Home page Indietro Contatti Cerca nel sito RSS
Processo per la strage di Via dei Georgofili
I verbali del 1° dibattimento
collaboratori
consulenti
deleghe_in_corso_di_dibattimento
esame_imputati
esposizione_introduttiva
fascicolo_dibattimento
intercettazioni
lista_testi
polizia_giudiziaria
preparazione_esami_dibattimento
requisitoria
requisitoria_generale
richiesta_di_prove
sentenza_661998
sommario
udienze
vicenda_bellini
97_03_21.txt
97_07_04.txt
97_07_18.txt
98_01_16.txt
atto_di_impugnazione.txt
risc_fe.txt
riscont.txt
riscontr.txt

Note
Versione stampabile   
DIBATTIMENTO-1: requisitoria/980331.txt


PRESIDENTE: Buongiorno.
L'Aquila è collegata ancora, o no?
SEGR. D'UDIENZA: (voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Ma mi pare che non ci sia nemmeno l'ufficiale di Polizia Giudiziaria.
SEGR. D'UDIENZA: (voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Sì.
SEGR. D'UDIENZA: (voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Stanno arrivando.
Vorrei sapere fra quanto tempo saranno presenti in aula gli... Vorrei sapere fra quanto tempo saranno presenti in quella struttura gli imputati ristretti nel carcere de L'Aquila.
ISPETTORE Pozzi: Presidente, stanno arrivando. Dovrebbero mancare cinque minuti, grossomodo.
PRESIDENTE: Comunque è opportuno che alle 09.00 siano presenti in quel luogo, per evitare ritardi.
Allora, sospendiamo. Cioè, non iniziamo ancora. Chiedo scusa.
<< DOPO LA SOSPENSIONE >>
PRESIDENTE: E allora chiamiamo gli imputati in aula, o che potrebbero essere in aula.
Brusca Giovanni: detenuto.
SEGR. D'UDIENZA: (voce fuori microfono)
Rinunciante.
PRESIDENTE: Avvocati Li Gotti, De Paola e Alessandro Falciani.
AVVOCATO Batacchi: Sostituito dall'avvocato Batacchi.
PRESIDENTE: Sostituito dall'avvocato Batacchi.
Carra Pietro: libero, assente. Avvocato Cosmai, che è presente.
Di Natale Emanuele: libero. Avvocati Civita Di Russo, Maria Gentili e Alessandro Falciani. Sostituito dall'avvocato Batacchi?
AVVOCATO Batacchi: (voce fuori microfono)
Sì...
PRESIDENTE: Grazie.
Ferro Giuseppe: detenuto, rinunciante. Avvocato Pietro Miniati Paoli.
AVVOCATO Gennai: Sostituisco io, Presidente, avvocato Gennai.
PRESIDENTE: Sostituito dall'avvocato Gennai.
Ferro Vincenzo: libero, assente. Avvocati Traversi e Sara Gennai, che è presente.
Frabetti Aldo: detenuto, presente. Avvocati Monaco, Monica Usai. Sostituto... L'avvocato Pepi può sostituirlo?
AVVOCATO Pepi: (voce fuori microfono)
Sì.
PRESIDENTE: Grazie.
Grigoli Salvatore.
AVVOCATO Pepi: Presidente, mi scusi.
PRESIDENTE: Prego.
AVVOCATO Pepi: Mi diceva ieri sera Frabetti che, finito l'appello, voleva fare una breve dichiarazione.
PRESIDENTE: Appena termineremo l'appello farà la sua dichiarazione.
Grigoli Salvatore: detenuto, rinunciante. Avvocati Avellone e Batacchi, che è presente.
Messana Antonino: libero, contumace. Avvocati Amato e Bagattini. Non sono presenti. Sostituto: l'avvocato Ceolan.
Messina Denaro Matteo: latitante. Avvocati Natali e Celestino Cardinale. Sostituto: l'avvocato Pepi.
Provenzano Bernardo: latitante. Avvocati Traina e Passagnoli. Come sostituto processuale... Nessuno di loro è presente, sostituito: l'avvocato Ceolan.
Santamaria Giuseppe: libero, non più contumace. Avvocati Battisti e Monica Usai. Sostituto l'avvocato Giangualberto Pepi.
AVVOCATO Pepi: (voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Preferirebbe che fosse l'avvocato Ceolan. E allora sostituto: l'avvocato Ceolan.
Scarano Antonio: libero, assente. Avvocati Fortini e Batacchi, che è presente.
Scarano Massimo: libero, contumace. Avvocati Rocco Condoleo e Luca Cianferoni di Firenze. Non sono presenti. Sostituto l'avvocato Giangualberto Pepi.
Chiamiamo allora gli imputati che non possono essere presenti in aula. Avvocato... Chiedo scusa.
Parma. Chiamiamo Parma.
VICESOVR. Abriola: Sì, Parma in ascolto.
PRESIDENTE: Buongiorno. Chi parla al tele... lì da Parma.
VICESOVR. Abriola: Abriola.
PRESIDENTE: E' ufficiale giudiziario...
VICESOVR. Abriola: Abriola da Parma.
PRESIDENTE: ...già designato da questa Corte. Mi sa dire chi è presente in quella struttura?
VICESOVR. Abriola: L'imputato Bagarella Leoluca. Bagarella Leoluca è presente in aula.
PRESIDENTE: Mi può dare atto che non sono posti impedimenti o limitazioni, all'esercizio dei diritti e delle facoltà spettanti a quell'imputato?
Che è attivato il collegamento audiovisivo tra l'aula di udienza e il luogo in cui si trova l'imputato, con modalità che assicurano la contestuale, effettiva e reciproca visibilità delle persone presenti nei luoghi collegati e la possibilità di udire quanto vi viene detto.
Mi può dare atto inoltre che è garantita la possibilità per l'imputato di consultarsi riservatamente con il proprio difensore per mezzo di collegamento telefonico?
VICESOVR. Abriola: Sì, sì. Tutto funziona, tutto vediamo, tutto regolare.
PRESIDENTE: Di tutti questi fatti, di queste modalità dell'udienza mi può dare atto.
VICESOVR. Abriola: Sì, sì, tutto...
PRESIDENTE: Bene. Allora passiamo...
Ah, dobbiamo vedere se è presente il difensore di Bagarella Leoluca, che è l'avvocato Ceolan, che vedo qui di fronte a me. Mentre non è presente l'avvocato Cianferoni.
Chiamiamo Viterbo, allora.
ISPETTORE Paolozzi: Buongiorno, qui Viterbo.
PRESIDENTE: Buongiorno.
ISPETTORE Paolozzi: Sono l'ispettore Paolozzi Annunziata Silvia.
Sono presenti: Mangano Antonino, Lo Nigro Cosimo, Tutino Vittorio, Barranca Giuseppe e Calabrò Gioacchino.
PRESIDENTE: Bene. Mi può dare atto della sussistenza delle condizioni richieste dall'articolo 2 per i collegamenti e la partecipazione al dibattimento a distanza? Se li conosce.
ISPETTORE Paolozzi: Sì.
PRESIDENTE: Mi può dare...
ISPETTORE Paolozzi: Allora, do atto che non sono posti impedimenti o limitazioni all'esercizio dei diritti e delle facoltà spettanti all'imputato.
Do inoltre atto che è attivato il collegamento audiovisivo tra l'aula di udienza e il luogo in cui si trova l'imputato con modalità che assicurano la contestuale, effettiva e reciproca visibilità delle persone presenti nei luoghi collegati e la possibilità di udire quanto viene detto.
Do inoltre atto che è garantita la possibilità per l'imputato di consultarsi telefonicamente con i propri difensori.
PRESIDENTE: Benissimo. Chiedo alla segretaria di udienza se è persona designata.
SEGR. D'UDIENZA: (voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Va bene.
Allora, il difensore di Barranca, avvocati Baroni e Luca Cianferoni. Sostituiti dall'avvocato Ceolan.
Di Calabrò Gioacchino, avvocati Gandolfi e Luca Cianferoni. Sostituito dall'avvocato Pepi.
Lo Nigro Cosimo, avvocati Paolo Florio ed Enzo Fragalà. Sostituiti dall'avvocato Ceolan.
Mangano Antonino, avvocato Graziano Maffei di Lucca. Sostituito dall'avvocato Pepi.
Tutino Vittorio, avvocati Lapo Gramigni e Domenico Salvo. Sostituiti dall'avvocato Ceolan.
Dunque, ho provveduto alla sostituzione per tutti? Per tutti.
Spoleto, allora.
VICEIS. Paretovich: Buongiorno, signor Presidente. Da Spoleto.
PRESIDENTE: Buongiorno.
VICEIS. Paretovich: Il viceispettore Paretovich.
Sono presenti in aula gli imputati Pizzo Giorgio e Giuliano Francesco. Mentre sono rinuncianti i seguenti detenuti: Graviano Filippo, Cannella Cristofaro, Benigno Salvatore.
PRESIDENTE: Molto bene.
VICEIS. Paretovich: Do atto che non sono posti impedimenti o limitazioni all'esercizio dei diritti e delle facoltà spettanti agli imputati.
Che è attivato il collegamento audiovisivo tra l'aula di udienza e il luogo in cui si trovano gli imputati, con modalità che assicurano la contestuale, effettiva e reciproca visibilità delle persone presenti nei luoghi collegati e la possibilità di udire quanto vi viene detto.
Do inoltre atto che è garantita la possibilità per gli imputati di consultarsi riservatamente con il difensore per mezzo di collegamento telefonico.
PRESIDENTE: Grazie.
Allora, il difensore di Benigno Salvatore è l'avvocato Graziano Maffei. Sostituito dall'avvocato Ceolan.
Difensore di Giuliano Francesco è l'avvocato Giangualberto Pepi, presente.
I difensori di Graviano Filippo, avvocati Oddo di Palermo e Lapo Gramigni di Firenze. Sostituiti dall'avvocato Ceolan.
Difensore di Pizzo Giorgio, avvocati Domenico Salvo di Palermo e Giangualberto Pepi di Firenze, che è presente.
Difensori di Cannella Cristofaro, avvocati Giuseppe Di Peri e Marco Rocchi di Firenze. Sostituiti dall'avvocato Ceolan.
Sentiamo, allora, L'Aquila.
ISPETTORE Pozzi: Buongiorno, signor Presidente.
PRESIDENTE: Buongiorno.
ISPETTORE Pozzi: Sono l'ispettore di Polizia Penitenziaria Pozzi Vittorio.
É presente in questa auletta l'imputato Spatuzza Gaspare, mentre mi risulta rinunciante l'imputato Giacalone Luigi.
PRESIDENTE: Mi può dare atto della sussistenza delle condizioni di luogo e di collegamento, previste dall'articolo 2 della legge sulla partecipazione a distanza al dibattimento penale?
ISPETTORE Pozzi: Le confermo il pieno rispetto di tutto quanto.
PRESIDENTE: Grazie.
Dunque, il difensore di Giacalone Luigi, avvocati Priola e Paolo Florio di Firenze. Non sono presenti. Sostituiti dall'avvocato Ceolan.
Mentre è presente l'avvocato Giangualberto Pepi, difensore di Spatuzza Gaspare.
A questo punto, se uno degli imputa... Ah, il Frabetti. L'imputato Frabetti Aldo desiderava fare una dichiarazione spontanea. Siamo qui per ascoltarlo.
IMPUTATO Frabetti: (voce fuori microfono)
Signor Presidente, rinuncio perché ho...
PRESIDENTE: Ah, rinuncia. Se vuole rinunciare è autorizzato a allontanarsi.
Quindi gli agenti di custodia se vogliono... cioè, possono riaccompagnarlo nel carcere dove si trova. Quindi Frabetti è rinunciante. Il suo difensore è?
AVVOCATO Pepi: (voce fuori microfono)
Ero io.
PRESIDENTE: É lei. Nessuna osservazione al riguardo.
E allora diamo la parola al Pubblico Ministero.
PUBBLICO MINISTERO: Cercando di essere coerente e conseguente con l'illustrazione svolta nella giornata di ieri e soprattutto cercando di sviluppare le ultime considerazioni che mi sembrava opportuno fare, considerazioni che, come loro rammentano, sostanzialmente anticipavano un certo risultato finale - che scaturirà, io suppongo, in maniera sufficientemente chiara dalla ricostruzione di alcuni altri avvenimenti, sempre svoltisi nel corso del 1992, avvenimenti che per altro ho già indicato - credo che convenga, una volta ancora, anziché seguire un ordine cronologico naturale, vale a dire da ciò che è avvenuto prima a ciò che è avvenuto dopo, seguire un ordine cronologico inverso.
Mi pare che le ultime considerazioni fatte anticipassero la necessità, anzi, già prospettassero la necessità di trovare le ragioni per le quali si sono verificate, nel corso degli eventi, determinate discontinuità.
É un termine che ho adoprato più volte, non mi sembra improprio e quindi mi si vorrà perdonare la ripetizione.
Discontinuità soprattutto in termini di soggetti, ieri dicevo.
Avevamo visto che determinati avvenimenti avevano avuto come loro protagonisti essenziali alcune persone, con esclusione di altre. Mentre invece si cominciava già a intravedere per alcuni accenni, che protagonisti di altri fatti altrettanto importanti e sempre interni allo stesso iter di formazione di tutta la premessa causale, storica e organizzativa delle stragi, erano, viceversa, se non tutti almeno in parte diversi.
Alla Corte, dicevo ieri sera, bisognerà cercare di capire che cos'è che ha cambiato i termini del problema, per vedere se questa modifica, questi mutamenti sono mutamenti che hanno una loro ragion d'essere e che anzi comprovano la correttezza e la intrinseca coerenza del disegno criminoso - per ora ce ne occupiamo nelle sue fasi predeliberative - ovvero se si tratta di situazioni non sufficientemente chiarite, con tutte le conseguenze che se ne debbano trarre.
Sicuramente, anche in questo caso, si dovrà dare atto - non lo dico per la Corte, questo - si dovrà dare atto al Pubblico Ministero almeno della buona volontà, intesa nel senso di una buona volontà positiva, una buona volontà costruttiva, non una buona volontà come esercizio della buona coscienza. Ma buona volontà come intendimento di fornire ai Giudici, di fornire alle altre parti, a cominciare dalle parti civili, tutti gli elementi utili a comprendere quelle pagine importanti degli avvenimenti, non leggendo le quali si potrebbe avere la sensazione di leggere una storia in maniera monca, in maniera incompiuta.
L'avvenimento dal quale bisogna che io inizi a svolgere questa illustrazione è quello che, alla cronaca del nostro processo, è passato, si è affermato con la definizione "episodio di Boboli".
Io attribuisco a questo avvenimento, oltretutto, ma non per ragioni mie personali - personali del Pubblico Ministero - ma per ragioni di tipo obiettivo, attribuisco una importanza notevole, in quanto è la prima manifestazione esterna, concreta, fattuale, di quello che si muove all'interno di Cosa Nostra a partire... e in ragione di certe premesse, queste meno visibili, che si sono definite nel corso dell'anno 1992, ma - lo sottolineo - fino all'ottobre del 1992 ancora relegate ai circuiti interni di decisione, di dibattito, di iniziativa dell'organizzazione.
Vorrei anche far presente - e la Corte ha la possibilità di controllare quanto io sto dicendo - che questo avvenimento ha fatto la sua comparsa in scena, nelle indagini intendo dire, in un'epoca molto risalente, rispetto ad oggi che se ne sta parlando e, reciprocamente, molto ravvicinata all'inizio delle indagini. Anzi, è stato il primo degli episodi che è stato in qualche modo lumeggiato, anche se non è stato possibile inizialmente ricostruirlo per intero.
Se loro avranno modo e ragione di controllare l'esame ai sensi dell'articolo 210 di Gioacchino La Barbera, loro vedranno che in sede di esame, a La Barbera, sono stati richiamati per contestazione verbali di interrogatori, ovviamente del Pubblico Ministero, del 3 marzo del '94 - del Pubblico Ministero di Firenze - e addirittura un verbale precedente, del febbraio del '94, del Pubblico Ministero di Palermo. Verbale di interrogatorio in cui cominciava a prender forma il racconto di questo avvenimento, che si era verificato, così il racconto di La Barbera, nell'ultimo scorcio del 1992 e più esattamente nel mese di ottobre del 1992.
Tanto perché la Corte possa fare quei collegamenti di ordine cronologico, che a mio parere hanno un significato, il febbraio-marzo del 1994, mentre il Pubblico Ministero comincia a elaborare questa indicazione, che, loro lo capiscono anche da quanto dicevo poco fa, prima è stata rappresentata al Pubblico Ministero di Palermo, nel febbraio del '94 e poi è stata rappresentata al Pubblico Ministero di Firenze; ecco, mentre si elabora questa iniziale indicazione fornita da Gioacchino La Barbera, che - apro una parentesi per ricordare, anche questo risulta non solo dalle sue dichiarazioni, ma per esempio dalla testimonianza resa dal colonnello Pancrazi - aveva avviato un rapporto di collaborazione con l'Autorità Giudiziaria da due mesi, dal novembre del 1993 e chiudo la parentesi. Mentre si sviluppava questa indicazione, per intendersi, si iniziava ad elaborare le prime indicazioni investigative, questa volta fornite dalla Direzione Investigativa Antimafia, in modo convergente con quelle che andava a fornire la Polizia di Stato, sul filone dei contatti telefonici e in particolare sul filone dei contatti telefonici triangolari, di area fiorentina, della notte antecedente della strage: Carra-Spatuzza-Messana.
Siamo negli stessi giorni, siamo alla fine del 1994... del febbraio del 1994, chiedo scusa. E agli inizi del marzo, appunto di quell'anno.
Questa indicazione, mi pare doveroso sottolinearlo - e di questo è testimonianza anche l'esame che è stato fatto di La Barbera, il 6 giugno 1997, davanti alla Corte - questa indicazione è formata ed è elaborata in maniera estremamente sintetica. Intendo dire che è intanto elaborata in quanto fine a se stessa, senza nessun addentellato ulteriore ad altre situazioni di Cosa Nostra, ad altri avvenimenti dell'epoca, o anche delle epoche precedenti. E, è il corollario, è elaborata senza indicazioni che trasferiscano questo avvenimento al di fuori di un ristretto contesto di persone. Non solo, ma è anche elaborata in termini in qualche modo inesatti, o per meglio dire lacunosi.
Rovesciando questa affermazione e cercando, quindi, di rappresentarla positivamente, questa indicazione si dimensiona nelle dichiarazioni di La Barbera, che sono quelle raccolte inizialmente, secondo tre parametri.
Questo episodio, avvenuto nell'ottobre del 1992, era stato attuato da tale Mazzei.
Questo episodio era, per le dichiarazioni di La Barbera, riconducibile conoscitivamente, salvo se anche decisionalmente, ad un ristretto numero di persone: lo stesso Mazzei, Brusca, Bagarella, La Barbera e Gioè.
Questo episodio aveva avuto le caratteristiche di un'azione praticata con del liquido incendiario, o del liquido infiammabile, ad un importante edificio fiorentino, o ad un museo.
Questa azione avrebbe dovuto avere un ritorno, una ricaduta in termini di pubblica informazione. Nel senso che si attendeva, da parte di Mazzei, che di questo fatto i mezzi di informazione si impadronissero e quindi ne dessero adeguata divulgazione.
Ultimo elemento - e dovrò per forza di cose anticipare poi tutto un altro capitolo della ricostruzione - La Barbera non disponeva di informazioni, non dispone di informazioni, al dibattimento non ha dimostrato di poter disporre di informazioni che collegassero questo avvenimento particolarmente ad una persona, la cui esistenza gli è nota, della quale in particolare gli erano noti i rapporti con Antonino Gioè: vale a dire Bellini.
Detto in forma più chiara: a La Barbera non constava che ci fosse alcun collegamento tra questo avvenimento, del quale si era reso protagonista Mazzei, e questi contatti protrattisi nel tempo e in un certo modo finalizzati, esistesse - contatti tra Gioè e Bellini, appunto - esistesse un qualche collegamento.
Questa è la situazione conosciuta agli inizi del marzo del 1994 e in questi termini, sostanzialmente, la si continua a conoscere oggi attraverso le dichiarazioni di La Barbera. Senonché, come loro sanno, non sono più le sole dichiarazioni di La Barbera quelle che aiutano a ricostruire l'avvenimento; sono numerose, anche in questo caso, di varia provenienza: esterna e interna agli ambienti di Cosa Nostra.
Addirittura anche contributi conoscitivi del tutto laici, rispetto all'organizzazione, quali sono i contributi conoscitivi degli ufficiali di Polizia Giudiziaria che hanno compiuto una certa operazione di rinvenimento di questo ordigno - perché di ordigno, come loro sanno, si tratta e non di una operazione fatta con del liquido infiammabile - il 2 di novembre del 1992.
Notino un altro elemento, un altro dettaglio: nel corso dell'esame in qualità di testimone di Bellini Paolo, sono stati richiamati i verbali di assunzione di informazioni compiuti dal Pubblico Ministero nella fase delle indagini preliminari.
E loro vedranno, dalle date, che Bellini è stato, a suo tempo, assunto come persona informata sui fatti nel marzo del 1994 in stato di detenzione presso la Casa Circondariale di Reggio Emilia; in data successiva, in data successiva - sottolineo - all'espletamento degli interrogatori di Gioacchino La Barbera.
Come dire che il percorso di indagine del Pubblico Ministero è stato questo: l'esame, l'interrogatorio di Gioacchino La Barbera sul conto di questo particolare avvenimento, nonché sul conto dei rapporti tra Bellini e Gioè, come premessa metodologica per una corretta azione di indagine, come premessa metodologica per l'assunzione di informazioni da parte di Bellini.
Questo alla Corte potrebbe interessare poco, perché quello che ha fatto il Pubblico Ministero sono problemi del Pubblico Ministero.
Senonché, a mio parere, la ricostruzione dell'avvenimento, dal punto di vista logico e dal punto di vista della più efficace penetrazione dei fatti, può seguire questo che, forse anche casualmente, fu lo schema di indagine del Pubblico Ministero.
Sostanzialmente, i punti di partenza di questa vicenda sono due. Uno, assolutamente incontrovertibile, che si sostanzia in un fatto addirittura materiale ed è la lettera di Gioè.
Cioè a dire quella lettera che viene ritrovata, non appena viene scoperto il suicidio di Gioè, intorno a mezzanotte e qualche minuto, quindi alle 0.30, del 29 luglio 1993.
Gioè evidentemente si è suicidato pochi minuti prima, forse mezz'ora prima, forse un'ora prima, forse due ore prima; ma verosimilmente... e comunque nella tarda serata, nelle prime ore della notte tra il 28 e il 29 luglio del 1993, nel carcere di Rebibbia.
Siamo a 24 ore di distanza dagli attentati di Roma e di Milano; siamo a 24 ore di distanza dalla strage di Milano, nella quale cinque persone hanno perso la vita.
Perché dico che questa lettera è un punto di partenza concreto? Per la semplicissima ragione che questa lettera, nella sua quarta pagina manoscritta, menziona direttamente, inequivocamente, la persona di un certo signor Bellini.
Cioè a dire, in questa lettera lasciata da Gioè vengono fatti alcuni nominativi; Gioè parla della propria moglie, Gioè parla dei propri familiari, Gioè parla in particolare del fratello, parla di persone con le quali è stato detenuto.
