Home page Indietro Contatti Cerca nel sito RSS
Processo per la strage di Via dei Georgofili
I verbali del 1° dibattimento
collaboratori
consulenti
deleghe_in_corso_di_dibattimento
esame_imputati
esposizione_introduttiva
fascicolo_dibattimento
intercettazioni
lista_testi
polizia_giudiziaria
preparazione_esami_dibattimento
requisitoria
requisitoria_generale
richiesta_di_prove
sentenza_661998
sommario
udienze
vicenda_bellini
97_03_21.txt
97_07_04.txt
97_07_18.txt
98_01_16.txt
atto_di_impugnazione.txt
risc_fe.txt
riscont.txt
riscontr.txt

Note
Versione stampabile   
DIBATTIMENTO-1: esposizione_introduttiva/testo/0premess.txt


Premessa


Prendiamo la parola a questo punto, in quest'aula, in questo processo, davanti a questa Corte, per parlare esplicitamente dei fatti di questo processo.


Non c'è dubbio che il nucleo centrale del compito che il Pubblico Ministero deve ora assolvere è illustrare concisamente i fatti oggetto dell'imputazione, vale a dire:
- che cosa è effettivamente accaduto nei luoghi e nei giorni -e in molti casi nelle ore e nei minuti- che sono menzionati nel capo di imputazione ? Qual'è stata la dimensione, la portata effettiva degli avvenimenti ? Quali le conseguenze ?
- che ruolo hanno avuto questi imputati ?
- chi ha voluto, e per quale ragione, che questi fatti accadessero ?

Ma prima di avventurarci in questi problemi, che oggi vanno illustrati -da parte del Pubblico Ministero- solo come oggetto di un progetto di dimostrazione e di ricostruzione, vorremmo invitare la Corte a soffermarsi su una serie di considerazioni di profilo, per così dire, meta-processuale.

Normalmente il Pubblico Ministero non spiega le ragioni della sua presenza in un'aula di giustizia, davanti ad un collegio giudicante.
Si tratta di ragioni note -potremmo dire- e come tali non abbisognevoli di ricorrenti sottolineature, e tantomeno di improprie enfatizzazioni.
Ed invece, oggi, davanti alla Corte di assise di Firenze, ci sentiamo nel dovere di fare quello che normalmente si omette di fare: ci pare adeguato sottolineare, o almeno rammentare, questa volta, il ruolo del Pubblico Ministero in quest'aula.

Siamo qui, allora, non solo e non tanto perché ci compete il compito, il ruolo dell'accusa; non siamo qui per contrappuntare, in un rapporto dialettico, le ragioni e le iniziative della Difesa.
Se è costume affermare -ed è senza dubbio corretto- che davanti al Giudice vige la regola della simmetria: un'Accusa ed una Difesa equidistanti dal Giudice, mai come questa volta ci sembra che questa immagine -o schematizzazione per meglio dire- non definisca a sufficienza la nostra collocazione, la ragione vera della nostra presenza, il compito e le finalità che ci sono affidati.
Non è sufficiente quella schematizzazione, perché in questo processo -come del resto, lo ripetiamo, in tutti i processi- il Pubblico Ministero non è chiamato a materializzarsi, quasi magicamente (ma anche staticamente) al momento in cui l'accusato compare avanti al Giudice: non nasce "dal nulla" il Pubblico Ministero, così come la sua sorte non è il rientrare "nel nulla" allorché l'accusato si congeda dal Giudice.
In altri termini, l'equidistanza delle parti nei confronti del Giudice -la cosidetta regola della simmetria delle parti nel processo accusatorio- è senz'altro corretta, dogmaticamente ineccepibile, ma serve solo fino ad un certo punto a descrivere esaurientemente, non già le prerogative, bensì i compiti, i doveri, che competono all'ufficio che -il dottor Nicolosi ed io- rappresentiamo davanti al Giudice.

