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Processo per la strage di Via dei Georgofili
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Note
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DIBATTIMENTO-1: requisitoria/980325.txt


PRESIDENTE: Buongiorno.
Iniziamo a chiamare gli imputati. E rinnovo la raccomandazione ai difensori e agli imputati, che partecipano al dibattimento a distanza, durante l'appello di evitare, tranne i casi di assoluta necessità, le telefonate che creano qualche problema.
Chiamo prima degli altri gli imputati che potrebbero essere in udienza.
E quindi, Brusca Giovanni.
SEGR. D'UDIENZA: (voce fuori microfono)
É rinunciante.
PRESIDENTE: Rinunciante. Avvocati Li Gotti, De Paola, avvocato Falciani. Che è sostituito dall'avvocato Cosmai?
AVVOCATO Cosmai: Sì, Presidente.
PRESIDENTE: Grazie.
Carra Pietro: libero, assente. Avvocati Cosmai, che è presente, e Batacchi, che è pure presente.
AVVOCATO Batacchi: Sissignore.
PRESIDENTE: Di Natale Emanuele: libero. Avvocati Civita Di Russo, Gentili e avvocato Falciani. Sostituito dall'avvocato Cosmai.
Ferro Giuseppe.
SEGR. D'UDIENZA: (voce fuori microfono)
Rinunciante.
PRESIDENTE: Rinunciante. Avvocato Pietro Miniati Paoli.
AVV. Miniati Paoli: Presente.
PRESIDENTE: Che è presente.
Ferro Vincenzo: libero, assente. Avvocato Traversi. Dunque, chi può sostituire l'avvocato...
AVVOCATO Gennai: Ci sono io, Presidente, avvocato Gennai.
PRESIDENTE: Avvocato Gennai, in sostituzione dell'avvocato Traversi.
Frabetti Aldo: detenuto, presente vero? Avvocati Monaco, Usai e Roggero di Roma. I sostituti processuali non sono presenti. Possono essere sostituiti dall'avvocato Pepi? Grazie.
Poi passiamo a Grigoli Salvatore: che è detenuto.
SEGR. D'UDIENZA: (voce fuori microfono)
Rinunciante.
PRESIDENTE: Rinunciante. Avvocati Avellone e Batacchi, come sostituto processuale, presente.
Messana Antonino: libero, contumace. Avvocati Amato e Bagattini. Sostituiti... Possono essere sostituiti dall'avvocato Ceolan?
AVVOCATO Ceolan: (voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Messana Antonino. Eh, credo che non ci siano problemi.
Messana... Chiedo scusa, Messina Denaro Matteo: latitante. Avvocati Natali e Celestino Cardinale di Marsala. Sostituiti dall'avvocato Ceolan.
Provenzano Bernardo: latitante. Avvocati Traina e Passagnoli. Nessuno di loro è presente. Sostituiti dall'avvocato Pepi.
Santamaria Giuseppe: non è presente, quindi è assente. Alessandro Battisti e avvocato Monica Usai. Anche Santamaria può essere difeso, come sostituto processuale, direi dall'avvocato Ceolan. Non ha problemi, vero, avvocato?
Scarano Antonio. Avvocati Fortini e Batacchi di Firenze, che è presente.
Scarano Massimo. Avvocati Rocco Condoleo e Luca Cianferoni. Sostituto processuale l'avvocato Pepi.
Ora chiamiamo gli imputati che partecipano al dibattimento a distanza.
Iniziamo da Parma. E' in linea Parma?
ISP. Di Gennaro: Sì, Parma. Buongiorno. Pronto?
PRESIDENTE: Pronto?
ISP. Di Gennaro: Pronto? Buongiorno.
PRESIDENTE: Mi ascoltate?
ISP. Di Gennaro: Sì.
PRESIDENTE: Udite la voce?
ISP. Di Gennaro: Certo. La vediamo e la sentiamo.
PRESIDENTE: Ah, grazie. Lei che parla è? Chi è?
ISP. Di Gennaro: Sono l'ispettore Di Gennaro.
PRESIDENTE: Ispettore Di Gennaro. Mi sembra che sia tra gli ufficiali di Polizia Giudiziaria designati da questa Corte. Mi dovrebbe attestare la presenza di un imputato, credo. E precisamente?
ISP. Di Gennaro: Sì. E' l'imputato Bagarella Leoluca.
PRESIDENTE: Ecco, può parlare a voce più alta?
ISP. Di Gennaro: Sì, l'imputato Bagarella Leoluca Biagio.
PRESIDENTE: Bene. Lei può attestare quanto è stato attestato anche le altre volte, circa l'osservanza delle disposizioni relativa alla partecipazione a distanza dell'udienza? E cioè che non esistono impedimenti, o limitazioni, all'esercizio dei diritti e delle facoltà spettanti all'imputato?
ISP. Di Gennaro: Certo.
PRESIDENTE: Può altresì attestare che è stato attivato il collegamento audiovisivo tra l'aula di udienza e il luogo in cui si trova l'imputato, con modalità che assicurano la contestuale, effettiva e reciproca visibilità delle persone presenti nei luoghi collegati e la possibilità di udire quanto viene detto. Lo può attestare?
ISP. Di Gennaro: Sì, certo.
PRESIDENTE: Può dare atto che è garantita la possibilità per l'imputato di consultarsi riservatamente con il suo difensore per mezzo di collegamento telefonico?
ISP. Di Gennaro: Sì, certo.
PRESIDENTE: Sì, certo.
Bene. E allora possiamo passare alla Casa Circondariale di Viterbo.
ISPETTORE Carloni: Buongiorno. E' dalla Casa Circondariale di Viterbo, la sala numero 1.
PRESIDENTE: Questa...
ISPETTORE Carloni: Do atto che sono presenti...
PRESIDENTE: Sì. Lei è, che parla? E' l'ufficiale di Polizia Giudiziaria? Il suo nome?
ISPETTORE Carloni: Ispettore Carloni.
PRESIDENTE: Carloni. Mi sembra che anche lei è stato presente a una o a un'altra delle precedenti udienze ed era tra le persone che sono state designate.
Mi può dire chi è presente in quella struttura? In quell'ambiente, anzi.
ISPETTORE Carloni: Dunque, sono presenti...
PRESIDENTE: Sì.
ISPETTORE Carloni: Sono presenti gli imputati Barranca Giuseppe, Calabrò Gioacchino, Lo Nigro Cosimo, Mangano Antonino e Tutino Vittorio.
PRESIDENTE: Anche lei mi può dare atto che non sono posti impedimenti... Non so, se lo vuole ripetere lei, o glielo devo chiedere io?
ISPETTORE Carloni: No, lo ripeto io, Presidente.
PRESIDENTE: Ecco, grazie.
ISPETTORE Carloni: Do atto che non sono posti impedimenti, o limitazioni, all'esercizio dei diritti e delle facoltà spettanti agli imputati.
Che è attivato il collegamento audiovisivo tra l'aula di udienza e il luogo in cui si trovano gli imputati, con modalità che assicurano la contestuale, effettiva e reciproca visibilità delle persone presenti nei luoghi collegati e la possibilità di udire quanto vi viene detto.
Do atto inoltre che è garantita la possibilità per l'imputato di consultarsi riservatamente con i difensori per mezzo di collegamento telefonico.
PRESIDENTE: La ringrazio.
Dimenticavo di dire che l'imputato Bagarella Leoluca è difeso dall'avvocato Ceolan, che è presente.
Invece l'imputato Barranca Giuseppe è difeso dagli avvocati Barone e Cianferoni. Che non vedo presenti in aula. Sostituiti quindi dall'avvocato Pepi.
Calabrò Gioacchino è difeso dagli avvocati Gandolfi e Fiorentini, che non sono presenti in aula. Sostituto processuale l'avvocato Ceolan.
Sempre a Viterbo è presente Lo Nigro Cosimo, i cui difensori sono gli avvocati Florio e Fragalà, che non sono presenti. Sostituto processuale l'avvocato Pepi.
Ancora a Viterbo, Mangano Antonino, difeso dall'avvocato Graziano Maffei di Lucca, che non è presente. Sostituto - per un giusto equilibrio - dall'avvocato Ceolan.
Infine, Tutino Vittorio, difeso dagli avvocati Gramigni e da Domenico Salvo. Che non sono presenti. Sostituto l'avvocato Pepi.
Esaurita Viterbo, possiamo passare a Spoleto.
ISP. Scarabocchini: Buongiorno, signor Presidente, è l'ufficiale di Polizia Giudiziaria Scarabocchini Roberto.
PRESIDENTE: Lei è stato presente anche in un'altra delle scorse udienze?
ISP. Scarabocchini: Nell'udienza di ieri.
PRESIDENTE: Nell'udienza di ieri. Quindi è stato designato da questa Corte. Continua ad essere designato anche per oggi naturalmente.
Mi deve dire chi è presente a Spoleto, tra gli imputati.
ISP. Scarabocchini: Sono presenti gli imputati: Benigno Salvatore, Giuliano Francesco, Graviano Filippo e Pizzo Giorgio.
PRESIDENTE: L'ultimo nome, per piacere?
ISP. Scarabocchini: Pizzo Giorgio.
PRESIDENTE: E Giuliano Francesco è presente? Lo ha nominato?
ISP. Scarabocchini: Confermo, signor Presidente. Si conferma la presenza di Giuliano Francesco.
PRESIDENTE: Sì, grazie.
Lei mi può dare atto di quello che la legge prevede che lei dia atto? Se vuole glielo leggo io. Se lo può leggere lei.
ISP. Scarabocchini: Lo leggo io, signor Presidente.
PRESIDENTE: Grazie.
ISP. Scarabocchini: Si dà atto che non sono posti impedimenti, o limitazioni, all'esercizio dei diritti...
PRESIDENTE: Scusi, a voce più alta. Mi scusi...
ISP. Scarabocchini: Si dà atto che non sono posti impedimenti, o limitazioni, all'esercizio dei diritti e delle facoltà spettanti agli imputati.
Che è attivato il collegamento audiovisivo tra l'aula di udienza e il luogo in cui si trovano gli imputati, con modalità che...
PRESIDENTE: Possiamo passare allora a L'Aquila.
I dife... Prima di passare a L'Aquila, vediamo chi sono i difensori degli imputati che sono ristretti...
GIUDICE A LATERE: (voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Mi dicono i colleghi che la dichiarazione fatta dall'ufficiale di Polizia Giudiziaria non è stata percepita perché forse c'era un difetto dell'audio. Quindi se vuole gliela leggo io e poi lei mi conferma, o meno, quello che io le leggo.
ISP. Scarabocchini: Va bene.
PRESIDENTE: E quindi. Lei mi può dare atto che non sono posti impedimenti, o limitazioni, all'esercizio dei diritti e delle facoltà spettanti agli imputati lì presenti?
ISP. Scarabocchini: Si conferma, signor Presidente.
PRESIDENTE: Grazie.
Che è stato attivato il collegamento audiovisivo tra l'aula di udienza e il luogo in cui si trovano gli imputati, con modalità che assicurano la contestuale, effettiva e reciproca visibilità delle persone presenti nei luoghi collegati e la possibilità di udire quanto vi viene detto?
ISP. Scarabocchini: Si conferma.
PRESIDENTE: Può dare atto inoltre che è garantita la possibilità per gli imputati di consultarsi riservatamente con i difensori per mezzo di collegamento telefonico?
ISP. Scarabocchini: Confermo, signor Presidente.
PRESIDENTE: Grazie.
E allora, stavamo parlando con Spoleto e quindi vediamo i difensori degli imputati... No, mi pare di averli già... di avere già provveduto alle sostituzioni. No? Spoleto no.
Allora, avvocato Maffei di Lucca. Sostituito dall'avvocato Pepi, per Benigno.
Per Cannella Cristoforo: Giuseppe Di Peri e Marco Rocchi di Firenze. Non sono presenti. Sostituiti dall'avvocato Ceolan.
Ho sbagliato. Ho sbagliato, non è a Spoleto. A Spoleto invece è Giuliano.
Dunque, Giuliano difeso dall'avvocato Pepi, che è presente.
A Spoleto è anche Filippo Graviano, difeso dagli avvocati Oddo di Palermo e Gramigni di Firenze. Che non sono presenti. Sostituto l'avvocato Ceolan.
A Spoleto infine dovrebbe esserci Pizzo Giorgio. Anzi, c'è Giorgio Pizzo. Difeso dagli avvocati Domenico Salvo e Giangualberto Pepi di Firenze, che è presente.
Benigno Salvatore, infine... Ma mi pare di... Quindi, per Benigno è stata provveduta la sostituzione, ed è uno. Per Giuliano si è provveduto. Per Graviano Filippo si è provveduto. Sono tre. Per Pizzo, avvocato Pepi, che è presente. Si era pure provveduto.
E allora passiamo adesso a L'Aquila. Se possiamo essere collegati con L'Aquila.
ISPETTORE Lucciti: Presidente, buongiorno, da L'Aquila.
PRESIDENTE: Buongiorno. Chi è che parla? Lei si chiama?
ISPETTORE Lucciti: Sono l'ispettore Lucciti Giovanni.
PRESIDENTE: Desidero sapere se è compreso tra le persone designate dalla Corte. Sentiamo...
ISPETTORE Lucciti: Non sono compreso.
PRESIDENTE: Non è compreso?
ISPETTORE Lucciti: Non sono compreso, perché c'è stato un problema di assenza per le altre persone che già sono presenti.
PRESIDENTE: Capisco. Lei mi deve dire se ha svolto indagini nei confronti delle persone imputate in questo processo, o se ha svolto...
ISPETTORE Lucciti: Non ho svolto nessuna indagine...
PRESIDENTE: E attività di protezione?
ISPETTORE Lucciti: Nessuna.
PRESIDENTE: Nessuna attività di protezione.
La Corte provvede a designare, per la partecipazione all'udienza, l'ufficiale di Polizia Giudiziaria che abbiamo sentito adesso.
SEGR. D'UDIENZA: (voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Ecco, se per piacere può ripetere a voce alta il nome per il nostro verbale.
ISPETTORE Lucciti: Ispettore Lucciti Giovanni.
PRESIDENTE: Grazie.
Mi può dire chi è presente, tra gli imputati, a L'Aquila?