A pagina 3, in fondo, Gioè scrive:
"Dimenticavo di dire che mio fratello Mario, nell'andare a tentare di recuperare il credito" - ha parlato inizialmente di un suo credito per una operazione sporca - "ha consegnato al creditore una tessera dello stesso creditore."
Qui si capisce subito che c'è un errore, perché se il credito era di Gioè, non poteva essere... non ci possono essere due creditori sullo stesso credito.
"Ha consegnato" - dobbiamo leggere - "al debitore, una tessera dello stesso debitore. Il che adesso mi rendo conto che quest'ultimo fosse un infiltrato. Mio fratello non lo ha incontrato; ed il figlio gli ha detto che il padre era ricercato."
"Supponendo che il signor Bellini fosse un infiltrato, sarà lui stesso a darvi conferma di quanto sto scrivendo.
L'ultima volta che ho incontrato quest'uomo è stato presso la cava Buttitta. Solo per pura fatalità me lo sono fatto portare in quel posto dove sono andato per cercare di convincere il signor Gaetano Buttitta...", eccetera, eccetera, eccetera.
Questo è il primo dato di fatto incontrovertibile.
Sul punto che sia esistito un contatto che Antonino Gioè aveva intrattenuto con un certo signor Bellini, che questo contatto si legasse ad un rapporto di debito-credito per un'operazione sporca, che questo rapporto si legasse ad una questione di un documento di identità - la tessera, in Sicilia, è la carta di identità - che questo rapporto si legasse ad incontri, uno dei quali, l'ultimo, avvenuto presso la cava Buttitta; quarto, che questa persona, Bellini, abbia dato a Gioè e continui a dare a Gioè al momento in cui Gioè scrive questa lettera, motivo di sospettare che si trattasse di una persona infiltrata.
Il secondo punto, il secondo punto fermo, il punto di concretezza dal quale muove una ricostruzione, che nel corso del tempo si farà più complessa, si farà più articolata e che arriverà alla Corte in maniera ancor più articolata di quanto non si fosse potuto configurarla nel corso delle indagini preliminari, è rappresentato dalle conoscenze di Gioacchino La Barbera. Il quale, avendo - come loro sanno, su questo proprio non c'è bisogno di intrattenersi - una dimestichezza prolungata di anni di paese. Vivevano ad Altofonte tutti e due, si conoscevano da sempre, vorrei dire. E questo, mi pare, sia l'argomento che, in qualche modo, dirime chissà quali interrogativi.
Avendo partecipato assieme alla strage di Capaci è, in assenza di altri - ripeto, in assenza di altri - persona altamente titolata per dare un senso a questa lettera per i riferimenti che contengono a questa persona, a questo Bellini. Forse altrimenti nemmeno identificabile, perché questo è un cognome, non è altro che un cognome: Bellini. É uno dei cognomi più... non voglio dire fra i più comuni d'Italia, ma sicuramente non sarà un cognome... è estremamente frequente. E comunque i dati contenuti nella lettera sono dati estremamente limitati.
Per modo che, assumendo indicazioni da La Barbera Gioacchino, ne viene fuori la possibilità, ne è venuta fuori, la possibilità di dare un senso a questi passaggi ed altri di questa lettera, ne viene - senza che su questo La Barbera possa essere sollecitato da alcuna domanda suggerita, postulata, orientata né dalla lettera, né da chissà che altro - ne viene fuori, ripeto, l'indicazione iniziale che riguarda l'episodio avvenuto negli ultimi mesi del 1992 a Firenze.
É la stessa sequenza probatoria che il Pubblico Ministero ha cercato di dare al dibattimento. Tant'è che il 6 giugno del 1997 si è proceduto all'esame di La Barbera; e il giorno dopo si è proceduto all'esame di Bellini, nonché delle altre persone a conferma o a verifica, o a controllo, della attendibilità delle dichiarazioni di La Barbera.
Non credo che sia assolutamente il caso che io mi dilunghi a passare in rassegna una per una tutte le sfumature, tutte le sfaccettature del racconto fatto da La Barbera sul conto dell'episodio che, fin dal 1994, ripeto, dal febbraio 1994, egli ha attribuito a Mazzei e lo ha attribuito a Mazzei, operativamente, inserendolo in un contesto di discussioni, in un contesto decisionale, quanto meno in un contesto di conoscenze, circoscritto alle persone che indicavo qualche minuto fa.
Mi basta, mi basta che la Corte abbia presente - perché a me questo sembra l'essenziale del ragionamento - che nel racconto di La Barbera, accanto alla rappresentazione di un'azione che Mazzei aveva appena fatto a Firenze, per altro con l'impiego di liquido infiammabile, quello che mi preme che sia chiaro, perché in questi termini emerge già dalle dichiarazioni di La Barbera, è che Mazzei questa iniziativa l'aveva assunta nell'ambito di disposizioni che gli erano state impartite da Brusca e da Bagarella; che questa azione si attendeva, almeno da parte di Mazzei, sarebbe stata convenientemente ripresa dai mezzi di informazione; che il fatto che ciò non avvenisse veniva interpretato da Mazzei come l'effetto di una decisione studiata perché di questo fatto l'opinione pubblica non fosse informata.
Le parole di Mazzei, secondo il racconto di La Barbera: "l'hanno coperto per non farlo sapere alla gente".
Terzo: questo episodio rientrava in una strategia - queste sono le parole di La Barbera - "rientrava in una strategia". Intanto, non era un fatto fine a se stesso, ma era un fatto che apparteneva ad un programma.
L'oggetto di questo programma era colpire i beni dello Stato.
Per una datazione esatta di questo episodio La Barbera, come loro ricordano, ha fatto riferimento ad un certo contatto telefonico intercorso tra il suo cellulare e il cellulare nella disponibilità di Mazzei; nel senso, cioè, del cellulare il cui numero era quello che La Barbera formava quando voleva contattare Mazzei, indipendentemente da chi fosse l'intestatario del cellulare, perché ovviamente questo non era un problema di La Barbera.
Con il dettaglio che, come loro ricordano, La Barbera non ebbe altra possibilità che fare, attraverso il proprio cellulare, quella telefonata per ragioni contingenti. Perché, trovandosi a bordo di una nave che da Palermo lo doveva condurre a Napoli, in vista poi di raggiungere Milano dove avrebbe dovuto, secondo gli accordi, incontrarsi con Mazzei, La Barbera, appunto, non ebbe altra possibilità per contattare Mazzei - anche perché il telefono pubblico della nave era affollato, comunque era inagibile, e per altre ragioni - non ebbe altra possibilità che quella di utilizzare il proprio telefono.
E con questo ho sintetizzato entrambi i punti che è opportuno lumeggiare.
Il primo, cioè, rappresentato dal fatto che asseritamente, secondo La Barbera, vi è stato un contatto telefonico tra lui e Mazzei; contatto telefonico che precede uno spostamento di La Barbera nel Norditalia; l'appuntamento era a Milano. La Barbera aveva da curare degli interessi nella zona di Reggio Emilia, così ha detto. All'epoca, La Barbera non era ricercato, era un cittadino che con i suoi documenti poteva girare tranquillamente l'Italia e forse andare anche all'estero; era un incensurato.
Secondo: che Mazzei disertò l'appuntamento facendogli capire che si trovava da qualche altra parte e La Barbera intese che si trovava ancora in Sicilia.
Loro sanno, perché su questo punto sono state introdotte delle testimonianze, mi pare quella del dottor Di Berardini, loro sanno che, in effetti, alle 20.53 del 16 ottobre 1992 dal cellulare intestato a La Barbera Gioacchino viene fatta alle ore 20.53, in ora serale, così come dichiara La Barbera, viene fatta una telefonata al cellulare intestato a certa Ebola, che è la moglie, una parente di Mazzei. Ed è il cellulare che, per l'appunto, viene sequestrato a Mazzei al momento del suo arresto che si verifica il 10 novembre 1992. Quindi a 20 giorni circa di distanza rispetto a questo fatto.
Quindi un primo sicuro aggancio concreto, incontrovertibile, delle dichiarazioni di La Barbera a una risultanza di ordine obiettivo.
Così come, di analoga qualità, sono gli accertamenti, sempre condotti a partire dall'analisi del tabulato del cellulare di La Barbera Gioacchino, dai quali risulta che, in effetti, nei due giorni successivi, fino al 18 di ottobre, La Barbera si trattenne al Nord.
Quindi, noi lo troviamo in movimento dalla Sicilia verso il Continente nella notte tra il 16 e il 17 ottobre del 1992; lo troviamo poi dislocato, il suo cellulare, lo troviamo al Nord per un altro paio di giorni.
A questo punto, di quello che La Barbera riferisce, non ci interessa più molto, per la semplice ragione che sono altri contributi conoscitivi più circostanziati, se si vuole, che vanno più in profondità, sul conto di Mazzei e sul conto dell'avvenimento.
Contributi conoscitivi che, loro lo hanno ben presente, provengono intanto da uno degli esecutori o dei partecipi materiali all'episodio di Boboli: Gullotta Antonino. Che è stato esaminato e, come loro ricordano, ha spiegato per filo e per segno come tra le quattro persone che erano andate, che sono venute a Firenze nell'ottobre del '92 a valle dell'acquisto di una certa auto Opel Kadett che fu concluso a Milano da Mazzei, presente Gullotta Antonino, con intestazione poi della macchina a un certo Cannavò Carmelo. E quindi, come si è ricostruito in data successiva, il 5 ottobre 1992, questa è la data dell'acquisto a Milano e anche dell'inizio della copertura assicurativa.
Ecco, loro sanno da queste dichiarazioni e da tutti gli accertamenti conseguenti che, effettivamente, l'episodio riferito da La Barbera è un episodio che si è verificato, è un episodio del quale Mazzei è stato, in qualche modo, il protagonista principale; che Mazzei lo ha eseguito assieme ad altre tre persone, una della quali lo stesso Gullotta. Mentre le altre due, sono uno il Cannavò, di cui abbiamo già parlato, e l'altro è Facella Salvatore.
Loro sanno che questo episodio non si sviluppa tutto sull'asse Palermo-Firenze, ma ha un terzo punto di riferimento che è rappresentato dalla città di Torino, luogo dal quale proviene quell'ordigno militare, quell'ordigno bellico che è stato lasciato nel Giardino di Boboli.
Loro sanno, hanno le possibilità di controllarlo, che se le indicazioni fornite da La Barbera, come si diceva, risalgono agli inizi dell'indagine, al febbraio-marzo del 1994, le indicazioni fornite da Gullotta risalgono al giugno del 1996, tra Gullotta e La Barbera non risulta ci sia stato qualsivoglia rapporto. Sanno, soprattutto che, fin dall'ottobre del... dagli inizi del novembre del 1992, il maresciallo, comandante della Stazione dei Carabinieri di Pitti era stato chiamato in fretta e furia da uno dei giardinieri che aveva trovato in un sacchetto un ordigno; loro sanno, perché è stato adeguatamente rappresentato, che il ritrovamento di quest'ordigno è rimasto estraneo alle conoscenze di tutta l'indagine fino a quando Gullotta non ha raccontato questo episodio.
E com'era anche logico che fosse, perché, alla data del giugno del millenovecento... Ancora alla data del giugno del 1996, questo avvenimento era rappresentato solamente dalle dichiarazioni di La Barbera, che contenevano anche una grave lacuna e una grave inesattezza - grave nel senso che, in qualche modo, paralizzavano la possibilità di investigare ulteriormente - perché a quella data nessuna indicazione, nessuna dichiarazione veniva ancora al Pubblico Ministero da un altro imputato, da Brusca. Perché a quella data mai e poi mai era passato per la mente della Stazione dei Carabinieri di Palazzo Pitti, o di qualche comando dell'Arma superiore, di rappresentare al Pubblico Ministero che si occupava delle stragi, questo avvenimento datato, datatissimo, per quanto poteva avere a che fare, in termini di compatibilità o di pertinenza, con i fatti di strage.
Quei pochi elementi conoscitivi ulteriori erano molto generici - mi riferisco in particolare a quelli che sono stati poi rappresentati davanti alla Corte da Malvagna Filippo - erano estremamente generici e comunque inidonei a dare proprio concretezza in termini di verifica puntuale, verifica sul fatto, al racconto di La Barbera.
Però, dico, senza bisogno che io ripercorra tutto questo discorso investigativo e quindi di ricostruzione, l'episodio a questo punto è conosciuto.
Manca il corpo del reato; loro sanno quale ne è stata la destinazione.
Ma anche se manca il corpo di reato, lo sappiamo esattamente di che cosa si trattava; sappiamo come sono andati i fatti; sappiamo quando questo episodio si è svolto.
Potremmo discettare a lungo se siamo a ridosso del giorno 20, se siamo al 19, piuttosto che il 21 o il 22. Non ci servirebbe assolutamente a niente.
Potremmo dire che le dichiarazioni di La Barbera sono in contrasto con il racconto di Gullotta per una, per tre, per cinque ragioni. Il discorso non serve assolutamente a niente.
Perché la effettività di questo episodio è incontestabile; la sua riferibilità a Mazzei non è dubitabile. Il fatto, quindi, che La Barbera abbia fornito già, ripeto, dal febbraio del '94 le indicazioni su una certa quale azione comunque delittuosa compiuta da Mazzei per l'appunto in quel periodo, per l'appunto in Firenze, è una affermazione che dimostra la assoluta corrispondenza al vero del nucleo centrale del ricordo di La Barbera.
Loro non devono giudicare La Barbera. So perfettamente che ben altre sarebbero le esigenze se La Barbera fosse una persona che loro debbono giudicare. É una di quelle persone, come dicevo ieri, che entrano nel processo per uscire dalla motivazione della sentenza; altre, devono uscire dalla porta del dispositivo.
Però mi sembra importante lo stesso che, posto che la corrispondenza al vero del nucleo centrale delle dichiarazioni di La Barbera non può essere revocata in alcun dubbio, da questo ne deriva che, ogni più o meno lambiccata discussione per sottilizzare sul perché taluno abbia ricordato in un modo e sul perché il ricordo dell'altro non possa andare a combaciare con il ricordo del primo, è e sarebbe una discussione fatta per non dar niente di più concludente e di più significativo al processo.
Ora, a me avrebbe fatto piacere poter fare delle domande al signor Mazzei.
Ma, com'era logico che avvenisse, com'era facilmente prevedibile - con questo la Corte ha fatto benissimo, se mi posso permettere di esprimere un giudizio, a emettere l'ordinanza con la quale si disponeva di procedere all'esame di questo Mazzei - ma era logico, soprattutto quando Mazzei è stato ragguagliato sul fatto che il suo esame era stato chiesto dalla difesa, era logico che Mazzei non avrebbe proferito parola.
Perché se con le proprie dichiarazioni poteva nuocere agli interessi dell'accusa, avrebbe sicuramente risposto alle domande.
(segnale di scollegamento)
PRESIDENTE: Un momento. É stato ripristinato il collegamento? C'è stata un'interruzione nel collegamento?
ISPETTORE Pozzi: Da L'Aquila, sì, per alcuni secondi.
PRESIDENTE: Ah, bene. Ora funziona regolarmente?
ISPETTORE Pozzi: Perfettamente da L'Aquila.
PRESIDENTE: Grazie.
PUBBLICO MINISTERO: Allora, riprendiamo da alcuni secondi fa, per dire che era scontato che Mazzei non avrebbe... non si sarebbe sottoposto all'esame, non avrebbe accettato di rispondere alle domande.
A maggior ragione era scontato quando a Mazzei è stato fatto presente che il suo esame è stato richiesto dalla difesa. Avrebbe probabilmente risposto alle domande se avesse saputo di poter nuocere, con le sue domande, agli interessi, se interessi sono quelli dell'accusa. Ma chiaramente non poteva sapere attraverso quali risposte, risposte attendibili, risposte plausibili, poteva corrispondere in qualche modo alle aspettative della difesa.
Avrebbe dovuto dire delle bugie, sostanzialmente, e per ciò stesso non avrebbe arrecato alcuna soddisfazione alle aspettative della difesa.
Avrebbe sicuramente risposto se fosse stato il Pubblico Ministero a chiedere l'esame. Avrebbe detto tranquillamente le sue falsità per nuocere alle esigenze dell'accusa.
Detto questo - per quel che può valere, ma sono convinto che le cose siano andate effettivamente così - e stabilito quindi che di quello che ha detto Mazzei... di quello che avrebbe potuto dire Mazzei non abbiamo la possibilità di fare alcun uso, stabilito anche che non ci serve ripercorrere le dichiarazioni di Gullotta, tanto meno ci serve ripercorrere le dichiarazioni dei testimoni; che cosa è che è attingibile per completare la ricostruzione di questo fatto per la parte in cui questo fatto ci serve per capire altri aspetti del processo?
Io direi che ci serve, intanto, qualche cosa in più per finire l'ambientazione del personaggio di Mazzei. Più specificamente, loro... a parte che sanno già, per le dichiarazioni del La Barbera, che si trattava di un uomo d'onore, almeno all'epoca in cui Mazzei andò a eseguire questo fatto, ma soprattutto da Sinacori Vincenzo, hanno una più puntuale, più dettagliata ricostruzione anche del percorso di inserimento di Mazzei in Cosa Nostra, in termini di modalità, in termini di epoche, in termini - e questo mi pare importante - soprattutto di sponsor, adopero deliberatamente questa espressione.
Loro ricordano che Sinacori ha spiegato quali erano le ragioni per le quali - e erano ragioni di non secondaria importanza - per le quali al di là della fiducia, al di là di un certo rapporto di conoscenza o di amicizia che si poteva essere stabilito in ambiente carcerario tra Mazzei e in particolare Bagarella, rendevano problematico, per non dire erano di ostacolo, a che Mazzei potesse essere inserito in famiglie, messo in famiglia, il fatto di avere avuto un contenzioso, lui, il capo dei "calcagnusi", un contenzioso con la famiglia di Cosa Nostra di Catania; il fatto, secondo e più grave, che in anni precedenti, qualche anno prima, un ragazzo della famiglia di Mazzei, invischiato in una storia giudiziaria, avesse avviato un rapporto di collaborazione con l'Autorità Giudiziaria, l'Autorità di Polizia. Fatto così grave questo che era stato sanzionato già all'interno della famiglia di Mazzei, questo ragazzo era stato soppresso.
Ma ciò nonpertanto era una grave macchia nel pedigree di questo pluriomicida catanese, tanto da rendere improponibile, se non per qualche ragione forte, il suo inserimento in qualità di uomo d'onore in una famiglia mafiosa.
Sinacori ha anche spiegato che pesò così tanto nella decisione il fatto del rapporto privilegiato, del rapporto di considerazione che Mazzei e Bagarella avevano reciprocamente - e per quanto io vada dicendo, per quanto io vada illustrando - soprattutto la considerazione che Bagarella aveva nei confronti di Mazzei, che Mazzei, che aveva già dato non buona ma ottima prova di sé in numerose azioni criminali compiute da uomini di Cosa Nostra... Ricordino il duplice omicidio di Rimini di cui hanno parlato Sinacori e Patti. Quelle persone legate a Contorno, D'Agati, l'altro non mi ricordo più come si chiamava, fatto che è ancora del 1991.
É un omicidio che vede il coinvolgimento di Sinacori, di Patti, di Mazzei e del fratello Mazzei, di Facella Salvatore. Omicidio, appunto, che precede di molti mesi la combinazione di Mazzei e che sarà, che sicuramente è stato, uno dei tanti fatti di sangue che hanno convalidato la considerazione che su Mazzei aveva cominciato a riporre, evidentemente, Bagarella in virtù dei periodi di codetenzione - dimostrati, come la Corte ben sa - che queste persone avevano avuto.
Sta di fatto che l'ingresso di Mazzei in Cosa Nostra è un ingresso qualificato non solo perché - ripeto - lo sponsor è uno sponsor di prima grandezza; non solo perché per combinare Mazzei nella famiglia di Catania si sposteranno niente meno che Brusca, Bagarella e Gioè; non solo perché Mazzei viene fatto uomo d'onore in una cerimonia organizzata all'istante; ma anche perché praticamente subito dopo che è stato combinato uomo d'onore, o comunque in epoca assolutamente prossima a questa data, Mazzei è ammesso ad avere un incontro, almeno uno, un incontro diretto anche se non esclusivo, con Riina.
Siamo a Mazara del Vallo, siamo nell'estate del '92, come la Corte ben sa, lo stato maggiore di Cosa Nostra è tutto al completo a fare le ferie, a progettare azioni criminali a Mazara del Vallo e nel Trapanese.
Questo è un aspetto dell'episodio di Boboli che non può essere perso di vista.
In che senso? Se l'episodio di Boboli fosse stato gestito esecutivamente da un personaggio di scadente profilo criminale, qualche cosa sicuramente avrebbe funzionato poco. Cioè a dire, avremmo avuto difficoltà a capire come potesse essere nello stesso momento vero quello che diceva La Barbera, e cioè che quest'episodio non era un episodio a sé stante, ma che faceva parte di un disegno con la conseguenza che colui che lo andava ad eseguire - questo è il racconto di La Barbera - era anche partecipe del disegno. Se poi, ad onta della regola per cui di disegni poco si parlava a quell'epoca in Cosa Nostra, i discorsi tendevano a farsi tra poche e affidabili persone, noi trovassimo, appunto, come un'improprietà complessiva della vicenda, la gestione di questo episodio affidato ad un personaggio di basso profilo criminale, di insignificante profilo criminale.
Così non è, perché l'episodio, modestissimo dal punto di vista operativo, viene, come loro sanno, gestito anche nel momento esecutivo da due uomini d'onore, da Facella, uomo d'onore della famiglia di Lercara Friddi, Mazzei, uomo d'onore della famiglia di Catania, fiduciario stretto di Bagarella, che è il suo sponsor dell'ingresso in Cosa Nostra; e di Giovanni Brusca che è, insieme a Bagarella, la persona che lo ha introdotto dentro Cosa Nostra fino a richiederne formalmente la combinazione da parte del capo della famiglia di Catania.
Se loro guardano le persone che erano presenti alla cerimonia in cui Mazzei fu combinato, trovano Brusca, Bagarella e Gioè, in rappresentanza dei palermitani - a Catania così si definivano gli uomini d'onore non catanesi, i palermitani - e gli stati maggiori della famiglia mafiosa di Catania.
Quindi è all'insegna anche della qualità dei personaggi che si deve verificare questa indicazione... vedono loro, io per il momento non sto parlando delle dichiarazioni di Brusca su questo punto, sto parlando delle dichiarazioni di La Barbera, sto richiamando, ma in ridottissima misura, le dichiarazioni di Gullotta, sto richiamando ora le dichiarazioni di Sinacori, non sto parlando delle dichiarazioni di Brusca, e non è senza ragione.
É in ragione del profilo dei personaggi anche l'operazione, che, ripeto, di per sé è un'operazione, dal punto di vista criminale, insignificante. É chiaro che è molto più difficile fare una rapina, per non dire realizzare un attentato, nel senso vero del termine.
Siccome il signor Mazzei non ha inteso rispondere alle domande.
