regola di sovranità più che limitata, ma è una regola di sovranità relativa della quale in Cosa Nostra si tiene e si è sempre tenuto conto.
Io non posso mettermi qui a citare tutte le dichiarazioni dei collaboratori di Giustizia, cioè delle persone esaminate, le quali, chi per una ragione chi per un'altra, hanno affermato l'esistenza della regola della sovranità limitata, ma sempre sovranità, sul territorio da parte dell'uomo di mafia più importante nel territorio.
Che sia entrata quindi in gioco la variabile costituita dalla regola della sovranità, o che sia entrata in gioco, accanto a questa regola, un'altra qualche regola o un altro qualche criterio di valutazione, questo non toglie che l'affermazione di Sinacori sul punto che un progetto criminale di distruzione o di danno grave al Tempio di Selinunte, formatosi, definitosi ancor prima dell'arresto di Riina, è stato sottoposto alla valutazione, alla considerazione, in qualche modo alla autorizzazione di Bernardo Provenzano, autorizzazione che è stata data, condizionandola però ad un mutamento dei termini geografici di realizzazione del disegno criminoso: si facciano pure le stragi, ma non le si facciano in Sicilia. Si attentino pure, si attenti pure al patrimonio artistico, ma non si compiano azioni di questo tipo in Sicilia.
Ancora da Sinacori - e questa è una dichiarazione che riguarda un altro degli aspetti del problema - noi apprendiamo che tra Bagarella e Brusca, nelle fasi che precedono, ma non di molto, la messa in esecuzione del disegno criminoso, in un primo tempo vi era consenso. Senonché - queste sono le dichiarazioni di Sinacori - ad un momento si verificò una frattura tra Brusca e Bagarella; si rafforzò, viceversa, l'asse Bagarella-Graviano; ciò comportò che furono utilizzati per l'esecuzione del disegno criminoso quelli che Sinacori chiama "i ragazzi di Brancaccio", "i ragazzi di Graviano". Ciò comportò - e questa era la ragione vera del distacco tra Bagarella e Brusca - è sempre Sinacori che riferisce quanto gli ha confidato Messina Denaro - ciò comportò che Brusca venisse gratificato della qualifica di "miserabile", perché non intendeva portare avanti la strategia, l'unica che poteva garantire l'onore incorrotto e irreversibile dei Corleonesi e, viceversa, si era allineato sulle posizioni possibiliste, per non dire contrarie, di Ganci, di Cancemi e di Michelangelo La Barbera.
Mi pare di aver messo, mi pare di aver messo, quindi, in chiaro quali contributi dalle dichiarazioni di Sinacori ci vengono, per capire se vi è stata una continuità nell'individuazione di un disegno criminoso stragista, anche a valle dell'arresto di Salvatore Riina.
E la prima risposta fornita da Cancemi... chiedo scusa, da Sinacori, è nel senso che: anzi, l'adesione, la fedeltà si potrebbe dire, al disegno criminoso di Riina era considerata la condizione perché non si considerasse tramontato l'onore dei Corleonesi.
Ho messo in evidenza, ho cercato perlomeno di farlo, che questa situazione si sviluppa non a prescindere dalla persona di Bernardo Provenzano, ma si sviluppa in funzione anche della persona di Bernardo Provenzano, tanto che è solo per effetto di un incontro che c'è stato tra Bernardo Provenzano e Bagarella che si definirà anche geograficamente il disegno criminoso stragista, ponendo un limite a questo disegno criminoso: limite costituito dai confini siciliani.
Posizione - questa di Provenzano - rispetto al disegno stragista, rafforzata da un dato che potrebbe apparentemente esser fuorviante: il fatto che Provenzano dovesse essere presente all'incontro del 1 aprile del '93, ma non si sia presentato a quell'incontro.
Signori della Corte, il 1 aprile del '93 è data così ravvicinata alla fase di preparazione della campagna stragista che, a quel punto, le posizioni sono già definite. Come dire che, se il 1 aprile del '93, alla data del 1 aprile del '93, fosse stata ancora - mi si perdoni questa espressione - in alto mare una qualche decisione sul fatto di portare o meno avanti il disegno criminoso stragista, è certo che la presenza di Provenzano avrebbe avuto un significato, ma forse non ci sarebbe stata solamente la riunione con Provenzano, ci sarebbero state delle riunioni, ancora, a ranghi più o meno completi, con gli altri capimandamento: gli stessi Ganci, gli stessi Cancemi, gli stessi Michelangelo La Barbera.
Parlo di questi, perché sono i capimandamento attivi e importanti a Palermo.
Invece, guardino, alla data del 1 aprile del '93, ciò che doveva essere deciso, almeno le questioni delle quali ci si doveva liberare sono già state definite e risolte. Alla riunione del 1 aprile del '93 partecipano, o devono partecipare, solamente i soggetti che consentono sull'attuazione del disegno criminoso stragista.
La riprova di questa affermazione è molto semplice.
Alla data del 1 aprile del '93 Brusca è già stato messo fuori gioco. Brusca è il "miserabile" che nemmeno è convocato per partecipare a questa riunione. Brusca fa parte dello schieramento dei miserabili, alla data del 1 aprile del '93. Brusca è miserabile, a questa data, al pari di Salvatore Cancemi, di Michelangelo La Barbera, di Raffaele Ganci.
Questo non lo dico io, questo lo dice Sinacori, che a questa data è già edotto del fatto che Brusca è tra i miserabili, è tra coloro che si sono vigliaccamente tirati indietro.
A questa data gli incontri, l'incontro, quello con il quale si vara la decisione finale di passare all'azione - e abbiamo visto che all'azione, in effetti, si passerà di lì a poche settimane - questa è la data alla quale alla riunione partecipano solamente quelli che consentono, che concordano.
Cosa riferisce Sinacori di aver saputo da Messina Denaro a riunione compiuta? La decisione è stata presa, si passa all'azione.
C'è un solo passaggio da mettere a punto: Provenzano non si è visto e quindi occorre rimettere a Provenzano l'ordine del giorno della discussione perché lo ratifichi.
Provenzano non è una variabile indipendente della decisione, sennò, primo: non ci sarebbe stato necessità di convocarlo; secondo: non ci sarebbe stato necessità per Messina Denaro di rappresentare a Sinacori che la decisione era già stata presa, ma occorreva la controfirma di Provenzano. Si sarebbe semplicemente detto: Provenzano non si è fatto vedere e quindi andiamo avanti da soli. Punto.
La centralità di Provenzano è attestata già sulla base di questi elementi, e molti altri io credo ne potrò rappresentare: dal fatto che Bagarella è con Provenzano che va ad incontrarsi per avere da lui il via libera espresso con quei limiti di cui dicevo poco fa; dal fatto che la riunione del 1 aprile, quando già si è stabilito chi sono i miserabili del momento, si fa, ma la si intende fare con la presenza di Provenzano; dal fatto che, ancorché in quella decisione una deliberazione venga adottata, la deliberazione per essere esecutiva richieda l'avallo definitivo di Provenzano.
Mi sembra un po' una pratica di tipo amministrativo. Dicevo mi sembra un po' una pratica di tipo amministrativo, come quello che ha fatto una domanda ad un ufficio pubblico, aspetta un documento, qualcuno gli chiede: 'ma quel documento?' Dice: 'sì, guarda è sul tavolo dell'assessore deve essere firmato'. Dice: 'ma non...'. Dice: 'no, occorre la firma dell'assessore'. 'Ma, ma...' 'Bisogna che la firmi. Deve essere l'assessore a firmarlo'.
E va be', quando uno poi il documento ce l'ha nelle mani, vuol dire che l'assessore ha firmato, Signori Giudici, come nel nostro caso: vuol dire che Bernardo Provenzano ha ratificato. Perché la domanda era intestata - rimango nella metafora burocratica - la domanda era intestata fin dall'inizio a Bernardo Provenzano, 'all'illustrissimo signor Bernardo Provenzano, luogo di sua latitanza sconosciuto', a mano, in forma riservata.
La domanda era indirizzata a Bernardo Provenzano. La domanda è stata sostenuta oralmente in contraddittorio con Bernardo Provenzano, al momento della decisione definitiva. La presenza di Bernardo Provenzano era considerata così necessaria, che l'ordine del giorno, la convocazione, comportava che al primo posto dell'elenco dei convenuti vi fosse Bernardo Provenzano.
Ciò che poi è avvenuto è esattamente in linea con tutta l'impostazione della procedura, tutta l'impostazione burocratica della pratica.
Può darsi che queste ultime parole che io ho pronunziato abbiano un po' avvilito questo discorso. Non vorrei che si pensasse che io l'ho avvilito per banalizzarlo, perché se questi soli fossero gli argomenti per affrontare il problema, tutto avrei cercato di fare fuorché banalizzarli.
Il fatto, mi pare, si presenta in maniera diversa per la semplicissima ragione che non solamente da Vincenzo Sinacori che parla perché è la persona della quale Messina Denaro si fida di più e con la quale Messina Denaro si confida di più e più spesso e più in profondità; la situazione resta tale e quale se la si scandaglia, se si sperimenta su questa situazione anche il materiale di prova che ha provenienza tutta diversa da quella di Sinacori.
Gino La Barbera, Gioacchino La Barbera, quello che, come anticipavo ieri, ha spiegato a modo suo la continuità del disegno criminoso fino alla data del suo arresto, 23 marzo del '93, due mesi dopo l'arresto di Riina, dicendo che fino a quella data i temi di cui si discutevano le azioni criminali, che erano all'ordine del giorno, eran le stesse dell'anno prima - i programmi erano tanti, ma erano anche sempre gli stessi - dal progetto di compiere, perché non era mai stato abbandonato, quella certa azione criminale contro il magistrato Piero Grasso ad altri... La Barbera ha vissuto la sua esperienza criminale soprattutto in continuità con Brusca - e quindi nelle dichiarazioni de La Barbera si trovano molte delle indicazioni che provengono da Brusca: loro ritrovano le siringhe sulle spiagge, ritrovano la Torre di Pisa, in una versione che sul momento non mi interessa richiamare - la continuità rappresentata dal fatto che si trattava sempre di trovare il modo per "ammorbidire" lo Stato. La dicitura giusta è: "gli facciamo vedere chi comanda qua, in Italia". Questa è la parola d'ordine che precede e succede l'arresto di Riina. Non è cambiato niente.
