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N. 3309/93 R.G.P.M.
N. 12/96 R.G. Corte di assise

APPELLO del Pubblico Ministero avverso la sentenza della Corte di Assise di Firenze del 6.6.1998, con la quale:

BENIGNO Salvatore veniva assolto dai delitti di cui ai capi E), F), G), H) - strage di Firenze del 27.5.1993 e delitti connessi - del decreto che dispone il giudizio su richiesta del Pubblico Ministero del 28.3.1996;

CANNELLA Cristoforo veniva assolto dai delitti di cui ai capi I), L), M), N),- strage di Milano del 27.7.1993 e delitti connessi -; O), P), Q), R), - stragi di Roma del 27.28.7.1993 e delitti connessi; S), T), U), V), strage di Formello e delitti connessi del 14.4.1994; del decreto che dispone il giudizio su richiesta del Pubblico Ministero del 28.3.1993; nonché dai delitti di cui ai capi A), B), C), - strage dello Stadio Olimpico della fine del 1993, inizi del 1994 - del decreto che dispone il giudizio su richiesta del Pubblico Ministero del 21.5.1996;

CALABRO' Gioacchino veniva assolto da tutti i delitti contestatigli ad eccezione dei delitti di cui ai capi E), F), G), H), - strage di Firenze del 27.5.1993;

GIACALONE Luigi veniva assolto dai delitti di cui ai capi A), B), C) D), - strage di Roma, via Fauro, del 14.5.1993 e delitti connessi; E), F), G), H) - strage di Firenze del 27.5.1993 e delitti connessi -; del decreto che dispone il giudizio su richiesta del Pubblico Ministero del 28.3.1996;

PIZZO Giorgio veniva assolto dai delitti di cui ai capi A), B), C), D) - strage di Roma, via Fauro, del 14.5.1993; I), L), M), N),- strage di Milano del 27.7.1993 e delitti connessi -; O), P), Q), R), - stragi di Roma del 27.28.7.1993 e delitti connessi; del decreto che dispone il giudizio su richiesta del Pubblico Ministero del 28.3.1993; nonché dai delitti di cui ai capi A), B), C), - strage dello Stadio Olimpico della fine del 1993, inizi del 1994 - del decreto che dispone il giudizio su richiesta del Pubblico Ministero del 21.5.1996;

TUTINO Vittorio veniva assolto da tutti i delitti contestatigli ad eccezione dei delitti di cui ai capi S), T), U), V), strage di Formello e delitti connessi del 14.4.1994;


1. Premessa
La sentenza che, in parte, si impugna merita preliminarmente una riflessione complessiva in ordine alla obiettiva compiutezza della trattazione, sia con riferimento agli episodi oggetto di imputazione, sia in ordine alle singole implicazioni negli stessi.

Permodochè, anche per gli aspetti oggetto di gravame, risulta agevole far riferimento agli elementi descrittivi dedotti in modo analitico nella motivazione, salvo doverne divergere, parzialmente, nelle conclusioni assolutorie.
Le quali si riferiscono, come esposto nell'intestazione, a Cannella Cristoforo, Pizzo Giorgio, Giacalone Luigi, Calabrò Gioacchino oltreché, su un diverso piano a Tutino Vittorio e Benigno Salvatore.