ISPETTORE Lucciti: Sono presenti: il detenuto Spatuzza Gaspare e Giacalone Luigi.
PRESIDENTE: Lei mi deve dire anche, deve rispondere alle richieste che ora le farò. Se cioè mi può dare atto...
ISPETTORE Lucciti: Allora, le leggo il verbale.
PRESIDENTE: Ah, sì, grazie. Cioè, il verbale che poi sarà compilato.
ISPETTORE Lucciti: Che non sono posti impedimenti, o limitazioni, all'esercizio dei diritti e delle facoltà spettanti all'imputato.
Che è attivato il collegamento audiovisivo tra l'aula di udienza e il luogo ove si trova l'imputato, con modalità che assicurano la contestuale, effettiva e reciproca visibilità delle persone presenti nei luoghi collegati e la possibilità di udire quanto viene detto.
Si dà atto inoltre che è garantita la possibilità per gli imputati di consultarsi riservatamente con i difensori per mezzo di collegamento telefonico.
PRESIDENTE: Grazie.
Allora sentiamo l'ultimo collegamento, che dovrebbe essere, se non erro, con Ascoli Piceno.
ISP.La Spagnoletta: Buongiorno, signor Presidente.
PRESIDENTE: Buongiorno.
ISP.La Spagnoletta: Qui da Ascoli Piceno, dalla sala numero 4. Risponde l'ispettore La Spagnoletta Armando, già designato da questa Corte.
PRESIDENTE: Grazie.
Prima di chiederle chi è presente in quell'aula, o in quell'auletta, devo provvedere ad accertare la presenza dei difensori degli imputati Giacalone Luigi: e sarebbero l'avvocato Salvatore Prìola o Priòla e l'avvocato Florio. Non sono presenti. C'è il sostituto, avvocato Bennati? No. Allora, come sostituto posso nominare l'avvocato Pepi.
Per quanto riguarda invece l'altro imputato, Spatuzza Gaspare, l'avvocato Pepi è personalmente presente.
E allora, proseguiamo con Ascoli Piceno.
AVVOCATO Pepi: Presidente. Presidente scusi.
PRESIDENTE: Prego.
AVVOCATO Pepi: Penso, anche per un'altra volta. Per Giacalone...
PRESIDENTE: Sì.
AVVOCATO Pepi: ...sostituto processuale l'avvocatessa Bennati non c'è più, perché era il sostituto dell'altro difensore, Dieci, che poi ha rinunciato. Quindi...
PRESIDENTE: Capisco. Allora provvedo a depennare dall'elenco. Si tratta di Giacalone, non più quindi l'avvocato Bennati di Firenze.
E allora, lei ha detto che sono presenti ad Ascoli Piceno?
ISP.La Spagnoletta: Qui Ascoli Piceno.
PRESIDENTE: Sì, è presente?
ISP.La Spagnoletta: Signor Presidente, si sente un po' disturbato.
(voci sovrapposte)
PRESIDENTE: Chiediamo al servizio se è possibile...
ISP.La Spagnoletta: E' solo...
PRESIDENTE: Ora si sente meglio?
ISP.La Spagnoletta: Sì. Diciamo di sì.
PRESIDENTE: No. Deve dire se effettivamente si sente meglio. Almeno è percepibile?
ISP.La Spagnoletta: Sì, sì. Si distingue, si distingue bene quello che si dice.
PRESIDENTE: Uhm, grazie. E allora...
ISP.La Spagnoletta: Vado avanti?
PRESIDENTE: Stava dicendo...
ISP.La Spagnoletta: Posso andare avanti?
(voce fuori microfono)
PRESIDENTE: Posso andare avanti. E allora, l'imputato che si trova in quella sala come si chiama?
ISP.La Spagnoletta: E' qui presente il detenuto imputato Cannella Cristofaro del 1961.
PRESIDENTE: Dunque, i difensori sono l'avvocato Rocchi e l'avvocato Di Peri. Che non sono presenti. Sostituto processuale l'avvocato Ceolan.
L'ufficiale di Polizia Giudiziaria che si trova ad Ascoli Piceno, mi deve dare atto se ricorrono... se sono posti impedimenti, o limitazioni, all'esercizio dei diritti e delle facoltà spettanti all'imputato.
ISP.La Spagnoletta: Dico subito che tutte le condizioni previste dalla legge sono rispettate. In particolare... posso leggere le condizioni...
PRESIDENTE: Sì, grazie.
ISP.La Spagnoletta: ...riportate dal verbale.
Do atto che non sono posti impedimenti, o limitazioni, all'esercizio dei diritti e delle facoltà spettanti all'imputato.
Che è attivato il collegamento audiovisivo tra l'aula di udienza e il luogo in cui si trova l'imputato, con modalità che assicurano la possibilità di udire quanto vi viene detto.
Do atto inoltre che è garantita la possibilità per l'imputato di consultarsi riservatamente con i difensori per mezzo di collegamento telefonico.
PRESIDENTE: Grazie.
A questo punto... Ah, volevo chiedere al presidio tecnico se è possibile... Se è possibile alternare la visione delle località collegate periodicamente, per evitare che, nel corso dell'udienza, sia visibile soltanto una saletta. E con quale periodicità è possibile procedere a questa variazione.
E' sparito.
SEGR. D'UDIENZA: (voce fuori microfono)
No, no, è a telefonare.
PRESIDENTE: Ah.
Si può fare però occorre che parlino, che siano chiamati. Quindi bisognerà che, quando ci sia questa esigenza, questa opportunità, di volta in volta si provveda a chiamare l'aula... quell'auletta con cui ci si vuole collegare.
A questo punto credo che posso dare lettura dell'ordinanza. E' un po' lunga, ma d'altra parte non credo che ci siano alternative alla lettura in pubblica udienza e quindi mi appresto a farlo.
"La Corte di Assise di I Grado di Firenze, Sezione II, riunita in Camera di Consiglio con l'intervento dei Magistrati e dei Giudici popolari: dottor Gaetano Tommaselli, Presidente; dottor Antonio Settembre, Giudice; Attala Mario, Giudice popolare; Cappelli Giuliana, Giudice popolare; Masi Maria, Giudice popolare; Spinelli Elisa, Giudice popolare; Lucarelli Tatiana, Giudice popolare; Montelatici Silvana, Giudice popolare. Ha pronunziato la seguente ordinanza.
Sulle richieste proposte e sulle eccezioni sollevate nella memoria depositata nell'interesse degli imputati Pizzo Giorgio, Giuliano Francesco e Spatuzza Gaspare, il 9 marzo 1998, nonché sulle ulteriori richieste orali, proposte all'udienza del 23 e 24 marzo 1998 e con memorie scritte depositate nell'interesse degli imputati Mangano Antonino e Benigno Salvatore, Graviano Filippo, Giacalone Luigi, Lo Nigro Cosimo, Bagarella Leoluca, Barranca Giuseppe, Gioacchino Calabrò, Tutino Vittorio, Cannella Cristofaro. Ed inoltre, sulla eccezione proposta dal difensore della parte civile costituita Costanzo Maurizio, sentiti il Pubblico Ministero e le altre parti, osserva quanto segue:
Con ordinanza emessa il 3 marzo 1998, questa Corte ha disposto che gli imputati Bagarella Leoluca Biagio, Barranca Giuseppe, Benigno Salvatore, Calabrò Gioacchino, Cannella Cristofaro, Giacalone Luigi, Giuliano Francesco, Graviano Filippo, Lo Nigro Cosimo, Mangano Antonino, Pizzo Giorgio, Spatuzza Gaspare e Tutino Vittorio, per i quali era stata disposta l'applicazione delle misure di cui all'articolo 41-bis della Legge 26 luglio 1975 numero 354, partecipassero al presente procedimento con le modalità previste dall'articolo 146-bis delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del Codice di procedura penale, introdotto dall'articolo 2 della Legge 7 gennaio 1998 numero 11.
Con gli interventi difensivi sopra enunciati, sono state lamentate plurime eccezioni di costituzionalità di varie disposizioni della legge da ultimo enunciata, di altre normative ad essa ritenute collegabili e con riferimento ad articolati profili di censura, nonché articolate talune richieste.
Preliminarmente occorre evidenziare come le predette censure di costituzionalità dell'articolo 2 della Legge numero 11 del '98 in esame, in ordine ai casi disciplinati dalle lettere A e B, proposte a taluni imputati, le stesse siano manifestamente irrilevanti, avendo questa Corte provveduto unicamente con riferimento alla sola fattispecie disciplinata dalla lettera C dello stesso articolo.
Con la memoria presentata il 9 marzo 1998, nell'interesse degli imputati Pizzo Giorgio, Giuliano Francesco e Spatuzza Gaspare, ed oralmente illustrata dal difensore degli stessi imputati all'udienza del 23 marzo 1998, è stata chiesta la revoca della predetta ordinanza per la dedotta insussistenza delle condizioni richieste dall'articolo 2 della Legge numero 11 del 7 gennaio 1998, per la partecipazione degli imputati al dibattimento con le modalità previste dalla stessa disposizione di legge.
E' stato dedotto inoltre che la medesima ordinanza appare ressatoria e comunque processualmente inopportuna. In quanto toglie agli stessi imputati, che hanno assistito in stato di detenzione in carcere a tutto il dibattimento, per la precisione all'istruzione dibattimentale, la possibilità di essere presenti anche alla discussione del processo ed alla pronunzia della sentenza.
A giudizio della Corte la richiesta non può essere accolta e quindi deve essere rigettata.
Nel presente giudizio, infatti, si procede nei confronti di imputati, specificamente indicati nell'ordinanza emessa da questa Corte il 3 marzo 1998, per più delitti di strage e di devastazione e per altri delitti commessi - secondo i capi di imputazione - al fine di agevolare l'attività della associazione di tipo mafioso denominata Cosa Nostra, compresa tra quelle di cui all'articolo 416-bis Codice penale.
Ricorre dunque, nella fattispecie, il presupposto richiesto dal I comma dell'articolo 146-bis delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del Codice di procedura penale, introdotto dall'articolo 2 della Legge 7 gennaio 1998 numero 11, che disciplina la partecipazione al procedimento penale a distanza quando si procede per taluno dei delitti indicati nell'articolo 51 comma 3-bis Codice di procedura penale, nei confronti di persona che si trovi, a qualsiasi titolo, in stato di detenzione in carcere.
Ricorre inoltre la condizione richiesta dalla lettera C dello stesso articolo, trattandosi di imputati detenuti, nei confronti dei quali è stata disposta l'applicazione delle misure di cui all'articolo 41-bis dell'ordinamento penitenziario.
L'articolo 2 della Legge numero 11 del 7 gennaio 1998, secondo la interpretazione letterale e logica di questa norma, consente la partecipazione al procedimento penale a distanza:
a) Quando il dibattimento nei confronti di soggetti detenuti in carcere ed imputati di reati di cui all'articolo 51 III comma bis Codice penale, sia di particolare complessità e la partecipazione a distanza risulti necessaria per evitare ritardi nel suo svolgimento;
b) Quando sussistano gravi ragioni di sicurezza, o di ordine pubblico, nei confronti di processi relativi ad imputati che si trovino nelle stesse condizioni indicate sub A.
Invece la stessa legge impone la partecipazione al dibattimento a distanza nel caso previsto dalla successiva lettera C: e cioè quando si proceda nei confronti di imputati di reato di cui all'articolo 51 III comma bis Codice di procedura penale, sottoposti a regime di cui all'articolo 41-bis dell'ordinamento penitenziario.
Nel caso previsto dalla lettera C dell'articolo 2 dunque, a differenza di quanto stabilito per gli altri due casi previsti, rispettivamente nelle lettere A e B, la legge non rimette al Giudice alcuna valutazione discrezionale sulla sussistenza delle condizioni che, in quanto accertate, rendono obbligatorio il ricorso alla multivideoconferenza.
Si deve pertanto concludere che è la stessa Legge ad imporre nei confronti degli imputati, specificamente indicati nell'ordinanza emessa da questa Corte il 3 marzo 1998, la celebrazione del processo a distanza.
É stata comunque sollevata questione di legittimità costituzionale della norma che costituisce il prius della Legge numero 11 del 7 gennaio '98, in base al rilievo che il cosiddetto "carcere duro", previsto dall'articolo 41-bis dell'ordinamento penitenziario, discrimina gli imputati, anche di reati uguali, sul solo presupposto della associazione di tipo mafioso.
La questione, così come sollevata, riguarda specificamente l'articolo 41-bis, II comma della Legge 26 luglio 1975, numero 354, norme sull'ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure preventive limitative della libertà introdotto nel suddetto ordinamento con l'articolo 19 del Decreto Legge 8 giugno 1992, numero 306, convertito con modificazioni dalla Legge 7 agosto 1992 con efficacia limitata a tre anni. Successivamente prorogata fino al 31 dicembre 1999 in forza della Legge 16 febbraio 1995, numero 36.
In base a questa disposizione di legge, quando ricorrano gravi motivi di ordine e di sicurezza pubblica, anche a richiesta del Ministro dell'Interno, il Ministro di Grazia e Giustizia ha altresì la facoltà di sospendere in tutto o in parte, nei confronti dei detenuti per taluno dei delitti di cui al I comma dell'articolo 4-bis, vale a dire, sostanzialmente, dei delitti connessi alla criminalità organizzata, l'applicazione delle regole di trattamento è degli istituti previsti dalla legge di ordinamento penitenziario, che possano porsi in concreto contrasto con le esigenze di ordine e di sicurezza.