Ecco, da La Barbera che ci dà la sua rappresentazione di questa continuità del programma criminoso, apprendiamo una circostanza, un dettaglio che è in linea con la continuità e la centralità nel nome dell'imputato latitante Provenzano Bernardo, al secolo "zu' Binu" (?).
É Gioacchino La Barbera quello che accompagna, dopo l'arresto di Riina - una quindicina, venti giorni dopo l'arresto di Riina - Leoluca Bagarella a Bagheria per incontrarsi con Provenzano.
Dopo che c'è stato l'incontro con Provenzano, Bagarella potrà dire: "le cose continueranno sempre per come era stato detto prima".
Dopo essersi incontrato con Provenzano, Bagarella è soddisfatto. Bagarella ha ottenuto una ratifica, perché è ciò che andava a cercare da Provenzano - leggano queste dichiarazioni di La Barbera - ed è forte di questa ratifica che si presenta a Brusca, con il quale si incontra quasi senza soluzione di continuità rispetto all'incontro con Provenzano. Incontrandosi con Brusca, Bagarella è esplicito sul fatto che "il paesano" - sta parlando del suo paesano - "il paesano è d'accordo".
E con questa citazione di questa dichiarazione di La Barbera, come loro vedono, io mi sono trovato ad introdurre un elemento utile per chiarire sia il problema, sia l'aspetto costituito dalla continuità intitolata Provenzano, sia l'aspetto del rapporto che intercorre tra chi, poi, della campagna di strage sono i protagonisti: Brusca e Bagarella.
Possiamo dire che fino a questa data, siamo agli inizi del febbraio, agli ultimi del gennaio del '93, Brusca e Bagarella si muovono di pari passo; tanto che l'esito dell'incontro con Provenzano, Bagarella si affretta - non perché sia dovuto, ma perché gli pare utile far così, visto che hanno diviso iniziative anche durante tutto il semestre precedente, pressoché a carattere giornaliero - Bagarella si affretta a mettere al corrente Brusca dell'atteggiamento di Provenzano: "il paesano è d'accordo".
Presidente, un inciso su questo punto.
C'è un errore grave di trascrizione, nella trascrizione dell'esame di La Barbera, perché un "tuo" è diventato un "suo"; anzi un "suo" è diventato un "tuo".
PRESIDENTE: Era stato notato.
PUBBLICO MINISTERO: Eh, lo so. Io non so se la Corte, al termine, possa mai emettere un provvedimento - ci stavo pensando, ma in maniera un po' obnubilata - un provvedimento di correzione.
PRESIDENTE: Ma si desume da quello che viene immediatamente dopo.
PUBBLICO MINISTERO: Lo so che si desume, ma l'errore di trascrizione c'è.
PRESIDENTE: Certo.
PUBBLICO MINISTERO: Pacificamente c'è. Chi leggerà quegli atti dopo di noi, se non desume come io penso di poter desumere, potrebbe dubitare che la persona con la quale si era incontrato Bagarella fosse un paesano di Brusca.
"Il tuo paesano è d'accordo", Bagarella che parla con Brusca.
E allora si rimetterebbe in dubbio che Provenzano sia di Corleone e Brusca sia di San Giuseppe Jato e non si capirebbe più niente.
(voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Chiedo un attimo di sospendere, perché pare che stia arrivando una rinuncia di alcuni degli imputati.
PUBBLICO MINISTERO: Sì...
PRESIDENTE: Per evitare di...
PUBBLICO MINISTERO: Senz'altro, Presidente.
(voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Sì. Allora, sentiamo se ci sono imputati che chiedono di rinunciare al prosieguo di questa udienza e chi sono.
SOVRINTEND. Miele: Signor Presidente, è Spoleto.
Gli imputati Benigno e Pizzo e Cannella chiedono di rinunciare al proseguimento di missione...
PRESIDENTE: La Corte prende atto di questa rinuncia ed autorizza il loro allontanamento.
SOVRINTEND. Miele: E vi chiedo lo scollegamento, in quanto non vi sono più imputati presenti in aula.
PRESIDENTE: É autorizzata anche la cessazione del collegamento con quell'auletta.
SOVRINTEND. Miele: Buonasera.
PRESIDENTE: Buonasera.
Allora, il Pubblico Ministero può riprendere.
Per riprendere un attimo quel discorso, eventualmente, se ce ne fosse bisogno, la motivazione della sentenza potrebbe, se ce ne fosse bisogno e se effettivamente la Corte si convincesse dell'errore, dare atto.
PUBBLICO MINISTERO: Io comunque approfittavo del momento pubblico, ufficiale, per rilevare quello che secondo me è un errore di trascrizione. Questo già mi bastava: ecco, che restasse traccia nel processo che una qualsiasi delle parti, in questo caso il Pubblico Ministero, aveva rilevato un errore di trascrizione.
Detto questo, e soffermandomi sul fatto che delle dichiarazioni di La Barbera si sta parlando, mi pare che l'ultimo contributo conoscitivo che io ho richiamato investa due aspetti del problema, come si diceva un attimo fa.
Può essere che si considerino contributi conoscitivi che investono un po' troppo alla lontana il problema della responsabilità di Provenzano, perché il dubbio potrebbe più o meno formularsi in questi termini, io provo a pormelo: altro è essere stati interpellati, altro è essere stati messi al corrente, altro è avere aderito, e aderire è qualcosa che si può fare in mille modi diversi. Si può fare aderire rafforzando il disegno criminoso altrui, si può aderire semplicemente aderendo in maniera che equivale ad un "mi sta bene".
Io prendo atto di un dubbio che mi sono formulato da me, per dire che se questa formulazione del dubbio è vera in assoluto, probabilmente è più vera in astratto che in concreto, nel nostro processo.
Il problema va visto da due parti, a mio parere. Perché a Provenzano si va a chiedere qualche cosa? O meglio, perché si va a rappresentare qualche cosa a Provenzano?
Perché Provenzano ha una qualche particolare legittimazione, o perché Provenzano è un quivis del popolo di Cosa Nostra?
Provenzano in che termini interloquisce, se interloquisce, su un argomento come quello dell'adozione di un disegno criminoso strategico di così ampia portata come quello che poi nei fatti è stato realizzato? A che titolo interloquisce? Interloquisce da un titolo estremamente qualificato, irripetibile.
Loro ricordano, vero? Cancemi, ad un certo punto, interpellato in maniera un po' grezza sulle persone di Riina e Provenzano, ha avuto questa uscita:
"Loro erano" - sta parlando di Riina e di Provenzano - "loro erano, sono, che sono ancora vivi tutti e due, loro sono i padroni della Sicilia. Quindi non c'era, diciamo, non c'era una differenza. Quello che aveva uno, aveva un altro; le possibilità che aveva uno, le aveva un altro, se le scambiavano, era lo stesso. Non c'era differenza che quello aveva una cosa e quello no. Sono due persone, ma dobbiamo pensare che è una persona."
Questo è un buon biglietto da visita, è una buona introduzione un po' colorita, in qualche misura tanto pittorica quanto inconcludente, però proviamo a vedere se questa che è una rappresentazione cartolinesca, può uscire dalla raffigurazione ed entrare in qualche dato di maggior concretezza, in una dimensione più accessibile, in una dimensione meglio praticabile.
La presenza di Provenzano non è mai stata una presenza accessoria, non è mai stata una presenza all'insegna dell'eventualità. É sempre stata una presenza all'insegna della necessità.
Provenzano era una specie di problema continuo per Riina. Riina doveva misurarsi di frequente, per non dire continuamente, con Provenzano. Sono le dichiarazioni di Di Maggio.
Riina mormorava di questo Provenzano che se lo trovava sempre tra i piedi. "Davanti ai piedi", ha detto Di Maggio. Io da fiorentino dico "tra i piedi".
Domanda il Pubblico Ministero:
"Cioè, era uno con il quale doveva fare continuamente i conti, Riina?"
"Sì." Risponde Di Maggio.
Questo è il problema di Riina, ma questo dà la cifra del problema Provenzano, se problema Provenzano è, è stato, per qualcuno prima e anche dopo Riina.
Buon conoscitore, per non dire ottimo conoscitore, di Provenzano è Calogero Ganci.
Ganci è, intanto, persona che Provenzano l'ha vista una, dieci e chissà quante altre volte personalmente, tanto da potersi permettere - Ganci Calogero, un ragazzo al cospetto di questi "mamma santissima" di Cosa Nostra -:
"Ho bisogno di sapere" - chiede il Pubblico Ministero - "i termini della sua conoscenza personale, diretta con Bernardo Provenzano."
Un attimo solo, Signori della Corte...
Non era questa la domanda con la quale era stato introdotto l'argomento con Ganci. La domanda non la ritrovo più, ma trovo la risposta.
"Io conosco Bernardo Provenzano anche da ragazzo, da circa venti anni che conosco Bernardo Provenzano."
Ecco, e allora la conoscenza personale di Bernardo Provenzano in che cosa si traduce, come conoscenza per le vicende, per le posizioni di potere all'interno di Cosa Nostra?
Ganci risponde citando situazioni di fatto che elenca in maniera brutale.
"Provenzano, dopo l'arresto di Riina, dopo qualche mese, voleva mettere una bomba per uccidere il dottor Grasso."
E allora noi scopriamo che quella che era stata una idea criminale adottata quando Riina era ancora latitante, è rimasta tale e quale nel programma criminoso di Provenzano dopo l'arresto di Riina.
"Avevano pure individuato chi era la persona che aveva condotto l'operazione prima dell'arresto di Riina."