In particolare, sembra anzitutto da censurare, a parere del Pubblico Ministero, l'affermazione della Corte, rinvenibile nelle decisioni relative, appunto, a Cannella, Pizzo, Giacalone e Calabrò, secondo la quale la parziale assoluzione di costoro, pur in un quadro di motivato sospetto, risponde a un criterio di prudenziale apprezzamento delle risultanze processuali, talvolta testualmente prospettato (v. ad es. per Calabrò pag. 1110) come adozione di una vera e propria formula dubitativa.
Il fulcro di dette parziali assoluzioni risulta chiaramente espresso in sentenza (v. pag. 726 a proposito della posizione di Giacalone Luigi) nella ricusazione, da parte della Corte, della prospettazione accusatoria relativa ai cc.dd. "uomini cerniera" -qualità che accomuna le posizioni ora menzionate-, sull'argomento che la responsabilità per i fatti di strage non potrebbe solo derivare dallo stretto rapporto fiduciario coi "capi" (che gli appellati in questione indubitabilmente avevano); dovendosi, invece, poter effettuare, per giungere a condanna, una positiva ricognizione sul personale grado di coinvolgimento di ciascuno nei singoli episodi delittuosi. E ciò, ancora, perché altro è, secondo la Corte, conoscere l'esistenza d'un programma criminoso e, al più, sentirsi astrattamente "a disposizione", altro è fornire, per l'attuazione di detto programma, una disponibilità concreta, trasfusa in comportamenti obiettivabili e causalmente efficienti in funzione del reato.

Orbene, non v'è dubbio che posto nei termini ora detti, il ragionamento della Corte ha una sua conducenza e può apparire senz'altro convincente. In quanto, ammessa l'esistenza di un programma di stragi e ritenuta la (necessaria) presenza di taluno che, di quel programma, possiede la direzione strategica, è un fatto abbastanza pacifico che la pura e semplice contiguità ai "titolari" del programma non potrebbe costituire, da sola, indice di responsabilità penale a carico del soggetto "contiguo". Cosicchè, scendendo più nel concreto, è evidentemente da escludere che la "semplice" vicinanza a Bagarella, Graviano o Messina Denaro, per ragioni di "rango" e di status mafioso, nel periodo delle stragi, costituisca da sola elemento in grado di fondare un giudizio di penale responsabilità.

Va osservato, peraltro, che nel momento in cui veniva individuato, da parte del Pubblico Ministero, il fondamento della responsabilità delle persone oggi destinatarie del gravame, e a tale scopo veniva confezionata la definizione di "uomini cerniera" o anche "colonnelli" o ancora "mandatari" (per esaltare il loro potersi contestualmente riferire, da un lato ai capi e dall'altro agli esecutori), ciò aveva riguardo a soggetti in relazione ai quali era (ed è, alla luce della sentenza) del tutto pacifico un concreto e fattuale coinvolgimento nella organizzazione ed esecuzione delle stragi: talmente acquisito, vien fatto di osservare, che per tutti è stata accolta, in relazione ai fatti per cui ciascuno è stato condannato, la richiesta di condanna alla pena dell'ergastolo.

In verità, il coinvolgimento delle persone di cui si discute è correttamente e in modo compiuto delineato nella motivazione, risultando carente, semmai, una sua valutazione complessiva; che, invece, appare indispensabile per l'esatta "collocazione" degli "uomini cerniera", non solo in quanto collegati alla realtà mafiosa del mandamento di Brancaccio ovvero come per Calabro' ai vertici deliberativi delle stragi (Bagarella e Messina Denaro in particolare), bensì in quanto concretamente introdotti nel programma fin dalla fase organizzativa dei primi attentati. Ove una tale valutazione venga svolta, è di tutta evidenza la qualità e la rilevanza del contributo fornito, ab initio, proprio da Cannella, Pizzo, Giacalone e Calabrò.