Siccome il signor Bagarella ha detto che con Mazzei può aver avuto un rapporto di conoscenza, ma se questo è avvenuto è avvenuto solamente tra le mura di un carcere e può aver conosciuto Mazzei come ha conosciuto centinaia o migliaia di altri detenuti, io ricordo alla Corte che se Gullotta Antonino ha precisato che Mazzei l'ordigno se lo procurò negli ambienti criminali di Torino, e più esattamente andando a contattare un certo signor Giovanni Bastone, uomo d'onore della famiglia di Mazara del Vallo - sul punto, come se fosse una bibliografia, si vedano le dichiarazioni di Sinacori - io vorrei ricordare alla Corte un passaggio dell'istruttoria dibattimentale, in effetti, sempre analizzando il traffico telefonico facente capo a quel cellulare che era nella disponibilità di Mazzei quando fu arrestato, risulta per il 20 ottobre del 1992 un contatto, appunto, tra questo cellulare e un cellulare di un certo Antonio Bastone, che è il figlio di Giovanni Bastone, il figlio dell'uomo d'onore di Mazara del Vallo. Il che dimostra la attualità riferita all'ottobre del 1992 dei contatti, o dei rapporti, o della frequentazione tra Mazzei e queste persone che hanno il loro centro prevalente di interessi nel Torinese, Bastone, ma che, soprattutto, sono - lo ripeto - non catanesi ma piuttosto della provincia di Trapani e sono soprattutto uomini d'onore - Giovanni Bastone lo è, uomo d'onore - della famiglia di Mazara del Vallo.
L'altro punto sul quale bisogna soffermarsi, ricostruendolo a partire dalla dichiarazione di Gullotta Antonino, è rappresentato da quella telefonata che, stando al racconto di Gullotta, Mazzei intese fare dopo aver lasciato Firenze a distanza di un po' di tempo e di spazio. Mi pare che Gullotta abbia parlato di un centinaio di chilometri dopo aver lasciato Firenze; il significato non si lega alle distanze di tempo o di spazio, si lega al fatto in sé della telefonata.
É noto che Gullotta Antonino ha capito così poco di quella telefonata, pur essendo accanto a Mazzei, da concludere che se non aveva capito nulla lui che gli stava accanto, chissà che cosa poteva aver capito quello che stava dall'altro capo del telefono.
É altresì noto che la telefonata, quella di cui parla Gullotta, non è, nel racconto di Gullotta, una qualche telefonata che Mazzei doveva fare per ragioni sue personali, era una telefonata che si doveva fare in relazione a questo ordigno che si era lasciato a Firenze, qualche tempo prima, tanto che questa telefonata si prevedeva che la dovesse fare inizialmente lo stesso Gullotta o l'altra persona, Cannavò, e che solo in un momento successivo Mazzei decide di fare personalmente.
Loro ricordano il particolare che Mazzei in qualche modo si adirò per il fatto che qualcuno aveva sbagliato percorso, si erano persi per strada, e allora fu revocato l'incarico di fare la telefonata - che, ripeto, doveva essere fatta secondo il piano iniziale o da Gullotta o da Cannavò - e finì per farla Mazzei.
Perché questo particolare? Perché io sono convinto - ma ne sono convinti anche loro, io penso, se ci hanno riflettuto - se questa telefonata l'avesse fatta Gullotta o l'avesse fatta Cannavò, magari con un pochino più di proprietà di linguaggio, in maniera quindi anche da rendersi intelligibile, chi dei due fosse stato, da parte dell'interlocutore, probabilmente alcune delle nostre vicende avrebbero preso una piega diversa.
Il caso, che qualche volta gioca anche il suo ruolo, esercita le sue pretese, ha voluto che la telefonata l'abbia fatta Mazzei, che si sia espresso in termini così confusi da non far capire nemmeno a Gullotta che era accanto a lui che cosa stava dicendo, con la conseguenza che l'interlocutore ancor meno avrà capito, con la conseguenza che nonostante le indagini che sono state fatte sul punto, pur dopo avere esattamente datato l'episodio riferito dal Gullotta, non è stato possibile, presso alcun ufficio, presso alcuna redazione giornalistica, presso alcuna redazione di agenzia di stampa, stabilire che era pervenuto quel certo qual giorno, in quella certa qual telefonata... in quella certa ora, una telefonata con la quale si dava notizia che a Firenze nel tal posto c'era un ordigno, eccetera, eccetera.
Sicuramente loro hanno stabilito fin dall'inizio il collegamento tra questa riferita telefonata, fatta da Mazzei e quel segmento, quell'inciso del racconto di La Barbera che altrimenti non avrebbe avuto alcuna spiegazione, e cioè il fatto che, reduce da questa iniziativa - precedente che fosse di un giorno, di due o di tre, rispetto all'incontro che si verifica giù nelle campagne della zona di Piana degli Albanesi, di Altofonte o, come dirà Brusca, di Santa Flavia - Mazzei si aspettava, e non era il solo, che di questo avvenimento fosse data notizia attraverso gli organi di informazione principali. E cioè a dire, un telegiornale, magari un telegiornale locale, magari un giornale di diffusione regionale anziché nazionale, ma comunque un organo di informazione istituzionale ed importante.
Loro sanno meglio di me che se si verifica un fatto concretamente insignificante come quello che si è verificato a Boboli, un ordigno di artiglieria, un proiettile di artiglieria abbandonato in un sacchetto della nettezza in un giardino pubblico, è sicuro che un carabiniere, due, un magistrato, proverà a stabilire da dove proviene quell'ordigno, ma è ben difficile che la notizia venga presa e divulgata a livello di organi di informazione.
Quello che non si riusciva, quindi, a capire, questo passaggio delle dichiarazioni di La Barbera, è stato chiarito dalle dichiarazioni di Gullotta, quando si è appreso che Mazzei ha fatto una telefonata che si collegava direttamente all'azione che aveva compiuto e che aveva con ogni probabilità fatto la sua telefonata ad un organo di informazione.
So benissimo che Gullotta ha detto che gli pare di avere capito che Mazzei abbia evocato una qualche sigla che però... e comunque Gullotta non è stato in grado di precisare. Sì, però se la premessa di questa affermazione, fatta in maniera estremamente perplessa, è che di quello che disse Mazzei, Gullotta non capì assolutamente nulla, tanto che tra sé e sé concluse che ancor meno doveva aver capito quell'altro, loro capiscono che portata possa avere questa affermazione, ripeto, fatta all'insegna del dubbio più convinto, di una citazione di una qualche sigla nel corso della telefonata.
Ora possiamo richiamare su questa ricostruzione fatta per elementi, mi pare, a questo punto, rassicuranti, le dichiarazioni di Brusca.
Brusca è l'ultimo soggetto dichiarante su questa vicenda in termini proprio di acquisizione delle sue dichiarazioni. Ma anche qui io non ho bisogno di dilungarmi più che tanto sulle dichiarazioni di Brusca, a me basta richiamare questi punti: che l'iniziativa di Mazzei è iniziativa in parte di Mazzei, ma è in parte, e soprattutto, una iniziativa di Brusca, di Bagarella, in qualche misura di Gioè, occasionalmente, o più occasionalmente si può dire anche un'iniziativa di La Barbera. In altri termini, che Mazzei aveva preso questa iniziativa perché era vero che l'aveva presa di concerto con Facella, facendosi aiutare da qualcuno di sua fiducia, in quanto vi erano in quel periodo, siamo nell'autunno del 1992, discorsi che si facevano principalmente tra queste persone, tra lo stesso Brusca, tra lo stesso Bagarella - la sovrapposizione con le dichiarazioni di La Barbera è evidentissima -, lo stesso Mazzei, lo stesso Gioè, e avevano come oggetto o punto interrogativo che sia il problema - eccoci daccapo che ci imbattiamo in questo problema - del 41-bis, e quali potessero essere, tra le tante praticabili, le iniziative per, questo è il verbo adoperato da Brusca, "ammorbidire" lo Stato.
Nell'ambito di questi discorsi che si orientano in varie direzioni, come la Corte sa, si definisce un disegno criminale di tipo fondamentalmente intimidatorio - quella che io ieri chiamavo l'opzione criminale debole - da articolarsi attraverso il compimento di un fatto o di fatti che fossero dimostrativi della capacità di compiere azioni di carattere terroristico, dove e quando le si volessero compiere, rivendicandole in un qualche modo e senza spingerle a conseguenze irreversibili ottenendo il risultato della rivendicazione e quindi della intimidazione attraverso telefonate.
É esattamente quello che è successo per il nostro episodio: Gullotta è quello che conosce l'avvenimento dal punto di vista operativo; La Barbera conosce un po' del momento operativo e qualche cosa del contesto decisionale; Brusca conosce poco dal punto di vista operativo, ma conosce tutto quello che deve conoscere per quanto riguarda l'aspetto decisionale di questo avvenimento.
Ma è ovvio che delle spiegazioni ci volevano, delle spiegazioni ci sono dovute, altrimenti non riusciremmo a capire come persone - mi riferisco a Mazzei, ma mi riferisco a Mazzei emblematicamente e non perché voglia immediatamente esprimere una valutazione sul conto di questa persona - come Mazzei che praticano il crimine abitualmente per conto di Cosa Nostra, mi riferisco al 1992, perdono il loro tempo, perché di perdita di tempo si tratterebbe se non vi è una spiegazione adeguata, a lasciare un proiettile di artiglieria in una giardino sia pur importante come è il Giardino di Boboli a Firenze.
Eh, o c'è una spiegazione o è una stupidaggine.
E la spiegazione deve essere così qualificata da riscattare l'intrinseca stupidaggine dell'episodio, l'intrinseca pochezza dell'episodio.
Quella spiegazione che La Barbera aveva fornito solo in maniera allusiva, non avendo conoscenze più compiute. Apro una parentesi per ricordare una affermazione di Brusca, che ha detto che questi discorsi si svolgevano abitualmente, sistematicamente, tra lui, Bagarella, Gioè, nell'abitazione del dottor Sangiorgi, presente lo stesso Sangiorgi, qualche volta presente un certo Giovanni Scaduto; frequentemente con la presenza di Mazzei, La Barbera, alle volte c'era e alle volte non c'era, perché qualche volta Brusca lo impiegava per far delle commissioni. Talvolta lo mandava a sbrigare una faccenda o a sbrigarne un'altra.
Chiudo la parentesi non senza dire che può essere questa la chiave di spiegazione di una conoscenza lacunosa di La Barbera. E chiudo la parentesi.
Dico che quella spiegazione fornita allusivamente da La Barbera e fornita in maniera più compiuta da Brusca, è una spiegazione - se la si valuta come crede il Pubblico Ministero che debba essere valutata - che ha tutti quegli elementi qualitativi, sotto il profilo dell'iniziativa, che riscattano la sostanziale e intrinseca pochezza del fatto.
Il baricentro è rappresentato, come loro capiscono, dalla telefonata, in quanto la telefonata che doveva esser fatta all'ANSA avrebbe dovuto fornire le indicazioni per il ritrovamento e, nello stesso tempo, spiegare che quell'episodio aveva come suo punto di riferimento la situazione dei carceri di Pianosa e dell'Asinara.
Non ci doveva essere impiego alcuno di sigla, non occorreva dir molto di più, perché il solo fatto di menzionare Pianosa e "Sinara" - come dice Brusca, invece è l'Asinara - avrebbe fatto intendere che dietro quella iniziativa si muoveva l'organizzazione criminale i cui appartenenti, in gran numero, erano ristretti in questi due carceri dove scontavano il regime del carcere, dove scontavano la detenzione di rigore.
Non dubito del fatto che queste considerazioni appaiono ovvie, ma siccome non posso non sottolineare le cose che mi sembrano importanti, a costo di rappresentare alcune ovvietà, debbo comunque procedere in un certo modo.
Possiamo tirare delle conclusioni.
La prima: è l'unica azione di questo tipo che è stata compiuta. Non risulta che ne siano state fatte altre, non solo perché lo abbiamo chiesto direttamente a Brusca, ma perché lo abbiamo chiesto a tutti.
É un'azione a carattere intimidatorio che ha come suo obiettivo virtuale, per altro, nello stesso tempo le persone e qualche cosa che rappresenta il patrimonio culturale pubblico: Boboli, che è un giardino frequentato dalle persone.
E, nello stesso tempo, si collega alla realtà del 41-bis. É l'unica ed è la prima, quindi.
Eh, allora, siccome è la prima ed è anche l'ultima, tutta la capacità progettuale intorno a questo fatto, intorno a questa emergenza del 41-bis, stabilito che la si poteva praticare, una qualche reazione, minacciando al contempo il patrimonio culturale dello Stato e la pubblica incolumità, tutto questo progettare si riduce a questo sciocco, inconcludente episodio di Boboli?
Se è così, è così, e si tratta di prenderne atto. Se è così nei fatti ed è stato così nelle intenzioni, ha un significato. Se è così nei fatti, ma doveva essere diversamente nelle intenzioni, il significato è un altro ancora.
Nuovamente, noi abbiamo gli strumenti conoscitivi adeguati per stabilire che se questo è stato l'unico fatto a carattere intimidatorio, ma che doveva esprimere una qualche reazione esplicita per quello che era stato il risultato dell'avvento dell'articolo 41-bis dell'ordinamento penitenziario, il programma criminale non si riduceva a questa azione; ma il programma criminale registrava altre azioni di tipo analogo. E, in particolare, registrava quelle che sono state riferite da Brusca come l'operazione delle siringhe sulla spiaggia, oppure uno zainetto o una carica di esplosivo da farsi ritrovare, non più a Boboli questa volta, ma - e nuovamente - proprio sulla Torre di Pisa.
Anche qui, io vorrei che la Corte controllasse una mia considerazione, per stabilire se è una considerazione appropriata, oppure se è una considerazione inaccettabile.
Torniamo al febbraio del '94, al marzo del '94 quando queste vicende, quando questa rappresentazione di questo disegno criminoso all'insegna di una attività di intimidazione, di un proposito di intimidazione, è stato fatto da La Barbera.
Quando questa rappresentazione è stata fatta da La Barbera - che tale e quale l'ha riferita nel '94, l'ha riferita nel '97 a tre anni e più di distanza - mancavano gli elementi, oppure mancavano le coordinate, quante ne occorrevano e ne occorressero, per capire il senso di questa ricostruzione, di questo racconto, di questi avvenimenti.
A parte che non si riusciva nemmeno a dimostrare fino in fondo che cosa era successo a Firenze nell'ottobre del '92, pur stabilendo che qualche cosa doveva essere successo; ma a maggior ragione non si riusciva a capire quale poteva essere il profilo tattico o un profilo che guardava più in avanti di azione come quella delle siringhe.
Eppure La Barbera questa conoscenza la consegnava tale e quale: siringhe, la Torre di Pisa.
Quindi questa situazione ha fatto il suo ingresso nel processo ben prima che la rappresentasse Brusca. Già nella lettura del La Barbera si coglie come, attraverso questa azione di intimidazione, ci si proponesse di ottenere una serie di effetti l'uno trainante rispetto all'altro. Non solo si sarebbe fatto arrivare un messaggio intimidatorio alle Istituzioni, ai pubblici poteri, agli apparati di Polizia, alla pubblica opinione, ma si sarebbe arrecato - questo era lo scenario nel quale collocava La Barbera le iniziative di questo genere - si sarebbe arrecato anche un danno forte all'immagine del Paese: immagine interna e immagine esterna.
Si sarebbe provocato un danno forte al turismo. A maggior ragione con azioni di tipo distruttivo, ma anche con azioni di tipo semplicemente intimidatorio: si sarebbero allontanati i turisti dalle spiagge di Rimini. Loro lo ricordano, vero?
Ecco, questa singolare, questa strana strategia che finisce per guardare a scenari così grandi, quale appunto quello di pregiudicare, di arrecare un pregiudizio forte agli interessi anche economici della comunità nazionale, francamente era difficile, resterebbe difficile - forse può darsi che per qualcuno resti tuttora difficile - traguardarlo con la tacca di mira rappresentata da quel poco o quel nulla che è successo a Boboli nell'ottobre del '92.
Se non fosse che qualche cosa, non fosse altro a convalida del racconto di La Barbera, intanto ci proviene anche dalle dichiarazioni, dal racconto di Sinacori. E quindi, togliamo di mezzo questo elemento spurio - che adopro purtroppo anch'io - nell'esposizione: non dal racconto di Sinacori, dalle conoscenze, direttamente, di Sinacori.
Se loro vanno a rileggere la trascrizione dell'udienza in cui è stato esaminato Sinacori, e più particolarmente il passaggio nel quale Sinacori riferisce di quella esternazione emotiva di Gioè - esternazione emotiva che guarda la Torre di Pisa - se leggono le righe successive, troveranno che già a quell'epoca, nell'agosto del '92, agli inizi di agosto del '92 - come riferisce Sinacori - almeno nella testa di Gioè - e poi vedremo che non è un parto della sola testa di Gioè - azioni, quali che fossero senza stare a sottilizzare tra azioni di danno grave o di danno lieve - lì, per la verità si parlava di un'azione distruttiva, quella della Torre di Pisa, come risposta, ripeto ancora, al 41-bis - già si guarda al fatto che questa e azioni analoghe avrebbero compromesso, avrebbero avuto la capacità di compromettere interessi ancor maggiori, ancora diversi, ulteriori rispetto a quello che si identifica puramente e semplicemente nella conservazione del patrimonio culturale pubblico.
Interessi, quindi, di economia; interessi di immagine interna ed esterna.
Vi è una citazione specifica del danno irreversibile al turismo, nelle dichiarazioni di Sinacori.
Quindi vi è una successione armonica, allora, di rappresentazione: da La Barbera a Sinacori, a Brusca. Rappresentazione armonica, quindi, in ordine ad un vero e proprio progetto criminale. Senza progetto non si sarebbe verificato l'episodio di Boboli.
Dovremmo chiudere il nostro processo, buttar via tutte le nostre conoscenze, decretare che Cosa Nostra si muove all'insegna del capriccio, dell'estemporaneità, che al di là delle stragi che pur si fanno, dei morti ammazzati che si son fatti nel corso dei decenni, poi Cosa Nostra finisce per legare le sue decisioni al capriccio. Ma così non è, come sappiamo.
Non è capriccioso, non è casuale quello che è avvenuto a Boboli. Quello che è avvenuto a Boboli nell'ottobre del '92 si spiega in quanto esiste un disegno criminoso. Un disegno criminoso di intimidazione, progettato con criteri operativi anche diversi, caratterizzato da una premessa, da una sua causale che è sempre quella della situazione provocata dall'entrata in vigore del 41-bis, che deve essere gestito e che nell'unico episodio in cui questo disegno si è concretizzato, in effetti è stato gestito, attraverso il messaggio, attraverso l'esternazione, attraverso una presa di contatto a distanza con la controparte.
Loro ci trovano molta differenza... Cioè, loro considerino, con un minimo di attenzione, tra la telefonata fatta da Mazzei - telefonata sgrammaticata dal punto di vista del linguaggio - e le lettere anonime spedite nella notte tra il 27 ed il 28 luglio del 1993, non c'è nessuna differenza; è lo stesso principio.
Si avvisa che si è fatto questo per questo, un messaggio più esplicito, almeno nelle intenzioni, quello telefonico; un messaggio ancor più esplicito per quanto riguarda la rappresentazione del pericolo prossimo venturo; meno esplicito sulle motivazioni quello degli anonimi spediti, imbucati nella notte tra il 27 ed il 28 luglio del 1993.
Vedano, Signori Giudici, a valle della eliminazione di Lima - il primo delitto eccellente che mi viene in mente - a valle della strage di Capaci, a valle della strage di via D'Amelio, quali messaggi avrà avuto necessità di inoltrare ad un qualche interlocutore Cosa Nostra? Quale minaccia aveva da spendere Cosa Nostra? Niente.
Perché, invece, i nostri fatti, anche il più modesto, del quale non ci occupiamo tecnicamente, invece, registrano incontrovertibile - ecco, perché ho insistito tanto in questa ricostruzione, stamani - registrano invece questa ricorrenza, il messaggio? Perché questa opzione criminale, debole o forte che sia, è un'opzione criminale che guarda all'avvenire, che guarda al futuro. É un'opzione criminale che investe sul futuro, in nome ed in ragione di qualcosa che è successo.
In un omicidio, con una strage utilizzata come mezzo per commettere un omicidio, tale è Capaci, tale è via D'Amelio, il mezzo stragista per garantirsi il risultato, l'eliminazione fisica di quella persona, non c'è alcunché da investire sul futuro. Detta con un'espressione che è appropriata e non vuole essere non riguardosa nei confronti di chi ha perso la vita, si regolano i conti del passato.
Cosa ha detto Brusca? Quelle stragi, le stragi siciliane del '92, erano state decise da anni. Si trattava solo di aspettare il momento per eseguirle, ma non erano azioni criminali che guardavano al futuro.
Queste sono tutte azioni criminali che guardano al futuro.
Se in quelle azioni criminali vi è una componente forte di vendetta - se vogliamo adoprare un termine - è una sorta di consuntivo che si fa unilateralmente su ciò che è stato, nelle stragi, nei fatti criminosi complessivi, continentali dall'ottobre del '92 in avanti, non si fa nessun consuntivo, non è il bilancio rispetto a nulla. É una azione che guarda al futuro, è un'azione che vuole invertire una tendenza, è un'azione che vuol provocare un mutamento nello stato attuale della situazione.
Quale vendetta ci può essere nei confronti di un museo, di una chiesa?
Vedono che il Pubblico Ministero ha ragione, dall'inizio di questo processo, quando coniuga sette episodi di stragi, più questo episodio di intimidazione al proposito di Cosa Nostra di ottenere che qualcosa cambiasse rispetto a una situazione che si era determinata, che si era definita, in termini di danno per Cosa Nostra, nella vigilia delle stragi.
Ripeto retoricamente: che cosa poteva aver fatto di danno a Cosa Nostra il museo degli Uffizi? Si trattava di chiudere un conto con il museo degli Uffizi? I conti si chiudono con Lima, i conti si chiudono con Salvo, i conti si chiudono con le decine di uomini d'onore uccisi per problemi che Cosa Nostra è abituata a risolvere in un modo e in un modo solo. I conti si chiudono con i magistrati, ma non si chiude un conto con un museo, con una chiesa.
Si apre una partita, perché si vuole invertire una situazione che è in atto. Si vuole ottenere che qualcosa cambi rispetto a ciò che caratterizza l'attualità.
Ma se si vuole che qualcosa cambi, se si vuole che la controparte capisca che qualcosa gli si sta chiedendo e che gli si sta chiedendo con mezzi persuasivi e con mezzi che possono essere anche più persuasivi, occorre che alla controparte ci si renda in qualche modo riconoscibili.
Ecco il perché e la spiegazione della telefonata. Ecco il perché della spiegazione delle lettere della notte delle bombe di Roma e di Milano.
Non vi è capacità di intimidazione se non ci si rende riconoscibili anche sotto il profilo della capacità di rinnovare l'azione criminale in prosieguo. É nella logica intrinseca, è l'ubi consistam (?) della minaccia.
É anche per questo verso, io credo, loro pervengono alla conferma della correttezza di una certa impostazione data dal Pubblico Ministero alla ricostruzione del perché di uno di questi fatti di strage di cui ci si deve occupare: la accessorietà dell'attentato a Costanzo.