Dietro questa affermazione c'è qualche cosa di cui poi Ganci parlerà più avanti, ma soprattutto di cui parlerà Cancemi: ed è il famoso ufficiale, il capitano Ultimo, quello che aveva arrestato Riina.
"E dicevano di fare altri atti, atti stragisti." Poi vedremo chi.
"Mio padre, anche La Barbera, il Cancemi" - altro grave errore di trascrizione, a questo punto - "stessi, certo no non lo dicevano, però erano di quelli meno... Non erano, diciamo, ecco, d'accordo a fare queste cose, diciamo cercare di calmarci un pochettino per i tempi migliori."
L'errore di trascrizione sta nel fatto che la punteggiatura ha snaturato totalmente il senso di questa affermazione di Ganci.
PRESIDENTE: Se bisognasse correggerli tutti, penso ci vorrebbe molto tempo.
PUBBLICO MINISTERO: No, qui è grave, Presidente, lo sa perché? Perché qui vi è una frase...
PRESIDENTE: Sì.
PUBBLICO MINISTERO: ...preceduta da un punto e che chiude con un punto, in cui si dice:
"Mio padre, anche La Barbera e Cancemi stessi." Fine. Poi inizia tutto un discorso: "Certo no non lo dicevano..." e non si capisce più di chi si parla.
PRESIDENTE: La punteggiatura rappresenta...
PUBBLICO MINISTERO: La Corte...
PRESIDENTE: ...un'interpretazione. La punteggiatura, in certi casi, diventa un'interpretazione opinabile di quello che è stato detto. Quindi bisogna tenere conto...
PUBBLICO MINISTERO: Ma siccome ben ricordo che Ganci con questa affermazione voleva dire che suo padre, La Barbera e Cancemi, anche se non se la sentivano di prendere ufficialmente posizione, erano quelli che non condividevano questa azione criminale forte di Provenzano.
A me un po', ecco, ha dato non dico fastidio, ma insomma, ha creato qualche problema, a me, rileggere la trascrizione, perché non riuscivo assolutamente a capire chi erano quelli d'accordo e quali erano quelli che non erano d'accordo.
Tutto qua. Nulla di più che questo.
Siccome prima mi ero preso la libertà di segnalare quell'aspetto di trascrizione, ho incontrato la sensibilità del Presidente, mi sono permesso di fare nuovamente appello alla sensibilità del Presidente e della Corte. Io lo debbo dire.
Il Pubblico Ministero riprende la parola:
"Ecco, capisco che ce n'erano degli altri che erano, per così dire, oltranzisti."
Risponde Ganci:
"Sì, il Provenzano, il Bagarella, il Brusca, i Graviano."
La conoscenza di Ganci di quello che è successo all'interno di Cosa Nostra, dopo l'arresto di Riina è una conoscenza che si esprime non per metafore; si esprime semplicemente con riferimento ai programmi criminali che gli uni volevano fare e che gli altri non condividevano.
E la semplificazione per Ganci è tale, per cui lo schieramento oltranzista è lo schieramento di Bagarella, di Graviano, di Provenzano e di Brusca.
Il Pubblico Ministero, poco più avanti, ritorna sull'argomento:
"Quindi, lei ha detto, c'era una serie di persone - mi pare che ha nominato Provenzano, Bagarella, Brusca e i Graviano - che erano, per così dire, più oltranzisti."
Ganci: "Esatto."
"Non so come dire, come sintetizzare quello che lei..."
Ganci: "Estremisti."
"Chiamiamoli così, estremisti. Usi lei l'espressione..."
"Eh?" Ganci ha perso il filo della domanda.
"Mentre quest'altra ala, chiamiamola moderata, da chi era rappresentata?"
"Mio padre, Michelangelo La Barbera, Cancemi."
"Quindi c'era questa divergenza."
"Sì."
Discorso geometrico, estremamente preciso.
"Parlo con cognizione di causa, perché all'epoca ero in libertà, perché questi fatti riguardano la famiglia nella quale, come uomo d'onore, c'ero anch'io assieme a mio padre. E so esattamente come stavano le cose.
Dopo l'arresto di Riina, i possibilisti, i moderati, i cauti: mio padre, capofamiglia e capomandamento de La Noce; Cancemi, reggente il mandamento di Porta Nuova; Michelangelo La Barbera, mandamento di Bocca di Falco."
"E gli altri chi sono?"
"Provenzano, Bagarella, Graviano, Brusca."
É in ragione di questa collocazione e, a posteriori, è in ragione di questa posizione concretamente assunta che Bagarella, allora, è andato a conferire con Provenzano? Che Bagarella, soddisfatto, aveva incassato il nullaosta, il consenso di Provenzano? In questi termini a me non sembra che ci sia più nulla di astratto, nulla di generico, nulla di vago nel fatto che un personaggio, che aveva conquistato una posizione di potere, comunque conquistata di fatto, nell'ambito di Cosa Nostra - Luca Bagarella - fosse andato per l'appunto da Provenzano e non da altri per...
Sì, i difensori potrebbero veramente abbassare il tono del bisbiglio, perché io veramente farei di meglio...
PRESIDENTE: Beh, sono stati... è stato...
PUBBLICO MINISTERO: É un quarto d'ora che lo sopporto.
PRESIDENTE: É stato già assicurato dai difensori, hanno preso atto della mia osservazione...
PUBBLICO MINISTERO: Sì, ma continuavano a bisbigliare, Presidente.
PRESIDENTE: Questo non l'avevo sentito.
PUBBLICO MINISTERO: Io, sì.
(segnale di scollegamento)
PRESIDENTE: Credo che sia avvenuto lo scollegamento. Sì.
(voce fuori microfono)
PUBBLICO MINISTERO: Io dicevo, è in ragione, è in relazione a quello che poi constata anche dal suo diverso punto di osservazione, punto di conoscenza, diverso rispetto a quello di La Barbera, rispetto a quello di Sinacori, Ganci Calogero.
Però intanto registro che sono tre le nostre fonti di conoscenza di questi avvenimenti, che in maniera concorde ed omogenea cercano di farci capire che queste decisioni sono transitate anche per la persona di Bernardo Provenzano e sono state ratificate non casualmente - non casualmente - anche da Bernardo Provenzano.
Perché non casualmente, Signori Giudici? Ma per quello che ho anteposto; ma perché Provenzano è la persona dentro Cosa Nostra di cui ci dà Cancemi la descrizione che ho letto poco fa.
Nessuno può essere abbagliato dal fatto della visibilità particolare di Riina.
Almeno questo è l'avvertimento che dà Cancemi; monito che chiunque può discutere. Monito che la Corte può disattendere nella sua sovranità, ma che io debbo registrare, debbo comunque segnalare.
É Cancemi che così si è espresso nel corso nell'esame:
"Guardi, prima dell'arresto di Riina" - si sta parlando di Provenzano - "loro non andavano agli appuntamenti, in riunione, tutti e due assieme, perché Riina spiegava che era molto pericoloso andare tutti e due assieme. Quindi ci andava Riina. Quello si teneva un pochettino più riservato. Però, quando si doveva fare gli incontri, se li faceva lo stesso.
La presenza d tutti e due, Riina diceva, era un po' pericolosa: qualche arresto, così arrestavano tutti e due. Quindi si guardavano su questo punto."
Eh, ma al di là della regola di prudenza, che si capisce Riina ha adottato, ma la regola di prudenza sarà commisurata rispetto alla qualità del pericolo.
Intendo dire: mi pare di capire che Riina accettava di essere arrestato insieme ad altri quattro, cinque o sei capimandamento, ma non accettava di essere arrestato insieme a Provenzano.
Cioè a dire, non accettava che Provenzano potesse essere arrestato insieme a lui, ergo che fossero arrestati entrambi. Perché voleva dire, per Cosa Nostra, perdere una figura importante, tanto quale era Riina.
Signori della Corte, non c'è alternativa: o si crede a questa affermazione di Cancemi, o si considera inutilizzabile.
Se si crede a questa affermazione di Cancemi, abbiamo la dimostrazione che Provenzano, al di là di ciò che si manifestava all'esterno nelle riunioni e negli incontri, Provenzano godeva di una posizione di potere del tutto paritetica a quella di Riina.
Riina ha adoprato Biondino, il capo del mandamento, il reggente del mandamento di San Lorenzo, come proprio accompagnatore autista, come proprio portavoce, in una e cento occasioni. Al punto che Biondino, un capomandamento, persona che esercitava funzioni di capomandamento, era stato arrestato insieme a Riina.
Ma quando mai Riina ha avuto accanto a sé, in un incontro, in una automobile, o in qualche altra parte Bernardo Provenzano?
Se questo non è avvenuto, come non è avvenuto, la spiegazione, a meno che non si debba considerare questo passo delle dichiarazioni di Cancemi del tutto inutilizzabili, la spiegazione è quella che dà Cancemi.
Per Cosa Nostra perdere Riina o perdere Provenzano era lo stesso tipo di perdita.
Non sarà stato certo, quindi, per problemi di etichetta, o per problemi di analoga e modesta levatura che Bagarella è andato a rassegnare, a sottoporre alla decisione di Provenzano il programma di azione criminale che si accingeva a varare, e che poi ha varato a distanza di qualche mese - pochi mesi, peraltro - da questi avvenimenti.
Dicevo che dobbiamo attingere anche ad altri contributi di conoscenza, alcuni dei quali sono specifici per la posizione di Bernardo Provenzano, che non aggiungeranno nulla di particolare a quanto ho detto fin qui; però, per completezza di rappresentazione, a questo punto conviene che io li citi.
Un contributo, a mio parere importante - anche se, ripeto, non aggiungerà nulla di determinante quello che io andrò a dire - un contributo importante viene dalle dichiarazioni di Cannella.
Voi ricorderete sicuramente quella singolare storia che ha per suo elemento maggiormente caratteristico, la elaborazione di un progetto politico specifico: il movimento Sicilia Libera.
Ne ha parlato Cannella, come loro ricordano.