Ed invero: non sarà senza significato che, immediatamente a valle del primo aprile 1993, data in cui è certo che la campagna fu definivamente varata, troviamo Cannella (già presente con Giuseppe Graviano nel luogo della riunione del primo aprile) al fianco di Scarano, prima nella nota vicenda del trasporto di hashish (19 - 20 aprile) e immediatamente dopo a Roma (intorno al 10 maggio) a coordinare le persone che saranno materialmente impiegate in Via Fauro. Tra l'altro è proprio questa l'occasione in cui Cannella formula a Scarano la richiesta, poi ribadita da Giacalone, di lì a poco, della disponibilità di un appartamento a Roma, evidentemente in vista della necessità, già in quel momento, di un appoggio stabile, per ragioni che è drammaticamente facile intuire.
Ed è sempre del 19 aprile il contatto procurato da Cannella a Scarano, nei confronti di Giacalone, presso l'autosalone del quale Scarano viene "parcheggiato" al momento del suo arrivo a Palermo via Napoli.
Sono gli stessi giorni nei quali Calabrò fa opera di convincimento nei confronti di Vincenzo Ferro al fine di procurare l'appoggio presso Messana. Tanto che il 27 aprile Ferro, come dichiara e com'è riscontrato, è già in aereo per raggiungere lo zio a Prato.
Ed ancora, fin dal 7 maggio, in occasione di una seconda trasferta "fiorentina" di Calabrò e Vincenzo Ferro, già si riscontra la personale implicazione di Giorgio Pizzo, con il quale vi è un appuntamento in Roma proprio per raggiungere la casa di Messana.

Questa è, in buona sostanza, la premessa metodologica: non già un astratto "posizionarsi" del Cannella, del Pizzo etc. in funzione "istituzionalmente" intermedia tra, per es., Graviano da un lato e Lo Nigro o Benigno dall'altro; bensì un concreto partecipare, dagli esordi, appunto in funzione organizzativa e di "raccordo" - potremmo dire "semidirettiva" - ai fatti di strage. Il che ha implicato come è logico, la necessità, per questi organizzatori "sul campo", di un coordinamento e di una integrazione tra di loro a nient'altro funzionali se non alla realizzazione, condivisa, di più fatti di strage tra loro geograficamente e cronologicamente coordinati e integrati.
Con la conseguenza che non è tanto da valutarsi la compatibilità logica tra il "rango" mafioso di Cannella e degli altri (tutti e quattro uomini d'onore) e una loro ipotetica ignoranza rispetto a eventi di questa gravità e impegno operativo (le stragi appunto), sussunti a iniziative di mandamento (ché tali erano all'evidenza); quanto chiedersi se vi sia spazio - dato per ammesso il ruolo preminente, nel mandamento, dei soggetti di cui si discute - per una loro esclusione da "pezzi" di programma, ovvero per un loro coinvolgimento "intermittente", tantopiù nell'ambito di una "campagna" protrattasi per un periodo non particolarmente lungo e nella quale, quindi, come vedremo tra breve, già l'intreccio delle date dei diversi progetti criminosi costituisce elemento di fondamentale rilievo probatorio.


1.A - La posizione di CANNELLA Cristofaro.

Proviamo ora a svolgere queste conclusioni facendo riferimento - ma, come vedremo, si tratta di un ragionamento da ripetere anche per Giacalone, Pizzo e Calabrò- alla posizione di CRISTOFARO CANNELLA. Egli viene più che adeguatamente contestualizzato dalla Corte in ordine al suo particolare rilievo nel mandamento di Brancaccio e alle sue relazioni con Giuseppe Graviano, tanto da essere implicato, a seguito dell'arresto di quest'ultimo, in compiti di "reggenza".

Sono questi, in sostanza, i connotati della personalità di Cannella che fanno affermare alla Corte l'esistenza di una sorta di "necessarietà" a priori del ruolo di costui nelle stragi: intuizione acutissima e da sottoscrivere totalmente. Senonchè, poi, la Corte non ne trae le conseguenze che appaiono, invece, al Pubblico Ministero, doverose, in punto di complessiva responsabilità penale del Cannella: una volta accertata, come lo è incontrovertibilmente nella fattispecie, una sua diretta implicazione nella strage di v. Fauro (da cui correttamente si "deriva" un coinvolgimento anche nei fatti di Firenze), e una "conclusiva" partecipazione all'episodio di Formello in danno di Salvatore Contorno.