Il disegno criminale è alimentato da questa emergenza, si atteggerà, si sta atteggiando, nell'ottobre del '92, in termini che già in qualche modo alludono a quello che succederà l'anno dopo. Guardino quante volte viene corretta la rotta. Agli inizi di agosto, quando Gioè esterna emotivamente, si pensa a compiere un'azione di danno, di danno grave a Pisa e di questo si continuerà a parlare.
Siamo nell'ottobre, si è abbandonato Pisa, si guarda a Firenze. Si guarda a Firenze con un'azione che non è di danno, ma è un'azione intimidatoria di basso profilo dal punto di vista criminale: un proiettile d'artiglieria essendo ne più e né meno che un ferma carte, se uno non ha il cannone per spararlo il proiettile di artiglieria equivale ad un fermacarte, o ad un ferro da stiro.
E qualche cosa ancora dovrà cambiare, qualche cosa ancora si dovrà correggere perché si pervenga all'avvio della campagna di strage, quindi all'adozione del metodo forte.
Però in queste correzioni, piccole correzioni - ripeto - di rotta, aggiustamenti, loro vedono che intanto qualche cosa di estremamente concreto si è determinato nel corso degli avvenimenti, e loro lo hanno ricostruito, se lo trovano ben ricostruito dal punto di vista processuale.
Sono diventati interni ad un disegno criminoso specifico, quelle persone che agli albori di questa vicenda interne non erano.
Sono diventati interni Brusca, è diventato interno Bagarella, è diventato interno Gioè; forse meno interni sono diventati, marginali sono rimasti, Mazzei, La Barbera e forse altre persone ancora.
Io direi, Presidente, che possiamo sospendere qui.
PRESIDENTE: Certamente, l'udienza viene sospesa per venti minuti.
<< DOPO LA SOSPENSIONE >>
PRESIDENTE: Allora, il Pubblico Ministero può riprendere.
ISPETTORE Paolozzi: Mi scusi, signor Presidente.
PRESIDENTE: Prego.
ISPETTORE Paolozzi: Qui Viterbo.
L'imputato Barranca vorrebbe rinunciare al prosieguo dell'udienza. Chiede l'autorizzazione a lasciare l'aula.
PRESIDENTE: La Corte prende atto della rinuncia e autorizza l'allontanamento dell'imputato Barranca dall'aula.
ISPETTORE Paolozzi: La ringrazio.
PRESIDENTE: Prego.
VICESOVR. Abriola: Presidente, da Parma.
VICEIS. Paretovich: Presidente...
VICESOVR. Abriola: Presidente, Parma. Abriola.
PRESIDENTE: Sì.
VICESOVR. Abriola: Anche il signor Bagarella rinuncia anche lui all'udienza.
PRESIDENTE: La Corte prende atto di questa rinuncia e autorizza... credo lo scollegamento, vero?
VICESOVR. Abriola: Sì, perché visto che è l'unico.
PRESIDENTE: Bene.
VICESOVR. Abriola: Va bene. Grazie.
PRESIDENTE: Prego.
VICESOVR. Abriola: Buongiorno.
PRESIDENTE: Buongiorno.
VICEIS. Paretovich: Signor Presidente, da Spoleto.
PRESIDENTE: Prego.
VICEIS. Paretovich: Pizzo Giorgio e Giuliano Francesco chiedono di poter lasciare la sala. E, contestualmente, chiedo che sia tolto il collegamento.
PRESIDENTE: Rinunciano alla prosecuzione dell'udienza, vero?
VICEIS. Paretovich: Sì, rinunciano.
PRESIDENTE: Allora, la Corte prende...
VICEIS. Paretovich: Possono lasciare la sala?
PRESIDENTE: Prende atto, la Corte, della rinuncia. Autorizza che lascino la sala e, conseguentemente, la cessazione del collegamento.
VICEIS. Paretovich: Grazie.
PRESIDENTE: Prego.
ISPETTORE Pozzi: Signor Presidente, da L'Aquila 2.
PRESIDENTE: Mi dica.
ISPETTORE Pozzi: Volevo comunicarle che l'imputato Spatuzza...
PRESIDENTE: Mi dica.
ISPETTORE Pozzi: Volevo comunicarle che l'imputato Spatuzza Gaspare intende rinunciare al prosieguo dell'udienza.
E se può contestualmente disporre anche lo scollegamento.
PRESIDENTE: Era rimasto soltanto lo Spatuzza?
ISPETTORE Pozzi: Sì. In quanto il Giacalone Luigi era già rinunciante.
PRESIDENTE: E allora la Corte prende atto della rinuncia dell'imputato Spatuzza; autorizza il suo allontanamento e la cessazione del collegamento.
ISPETTORE Pozzi: Buongiorno. Grazie.
PRESIDENTE: Prego. Buongiorno.
Nessun'altra richiesta?
E allora, il Pubblico Ministero.
PUBBLICO MINISTERO: Credo che, a questo punto, spostare ai mesi precedenti l'ottobre del 1992 la nostra attenzione sia una operazione, dal punto di vista logico, doverosa, ma anche, nello stesso tempo, più concludente che se avessi fatto diversamente. Spostare all'indietro la nostra attenzione vuol dire occuparsi di altre due vicende.
Se ieri, ma forse anche nelle udienze precedenti, avevo detto che l'episodio di Boboli è una ricaduta di una certa particolare vicenda e se questa vicenda, come mi sembra di avere già anticipato, è quella che nella cronaca del processo va sotto il termine, sotto la definizione di vicenda Bellini - perché così pare al Pubblico Ministero che i fatti vadano ricostruiti - questo è il momento per occuparsi, appunto, di questa vicenda e dei suoi protagonisti.
Io, preliminarmente, come sempre cerco di fare, magari qualche volta inutilmente - spero che questo avvenga con minor frequenza possibile - cerco, anche questa volta, di dare le coordinate di tipo generale del problema; non tanto coordinate dal punto di vista della successione dei fatti - questi sono, a questo punto del processo, conosciuti non solo e non tanto dal Pubblico Ministero, ma credo con chiarezza di idee anche superiori da parte della Corte - bensì su delle coordinate... bensì delle coordinate di carattere diverso.
É vero, come si suol dire, che quando qualche cosa non la si sa spiegare, tanto vale raccontarla.
Noi abbiamo la presunzione di ridurre all'essenziale il racconto, pensando di poter fornire delle proposte di spiegazione.
Perché il nostro processo ha bisogno di spiegazioni tutte le volte in cui si tratta di collegare una vicenda ad un'altra. E siccome vi è un confluire di avvenimenti sulla teoria, sulla serie di fatti stragisti, ecco perché occorre più volte proporre delle spiegazioni, proporre cioè delle relazioni, per come al Pubblico Ministero pare che queste relazioni vadano estratte dalla pura e semplice rassegna degli avvenimenti; relazioni che, appunto, stabiliscono i nessi di consequenzialità e di causalità, quando ve n'è, tra l'uno e l'altro avvenimento.
Così io cercherò di fare anche per questa che si chiama, appunto, la vicenda Bellini.
L'essenziale, dal punto di vista dei fatti, è quasi secondario, secondo me, per le mie necessità di esposizione, rispetto all'essenziale del processo.
Voglio dire - e richiamo una notazione dell'inizio dell'udienza - voglio dire che è importante che la Corte metta sotto controllo - e lo farà sicuramente ora, come lo ha fatto e lo farà nella sentenza - metta sotto controllo la genesi e la evoluzione, nell'ambito della vicenda processuale, di questa vicenda particolare, rappresentata appunto dalla vicenda Bellini.
La genesi processuale di questa vicenda, vale a dire se si comincia a conoscere di questa vicenda, al momento in cui vengono ottenuti determinati chiarimenti, senza i quali probabilmente certi dati non sarebbero stati convenientemente sviluppati, da Gioacchino La Barbera con riferimento alla lettera lasciata da Gioè.
Questa lettera, Signori della Corte, non contiene solamente riferimenti ad alcune persone, come si diceva prima; non contiene solamente riferimenti ad alcuni luoghi, in particolare a via Ughetti, alle conversazioni che si sono svolte in via Ughetti; non contiene semplicemente la menzione di un certo signor Bellini, contiene anche altre annotazioni che possono esercitare un... non voglio chiamarlo una benefica influenza sul processo, sarebbe troppo; ma possono sicuramente essere assunte a banco di prova, o a chiave di lettura di alcune realtà, di alcune realtà storiche, che nella lettera, appunto, hanno degli echi.
E, una delle vicende che ha... Forse quella che nella lettera ha l'eco più marcato, è proprio la vicenda Bellini.
Intanto, perché è l'unica figura, l'unica persona alla quale la lettera allude che si intende, si situa fuori dall'area dei rapporti ordinari di Gioè.
Secondo, perché, nel momento stesso in cui Gioè menziona questa persona, fornisce delle indicazioni che può avere anche ritenuto sufficienti per pervenire alla identificazione di questa stessa persona, Gioè immediatamente collega questo individuo al sospetto, al convincimento che si tratti, si sia trattato, di un soggetto manovrato.
Per essere più aderenti al pensiero di Gioè, utilizzando quindi senz'altro le sue parole, che si trattasse di un "infiltrato".
Lo dice due volte; la prima volta con questi termini: "Adesso mi rendo conto che quest'ultimo fosse un infiltrato", e poco più avanti: "Supponendo che il signor Bellini fosse un infiltrato".
Questi sono gli aspetti di particolare e non ripetibile interesse che la lettera denuncia e impone, soprattutto, sul conto dei rapporti tra Gioè e Bellini.
Ma se questo è il contenuto più significativo della lettera per i nostri fini processuali, bisogna pure che qualche cosa in più sia preso in considerazione di questa lettera.
Chi scrive è una persona che sta per togliersi la vita. Sta per togliersi la vita, ripeto. Sono passate 24 ore da che sono esplose le autobombe a Roma e a Milano.
In questa lettera voi non trovate la indicazione di un motivo particolare, di una ragione contingente per la quale Gioè decide di togliersi la vita.
Non troverete scritto - se l'avete letta - che non è ulteriormente sostenibile il peso di una carcerazione sofferta innocentemente, ad esempio; non troverete scritto che non è ulteriormente sostenibile il peso di una carcerazione di rigore; non troverete scritto niente che possa alludere ad una situazione, ripeto, specifica e contingente.
Però trovate, forse, una spiegazione più alta. Figuriamoci se è mio scopo fare della agiografia sul conto di Antonino Gioè, ci mancherebbe altro!
Gioè era uomo di mafia, è morto da uomo di mafia e ha spiegato che moriva, che si toglieva la vita in ragione della sua più che decennale pratica del crimine mafioso.
Inizia così la lettera:
"Stasera sto trovando la pace e la serenità che avevo perduto circa 17 anni fa. Perse queste due cose, ero divenuto un mostro. E lo sono stato fino a quando ho preso la penna per scrivere queste due righe, che spero solo che possano servire a salvare innocenti e plagiati che, solo per mia mostruosità, si troveranno coinvolti in vicende giudiziarie."
Nelle righe che seguono Gioè spiega come ha coinvolto il fratello; Gioè spiega come abbia coinvolto una famiglia nel prendere e custodire per suo conto delle armi.
Spiega altro, ma quello che costituisce la ragione dichiarata della lettera, e com'è facilmente comprensibile, a questo punto, la ragione vera del suicidio - la necessità di liberarsi da questa condizione esistenziale di mostro praticata, accettata, per 17 anni - affiora continuamente anche nelle pagine che seguono.
Fino a dichiarare qualche cosa di inammissibile, di inaccettabile per la cultura di mafia, per l'identikit interiore dell'uomo di mafia:
"Io rappresento la fine di tutto e penso che da domani, o a breve, i pentiti potranno tornarsene alle loro case, certamente con molto più onore del mio, che non ho."
E più avanti:
"Il futuro del mondo è degli esseri normali e dei pentiti veri. E questi ultimi, se sono veramente onesti, non possono fare altro che confermare quanto io ho scritto sulle persone che ho elencato."
Vi è l'evocazione, in questa lettera, di una realtà - quella dei pentiti - che è una realtà così vera, con la quale Gioè si scontra così drammaticamente da arrivare a dire che se per lui la via di uscita senza onore alcuno è quella della morte, quelli che lui chiama "i pentiti" sono gli unici ai quali si può riferire, sui quali può affidarsi, addirittura - l'affermazione è quasi fanatica - "il futuro del mondo".
"Il futuro del mondo è degli esseri normali e dei pentiti."
Parla un uomo di mafia.
Siamo nel luglio del '93. Due mesi e mezzo prima, tre mesi e mezzo prima che l'altro uomo d'onore, Gioacchino La Barbera, faccia una scelta diversa.
Gioè ha fatto la sua scelta, ha chiuso la sua vita col suicidio; La Barbera e altri, con maggior rispetto di sé, hanno preferito chiudere semplicemente la loro vita di uomini di mafia e provare ad avviarne una diversa.
Io non faccio agiografia di alcun collaboratore; mi limito a fare il Pubblico Ministero. So che qui dovranno essere valutati più d'uno di loro, so che alcuni dovranno essere anche giudicati.
Il dottor Nicolosi e io stiamo cercando di spiegare qual è il nostro atteggiamento all'interno del processo nei confronti non delle persone, ma nei confronti semplicemente della loro valenza processuale. Sono fonti di prova e niente più. Alcuni sono anche imputati.
Gioè, che evidentemente aveva tutta un'altra prospettiva a brevissima scadenza, davanti a sé, nel momento in cui scriveva queste righe, ha adoprato una terminologia, ripeto, enfatica, quasi fanatica che rappresenta comunque, voleva rappresentare comunque la irriducibilità di questa antitesi, la mostruosità dell'esistenza condotta da mafioso e la possibilità, invece, di condurre, all'insegna dell'onore, da parte delle persone normali, una vita diversa.
É drammatica questa lettera; ed è ancor più drammatica se si pensa quando è stata scritta questa lettera.
Vedano, Signori Giudici, Gioè, come loro sanno e come si dimostrerà penso con una certa facilità, è persona della quale voi che, nella vostra sentenza, lo dicate esplicitamente o meno non ha importanza, è persona che, in un capo di imputazione che non è mai stato scritto in questi termini ma che poteva essere scritto in questi termini, avrebbe trovato il suo posto in un inciso particolare, un inciso che è scolastico dei capi di imputazione.
Brusca Giovanni, Bagarella Leoluca, Riina Salvatore ed altri, in concorso tra loro e con Gioè Antonino, deceduto.
Io non ho difficoltà a dire che quando il capo di imputazione è stato definitivamente chiuso con le richieste di rinvio a giudizio del marzo del 1996, le conoscenze che si avevano sul ruolo di Bellini, ma soprattutto sul ruolo di Gioè, essendo Bellini un riferimento occasionale - lo dico ora perché sia ben chiaro quello che è il pensiero del Pubblico Ministero - essendo Gioè, viceversa, l'interprete di un ruolo causale, erano conoscenze molto sottodimensionate rispetto al reale.
Queste conoscenze sono maturate, hanno avuto la possibilità di essere approfondite solo a rinvio a giudizio già pronunziato in quest'aula dal Giudice dell'udienza preliminare.
Mancavano gli apporti conoscitivi provenienti, in minor misura, certo, ma provenienti anche da Vincenzo Sinacori; provenienti anche da Giuseppe Ferro; provenienti, soprattutto, da Giovanni Brusca.
Al momento in cui questa... Vedo che qualche Giudice dissente. Spero di poter dimostrare...
PRESIDENTE: Io non credo che i Giudici possano consentire o dissentire in questo momento.
PUBBLICO MINISTERO: Ho visto dissentire.
PRESIDENTE: É una impressione.
PUBBLICO MINISTERO: É sicuramente una impressione.
Dicevo che la mancanza di questi apporti conoscitivi non consentiva a quel poco - o quel tanto, a seconda dei punti di vista - che già si conosceva della vicenda Bellini, di fare il definitivo salto di qualità.
Nel senso che una certa qual continuità di presenza di Gioè nella vicenda Bellini e più tardi nella vicenda di Boboli era riconoscibile dall'esterno. Era riconoscibile per le dichiarazioni di Bellini; era riconoscibile per le dichiarazioni di La Barbera.
Però mancava la possibilità di collegare all'insegna della continuità sia la vicenda Bellini alla vicenda di Boboli, sia, e soprattutto, la persona di Gioè all'una e all'altra.
L'unica fonte di conoscenza in proposito, essendo rappresentata da Gioacchino La Barbera, era oscura sul punto se - loro controlleranno che questa mia affermazione è puntuale - sul punto se la vicenda di Boboli avesse un qualche cosa a che fare con questo rapporto che era intercorso tra Gioè e Bellini.
E la ragion di questo sta nel fatto molto semplice che La Barbera ignorava quasi tutto il contenuto del rapporto tra Bellini e Gioè.
La Barbera era in grado semplicemente di riferire che si trattava di due persone che si erano conosciute in anni lontani in carcere; che si erano incontrate a distanza, appunto, di molti anni in circostanze che La Barbera in dettaglio non conosceva; che questa ripresa di contatti a lui, a La Barbera, era divenuta nota intorno alla fine del maggio del 1992; che il Bellini era una persona che esercitava anche un certo ascendente nei confronti di Gioè, nel senso, cioè, che Gioè parlava di questo Bellini come di persona che, per più di una ragione, appariva singolare e, nello stesso tempo, anche meritevole di una certa ammirazione: e per il fatto di saper parlare le lingue, e per il fatto di saper guidare l'elicottero e gli aeroplani, e per il fatto di essere stato in carcere sotto falso nome, e per il fatto che di lui si era parlato anche negli anni successivi a questa iniziale conoscenza fatta, appunto, con Gioè.
Senza però, ripeto, che La Barbera fosse in grado di aggiungere qualche cosa alla reale natura del rapporto che era intercorso tra Bellini e Gioè nel 1992, se non - se non - per un accenno, per altro anche molto generico, al fatto che Bellini aveva rappresentato una specie di punto di riferimento per una ipotesi di trattativa articolata sulla consegna di opere d'arte, o qualche cosa di simile, contro un trattamento penitenziario di favore a beneficio di alcuni uomini d'onore.
E, più esattamente, della persona del padre di Brusca Giovanni.
Le conoscenze di La Barbera, si fermano qui. Con la conseguenza che le conoscenze del Pubblico Ministero attraverso questa fonte si fermavano qui.
Anche se il Pubblico Ministero aveva la possibilità, aveva avuto e l'aveva esercitata, la possibilità di conoscere più a fondo il rapporto tra Gioè e Bellini attraverso le dichiarazioni di Bellini, e aveva avuto la possibilità di controllare altre situazioni di contorno di questo rapporto, difettava di quegli strumenti ulteriori e principali, più qualificati, di conoscenza che servissero, questi, a stabilire, a ricostruire la continuità di Gioè all'interno di una complessa vicenda che si dipana dai primi mesi del 1992 - nei termini che occorrono a questo processo: la vicenda dal punto di vista anagrafico comincia prima - e si sviluppa nei mesi successivi, fino ad approdare alla elaborazione di temi di un'azione criminale, che sono quelli che avranno il loro punto d'arrivo, poi, nei nostri fatti di strage.
Prima che ce lo raccontasse - "ce lo raccontasse" intendo dire al Pubblico Ministero, e che poi lo raccontasse alla Corte - che ne sapevamo della partecipazione di Gioè a quegli incontri che si sono svolti dopo l'arresto di Riina e prima, appunto, dell'arresto di Gioè, del fermo di Gioè; incontri nei quali si dibattono gli argomenti che poi diventeranno la ragion d'essere della successiva campagna di strage?
Brusca partecipava a riunioni con Giuseppe Graviano, con Messina Denaro, con Bagarella; non ci andava da solo, ma ci andava insieme a Gioè.
Che ne sapevamo del fatto che Gioè, già nell'estate del '92, aveva partecipato a delle riunioni, prima a Mazara del Vallo con determinati uomini d'onore, ma poi, ad altre riunioni - quella di cui riferisce Ferro Giuseppe - nelle quali Gioè stesso, diventa quasi l'anima - sarà stata non la sola - diventa quasi l'anima di questa necessità, diventa l'anima della interpretazione in chiave propositiva della situazione che si è determinata per il popolo di Cosa Nostra detenuto e di un progetto di reazione da elaborare in qualche modo?
Guardino, se loro le leggono, le dichiarazioni rese dalle fonti di prova che io ho citato, ma a prescindere dalle dichiarazioni rese da Brusca, loro si rendono conto veramente del primato, quasi, che Gioè ha avuto rispetto ad altre figure pur importanti di uomini di Cosa Nostra. Come dire che, a quella che è corretto definire la "elaborazione ideativa del disegno criminoso", Gioè ha dato un contributo essenziale.
Non è, quindi, forzatura o iperbole rivolgersi alla Corte dicendo che, in qualche modo, se l'impostazione del Pubblico Ministero sarà riconosciuta corretta, si scriverà - non in un dispositivo, perché l'imputazione non ne fa menzione, ma si scriverà in una motivazione come noi lo verbalizziamo a parole, loro lo verbalizzeranno in forma diversa - che questi reati sono stati commessi da queste persone in concorso, tra gli altri, con Gioè Antonino, deceduto.
Io non so che cosa abbia convinto Gioè di aver condotto un'esistenza da mostro per 17 anni. Certo, delitti gravi ne ha commessi, come sappiamo.
A me colpisce - anche se non credo che si possa fare delle sopravvalutazioni - a me colpisce il fatto che questa verbalizzazione all'esterno della consapevolezza di aver agito da mostro, dati a meno di 24 dai morti di via Palestro e dati a meno di 24 dalle persone che hanno scansato di poco la morte, per poco la morte, a San Giovanni in Laterano ed a San Giorgio al Velabro, mi colpisce anche il fatto che Gioè per l'appunto era detenuto a Roma, era detenuto a Rebibbia.
Non adopro l'argomento retorico che forse Gioè dalla sua cella aveva sentito le bombe di San Giovanni e di San Giorgio.
É così lontana Rebibbia dal centro di Roma che può darsi anche non abbia sentito niente.
Ma sicuramente, nella giornata del 28 avrà avuto modo di rendersi conto di quello che era successo, avrà letto il giornale, avrà sentito la televisione.
A me colpisce molto che già senta il bisogno non tanto di uccidersi, ma di uccidersi dicendo: ho vissuto da mostro, proprio all'indomani - nel senso letterale del termine - della commissione di tre fatti di strage, che se hanno avuto un loro percorso ideativo, in questo percorso ideativo hanno registrato forte, significativa, ai limiti dell'essenzialità, la figura, la presenza proprio di Antonino Gioè.
Se loro leggono questa lettera, per quanto può servire una lettera a capire come è fatta una persona, loro si renderanno conto che non è improprio quello che più di un dichiarante ha riferito in quest'aula sul conto di Gioè.
Non siamo in presenza di persona incapace di articolare un pensiero; non siamo in presenza di persona incapace solo di ripetere pensieri di altri; siamo in presenza di una persona capace di articolare autonomamente giudizi e riflessioni.
Quelle espressioni di stima e di elogio che in quest'aula sono state in qualche modo fatte, pronunziate da Brusca come da Giuseppe Ferro, come da Gioacchino La Barbera, sul conto di Gioè Antonino sono espressioni giustificate.
Io parlo di considerazioni di stima in senso criminale, sia ben chiaro.
Capisco che una persona della qualità, anche qualità criminale, di Gioè, abbia avuto questo posto nel momento ideativo di questo disegno di strage.