Cannella ha detto di essersi dato da fare per mettere in piedi questo movimento, o partito che dir si voglia, su richiesta di Bagarella, il quale gli spiegava e gli spiegò come questa iniziativa fosse una iniziativa condivisa da lui Bagarella e da Provenzano.
Siamo nel 1993, le stragi sono in corso. Si continuerà a fare attentati anche l'anno dopo.
Questo movimento - loro hanno udito anche altri dichiaranti su questo punto - questo movimento riuscì in qualche modo ad organizzarsi, tanto da presentarsi addirittura alle elezioni comunali di Palermo del 1993. Che, fatto notorio - non si poteva certo citare il sindaco di Palermo perché venisse qui a dirci la data delle elezioni - com'è noto si svolsero a cavallo tra la fine di novembre, in doppio turno, e gli inizi di dicembre del 1993.
Ecco, questo movimento che presentò le sue liste a quelle elezioni, come ha spiegato Cannella, nasce da una proposta che avevano coltivato congiuntamente, da un progetto che avevano coltivato congiuntamente Bagarella e Provenzano.
Stabilito che tra Bagarella e Cannella la conoscenza, la frequentazione inizia a metà del 1993, nel giugno del 1993, ne viene molto semplicemente che siamo intorno ai mesi estivi del 1993, quelli... siamo nei mesi estivi, allorché Bagarella chiede a Cannella di impegnarsi per dare realizzazione a questo che è un programma di Bagarella stesso e di Provenzano.
Mi pare di poter dedurre che ben difficilmente tra Bagarella e Provenzano potessero esservi ragioni, non dico di contrasto, ma anche di dissenso, sulle iniziative di ordine generale che riguardavano Cosa Nostra, se nell'estate del 1993, mentre la campagna di strage si fa sentire, mentre il disegno stragista va avanti - e Bagarella avrà potuto tacere con tutti su chi c'era dietro l'esecuzione delle stragi, ma ben difficilmente poteva tacere con Provenzano, o poteva contare su una ipotetica ignoranza di Provenzano - bene, con tutto ciò, Bagarella ha Provenzano al suo fianco in una iniziativa qualificata com'è quella di dare un partito a Cosa Nostra.
Proviamo ad allontanarci un attimo dai fatti che alle volte appaiono modesti, appaiono insignificanti.
Sì, La Barbera dice di aver portato Bagarella a incontrarsi a Bagheria con Provenzano; e poi Bagare... No, proviamo ad allontanarci un attimo, a prendere un po' di distanza dagli avvenimenti.
Nel 1993 l'iniziativa forte di Cosa Nostra, l'iniziativa criminale forte, nei fatti a prescindere da ogni definizione se ne possa dare a distanza di anni, è quella delle stragi sul Continente, in parallelo alla quale si sviluppa una iniziativa nella politica, quella tradizionale: un partito, il partito di Cosa Nostra.
É possibile che se non ci fosse stata una unità di veduta, una unità di atteggiamento di Provenzano e di Bagarella in ordine alle stragi; se ci fosse stato un dissenso, avremmo potuto, avrebbero potuto trovare un consenso su una iniziativa, questa volta disarmata, ma disarmata fino ad un certo punto, qual era quella di dar vita ad un movimento politico?
Tra i due paesani non c'è mai stato dissenso.
Calvaruso, quello che a Bagarella gli faceva da autista, racconta come nel '94 - quindi, nel '92 come nel '93, nel '93 come nel '94 - dopo che i Graviano erano anche già stati arrestati, egli accompagnava Bagarella da Provenzano.
Il passo delle dichiarazioni di Calvaruso è questo:
"Io, Provenzano, personalmente non l'ho mai conosciuto. Più volte accompagnavo Bagarella da Provenzano, perché lui mi diceva che si incontrava con Provenzano. Perché magari ne parlava con Giovanni Brusca, e poi magari dopo l'appuntamento, o prima, concordavano con Brusca quello che gli dovevano dire. E in effetti dicevano: 'che dice u' picchiareddu'? 'Sta male', oppure, 'va be', digli così'. Cioè, nel senso che si impostavano i discorsi. Perché si vedeva che il Bagarella con il Provenzano, diciamo, che gli diceva quello che gli voleva dire lui.
Era una sorta di personaggio, che il Bagarella andava a riferire tutto ciò che avveniva nell'arco di un mese, un mese e mezzo, 20 giorni, di quello che facevano con Brusca.
Provenzano è un personaggio dal quale Bagarella si metteva continuamente a rapporto, dopo essersi consultato con Brusca."
Un "Re Travicello"? Un re, sì, ma spodestato? Un re di cartapesta? Un re per finzione?
Beh, se fosse vero che Riina temeva un proprio arresto quanto temeva l'arresto di Provenzano, dubiterei molto che Riina temesse che venisse incarcerato il "Re Travicello" della tradizione favolistica.
Ma forse non è nemmeno tutto qui, forse c'è altro.
Non è certo il "Re Travicello" colui che, dopo l'arresto di Riina, a maggio, alla fine di maggio o ai primi di giugno, elabora e propone azioni criminali tali per cui Raffaele Ganci gli si rivolge con la domanda: "ma volete fare la guerra allo Stato?"
Questo è quell'incontro che si svolge, come la Corte ben sa, tra Provenzano, Ganci, La Barbera e Cancemi.
É l'incontro nel quale si discutono argomenti di poco significato; si ragiona di soldi, si ragiona di qualche ditta che deve lavorare, ma l'argomento serio, l'argomento importante della discussione lo porta e lo impone Provenzano.
Si rivolge al più autorevole tra i presenti, il più anziano di età, il capo del... il capomandamento de La Noce, Raffaele Ganci, "zu' Faluzzu".
"C'è la possibilità di pigliare il capitano Ultimo, vivo, dei Carabinieri."
Non racconta delle frottole Calogero Ganci. In quell'incontro, Cancemi c'era e Ganci Calogero ci aveva il padre.
"C'è la possibilità di pigliare il capitano Ultimo vivo, dei Carabinieri. Se non dovessimo riuscire a pigliarlo vivo, si ci spara."
"Io, con tutta onestà" - sono le parole di Cancemi - "devo dire quello che ci ha detto Ganci Raffaele. Ci disse: 'zu' Binu, ma a fare veramente a' guerra a o' Stato?' 'Dobbiamo fare veramente la guerra allo Stato?', disse in questa occasione Ganci Raffaele."
É inutile che legga il resto delle dichiarazioni.
Questo, per dire che Provenzano, al di là della sua capacità di mascherarsi dietro alle situazioni, dietro anche agli uomini - se ne ha avuta - sicuramente non è stato in grado di dimostrarla in questa situazione.
Provenzano non è mai stato un "Re Travicello", non lo era nel '94, come non lo era nel giugno del '93, come non lo era quando ha disertato la riunione del 1 aprile del '93, come non lo era quando Bagarella si è presentato da lui per chiedere che fosse messa la firma sotto il provvedimento che varava la campagna stragista continentale.
Facciamo cinque minuti di sospensione, Presidente?
PRESIDENTE: Sì. Prima di sospendere, c'è una richiesta che viene da...
(voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Da L'Aquila. Ascoltiamo.
ISPETTORE Rosati: Signor Presidente, qui da L'Aquila.
Ci sono i due detenuti imputati, Spatuzza Gaspare e Giacalone Luigi, che vogliono rinunciare al proseguimento dell'udienza.
PRESIDENTE: La Corte prende atto della rinuncia degli imputati alla prosecuzione dell'udienza.
E, se non vi sono altri imputati, autorizza che cessi il collegamento.
Sospendiamo, allora, per...
ISPETTORE Rosati: Ringrazio, signor Presidente.
PRESIDENTE: Prego. Sospendiamo per 5-10 minuti al massimo, perché i tempi sono stretti, purtroppo...
PUBBLICO MINISTERO: Avevo bisogno, però, anche io di cinque minuti di sospensione, per prendere un bicchier d'acqua.
PRESIDENTE: Sì, sì. No, sono stretti in conseguenza dell'inizio un po' ritardato...
PUBBLICO MINISTERO: Differito.
PRESIDENTE: ...dell'udienza.
<< DOPO LA SOSPENSIONE >>
PRESIDENTE: Il Pubblico Ministero può riprendere.
VICESOVR. Abriola: Signor Presidente, da Parma.
PRESIDENTE: Sì.
VICESOVR. Abriola: Leoluca Bagarella chiede di rinunciare all'udienza.
PRESIDENTE: Bagarella rinuncia all'udienza. La Corte ne prende atto e autorizza la cessazione, o la fine del collegamento.
VICESOVR. Abriola: Grazie, buonasera.
PRESIDENTE: Prego, buonasera.
PUBBLICO MINISTERO: Mi pare di aver fornito una proposta di ricostruzione, tra gli altri, di questo particolare aspetto, quello cioè della definizione di uno schieramento, per così dire, dei dissidenti.
Vi è coerenza di indicazioni da parte di Cancemi, di Sinacori e di Calogero Ganci circa l'esistenza di uno schieramento di dissidenti, una dissidenza interna a Cosa Nostra, costituito da Ganci, Cancemi e Michelangelo La Barbera.
Io, poco fa, mi ero richiamato alle dichiarazioni di Cancemi per quella riunione particolare nella quale, come si è visto, Provenzano propose di compiere una certa azione criminale. E vorrei terminare la citazione richiamando un passaggio di queste dichiarazioni, passaggio che descrive specificamente l'atteggiamento di Michelangelo La Barbera, un capomandamento, ripeto.
Un capomandamento che si trova ad ascoltare da Provenzano la proposta di una azione criminale tale da far formulare la domanda a Ganci, se questo voglia dire continuare a fare la guerra allo Stato. "Michelangelo La Barbera" - queste sono le parole di Cancemi - "era seduto pure là, era muto, non ha aperto bocca."
ll ruolo, la posizione di potere dalla quale parla Provenzano, è tale per cui il capomandamento al quale Provenzano si è rivolto ardisce formulare quella domanda.