Se, infatti, Cannella è personaggio il cui "spessore", nel contesto mafioso al quale appartiene, ha le connotazioni compiutamente delineate in sentenza; e se da ciò consegue una sua dimostrata partecipazione agli episodi che introducono (Fauro) e articolano (Formello) il programma di stragi, quid iuris circa il coinvolgimento di Cannella nei segmenti di programma intermedi (Roma e Milano) ovvero apparentemente successivi (Olimpico)? Vi sono elementi obiettivi che consentono di sancire una estromissione di Cannella dal programma (aldilà di irrilevanti considerazioni su eventuali problemi di "funzionalità" che si sarebbero riscontrati, da parte dei "correi", nella sua materiale partecipazione all'esecuzione delle stragi) ?. Evidentemente no, tanto che Cannella sarà direttamente implicato nei fatti di Formello, successivi agli episodi di Roma e Milano.

Ne discende pertanto, a parere del Pubblico Ministero, che una affermazione di estraneità del Cannella ai reati dai quali è stato assolto, finisce per costituire, in difetto di qualsiasi elemento in grado di far ipotizzare un "taglio" del filo che lega questo imputato al programma stragista di cui si tratta, un risultato non rispettoso delle premesse dalle quali, non tanto il Pubblico Ministero, quanto la stessa Corte è partita. E questa conclusione, si badi, non è qui proposta solo come una ricostruzione logica da contrapporre, secondo un criterio di preferibile ma inconcludente plausibilità, a quella prescelta dalla Corte; al contrario si ritiene che questa e non quella sia la ricostruzione da prescegliere ma solo alla luce di obiettive risultanze di fatto, peraltro già in parte richiamate.

Affrontando la problematica della responsabilità di CANNELLA da un altro angolo visuale e premettendo che è stata pronunciata condanna a suo carico per la strage in via Fauro e, quindi, per "estensione", anche per i fatti di Firenze, stante l'intreccio che pacificamente lega nella tempistica (e, perciò, nell'organizzazione), i due episodi; tanto premesso e se il ragionamento che "abbina" via Fauro e Firenze è, per le ragioni note, assolutamente ineccepibile, è altrettanto pacifico che, anche con riferimento agli altri fatti di strage, esiste tutto un sovrapporsi di situazioni preparatorio-esecutive che certamente non consente - almeno nei confronti degli "uomini cerniera" depositari della fase organizzativa del programma - di isolare atomisticamente i singoli episodi: portandosi, tendenzialmente, attenzione al solo momento strettamente consumativo dei singoli fatti di strage.

Da cui consegue che non può non essere rilevante, proprio per la posizione di Cannella, ma non solo, l'obiettivo intrecciarsi della vicenda di Formello con i fatti dell'Olimpico e, a sua volta, l'incrocio di tempi che certamente esiste tra gli attentati alle chiese, a Roma, con i sopralluoghi che, ad opera di Spatuzza, già venivano contestualmente effettuati proprio in vista dell'attentato all'Olimpico (siamo addirittura, per questi "adempimenti", secondo le affermazioni di Scarano, all'inizio del mese di giugno 1993; quindi ancora una volta, in piena fase di avvio di programma). Non sarà senza significato, del resto, in questa prospettiva di comportamenti stabilmente integrati, che anche Cannella, come Giacalone, si ponga alla ricerca, nei termini già accennati, di un'abitazione in Roma: dove evidentemente, ripetesi, la necessità di una sistemazione in pianta stabile è più avvertita per la buona ragione che il programma, già nella rappresentazione certamente datane a Cannella, nel momento in cui gli si richiede questo "servizio", prevede colà attentati "in serie".

Né può essere svalutato, per Cannella come per gli altri, sempre nella prospettiva di una comune progettualità, dalla quale discende una unitarietà organizzativa iniziale, il cospicuo elemento delle lettere "anonime". E' dimostrato che queste missive, nelle quali è praticamente preannunciato l'attentato allo Stadio Olimpico, erano già state redatte in epoca anteriore alla consumazione delle stragi del 27-28 luglio a Milano e Roma, tanto che vennero custodite, prima della loro spedizione presso Di Natale. Ancora una volta viene quindi confermato quello che sopra è stato definito un "incrocio" di tempi, dal quale evidentemente non può non conseguire una comune e generale responsabilità della fase organizzativa delle stragi.