Ed infatti, il Pubblico Ministero si presenta davanti al Giudice, nello stesso momento in cui si presenta l'accusato, con un compito e con un dovere che non si riducono a quello di dialettizzarsi con l'accusato.
Al Pubblico Ministero compete non solo il dovere di rappresentare le "buone ragioni" dell'accusa, ma anche quello di rappresentare l'aspettativa di giustizia di tutti i titolari degli interessi offesi dal reato, ed infine, e soprattutto, il dovere di contribuire alla ricerca ed alla affermazione della verità storica dei fatti accaduti.
Il Pubblico Ministero non può e non deve commisurarsi con il "piano di difesa" dell'imputato, laddove per l'imputato vale la regola opposta: sia l'imputato un interlocutore inerte, o addirittura fisicamente non presente (si pensi agli imputati latitanti che non hanno designato fiduciariamente un difensore), ovvero sia un protagonista capace di articolate iniziative, il Pubblico Ministero è comunque costituito nel dovere di tutelare gli interessi al presidio dei quali è preposto e, per far ciò, è costituito nell'obbligo di essere comunque all'altezza delle "buone ragioni" dell'accusa, ragioni che, se "buone" effettivamente sono, saranno capaci di trasformare il materiale d'accusa nella prova della verità storica.

Essendo correttamente questo -del dott. Nicolosi e mio- il compito per l'assolvimento del quale siamo qui davanti al Collegio, non ci faremo influenzare, in senso neutro ben s'intende, da sollecitazioni diverse da quelle che hanno la loro origine -e la loro finalizzazione- nell'accertamento delle responsabilità penali per sette fatti di strage che hanno sconvolto, e quasi sempre insaguinato, per undici mesi, tre città del nostro paese.

Perchè stamo dicendo che l'accertamento delle responsabilità penali reali ed effettive rappresenta -nella sostanza- l'origine ed al contempo lo scopo del nostro lavoro in questa aula ?
Non sembri questa un'affermazione contraddittoria: tutta l'attività svolta durante le indagini preliminari ha avuto come suo fisiologico obbiettivo la ricostruzione della "verità storica" dei fatti accaduti. Ma le indagini preliminari non hanno lo scopo di produrre sentenze: servono solo ad individuare gli strumenti (le "prove") che, utilizzati al dibattimento, forniranno al giudice le conoscenze indispensabili per pronunciare la sentenza.
Quindi le indagini preliminari, che sono state il frutto del lavoro di questo ufficio del Pubblico Ministero e -prima che venissero riuniti, al procedimento per la strage di via de' Georgofili, i procedimenti per le stragi di via Fauro, di via Palestro, delle "chiese di Roma" e di Formello- anche degli uffici di Procura di Roma e Milano; le indagini preliminari -quindi- che sono state anche il frutto del lavoro articolato e continuo della polizia giudiziaria, hanno avuto come filo conduttore, come ago della bussola, l'esigenza di penetrare, sviscerare, la realtà dei fatti accaduti: la necessità di far emergere la verità storica.
Credo di poter dire che le prove delle quali andremo a chiedere l'ammissione saranno, dal punto di vista qualitativo -mi si passi l'espressione-, la miglior dimostrazione che questo processo non nasce -mi si passi anche questo termine- da alcun teorema, da alcun a-priori.
Le indagini preliminari sono state condotte non all'insegna di una qualche tesi precostituita bensì della regola, laica e mai ideologica, della individuazione di ogni spunto investigativo che fosse munito di una qualche concreta compatibilità con i fatti accertati, della elaborazione e della ripetuta verifica di esso, ed infine della sua valorizzazione alla sola condizione che concretezza e compatibilità si fossero, strada facendo, rafforzate fino ad alludere, non reversibilmente, alla dimensione della prova.


Il Pubblico Ministero presenta un processo "singolare", sicuramente unico nella storia giudiziaria di questo paese - un processo per sette fatti di strage, verificatesi in tre città diverse, nell'arco di 11 mesi: cinque volte questi sono stati cruenti, due volte non lo sono stati.
Tre città sono state scosse -ed una per ben quattro volte- dal rombo devastante dell'esplosivo. Per settimane, per mesi, ed a Firenze per anni, le città hanno mostrato - agli occhi di tutti- le loro ferite. Per interi quartieri sono occorsi giorni e giorni prima che la vita ricominciasse a scorrere con una qualche regolarità (e purtuttavia a ferite ancora aperte), prima che le persone potessero riprendere a condurre -in quei quartieri- le consuetudini e gli impegni di vita ordinari.
In quei quartieri, in quelle città, il delitto ha materializzato i suoi effetti con una concretezza inconsueta, con una (così la potremmo definire) invasività omnidirezionale irripetibile.
Se per lo più i delitti, anche i più gravi, non si insinuano, non si infiltrano più che tanto, nel tessuto sociale -e talora nemmeno in quello ristretto che fa da scenario al delitto stesso- i delitti di cui ci occupiamo invertono questa che, se non è una regola, è certo una massima di esperienza.
Talvolta, per non dire nella maggior parte dei casi, il delitto è solo occasionalmente legato al tempo ed al luogo in cui viene commesso: potremmo dire che il luogo del reato è spesso una variabile dipendente. Ed ora, invece, ci troviamo davanti a delitti nei quali il territorio, il luogo della loro realizzazione rivela un significato e una ragione essenziali. A delitti, quindi, fortemente territorializzati.