L'altro capomandamento congiunge le mani, come a domandarsi: 'dove si va a finire?'; il terzo capomandamento, "resta seduto pure là, muto, non ha aperto bocca'.
Non è un confronto d'idee inter pares; qui c'è uno che comanda, che comanda sul serio, che indice riunioni, chiama i capimandamento, li mette di fronte alle sue decisioni, costringe o a star muti, o ad avanzare timidi dubbi ai quali non dà risposta.
Perché, come loro sanno, alla domanda di Ganci se questo volesse dire far guerra allo Stato, Provenzano non ha dato alcuna risposta e si è messo a parlare di appalti.
Che situazioni, quindi, di questo genere vengano conosciute all'interno di Cosa Nostra da soggetti anche disomogenei rispetto a Provenzano - Cancemi ne riferisce in virtù di una sua collocazione; Ganci Calogero, in virtù di un'altra; Sinacori di un'altra ancora - che questa situazione venga rappresentata in maniera omogenea, in maniera costante, ci rassicura sul fatto che questa e non altra era la situazione della posizione di potere di Provenzano dopo l'arresto di Riina.
Continuiamo nella nostra meticolosa e anche un po' arida rassegna delle fonti di prova.
Vediamo quanto di significativo proviene, per il nostro tema di prova di stasera, dalle dichiarazioni di Giuseppe Ferro.
Giuseppe Ferro ha riferito di essersi capacitato di una certa difficoltà nei rapporti tra Brusca e Bagarella, in qualche modo, solo per interpretazione di certe situazioni.
Ma ha riferito qualche cosa che, per i nostri interessi di conoscenza, è molto più significativo e soprattutto molto più concludente, perché se non ci possiamo affidare alle intuizioni o alle deduzioni, sicuramente, se crediamo che si tratti di rappresentazione all'insegna della conformità al vero, allora la rappresentazione ci mette automaticamente nella stessa posizione nella quale si è trovato in quel momento, in quella certa occasione Giuseppe Ferro: la riunione di Bagheria del giugno del '93.
Attraverso il racconto che ne fa Ferro, noi possiamo, sostituendoci a lui, ascoltare alcune molto significative, molto importanti parole pronunziate da Bagarella. I presenti sono: Messina Denaro, Bagarella, Ferro e Calabrò, che sono arrivati in qualche modo convocati a questa riunione.
Tra i presenti c'è anche Giuseppe Graviano, che però non è presente alla conversazione che si svolge tra queste quattro persone.
La ragione pratica della riunione non ha importanza, importante è ciò che esterna Bagarella.
L'antefatto è rappresentato - siamo al 10 giugno circa, secondo il racconto di Ferro, del 1993 - dal fatto che Vincenzo Ferro, per richiesta pervenuta da Gioacchino Calabrò, ha avuto in qualche modo a che fare con ciò che è avvenuto a Firenze nella notte tra il 26 ed il 27 maggio del '93.
In sostanza, qui è Giuseppe Ferro capomandamento, padre di Vincenzo Ferro, capomandamento anche rispetto a Gioacchino Calabrò - capomandamento che nella provincia di Trapani ha, come suo superiore, solo il rappresentante provinciale Matteo Messina Denaro - che è creditore di una qualche spiegazione.
Bagarella risponde con tre proposizioni:
"Quanto è successo appartiene a situazioni delle quali non si deve parlare con nessuno, nemmeno con gli amici più intimi."
Il che, per Ferro, voleva esplicitamente dire che dell'avvenuto non si doveva, in alcun modo, mettere al corrente Giovanni Brusca.
Il corollario di questa proposizione è che a partire da quella data, a partire da questa situazione Bagarella sta parlando con una persona - Ferro Giuseppe, che è uscita dal carcere il 29 di aprile, da poco più di un mese prima che dalla fine dell'anno passato, fino all'aprile, quindi per cinque mesi è stato ininterrottamente detenuto e sostanzialmente inavvicinabile - persona, quindi, che ha bisogno di spiegazioni più di molti altri uomini di Cosa Nostra.
Ed il corollario, quindi, è: "Da questo momento ognuno rispetta i suoi limiti territoriali."
Il che vuol dire, per Ferro: Brusca ad Alcamo non conta più niente.
Questa esattamente, queste due proposizioni - come loro, penso, possono con me concordare - sono esattamente in termini con quella sanzione, con quel giudizio, con quella condanna per miserabilità che era stata pronunziata, poco tempo prima, nei confronti di Brusca e della quale Sinacori era al corrente.
Terza e più importante affermazione non riguarda, come le prime due, l'aspetto delle differenziazioni interne a Cosa Nostra, ma riguarda il primo degli aspetti: quello della continuità del disegno criminoso.
Quella espressione un po' oscura, non ambigua, ma oscura, che è uscita dalle parole di Ferro:
"Mio cognato" - Bagarella sta parlando di Riina - "non ha preso impegni con nessuno."
Affermazione, questa, che Ferro ha chiarito e che io credo correttamente di poter riassumere con un linguaggio per noi più perspicuo che, sostanzialmente, si risolve in questa proposizione:
il programma criminale che si sta eseguendo, quello nel quale un posto è toccato anche a tuo figlio, è un programma che va avanti perché così Riina, mio cognato, lo ha definito e lo ha definito senza legarsi le mani, senza accettare vincoli, senza farsi condizionare da alcun altro capomandamento, senza concordarlo preventivamente con alcun altro capomandamento. Ed è questa la ragion per la quale, non essendoci obblighi nei confronti di alcuno, non essendo, quindi, da tener in conto la necessità di informarsi e di essere informati, questi discorsi sono discorsi sigillati anche nei confronti degli amici più intimi.
Io credo che meglio di come lo ha rappresentato Ferro, meglio per la sua efficacia e per la sua essenzialità di rappresentazione, alcun altro avrebbe potuto fare questa rappresentazione della continuità del disegno criminoso tra la fase che precede l'arresto di Riina e i momenti che seguono l'arresto di Riina.
"Intanto, a nessuno si deve dire ciò che sta succedendo, in quanto, mio cognato - Riina cioè - ha stabilito una linea d'azione per la quale non era condizionato da vincoli o da impegni nei confronti di alcuno."
All'inizio della requisitoria io ricordo di aver detto alla Corte che attraverso un tentativo di ricostruzione da farsi in certo modo, si sarebbe anche messa, sottoposta a verifica la dimensione soggettiva dell'imputazione. Perché questi e non altri?
Avevo detto: se riusciremo, se il Pubblico Ministero riuscirà a fare una rappresentazione - e chiaramente sulla base di quello che nel dibattimento è emerso, non sulla base di a priori concettuali del Pubblico Ministero - riuscirà a fare una rappresentazione compiuta di quello che è stato il percorso ideativo e deliberativo della campagna di strage, si vedrà che l'imputazione riflette responsabilità identificate e che non può riflettere altro che queste responsabilità.
Non ha importanza che questa dichiarazione di Ferro sia arrivata quando il dibattimento era già in corso da mesi, quando, quindi, l'azione penale era già stata esercitata, sulla base di altri elementi che la Corte conosce e sui quali io oggi mi sono anche soffermato; c'erano già tutti i parametri per quello che Ferro ha sintetizzato.
Ecco perché la nostra non è un'imputazione in orizzontale. La nostra è un'azione penale esercitata su soggetti identificati, direttamente identificati, non identificati per analogia, non identificati per corrispondenze, ma esattamente identificati nel livello dell'ideazione, nel livello della deliberazione, nel livello della organizzazione, nel livello della esecuzione.
Senza che questa metafora sia autolesionistica, dal punto di vista anche della professionalità: così come quei discorsi erano sigillati, la nostra è un'azione penale esercitata in modo sigillato. E anche queste, che sono varianti della prova sopravvenute all'esercizio dell'azione penale, confermano la esattezza dell'impostazione del processo.
Non c'è stato teorema nemmeno a questo punto. Non c'è stato teorema, doverosamente, ma si è trattato semplicemente di una deduzione di elementi sicuri da fonti di prova sperimentali.
Non conoscevamo la storia della dissidenza interna a Cosa Nostra quando abbiamo esercitato l'azione penale. Avevamo, però, capito che il processo ideativo, deliberativo, esecutivo delle stragi aveva attraversato Cosa Nostra in verticale, interessando solo alcuni mandamenti, solo alcune persone di alcuni mandamenti. Sarebbe stato una forzatura parificare al piano ideativo, ad esempio, tutti i capimandamento.
Verificavamo, abbiamo verificato la impossibilità di trovare nel momento esecutivo, nel quadro esecutivo delle stragi, soggetti esterni ad un certo mandamento di Cosa Nostra.
Non c'era contaminazione; vi era una continuità tra i soggetti del momento deliberativo e i soggetti del momento esecutivo. Non sapevamo niente di dissidenza. Di dissidenza ci hanno parlato dopo: Sinacori, Ferro, Brusca.
Prima di prendere in esame, solo per questo aspetto del processo, le dichiarazioni di Brusca, voglio segnalare ancora alla Corte un paio di elementi di dettaglio.
É dalle dichiarazioni di La Barbera che si apprende - come segnalavo poco fa - questa unità di azione criminale, unità di intenti che contrassegna ancora il rapporto tra Brusca e Bagarella alla fine del gennaio o agli inizi del febbraio del 1993.
Non si è verificato ancora quel qualcosa che costerà a Brusca il giudizio di "miserabile".
L'elemento di dettaglio che volevo segnalare è questo: La Barbera ricorda che negli incontri, nelle conversazioni alle quali assisteva pressoché regolarmente tra Bagarella e Brusca, nei giorni successivi all'arresto di Riina fu messa in qualche modo all'ordine del giorno - e per La Barbera era la prima volta che ciò avveniva - la questione di un'azione criminale nei confronti di Costanzo. Essenzialmente per la trasmissione che Costanzo aveva fatto, nella quale aveva detto che avrebbe voluto brindare all'arresto di Riina.