1.B Posizione di PIZZO Giorgio.

Sulla stessa linea del ragionamento svolto per Cannella si pongono i rilievi nei confronti della posizione di GIORGIO PIZZO: anch'egli si relaziona direttamente a Giuseppe Graviano, anch'egli, all'arresto di questi, è in predicato per la reggenza del mandamento.

Di talchè, anzitutto, non si comprende come debba valere per Cannella ma non per Pizzo l'assunto in base al quale, data la prova del coinvolgimento in uno dei due primi episodi, ne deve conseguire - per la più volte affermata configurazione unitaria dei due episodi criminosi (dal punto di vista dei tempi e dei modi di preparazione) - anche la responsabilità per l'altro, alla luce della circostanza, già segnalata, che la diretta implicazione nella preparazione del secondo è vistosamente precedente l'esecuzione del primo.
Ovviamente valgono anche per Pizzo tutte le argomentazioni svolte in precedenza, a dimostrazione delle ragioni che, ad avviso del Pubblico Ministero, legano tutti i così detti "uomini cerniera" a tutti i fatti di strage oggetto di imputazione.
Con l'aggiunta, a suo carico, di quell'acclarato ruolo di "cassiere" da cui, già per la stessa Corte, conseguono "forti indicazioni di un suo totale coinvolgimento in tutti i fatti per cui è processo" (p. 1055).

E' indubbio, infatti, che un simile ruolo di dispensatore dei fondi della "cassa", tanto più in relazione ad un programma che vede più persone posizionate "in continente" anche per tempi considerevoli, quasi di per sé solo è in grado di sancire una responsabilità diretta nei singoli fatti commessi; in occasione dei quali, e della loro preparazione, era certamente Pizzo, in base a quanto risulta circa la sua funzione di "cassiere", a procurare la provvista per le "trasferte". E questo sia nel periodo in cui i Graviano erano in libertà, sia nel successivo periodo della "reggenza" di Nino Mangano.

In conclusione, anche alla luce della delicata funzione che Pizzo aveva, appare, per così dire, non concretamente proponibile una sua "utilizzazione" intermittente nella campagna di strage.

A conclusione dell'esame delle posizioni di CANNELLA e PIZZO si segnala la circostanza che l'uno e l'altro, pariteticamente con A. Mangano, furono officiati da Giuseppe GRAVIANO (vd. lettere sequestrate a Mangano al momento dell'arresto) del compito di dirigere la famiglia e quindi l'intero mandamento; decisione -questa di GRAVIANO- che smentisce ogni ipotesi di una fiducia limitata, o "intermittente", o affievolita, accordata loro dal vertice del mandamento. Situazione questa da traguardare non su generiche e astratte capacità criminali dell'uno o dell'altro, bensì sul programma criminale che più a fondo aveva per buona parte del 1993 messo alla prova la capacità del quadro direttivo e militare del mandamento, vale a dire la campagna delle stragi alla quale (il che non è dubitabile) anche CANNELLA e PIZZO appunto avevano apportato il loro contributo operativo.
E d'altra parte, dal momento che il triumvirato officiato da Giuseppe GRAVIANO avrebbe esercitato funzioni direttive anche nei confronti di coloro che il programma avevano portato sul campo approntando l'esplosivo, dislocandosi nelle varie città, realizzando le autobombe e conducendole infine nei luoghi dove dovevano esplodere (vd. quelle parti delle lettere che sono rivolte ai vari "bingo" (Lo Nigro), "ghiaccio" (Barranca), "olivetti" (Giuliano), "cacciatore" (Grigoli), "bambino" (Benigno)), è impensabile che l'investitura deliberata a favore anche di Cannella e di Pizzo potesse, retrospettivamente, contraddire una fiducia accordata loro, nei nevralgici ultimi mesi, solo in modo intermittente e quindi in termini fortemente limitativi.