Ed eppure sarebbe errato affermare che si tratti di un processo per "fatti locali" o, per meglio dire, di un processo per una serie di "fatti locali".

A meglio guardare è un processo che definire "transcittadino" è anche improprio, come è improprio definirlo "transregionale".
E' molto di più, perchè è un processo i cui scenari sono ancora più ampi dei confini delle tre -anzi quattro, perché la terra di Sicilia è a sua volta scenario insostituibile e imprescindibile- regioni sulle quali la strage si è abbattuta, si è avventata.

E' un processo che ha molti, e lo dico senza retorica, profili di sovranazionalità.
Non formulo questa considerazione solo perché un cittadino del Marocco è morto nella strage di via Palestro, perché un cittadino dell'Indonesia è rimasto ferito nella strage di via Fauro, perchè un cittadino dell'Etiopia è anch'egli rimasto ferito nella strage di via Fauro, perchè un cittadino di Francia è stato ferito nella strage di via dei Georgofili, perchè un cittadino dell' Argentina ed uno del Brasile sono stati feriti in via Palestro, perchè nelle stragi di Roma del 27 e del 28.7.1993 sono rimasti feriti un cittadino del Belgio ed uno dell'Olanda.
La ragione vera di questa dimensione "sovranazionale" sta nella sovranazionalità del "vero danno", inteso nella sua dimensione meno tangibile -rispetto ai criteri che spesso immiseriscono le nostre valutazioni-: è un danno, quello "vero", che coniuga alla incolumità -offesa anche fino al sacrificio definitivo- delle persone, alla integrità -offesa- dei loro beni, di quelli materiali e di quelli immateriali, l'offesa, sovranazionale, ai simboli ed ai santuari della religione, quale che essa sia; così come è sovranazionale l'offesa ai simboli ed alle testimonianze della storia; come è stata sovranazionale l'offesa alle testimonianze dell'arte.

La religione, quale che essa sia, con i suoi simboli e con i suoi santuari, non è patrimonio di alcuna persona: fa parte del patrimonio dell'intera umanità. La storia è, per definizione, storia per, e di, tutta l'umanità. L'arte è patrimonio, nobilissimo, di tutta l'umanità.
E per affermar questo non c'è bisogno di far mente locale sulle statistiche, annuali e non, delle presenze di turisti di tutto il mondo a Firenze o a Roma, delle visite in musei e chiese: basta consultare le proprie coscienze per avvertire che religione, storia ed arte, sono -complessivamente- il codice genetico di ciascuno di noi, nel senso che è quel codice che ci legittima come appartenenti all'umanità: non a quella di oggi, o a quella che popolava il pianeta quando questi fatti sono successi, ma all'umanità di sempre, all'umanità di tutti: dei nostri contemporanei e dei nostri predecessori, anche dei più lontani.

Non sbaglierebbe chi volesse definire questo processo come un processo per "offesa all'umanità".