Che l'iniziativa vedesse Brusca e Bagarella consenzienti e concertanti, non solo dimostra questa affermazione un po' a sé stante, se si vuole, di La Barbera, ma lo dimostra quel contributo conoscitivo complessivo che viene dalle dichiarazioni dei dichiaranti di area catanese. Quelli, cioè, che in quei mesi, agli inizi del '93, ricevono la visita più volte di Gioè, in particolare, che hanno contatti più volte con Gioè e dal quale Gioè, appunto, apprendono di questo intendimento che i Palermitani vogliono partecipare di compiere un'azione criminale nei confronti di Costanzo.
Il contributo ed il racconto di Pulvirenti, Malvagna, di Avola è coerente non solo sul fatto che questa è l'epoca, era Gioè il personaggio che ha fatto la spola tra Palermo e Catania con questo tipo di proposta, ma coerente soprattutto sul fatto che Gioè andava a Catania quale portavoce di Brusca e di Bagarella.
Quindi siamo - lo sottolineo ancora - ad un momento in cui è apprezzabile per dati di fatto concreti, una intesa programmatica ed operativa da parte di Bagarella e Brusca.
La forbice è aperta alla sua massima estensione, al momento in cui Bagarella disporrà che Ferro Giuseppe mantenga il silenzio su quanto sta avvenendo con tutti ed in particolare con Brusca, ed in primo luogo con Brusca.
Ma la forbice ha cominciato ad aprirsi quando? E quando, soprattutto, la forbice si è richiusa? Quando vi è stato quel riavvicinamento, il "chiarimento", come vien chiamato, tra Brusca e Bagarella?
Non possiamo trattare per intero tutto l'argomento. Qui basterà dire che del fatto che un chiarimento era intervenuto in un momento poi successivo, hanno riferito sia Ferro sia Sinacori. Ne ha riferito anche Brusca, certo. Ma essendo, rispetto a questa situazione, il soggetto principalmente interessato, per certe dichiarazioni che ha fatto, le dichiarazioni di Brusca - mi sembra che già la Corte se ne sia resa conto da ieri - io le prendo in esame sempre come ultimo elemento della ricostruzione probatoria, per vedere se le dichiarazioni di Brusca sono dichiarazioni che hanno punti di contatto o punti di contrasto con tutti gli altri mezzi di prova assicurati al processo.
Lo stesso farò per questo aspetto della vicenda, ripetendo, però, un'affermazione dell'inizio di questa discussione pomeridiana e cioè che questo punto preme anche al Pubblico Ministero che sia affrontato, a prescindere dal fatto che la sua incidenza sull'imputazione elevata nei confronti di Brusca è un'incidenza sostanzialmente inesistente.
Ma siccome l'imputato dovrà essere giudicato anche per le dichiarazioni che ha reso, anche per il comportamento processuale, così come molte altre persone dovranno essere giudicate anche per il loro comportamento processuale, è naturale che io affronti una certa situazione che riguarda Brusca, così come non saranno eluse situazioni che riguardano altri imputati che devono essere giudicati anche per il loro comportamento processuale; situazioni che saranno affrontate ciascuna al momento opportuno, quando soprattutto la cronologia degli avvenimenti lo proporrà.
Questo è il momento nel quale la cronologia degli avvenimenti impone di verificare se sia vero o no che si è verificata una rottura temporanea tra Bagarella e Brusca.
Per arrivare alla dimostrazione se ciò sia vero ed in che termini sia stato vero, io voglio rifarmi ad un dato di fatto molto puntuale, come sempre sono quelli in cui è la data, la data del calendario, quella che conta.
Il 1 aprile del '93 si svolge quella riunione alla quale Brusca non è presente - come loro sanno - la dichiarazione è di Sinacori. La considero, credo che la si possa considerare assolutamente affidabile.
É il momento in cui si vara una decisione rispetto alla quale l'assenza di Brusca non può essere valutata come l'assenza di un qualsiasi altro soggetto. Intendo dire, se diversamente da quanto è successo per Ganci, per Cancemi, per La Barbera che hanno ufficializzato la loro posizione di "dissidenti" - adopriamo questo termine fra virgolette - da vecchia data, Brusca, invece, era conosciuto per la sua posizione di oltranzista prima e dopo l'arresto di Riina.
Un oltranzista che esce dal momento in cui le decisioni vanno a prendersi non è un "dissidente", è un "miserabile".
Questo è il giudizio che ha riguardato Brusca, non ha riguardato gli altri.
Brusca è miserabile, perché è la persona del voltafaccia.
Io sto citando e organizzando un po' meglio, sulla base di tutti gli elementi di cui si dispone, il discorso di Sinacori, che ha la sua riprova nelle affermazioni di Ferro.
E, a questo punto, stabilito che Brusca alla riunione del 1 aprile del '93 non c'è, non è tra i convocati - Brusca è già nel novero dei miserabili - vediamo quale singolare situazione si è verificata, ancora facendoci aiutare dalle cronologie.
Loro sanno che in occasione del fermo di Gioè, il funzionario della DIA che effettuò il fermo provvedé doverosamente al tentativo di assumere informazioni da Gioè, per vedere se in tal modo poteva sventare una qualche grave operazione criminale, della quale vi era traccia nelle conversazioni intercettate in via Ughetti.
Per rendersi più credibile nei confronti dell'interlocutore e per dimostrare che non stava facendo una messa in scena, fece udire a Gioè la sua voce, la voce di Gioè registrata.
Sanno anche come andò a finire il tentativo. Gioè lasciò cadere la proposta, o la richiesta che fosse, del funzionario, del dottor Gratteri, e intese farsi accompagnare senz'altro in carcere.
Loro sanno anche che Gioè ha avuto la possibilità di effettuare colloqui con il fratello Mario a partire dalla data dell'8 di aprile del 1993, una quindicina di giorni, circa, dopo il suo arresto. Questo è il primo colloquio che Mario ha avuto con il fratello Gioè Antonino.
Ve ne sono altri due registrati al carcere di Rebibbia - li ha rappresentati, a voi, il maresciallo Micheli - sempre tra Gioè ed il fratello.
Stando così le cose è pacifico che l'episodio verificatosi negli uffici della DIA di Palermo, quello cioè del tentativo fatto dal dottor Gratteri di assumere informazioni da Gioè, circa il chi, il quando ed il dove potevano essere eseguite certe azioni criminali di cui si parlava nelle intercettazioni di via Ughetti, la prima volta in cui - ripeto - Gioè Antonino ha avuto la possibilità di metterne al corrente il fratello, è stato il primo colloquio che ha fatto.
Correggendo la data sbagliata che ho dato poco fa - il dottor Nicolosi ha trovato il riferimento esatto - il primo colloquio tra Antonino Gioè e Mario Gioè non è dell'8 di aprile, è del 10 di aprile del 1993. Il secondo è dell'8 di maggio del 1993; il terzo è del 29 di maggio; il quarto è del 26 di giugno; e poi ancora l'8 di luglio.
Con queste due premesse, quello che è avvenuto nell'occasione del fermo di Gioè, la prima occasione che può aver avuto, che può aver sfruttato - la prima, ma anche la seconda - che può aver avuto Antonino Gioè per mettere al corrente Mario Gioè dell'avvenimento verificatosi negli uffici della DIA, con premesse sicure in termini di data di questi due avvenimenti, prendiamo in esame quella particolare affermazione di Brusca. Quella in base alla quale Brusca chiese a Bagarella di sospendere l'esecuzione, di sospendere ogni iniziativa sull'eliminazione di Costanzo - eliminazione che era tornata all'ordine del giorno, come abbiamo visto poco fa, dopo l'arresto di Riina - in quanto, per come aveva fatto sapere Nino Gioè, che aveva avuto un colloquio con il fratello Mario che era andato a trovarlo a Rebibbia, il discorso di Costanzo "era fuori".
Quando Brusca ha fatto questa affermazione - ovviamente nelle indagini preliminari, quando è stato sentito dal Pubblico Ministero - era tutto da verificare se fosse mai vero che Gioè aveva avuto la possibilità di verificare, dopo il proprio arresto, che il discorso di Costanzo "era fuori".
Secondo: se fosse mai vero che Antonino Gioè si era incontrato in carcere con Mario Gioè, ovvero Mario era andato a trovare il fratello detenuto a Rebibbia.
Questi sono accertamenti che sono stati fatti solo in un momento successivo, avendosi così la conferma che la dichiarazione di Brusca è veritiera.
Gioè poteva dire che il discorso di Costanzo "era fuori", proprio ed in ragione esclusiva del fatto che gli era stata fatta udire la sua voce al momento in cui era stato portato in caserma, negli uffici della DIA a Palermo, dopo il suo fermo.
Così come era vero che Antonino Gioè aveva potuto confidare al fratello, prima che l'attentato a Costanzo venisse concretamente realizzato, questa particolarità del suo fermo, perché, in effetti, fra Mario e Antonino Gioè vi erano stati due colloqui: uno il 10 di aprile e uno ancora l'8 maggio.
Prima di andare avanti richiamiamo un'altra dichiarazione di La Barbera, ambientandoci questa volta all'interno del carcere di Rebibbia, allorché giungono dalla televisione le notizie dell'attentato a Costanzo.
Gioè, tramite un compagno di detenzione - il nome è riportato nella trascrizione, Simone Benenati - fa sapere a La Barbera di provare una sorta di soddisfazione, perché l'attentato è stato eseguito.
Singolare. Ma alla luce di quello che io ho cercato e sto cercando di rappresentare, forse è meno singolare di quanto non si pensi, provando a ragionare per un attimo con la testa di Gioè.
Gioè, avendo parlato in via Ughetti, parlato imprudentemente - imprudentemente perché non è riuscito ad evitare che le sue conversazioni fossero intercettate e imprudentemente perché con le sue conversazioni si è un po' troppo allargato su argomenti delicati - si trova nella necessità, dal carcere, tramite il fratello, di avvisare che una certa azione criminale che deve essere compiuta, l'attentato a Costanzo, per il quale lui stesso aveva il mandato di tenere sulla corda i Catanesi perché anche loro si muovessero, si trova nella necessità, ripeto, di far sapere che probabilmente compiere questa azione criminale è pericoloso, perché "il discorso è fuori".