1. C - La posizione di GIACALONE Luigi.

Analoghe considerazioni anche per quanto riguarda GIACALONE LUIGI, sulle cui strettissime relazioni con Nino Mangano, e anche con Bagarella e Giuseppe Graviano, la sentenza, peraltro, si intrattiene in modo più che esaustivo.

Vale, per Giacalone, quanto già esposto, particolarmente sui suoi iniziali contatti con Scarano, nella fase di avvio della "campagna", e sulla richiesta a quest'ultimo dell'appartamento a Roma, nella prospettiva più volte diffusamente delineata.

Vi è, poi, per Giacalone, l'elemento, anch'esso trasversale ai diversi episodi di strage, della messa a disposizione, ab initio, su richiesta di Giuseppe Graviano, di auto variamente utilizzate dagli stragisti, secondo quanto la stessa Corte pone, ancora una volta compiutamente, in giusta evidenza.

Senonchè, a fronte di tali acquisizioni, che parrebbero in verità decisive ai fini della piena prova del completo coinvolgimento di Giacalone (in quanto si tratta di una condotta che si è dispiegata per l'intero periodo dell'attività delittuosa contestata e a partire dalla sua fase preparatoria), la Corte ritiene non compiutamente dimostrata la responsabilità di Giacalone per l'attentato a Costanzo e per quello agli Uffizi.

Detta conclusione viene fatta discendere, in sostanza, dalla affermazione di Grigoli secondo la quale Giacalone ebbe inizialmente a confidargli un suo sospetto, all'apparenza ipotetico, circa la possibile responsabilità del "gruppo" nei fatti di via Fauro e Firenze in relazione alle richieste fattegli di auto con targhe del nord e alle assenze che a queste consegne di vetture conseguivano.

Si ritiene pertanto, da parte della Corte, l'insufficienza probatoria di una responsabilità concorrente da parte di Giacalone nei menzionati fatti, per la difficoltà di rapportare confidenze quali quelle ricevute da Grigoli con una partecipazione consapevole alle stragi del 14 maggio a Roma e del 27 maggio a Firenze.

L'argomento è suggestivo, ma tuttavia non concludente, almeno a parere del Pubblico Ministero, tenute anzitutto presenti le argomentazioni sopra diffusamente svolte sul livello, sulle relazioni, sul grado di coinvolgimento dello stesso Giacalone nella "campagna", sotto il profilo dei modi e dei tempi.

Quanto poco possa incidere su questo complesso di elementi accusatori l'affermazione di Grigoli - tanto più avuto riguardo alla distinzione di ruoli tra i due all'interno dell'organizzazione - ben lo si può dedurre dalla considerazione che la confidenza di Giacalone sui suoi "sospetti" poteva avere altre e più opportunistiche giustificazioni; prima tra tutte l'epoca in cui tali "sospetti" venivano avanzati, subito dopo la strage di via Fauro, quando ancora Grigoli non era stato inserito nel quadro esecutivo delle stragi e quindi nell'area di più evoluta e legittima (secondo le regole dell'organizzazione) conoscenza dei fatti accaduti e dei programmi futuri.

Peraltro, se Giacalone fosse stato effettivamente inconsapevole dell'utilizzo delle auto, non si comprende come potesse essere in grado di formulare tali ipotesi sulla funzionalità delle sue forniture di auto, rispetto ad eventi che si verificavano in continente e per i quali era immediatamente evidente il carattere del tutto inedito rispetto a precedenti esperienze criminali di "cosa nostra", così come questo stesso processo ha del resto ampiamente dimostrato. Tanto che, a ben considerare, la confidenza fatta a Grigoli appare, al contrario, sicuro indice di un qualificato livello di conoscenza e di partecipazione, da parte di Giacalone, senza di che sarebbero stati carenti anche per lui i "parametri" minimi per interpretare in modo così "acuto" i fatti del maggio 1993 e, in particolare, la strage di Firenze.