E mi viene proprio da pensare, mi rendo conto che è una convinzione su basi prevalentemente soggettive, non solo del dottor Nicolosi e mia, per altro, e cioè che il suicidio di Gioè sia la reazione di chi non ha sopportato più l'esser mostro al cospetto di questa vicenda di strage, di questa successione di attentati che seminava morte, e che questa persona si portava come colpa sulla sua coscienza; così come avvertiva sulla sua coscienza il peso dei delitti commessi negli anni precedenti.
Dicevo, Bellini, con il suo singolare modo di rapportarsi a questa realtà di mafia, è stato un riferimento occasionale, volendo ricostruire a posteriori gli avvenimenti, laddove Gioè è stato un riferimento causale.
Vediamo se i fatti mi danno ragione. Vediamo se questa ricostruzione è corretta oppure no.
Mi pare che siano quattro le date da aver ben chiare se si vogliono evitare delle interpretazioni forzate.
La ripresa di contatti tra Bellini e Gioè data per certo alla fine del 1991, data per certo ad una data che non è successiva - scusatemi il bisticcio di parole - al 6 dicembre del 1991, allorché Bellini alloggia per la prima volta all'hotel Sicilia di Enna.
Voi ricorderete le dichiarazioni di Bellini, che ha detto di essersi incontrato per la prima volta in Sicilia con Gioè in occasione di un suo soggiorno ad Enna, verso la fine del 1991.
É un'affermazione che ha un riscontro diretto, perché è certo che Bellini ad Enna ha soggiornato, ha pernottato, per meglio dire, il 6 dicembre del 1991.
Così come è puntuale l'altro riferimento contenuto nelle dichiarazioni di Bellini, e cioè di aver contattato Gioè attraverso il numero telefonico con il quale si trovò a parlare con qualcuno che era ad un distributore. Questi erano numeri di telefono di cui disponeva.
Che sia corretto anche questo riferimento emerge da quello che, loro sanno, si è ricostruito su determinati numeri appuntati sull'agenda di Bellini sotto la lettera N, con quel che segue.
Perché è importante questa data?
Perché a questa data non si è nemmeno verificato l'antefatto che diventerà il motore di quella che poi diventerà la vera natura, la vera ragione del contatto, del rapporto tra Bellini e Gioè, essendo questo antefatto rappresentato dal furto alla Pinacoteca di Modena.
Il furto è avvenuto il 23 gennaio del 1992, quindi due mesi dopo la ripresa di contatti tra Bellini e Gioè.
Da questo si ricava esser vera l'affermazione fatta da Bellini, e cioè che non vi era alcuna altra ragione, se non quella di certi interessi di lavoro che Bellini coltivava in Sicilia nel settore del recupero crediti, per riprendere contatti alla fine del 1991 con Gioè.
E d'altra parte Bellini, essendo - adopro un'espressione generica - uomo di mondo, che aveva capito quale possa essere il problema per riscuotere crediti a Palermo ed in Sicilia in genere, anziché dirottare la sua clientela su qualche studio legale - come avrebbe dovuto fare, come sarebbe corretto fare - ha preferito dirottare, o meglio, essere il vettore lui stesso di queste esigenze di ordine patrimoniale presso una persona della quale la comune detenzione gli aveva dato modo di apprezzare l'importanza, forse l'ascendenza su ambienti criminali, forse la capacità proprio di risolvere i problemi di ordine pratico, di ordine professionale - se così li vogliamo definire - che aveva Bellini stesso.
Se si dovesse cominciare a non ricostruire per bene le cronologie di questo avvenimento, o per un atteggiamento di tipo pregiudiziale, o per approssimazione nell'approccio ai fatti del processo, commetteremmo un errore senza punto di ritorno, senza via di ritorno.
La seconda indicazione importante di tipo cronologico è questa: stabilito che il furto alla Pinacoteca è del 23 gennaio del '92; stabilito che Bellini viene interessato, un po' occasionalmente, al recupero di queste opere d'arte, in ragione dei suoi trascorsi giudiziari, da un certo ufficiale di Polizia Giudiziaria della Questura di Reggio Emilia, l'ispettore Procaccia; stabilito che questo interessamento fa maturare a Bellini - che è esperto della materia - fa concepire a Bellini la prospettiva di potersi proficuamente inserire in questa operazione diventata recupero di queste opere d'arte - dato che ha da risolvere fondamentalmente due problemi di tipo personale: è a corto di soldi, si profila l'emissione di un provvedimento per effetto del quale dovrà tornare in carcere, laddove il suo interesse è evitare la carcerazione attraverso un affidamento in prova al servizio sociale, risultato questo che può ottenere, in quanto possa barattare un qualcosa con qualcuno - ecco, stabilito tutto questo, che sta tra il primo ed il secondo dei due eventi cronologicamente importanti, il secondo evento è rappresentato dall'incontro tra il maresciallo Tempesta e Bellini.
Noi dobbiamo aver presente non solo la dichiarazione del La Barbera che dice di aver saputo per la prima volta di questo rapporto che Gioè intratteneva con Bellini nel maggio nel '92, dopo la strage di Capaci; dobbiamo tener presente, prima che le dichiarazioni di Brusca su questo punto, le dichiarazioni del maresciallo Tempesta e le dichiarazioni dello stesso Bellini.
Abbiamo visto che Bellini ebbe a mettere al corrente Gioè di questa novità - chiamiamola in questo modo - rappresentata dal fatto che era stato richiesto un qualche interessamento per recuperare le opere d'arte trafugate dalla Pinacoteca di Modena. A seguito di che aveva illustrato a Gioè in che termini si riprometteva lui, Bellini, di speculare sull'andata a buon fine, sul buon esito di questo interessamento e quindi di questa richiesta.
Se questo è ancora un momento nel quale il discorso è in qualche modo interno al binomio Bellini-Gioè, di qui a poco il discorso cesserà di essere interno e di essere esclusivo per il binomio Bellini-Gioè, ma questo discorso comincerà ad essere partecipato ad altre persone, la prima delle quali, nell'ambito di Cosa Nostra, è Brusca.
Se loro esaminano le dichiarazioni di Bellini e le dichiarazioni di Tempesta, nel tentativo di dare una data esatta al giorno in cui si sono conosciuti - prima nemmeno si conoscevano queste due persone, ed il processo non offre alternativa sotto questo profilo - non riuscirebbero nel risultato. Nel senso che, se da un lato Bellini ha detto che l'incontro, la conoscenza con Tempesta è stata casuale, sì, è avvenuta a San Benedetto del Tronto, sì, dice che si è trattato di un avvenimento dell'estate del 1992, Tempesta ci dice, ha riferito una cosa diversa.
Nel senso che ha riferito di due incontri a San Benedetto del Tronto: il primo casuale, il secondo programmato. Ed ha riferito in termini di buona approssimazione cronologica quanto al secondo, in termini di pessima approssimazione cronologica quanto al primo. Ha datato il secondo incontro di San Benedetto del Tronto ad una decina di giorni prima, giorno più giorno meno, rispetto a quel certo incontro poi avuto con Bellini sull'autostrada, o per meglio dire nelle vicinanze del raccordo anulare - incontro, questo, che ha una data precisa nel 12 agosto 1992 - ma non è stato in grado di meglio precisare la data del primo incontro.
Loro ricorderanno che, anche nel corso dell'esame dibattimentale, pur richiamando le dichiarazioni rese nel corso delle indagini preliminari, il maresciallo Tempesta non è riuscito a dire se poteva trattarsi di maggio anziché di aprile, anziché di marzo, forse, del 1992.
Ha riferito che erano trascorsi almeno un paio di mesi dal furto alla Pinacoteca di Modena, ma di non disporre di alcun altro punto di riferimento per stabilire che se anziché alla fine di marzo si era piuttosto nell'aprile o si era piuttosto nel maggio.
Perché questa cronologia io la segnalo come problema del processo?
Perché vorremmo sapere, per completezza di ricostruzione e non per concludenza di ricostruzione, se l'incontro con il maresciallo Tempesta da parte di Bellini si è verificato prima o dopo il primo racconto che Gioè ebbe a fare a Brusca in ordine a questi contatti che aveva ripreso con questo suo conoscente.
Possiamo provare a ragionar così. É estremamente plausibile, ma direi di più, naturale, logico, che Gioè abbia rappresentato a Brusca l'esistenza di questi rapporti con Bellini, in ragione del fatto che questi rapporti potevano essere utili e funzionali ad un qualche soddisfacimento di un qualche interesse da parte di Cosa Nostra; cioè a dire se ed in quanto il rapporto con Bellini fosse divenuto minimamente rilevante per Cosa Nostra.
Può essere che sia divenuto rilevante, sia stato considerato rilevante solo perché Bellini introduceva degli elementi di sospetto sulla ragione vera per la quale era presente in Sicilia. Potrebbe essere rilevante già per il fatto che Gioè aveva intravisto la possibilità di compiere qualche operazione significativa, comunque interessante, sul presupposto che l'operazione di recupero delle opere d'arte per lo più si coniugavano a qualche sottobanco che qualcuno pagava a qualcun altro. Può essere che la rilevanza di questo rapporto sia stata riconosciuta da Gioè al momento in cui Bellini ebbe a rappresentargli, millantando - io mi rifaccio alle dichiarazioni di Bellini, non a quelle di Brusca - millantando che questa iniziativa che andava a prendere per il recupero delle opere d'arte, mirava a far cosa gradita per alcuni politici nella sua zona - nella zona di Bellini - che si sarebbero potuti accreditare della riuscita di questa operazione, avendo il furto alla Pinacoteca rappresentato un'offesa per la cittadinanza, in vista delle elezioni prossime venture.
Ve lo ricordate questo passaggio delle dichiarazioni di Bellini?
Ora tutti ricordano che, per l'appunto, nell'aprile del 1992 in Italia vi furono le elezioni politiche generali. Le elezioni politiche, punto e basta.
Di talché quello che riferisce Bellini, e nient'altro che Bellini, ammettendo che si sia trattato di una sua propria millanteria, e cioè di essersi accreditato in un qualche modo con Gioè, in rapporto anche a questa scadenza - le elezioni prossime venture - può essere, appunto, che questo avvenimento abbia, come dicevo un attimo fa, fatto considerare la rilevanza per Cosa Nostra, secondo il punto di osservazione di Gioè, di questo rapporto che Gioè stesso stava intessendo, incontro dopo incontro, con questa sua lontana conoscenza carceraria.
In realtà non è che abbiamo molte possibilità oltre a quelle che io indico - ma ciascuna all'insegna di un margine, di un coefficiente di probabilità - per datare il momento in cui Gioè ha considerato essere questo rapporto con Bellini rilevante al punto da parlarne con Brusca.
Per certo, e questo è il terzo passaggio, la terza svolta della vicenda, in termini di avvenimenti e quindi in termini di cronologie, si verifica allorché Bellini si presenta a Gioè avendo in mano una busta con le fotografie delle opere d'arte rubate a Modena; busta che, come loro sanno, è intestata, perché reca l'intestazione al Ministero dei Beni Culturali.
Quando questo sia avvenuto esattamente noi non lo sappiamo, perché non abbiamo nemmeno un riferimento sicuro - lo dico ancora - sulle date dei due incontri... del primo incontro a San Benedetto del Tronto, e non sappiamo nemmeno, perché il maresciallo Tempesta sul punto non è stato in grado di uscire dall'incertezza, se ha fatto consegna di questo materiale a Bellini, pur considerando la cosa probabile perché rientra nella prassi con la quale ci si muove in situazioni di questo genere.
Perché è importante questo passaggio?
Perché è questo il momento in cui Bellini per certo appare a Gioè - che possiamo considerare l'emissario di Cosa Nostra nell'ambito di questo rapporto - appare la somma di tutto quello che era apparso fino a quel momento.
Io un altro modo di esprimermi non lo so trovare. Appare l'ex detenuto che è stato in carcere sotto falso nome; appare l'ex detenuto del quale i giornali hanno parlato per anni in relazione a chissà quali, ma purtroppo veri, avvenimenti - la strage di Bologna -; appare quello che ha ripreso i contatti al termine del 1991 per una ragione tanto dichiarata quanto obiettivamente singolare; appare colui che ha millantato e comunque ha dichiarato di avere dei rapporti con gli ambienti politici, ha parlato di elezioni, ha parlato di favori e di vantaggi che si riprometteva di ottenere.
La busta con l'intestazione al Ministero dei Beni Culturali ed Ambientali finisce per ricucire tutte queste varie facce del personaggio Bellini, gli fa compiere quel salto di qualità per il quale, se fino a quel momento si poteva parlare di un generico interesse di Cosa Nostra e di Gioè nei confronti di Bellini, a questo punto l'interesse di Cosa Nostra si qualifica e diventa un interesse non più di Gioè, ma di un interesse dell'organizzazione.
Io capisco, Presidente, che magari lei vorrebbe fare una sospensione.
PRESIDENTE: Se il Pubblico Ministero ritiene che sia...
PUBBLICO MINISTERO: No, tanto di fatto è impossibile che prima della sospensione io possa completare l'illustrazione di questo punto della requisitoria. Quindi, io posso andare a oltranza ancora...
PRESIDENTE: Penso che non sia il caso. Possiamo sospendere sino alle ore 15.00...
PUBBLICO MINISTERO: Sì.
PRESIDENTE: ...e poi andare avanti sino a esaurimento dell'argomento, dopo le ore 15.00.
PUBBLICO MINISTERO: Benissimo.
PRESIDENTE: E oltre.
PUBBLICO MINISTERO: Benissimo.
PRESIDENTE: Sino alla capacità del Pubblico Ministero, la capacità di resistenza.
E allora, l'udienza è sospesa sino alle ore 15.00.
PRESIDENTE: Buonasera.
PUBBLICO MINISTERO: Buonasera Presidente.
VICEISP. Tognarini: Buonasera signor Presidente, è da Viterbo.
PRESIDENTE: Buonasera.
VICEISP. Tognarini: Le comunico che avviene... Buonasera, le comunico che avviene l'avvicendamento tra l'ufficiale di P.G. che ha seguito l'udienza fino ad ora e il sottoscritto: sono il viceispettore Tognarini Mario.
PRESIDENTE: Grazie.
VICEISP. Tognarini: Chiedo l'autorizzazione.
PRESIDENTE: Certo. É compreso tra gli ufficiali di Polizia Giudiziaria che sono stati designati da questa Corte.
Bene. Allora possiamo iniziare restituendo la parola al Pubblico Ministero.
PUBBLICO MINISTERO: Mi dispiace di non poter terminare, di non aver terminato ancora la mia illustrazione.
Capisco che sia fastidioso ascoltare sempre la solita voce, il solito modo di argomentare, l'uso dei soliti vocaboli, me ne dispiace per tutti quelli che mi ascoltano, la Corte, ma non solo la Corte, d'altra parte non...
PRESIDENTE: Io non voglio intervenire...
PUBBLICO MINISTERO: ...ho altre possibilità, posso essere uguale solo a me stesso.
PRESIDENTE: ...lasciando la responsabilità di quello che è stato detto a chi ha pronunciato quelle parole.
PUBBLICO MINISTERO: Dunque, stavo cercando di stabilire quelli che a me sembrano i punti fermi della vicenda Bellini.
E mi pare, più esattamente, stessi cercando di andare a delineare, anche nei suoi riferimenti cronologici, quell'avvenimento che a mio parere costituisce proprio la svolta nel rapporto tra Bellini e Gioè. Ho anche spiegato come, pur facendo ricorso ai dati conoscitivi che sono stati rappresentati nel processo, non si riesca a datare con tranquillità, non si riesca con sicurezza a dare un incipit al rapporto tra il maresciallo Tempesta e Bellini.
Le due cose vanno di pari passo, nel senso che una situazione influenza l'altra; per il fatto che, come dicevo, è a valle di questa presa di contatto tra il maresciallo Tempesta e Bellini che si verifica quel fatto, a mio parere determinante in senso assoluto, costituito dalla disponibilità da parte di Bellini di quel materiale documentale, fotografie o fotocopie che fossero, il tutto custodito in una busta con l'intestazione al Ministero dei Beni Culturale ed Ambientali.
L'una situazione influenza l'altra per la ragione che, se il nostro modo di valutare i fatti non è sbagliato, è a partire da questo momento che vi è una specie, una sorta di scambio di ruoli tra Bellini e Gioè.
Mentre fino a quel momento, finché Bellini è portatore di quella richiesta che gli è stata proposta dall'ispettore Procaccia, sostanzialmente è il solo Bellini che chiede a Gioè di essere in qualche modo aiutato per ottenere quei certi vantaggi di cui si è parlato, dal momento in cui nei rapporti tra Bellini e Gioè fa la sua comparsa, evocata a distanza dalla intestazione di questa lettera, di questa busta, matura in Gioè la considerazione che i termini del problema possono essere ribaltati e che, quindi, anziché essere Bellini il portatore di una qualche richiesta, può essere Cosa Nostra a diventare protagonista attivo di una richiesta, questa volta, richiesta strutturata in maniera totalmente diversa.
I fatti mi danno ragione, io credo, sul punto che, consegnata che fu la busta con le fotografie a Bellini, di lì a qualche tempo Bellini, in un successivo contatto che ebbe con il maresciallo Tempesta, fece sapere: primo, che quelle opere d'arte, quelle che venivano dalla Pinacoteca di Modena, non erano recuperabili negli ambienti presso i quali aveva stabilito un contatto; secondo, che però da quegli ambienti gli veniva la proposta di procurare un recupero di altre opere d'arte che si potevano utilizzare come merce di scambio per una trattativa.
Che i fatti abbiano avuto questa sequenza ci perviene dalle dichiarazioni di Bellini, dalle dichiarazioni di Tempesta. Che i fatti in questa successione siano anche riconducibili ad una cronologia puntuale, che quindi prescinde dalle dichiarazioni o dai ricordi, è altrettanto pacifico.
Controllare questa cronologia è possibile a considerare che è del 18 agosto del 1992 la data di quella documentazione interna al Nucleo di Tutela del Patrimonio Artistico, attraverso il quale la Sezione o il Reparto nel quale lavora il maresciallo Tempesta rivolge una richiesta di accertamento ad un altro Reparto dello stesso Nucleo per sapere se determinate opere, quelle rappresentate da alcune fotografie che accompagnano la nota, risultano essere opere d'arte conosciute, opere d'arte da recuperare, in quanto non più nella detenzione del legittimo ed ufficiale proprietario. Loro sanno anche che la documentazione che abbiamo acquisito è nel senso che il Reparto richiesto di questo accertamento ufficializzerà che trattasi in effetti di opere d'arte provenienti da un furto che data al 1989, commesso in Palermo in danno di una certa collezione, con una nota che è del 26 agosto 1992.
E, quindi, dobbiamo collocare a monte della data del 18 di agosto quello nella quale al maresciallo Tempesta, evidentemente, è stata fatta consegna da parte di Bellini di quella certa documentazione sul conto della quale si avrà poi quella certa risposta.
Loro sanno che il maresciallo Tempesta ha individuato, stando alla sua agenda - le copie della quale sono nella disponibilità della Corte - la data del 12 agosto in quella nella quale c'è stato l'incontro in prossimità del raccordo anulare.
Loro ricorderanno anche - e lo dicevo già stamani - che il maresciallo Tempesta ha riferito che il precedente incontro, nuovamente a San Benedetto del Tronto, e quindi dei due è il secondo e l'ultimo svoltosi a San Benedetto del Tronto, precede orientativamente di una decina di giorni questo che si è avuto poi il 12 di agosto.
Non solo; ma il maresciallo Tempesta ha detto che questo incontro del 12 di agosto fu preceduto da alcune telefonate con le quali Bellini, cercandolo, gli raccomandava e gli segnalava l'urgenza di vedersi.
Stabilito che non c'è ragione per non credere al maresciallo Tempesta che interpreta alcune annotazioni della giornata del giorno 10, mi pare anche 11, della sua agenda, come tracce scritte di questi contatti telefonici ripetuti, ad iniziativa di Bellini, nei giorni che precedono il 12, vi è un dato di fatto ulteriore e significativo sul quale non si possono avanzare dubbi: è del 6 di agosto del 1992 il pernottamento di Bellini al Motel Agip di Palermo. Così come una precedente presenza di Bellini in territorio palermitano è attestata dal pernottamento dell'11 luglio 1992 a Cefalù.
Allora noi possiamo non solo dirci ben ragguagliati dalle dichiarazioni del maresciallo Tempesta, dalle annotazioni della sua agenda, ma possiamo anche elaborare, sulla base di elementi concreti, una ricostruzione generale di questo mese e mezzo all'incirca.
Il 12 agosto, come loro sanno, è la data nella quale il maresciallo Tempesta non solo riceve da Bellini delle fotografie, che avranno l'esito che avranno, ma riceve anche il foglietto con i famosi cinque nomi.
E, a completamento della cronistoria, sanno anche che l'incontro tra il colonnello Mori e il maresciallo Tempesta data al 25 agosto 1992. Dopo che il maresciallo Tempesta, prima ancora di avere la risposta ufficiale dal Reparto che stava facendo l'accertamento, si è personalmente, verbalmente informato, per venire così a sapere che quelle certe fotografie riproducono opere che provengono da un certo furto, come sappiamo.
Se il giorno 12 agosto è quello nel quale Bellini mette a disposizione del maresciallo Tempesta le foto e il biglietto, va da sé che è in concomitanza del pernottamento del 6 di agosto di Bellini al Motel Agip di Palermo la consegna da parte di Gioè a Bellini e del biglietto con i nomi e delle fotografie.
Il precedente incontro, quello di San Benedetto del Tronto, che quindi dovrebbe anticipare di qualche giorno - forse portarci ai primissimi di agosto a agli ultimi di luglio - il viaggio che Bellini fa in Sicilia il 6 di agosto, può essere quello - non dico sia: può essere quello - in occasione del quale Bellini porta in Sicilia le fotografie contenute nella busta con l'intestazione al Ministero dei Beni Culturali e Ambientali.
Ma più probabilmente non è questo l'incontro nel quale Bellini riceve in consegna da Tempesta le fotografie contenute nella busta con l'intestazione, perché sono troppo ristretti i tempi. Perché consegnate le fotografie a Gioè, il che presuppone che Bellini sia sceso in Sicilia - e non c'è traccia che sia sceso in Sicilia in questo periodo - pur ammettendo che sia sceso in Sicilia il 6 di agosto, non si capisce come avrebbe potuto, prima di incontrarsi nuovamente con il maresciallo Tempesta il 12, Bellini, avere la risposta negativa sulla possibilità di recuperare le opere d'arte rubate a Modena e nello stesso tempo abbia avuto il biglietto con i nomi più le nuove fotografie che riguardano le opere d'arte rubate a Villa Lanza.
Dobbiamo allora, e più, mi sembra, correttamente pensare che, all'epoca del viaggio dell'11 luglio del 1992, Bellini già disponesse del materiale messo a disposizione dal maresciallo Tempesta. E che le cose siano andate effettivamente come egli ha raccontato, cioè a dire che, dopo aver consegnato questo materiale a Gioè, a distanza di un po' di tempo - a distanza di un po' di tempo - tornò in Sicilia e venne informato da Gioè della non disponibilità di quelle opere, nel senso che Cosa Nostra non... - Cosa Nostra... Gioè sicuramente non avrà menzionato l'organizzazione - ma insomma, lui stesso e le persone con le quali aveva rapporto, non aveva la possibilità di acquisire la disponibilità di quelle opere, ma altre erano quelle che venivano messe a disposizione.