Scorrendo le pagine della storia di questo Paese degli ultimi decenni non è dato imbattersi in vicende che presentino caratteri di somiglianza con quelle di cui si deve occupare questa corte d'Assise: non vi è somiglianza quanto a ciascuno dei parametri sulla base dei quali -come è logico che sia- si formula un giudizio di importanza, o di gravità, di fatti che investono la vita di una comunità nazionale. Mi riferisco -ben s'intende- a fatti di natura criminale.
Ecco infatti quali constatazioni -ancora embrionali a questo punto del processo e, per voi Giudici, solo nella dimensione di una serie di interrogativi- suggerisce già questa prima tappa di avvicinamento ai fatti di questo processo:

- l'esistenza di un'organizzazione, "cosa nostra", che è stata, fortemente e tenacemente, radicata in un territorio del Paese, con i suoi "ordinamenti interni", le sue gerarchie, le sue "regole di comportamento";

- la pratica della sopraffazione e del sangue, quale tratto distintivo ed inconfondibile di questa organizzazione; assieme alla pratica dell'opportunismo e del condizionamento incruento dispiegata -dosandola con quella della forza- nei confronti dei poteri legittimi costituiti nello Stato.

- l'esportazione di questa pratica -e non è la prima volta che ciò accade-, della sopraffazione e del sangue, nel territorio continentale dello Stato nel biennio 1993-1994.

- la concretizzazione di questa pratica, nel biennio 1993-1994, attraverso l'approntamento di moduli organizzativi ed operativi, moduli che sono stati interpretati, attuati, in primo luogo, da uomini fidati e pronti a tutto, ovvero per la cui attuazione si è fatto ricorso ad altre persone la disponibilità delle quali poteva, comunque, ottenersi.

Una organizzazione, quindi, che ha agito come una formazione di tipo militare -come un esercito- e che si è avventata nelle vie e nelle piazze delle città con furia distruttrice, deliberatamente insensibile alla differenza che c'è tra gli esseri umani e le cose. In altri termini: che ha messo sullo stesso piano gli esseri umani e un marciapiede, gli esseri umani ed un fabbricato, gli esseri umani e un'automobile in sosta. E che, ad onta ed in parallelo a questa voluta cecità, ha razionalmente valutato e calibrato la portata dell'offesa alle memorie ed ai simboli immmortali dell'umanità nello stesso contesto in cui indirizzava razionalmente la propria capacità di violenza anche nei confronti di un conosciuto uomo di televisione e nei confronti di uno di coloro che avevano deciso -ed osato- infrangere la più importante delle regole dell'organizzazione.
Che straordinario paradosso ! Costanzo e Contorno hanno avuto, entrambi, lo stesso torto: quello di parlare: E li si è voluti colpire nello stesso modo e per la stessa ragione per la quale si è voluto colpire, in via Georgofili, in via Palestro, a San Giovanni in Laterano, persone che non avevano mai avuto alcun torto. Se uno ne avevano era quello di far parte di una società civile che, pur tra indicibili travagli e sofferenze, continua a pretendere la libertà di pensare, di decidere, di parlare, di frequentare chiese e musei, neutralizzando, quando occorra, i tentativi -da chiunque provengano- di soffocare questo che è il tratto inconfondibile di ciascun uomo.
Di una furia distruttrice siffatta il passato ci consegna il precedente delle orde barbariche e, nel nostro secolo, solo degli eserciti in tempo di guerra -e di uno in particolare, tra quanti hanno spadroneggiato per le contrade del nostro paese-.

Non è retorica, nè una forzatura: il capo di imputazione ben poco ha da invidiare (sia detto non con sarcasmo, ma solo con amarezza) ad un bollettino di guerra: cinque i morti di via dei Georgofili e cinque i morti di via Palestro; ventiquattro i feriti di via Fauro, trentotto quelli di via de' Georgofili, dodici quelli di via Palestro, ventidue i feriti di San Giovanni in Laterano e di San Giorgio al Velabro. E quanti i fabbricati sventrati, o quelli che hanno preso fuoco, i tetti che sono crollati, le case che sono rimaste inabitabili ? E chi può calcolare, anche solo approssimativamente, le ferite dei sentimenti e degli affetti, le ferite dello spirito ?

_____________

Il mestiere del magistrato, giudice o pubblico ministero che sia, richiede non solo l' "uso" del codice -"uso" che comunque rimane imprescindibile e preliminare- bensì anche l'utilizzo di modelli di osservazione e di analisi non codificati e non codificabili.
Occorre -e del resto si tratta di un'operazione che chiunque compie quotidianamente- orientare l'attenzione sull'elemento di dettaglio e di lì a poco sul "contesto" generale: zoomare nella realtà; ovvero, soffermarsi sul momento, sulla frazione temporale, e poi adottare il parametro del medio e del lungo periodo. In altri termini, isolare il singolo accadimento, magari dopo averlo accompagnato nelle fasi della sua genesi, e poi rapportarlo -sincronicamente o diacronicamente- ad altri accadimenti. In sintesi: un'operazione di andata e ritorno, nello spazio e nel tempo, di volta in volta da modellare a seconda di come si atteggia l'esigenza della migliore capacità di dimostrazione unita alla massima essenzialità della rappresentazione.