La questione, sollevata dagli imputati, con evidente riferimento all'articolo 3 della Costituzione - cioè per disparità di trattamento dei cittadini - e secondo taluni di essi imputati, con violazione del principio di presunzione di innocenza fino alla condanna definitiva di cui all'articolo 27, II comma della Costituzione, a giudizio della Corte è manifestamente infondata. Invero, la norma di cui si discute, introdotta dal Legislatore per attestare uno strumento di intervento efficacie di fronte a ben noti e pericolosi caratteri della criminalità organizzata, non discrimina senza giusta ragione alcuni detenuti da altri detenuti imputati degli stessi reati, perché si applica soltanto ai detenuti per taluno dei delitti di cui al I comma dell'articolo 4-bis dell'ordinamento penitenziario, nei confronti dei quali consente l'applicazione di un regime differenziato per far fronte - come ha rilevato la Corte Costituzionale nella recente sentenza numero 376, del 5 dicembre 1997, e nella sentenza numero 351, del 18 ottobre 1996 - a specifiche esigenze di ordine e di sicurezza, essenzialmente discendenti dalla necessità di prevenire ed impedire i collegamenti tra detenuti appartenenti o gravemente indiziati di appartenere a organizzazioni criminali, nonché tra questi e gli appartenenti a tali organizzazioni ancora in libertà. Collegamenti che potrebbero realizzarsi, come l'esperienza dimostra, attraverso l'utilizzo delle opportunità di contatti che l'ordinario regime carcerario consente e in certa misura favorisce.
Con specifico riferimento poi alla Legge numero 11 del 7 gennaio 1998, che impone la partecipazione al procedimento penale a distanza, quando si proceda nei confronti di detenuti imputati di reato di cui all'articolo 51, III comma bis, Codice di procedura penale, sottoposti al regime previsto dall'articolo 41-bis dell'ordinamento penitenziario, si deve rilevare che la norma in esame amplifica gli effetti del provvedimento di sospensione delle regole del trattamento, estendendoli alla partecipazione al procedimento penale degli imputati nei confronti dei quali sia stato emesso il provvedimento derogatorio quale adeguata risposta alle esigenze di efficace contrasto alla criminalità organizzata e di sicurezza dei cittadini.
Ed invero, con la partecipazione al procedimento penale a distanza, che il Giudice deve disporre nel caso previsto dalla lettera C dell'articolo 2 della Legge numero 11 del 7 gennaio 1998, si vogliono impedire i frequenti, molteplici trasferimenti di detenuti imputati per delitti di criminalità organizzata, individuati dall'Amministrazione, sotto il controllo dei Tribunali, come soggetti in grado di partecipare all'attività delle organizzazioni criminali anche nello stato di detenzione in carcere, attraverso i loro collegamenti interni ed esterni, che potrebbero essere mantenuti, agevolati ed a volte rinsaldati nel corso ed in occasione dei trasferimenti che essi dovessero compiere per partecipare ai processi di cui sono parte.
La ratio del predetto regime, come si evince anche dalle già intervenute e segnalate pronuncie della Corte Costituzionale, non involge né si riverbera sul principio di presunzione di innocenza dell'imputato, ma sul presupposto della intervenuta carcerazione a suo danno ed il conseguente attuato regime di detenzione, ricorrendone i rigorosi presupposti di legittimità ed il vaglio reiterato dell'Autorità Giudiziaria preposta, interviene per le diverse finalità di tutela della collettività poco sopra enunciate.
Si è dedotta ancora la violazione del principio costituzionale della esclusiva soggezione del Giudice alla Legge e ad essa soltanto, sancito nella previsione di cui all'articolo 101 della Costituzione.
Nel caso di specie, si argomenta come, viceversa, esso Giudice risulterebbe determinato nell'esercizio delle sue funzioni istituzionali da un provvedimento amministrativo. Questo, emesso dal Ministro di Grazia e Giustizia con l'adozione ex articolo 41-bis dell'ordinamento penitenziario, in deroga alle statuizioni ordinarie di detto regime per il singolo detenuto, finirebbe per individuare, per quest'ultimo, anche il tipo di processo ove vagliare la di lui responsabilità per gli addebiti confessatigli, senza alcun sindacato giurisdizionale. Né lascerebbe sfere di discrezionalità, neppure residuali, all'Autorità Giudiziaria procedente, sulle modalità di celebrazione del dibattimento - a distanza o meno - con conseguente motivazione solo apparente della ordinanza adottata da questa Corte il 3 marzo 1998. Sul punto deve dirsi che, contrariamente a quanto dedotto, il provvedimento applicativo del regime di cui all'articolo 41-bis dell'ordinamento penitenziario, è suscettibile per legge di impugnazione dinnanzi al Tribunale di Sorveglianza, ciò conferendo decisivi profili di giurisdizionalità al procedimento che sottopone il detenuto al regime in questione.
D'altra parte, la disciplina della multivideoconferenza è quivi disposta dalla Legge, che recepisce tra i suoi presupposti applicativi un provvedimento amministrativo, peraltro oggetto di vaglio giurisdizionale, come detto.
Pertanto, sono da ritenersi manifestamente infondate le questioni di legittimità costituzionale dell'articolo 41-bis dell'ordinamento penitenziario sollevate dagli imputati per tutti i profili dedotti, sia in sé considerato sia per i profili di collegamento con la Legge numero 11 del 1998.
La Corte osserva che è stata sollevata dagli imputati Pizzo Giorgio, Giuliano Francesco e Spatuzza Gaspare, questione di legittimità costituzionale dell'articolo 1 della Legge 7 gennaio 1998, numero 11, in riferimento agli articoli 3 e 24 della Costituzione; nonché all'articolo 6 della Convenzione per la Salvaguardia dei Diritti dell'Uomo e delle Libertà Fondamentali firmata a Roma il 4 novembre 1950 e resa esecutiva in Italia in forza della Legge 4 agosto 1955, numero 484; e dell'articolo 14, paragrafo 3, lettera D del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici approvato dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 16 dicembre 1966, ratificato dal Presidente della Repubblica Italiana a seguito di autorizzazione conferitagli con Legge 25 ottobre 1977, numero 881 ed entrato in vigore in Italia il 15 dicembre 1978.
Ora, la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 1 della legge 7 gennaio 1998, numero 11, come sopra sollevata, appare a prima vista irrilevante, e pertanto manifestamente inammissibile, perché il giudizio nei confronti dei predetti imputati si svolge in dibattimento, mentre la disposizione di legge investita dal sospetto di legittimità non regola la partecipazione degli imputati al dibattimento come momento essenziale del giudizio, ma disciplina, sia pure in casi e circostanze speciali, la partecipazione degli imputati al procedimento in Camera di Consiglio.
Irrilevante è anche la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 3 della Legge 7 gennaio 1998, numero 11, che ha sostituito l'articolo 147-bis delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del Codice di procedura penale, introdotto dal Decreto Legge 8 giugno 1992, numero 306, per regolare l'esame delle persone che collaborano con la Giustizia, come sopra sollevata dagli stessi imputati, nonché dalla difesa della parte civile costituita Costanzo Maurizio.
Infatti, l'esame ammesso nel presente giudizio, a richiesta di parte, di più persone che collaborano con la Giustizia è avvenuto nel corso della già conclusa istruzione dibattimentale, con l'osservanza delle norme anteriormente vigenti, immuni dal sospetto di legittimità e solo più tardi sostituite dall'articolo 3 della Legge numero 11 del 7 gennaio 1998 entrata in vigore il 21 gennaio 1998, quindi successivamente all'assunzione di questi mezzi di prova.
Pure irrilevante appare la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 2 della medesima Legge numero 11 del 7 gennaio 1998, che ha introdotto l'articolo 146-bis nelle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del Codice di procedura penale, sollevata da vari imputati per il silenzio serbato da questa disposizione di Legge sulla possibilità di colloqui riservati tra l'imputato e il proprio consulente, nonché tra il consulente e il difensore che si trovi nel luogo di detenzione dell'imputato e comunque tra l'imputato, il difensore e il consulente.
Ed invero, gli imputati che hanno sollevato tale questione nel presente giudizio, non hanno nominato alcun consulente tecnico, sicché non è attuale, per le parti che la hanno manifestata, l'esigenza di colloqui riservati tra l'imputato o il suo difensore e il consulente, nel corso dell'udienza.
Appare invece manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale del suddetto articolo 2 in qualche modo sollevata dagli stessi imputati per il silenzio della Legge in merito alla possibilità di colloqui riservati tra il difensore, il codifensore e/o il suo sostituto, quando l'uno si trovi nel luogo di detenzione dell'imputato e l'altro sia presente nell'aula di udienza.
Sono invero agevoli, allo stato attuale della tecnica, le comunicazioni a distanza per i difensori del medesimo imputato che si trovino nella situazione considerata e tali comunicazioni sono garantite dall'articolo 103 del Codice di procedura penale che non consente l'intercettazione relativa a conversazioni o comunicazioni di difensori, laddove comunicazioni di questa specie possono svolgersi, non solo prima dell'udienza ma anche durante la temporanea sospensione della medesima disposta dal Giudice a seguito di specifica istanza di un difensore, purché giustificata dal vario ed imprevedibile evolvere della vicenda processuale.
Quanto alla possibilità per il difensore che si trovi nell'istituto penitenziario collegato, a fianco del proprio assistito, di comunicare riservatamente con il codifensore o con il proprio sostituto che si trovino nell'aula di udienza, la mancata previsione espressa della norma di detta facoltà, non costituendo o comportando certamente un divieto di tale esercizio di comunicazione tra i due procuratori, è perfettamente superabile, ammettendosi l'uso del medesimo mezzo telefonico messo a disposizione dell'imputato a tali fini e con le medesime garanzie di riservatezza.
Detta agevole interpretazione analogica, estensiva delle facoltà difensive, consente di ritenere infondata la dedotta censura in ordine al profilo menzionato.
Non sussiste dunque il profilo di illegittimità della norma dedotto dai suddetti imputati, con implicito ma evidente riferimento agli articoli 3 e 24 della Costituzione.
Ancora in riferimento agli articoli 3 e 24 della Costituzione; nonché all'articolo 6 della Convenzione per la Salvaguardia dei Diritti dell'Uomo e delle Libertà Fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950 e resa esecutiva in Italia in forza della Legge 4 agosto '55, numero 484; ed all'articolo 14, paragrafo 3, lettera D del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, approvato dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il 16 dicembre 1996, ratificato dal Presidente della Repubblica Italiana a seguito di autorizzazione conferitagli con Legge 25 ottobre 1977, numero 381 ed entrata in vigore in Italia il 15 dicembre 1978 - questa è una ripetizione dovuta al computer - è stata sollevata dagli stessi imputati questione di legittimità costituzionale dell'articolo 146-bis delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del Codice di procedura penale.
La questione riguarda questa nuova disposizione di Legge, non in sé considerata ma nel quadro delle norme sul difensore dell'imputato contenute nel Titolo VII del Libro I del Codice di rito penale, ed, in ispecie, di quelle sul difensore di ufficio - articolo 97 Codice di procedura penale - e sul patrocinio a spese dello Stato per i non abbienti - articolo 98 Codice di procedura penale e Legge 30 luglio 1990 numero 217 - nonché della norma sull'impedimento a comparire del difensore - articolo 486 del Codice di procedura penale.
In particolare è stato rilevato che in contrasto con l'intero sistema processuale, calibrato per il diritto dell'imputato ad un solo difensore, la nuova disciplina, introdotta dall'articolo 2 della Legge 7 gennaio 1998, numero 11, esigerebbe la nomina di due difensori, economicamente gravosa per l'imputato che partecipa al dibattimento a distanza e comunque non consentita dalle disposizioni di Legge sul difensore di ufficio, sul patrocinio a spese dello Stato per i non abbienti e sull'impedimento a comparire del difensore.
Innanzitutto è stato dedotto che il ministero difensivo non si può prestare che nell'aula di udienza, dove sono da compiere più attività riservate soltanto al difensore, dalla produzione e/o esibizione di atti e documenti, alle contestazioni nell'esame testimoniale ed alle eventuali richieste di acquisizione degli atti usati per le contestazioni ai sensi dell'articolo 500 del Codice di procedura penale.
Per converso, è stato sottolineato che l'imputato ha il diritto di comunicare riservatamente, ossia personalmente, con il difensore che siede al suo fianco, ai sensi dell'articolo 146 del Codice di procedura penale.
Sarebbe, in conseguenza, sempre e comunque necessaria, nei casi disciplinati dall'articolo 2 della Legge numero 11 del 7 gennaio 1998, la presenza di due difensori per consentire all'imputato di esercitare il diritto di partecipare al processo difendendosi anche nell'aula di udienza, o quantomeno la presenza di un difensore e del suo sostituto.
A giudizio della Corte, la questione di legittimità costituzionale di cui si discute, proposta inizialmente da Pizzo Giorgio, Giuliano Francesco e Spatuzza Gaspare, e quindi da altri imputati, in relazione alle suddette norme costituzionali ed a specifiche norme sovranazionali che trovano diretta ed immediata applicazione nell'ordinamento italiano, è manifestamente destituita di fondamento. Come è noto, l'articolo 3 della Costituzione stabilisce il fondamentale principio di eguaglianza dei cittadini davanti alla Legge. E l'articolo 24 riconosce, nel II comma, la difesa come diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento, laddove il comma successivo assicura ai non abbienti i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione.
Inoltre, l'articolo 6 della Convenzione per la Salvaguardia dei Diritti dell'Uomo e delle Libertà Fondamentali, riconosce ad ogni persona il diritto che la sua causa sia esaminata pubblicamente e stabilisce che il giudizio deve essere pubblico. Mentre l'articolo 14, paragrafo 3, lettera D del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, approvato dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il 16 dicembre 1966, riconosce a chiunque, se accusato di un reato, il diritto di essere presente al processo e, se non abbiente, di essere ammesso al patrocinio gratuito.
Si deve dunque accertare se abbia qualche fondamento il dubbio manifestato dai predetti imputati sulla legittimità costituzionale dell'articolo 146-bis delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del Codice di procedura penale, introdotto dall'articolo 2 della Legge 7 gennaio 1998, numero 11. Ed a questo fine è necessario verificare la compatibilità di questa norma con quelle relative ai diritti irrinunciabili connessi all'esercizio della difesa in giudizio ed all'eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla Legge.
Innanzitutto, si deve rilevare, con riferimento al luogo dell'udienza, che nel nuovo Codice non esiste più un luogo deputato alla tenuta pressoché esclusiva di tutte le udienze, come risulta anche dall'ampliamento semantico della parola significante questa nozione e questa azione, che comprende ad esso anche le udienze relative ai procedimenti in Camera di Consiglio.