Se come il Pubblico Ministero ritiene, come noi riteniamo, questa è la successione dei fatti, si deve allora datare al luglio del 1992, probabilmente intorno e dopo l'11 luglio, il momento nel quale si verifica quella che io chiamavo e continuo a chiamare "la svolta" nel rapporto tra Bellini e Gioè.
Nel senso che è a partire da questa data che Gioè e le persone che stanno dietro a Gioè, in primo luogo Brusca, intravede in questo rapporto che Bellini ha con ambienti istituzionali, o comunque con un ambiente governativo, con l'ambiente ministeriale, la possibilità di avviare quella che si chiama la trattativa.
Perché questa ricostruzione un po' puntigliosa?
Per vedere se sia comprovata la affermazione che Brusca ha fatto più volte e cioè che tra la vicenda Bellini e i fatti di strage di maggio e poi di luglio del 1992, a Palermo, vale a dire la strage di Capaci e la strage di via D'Amelio, non c'è alcun punto di contatto.
La eliminazione di Giovanni Falcone, la eliminazione di Paolo Borsellino erano eventi programmati, affidati a un corso naturale di deliberazione e di esecuzione, insensibile non solo e positivamente a una variante come quella rappresentata dalla vicenda Bellini, ma addirittura, sulla carta questa volta, come Brusca ha sottolineato, insensibili anche a quella che si materializzerà solo dopo i due fatti di strage, e cioè a dire la trattativa del "papello".
A me sembra che una ricostruzione, come ho cercato di fare, puntuale del rapporto tra Bellini e Gioè, alla luce delle iniziative reciproche tra Bellini e Tempesta, porti a convalidare senz'altro le affermazioni di Brusca. Sotto questo aspetto almeno. Cioè a dire della indifferenza della vicenda Bellini, e soprattutto della indifferenza della trattativa che si innesta sulla vicenda Bellini in rapporto ai fatti di strage del 1992.
Se tutto fosse stato qui, probabilmente la vicenda Bellini sarebbe entrata solo marginalmente dentro il nostro processo; e invece c'è entrata, come loro ben sanno, per una ragione più concreta, in quanto è nel contesto del rapporto che Gioè ha con Bellini, è nel contesto del vario discutere ed argomentare intorno all'interesse dello Stato per il proprio patrimonio artistico, che prende forma - come loro sanno e come il Pubblico Ministero sta ripetutamente proponendo - una presa di interesse, una consapevolezza particolare ed inedita per Cosa Nostra, che ha per oggetto proprio l'interesse dello Stato per le opere d'arte.
Per esprimere questo concetto nella sua caratterizzazione conclusiva, è a partire dalle conversazioni, dalle considerazioni, dai commenti, dallo sviluppo, anche nei fatti, della vicenda tra Bellini e Gioè che si forma, si caratterizza, si definisce negli ambienti di Cosa Nostra la consapevolezza che lo Stato ha un punto debole, fino a quel momento mai praticato da Cosa Nostra, punto debole rappresentato da un particolarissimo interesse: quello alla conservazione del proprio patrimonio culturale.
Intanto direi che è fatto notorio che azioni di danno nei confronti del patrimonio culturale contrassegnano senz'altro la storia del nostro Paese, la storia del nostro - qualche volta troppo trascurato - patrimonio culturale, ma non si ha notizia, ripeto, come fatto notorio, che organizzazioni criminali, che in particolare Cosa Nostra abbia praticato azioni di danno, azioni di distruzione nei confronti del patrimonio culturale dello Stato.
Ma loro sanno quante volte è stata posta questa domanda alle persone che sono state esaminate in aula, per sapere se nella memoria personale, ma anche nella memoria storica dell'organizzazione, in periodi precedenti, in epoche più o meno remote, nell'ambiente criminale di Cosa Nostra si fosse valutata la possibilità di operare azioni criminali in danno del patrimonio culturale pubblico. La risposta è stata, inesorabilmente, no.
Se queste due considerazioni sono tutte e due costruite su affermazioni di tipo negativo, non se ne sa nulla a livello di opinione pubblica e quindi di fatti notori, non se ne sapeva nulla nell'ambito di Cosa Nostra, è anche vero che la stessa affermazione la si può fare, questa volta, attraverso l'argomento positivo.
Già ieri ricordavo che Sinacori ha udito Gioè, agli inizi dell'agosto del 1992, pronunziarsi a Mazara del Vallo in termini di eventualità, con l'aria e con l'atteggiamento di chi reagisce emotivamente, ma comunque in termini che alludevano ad una azione criminale di danno nei confronti di un bene di irripetibile importanza e insostituibile nel patrimonio culturale del nostro Paese: la Torre di Pisa. Giust'appunto agli inizi del 1992.
É esattamente lo stesso periodo nel quale queste aperture - non le chiamiamo colloquiali, sarebbe un termine quasi carezzevole - queste aperture di scenari diventano più significative, più pertinenti nell'ambito dei rapporti tra Gioè e Bellini.
A me sembra proprio - e vorrei poterlo sintetizzare, ma credo che sia estremamente difficile poterlo sintetizzare con poche parole - a me viene proprio in mente di cosa deve essere stata questa elaborazione, lenta e erosiva nello stesso tempo, erosiva e costruttiva nello stesso tempo, nel pensiero di Gioè, e anche nel pensiero delle persone che hanno partecipato di quello che andava maturando nell'ambito del rapporto con Bellini, intorno alla presa d'atto che lo Stato riponeva particolare attenzione al patrimonio culturale in senso lato e a quello artistico in senso più specifico.
Ma voi pensate quale orizzonte deve aver aperto nella mente di Gioè l'apprendere da Bellini che dietro un recupero di opere d'arte vi è di regola un sottobanco pagato da colui o da coloro che hanno interesse a effettuare quel recupero, o che hanno richiesto qualcuno di darsi da fare per effettuare un qualche recupero.
Ecco, a partire da questo, che deve essere stato poco più che una piccola luce accesa, su uno scenario mai praticato da Cosa Nostra, credo che non sia difficile, senza che ci sia la possibilità e forse nemmeno la necessità di riassumere tutti i passaggi, che per altro nessuno conosce, come si deve essere sviluppata l'argomentazione, come si deve essere sviluppata la riflessione; quante devono esser state le domande che Gioè ha fatto a Bellini; quante sono state le considerazioni, taluna impropria, taluna più all'insegna della millanteria, che anche Bellini ha fatto di sua iniziativa a Gioè.
Già dicevo stamattina che Bellini aveva millantato in qualche modo con Gioè, già all'epoca in cui si interessava alle opere d'arte rubate a Modena, solo in nome e per conto dell'ispettore Procaccia.
É la stessa cosa che ha riferito il maresciallo Tempesta, nel senso che di questa millanteria di Bellini a posteriori anche il maresciallo Tempesta è venuto a sapere.
Se loro rileggono le dichiarazioni del maresciallo Tempesta per l'incontro del 12 agosto, troveranno proprio un passaggio specifico su questo punto, che echeggia perfettamente - echeggia perfettamente - quello che Bellini dice di aver, millantando, detto al suo interlocutore, cioè a Gioè. Aver detto che il recupero di queste opere d'arte era un'operazione che investiva anche il mondo politico.
Loro capiscono come da un interlocutore attento ed assetato di notizie di questo tipo, notizie nelle quali si mescolavano sia ipotesi di contatti utili, di maniglie verso le quali Bellini avrebbe potuto essere un utile, un utile compagno di viaggio, e indicazioni a proposito di questa iper sensibilità, iper interesse, ritenuto tale, iper interesse dello Stato, delle istituzioni, nei confronti del patrimonio artistico.
Nel complesso di tutti gli atti probatori che sono stati fatti per ricostruire questa vicenda e dimenticandosi questa citazione di quella dichiarazione di Sinacori, l'accenno, il riferimento generico - non so quante volte - ma specifico per quanto riguarda la Torre di Pisa, loro sanno che fa ripetute volte comparsa.
Per quanto noi abbiamo cercato di ricostruire con meticolosità, di leggere con particolare attenzione tutti gli atti che riguardano questo punto del processo, ci siamo dovuti fermare alla considerazione che non ogni dichiarazione è perfettamente compatibile con tutte le altre.
Ci sono delle incertezze temporali gravi; ci sono delle lacune di racconto vistose; ci sono delle contraddizioni altrettanto evidenti.
Se loro prendono ad esempio le dichiarazioni di Brusca, laddove a Brusca è stato richiesto di dare una indicazione temporale circa la conclusione con quel certo esito della trattativa sui cinque nomi del foglietto, constateranno che Brusca ha fatto una affermazione perplessa. In forma diretta ha detto: il fatto è avvenuto dopo la strage di Capaci; in forma indiretta e per via deduttiva ha detto: no, è precedente la strage di Capaci. In quanto che - in quanto che -: 'all'epoca in cui si verificò un qualche cosa che consente di dare una data alla trattativa, io presentavo ancora Altofonte'.
'E siccome Altofonte ho cessato di frequentarla dal momento in cui è stata eseguita la strage di Capaci, ergo tutta la vicenda è precedente la strage di Capaci'.
Eh, no, è una sciocchezza.
É una sciocchezza non solo e non tanto, perché noi sappiamo per certo che questo è un tratto di muro di cemento armato; non sappiamo semplicemente che l'incontro tra il maresciallo Tempesta e il colonnello Mori è del 25 agosto, cosa della quale potremmo anche dubitare; non si sa perché, ma potremmo anche dubitare. Ma fondamentalmente perché sappiamo che il maresciallo Tempesta ha avuto il bigliettino coi cinque nomi e ha avuto le fotocopie, o le fotografie di quelle certe opere d'arte, in data antecedente e prossima al 18 agosto del 1992. Quella nella quale, come si è detto e si è visto poco fa, questo materiale viene passato al Reparto che deve controllare la provenienza di queste opere d'arte.
Con il che si accerti che l'indicazione di Brusca è sbagliata. Perché prima di una data ravvicinata, sia pure antecedente, del 18 di agosto, è da escludere che al maresciallo Tempesta, e quindi a un Ufficio dell'Arma, ad un Organo istituzionale, sia arrivata non solo la documentazione relativa alle opere d'arte rubate, ma anche il famoso bigliettino sul quale si doveva impostare la trattativa.
É pur vero che, contraddicendosi - magari senza accorgersene - più avanti Brusca dirà che si è cessato di frequentare Altofonte solo allorché si è appreso che stava collaborando Giuseppe Marchese.
Fatto che, come loro sanno, non è antecedente al 1 di settembre del 1992; per modo che, per quanto le notizie negli ambienti di Cosa Nostra corrano rapidissime, non può essere che Brusca - e non solamente Brusca, quindi anche La Barbera e anche Gioè - abbiamo cessato di frequentare Altofonte prima dei primi del settembre del 1992.
Vedano com'è difficile reperire tutti i dati certi di questa, o per lo meno com'è stato abbastanza complesso, abbastanza difficile per chi vi sta parlando.
Vi sono delle lacune, io dicevo, e vi sono dei dati contrastanti.
Un contrasto assolutamente dichiarato in aula è su ciò che si siano detti, o per meglio dire su ciò che abbia detto il maresciallo Tempesta al colonnello Mori nell'incontro del 25 agosto del 1992, in relazione alla ventilata minaccia, al possibile pericolo, alla possibile esposizione al rischio della Torre di Pisa, per come si era espresso Bellini con Tempesta nell'incontro del 12 agosto.
Così come vi sono delle lacune, vi è qualcosa che non torna già nel racconto di Bellini, il quale ha affermato di aver messo al corrente il maresciallo Tempesta di questa preoccupante esternazione minacciosa che Gioè aveva fatto appena prima di qualche giorno con lui, in occasione - in occasione - e per conseguenza del fallimento della trattativa.
Bellini ha detto che, incontrandosi con Gioè, quando Gioè non dormiva più ad Altofonte... questo è importante, perché lo stesso Bellini ha avuto modo di capire che, all'epoca di questo incontro, Gioè non stava più a casa sua.
(segnale di scollegamento)
PRESIDENTE: Si è interrotto il collegamento. Attendiamo un momento.
TECNICO TELECOM: Presidente, qui è il Centro Servizi. Chiedo due secondi di attesa.
(voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Comunque ne avevamo già notizia.
(segnale di collegamento)
PRESIDENTE: É stato ripristinato il collegamento?
TECNICO TELECOM: Sì, l'udienza può riprendere, Presidente.
PRESIDENTE: Bene. Allora ridiamo la parola al Pubblico Ministero che ha sospeso... No. Non ridiamo nulla, per ora.
TECNICO TELECOM: Da Viterbo, buongiorno. Qui è il Centro Servizi.
Sul vostro monitor, Firenze lo vedete?
PRESIDENTE: Noi vedia...
ISPETTORE Carloni: Qui è Viterbo. Sul monitor non vediamo assolutamente niente.
TECNICO TELECOM: Bene, grazie.
ISPETTORE Carloni: Centro Servizi?
TECNICO TELECOM: Sì.
ISPETTORE Carloni: Adesso vediamo nero, perché avete parlato voi per ultimi. Però prima si vedeva il Tribunale.
TECNICO TELECOM: Ti passiamo un attimo il Tribunale, eh.
ISPETTORE Carloni: Sì.
TECNICO TELECOM: Lo vedi?
ISPETTORE Carloni: Sì, adesso si vede.
TECNICO TELECOM: Bene, grazie.
PRESIDENTE: Noi non vediamo nulla, però.
ISPETTORE Carloni: Qui è Viterbo. Ci vedete?
PRESIDENTE: Ora, dall'aula di udienza, vi vediamo. Voi ci vedete?
ISPETTORE Carloni: Noi vediamo... Sì, dove stava prima il Pubblico Ministero, dove parlava prima il Pubblico Ministero, mi sembra sia.
PRESIDENTE: Vedete adesso il Pubblico Ministero?
ISPETTORE Carloni: In questo momento parla lei e vediamo lei.
Ora è inquadrato il Pubblico Ministero.
PRESIDENTE: Benissimo. Allora possiamo riprendere l'udienza?
ISPETTORE Carloni: In questo momento il collegamento è buono.
PRESIDENTE: Bene. Allora proviamo.
PUBBLICO MINISTERO: Allora, stavo dicendo che è significativo che Bellini ambienti un certo incontro con Gioè non più ad Altofonte, bensì in un luogo diverso, corredando questa sua affermazione con la precisazione che, all'epoca, Gioè non dormiva più a casa sua; si era allontanato, quindi, dalla sua residenza.
Perché questo discorso è importante? Questa puntualizzazione è importante?
Non solo perché anche Brusca è al corrente del fatto che un incontro tra Gioè e Bellini c'è stato quando già si erano prese le distanze per le ragioni dette da Altofonte e dalle abituali dimore, le abituali residenze, le abituali abitazioni; ma perché, come mi pareva di aver implicitamente fatto notare stamani, nella lettera di Gioè è espressamente detto che l'ultimo incontro tra Gioè e Bellini si è verificato non ad Altofonte, ma si è verificato alla cosiddetta cava Buttitta, che è un luogo distante da Altofonte alcuni chilometri.
Ecco, Bellini ha detto che è in occasione di questo incontro alla cava Buttitta, nel quale viene proferita la minaccia, la minaccia forte; quella nella quale Bellini si sente messo dalla parte non dell'amico di Gioè e nemmeno di quello sta in bilico tra due parti di una difficile trattativa, ma si sente messo direttamente tra coloro ai quali la minaccia è destinata.
Vi ricordate, vero, questo passaggio della istruttoria dibattimentale.
E Bellini specifica nel suo racconto, al quale dico onestamente si può anche credere, ma introducendo nel processo per questa parte e per i risultati, tutto sommato, non sconvolgenti, una certa variante.
Mi spiego. Gli ha detto Bellini che, appreso dal maresciallo Tempesta che la ipotesi di trattativa non era praticabile, non sentendosi per altro in grado di presentarsi a Gioè per rappresentargli nuda e cruda questa situazione, ma dovendo comunque rappresentargli che questa situazione non si metteva bene...
(segnale di scollegamento)
PUBBLICO MINISTERO: Ci sono dei problemi?
PRESIDENTE: No, il collegamento pare che ci sia.
PUBBLICO MINISTERO: No, siccome vedo anche apparire delle cose singolari sullo schermo...
PRESIDENTE: Si ascolta dall'aula?
ISPETTORE Carloni: Sì, qui è Viterbo. Confermo che si ascolta bene.
PRESIDENTE: Bene. Allora possiamo procedere.
PUBBLICO MINISTERO: Dicevo... Chiedo scusa, ma anche per me è difficile poi osservare una certa linearità nelle esposizioni.
Dicevo che Bellini vi ha riferito, ha riferito, che questa esternazione minacciosa di Gioè risale all'ultimo incontro; a quello, cioè a dire, fatto fuori Altofonte, quando Gioè non dormiva più ad Altofonte. E ha detto che risaliva a qualche giorno prima la notizia datagli dal maresciallo Tempesta che quella trattativa, quella ipotesi di trattativa, non poteva andare in porto.
E che con il verbo "sembra", adoprato da Bellini in aula, forse c'era un margine per Brusca o non so chi per eventuali detenzioni ospedaliere, perché uno era ammalato.
"Il fatto è che" - sono parole sue - "Bellini, che comunque doveva presentarsi da Gioè, non se la sentiva di dirglielo subito così."
Eh, capisco perfettamente che avesse una qualche remora a dirgli: 'allora, tu mi hai consegnato un biglietto con cinque nomi di uomini d'onore; io l'ho portato in un certo posto e questi hanno detto: non se ne parla nemmeno. Perché, ovviamente, essendomi accreditato, avendoti parlato di politici, avendoti fatto vedere le buste con l'intestazione del Ministero, avendoti, tutto sommato, dato di me una rappresentazione in termini tali per cui tu hai pensato di poter far transitare su di me una trattativa, se io mi presento da te per dire: di trattativa non se ne parla nemmeno, puramente e semplicemente la situazione può anche presentare degli aspetti di pericolo'.
É quello che Bellini ha detto con le parole: "Non me la sentivo di dirglielo subito così."
Come loro sanno, Bellini ha detto che, andando ad incontrarsi con Gioè, prima ancora di riuscire a presentare nel modo migliore, nel modo migliore possibile, prima ancora di riuscire a presentare questa situazione, si trovò sostanzialmente aggredito da Gioè. Il quale nemmeno si sarebbe dato cura, stando a lui, di ascoltare qual era l'aggiornamento sul versante della trattativa; bensì lo avrebbe senz'altro messo a parte di una situazione nella quale la trattativa, con i suoi sviluppi e con i suoi esiti, diventava quasi un fatto secondario, un fatto marginale.
Vorrei ritrovare tali e quali le parole che ha pronunziato Bellini per riferire di questo incontro.
Chiedo un attimo di pazienza alla Corte.
Ecco il punto dei miei appunti.
Le parole di Bellini sono state queste, prima ancora che egli abbia avuto il tempo di illustrare, di aggiornare Gioè:
"Fu lui a troncare il discorso, ancor prima che io gli dicessi che... però si poteva vedere."
Da questo momento Gioè si manifesta in quello che Bellini definisce un attacco frontale vero e proprio anche nei suoi confronti. Nel corso del quale le espressioni di Gioè sarebbero state:
"Non sono persone serie, non è gente seria quella che sta dietro a te, quella dentro la quale ti muovi anche te, quella della quale sei anche tu una parte."
E poi ancora:
"In Sicilia si vive un momento particolare, ci sono i soldati nelle piazze e nelle strade delle città siciliane, infuriava il 41-bis; il rischio dei pentiti tutti i giorni si faceva più incombente."
Gioè con Bellini si manifestò esattamente in questi termini, se noi crediamo alle parole di Bellini: "Ma cosa vogliono fare col 41-bis? Vogliono creare dei pentiti?"
Ed ecco poi la minaccia. La minaccia forte; la minaccia senza allusioni, la minaccia senza sottintesi:
"Che ne direste se un giorno vi trovaste con la Torre di Pisa abbattuta?"
Al punto da far pensare a Bellini che, essendo così costruita, così articolata la ricognizione della situazione - il 41-bis, i pentiti - e la minaccia, questa esternazione, fosse stata fatta da Gioè, in vista dello scopo che Bellini, cioè... di uno scopo specifico che Bellini andasse a riferire ciò che aveva udito con le sue orecchie
E Bellini dirà:
"Cosa che io puntualmente feci, andando a raccontare il tutto al maresciallo Tempesta."
Di questo racconto di Bellini tutto ci appare plausibile, tutto ci appare coerente. Perché abbiamo nella mente, nella memoria, il ricordo delle dichiarazioni anche del maresciallo Tempesta. Se non fosse che qualche cosa, sul punto delle cronologie, non torna.
Perché, se questa è la prima volta in cui Bellini riceve, recepisce la minaccia da parte di Gioè, siamo in un periodo che è di circa un mese spostato in avanti rispetto al momento in cui questa minaccia deve essere stata raccolta da Bellini, che pure dice di averla raccolta una sola volta per renderne partecipe il maresciallo Tempesta - come questi ha riferito - nell'incontro del 12 agosto del 1992.
Voi ricorderete che il maresciallo Tempesta, riferendo dell'incontro del 12 agosto, ha detto di avere in consegna le fotografie, di avere avuto in consegna il bigliettino con i cinque nomi, di avere ad un certo punto detto a Bellini che la situazione aveva un aspetto che il maresciallo Tempesta non poteva assolutamente tenere sotto controllo.
E cioè a dire la praticabilità di una trattativa che aveva, come elemento di maggior significato, più che il recupero delle opere d'arte, ma una iniziativa comunque a vantaggio di uomini di mafia detenuti.
Voi ricorderete ancora che il maresciallo Tempesta ha precisato che, rappresentata questa difficoltà a costituire per l'avvenire, egli, maresciallo Tempesta, il punto di riferimento esclusivo per Bellini, per quanto ne potesse venir fuori, Bellini in qualche modo lo costrinse a calarsi, a ritornare protagonista della situazione anche per l'avvenire, ammonendolo sul fatto che la Torre di Pisa poteva correre dei rischi, con la conseguenza che, trattandosi di un bene sicuramente tra quelli di competenza del Ministero dei Beni Culturali ed Ambientali, era logico che il personale di questo specializzato Nucleo, o Reparto dell'Arma dei Carabinieri, continuasse a tenere sotto controllo una situazione che poteva, in qualche modo, avere a che fare niente meno che con la Torre di Pisa.
Ricorderanno anche che il maresciallo Tempesta ha precisato di non aver capito se si trattò di un espediente dialettico del momento, di Bellini, che non voleva perdere come suo referente il maresciallo Tempesta, ovvero se il Bellini fosse il portatore di un qualche discorso, di una qualche confidenza, o di una qualche vera e propria minaccia raccolta negli ambienti con i quali aveva contatti.
É logico pensare che ben avrebbe avuto motivi Bellini per introdurre questo elemento in più nella conversazione con Tempesta.
Bellini mirò a dei risultati molto pratici e molto personali: soldi, se ce ne sono - come spiega al maresciallo Tempesta - e comunque, adopriamolo, non è improprio, l'aggiustamento della sua posizione processuale, non vuol tornare in carcere.