Una celebre definizione della chimica spiega come si tratti di una scienza fondata sull'analisi combinatoria degli atomi; applicandola al nostro lavoro, potremmo dire che il processo è la raccolta e l'analisi combinatoria della prova. L'accento si sposta sul secondo termine, l'analisi cioè: l'obbiettivo al quale non si può non tendere è un'analisi che, combinando le prove raccolte, pretenda di sostituire un insieme indifferenziato e, come tale, povero di conclusioni, con un una serie di insiemi intrinsecamente coerenti a globalmente coordinati. In quanto tali, capaci di fornire una serie di "rappresentazioni" attendibili ed esaurienti dei fatti accaduti.

Accingendosi ad ascoltare questa illustrazione a carattere programmatico che il Pubblico Ministero si accinge a calare nella realtà dei fatti oggetto dell'imputazione, e soprattutto in vista del momento in cui si tratterà di rendersi conto delle ragioni per le quali -da parte del Pubblico Ministero - si chiederà di poter introdurre le une e le altre prove, il Giudice necessiterà di alcuni criteri in assenza dei quali avrà -come dire- delle difficoltà a dirimere il ricorrente interrogativo sulla pertinenza del mezzo di prova con l'oggetto dell'imputazione e quindi del processo.
E' vero che il Giudice è legittimato a sanzionare negativamente le richieste di prova solo a condizione che esse denuncino (a parte il caso della "prova vietata dalla legge") una manifesta superfluità o irrilevanza, ma è pur vero che un sia pur modesto fumus di pertinenza e di rilevanza la parte, che presume essere -il giudice- del tutto inconscio della relazione che può intercorrere, probatoriamente, tra l'imputato ed il fatto, è tenuto a enunciare e, in qualche modo, a documentare.

Non sarà pertanto improprio, fin da ora, fornire quelle che potremmo chiamare le coordinate di ordine generale della "vicenda delle stragi".
Se, infatti, all'inizio abbiamo detto che il Pubblico Ministero "presenta un processo singolare", lo abbiamo detto per tutta una serie di ragioni, alcune delle quali abbiamo cercato di illustrare alla Corte ed altre delle quali Le sottopponiamo ora.
Il capo di imputazione, infatti, menziona alcune, numerose anzi, persone, ma fin dalle prime righe menziona un soggetto, un soggetto collettivo per l'esattezza, che viene indicato con la denominazione "cosa nostra" .

E' questo il soggetto centrale -e si tratta di un soggetto criminale collettivo- del nostro processo: è infatti quell'organizzazione criminale nota con la denominazione di "cosa nostra" che ha ideato e deliberato questi delitti; è questa l'organizzazione che li ha realizzati; è questa organizzazione alla quale hanno appartenuto, o appartengono, o con la quale comunque hanno avuto rapporti gli imputati.

Le ragioni di questi delitti le ha elaborate "cosa nostra". Questi delitti sono delitti eseguiti da "cosa nostra"; questi imputati sono quel soggetto collettivo, sono "cosa nostra". In altre parole: è per il loro legame con "cosa nostra" che hanno commesso i reati oggetto dell'imputazione; ed è per questo che, quasi in rappresentanza di "cosa nostra", sono imputati in questo processo.

Ed allora, se hanno un ruolo centrale -dal punto di vista della prova- la materialità dei fatti accaduti, anche ai fini della loro qualificazione giuridica, e i comportamenti individuali (che andranno ricostruiti non solo sul piano esecutivo, ma anche in quello organizzativo in senso lato ed organizzativo in senso specifico e diretto, oltre che in quello ideativo), non si dovrà mai perdere di vista il soggetto criminale collettivo che ha costituito, mi si perdoni la citazione, il primum movens dell'intera stagione delle stragi.