Gioè è diventato, per queste chiacchiere di troppo e, mal per lui, intercettate in via Ughetti, è diventato un impedimento del disegno criminoso che si sta praticando proprio in quelle settimane, in quei mesi.
É diventato un elemento così pericoloso, che si sente nella necessità di mandare il fratello ad avvisare Brusca che compiere quell'azione criminale può essere pericoloso. E, quindi, prudenza vuole che quell'azione criminale non si compia.
É esattamente quello che fa Brusca, che dice a Bagarella... Brusca è assolutamente credibile, a parere del Pubblico Ministero, su questo punto. Brusca dice a Bagarella: 'fermati, sospendi per un attimo l'esecuzione di questa decisione, perché se questo reato viene compiuto, se questa azione criminale viene fatta, chi di competenza' - direbbe Brusca - 'è in grado immediatamente di riportare questa azione criminale a me. Perché Gioè è uomo della famiglia di Altofonte, quindi è un uomo d'onore del mio mandamento. É colui che nelle conversazioni di via Ughetti ha parlato anche di questo fatto. Quindi compiere questa azione criminale vuol dire dare a chi di competenza' - direbbe Brusca - 'la possibilità di attribuirmela immediatamente'.
Dice Brusca che questa raccomandazione a Bagarella ebbe a rivolgerla una decina, 15 giorni prima, comunque in epoca abbastanza ravvicinata rispetto alla data in cui poi l'attentato fu fatto.
Allora noi abbiamo visto che un incontro è avvenuto... un colloquio è avvenuto il 10 di aprile e uno successivo prima della fine di aprile, il 28. Se dovessimo seguire alla lettera le indicazioni temporali di Brusca dovremmo dire che forse è l'incontro del 28 di aprile... No, chiedo scusa, perché la data del 28 di aprile è una data che io sto dando erroneamente. Potremmo riferirsi alla data dell'8 di maggio e restringere l'indicazione temporale di Brusca: da una decina di giorni farla diventare una settimana.
Il colloquio di Mario Gioè con Nino Gioè è l'8 di maggio. Gioè fa a tempo a tornare a Palermo, avvisa subito Brusca, perché c'è un'urgenza obiettiva nella comunicazione. Brusca a sua volta avvisa Bagarella. É a tempo a farlo con qualche giorno di anticipo rispetto all'attentato. Loro sanno come andò a finire, secondo il racconto di Brusca e non solo secondo il racconto di Brusca, perché l'attentato intanto c'è stato il 14 di maggio e su questo nessuno può discutere. Ma sembrerebbe anche - e io ripeto, Brusca su questo punto è assolutamente credibile - che Bagarella gli abbia detto 'va bene', prendendo atto di questa richiesta di Brusca.
Ma anche se questa non fosse la data, quella nella quale Mario Gioè dal fratello apprende questa situazione delicata e grave, in ogni caso sarebbe quella del 10 di aprile, il primo colloquio che ha avuto Mario Gioè con il fratello Antonino.
A partire quindi da questa data, Mario Gioè è stato nella possibilità di avvisare Brusca di questa segnalazione, di questo allarme rosso che stava dando Antonino Gioè dal carcere.
Perché tutto questo discorso? Per dimostrare che Brusca dice la verità? No, per prendere atto che su questo Brusca dice la verità. Ma per far notare una cosa che è estremamente significativa. Brusca, se il colloquio, quello che a noi ci preme, è stato il 10 di aprile, il giorno 11, il 12, il 13, il 14, il 15, il 18, il 20 di aprile, il 25 di aprile, il 28 di aprile, va a chiedere a Bagarella di togliere il piede dall'acceleratore nell'esecuzione di questa campagna di attentati, penosamente, senza sapere che le decisioni sono già state prese dal 1 di aprile, in sua assenza; Brusca è fuori tempo massimo. Ecco perché l'attentato viene fatto lo stesso.
Brusca è arrivato tardi. Brusca è già tra i miserabili, da tempo, e non lo sa.
Quando il 10 di aprile, o l'11, Mario Gioè gli rappresenta una situazione, gli rappresenta l'allarme rosso dato dal fratello, che Brusca si affretta a convertire in un'iniziativa a tutela prima di tutto di se stesso, rappresentando quindi a Bagarella l'esigenza di sospendere, di dare un colpo di freno, Bagarella, con noncuranza, così come ha fatto con l'incontro il 1 di aprile - e Brusca niente ne ha saputo, non era tra le persone presenti - con altrettanta noncuranza lo ascolta, gli dice che si vedrà e compie l'attentato ugualmente.
Questi sono proprio i discorsi sigillati di cui parla Ferro. Non son definizioni quelle che in quest'aula sono uscite dalla bocca di Ferro o dalla bocca di Sinacori, non sono modi di dire. Sono parole che descrivono sempre situazioni molto precise. Siamo noi che dobbiamo sforzarci per cercare di dare contenuto a certe affermazioni. Ma certe affermazioni hanno i loro dati di realtà corrispondenti.
Si poteva forse pensare che questa presa di posizione ferma di Bagarella nei confronti di Ferro - che è una presa di posizione importante. Vuol dire: in questo mandamento, dove Brusca ha messo piede, d'ora in poi non ce lo mette più. Ciò che tu sai, nemmeno Brusca lo può sapere - questa presa di posizione forte noi si pensa che potesse coniugarsi poi al permanere di una situazione tale e quale era stata fino alla fine del gennaio del '93?
No, signori Giudici. Qualcosa doveva esser successo. Lo si decreta l'off-limits di Brusca - che ripeto ancora, sposta quasi niente sul piano della sua responsabilità per i reati che voi giudicherete - ma a noi compete di passare in rassegna anche le dichiarazioni di Brusca, senza a priori, senza atteggiamenti pregiudiziali.
E, ripeto, voi pensate che questa specie di ostracismo, decretato da Bagarella, potesse nascere e potesse soprattutto ricadere su situazioni deboli? No, ricade su situazioni forti.
Situazione forte è quella di tenerlo all'oscuro di ciò che avviene. Situazione forte è quella di decretare che non metta piede dentro Alcamo. Situazione forte - e ci ritorneremo - è quella di non fargli sapere qual è stata la sorte dell'uomo d'onore di Balestrate, Vito Mutari.
Anche questo è un punto sul quale, voi ricorderete, il Pubblico Ministero ha cercato di approfondire e sicuramente la Corte ha capito perché. E oggi credo di averlo, se ce n'era bisogno, fatto comprendere fino in fondo.
Tra le ragioni forti sulle quali si orientava, si articolava questo off-limits decretato da Bagarella, c'era, ci fu, c'è stato non solo la riunione del 1 aprile del '93, ma anche la decisione, la esecuzione - per essere più puntuali e più aderenti ai dati del processo - la esecuzione dell'attentato a Costanzo.
La riunione del 1 aprile del '93 si è svolta non casualmente, come la Corte ben sa, nell'abitazione di un certo Vasile Giuseppe.
Perché non casualmente? Perché Vasile Giuseppe - che ha avuto anche l'onore di sedersi davanti alla Corte, di dire che non intendeva sottoporsi all'esame, prendere e andarsene da quella porta libero cittadino - Vasile Giuseppe è persona condannata per favoreggiamento dei fratelli Graviano. É persona che, come loro sanno, è il primum movens di tutta la situazione del Forte dei Marmi del luglio del '93. Una situazione che noi abbiamo affrontato attraverso una serie di fonti di prova: lo stesso Vasile, la moglie, Tosonotti, Imperatore, i titolari delle agenzie, e così via.
Loro sanno che il punto più qualificato, il soggetto più qualificato, in termini di Cosa Nostra in questa vicenda, è Vasile Giuseppe.
Ecco perché non casualmente... Ho detto poco fa condannato, poi mi sta venendo il dubbio se la sentenza di Vasile sia o meno passata in giudicato. Questo non me lo ricordo più.
(voce fuori microfono)
PUBBLICO MINISTERO: Ecco, mi sta dicendo il dottor Nicolosi che la sentenza non è divenuta irrevocabile.
Io avevo, per un attimo, il dubbio che fosse divenuta irrevocabile e che noi l'avessimo anche prodotta con la attestazione di irrevocabilità. Evidentemente non è così.
Sta di fatto che, quindi, senza far riferimento quindi né all'arresto, né al processo, tantomeno alla sentenza, perché è una sentenza non irrevocabile, resta il fatto che Giuseppe Vasile è la persona all'iniziativa della quale si deve tutta l'operazione che possiamo riassumere con l'operazione della villa del Forte dei Marmi.
Dico non casualmente, perché evidentemente era tale il rapporto di fiducia tra Graviano, tutti e tre i fratelli, e Vasile che, da un lato, Vasile è stato l'unico forse, tra tutte le persone vicine a Cosa Nostra, a occuparsi del reperimento della villa del Forte dei Marmi. Non fa parte di Cosa Nostra Tosonotti, non fan parte di Cosa Nostra, ovviamente, i titolari delle varie agenzie. Il soggetto qualificato in termini di contiguità ad un'area criminale specifica è Vasile Giuseppe. Bene, è nella casa di Vasile Giuseppe che si fanno - si fanno, non si fa, si fanno - le riunioni del 1993.
Ho detto che avrei cercato di coprire questo periodo e è quello che sto cercando di fare. Chiedo ancora un po' di pazienza ai signori Giudici.
Perché quella del 1 aprile del '93 è l'unica della quale è al corrente Sinacori, ma in quello stesso luogo, precedentemente, prima dell'arresto di Gioè, quindi prima del 23 marzo del '93, ci sono state due riunioni alle quali, a entrambe le quali ha partecipato Brusca.