E, ovviamente, teme che uscendo di scena il maresciallo Tempesta e entrando, viceversa, in scena una struttura diversa, il ROS o qualcosa di simile, la partita si sposta ad una latitudine così alta che, dall'una e dall'altra parte, di Bellini si finirà per dimenticarsi.
E allora come si risolve questo contrasto tra la dichiarazione del maresciallo Tempesta, che dice essere stata questa l'unica volta in cui Bellini gli accennò alla Torre di Pisa, quindi il 12 agosto 1992, e la dichiarazione di Bellini che dice che una minaccia sul conto della conservazione della Torre di Pisa gli fu partecipata da Gioè in un periodo che è di un mese circa spostato in avanti? Non credo, non crediamo francamente, onestamente, che si possa dirimere, in termini di sicurezza, l'interrogativo, escludendo che la verità stia da una parte e quindi affermando che la verità sta tutta dall'altra parte.
Io non mi avventuro oltre questa linea di demarcazione.
É linea di demarcazione che do a me stesso, che do alla mia indagine. Se la Corte vorrà spingersi più avanti, lo farà.
Io credo che sia sufficiente - ma non perché andiamo alla ricerca di un risultato minimale - sia sufficiente, pur essendo alle prese con un interrogativo di elevata qualità del processo, sufficiente, comunque, registrare che nell'agosto del 1992 e ancora agli inizi del settembre del 1992, ovvero solamente agli inizi di agosto, ovvero a settembre incipiente del 1992, Bellini trasferisce, nei suoi rapporti con il maresciallo Tempesta, qualche cosa che fa capo alle conversazioni che ha con l'uomo di mafia Antonino Gioè.
Questo qualcosa è un interesse che va sempre più definendosi: interesse, questa volta, di Cosa Nostra. Gli altri sono interessi secondari. É secondario l'interesse ormai di Bellini; è secondario l'interesse - se mai ne ha avuto uno - personale di Gioè; è secondario anche l'interesse alla trattativa.
Ha acquistato la sua autonomia un interesse diverso, un'attenzione diversa ed inedita: quella di Cosa Nostra per ciò che emblematizza, ciò che rappresenta, ciò che fa storia e geografia del patrimonio culturale dello Stato.
Signori Giudici, non è perché il miglior sistema per risolvere i problemi è quello di evitarli, non è questo il mio modo di ragionare.
Non mi interessa più che tanto sapere se ha buona memoria del contenuto del loro colloquio piuttosto il colonnello Mori, o piuttosto il maresciallo Tempesta. A me interessa che sia ricostruita con chiarezza una situazione, nella quale la tempistica ha un certo ruolo - io ho cercato di chiarirla - e ha soprattutto importanza il fatto che è nel contesto del rapporto tra Bellini e Gioè che si sviluppa l'attenzione di Cosa Nostra sul patrimonio culturale dello Stato.
Detto in altri termini e in termini più chiari, detto a voi come lo dico a tutti i protagonisti di questo processo, presenti e non in quest'aula: non nasce altrove, per essere esportato all'interno di Cosa Nostra, o importato nell'interno di Cosa Nostra, l'interesse di Cosa Nostra stessa, o la prefigurazione dell'interesse di Cosa Nostra stessa, per il patrimonio artistico dello Stato, per il patrimonio culturale dello Stato.
Vi è una gradualità nel rapporto tra Gioè e Bellini. Gradualità che è scandita anche dalla casualità: dal recupero crediti, all'interessamento richiesto dall'ispettore Procaccia, all'incontro casuale con il maresciallo Tempesta a San Benedetto del Tronto, fino al termine dell'agosto del 1992, ma solo al termine dell'agosto del 1992. E cioè quando questa situazione, per un attimo, transita da un Ufficio di un alto ufficiale di un Reparto specializzato dell'Arma dei Carabinieri, quello che si occupa di criminalità organizzata e di criminalità mafiosa, tra le altre e forse prima che delle altre.
Solo alla fine dell'agosto del 1992, quando l'attenzione di Cosa Nostra si è già sviluppata, quando questa attenzione si è già resa autonoma, rispetto ad altri interessi, ad altre attenzioni, rispetto ad altre sensibilità.
Con degli strumenti di comprensione di questo tipo io credo che si possa affrontare qualche aspetto delle dichiarazioni di Brusca, sul conto di questa vicenda.
Signori Giudici, la ricostruzione della curva del sospetto da parte di Gioè, e poi da parte di Gioè e Brusca, e poi ancora da parte di Brusca e di Bagarella, quello che evidentemente - se crediamo, come io credo alle dichiarazioni di Brusca - avrebbe risolto in radice il problema, eliminando Bellini con molta tempestività, ecco, la curva del sospetto loro la possono ripercorrere tutta. Io non lo faccio.
Non mi interessa andare a riprendere tutte quelle complicate, anche noiose e comunque tortuose, varianti concettuali, in virtù delle quali prima si dubitava che esistesse Bellini, poi si dubitava che esistesse il credito, poi si dubitava che esistesse la ditta, poi si dubitava che Bellini fosse mandato da un sottufficiale piuttosto che da un altro, poi si dubitava... Non mi interessa assolutamente.
Perché vi è una concretizzazione, quella sì che mi preme. Una concretizzazione e una definizione dell'attenzione di Cosa Nostra la quale, a questo punto della mia illustrazione, credo di aver rappresentato.
Che questa illustrazione, e per essere più esatti che questa attenzione che si va definendo nel corso delle settimane e nel corso dei mesi, abbia risentito di una componente di tipo soggettivo, questo è nelle premesse; nelle premesse che io esponevo alla Corte già tre giorni fa, sabato dell'altra settimana.
É uno di quei due segmenti della causale nelle quali vi è una forte incidenza dell'elemento soggettivo, dell'elemento interpretativo.
Ma non mi interessa una dimostrazione che vada al di là di questo.
Io avevo da rimuovere un dubbio che in qualche modo continuava a restare sospeso. Se qualcuno ha dei dubbi in proposito, se qualcuno formula questo dubbio: e cioè quale potesse essere stato il rapporto che c'era tra questi ambienti comunque pubblici, comunque istituzionali, e queste decisioni che sono state adottate nell'ambito di Cosa Nostra.
Son convinto che una ricostruzione, che tenga conto delle cronologie, che tenga conto dei fatti e che quindi tenga conto degli elementi dichiarativi, ma anche degli elementi di riscontro, esclude nella maniera più assoluta che tra questi contatti - questi, di questi che sto parlando e non di altro - tra questi contatti, quelli che Bellini ha con il maresciallo Tempesta e quelli che il maresciallo Tempesta ha con il colonnello Mori, ci sia un qual che, un qualcosa che abbia rivestito una efficienza causale rispetto alle determinazioni che sono state assunte da Cosa Nostra.
Cosa Nostra le sue stragi le ha ideate, eseguite, traendo ispirazione anche da questi avvenimenti, perché è da questi avvenimenti che si è definita l'attenzione; ma non certo per effetto di una qualche iniziativa riconducibile vuoi al maresciallo Tempesta, vuoi agli ambienti dell'Arma dei Carabinieri, quelli di cui ci siamo occupati.
Se noi commettessimo questo errore, commetteremmo esattamente quell'errore che in un'Aula di Giustizia non deve essere mai commesso, cioè a dire prendere la distanza dai fatti, cominciare a guardarli all'insegna di un a priori, e quindi inevitabilmente commettere un errore di giudizio.
É dai fatti, se sono ricostruiti, che nascono delle valutazioni corrette della realtà.
Che altro resta da dire di questa vicenda?
Resta da dire, fondamentalmente, che sono veri tanti elementi di corredo e di specificazione. É vera la particolarità di certi documenti di identità che Bellini ha consegnato a Gioè con la richiesta che si provvedesse in qualche modo a falsificarli. Ve lo ha riferito Bellini, lo ha riferito Brusca, ne parla, soprattutto ne attesta Gioè con la sua lettera.
E come sono veri questi elementi di dettaglio, altri ve ne sono; ma non mi sembra questo il momento per stare a prendere in rassegna. Non spostano la parte che interessa, non snaturano la ricostruzione per la parte principale. Intendo dire il problema se ha Bellini sono stati consegnati o meno degli stupefacenti, fermo restando che questa è una storia ampiamente conosciuta dall'Autorità Giudiziaria competente, Autorità Giudiziaria di Palermo, che quindi avrà compiuto i suoi accertamenti, questa storia la conosce l'Autorità Giudiziaria di Palermo da prima che la conosca il Pubblico Ministero di Firenze. Perché in questi termini già si è espresso La Barbera nelle dichiarazioni del febbraio del 1994.
Ma che sia vero che questi stupefacenti siano stati consegnati a Bellini, non sia vero che gli siano stati consegnati - come egli afferma - è un dettaglio che non riesce a spostare apprezzabilmente il taglio e l'inquadramento di ricostruzione dei fatti.
Se fosse vero che Cosa Nostra, e più esattamente Gioè, ha consegnato a Bellini degli stupefacenti - prima una partita poi un'altra, la prima pagata con una certa difficoltà, la seconda tutta da pagare - e se fosse vero, cambierebbe qualche cosa?
Anzi, se proprio qualche cosa dovesse cambiare, azzerderei, salvo verifica, azzerderei che addirittura un interesse congiunto di Bellini da una parte e di Gioè e Brusca dall'altra, anche se Bellini non ha mai visto Brusca, come loro sanno, se questo fosse vero, si avrebbe semplicemente la dimostrazione che, al di là dei sospetti che si sono nutriti pressoché stabilmente nei confronti di Bellini, però evidentemente c'era anche un interesse comune - interesse a sfondo, dichiaratamente e non controvertibilmente, patrimoniale - interesse che si è ritenuto di poter praticare, perseguire da parte di Gioè attraverso Bellini, in virtù evidentemente di un rapporto di fiducia che, in qualche modo, faceva aggio anche sui dubbi che si avevano sul conto di Gioè.
Perché si può arrivare a consegnare a Bellini delle fotografie, che pur provengono, per meglio dire ritraggono opere d'arte rubate, ma forse altro e più impegnativa e pericolosa operazione è quella di consegnare a Bellini un quantitativo di stupefacente. Che non è la traccia di un reato, ma è un reato e basta, puramente e semplicemente.
Chiudo la rappresentazione di questa vicenda citando ancora due aspetti, non trascurabili nemmeno questi.
Io ho cercato di ridurre la rappresentazione all'essenziale, a parte che è da stamattina che sto affaccendandomi intorno a questa parte del processo.
Ecco, i due aspetti ultimi e conclusivi sono quindi: l'affermazione di Brusca sul punto del contenuto di quella certa conversazione tra Bellini e Gioè, alla quale Brusca - non visto - assisté.
Conversazione nel corso della quale furono fatti - Brusca non ha precisato ad iniziativa di chi - furono comunque fatti commenti, furono fatte considerazioni nuovamente, ancora, ossessivamente, sull'interesse dello Stato per il proprio patrimonio culturale.
Considerazioni ed argomenti che, emblematicamente, continuavano a avere come figura esponenziale la Torre di Pisa.
Dichiarazione questa che, allo stato quindi degli altri elementi che io ho ricordato, a me pare debba essere accreditata di verosimiglianza; anzi, per adoperare un termine più esplicito: di corrispondenza al vero.
É logico, è naturale, è conseguente, che stante questa rivoluzione di rapporto tra Bellini e Gioè, a un certo punto Brusca abbia voluto sentire con i suoi orecchi quali erano i discorsi che passavano fra queste due persone; abbia voluto capacitarsi meglio di questi discorsi che, ripeto, andavano a toccare orizzonti e scenari non praticati mai, prima di quel momento, da Cosa Nostra.
Se più piace, si può dire che non c'è nessuna ragione per pensare che Brusca su questo punto abbia detto il falso.
Non si capisce perché Bellini dovesse intrattenere un certo rapporto con Gioè, Gioè dovesse soprattutto intrattenere un certo rapporto con Bellini, Gioè ne dovesse tenere al corrente Brusca e ciò non pertanto Brusca non dovesse avere la possibilità di ascoltare con i suoi orecchi - attraverso un espediente, per altro anche molto semplice da adottare - quello che si raccontavano, quello che, soprattutto, che era in grado di raccontare, era in grado di rappresentare Bellini.
Bellini manovrato quindi, manovrato dalle proprie esigenze, manovrato dalle proprie necessità.
Non manovrato dai Carabinieri, non manovrato né dai sottufficiali del Nucleo di Tutela del Patrimonio Artistico, né manovrato dagli ufficiali superiori del ROS.
Manovrato fondamentalmente dalle proprie esigenze. Manovrato, da un certo punto in poi, dai protagonisti di una situazione che gli era sfuggita di mano, che gli stava sfuggendo di mano, perché era una situazione sulla quale smetteva Bellini Paolo di investire determinati suoi interessi, ma aveva cominciato ad investire Cosa Nostra.
Perché faccio questa affermazione così radicale e anche, se si vuole, così apparentemente avventata? Perché io ho buona memoria di quello che è successo il 21 settembre 1992.
É successo esattamente che il signor Bellini Paolo, scaricato - in senso buono, si intende - dal maresciallo Tempesta, che lo ha aggiornato sul fatto che la trattativa è impraticabile, trovandosi in difficoltà nei confronti di Gioè, al quale non può andare a dire tranquillamente: 'abbiamo scherzato. Io che mi sono manifestato come l'uomo capace di risolvere chissà quale situazione, io che sono colui il quale voi avete investito addirittura l'ipotesi di tirar fuori dal carcere cinque uomini d'onore, non sono assolutamente quello che voi avete creduto'.
Bellini Paolo, il 21 settembre del 1992, dopo essersi rivolto come uno dei tanti che hanno problemi con la Giustizia e frequentando da anni aule giudiziarie, Caserme, Commissariati e Questure, avendo preso un po' di pratica su come ci si muove, nuovamente tramite il maresciallo Procaccia cerca un contatto, e ottiene di essere ascoltato da due ufficiali di Polizia Giudiziaria del Centro Operativo della Direzione Investigativa Antimafia di Milano: il dottor Messina, che è stato testimone su questo, come su altri fatti, davanti alla Corte, e un tenente colonnello che ha firmato, il giorno stesso, il 21 settembre del 1992, la relazione su questo incontro, unitamente al dottor Messina stesso.
Questo è un dato di fatto dal quale non si può prescindere, se si vuole assegnare in un processo per strage ad ogni persona il suo proprio ruolo.
Io dico in un processo per stragi, ma la regola vale in tutti i processi.
La misura definitiva del personaggio Bellini, signori Giudici, la riprova dei limiti di Bellini Paolo in questa vicenda, la dà l'incontro che egli, un po' querulamente, chiede ed ottiene tramite il solito ispettore della Questura di Reggio Emilia, presso il personale della Direzione Investigativa Antimafia del Centro Operativo di Milano.
Bellini non ha protettori, Bellini non ha piloti, Bellini non ha né suggeritori, né Bellini ha mosche cocchiere.
Bellini è uno che nel settembre del 1992 si trova in una situazione peggiore di quella in cui si trovava alla fine del 1991, perché ha anche da temere per la sua vita.
E allora chiede quell'incontro, ottiene quell'incontro che dovrebbe garantirgli - ancora una volta perché il problema per Bellini è sempre il solito - dovrebbe garantirgli un po' di soldi, l'affidamento in prova a servizio sociale, anziché un ordine di esecuzione della pena in carcere.
Che puntualmente arriverà. Che puntualmente arriverà.
Questa volta, chiedendo al personale della Direzione Investigativa Antimafia, il dottor Messina e il tenente colonnello Onorati, di assicurargli una copertura per un'operazione - come loro ricordano è stata più che puntualmente rappresentata, questa situazione, dal dottor Messina - per ottenere una copertura in relazione a possibili operazioni di Polizia Giudiziaria nel settore degli stupefacenti, che egli stesso avrebbe potuto favorire infiltrandosi in qualche modo in un ambiente mafioso, che per lui voleva dire una persona di Altofonte con la quale aveva un rapporto personale. Senza che... ripeto, il 21 settembre del 1992, allora, se le cronologie ci aiutano, è da 20 giorni circa che Bellini sa che la famosa trattativa con i cinque nomi, quella dalla quale si aspettava chissà quali risultati anche per sé, è una lettera, è un discorso, è un capitolo chiuso, sarà una quindicina di giorni circa, dieci, qualche cosa di più qualche cosa di meno, da che ha avuto l'incontro con Gioè nelle campagne di Altofonte, più esattamente alla cava Buttitta.
Bellini chiede alla DIA di essere coperto per un'operazione, da infiltrato sì, questo è quello che hanno riferito, anche Bellini lo ha riferito, non solamente il dottor Messina che si è limitato qui in aula a riportare il contenuto di una relazione di servizio che è stata stesa lo stesso 21 settembre 1992. Non è una ricostruzione a posteriori, a tre o quattro, a cinque anni di distanza, sul filo di un ricordo; è una rappresentazione di un'attività di Polizia Giudiziaria che fu documentata il giorno stesso in cui era stata compiuta. Bene, che Bellini andava proponendo il 21 settembre del 1992, di favorire un'attività di repressione di traffico di stupefacenti in un ambiente criminale mafioso con il quale aveva contatti in ragione di una certa sua personale conoscenza con qualcuno di Altofonte. Tutto ciò in vista di ottenere determinati vantaggi per la sua posizione processuale e vantaggi anche dal punto di vista economico.
Loro ricorderanno che è stato chiesto espressamente al dottor Messina se, a margine di questo che è stato l'argomento principale dell'incontro, ed anche a costo che non se ne fosse data traccia, non se ne fosse data documentazione nella relazione, se il discorso toccò anche, sfiorò tematiche diverse: opere d'arte, uomini d'onore, minacce per il patrimonio artistico, per i monumenti, per la Torre di Pisa, per tutte le torri della Penisola. E il dottor Messina ha detto: 'di ciò non ci fu traccia né sintomo alcuno in quella conversazione'.
Cosa sta a dimostrare quest'incontro?
Sta a dimostrare che Bellini, avventuratosi imprudentemente in una situazione che per l'appunto in quegli stessi giorni, in quelle stesse settimane, in quegli stessi mesi, doveva commisurarsi con emergenze particolari - parlo di Cosa Nostra e delle sue emergenze della seconda metà del 1992 - Bellini non ha avuto la possibilità nemmeno di portare avanti il suo rapporto personale; figuriamoci se Bellini poteva essere pilotato da qualcuno o essere l'apripista di qualcun altro.
Non si sarebbe trovato nelle condizioni, il 21 settembre, di dover bussare agli uffici della Direzione Investigativa Antimafia per proporre una delle tante operazioni di basso commercio che sono tutt'altro che infrequenti nelle vicende di Polizia, nelle vicende giudiziarie.
Se Dio vuole non lo sono nelle vicende processuali, almeno quelle nelle quali è responsabile questo Pubblico Ministero, né ora né in altre sedi.
Ciò non per tanto - lo ridico a costo di essere prolisso e forse a questo punto solamente discorsivo - è nel contesto di questo rapporto che nasce l'embrione che finirà per crescere, crescere come una mala pianta, crescere come un frutto avvelenato, perché solo i frutti avvelenati sono quelli che crescono dagli alberi di Cosa Nostra, e che diventerà l'obiettivo di quasi tutti i fatti di strage dell'anno successivo.
Detto questo, Presidente, io pensavo di illustrare ancora un'altra vicenda che penso porterà via, anche questa, un po' di tempo.
PRESIDENTE: Possiamo sospendere...
PUBBLICO MINISTERO: Per farlo... ecco, però occorre che si sospenda per qualche minuto.
PRESIDENTE: Per dieci minuti e poi...
PUBBLICO MINISTERO: Anche un quarto d'ora, Presidente.
PRESIDENTE: Per un quarto d'ora e...
PUBBLICO MINISTERO: Grazie.
PRESIDENTE: ...poi riprendiamo l'udienza che ora è sospesa.
<< DOPO LA SOSPENSIONE >>
PUBBLICO MINISTERO: Non c'è dubbio che l'anno 1992 sia stato un anno denso, oltremodo denso di avvenimenti, ciascuno in misura diversa, significativo, ma ciascuno, come già anticipavo, inserito positivamente nel processo complessivo di formazione del disegno criminoso stragista.
Questi eventi, anche per il fatto di insistere sulle stesse epoche, sulle stesse settimane, hanno contribuito potenziandosi, valorizzandosi reciprocamente, a segnare il corso degli eventi successivi.
Prima ho fornito alla Corte delle indicazioni temporali, non perché la Corte le ignorasse, ma semplicemente perché non potevo fare a meno di richiamare certe indicazioni temporali, altrimenti poteva sembrare che parlassi orecchiando degli avvenimenti del processo, indicazioni temporali specifiche per l'agosto del 1992. Guardando in qualche modo al settembre dello stesso anno, richiamando situazioni del luglio, ancora del maggio, dell'aprile.
La vicenda che mi propongo di illustrare alla Corte - in maniera abbastanza sintetica, perché credo che una rappresentazione di sintesi comporti un inquadramento corretto e non divagatorio, corretto rispetto alle esigenze del processo - ha come suoi estremi temporali: iniziale quello del 5 agosto e terminale quello del 18 ottobre.
É il 5 agosto del 1992 il giorno nel quale si incontrano a Roma, con questo uomo politico che ha rivestito la carica di Primo Cittadino della città di Palermo, Ciancimino, il colonnello Mori e un giovane ufficiale, il capitano De Donno.
Perché questo incontro? Noi siamo in grado di fare certe affermazioni con carattere di sicurezza. Alcune di queste affermazioni ci sembreranno più certe solo attraverso una lettura complessiva, altre si imporranno di per sé. Per alcune sarà sufficiente richiamare le dichiarazioni dei due testi principali di questo avvenimento; per tutte le circostanze che caratterizzano questa vicenda bisognerà fare riferimento alle dichiarazioni di un imputato: a quelle di Giovanni Brusca.
Diciamo intanto un fatto che per altro alla Corte è noto. Questa vicenda con la relativa ricostruzione probatoria è tutta successiva al provvedimento di rinvio a giudizio.
Ed è successiva sia per la parte che concerne le dichiarazioni dell'imputato Brusca... Loro sanno anche dai verbali che sono nella disponibilità della Corte, perché sono stati utilizzati per le contestazioni, che le dichiarazioni di Brusca iniziano a far data dal 10 agosto del 1996.
Così come sanno che su questi avvenimenti i due ufficiali, i cui nomi richiamavo poco fa, sono stati esaminati con atti di assunzione di informazione, ai sensi dell'articolo 362, il primo, cioè il colonnello Mori, il 1 agosto del 1997, e l'altro, il capitano De Donno, nei primi giorni del gennaio del 1998.
Guardando questo capitolo del processo con un'attenzione particolare, è subito evidente che sull'esistenza di un contatto a distanza tra Cosa Nostra e un qualificato ambiente istituzionale, cioè a dire il Comando del ROS, si è verificata una situazione anche questa, almeno alla luce delle conoscenze che si sono formate nel corso dell'indagine e che si sono cristallizzate nel dibattimento, si è stabilito una specie - ma adopro deliberatamente questo termine - una specie di dialogo a distanza, che dialogo in realtà non è mai stato.