1.D - La posizione di CALABRO' Gioacchino.

Quanto a CALABRÒ GIACCHINO, infine, possono aggiungersi, agli argomenti comuni a tutti gli "uomini cerniera", già più volte passati in rassegna, una pluralità di considerazioni direttamente ritagliate su ciò che è emerso in relazione alla sua personale posizione.

Va premesso che Calabrò, diversamente dalle altre persone fin qui considerate, non appartiene al mandamento di Brancaccio bensì a quello di Alcamo, dove, peraltro, può vantare una posizione di vertice; per cui correttamente la Corte lo inquadra, nelle stragi, con un ruolo che, sul piano della genesi del suo inserimento, non può che implicare direttamente Messina Denaro e Bagarella, e mai e poi mai figure di inferiore caratura negli organigrammi di "cosa nostra".
Il più vistoso riscontro della internità di CALABRO' al più elevato circuito deliberativo della campagna di strage -riscontro che non sembra sia stato analizzato in tutte le sue implicazioni dalla Corte (e che il Pubblico Ministero aveva invece proposto)- è costituito dalla circostanza che allorché, corrispondendo a una richiesta "di chiarimento" di Giuseppe FERRO, BAGARELLA si incontrò con questi e lo "indottrinò" sulla necessità che quanto andava accadendo fosse gestito con totale riserbo, all'incontro fu presente lo stesso CALABRO': il che non si vede quale senso avrebbe avuto se nei confronti di CALABRO' il programma criminale in atto registrasse preclusioni o implicazioni occasionali. Con la conseguenza che per CALABRO' non ha senso parlare di un "contributo a un episodio", dovendosi parlare correttamente di un "contributo a un programma".

La preminenza della sua posizione -capo della famiglia di Castellammare del Golfo e reggente del mandamento in caso di impedimento di Ferro Giuseppe- fa sì che accanto al suo inserimento ab initio, quindi in fase programmatico-organizzativa, nella "campagna" delle stragi, Calabrò segnali la propria presenza anche in altri segmenti della strategia d'attacco sviluppata, in quel periodo, da "cosa nostra"; sia sotto forma di attacco ai pentiti ( collaborando egli al progetto di eliminare Balduccio Di Maggio) sia sotto forma di attacco ad apparati dello stato (collaborando al progetto di effettuare attentati agli agenti di custodia, in risposta ai maltrattamenti che si diceva venissero inflitti ai detenuti sottoposti al regime del 41 bis).
Come è evidente, quindi, siamo di fronte a un "colonnello", che si rapporta direttamente ai vertici ideativi del programma (Bagarella e Messina Denaro, oltre che, come è dimostrato, i Graviano e Giovanni Brusca), per il quale la possibilità di un coinvolgimento parziale, una volta inseritolo nella fase di avvio del programma, è radicalmente da escludere. E ciò senza dire che, anche per Calabrò, risulta singolare, quando sia dimostrato il suo intervento nella organizzazione della strage degli Uffizi, escludere, come è stato fatto, la sua responsabilità per il complementare episodio di via Fauro, come si è visto (ed è dato per pacifico in sentenza) sostanzialmente concomitante.
Né si può ritenere che la posizione di Calabrò sia in qualche modo equiparabile, nelle stragi, con quella di Giuseppe Ferro, il cui coinvolgimento, limitato a Firenze e in sostanza "terminativo", fu pacificamente legato agli impedimenti causati dalla pressochè contestuale detenzione, unita alle sue pessime condizioni di salute che ne avevano comportato il ricovero in ospedale: condizioni che, del resto, avevano determinato la indicazione, come reggente del mandamento, proprio di Gioacchino Calabrò.


2. - La posizione di BENIGNO Salvatore.