Le persone che hanno partecipato, come loro sanno, a queste riunioni, per le dichiarazioni rese da Brusca, sono: lui, Giuseppe Graviano, Bagarella, una volta almeno Messina Denaro, più probabilmente una sola e non due, Brusca assieme a Gioè.
Ora, io non credo che si possa attribuire un valore di riscontro insignificante al fatto che Brusca ambienti queste riunioni nella stessa abitazione, nella stessa villetta nella quale poi Sinacori ambienterà l'altra riunione, quella alla quale era presente anche lui.
É vero che è solamente il dato della coincidenza, ma è una coincidenza abbastanza specializzata, oserei dire. Specializzata: non solo nello stesso luogo, ma nella stessa casa.
Ecco perché io ho ragione di credere che le riunioni di cui parla Brusca, lì, anche per questo motivo, ci siano state davvero.
Così come credo che ci sia stata quella di cui parla Sinacori, credo che ci siano state quelle di cui ha parlato Brusca. Senza che abbiano avuto, sicuramente, la possibilità di concertare questa dichiarazione. Senza che abbiano avuto la possibilità di dare un'indicazione concludente sul punto.
Sinacori ha riconosciuto in quest'aula le fotografie dell'abitazione di Vasile. Così come in quest'aula ha riconosciuto le fotografie dell'abitazione Brusca. Non le aveva mai viste prima.
La Corte avrà notato che all'uno e all'altro è stato chiesto: 'le aveva mai viste prima queste fotografie'. L'uno e l'altro hanno detto: 'è la prima volta che le vedo, ma è questa l'abitazione nella quale ci sono stati gli incontri'.
(voce fuori microfono)
PUBBLICO MINISTERO: Avvocato Cianferoni, me la dice ad alta voce, così mi distraggo un attimino. Sarà sicuramente qualcosa di molto interessante.
AVV. Cianferoni: (voce fuori microfono)
PUBBLICO MINISTERO: Prego?
AVV. Cianferoni: (voce fuori microfono)
PUBBLICO MINISTERO: Abbia pazienza, son stanco anch'io sa.
Io attribuisco un non insignificante valore di riscontro al fatto che l'uno e l'altro indichino lo stesso luogo per riunioni aventi, tutto sommato, lo stesso ordine del giorno, nello stesso periodo di tempo, tra le stesse persone.
Loro noteranno questo elemento, a mio parere molto significativo, rappresentato dalla presenza di Gioè.
A Brusca è stato chiesto: 'ma Gioè che c'entrava? A quello che lei ci sta raccontando vi vedevate tra capimandamento. Lei, Giuseppe Graviano, Bagarella - capomandamento non è, ma esercita i poteri del capomandamento - e Messina Denaro che addirittura è rappresentante provinciale. E che c'entra Gioè?'
La risposta di Brusca è stata:
"Gioè, in quanto conosceva tutto il programma. Uno di quelli che elaborò per primo il progetto di questo tipo di attività."
Qual è il tipo di attività? Io non sto qui a ripeterlo, se ne è parlato all'infinito. Ma il fatto stesso che Brusca abbia pensato, abbia ritenuto opportuno, accettando la situazione gli altri, la presenza di Gioè, è, per un fatto oltre che per una dichiarazione, la dimostrazione della continuità del disegno criminoso.
Non è cambiato nulla nel modo di concepire le cose, nel modo di valutare ciò che convenga fare. Non è cambiato nulla per coloro che questo problema avevano messo all'ordine del giorno già negli ultimi mesi del '92 e che lo stanno continuando tenacemente a elaborare agli inizi del 1993, pur dopo l'arresto di Riina, anche se devono fare - come hanno fatto e hanno fatto positivamente - i conti con un homo novus, con Provenzano.
Allorché si verifica la prima delle due riunioni, e la data a questo punto sta tra il 15 gennaio e la data dell'arresto di Gioè - alla quale partecipano queste persone: Brusca, Gioè, la persona che nella sentenza io penso voi scriverete essere tra coloro che hanno fatto in qualche modo, che hanno contribuito a commettere le stragi insieme agli altri, Giuseppe Graviano, Bagarella, Messina Denaro - per la prima volta, prima di questo momento non è mai successo, per la prima volta voi trovate uniti assieme a elaborare lo stesso programma di azione criminale gli imputati del vostro processo.
Io vi ho detto che, udienze fa, ci trovavamo alla fine del '91, agli inizi del '92 alle prese con Messina Denaro e Giuseppe Graviano e Filippo Graviano. Li avremmo abbandonati. Ci siamo occupati a lungo di Giovanni Brusca, di Leoluca Bagarella, anche di Riina, anche di Gioè.
Ecco, ora, in questo momento, nella prima riunione in casa di Vasile, voi trovate per la prima volta assieme, intenti a lavorare allo stesso programma di azione criminoso, non programmi diversi ma lo stesso programma, quello che sta nella epigrafe della sentenza che scriverete, i vostri imputati.
É questo, sono questi i giorni nei quali si verificano anche, si svolgono anche quelle due riunioni, una programmata e una estemporanea - più che riunioni dovremo parlare di incontri - tra Brusca, Cancemi, Ganci e La Barbera; la prima. La seconda: Brusca, Ganci e Cancemi.
Loro sanno, probabilmente con una memoria più puntuale della mia, che cosa sarebbe successo in occasione del primo incontro, secondo il racconto di Brusca. Sarebbe successo cioè che Brusca, stando a lui, prese una posizione falsa sulle sue reali intenzioni circa il disegno criminoso che in qualche modo si doveva varare, che in qualche modo si doveva adottare, per effetto della presenza di Michelangelo La Barbera. Salvo poi, in separata sede, affrettarsi a spiegare, a colui al quale questa spiegazione poteva dare, che quella presa di posizione era strumentale, perché con Michelangelo La Barbera non c'era mai stata apertura su certi discorsi, e quindi che Brusca riteneva opportuno non ufficializzare, non mettere a disposizione della conoscenza di altri il proprio atteggiamento oltranzista.
Signori Giudici, io credo che le cose siano andate così.
Credo che questo sia proprio quel reputato voltafaccia per il quale Brusca si è guadagnato la sanzione di "miserabile". Reputato perché non corrispondente al vero.
Ma non mi serve enfatizzare il punto; non mi serve scandagliarlo; non mi serve, tutto sommato, controllare se le dichiarazioni di Cancemi, su questo punto, convalidano o meno quelle di Brusca. Io so benissimo che Cancemi ha affermato rigorosamente che dall'arresto di Riina al giorno in cui si consegnò ai Carabinieri, mai ha visto Brusca durante tutto il '93. Facendo così decadere in radice la possibilità di averlo visto da solo, assieme ad altri, di avere avuto discorsi in una volta, in due volte... Non mi sembra, però, che sia questo il punto del processo.
Non mi sembra che lo sia nemmeno per stabilire se Brusca sia attendibile o no.
Io non so se il fatto che Cancemi abbia escluso di aver visto Brusca sia la verità in senso oggettivo, oppure se sia una verità solo soggettiva, nel senso che questo incontro gli è passato di mente.
Non ci dimentichiamo che sono fatti degli inizi del '93. Noi queste persone davanti alla Corte le abbiamo esaminate nel '97, a distanza di quattro anni e più. Questo vale per tutti: vale per tutti e vale per Cancemi.
Non mi interessa, quindi, formulare chissà quante ipotesi, interpretazioni sul perché Cancemi lo abbia escluso e invece Brusca lo abbia ossessivamente ripetuto. Non credo che nemmeno su questo si dovrà articolare il giudizio dell'attendibilità di Brusca.
Brusca, rendendo le sue dichiarazioni su questa parte della storia criminale, probabilmente non è riuscito a rappresentare nemmeno la metà di quello che noi abbiamo appurato sul suo conto.
Ma nemmeno la metà di cosa? Nemmeno la metà del giudizio di miserabilità che era stato pronunziato nei suoi confronti.
Brusca, ripeto, non si è nemmeno reso conto, nel momento in cui ha fatto certe dichiarazioni davanti a voi - e queste son sicuramente in linea con la verità dei fatti - che quando è andato a chiedere a Bagarella di sospendere l'esecuzione dell'attentato di Costanzo era già fuori gioco. Contava, per le decisioni che Bagarella e gli altri avevano assunto, meno di quanto contava un qualsiasi altro uomo di Cosa Nostra.
Paradossalmente, si è attribuito una legittimazione sulle decisioni di Bagarella e degli altri quando questa legittimazione l'aveva già persa, perché altri gli avevano tolto qualsiasi forma di legittimazione.
Questo non toglie che Brusca ritornerà tempestivamente nel circuito decisionale, in quanto le decisioni abbiano continuato ad alimentare il disegno stragista. Ritornerà presto, in tempo per gravarsi di tutte le responsabilità che la Corte dovrà ascrivergli con la sua sentenza, e che sono esattamente quelle che il Pubblico Ministero ha dedotto nella imputazione, nessuna esclusa.
Io credo, Presidente, che il programma che mi ero dato sia arrivato a conclusione.
PRESIDENTE: A compimento.
PUBBLICO MINISTERO: Se vi sono state lacune - e sicuramente ve ne sono state - dipende da me, non certo dalla Corte.
Il tempo ho cercato di utilizzarlo nel modo migliore possibile. Ho cercato di fare un lavoro che fosse proficuo per le esigenze delle altre parti e della Corte prima di tutto. Questo lavoro lo proseguirà, meglio anche, forse, di me, il dottor Nicolosi.
PRESIDENTE: Grazie. Quantomeno è riuscito a tenere desta l'attenzione della Corte.
Il processo non può continuare domani per una contemporaneità di un'altra udienza a Palermo, alla quale devono partecipare imputati in questo procedimento e quindi l'udienza continuerà il 3 aprile 1998 alle ore 09.00.
Traduzione degli imputati detenuti in quest'aula, se non sottoposti al regime dell'articolo 41-bis dell'ordinamento penitenziario e degli altri imputati sottoposti a questo regime nelle sale dalle quali partecipano al procedimento a distanza.
Buonasera, grazie.