D'altra parte, si deve escludere che le attività probatorie che si svolgono esternamente all'aula, al cospetto del Giudice, con la partecipazione necessaria del Pubblico Ministero e del difensore dell'imputato, nonché con quella eventuale dei difensori delle altre parti private, possano dirsi poste in essere fuori udienza, come invece era parso sostenibile sotto l'impero del Codice anteriormente vigente.
Dunque, quel che attualmente caratterizza in modo essenziale l'udienza, non è tanto il luogo in cui essa si tiene, quanto lo svolgimento degli atti ivi compiuti nell'effettivo o, in certi casi, potenziale svolgimento dei medesimi nel contraddittorio contestuale, e quindi orale, delle parti.
Il livello più alto dello sviluppo dialettico tra le parti è certamente quello proprio delle udienze destinate alla celebrazione del dibattimento, sia per la necessaria presenza delle parti, seppure nella forma della rappresentanza, per l'imputato contumace o assente, rinunciante o evaso, sia per il diritto di replica che per taluni costituisce un elemento distintivo del contraddittorio; nel senso che, questo si realizzerebbe soltanto quando il contributo argomentativo di ogni parte alla formazione del convincimento del Giudice sia dato alla presenza della controparte con il diritto reciproco di replica.
Quindi, l'udienza si caratterizza, non tanto in rapporto ad un luogo determinato, quanto per la situazione deputata per un contraddittorio che è stato definito "diretto e qualificato", perché le parti, nel corso della medesima, hanno diritto ad essere ascoltate dal Giudice e di udire le ragioni l'una dell'altra.
Alla stregua delle considerazioni che precedono, nei casi previsti dall'articolo 2 della Legge 7 gennaio 1998, numero 11, la partecipazione degli imputati all'udienza ed il contraddittorio contestuale tipico dell'udienza dibattimentale, appaiono adeguatamente assicurati dalla espressa previsione del III comma di questa disposizione di Legge, che richiede la contestuale, effettiva e reciproca visibilità delle persone presenti in entrambi i luoghi - l'aula di udienza e il luogo dove si trova l'imputato in stato di detenzione - e la possibilità di udire quanto vi viene detto.
Inoltre, se il provvedimento che dispone il dibattimento a distanza sia adottato nei confronti di più imputati che si trovano in stato di detenzione in luoghi diversi, è necessario e sufficiente a garantire il diritto di tutti gli imputati di partecipare personalmente al dibattimento e di udire le ragioni delle altre parti, il fatto che ciascuno sia posto in grado di vedere ed udire gli altri, come espressamente dispone la stessa norma di Legge.
Dunque e tra l'altro, è certamente garantita la immediatezza, la contestualità e la effettività del contraddittorio, affatto compresi dall'alternanza in video ed in audio dei molteplici luoghi ove è approntato il collegamento, posto che ogniqualvolta che qualsiasi soggetto processuale intervenga e quindi dispieghi anche una minima attività processuale, questi risulta visibile ed ascoltabile da tutti.
Ciò premesso, si deve esaminare e/o richiamare il contenuto normativo dell'articolo 146 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del Codice di procedura penale, che propizia la continuità delle reciproche consultazioni tra le parti ed il dif... chiedo scusa, tra la parte ed il suo difensore, disponendo che le parti private siedano a fianco dei propri difensori, salvo che esistano ragioni di cautela.
Rilevato che siffatte ragioni sono preventivamente accertate, nei confronti dei detenuti nei cui confronti sia stata disposta l'applicazione delle misure di cui all'articolo 41-bis dell'ordinamento penitenziario, la Corte osserva che la continuità delle reciproche consultazioni tra il difensore e l'imputato che partecipa al dibattimento a distanza, sono assicurate dal IV comma dell'articolo 2 della più volte citata Legge numero 11 del '98, che consente al difensore o a un suo sostituto nominato in una situazione non dissimile da quella prevista dall'articolo 102 del Codice di procedura penale, di essere presente nel luogo dove si trova l'imputato; e per converso riconosce al difensore o al suo sostituto, presenti nell'aula di udienza ed all'imputato il diritto di consultarsi riservatamente per mezzo di strumenti tecnici idonei.
Si deve pertanto escludere che sia configurabile una situazione di minorata difesa per l'imputato che partecipa al dibattimento a distanza; teso che, nel caso considerato, il patrocinio difensivo può essere adeguatamente esercitato anche da un solo difensore, il quale, se non sia presente nel luogo dove si trova l'imputato deve essere messo in condizione di consultarsi riservatamente con il proprio assistito.
É rimessa comunque al difensore, in base ad una valutazione tecnico-giuridica calibrata sul momento processuale e sugli atti da compiere o su altre circostanze liberamente considerate, la decisione se avvalersi o no della facoltà di nominare un sostituto che sia presente nell'aula di udienza o nel luogo in cui si trova l'imputato. Ma la mancanza del sostituto non annulla il diritto di difesa dell'imputato sufficientemente garantito dalla partecipazione all'udienza del suo difensore.
D'altra parte non si può condividere l'assunto secondo cui il difensore dell'imputato, nei cui confronti sia stata disposta la partecipazione al dibattimento a distanza, non potrebbe esercitare appieno il suo ministero da solo, in mancanza della nomina di un altro difensore o di un suo sostituto. Infatti, numerose attività processuali anche di notevole rilievo, come l'esame delle parti e dei testimoni, il controesame, esame e le contestazioni e persino la discussione, si possono svolgere altrettanto bene nell'aula di udienza o nel luogo in cui si trova l'imputato. Mentre, per il compimento di altre e poche attività come la materiale produzione o l'esame di documenti, può essere richiesto, se necessario, un termine.
Alla stregua delle considerazioni che precedono, la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 2 della Legge 7 gennaio 1998, numero 11, come sopra sollevata dagli imputati, appare manifestamente destituita di fondamento e, per quanto specificato, irrilevante.
Alcuni degli imputati hanno inoltre sollevato questioni di legittimità costituzionale dell'articolo 146-bis delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del Codice di procedura penale, in relazione anche all'articolo 10, comma I della Costituzione, secondo cui l'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del Diritto Internazionale generalmente riconosciute. Se gli imputati Lo Nigro Cosimo e Giacalone Luigi hanno inteso mettere in discussione la conformità dell'articolo 146-bis citato, agli impegni internazionali assunti con la sottoscrizione, la ratifica o l'adesione alla Convenzione per la Salvaguardia dei Diritti dell'Uomo e delle Libertà Fondamentali ed al Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, null'altro si deve aggiungere a quanto è stato rilevato sulla medesima questione sollevata anche da altri imputati e dichiarata manifestamente infondata.
Se, invece, il riferimento all'articolo 10 della Costituzione si riferisce in conformità alla interpretazione dominante del dettato costituzionale, alle sole norme generalmente riconosciute, e cioè alle consuetudini, si deve rilevare che, nonostante l'uso di tutti gli strumenti di accertamento di queste norme, non è riuscito a questa Corte di rinvenire delle regole di Diritto Internazionale generale, cioè delle consuetudini riferibili alla questione di cui si discute.
Anche sotto questo profilo, dunque, l'eccezione, come sopra sollevata dagli imputati Lo Nigro Cosimo e Giacalone Luigi, va dichiarata manifestamente infondata.
Rilevato come lo stato del processo giunto, come detto più volte, alla intervenuta declaratoria di chiusura dell'istruttoria, depone già in via preliminare nel senso della manifesta irrilevanza della susseguente questione, manifestamente infondata appare, comunque, la questione di legittimità costituzionale del predetto articolo 146-bis delle norme di attuazione, coordinamento e transitorie del Codice di rito, sollevata dai medesimi imputati in relazione all'articolo 6 della Convenzione per la Salvaguardia dei Diritti dell'Uomo e delle Libertà Fondamentali, nella parte in cui riconosce ad ogni accusato il diritto di interrogare o fare interrogare i testimoni a carico.
Questo diritto, infatti, non è escluso o altrimenti condizionato dalla partecipazione dell'imputato al dibattimento con le modalità previste dalla suddetta norma di attuazione del Codice di procedura penale, qui evidenziandosi da un lato la buona efficienza degli apparati predisposti e dall'altro richiamandosi ogni argomentazione sopra svolta sullo svolgimento di tutte le attività difensive necessarie e la relativa adeguatezza ed efficienza.
Ulteriori censure di non conformità alla Corte Costituzionale, sono state mosse da numerosi imputati interessati dall'ordinanza di questa Corte 3 marzo 1998, con riferimento particolare agli articoli 3 e 24 della Costituzione. Ed ancora più direttamente alle norme pattizie internazionali, di sicuro rango sovraordinato e più volte evocate, circa i limiti che la pubblicità del dibattimento soffrirebbe dal parziale decentramento dell'aula di udienza nelle sale all'uopo attrezzate per le multivideoconferenze negli istituti penitenziari, posta la equiparazione che la Legge numero 11 del 1998 realizza tra le stesse sale e l'aula del dibattimento.
Si deduce, in altri termini, che ci si troverebbe in presenza di una indebita "fictio iuris", posto che, o ci si trova nell'aula di udienza o, se al di fuori della stessa, non è ravvisabile effettiva presenza in detto ambiente. Viceversa, ove detta equiparazione avesse contenuto sostanziale, dovrebbe consentirsi, tra l'altro, l'accesso del pubblico a tali strutture interne agli istituti, normalmente e normativamente interdette agli astanti occasionali.
Le tesi esposte sono da ritenersi, ancora una volta, non condivisibili da questo Collegio. Posto che, la garanzia della pubblicità dell'udienza, con tutti i risvolti di preservazione del controllo della collettività, all'andamento processuale e della guarentigia che l'imputato incontra all'operato dei suoi interlocutori, Giudice e controparti, alla presenza stessa di soggetti esterni e neutrali alla controversia è integralmente soddisfatta dal libero accesso del pubblico nell'aula di udienza e dal reciproco collegamento fra i presenti in quell'aula e le sale all'interno del carcere, ove gli imputati si trovino tramite il sistema multimediale approntato.
Incidentalmente, non è inutile aggiungere come il principio del giusto processo in un contesto di ampia visibilità e pubblicità del suo incedere, trovi, nelle stesse guarentigie e normative internazionali - molte volte evocate - numerosi casi in deroga allo stesso principio, sempre legalmente tipizzate che fanno espresso riferimento alla tutela di esigenze di ordine di sicurezza pubblica, sottostanti alla "ratio" della disciplina, presupposto dell'articolo 41-bis che il sistema di multiconferenza impone.
Taluni degli stessi imputati hanno chiesto, in subordine, che sia disposta perizia per accertare il funzionamento delle attrezzature tecniche, predisposte per assicurare la contestuale, effettiva e reciproca visibilità delle persone presenti nell'aula di udienza e nei luoghi della custodia degli imputati; e la possibilità degli imputati, in stato di detenzione in luoghi diversi, di vedere e di udire gli altri, come espressamente stabilito dall'articolo 2, comma 3 della Legge numero 11 del 7 gennaio 1998.
Osserva, per altro, la Corte, che gli ufficiali di Polizia Giudiziaria designati dal Giudice, ai sensi del VI comma dello stesso articolo, hanno già dato atto che è attivato il collegamento audiovisivo tra l'aula di udienza e il luogo in cui si trova ciascun imputato, con modalità che assicurano la contestuale, effettiva e reciproca visibilità delle persone presenti nei luoghi collegati e la possibilità di udire quanto vi viene detto: che è garantita la possibilità per gli imputati di consultarsi, riservatamente, con i rispettivi difensori per mezzo di collegamento telefonico.
Dirimente, tuttavia, è da considerare che ogni forma di intercettazione, interferenza o captazione delle comunicazioni sul sistema affrontato, è illecita quando non penalmente rilevante, costituendo, rispetto all'attuale previsione di legge che tale sistema tecnologico prevede ed impone, una patologia contrastabile, ove eventualmente verificatasi. E non già oggetto di un accertamento preventivo, di quel fisiologico e corretto funzionamento degli apparati che la norma, che qua, come detto, presuppone.
La perizia richiesta appare, pertanto, superflua.
Si deve dare atto, inoltre, che la collocazione delle apparecchiature telefoniche nei luoghi in cui si trovano gli imputati che partecipano al dibattimento a distanza, e destinate alle comunicazioni che i medesimi vogliano avere con i rispettivi difensori, garantisce la riservatezza della comunicazione anche rispetto ai soggetti presenti nello stesso ambiente: imputati, agenti di custodia ed ufficiali di Polizia Giudiziaria, designati dalla Corte ai sensi dell'articolo 2 della Legge numero 11 del '98.
Riservatezza, certamente maggiore di quella garantita nella stessa aula di udienza ai detenuti sottoposti a vigilanza a vista e svolta, di fatto, a distanza certamente, non inferiore a quella di cui sopra.
Comunque, per rendere più agevoli le comunicazioni tra gli imputati ed i rispettivi difensori, si deve disporre che in ciascuna delle sale riservate alle multivideocomunicazioni nel presente processo, siano collocate, nel tempo più breve possibile, le stesse apparecchiature già collocate nella Casa Circondariale di Viterbo, o altre apparecchiature equipollenti.
Relativamente all'eccezione di nullità formulata dal difensore di Calabrò Gioacchino, in relazione al verbale di udienza del 23 marzo 1998, stilato nel luogo collegato, ai sensi dell'articolo 2 della Legge numero 11 del 1998 perché non firmato dall'imputato stesso con conseguente nullità dell'intera udienza, osserva la Corte che l'eccezione deve ritenersi infondata, in quanto nessuna norma impone che i verbali suddetti siano firmati dall'imputato.
Infatti, l'articolo 483 prevede che il verbale di udienza sia sottoscritto dal Pubblico Ufficiale che lo ha redatto e presentato al Presidente per l'apposizione del visto; mentre, per i verbali redatti nel luogo collegato, l'articolo 2 comma 6 della Legge numero 11 del 1998, prescrive soltanto che delle operazioni svolte, l'ausiliario o l'ufficiale di Polizia Giudiziaria rediga quanto al contenuto verbale a norma dell'articolo 136, Codice procedura penale.
Per questi motivi, rigetta tutte le eccezioni di illegittimità costituzionale, come sopra sollevate, secondo i profili di irrilevanza e di manifesta infondatezza analiticamente specificati in motivazione.