E della esistenza di questa situazione il Pubblico Ministero prima, ma anche la Corte, ha fatto conoscenza in prima battuta solo ed esclusivamente per le dichiarazioni di Giovanni Brusca, uno dei vostri imputati, una, quindi, delle persone che voi dovrete giudicare.
Quale che sia - e sarà nelle richieste che il Pubblico Ministero formulerà al momento opportuno - un giudizio di responsabilità, quello della Corte, nei confronti di Brusca, non c'è dubbio che sarà vostro compito anche verificare, anche in ordine a questa parte delle dichiarazioni di Brusca, il contenuto delle dichiarazioni stesse, l'attendibilità, totale, parziale, esauriente, producente, ovvero non esauriente, non producente, delle dichiarazioni dell'imputato.
Ribaltando il modo di esporre che ho seguito precedentemente, questa volta debbo partire dalle dichiarazioni di Brusca, perché è l'antecedente storico e logico della ricostruzione che si è fatta anche in aula e che prima è stata operata dal Pubblico Ministero.
Come loro ricordano, il contenuto sostanziale - per sostanziale intendo dire il contenuto che consiste in una rappresentazione degli avvenimenti, prima e a prescindere dalla interpretazione degli avvenimenti - il contenuto delle dichiarazioni di Brusca su questo punto è stato che: nell'agosto del 1992, in un incontro con Riina, in un periodo nel quale erano in corso determinati avvenimenti cruenti nel Trapanese, un mese circa - dice Brusca - dopo la strage di via D'Amelio, Riina lo mise al corrente di una novità, adoprando - queste sono state le parole di Brusca - un'espressione più o meno di questo tipo: "si sono fatti sotto". Così da dar modo a Riina di capire, anche per quello che Riina immediatamente ebbe a precisargli, che coloro che "si sono fatti sotto" era una controparte nel modo di rappresentarsi e di semplificare la realtà utilizzato da Riina.
Vi è quindi una controparte che 'si è fatta sotto' ed alla quale Riina si è rivolto con un diagramma di richieste, richieste che proprio per la loro particolare natura risolvevano, allora per Brusca, risolvono oggi per noi, ogni tipo di interrogativo su chi fosse la controparte, la controparte con la quale Riina confidava a Brusca di aver avviato o di proporsi di avviare un qualche contatto.
Le richieste avevano a che fare con quella che abbiamo chiamato l'emergenza normativa, distribuita sulla Legge Rognoni-La Torre, della quale si voleva da parte di Cosa Nostra una revisione o un'abrogazione, comunque della quale si voleva un ridimensionamento tale per cui determinati risultati che questa legge assicurava ed assicura, non le si potessero più perseguire da parte del potere legittimo dello Stato ed eventualmente fossero caducati i risultati del passato.
Si voleva ancora un intervento di revisione sull'articolo 41-bis - ecco i due momenti dell'emergenza normativa -, si voleva ancora, e qui viene in rilievo un'emergenza che è nello stesso tempo normativa e giudiziaria: la riapertura dei processi, la revisione, cioè, dei processi. La revisione, in particolare, di quel processo che si era chiuso appena sette mesi prima con la sentenza del 30 gennaio del '92 della Cassazione.
É naturale che Brusca prese atto di questa situazione, così come prese atto che, in ragione di questa forte novità, veniva da Riina la disposizione, l'ordine di sospendere ogni azione criminale già progettata e che avrebbe dovuto e potuto eseguirsi, in quel periodo e in prosieguo; azioni criminali che avrebbero dovuto continuare ad indirizzarsi nei confronti degli obiettivi tradizionali di Cosa Nostra, nei confronti quindi dei nemici di Cosa Nostra, intesi essi i magistrati, gli uomini politici, gli uomini comunque dell'ambiente istituzionale con i quali Cosa Nostra aveva deliberato, il vertice di Cosa Nostra aveva deliberato di chiudere le pendenze.
Voi ricorderete che Brusca ha adoprato varie espressioni a questo proposito, ha citato varie situazioni a questo proposito, ha dato varie spiegazioni.
Vi ha spiegato, ad esempio, che l'eliminazione di Salvo, che pure è un fatto che andrà a realizzarsi di lì a qualche settimana, nel settembre del '92, non fa parte di questo profilo dell'azione criminale. L'eliminazione di Salvo è un delitto dell'ordinario di Cosa Nostra, è un problema tra uomini d'onore.
Altre, invece, azioni criminali progettate a quel tempo - e Brusca ne ha fatto un'esemplificazione - sono quelle che con un frasario francamente abbastanza sconvolgente equivalevano a togliersi i sassolini dalle scarpe, mi pare che questa sia proprio la terminologia che è stata adoprata anche da Brusca in quest'aula. Azioni criminali che guardavano all'ambiente palermitano, che guardavano però anche ad altre province della Sicilia.
Loro hanno sentito fare i nomi di vari uomini politici che facevano parte di quel programma di azione criminale a largo raggio e di alto profilo che il vertice di Cosa Nostra si proponeva, Riina si proponeva di compiere in quel periodo.
L'elemento caratteristico di questo disegno criminale era costituito dal fatto che si trattava di continuare ad uccidere persone, rappresentando, queste azioni criminali, lo sviluppo e la prosecuzione delle azioni criminali del marzo, del maggio e ancora del luglio di quello stesso anno.
Loro hanno anche appreso, assieme a noi, che a distanza di un po' di tempo, quando ormai l'anno volge al termine, quando ci si avvicina alle Feste di fine anno, Brusca ha notizia del fatto che questa trattativa è arrivata ad una specie di punto morto, nel senso, almeno, che - "trattativa" è il termine che adopra Brusca, che lo mutua da Riina, o comunque che adopera Brusca per esprimere ciò che Riina gli voleva rendere chiaro - questa trattativa ha bisogno di essere oliata, che questa trattativa non può arrivare a produrre i suoi fisiologici risultati - e cioè a dire la conclusione di una trattativa - se non si ricorre ad uno strumento specifico che valga appunto a dare un'ulteriore accelerazione a questa trattativa, che valga a forzare la trattativa, a forzare l'interlocutore e quindi a forzare la conclusione della trattativa.
Questo qualcosa, questo fattore di accelerazione della trattativa è, come loro sanno, un'altra azione di strage che viene programmata e deliberata, non viene solamente portata ad esecuzione.
Ne abbiamo già parlato ieri, mi limiterò oggi a dire che su questo punto le dichiarazioni di Brusca trovano una convalida in quelle rese da La Barbera, come loro sanno, dichiarazioni rese da La Barbera in epoca molto lontana e molto antecedente rispetto a quelle di Brusca.
Perché le dichiarazioni di La Barbera - che ignora quella che veniva e che verrà, anche in quest'aula, chiamata trattativa, che ignora che qualcuno si è fatto sotto, che ignora che c'è qualche cosa che sta rallentando un certo corso degli eventi auspicato dai vertici di Cosa Nostra - La Barbera che, appunto, tutto ciò ignora, però fino dagli inizi del 1994 è stato in grado di rappresentare all'Autorità Giudiziaria una certa azione criminale che avrebbe dovuto esser compiuta a Monreale, alla quale mancò solamente la fase esecutiva, l'epilogo vero e proprio.
Ha aggiunto ancora, Brusca, che nel momento in cui questa ipotesi di trattativa comincia a muovere i primi passi all'insegna di queste richieste inoltrate alla controparte...
Mi scusi tanto, Presidente.
Gli dice se abbassano il tono della voce, o se, senz'altro, se si zittano e vanno da un'altra parte?
PRESIDENTE: (voce fuori microfono)
PUBBLICO MINISTERO: Al momento in cui l'ipotesi di trattativa muove i suoi primi passi, all'insegna di queste richieste, dall'altra parte, dalla controparte cioè, viene la richiesta di "stare fermi con le stragi".
Queste sono proprio le parole adoprate da Brusca.
Per modo che diventa perfettamente comprensibile la ragione per la quale si sia deliberato dai vertici di Cosa Nostra, cioè da Riina - che nell'occasione, come al solito, si è avvalso di Biondino per veicolare le sue decisioni - si sia deliberato, per forzare i tempi della trattativa, di utilizzare nuovamente la leva stragista.
Intanto e in quanto condizione preliminare di questa ipotesi di trattativa fosse quella, intanto, di stare fermi con le stragi, è conseguente che per restituire all'ipotesi di trattativa la velocità, la celerità, la concretezza auspicate, sia stata, si sia pensato di utilizzare nuovamente la leva stragista.
Ecco perché l'azione criminale di Monreale è un'azione con carattere di strage nel programma criminoso praticato in quella situazione di congiunture.
Dirà Brusca - e con questo ci dobbiamo un attimo allontanare dal centro del problema, però è opportuno richiamare questo passaggio perché sia adeguatamente tenuto in evidenza - che egli, Brusca, inizialmente, essendo stato messo al corrente da Riina di questa situazione, non ebbe modo di sapere se ne erano informati altri ed in particolare se ne erano al corrente Bagarella e Provenzano.
É solo, secondo le conoscenze che Brusca ha rappresentato qui in aula, successivamente all'arresto di Riina che, avendo modo di incontrarsi con Bagarella e Provenzano, avendo modo di discutere con l'uno e con l'altro l'eterno interrogativo "che fare?", apprenderà che sia l'uno sia l'altro erano stati, ovviamente ignorando Brusca se, con le stesse modalità per mezzo della stessa fonte, al corrente di questa che, in Cosa Nostra, all'epoca, come anche in momenti successivi, fino anche in questa sede processuale, continuerà a chiamarsi "la trattativa di Riina".
Perché io riduco all'essenziale la ricostruzione di questo avvenimento? Perché, come dicevo ieri, francamente non mi sembra che la dimostrazione sia molto difficile.
Da questa vicenda deriva quella che, con termine che se appare una iperbole comunque mi si darà atto è abbastanza pratico per distinguere anche per differenza una cosa da un'altra, deriva appunto quella che ieri io chiamavo "l'opzione criminale forte". Diversamente da quella che chiamavo "l'opzione criminale debole".
L'opzione criminale forte è l'opzione criminale che ha e che conosce come uno, unico metodo di azione, la strage.
Signori Giudici, i fatti criminali del maggio e del luglio del '92 in Sicilia, per ragioni anche di tipo operativo, ben s'intende che siano stati commessi con l'uso in quantità estreme di esplosivo: mezza tonnellata a Capaci, oltre i cento chili in via D'Amelio. Ma è naturale che il Pubblico Ministero deve proporvi una spiegazione per la quale le azioni criminali del '93 e del '94 si sia deciso di metterle in esecuzione sempre ed esclusivamente con l'uso dell'esplosivo. Perché, vivaddio, ma un sistema ci sarebbe ben stato per uccidere Costanzo senza bisogno di ricorrere all'autobomba, per uccidere Contorno.
E lì, addirittura, la dimostrazione in termini di ricostruzione degli avvenimenti l'avete avuta in maniera assolutamente dettagliata e tale da fugare ogni dubbio.
Per Contorno, la possibilità di ricorrere ad armi, a sistemi tradizionali per eliminare una persona, era praticabile, addirittura preferibile.
Ciò non pertanto, tutta l'azione criminale del '93 e del '94 è un'azione praticata col metro della strage. Sia quando si è trattato di eliminare, per fortuna senza successo, nell'uno e nell'altro caso, una persona fisica; sia quando si è trattato di arrecare danno a edifici storici, artistici; sia quando si è trattato di compiere un'azione delittuosa quasi senza precedenti, come quella dell'attentato all'Olimpico.
Sempre solo ed esclusivamente il mezzo stragista. La strage intesa come modulo adottato in via esclusiva, non preferenziale, in via esclusiva per la commissione del reato.
Il Pubblico Ministero deve proporre una spiegazione a questo. Soprattutto quando, nel processo, si è materializzato non un embrione, ma qualche cosa di molto più consistente di un embrione come matrice della risposta a questa domanda.
Prima mi sono limitato ad enunziare il tutto in maniera molto piana; non ho intenzione di alzare il tono e nemmeno il volume. Ho necessità, però, di ripercorrerli, i termini, i passaggi di questi avvenimenti che si snodano dagli inizi dell'agosto fino alla, quasi, alla fine dell'anno.
Agli inizi dell'agosto Cosa Nostra ha alle spalle due stragi praticate in Sicilia. Un interlocutore si fa sotto, un interlocutore con il quale si pensa di poter avviare una trattativa. Tanto che qualcosa, in concreto, si comincia a fare, in vista di ottenere qualcosa sul tavolo della trattativa. Questo interlocutore propone esplicitamente, o implicitamente - questo lascia il tempo che trova - propone che, come precondizione, si cessi dall'adoprare l'esplosivo, si cessino di fare le stragi.
É questo quello che induce Riina a prendere sul serio questa novità, questa evenienza.
Questa non è una evenienza che viene, come loro sanno - io non mi ci sono nemmeno soffermato, oggi - che viene liquidata quasi come un non cale, e parlo della ipotesi di trattativa di Brusca, sulla quale par di vedere la sufficienza con la quale Riina l'avrà trattata.
Questo è qualcosa di molto diverso, questo è qualcosa di molto più serio. Comporta che Riina deliberi, quello che a noi è stato riferito con le parole, il fermo su tutto.
Vogliamo provare a guardarla in un altro modo ancora?
Il vertice di Cosa Nostra, e cioè Riina, si è accorto di aver ottenuto, con le autobombe e con le stragi, un segno di cedimento della sua controparte.
Riina si è formato la convinzione che la strage, le stragi, fossero il vero strumento per ottenere una qualche reazione dalla controparte. Per ottenere che qualcosa cominciasse ad invertirsi come tendenze.
Riina si è fatto la convinzione che, se esisteva uno strumento capace di produrre realmente effetti, questo strumento era la strage, e non altro che la strage.
Guardino, che io non costruisco queste mie affermazioni solamente perché provo a infiltrarmi, provo a insinuarmi nei costumi mentali dei vertici di Cosa Nostra, o degli uomini d'onore; ma semplicemente perché metto alla prova, cerco di fargli esprimere il suo significato probatorio fino in fondo, convinto come sono che i fatti sono loquaci, convinto come sono che i fatti sono lo strumento migliore per capire gli avvenimenti più complessi.
Se metto alla prova il dato rappresentato da quell'azione criminale che doveva essere eseguita a Monreale; si doveva eliminare un altro magistrato, ma non perché quel magistrato avesse una specifica colpa nei confronti di Cosa Nostra, semplicemente perché quel magistrato era un obiettivo che si poteva praticare.
Questo è il senso specifico delle dichiarazioni di Brusca - qui, veramente, la Corte si troverà a dover scegliere se credere o non credere a Brusca - sul punto che il magistrato Piero Grasso fu individuato come vittima di un'azione criminale esemplare. E non perché il dottor Piero Grasso avesse una qualche colpa al cospetto di Cosa Nostra.
Di questo non si parlò; di questo, niente risulta; di questo non c'è dichiarante che possa dire qualche cosa.
Diversamente da quanto accade, accadrà, è accaduto e per sempre deve accadere, per le ragioni che hanno portato all'eliminazione di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino. Sul conto della progettata eliminazione del dottor Piero Grasso, nessuno vi saprà dire niente. Perché Piero Grasso non era colpevole di niente, non è colpevole di niente, se non di fare il suo dovere.
Ma, nell'occasione, Piero Grasso doveva morire perché occorreva che, un'altra volta, fosse sperimentata la capacità di colpire duro, di fare avvertire alla controparte, fino in fondo, quanto devastante, quanto irreversibilmente devastante, sia la pratica della strage. Una pratica tale che nient'altro è capace di surrogarla.
La strage cercata e praticata per se stessa, così com'è avvenuta nel 1993. Praticata per la capacità di disorientare, di non riuscire a controllare nello stesso momento in cui non si riesce a prevedere dove la strage si abbatterà, chi colpirà, dove colpirà.
Si muore per strage senza aver colpa di niente; si muore in via dei Georgofili, come si muore in via Palestro; come si poteva morire in via Fauro; come si sarebbe dovuti morire a Monreale. Perché occorreva dare dimostrazione che nessuna remora c'era a insistere nell'utilizzo dell'unico argomento veramente convincente: quello che aveva fatto sì che la controparte 'si facesse sotto', che la controparte chinasse la testa, che la controparte si sottomettesse.
Ma loro ricordano quella espressione pronunziata da La Barbera, messo un po' al centro di una serie di domande incalzanti, per spiegare che cosa voleva dire una certa pratica della strage: "Così glielo facciamo vedere chi comanda qua in Italia"; le ritrovino. Mi usino questa cortesia, le ritrovino queste parole nell'esame di La Barbera.
É a partire da questa specie di riprova, da questa specie di conferma che, in un modo o in un altro, Cosa Nostra ha avuto in ragione di questa vicenda, sicuramente al di là non solo delle intenzioni ma anche di ogni più prudente valutazione da parte dei protagonisti, è a partire da questa presa di coscienza che si definisce il modulo stragista come modulo stragista di elezione per tutta l'attività criminale, che nei mesi, nell'anno che verrà e in quello successivo, continuerà ad essere il tentativo, continuamente rinnovato, da parte di Cosa Nostra di ottenere che lo Stato pieghi la testa.
Questi sono stati sicuramente gli avvenimenti, e non altri.
Guardino la successione degli incontri che Ciancimino ha avuto, loro registreranno con me; il primo incontro è del 5 agosto del 1992, siamo agli inizi del mese di agosto. Due ufficiali dei Carabinieri, uno che conta molto e uno che conta meno, si presentano da Ciancimino. Siamo nella vigilia, siamo nei giorni, siamo a poca distanza dal giorno in cui Riina dirà a Brusca: "si sono fatti sotto".
Perché così è, è la pura e semplice verità.
Sicuramente l'evoluzione di questo contatto è nel senso del racconto dei due ufficiali; è quello del 29 agosto del 1992, nel quale, uscendo dal generico, vi è stata una presa d'atto da entrambe le parti - Ciancimino da una parte e gli ufficiali dall'altra - sul fatto che questa situazione di muro contro muro non portava da nessuna parte e che bisognava cercare di uscire, appunto, da questa logica di scontro frontale.
Ed è a partire da questo incontro che i fatti avvenuti, le stragi commesse, diventano la struttura portante di questa che non è una trattativa, non è mai stata una trattativa.
Dico con assoluta certezza, professionale e morale, che non c'è mai stata trattativa. Nessuno è andato da Ciancimino, tanto meno il colonnello Mori e il capitano De Donno, per avviare una trattativa a distanza con Cosa Nostra. Mai.
Attribuiremmo agli avvenimenti un significato e una portata che gli avvenimenti non hanno.
L'intendimento del colonnello Mori è stato quello di ottenere qualcosa che potesse comunque avvantaggiarli nell'attività di investigazione, che cercavano di procedere da una situazione estremamente difficile, qual era quella, in tutti i sensi di macerie, consegnata dai due fatti di strage. Macerie anche giudiziarie, macerie anche investigative.
Questo e non altro è stato lo scopo, per quanto è dato a me capire dalla ricostruzione di questi avvenimenti che si è svolta sotto i vostri occhi.
Non c'è mai stata una trattativa, non c'è mai stata alcuna intenzione di praticare una trattativa con Cosa Nostra.
Ciò non toglie che questa iniziativa non poteva commisurarsi con ciò che era avvenuto nei mesi, nelle settimane precedenti, cioè con le due stragi: di Capaci e di via D'Amelio.
PRESIDENTE: Io chiedo scusa...
PUBBLICO MINISTERO: Prego, Presidente.
PRESIDENTE: ...ma c'è necessità di una comunicazione telefonica urgente.
Quindi sospendiamo per due minuti.
PUBBLICO MINISTERO: Sì, Presidente.
PRESIDENTE: Per due minuti. E riprendiamo subito dopo.
Credo che non ci sia bisogno di allontanarsi nemmeno dall'aula.
<< DOPO LA SOSPENSIONE >>
PRESIDENTE: Prego.
PUBBLICO MINISTERO: Dicevo, quindi, che non sarebbe giustificato, non sarebbe corretto, stando alle fonti di conoscenza che abbiamo su questi avvenimenti, parlare di una iniziativa che mirasse a dar vita ad una trattativa con Cosa Nostra.
Occorre parlare, riconoscere a questa iniziativa un altro scopo, un'altra finalità. E non starò a ripetere quello che ho detto poco fa.
Il corso degli avvenimenti, io ero arrivato a citare l'incontro del 28 agosto del '92, quello nel quale l'argomento esce, per così dire, dall'ambiguo e affronta in maniera chiara, dichiarata soprattutto, da entrambe le parti, il problema delle stragi appena successe.
L'esito di questo incontro è che l'ex uomo politico, un po' dell'Amministrazione Comunale e un po', forse, anche di qualche altra amministrazione, assicura di intraprendere una qualche iniziativa.
Il 1 ottobre del '92 è la data del terzo incontro. E qui si verifica un qualcosa che è perfettamente in linea con quello che è successo prima e che non sta a me giudicare, anche se, come è ovvio, non mi posso permettere di chiudere gli occhi o di fare finta di non avere sentito.
Il momento è nevralgico perché l'ex sindaco, che pure ha preso contatti, ha bisogno di sapere se i due ufficiali che ha davanti si accreditano da soli, cioè a dire se rappresentano se stessi, ovvero se rappresentano qualcun altro, se sono emissari, evidentemente, di qualcosa o di qualcuno che contasse più di un capitano dei Carabinieri e di un colonnello dei Carabinieri; interrogativo questo al quale l'ufficiale superiore risponde senza dare una risposta chiara ed, anzi, rispondendo implicitamente, nel senso atteso o auspicato da parte dell'interlocutore, nel momento in cui invita l'ex sindaco di Palermo a proseguire: 'se il fatto di muoversi in virtù di un'investitura è una condizione perché si possa procedere oltre, lei intanto proceda oltre'. Come dire, l'investitura c'è, non siamo a rappresentare noi stessi.
Non sta a me giudicare, sta a me però registrare questo passaggio, perché questo passaggio è causa efficiente rispetto a quello che succede a distanza di poco più di un venti giorni.
A distanza di... anzi, meno di venti giorni, il 18 ottobre del 1992, la situazione ha cambiato un'altra volta aspetto. Forse in ragione del fatto che la controparte è stata resa edotta anche dell'esistenza di una qualche investitura, la controparte, che si esprime attraverso Ciancimino, fa sapere di accettare la trattativa, tanto da poter individuare delle precondizioni operative, tanto da poter chiedere attraverso l'emissario che immediatamente, da parte dei due ufficiali, si faccia conoscere qual è la contropartita messa sul tavolo della trattativa.
E loro sanno come è andata a finire.
Io so anche che, non certo per scienza personale, non certo perché mi sforzi nell'applicare moduli di interpretazione a questi avvenimenti, io so anche che essendo arrivata questa che una trattativa non è mai stata, arrivata però ai vertici di Cosa Nostra come una trattativa avviata ed arenata, questo abbia comportato - non solamente questo, certo, ma anche questo - abbia comportato una decisione i cui risultati sono negli atti di questo processo.
E io con questo, Presidente, direi di aver concluso per stasera.
PRESIDENTE: Benissimo. L'udienza continuerà domani 1 aprile 1998, alle ore 15.00.
Traduzione degli imputati detenuti non soggetti al regime del 41-bis nell'aula di udienza e traduzione degli altri imputati detenuti nelle aule nelle quali partecipano al procedimento a distanza.
Buonasera.