Rigetta ogni ulteriore richiesta delle parti; Dispone che in ciascuna delle sale riservate alle multivideocomunicazioni nel presente processo, siano collocate, nel tempo più breve possibile, le stesse apparecchiature già collocate nella Casa Circondariale di Viterbo, o altre apparecchiature equipollenti.
Intanto, posso raccomandare, sempre per rendere più agevoli - cioè di non richiedere un particolare sforzo di attenzione o di graduazione o modulazione della voce - devo raccomandare che, i presenti nelle aule che si trovano presso i luoghi di detenzione, durante eventuali comunicazioni, mantengano così come la legge prescrive e così come è stato attestato da chi ha il compito di provvedere, una adeguata distanza dal luogo in cui, ad uno dei capi dell'apparato comunicante, avviene la comunicazione."
A questo punto, dovrei dare la parola, credo, al Pubblico Ministero se l'ora non richiedesse una breve sospensione ed una lettura faticosa, non più della preparazione del provvedimento, ma ugualmente lunga.
Grazie. Sospendiamo per un quarto d'ora.
Durante questa sospensione, abbiamo detto, che gli imputati e i difensori possono utilizzare i mezzi di comunicazione a loro disposizione anche per evitare, alla ripresa, troppi impedimenti allo svolgimento delle altre attività che si svolgono.
Quindi, sospendiamo per un quarto d'ora.
ISP. Scarabocchini: Signor Presidente, è da Spoleto.
PRESIDENTE: Sì, mi dica.
ISP. Scarabocchini: Benigno Salvatore Giuliano Francesco e Graviano Filippo vorrebbero rinunciare a seguire il proseguimento dell'udienza.
PRESIDENTE: Se rinunciano al proseguimento, sono autorizzati ad allontanarsi dall'aula in cui si trovano.
ISP. Scarabocchini: Okay, ricevuto.
ISPETTORE Lucciti: Signor Presidente, è da L'Aquila.
PRESIDENTE: Come, scusi?
ISPETTORE Lucciti: E' da L'Aquila, numero 2.
I detenuti: Spatuzza e Giacalone, intendono rinunciare all'udienza, al proseguo dell'udienza.
PRESIDENTE: Ecco, anch'essi sono autorizzati ad allontanarsi, in seguito alla manifestata rinuncia alla partecipazione del proseguo dell'udienza.
ISPETTORE Lucciti: Bene, grazie. Buongiorno.
PRESIDENTE: Buongiorno.
Ci sono altre richieste di questo genere? No.
AVVOCATO Ammannato: Presidente, per sapere l'udienza di oggi... Poi si attacca, fino a che ora, grossomodo? Per avere il programma.
PRESIDENTE: Per accordi con altri Giudici, collegati anch'essi in multivideocomunicazione, non oltre le due e mezza. Io ritengo, però, che il Pubblico Ministero non vorrà sfruttare appieno questa facoltà.
PUBBLICO MINISTERO: Prendo atto della sua previsione.
PRESIDENTE: Grazie.
AVVOCATO Ammannato: Poi Presidente, quando lo ritiene, credo che farà un aggiustamento di programma, per sapere anche i tempi, diciamo.
PRESIDENTE: Lo facciamo alla ripresa.
AVVOCATO Ammannato: D'accordo.
PRESIDENTE: Dopo la sospensione.
ISP.La Spagnoletta: Da Ascoli, scusi Signor Presidente. Da Ascoli.
PRESIDENTE: Sì.
ISP.La Spagnoletta: C'è, anche qui, l'imputato Cannella che vuole lasciare l'aula. Rinuncia al proseguo dell'udienza.
PRESIDENTE: E' autorizzato.
ISP.La Spagnoletta: La ringrazio.
PRESIDENTE: Prego.
<< DOPO LA SOSPENSIONE >>
PRESIDENTE: La Corte deve provvedere ad una correzione. C'è un errore materiale nell'ordinanza che è stata letta. E precisamente la pagina numero 16, là dove si dice:
"Riservatezza certamente maggiore di quella garantita nella stessa aula di udienza ai detenuti sottoposti a vigilanza vista e svolta, di fatto a distanza certamente non inferiore..."
Bisognava dire, cioè, "non inferiore", bisogna sostituire la parola "inferiore", con la parola "superiore".
Quindi, si provvederà alla correzione di quest'errore materiale, annotando a margine dell'originale la disposta correzione.
ISP. Di Gennaro: Signor Presidente, scusi, è Parma.
PRESIDENTE: Chi parla, scusi?
ISP. Di Gennaro: Pronto? Parma.
PRESIDENTE: Parma, sì.
ISP. Di Gennaro: Sì, per comunicarle che l'imputato Leoluca Bagarella vorrebbe rinunciare alla udienza.
PRESIDENTE: É autorizzato... Rinuncia alla presenza in udienza. Quindi è autorizzato ad allontanarsi da quell'aula.
ISP. Di Gennaro: Grazie.
PRESIDENTE: Prego.
Allora, la parola al Pubblico Ministero che inizierà la requisitoria.
PUBBLICO MINISTERO: La ringrazio della parola, la ringrazio di questo provvedimento. Ringrazio la Corte, nel senso che, se siamo arrivati a questo punto della vicenda processuale, se si può parlare di meriti, per certo, fondamentale, essenziale, è stata l'attività, un'attività che ha svolto la Corte in tutti questi mesi.
La fisiologia di ogni processo è arrivare al momento in cui si tira le somme, al momento in cui le parti prendono la parola. La parte che per prima deve prendere la parola è il Pubblico Ministero. Ma questo non toglie che si può arrivare a concludere un processo in una situazione piuttosto che in un'altra, avendo svolto un certo lavoro, o avendo svolto un lavoro che ha caratteristiche e prerogative, profili magari diversi da quelli che erano stati preventivati.
Ecco perché ho ringraziato del provvedimento della Corte; ho ringraziato un provvedimento che arriva oggi, arriva con un orario inconsueto, ma questo non è un problema. Le requisitorie cominciano di regola la mattina alle 09.00, o alle 9 e mezzo, non cominciano alle 13 meno un quarto, ma non è questo il punto. L'importante è poter dire, esprimere, da parte dell'ufficio del Pubblico Ministero, la soddisfazione. Perché il momento nel quale si tira le somme del processo, è un momento nel quale tutti, a cominciare quindi dall'organo dell'accusa, sono in grado di fare un bilancio, sicuramente positivo, dell'attività che si è svolta.
E siccome tutto quanto si è compiuto durante questi mesi di istruttoria dibattimentale, deve la sua qualità; deve soprattutto la sua finalizzazione ai provvedimenti numerosissimi che la Corte ha adottato dal 12 novembre 1996, la soddisfazione per me e per il dottor Nicolosi nel concludere questo processo, nasce proprio dalla straordinaria, straordinaria qualità del lavoro che la Corte ha fatto.
Il 12 novembre, praticamente, non ci conoscevamo nemmeno sul piano personale; dopo 16 mesi, o giù di lì, le conoscenze sono sicuramente migliorate. Ma il mio modo di parlare, è un modo fiorentino, per qualcuno sarà anche in qualche modo fastidioso. Non riuscirò mai a parlare correttamente l'italiano. Non me ne vorranno quelli che hanno la fortuna di saper parlare l'italiano.
Il dottor Nicolosi ha una parlata migliore della mia, ma non è questo il problema. Mi farete grazia delle "T" aspirate, mi farete grazia delle "C" che non ci sono, se sono "C" dure; mi perdonerete per tutta una serie di buone ragioni.
Oggi conoscete anche personalmente le persone che sono qui a rappresentare quelle che, a suo tempo, furono definite le buone ragioni dell'accusa.
É un passaggio che io rammento di quella, dell'esposizione introduttiva. Dovevamo dimostrare il fondamento delle buone ragioni dell'accusa; oggi siamo a tirare le somme del programma di dimostrazione che ci siamo dati e che crediamo di aver anche messo, portato a compimento.
Perché ho attraversato, perché mi sono soffermato sul fatto che ci si conosce? Anche sul piano personale, come conoscete me, conoscete i difensori, gli imputati, anche, sono persone che non vi sono più estranee come lo erano all'inizio del processo. Per una ragione semplice, perché non vi sorprenderà se vi dico che questo è stato - non sapevo che sarebbe stato il 25 di marzo o se sarebbe stato intorno al 10 di febbraio - questo è stato, è un momento che attendiamo, anche sul piano personale, da tempo. Lo attendiamo da lontano. Lo attendiamo con ansia; con un'ansia che, non ho timore a dirvi, si dimensiona soprattutto su un interrogativo: con quali parole, con quali argomenti, mi rivolgerò, ci rivolgeremo questa volta alla Corte.
Abbiamo lavorato per mesi con un cliché, con uno standard: chi dobbiamo sentire oggi?, qual è la prova che oggi il Pubblico Ministero elabora? E domani quale sarà?
Questo modello ormai appartiene alle udienze, alle 160 circa udienze che abbiamo trascorso. Oggi il Pubblico Ministero è, al di là di questa conoscenza personale, è tornato nuovamente un oggetto misterioso, è tornato nuovamente un condensato di punti interrogativi.
Ecco l'ansia. Da qual argomento, da quali argomenti cominceremo? Con quali criteri ci presenteremo? Su che cosa cominceremo a chiedere attenzione ancora una volta alla Corte?
Non è che appartiene alla fisiologia dei processi presentarsi al momento delle conclusioni con questo tipo di interrogativi. I processi sono, per loro natura, nella assoluta stragrande delle situazioni, assoluta stragrande maggioranza delle situazioni in processi diversi da questo. Sono processi che hanno una logica interna che si traduce in una regola di comportamento per colui che, del processo, si serve, che del processo deve dare una rappresentazione, che del processo deve dare una interpretazione.
Qui, invece, le esperienze soggettive, più o meno diffuse che siano, aiutano poco. Io sono convinto che, strada facendo, la Corte ha preso consapevolezza della straordinaria vastità dei problemi, intesa sotto il profilo qualitativo e quantitativo. Sono innumerevoli, nel senso etimologico del termine, non si possono numerare i problemi che dovranno essere risolti. Non se ne può apprezzare nemmeno la qualità. Detto in altri termini, la complessità, la difficoltà di ogni singolo problema che andrà affrontato e risolto.
Allora ci chiedevamo, il dottor Nicolosi e io, sarà meglio iniziare prospettando quali sono, secondo noi, i criteri generali di valutazione della prova che hanno particolare luogo, per non dire il primato, della presente vicenda processuale.
Sarà meglio viceversa articolare una rappresentazione dei fatti, come iniziativa espositiva preliminare, per poi elaborare nel corso della rappresentazione dei fatti, di volta in volta le regole di giudizio che valgano per quella certa vicenda, per quel certo segmento del processo e che valgano anche per i segmenti ulteriori che presentino aspetti di analogia.
Sarà forse meglio, anziché seguire un criterio rappresentativo dei fatti, secondo un ordine cronologico, iniziare dalla ricostruzione dell'ambiente criminale, l'ambiente criminale dominante. L'ambiente criminale che è il comune denominatore di tutte le imputazioni e degli imputati, pressoché nella loro totalità.
Sarà forse meglio affrontare, invece, dal punto di vista contenutistico la domanda classica di ogni processo. Cioè il perché di questi avvenimenti. Ma non il perché, un perché aspecifico, un perché molto specifico, molto immediato. Quella che, nel gergo giudiziario, si chiama la causale dei reati.
Ovverosia, sarà forse meglio iniziare dalla ricostruzione di una vicenda distribuita nel tempo, nello spazio e nelle persone che, unificata, condensa la causale dei fatti di strage che devono essere giudicati.
Sarà, viceversa, più opportuno occuparsi immediatamente degli avvenimenti di strage a partire dalla cosiddetta generica. Cioè seguire il percorso ricostruttivo che abbiamo fatto al dibattimento.
Sarà il caso, viceversa, di iniziare affrontando gli aspetti giuridici dell'imputazione, definendo che cosa s'intenda per aggravante della finalità di terrorismo, che cosa s'intenda aggravante della finalità di mafia.
Non è per fare una rassegna dei dubbi del Pubblico Ministero, dei quali giustamente può interessare fino ad un certo punto. É semplicemente per spiegare la ragione per la quale poi il Pubblico Ministero ha scelto una certa strada. Che, se non apparirà la migliore, se non apparirà la più convincente, comunque potrà essere valutata come una scelta praticata dal Pubblico Ministero in nome di un criterio di preferenza, rispetto alle altre.
Ciascuna di queste scelte avrebbe presentato delle controindicazioni, a partire dalla questioni giuridiche. Parlare di questioni giuridiche può essere superfluo, per non dire di peggio, in quanto le questioni giuridiche logicamente vengono a seguito di una ricostruzione dei fatti. Intanto determiniamo i fatti nella loro oggettività e nel rapporto che questi fatti denunziano per le persone degli accusati e poi tiriamo le conseguenze anche di tipo giuridico.
Ricostruire l'ambiente, ha una controindicazione. Forse ne ha più d'una. Soprattutto quella di esporre l'esposizione a rischio di ripetizioni. Avremmo parlato più volte per dire le stesse cose sul conto degli stessi imputati, o delle stesse vicende, una volta in rapporto all'ambiente criminale di riferimento; una volta in rapporto, magari, alla specifica, alla prova specifica in ordine ad un reato.
Tra un attimo spero di poter spiegare per quale ragione si è deciso di fare una rappresentazione, una illustrazione orale delle conclusioni muovendo da una determinata specifica ricostruzione. Ma ho bisogno ancora di qualche considerazione introduttiva.
Paradossalmente le nostre conclusioni sono già illustrate in ciascuna delle pagine delle 160 udienze trascritte in istruttoria dibattimentale che abbiamo fatto. Le nostre conclusioni sono già illustrate negli esami delle circa 550 persone che sono state fatte sfilare davanti alla Corte.
Le nostre conclusioni sono già illustrate nei documenti, anche cospicui, eterogenei, qualitativamente come provenienza, che stanno nel fascicolo del dibattimento, che vi stavano prima ancora che iniziasse il dibattimento, che vi sono state inserite nel corso dell'istruttoria dibattimentale.
Volevo poter dire già a questo punto le parole che ogni Pubblico Ministero dice al termine di ogni processo, anche se non adopra la formula aulica di Lisia: avete ascoltato, avete visto, giudicate.
Non è, anche se è paradossale l'affermazione che ho fatto poco fa, non è un modo di dire. Le nostre conclusioni sono già illustrate in ognuna delle pagine del processo.
Se abbiamo fatto sentire 550 persone alla Corte, è anche vero che abbiamo risparmiato alla Corte l'esame di circa 200 persone. Tanto è il differenziale tra la lista testimoni e l'istruttoria dibattimentale in concreto espletata.
Abbiamo cercato di dare alle dimensioni del nostro programma probatorio la massima estensione possibile, rispetto alla miglior dimostrazione possibile della fondatezza delle ragioni dell'accusa. Cercando, per altro, di risparmiare al processo ogni superfluità per non dire ogni inutilità.
Abbiamo cercato di evitare ripetizioni, abbiamo cercato di portare, di evitare che il dibattimento si occupasse di situazioni e di soggetti che non si collegassero in maniera reale, in maniera effettiva, in maniera funzionale, al programma della prova.
Abbiamo cercato di calibrare ogni domanda di ogni esame a questa regola della funzionalità; e che il nostro compito, compito interessato - e non di interesse personale ovviamente si tratta - compito interessato era quello di fornire al Giudice tutti gli elementi che fossero utilizzabili per la decisione, senza che il materiale sul quale avrebbe dovuto esercitare la sua valutazione, fosse contaminato da elementi inutili, da elementi spuri, da elementi in qualche modo fuorvianti.
Non so se ci siamo riusciti, non so se siamo riusciti a far comprendere - e forse non era nemmeno possibile chiederlo - la ragione di una specifica domanda fatta ad un testimone.
Mi ricordo di aver scorto nell'espressione di alcuni dei Giudici, un che di sorpresa, e comunque un punto interrogativo, allorché interpellai un ufficiale di Polizia Giudiziaria, maresciallo Cappottella, su due telefonate. O per meglio dire sugli intestatari - che poi era lo stesso intestatario - di un'utenza telefonica palermitana sulla quale si era attivato, nei primi dell'aprile del 1994, il cellulare intestato all'Autosalone G.&G. di Giacalone Luigi. Per avere dall'ispettore Cappottella la risposta che, in entrambi casi, la telefonata era indirizzata all'utenza dell'autolavaggio di via Sacco e Vanzetti di Costa Maurizio e Trombetta Agostino.
Ricordo di aver chiesto puntigliosamente al maresciallo Cappottella di specificare l'orario delle due telefonate, che per altro leggevamo dai tabulati, e l'intestatario. Non solo, ma chiesi al maresciallo Cappottella di sapermi dire se, nei giorni precedenti o successivi queste due, di questa giornata particolare, vi erano altri contatti telefonici tra l'utenza cellulare nella disponibilità dell'imputato Giacalone - secondo l'assunto nostro - e questa, l'utenza dell'autolavaggio.
Poteva apparire una superfluità, poteva apparire un ritocco barocco, ma senza nessuna ricaduta pratica, dal punto di vista della dimostrazione.
E invece non era così. Il Pubblico Ministero aveva ben presente che quel certo accertamento andava a combaciare con assoluta esattezza con una dichiarazione che aveva reso mesi prima, davanti alla Corte, Trombetta Agostino. Che aveva specificato come, un certo qual giorno, si trovò a ricevere due telefonate dal signor Giacalone Luigi, una la mattina e una la sera, con la quale il signor Giacalone Luigi si raccomandava che fosse risolta una certa questione di assegni. Per aver, a distanza di qualche tempo, saputo che Giacalone Luigi, nel periodo in cui si trovava a Roma - questo per dichiarazione di altra persona imputata del processo - nonostante fosse e non poco impegnato nel progetto di eliminazione dell'ex collaboratore, o del collaboratore, del già collaboratore Contorno Salvatore, ciò non pertanto aveva un problema di assegni. Problema che lo sollecitava così tanto da provocare contatti telefonici che ebbe, per l'appunto, con Trombetta che era quello che doveva risolvere il problema degli assegni.
É un esempio che vale quel che vale, come tutti gli esempi. Ma è un esempio - mi sia consentito dirlo - che io cito a dimostrazione dell'intendimento che abbiamo perseguito ostinatamente di far conoscere alla Corte tutto ciò che era necessario, fosse conosciuto, stabilendo sul criterio della necessità il discrimine tra ciò che dovevamo rappresentare e ciò che era perfettamente inutile che noi andassimo a rappresentare.
Pur seguendo questo criterio di necessità, come regola di esercizio del progetto probatorio, il processo ha prodotto quello che ha prodotto.
Le dimensioni non sono una interpretazione, allora, dell'accusa; le dimensioni del processo sono esattamente quelle determinate dalla complessità e dalla dimensione della contestazione, nei suoi profili oggettivi e nei suoi profili soggettivi. Intendo dire, quanto ai fatti e quanto agli imputati.
Il Giudice, nella sua sentenza - se questo paradosso potesse esser praticato - dovrebbe riportare per intero il dibattimento. Ma non lo potrà fare. Dovrà affrontare criticamente il materiale di prova che si è formato in atti.
Probabilmente non parlerà delle due telefonate fatte da Giacalone all'autolavaggio di Trombetta Agostino alle 08.47 del mattino e alle 19.48 della sera, mi par di ricordare. Però il Giudice, in qualche modo, dovrà trovare lo strumento per operare le citazioni, per operare i collegamenti con molti più punti dell'istruttoria dibattimentale di quelli che affronterà criticamente, di quelli che il Pubblico Ministero, a sua volta e prima del Giudice, cercherà di illustrare e di affrontare criticamente.
Parlavo di dimensioni del processo, di dimensioni dei fatti.
Io ricordo che, quando svolgemmo l'esposizione introduttiva, già invitavamo la Corte a prendere atto della straordinarietà del processo. Oggi è perfettamente inutile invitare la Corte a prendere atto della straordinarietà del processo, visto che le conoscenze della Corte, a questo punto, sono assolutamente commensurate con la dimensione dell'imputazione.
Però una affermazione a carattere sintetico mi è necessario svolgere, a questo punto.
Dopo 160 udienze, che vicende abbiamo ricostruito? Abbiamo fatto la storia di una vicenda criminale, complessa, o abbiamo fatto la ricostruzione di un segmento criminale della storia di questo Paese? Questi fatti, questi sette episodi di strage, si racchiudono in una parentesi fine a se stessa, o sono vicende che hanno contrappuntato 11 mesi della storia di questo Paese?
Se con la loro memoria ripercorrono gli avvenimenti più significativi di quel contesto temporale, dal maggio del '93 all'aprile del '94, a prescindere dal fatto che loro sono i Giudici di questa Corte e che hanno vissuto a contatto con questi episodi di strage continuativamente. Ma se loro, estraneandosi da questa identità che hanno dovuto assumere, provano a riconsiderare quell'anno di storia di tutti, assegnano - come assegna il Pubblico Ministero - a queste vicende il primato, o quasi, il primato tra gli avvenimenti importanti del primo semestre del '93, in parte, del secondo semestre del '93 ancora e del primo semestre del '94? Assegnano questo ruolo privilegiato, riconoscono a questi avvenimenti l'essere stato un segmento criminale, ma della storia di questo Paese?
Noi diamo una risposta positiva, lo dico sommessamente. Perché tanto più serio, tanto più impegnativo è il dovere al quale si è chiamati, tanto è meglio, tanto è consigliabile, tanto è onesto, intellettualmente onesto abbandonare l'enfasi, recuperare compostezza, ragionare cercando di oggettivare ogni propria considerazione, ogni problematica, ogni criterio di giudizio.
Il Giudice non smette mai di fare il Giudice, quale che sia il fatto che è chiamato a giudicare. Ma il Giudice non si aliena - non lo può fare - davanti alla natura vera dei fatti che è chiamato a giudicare, non li disconosce. Il Giudice non si ritira in una specie di torre, nella quale acquista, o recupera insensibilità, si guadagna una indifferenza, o si fa riconoscere una indifferenza. L'indifferenza del Giudice è sovrana, è immancabile, è imprescindibile, in quanto sia presupposto della sua indipendenza, sia presupposto della sua terzietà, sia presupposto della sua serietà di giudizio. Ma un giudizio, per essere tale, non può essere un giudizio indifferente. Deve essere un giudizio pienamente partecipe, pienamente consapevole, pienamente maturo, davanti a ogni componente, del fatto che deve giudicare.
Voi non dovete giudicare solamente se gli imputati sono responsabili dei fatti di strage. Dovete anche giudicare se sia corretta l'impostazione giuridica che di questi fatti ha dato il Pubblico Ministero. Dovrete anche giudicare se le stragi sono state commesse per una finalità di eversione dell'ordine costituzionale. Dovrete impadronirvi della nozione, del concetto, che è giuridico - ma non è solo giuridico - di ordine costituzionale. Dovrete verificare se la nozione, il concetto, che il Pubblico Ministero vi proporrà, sia esatto.
Nel caso che voi riconosciate un fondamento, all'impostazione del Pubblico Ministero, voi scriverete in una sentenza, nella vostra sentenza, che, attraverso una campagna di strage, si è praticato un tentativo di sovvertire l'ordine costituzionale di questo Paese. E non attraverso un fatto episodico, non attraverso un attentato. Ma attraverso un programma di azione criminale.
In quest'aula, qualche anno fa, è stato giudicato - io credo che sia l'ultimo - un fatto grave di terrorismo, successo a Firenze: l'assassinio dell'ex sindaco di Firenze, Conti. Un reato attribuito ad alcuni appartenenti delle Brigate Rosse. Attribuito un reato, affermata la responsabilità, divenuta irrevocabile la sentenza.
Il caso vuole che il Pubblico Ministero di quel processo sia chi vi sta parlando in questo momento. Il reato di cui si parlava era l'articolo 280-bis del Codice penale: attentato per finalità di terrorismo e di eversione dell'ordine costituzionale.
Loro apprezzano la diversità estrema tra un fatto isolato, per quanto di una gravità assoluta: la vita di una persona sacrificata, su un programma politico che era tutt'uno con una pratica della lotta armata, quello delle Brigate Rosse.
Loro apprezzano, apprezzeranno la diversità estrema tra un agire criminale di quel tipo, da parte di un'organizzazione - quella delle Brigate Rosse, come altre ne conosce, ahimé, la storia del nostro Paese - che della lotta armata ha fatto il programma fondamentale della propria identità storica, e un programma criminale come quello che voi andrete a giudicare. Un programma criminale dilatato nel tempo e nello spazio. Programma criminale che si giustifica e che si determina, non come somma di fatti di strage, ma come programma complessivo, nel quale ciascun fatto di strage ha ragione in quanto fa parte di una storia di stragi.
I fatti che voi andrete a giudicare si sono distribuiti nel tempo, sì, alcuni si sono anche concentrati per la verità. Ma l'uno deduceva dall'altro - precedente o successivo che fosse - la propria qualificazione, la propria ragione d'essere, le motivazioni della propria realizzazione.
E' di questa visione complessiva dei fatti che voi Giudici sicuramente vi impadronirete, sicuramente vi siete già impadroniti. Non esiste, nella storia di questo Paese, un periodo storico come quello che va dal maggio del '93 all'aprile del '94. In cui sia stata praticata la strage con tanta sistematicità. In cui sia stato messo a repentaglio l'interesse - ed è un termine del quale mi scuso - l'interesse all'incolumità pubblica, l'interesse alla conservazione della identità culturale. In cui siano stati messi a repentaglio questi interessi, questi beni con tanta sistematicità, con tanto accanimento.
Non sono considerazioni che faccio perché voi consideriate gli imputati peggio di quello che sono. Voi non li dovete demonizzare gli imputati, tantomeno lo farò io. Voi giudicherete e basta.
Ma è la natura vera della vicenda, che non ci stancheremo mai di far sì che venga conosciuta in tutta la sua effettiva consistenza.
Non è per retorica e nemmeno per adoprare un argomento a effetto, ma credo di dire qualcosa che si giustifica pienamente - salvo che io non mi sbagli, salvo che noi non ci sbagliamo - si giustifica pienamente dalle premesse che ho cercato di porre. Voi siete la Corte di Assise di Firenze, comunque la vostra sentenza sarebbe pronunziata in nome del popolo italiano.
Ma questa volta la vostra sentenza sarà pronunziata, come poche volte è successo in un'aula di giustizia italiana, in nome di tutto il popolo italiano. E non semplicemente perché non giudicate imputati fiorentini per fatti commessi esclusivamente a Firenze, ma perché giudicate imputati che provengono da altre regioni, che hanno portato a compimento - per fortuna non a pieno compimento - un programma di azione criminale diretto contro, non la fiorentinità, non contro una persona di Firenze, non contro un qualcosa che comunque riconduca a Firenze. Ma indirizzato, proiettato contro l'intera società di questo Paese, contro un'intera comunità nazionale.
Non è per dati esteriori che voi - non so se lo siete - avete dovuto coniugare al vostro esser fiorentini, o esser toscani, qualche cosa in più, qualche cosa di aggiuntivo, un'identità, non anagrafica, ma un'identità culturale ulteriore. Cosa vuol dire coniugare? Vuol dire che vi siete dovuti impadronire di certe conoscenze: delle strade, degli ambienti di Roma. Avete dovuto studiare il quartiere dei Parioli. Avete dovuto, più o meno, studiare Cinecittà e Torremaura. Avete dovuto studiare via Palestro e la zona di Porta Venezia. Avete dovuto studiare la riva destra e sinistra del Tevere. Così come avete dovuto familiarizzare con la parlata palermitana, avete dovuto familiarizzare - forse senza riuscirvi, a me non è riuscito - con la parlata alcamese.
Ma non è per questi, che son dati esteriori. Perché voi vi accingete a pronunziare una sentenza nella quale l'intestazione sarà: in nome del popolo italiano di tutte le regioni della nazione italiana.
Può darsi che qualcuno senta come inutili, superflue queste mie considerazioni. Retoriche no, perché non le faccio con retorica. Può darsi che appaiano inutili e allora voglio pensare, voglio sperare che siano scontate. Voglio pensare che sia eccessivo questo scrupolo. Ma anche se questo scrupolo è eccessivo, retrospettivamente eccessivo, ciò nondimeno mi fornisce il presupposto per una considerazione in più che debbo proporvi.
Io vi ho parlato di linguaggio, vi ho parlato di geografia, facendo una sorta di ricognizione sulle ragioni per le quali voi, lo credo, siete stati nel dovere - noi l'abbiamo dovuto far per primo - di spogliarci della nostra identità, almeno in parte. Però questa operazione va ripetuta e qui veramente non ci può essere né retorica, né inutilità. Questa operazione va ripetuta sostituendo al linguaggio parlato, il linguaggio concettuale.
Cosa intendo dire? Che riuscirete a giudicare, al meglio, questi imputati e questi fatti, a condizione e in misura direttamente proporzionale a quanto sarete capaci di impadronirvi del loro linguaggio concettuale. Questo è un passaggio fondamentale dell'intero processo.
Io son convinto che certi personaggi che son sfilati davanti a voi, vi hanno proposto dei modelli di comunicazione, dei modelli di ragionamento assolutamente inconsueti, per non dire in qualche caso indecifrabili. E guardino che non mi riferisco a certe acrobazie della comunicazione come quelle di cui ha parlato Brusca. Mi riferisco anche a qualche cosa di più semplice: alle acrobazie suicide della comunicazione di Giuliano.
Se loro pensano di poter trasferire gli avvenimenti, questi avvenimenti, che hanno come protagonisti persone così specifiche, nelle loro regole di comportamento e nelle loro regole di comunicazione, all'interno dell'ordinario, del nostro modo di comportarsi e di comunicare, cioè delle nostre regole di comunicare e di comportarsi, loro commetterebbero un errore.
Una quindicina d'anni fa circa - in una delle prossime udienze, se ho tempo, spero di poter venire qui munito di un certo testo - ecco, una quindicina d'anni fa circa, in un incontro di studi del Consiglio Superiore della Magistratura, fu svolta una straordinaria relazione da una persona, della quale faccio il nome e non ho bisogno di aggiungere altro: è Giovanni Falcone.
La quale spiegava, con criteri rigorosamente giuridici, appellandosi rigorosamente al Codice e a commento di una certa sentenza della Corte di Assise di Reggio Calabria nei primi anni '80, spiegava di come sia necessario per il Giudice che avvicina le realtà di certi gruppi criminali, storicamente e organizzativamente definiti e strutturati, impadronirsi dei parametri delle cosiddette subculture criminali specifiche.
Non so se qualcuno dei presenti ha avuto modo di leggere quella straordinaria relazione. Cosa voleva dimostrare il dottor Falcone? Giovanni Falcone voleva dimostrare la necessità di portare all'interno del processo indiziario massime di esperienza, senza le quali dal fatto noto non si deduce il fatto ignoto secondo una attempatissima regola di giudizio. Intendeva spiegare il dottor Falcone, appunto, che occorre la individuazione di massime di esperienza che il Giudice individua all'interno della subcultura criminale specifica e non all'interno di una cultura dell'ordinario, che non ha niente a che fare con la cultura della organizzazione criminale con la subcultura criminale specifica, alla quale riferisce il fatto e riferisce l'imputato.
Può essere che quello che vi sto dicendo appaia troppo radicale, appaia quasi un "aut aut" concettuale: o si ragiona così, o si sbaglia nel giudizio. No. Non è certo questo l'argomento che io voglio presentare alla Corte, altrimenti sembrerebbe un ultimatum, ma non avrei nessuna ragione per farlo. Ma è semplicemente per raccomandare, o per riaffermare la necessità di ricorrere ad una regola di analisi, ad una regola di valutazione, della quale il Pubblico Ministero non potrà fare a meno quando affronterà determinate pagine del processo.
Il nostro è un campo - parlo quello del Diritto, quello della Giustizia - nel quale c'è posto per tutti. Per dirlo in termini molto semplici: è un campo nel quale è facile orecchiare. E si orecchia continuamente sui problemi del diritto, in generale; e sui problemi dei processi, in particolare. E come succede spesso, a orecchiare il prodotto poi è di seconda qualità, per non dire addirittura di scarto.
Il diritto, il processo, non si presta agli orecchianti. Si presta a chi detiene la cultura specifica che occorre per giudicare, per avventurarsi nelle norme e per avventurarsi nelle prove.
Questo è un Paese al quale tutti noi siamo affezionati. Questo Paese è anche la patria dello spettacolo nazional popolare. Mi è venuto di prendere un appunto con queste parole, non so più se vadano bene. Anche il processo tende a questa spettacolarizzazione in chiave nazionale. Spettacolarizzazione come altra faccia del genere di commercio, processo che si vende.
Io ricordo, da ragazzino, leggevo sui giornali quando di quel processo, quando di un altro, che vi erano due schieramenti: gli innocentisti e i colpevolisti. E dico pure che, da ragazzino, da giovane, mi sembrava plausibile che ci potessero essere gli innocentisti e i colpevolisti. Ma questa semplificazione mi ha convinto e mi convince sempre meno.
Io non credo che esista un Giudice innocentista e colpevolista. Il Giudice affronta il suo dovere, perviene al momento in cui deve giudicare; e nel momento in cui giudica, è Giudice e basta, non è né innocentista e né colpevolista. Nemmeno il Pubblico Ministero è innocentista o colpevolista.
L'innocentismo e il colpevolismo fanno parte di culture collaterali al processo. Queste culture collaterali alimentano e svuotano gli argomenti più seri. Alimentano impropriamente o svuotano indebitamente anche gli argomenti più seri.
Di questi tempi, loro lo sanno, uno degli argomenti, così maltrattati dalle culture aspecifiche, è il Pubblico Ministero. Oggi parlare del Pubblico Ministero vuole dire parlare dello strapotere del Pubblico Ministero e basta. E io, dalle discussioni che sento, dalle discussioni che seguo - e non possono essere diverse da quelle che sentite e seguite voi - apprezzo la mancanza di un dato di riferimento fondamentale. Me lo lasci dire, signor Presidente, non la prenda come una divagazione della discussione, anche se forse potrebbe apparirle.
Non è molto tempo che ho sentito qualcuno dire che bisogna ridimensionare il potere del Pubblico Ministero per, in qualche modo, assicurare effettivamente la parità tra accusa e difesa.
Fare del nominalismo in questo modo, vuol dire far torto alla serietà dei problemi. Manca un elemento del problema, manca un dato forte del problema: di come si parla.
Il cosiddetto strapotere del Pubblico Ministero, non è altro che lo stradovere del Pubblico Ministero, sulla base del tipo di processo penale che siamo tenuti a praticare. Il Pubblico Ministero è l'organo motore di tutta la fase delle indagini preliminari. Fino alla sentenza di I Grado è l'organo motore dell'istruttoria dibattimentale.
Un Pubblico Ministero che non esercitasse fino in fondo le sue prerogative di Pubblico Ministero, sarebbe un Pubblico Ministero che viene meno ai suoi doveri.
Così come non ci può essere una parità fra accusa e difesa durante la fase delle indagini preliminari: bisognerebbe pensare all'imputato che può perquisire il Pubblico Ministero, o l'imputato che può fare... la persona sottoposta alle indagini che può fare le intercettazioni nell'ufficio del Pubblico Ministero.
Analogamente, davanti al Giudice, il Pubblico Ministero è gravato dal dovere di presentare e di formare la prova di accusa. Non è uno strapotere, è uno stradovere.
Tra noi e voi, tra il Pubblico Ministero e la Corte, non esiste una specie di elemento di compensazione, quale era rappresentata dalla vecchia istruzione formale. Oggi è il Pubblico Ministero direttamente che adisce il suo Giudice, nella fase delle indagini e nella fase del dibattimento.
Un Pubblico Ministero che si ridimensiona davanti ai propri doveri, è un Pubblico Ministero, che solo apparentemente, in posizione di uguaglianza rispetto alla difesa. É, più esattamente, un Pubblico Ministero che viene meno al suo dovere.
Potrei aggiungere che questo è il modello processuale che è stato posto a fondamento della... a fondamento e al traguardo della scelta garantista, compiuta dal popolo italiano, attraverso i propri rappresentanti. Ma, questo modello processuale, in quanto accusatorio, afferma il primato del Pubblico Ministero, nel momento stesso in cui lo costituisce nell'obbligo di provvedere da solo alla individuazione ed alla raccolta delle fonti di prova - questa è l'espressione tecnica - e lo costituisce nell'obbligo, da solo, di elaborare la prova a sostegno dell'accusa, elevata davanti al Giudice.
Primato rispetto alla prova di accusa, non primato rispetto alla difesa. La prova di accusa può essere fornita solamente dal Pubblico Ministero. Ha un monopolio della prova di accusa. Non può affrancarsi da questa situazione. É una situazione doverosa.
Ecco perché occorre - noi abbiamo cercato di farlo, cercheremo di dimostrarlo - occorre volersi sentire ancorati ad una professionalità specifica.
Questo processo ha bisogno di una professionalità ulteriore, rispetto a quella che un Pubblico Ministero è tenuto a mettere in campo. Ma lo stesso vale, e lo ripeto, credo per voi Giudici, così come vale per i difensori degli imputati.
Annotavo qui, un po' polemicamente: arriverà il momento in cui dovremo occuparci, seriamente, delle esigenze di controllo, di verifica, di analisi che pone, dentro il processo, il fenomeno della collaborazione.
Sarà un passaggio importante. Ieri - al più tardi ieri, ma anche ieri l'altro - l'argomento è stato sfiorato. Noi ci dovremo commisurare con il problema della collaborazione, non sotto un profilo di ordine generale, ma dovremo soffermarci sotto un profilo individualizzato, perché dovremo andare a controllare le nostre fonti di prova.
Noi proporremo alla Corte un progetto di verifica di alcune fonti di prova che noi, il Pubblico Ministero cioè, ha introdotto dentro al processo.
Cercheremo di fare questo lavoro con precisione, con onestà, senza fare del moralismo, né in un senso che nell'altro, cercando di avventurarci in una strada difficile - quale sicuramente è questa - con circospezione, con attenzione, con argomenti senza enfasi, senza a-priori. Con un taglio mentale per intendersi, ci proveremo.
Ben diverso da quello che ha fatto scrivere, qualche mese fa, su una locandina di un quotidiano cittadino, fino a riempire per intero la locandina con queste parole, che tra un attimo vi pronunzierò e che ricordo: "Pentito ferma lo shopping."
Il giorno dopo che la Corte esaminò, davanti alla Corte fu esaminato Ferro Giuseppe - quindi la data ed il fatto sono ampiamente noti alla Corte - la pubblica opinione veniva informata, attraverso una locandina, che il pentito, Ferro Giuseppe nella specie, aveva fermato lo shopping. Eravamo sotto Natale. Perché era il pentito che aveva fermato lo shopping, per caso?
Il fatto che il quartiere, i dintorni più vicini dell'aula, dove ci troviamo, siano sottoposti a misure di sicurezza di un certo tipo, è un fatto che appartiene solamente alla vigilia, al giorno in cui è stato esaminato Ferro Giuseppe?
A quella ignota locandina, posso rispondere a distanza che, il dottor Nicolosi ed io, abbiamo sentito decine di volte - apro le virgolette - pentiti, a Firenze; non sentiti in piazza della Repubblica dove sono i nostri uffici, li abbiamo sentiti qui, li abbiamo sentiti negli uffici della Direzione Investigativa Antimafia, al ROS dei Carabinieri, in Questura. Abbiamo mai fermato un qualche shopping? Le misure di sicurezza che hanno paralizzato lo shopping dei cittadini fiorentini, sono state imposte dal pentito?
Ecco perché bisogna - noi cercheremo di farlo - bisogna riportare i problemi nostri, del processo alle loro effettive dimensioni.
In aula non si fanno guerre di religione, il Pubblico Ministero non ne farà; in aula non si esercitano a priori, il Pubblico Ministero si promette di non farlo, crede di non averlo mai fatto.
Una curiosità. Chissà perché, questo scontro di cultura - che è una cultura che io chiamo dell'attenzione e della pazienza - è una cultura della approssimazione. Il confronto, il contrasto debba essere così accanito quando investe temi che riguardano la Giustizia, il Diritto e la sua applicazione.
A me vengono in mente gli argomenti con i quali venivano confutate le prime scoperte di Galileo. Galileo, con un cannocchiale - mi pare fossero le prime settimane del 1610 - aveva scoperto i satelliti che ruotavano intorno a Giove. E ne dette annunzio all'intera comunità scientifica, e non solo scientifica, internazionale dell'epoca, attraverso un famosissimo scritto: "Sidereus nuncius".
Voi vi ricordate contro chi si scontrava Galileo? Contro una affermazione scientifica, che scientifica non era, che aveva molto più che gli anni del cannocchiale. Gli argomenti che furono opposti a Galileo furono questi.
Il primo: avendo Galileo scoperto i satelliti di Giove con il cannocchiale, ma essendo il cannocchiale di per sé uno strumento piuttosto semplice, se ne deve dedurre che il cannocchiale nella sua semplicità fosse non conosciuto, conosciutissimo anche dagli antichi. I quali, però, essendo molto più intelligenti, avendo scoperto che uno strumento così semplice assicura delle conoscenze poco affidabili, l'hanno scartata. Ergo lo strumento utilizzato da Galileo, è uno strumento non affidabile.
Un altro argomento? Qual erano i corpi celesti ufficialmente in movimento, all'epoca di Galileo?
Il sole, la luna, Mercurio, Venere, Terra, Marte e Giove. Sette.
Ma Galileo, introducendo i satelliti di Giove, alterava questo numero, lo cambiava. Ma si poteva cambiare il numero 7? No, perché il 7 è un numero sacro. É il numero biblico; e non solo biblico: sette sono le piaghe di Egitto come sette sono le meraviglie del mondo. Quindi, non ci possono essere più corpi celesti rispetto al numero di 7.
Ma, l'argomento più bello e di natura filosofica, era questo. Gli astrologi hanno previsto tutti gli accadimenti della storia: per il passato, per il presente e per l'avvenire. Gli astrologi hanno esercitato la loro arte sulla base di ciò che si muove nell'universo, nel firmamento.
E siccome la previsione degli astrologi è una previsione completa, vuol dire che i corpi celesti in movimento, dei quali Galileo parlerebbe, non potrebbero in alcun modo modificare un risultato che ha già ottenuto la sua completezza.
Quindi i satelliti di cui parla Galileo, sono satelliti inutili, rispetto alla previsione che gli astrologi sono stati capaci di formulare. Ma può esistere, in "rerum natura", qualche cosa che sia inutile? No. Ergo che i satelliti non esistono.
É l'esperienza sensibile quella che deve accompagnare il nostro lavoro. É un controllo organizzato, serio, non passionale di quello che siamo riusciti - parlo per il dottor Nicolosi e per me - di quello che siamo riusciti a rappresentare alla Corte.
Il nostro scopo è stato fino qui, è stato fino all'ultima udienza, la rappresentazione. Ci siamo dedicati a questo unico obiettivo: la rappresentazione.
Oggi si tratta di illustrare e argomentare. Si tratta di rovesciare anche il modello razionale che abbiamo utilizzato fino ad oggi.
Abbiamo analizzato, con un'udienza dietro l'altra, davanti alla Corte, con l'aiuto della Corte, in contraddittorio con le altre parti. Oggi dobbiamo sintetizzare: dobbiamo sostituire il modello dell'analisi con il modello della sintesi. É l'operazione più difficile da compiere, proprio perché, anche per un fatto di abitudine, essendosi la mente abituata, sperimentato sulla capacità di scomporre, la capacità di sezionare, come si trattasse di particelle elementari - "corpus primum" le chiamava Lucrezio - oggi, invece, dobbiamo ricomporre; dobbiamo ricomporre in forma ragionata e dobbiamo ricomporre finalisticamente.
A che cosa assomiglia questa operazione? Durante tutte queste udienze, il Pubblico Ministero è come se si fosse trovato davanti ad una cornice, molto ampia, dentro la quale andavano collocate una ad una le tessere di un mosaico. Però, per le ragioni più varie, le tessere non potevano essere collocate fin dall'inizio l'una accanto all'altra. Ma si era nella necessità di collocarle l'una in un punto, l'altra in un altro e così via. Con una complicazione: che l'operazione di collocare la tessera in quel certo punto del mosaico, nel momento stesso in cui veniva compiuto, veniva anche illuminata. Ma di lì a poco, la luce si spostava nell'altra parte del mosaico, dove si andava a collocare l'altra tessera e la tessera precedente tornava nell'ombra.
Quando si è cominciato a collocare delle tessere vicine ad altre, già collocate precedentemente, si è intravisto come i bordi di una tessera combaciassero, più o meno bene, con i bordi della tessera che era già stata collocata in quel punto.
Oggi, secondo chi vi parla, le tessere sono state tutte messe al loro posto. E, allora, qual è l'operazione da compiere?
L'operazione da compiere è quella di accendere i riflettori su questo mosaico. Accendere i riflettori in maniera da cogliere, apprezzare, controllare se le tessere sono andate davvero, in maniera corretta, l'una accanto all'altra; se corrispondono le linee, i confini, i colori, il tratto del disegno; quali figure ne sono venute fuori, che immagine, che rappresentazione complessiva ne è venuta fuori.
Con una difficoltà di ordine pratico, notevole, della quale vi chiedo, prego la Corte di voler prendere atto: se noi portassimo la luce a ridosso di ogni singola tessera, potremmo fare in maniera minuziosa, questo lavoro. Questo vorrebbe dire che noi dovremmo chiedere alla Corte, un'attenzione di settimane, forse di mesi. Il che, non ci è consentito.
Allora dobbiamo accendere questa luce sul mosaico allontanandoci dalla superficie delle tessere. Potremmo accennarne le connessioni, la successione, la coerenza, l'armonia, ma non potremmo entrare nei particolari. Con tutto ciò, non possiamo nemmeno allontanarci troppo, non possiamo offrire una visione di insieme. Altro è sapere, altro è capire.
Dopo 160 udienze, il tipo di dimostrazione che il Pubblico Ministero è riuscito a dare: noi siamo convinti che è sostanzialmente capito. Abbiamo bisogno, però, per completare - come è giusto che sia fatto il nostro lavoro - abbiamo bisogno di darvi gli strumenti, di proporvi, di suggerirvi gli strumenti ulteriori, accessori, per sapere, oltre che capire. Cioè dire, per decifrare ciò che avete capito.
É un po' la metafora de "la legge di gravitazione universale". É stato un grosso problema per Newton, definire questa legge. É diventato abbastanza sciocco per ciascuno di noi capirlo, e siamo molto meno intelligenti di Newton.
Ma se dovessimo riformulare tutti i passaggi, attraverso i quali Newton è arrivato a formulare "la legge di gravitazione universale", avremmo delle difficoltà. Dovremmo chiedere a Newton - e certo il paragone non vuole essere riguardoso e tanto meno presuntuoso - dovremmo chiedere a Newton, anche senza entrare in tutti i passaggi anche i più di dettaglio del discorso, però, di farci una rappresentazione abbastanza intellegibile e, nello stesso tempo, del generale e del particolare.
Ecco la difficoltà notevole nella quale ci troviamo e alla luce della quale svolgeremo le nostre argomentazioni. Trovare la giusta distanza e riuscire, nello stesso tempo, a illuminare il generale ed il particolare, senza sfuocare sul particolare e senza far torto alla visione dell'insieme.
Io non so, Presidente, se possiamo... Se lei ritiene, magari, soffermarsi qui.
PRESIDENTE: Forse è meglio fermarsi qui.
AVV. Cianferoni: Presidente, chiedo scusa. Sono l'avvocato Cianferoni.
PRESIDENTE: Prego avvocato.
AVV. Cianferoni: Posso avere la parola?
PRESIDENTE: Certo.
AVV. Cianferoni: Prima che sia dichiarata chiusa l'odierna udienza, desidero rappresentare un inconveniente tecnico, segnalatomi dal signor Gioacchino Calabrò, recluso nel carcere di Viterbo, imputato di questo processo.
Mi diceva, il signor Calabrò, che non è in grado di sentire bene la requisitoria del Pubblico Ministero. In particolare, mi descriveva il tipo di inconveniente tecnico e mi diceva che la voce giunge con toni metallici e quindi come in questo momento, credo, giunga la mia alla Corte.
Ecco, quindi non è in grado di seguire attentamente...
PRESIDENTE: Ora viene regolarmente, la sua almeno.
AVV. Cianferoni: Ecco, di seguire attentamente i contenuti della requisitoria.
D'altra parte, mi diceva che si era prenotato per dirlo questo, per fare su questo una dichiarazione spontanea. Ma la dichiarazione spontanea non è giunta.
Osservo anche che, quando questo inconveniente... Io ho visto sul video Calabrò, che cercava di spiegare qualche cosa all'assistente che era lì, in loco; però l'immagine, poi, è sparita e non è più tornata.
Allora, con molta serietà e molta fermezza, io non mi sono permesso di interrompere il Pubblico Ministero mentre svolgeva le sue argomentazioni. Però, segnalo alla Corte che questo non è un modo che può definirsi, agli occhi di chi e alle orecchie di chi in questo momento parla, serio per dar modo ad un imputato di ascoltare le ragioni di chi lo sta accusando, di qui a quando questo processo sarà finito.
Quindi, io chiedo formalmente che la Corte voglia svolgere un accertamento approfondito sulle modalità di funzionamento del sistema di comunicazione a distanza. Perché mi giunge... Ecco, io non so se il signor Calabrò sta sentendo la mia voce, se potesse avere il mezzo per dar conferma alle mie parole e descrivere lo stesso fenomeno che ha descritto a me, al Signor Presidente.
PRESIDENTE: Ecco, allora io vorrei adesso essere collegato alla...
AVVOCATO Gramigni: Mi scusi, signor Presidente, innanzitutto se sono privo di toga.
Le segnalavo che stessa doglianza mi è giunta anche dal mio assistito Tutino che assiste...
PRESIDENTE: Nella stessa...
AVVOCATO Gramigni: ...alla stessa udienza...
PRESIDENTE: E precisamente...
AVVOCATO Gramigni: ...nella stessa...
PRESIDENTE: Cioè da...?
AVVOCATO Gramigni: Da Viterbo.
PRESIDENTE: Da Viterbo.
AVVOCATO Gramigni: Grazie.
PRESIDENTE: Allora vorrei sentire... Vorrei essere posto in collegamento con Viterbo.
ISPETTORE Carloni: Sì, signor Presidente, siamo in collegamento.
Dunque, per quanto riguarda le dichiarazioni spontanee dell'imputato Calabrò: avevo parlato con... ho parlato con l'assistente che è lì in aula a Firenze.
PRESIDENTE: Sì.
ISPETTORE Carloni: Senza interrompere il Pubblico Ministero, eravamo rimasti d'accordo che, appena terminata la requisitoria di oggi, avrei fatto presente, appunto, al Presidente, della dichiarazione del Calabrò.
Riguardo poi a come si sente dalla saletta: io do atto che il collegamento audiovisivo è attivato.
É evidente anche comunque a noi la voce giunge da un altoparlante. Per quanto sia, non è chiaramente umana.
PRESIDENTE: Capisco. Allora, se Calabrò desidera fare una dichiarazione spontanea, si accomodi.
IMPUTATO Calabrò: Buongiorno. Mi sente signor Presidente?
PRESIDENTE: Buongiorno.
IMPUTATO Calabrò: Signori della Corte, buongiorno.
Io volevo fare presente che non sono riuscito a seguire il discorso del Pubblico Ministero. Qualche parola l'ho capita, ma ogni dieci ne capivo la metà. Quindi il filo del discorso non l'ho assolutamente capito. É una voce qua, noi sentiamo una voce metallica. Non so se è metallico, o se è un ritorno di voce. Non so di che cosa si tratta, perché non sono un tecnico.
Io non so se noi siamo veramente dei prigionieri, senza nessun diritto. Perché sennò chiedo alla Corte di mettere qua un registratore, in modo che si registra quello che sentiamo qua e poi voi decidete sentendo il registratore.
Neanche la voce bene del mio avvocato ho sentito.
Vi ringrazio. Buongiorno.
PRESIDENTE: Prego.
Io vorrei adesso chiedere al supporto tecnico di avvicinarsi perché devo fargli una raccomandazione.
ISP. Scarabocchini: Signor Presidente, da Spoleto.
PRESIDENTE: No, no, passi di qua.
Lei ha sicuramente sentito le doglianze che sono state mosse. Mi rendo conto delle difficoltà che ci sono. Credo che si curi con la massima attenzione, da parte sua e da parte del presidio tecnico che è sicuramente a Viterbo, perché cosi dice la convenzione che regola questi rapporti, occorre che ci sia un presidio tecnico qui e uno lì.
E la raccomandazione è che, alla prossima udienza, si debbano eliminare, si eliminino al meglio questi inconvenienti.
Se ne è partecipe lei, il suo nome, mi scusi?
TECNICO TELECOM: (voce fuori microfono)
Fanti.
PRESIDENTE: Banti.
TECNICO TELECOM: (voce fuori microfono)
Fanti.
PRESIDENTE: Ah, Fanti. Grazie.
C'era Spoleto che voleva parlare?
ISP. Scarabocchini: Sì, signor Presidente. C'è l'imputato Pizzo Giorgio che vorrebbe fare delle dichiarazioni spontanee.
PRESIDENTE: Chi è che vuol fare delle dichiarazioni spontanee?
ISP. Scarabocchini: L'imputato Pizzo Giorgio.
PRESIDENTE: Allora ascoltiamo queste dichiarazioni.
IMPUTATO Pizzo: Buongiorno, signor Presidente.
PRESIDENTE: Buongiorno.
IMPUTATO Pizzo: Signor Presidente, non voglio essere ripetitivo, ma abbiamo lo stesso problema anche qua che segnalava il signor Calabrò.
PRESIDENTE: Ho capito.
IMPUTATO Pizzo: Addirittura quando parlava il signor Calabrò, c'era l'eco qua. Cioè, come c'è ancora. Sento anch'io l'eco della mia voce.
Ecco, c'è proprio un ritorno. Cioè, in maniera tecnica, non lo so spiegare purtroppo, però ci abbiamo questo problema, quando parlava il Pubblico Ministero a volte non si capiva granché.
PRESIDENTE: Ho capito, Grazie.
ISPETTORE Carloni: Signor Presidente, mi scusi...
Signor Presidente, mi scusi, è da Viterbo.
PRESIDENTE: Sì.
ISPETTORE Carloni: Noi non abbiamo sentito nulla di ciò che ha detto l'imputato Pizzo.
PRESIDENTE: L'imputato Pizzo ha detto che gli stessi inconvenienti, lamentati dall'imputato Calabrò Gioacchino, sono stati percepiti e sofferti dagli imputati detenuti nel carcere di Spoleto.
Quindi la raccomandazione fatta al presidio tecnico riguarda, deve riguardare anche la Casa Circondariale di Spoleto. E il collegamento con quell'istituto.
Per quanto riguarda il programma, tutti sanno, sappiamo che era stato tracciato un programma che non aveva tenuto conto delle difficoltà di avvio di questo tipo di comunicazione a distanza, che hanno impiegato, hanno occupato praticamente tre giorni. Anzi, tre: due mattine per intero e quel che è avanzato della terza mattina
Questo significa necessariamente che i tempi assegnati al Pubblico Ministero per la sua requisitoria e calibrati in relazione anche a esigenze di altri Uffici Giudiziari che partecipano alle multivideocomunicazioni, dovranno sfondare il termine che era stato assegnato. Perché si era detto che lunedì 30 avrebbero iniziato le parti civili a svolgere la loro difesa.
E mi pare insopprimibile che questo termine slitterà, e sentirò dal Pubblico Ministero, di quanto ritiene. Ma ce lo dirà, credo, verso la fine della sua requisitoria.
A questo punto io vi ringrazio. Si dispone la traduzione degli imputati detenuti in aula e la traduz... per quelli che non sono soggetti al regime del 41-bis, e per gli altri imputati detenuti presso le sale e gli ambienti destinati alle televideocomunicazioni.
L'udienza è tolta. L'udienza è tolta e viene rinviata a domani, giorno 26 marzo 1998, alle ore 09.00.