Così completato il ragionamento intorno alle posizioni, sostanzialmente omogenee, degli uomini cerniera, si può senz'altro passare a trattare l'impugnazione proposta nei confronti di BENIGNO SALVATORE.

Invero, se anche non può affermarsi per costui una "posizione" equiparabile a quella di Cannella, Pizzo, Giacalone e Calabrò, è pacifico, comunque, che il ruolo di Benigno nella "campagna" ha avuto quella stabilità che è certificata proprio dalla sua partecipazione a tutti i reati per i quali la Corte lo ha condannato.

Ora, in questo contesto di accertata responsabilità pressochè totale, non può condividersi la sua assoluzione per il solo fatto di Firenze, tenuto anche conto che la complementarietà, più volte rimarcata tra la strage di via Fauro e quella degli Uffizi si sviluppò certamente, in concreto, anche a livello degli esecutori. Nel senso che si trattò di una iniziativa "confezionata" unitariamente, rispetto alla quale, ripetesi, anche a livello degli stessi esecutori doveva essere necessariamente attuata una stretta concertazione stante l'immediata sequenza dei due episodi: tanto che il "gruppo" di via Fauro si portò senza soluzione di continuità (senza cioè fare ritorno in Sicilia, a parte proprio Benigno) a Prato, in casa Messana, dove incappò nelle note "resistenze" di questi, con il conseguente breve differimento dell'attentato agli Uffizi.

Consegue da ciò che, a prescindere da chi sia stato fisicamente presente in occasione del primo arrivo a Prato, debbano rispondere del reato, a livello degli esecutori, tutte le persone, e Benigno è tra costoro, che furono parte della sopra menzionata concertazione iniziale; nella quale, evidentemente, si presero le disposizioni per l'esecuzione dei due attentati da realizzarsi chiaramente "in sequenza". Da cui discende che anche colui che abbia partecipato, nel caso, ad uno solo dei due episodi di strage, come appunto Benigno, ha per certo contribuito, in piena consapevolezza, a mandare ad effetto anche il secondo episodio, rafforzando cioè, per quel che rileva in termini di concorso nel reato, il proposito criminoso di coloro ai quali fu (anche) demandato il secondo attentato.


3. - La posizione di TUTINO Vittorio.

Per quanto concerne infine la posizione di TUTINO VITTORIO, la Corte ha sostanzialmente accolto le richieste del Pubblico Ministero, condannandolo per il solo episodio di Formello e assolvendolo da tutti gli altri fatti di strage.

Il Pubblico Ministero, melius re perpensa, ritiene, invece, che Tutino debba essere ritenuto responsabile di tutti i delitti contestatigli.

Tale meditato convincimento si fonda, anzitutto, su una più ponderata considerazione del ruolo di Tutino all'interno dell'organizzazione mafiosa, ruolo che la stessa Corte ha compiutamente delineato nella sua obiettiva rilevanza, tanto da addivenire ad un proscioglimento, nella sostanza, per insufficienza delle prove acquisite a suo carico, spingendosi fino alla affermazione che la "...partecipazione attiva alla fase preparatoria o esecutiva....è molto probabile e ... connaturale al ruolo di Tutino nella associazione".

Detto ruolo si sostanzia, in particolare, oltre che nella gestione delle "entrate", nella accertata "vicinanza" ai fratelli Graviano, che si proietta anche nel contesto delle stragi tanto che Tutino è la persona che accompagna Giuseppe Graviano in occasione della visita di costui agli "stragisti" - ospiti nella villetta di Torvajanica di Bizzoni - che erano in procinto di eseguire l'attentato allo Stadio Olimpico.

E' lo stesso Tutino, inoltre - ed è questo il passaggio di maggior significato, ora posto nel giusto rilievo dal Pubblico Ministero - a manifestare a Pasquale Di Filippo forti preoccupazioni anche per il proprio coinvolgimento "nelle stragi", così prefigurando in modo assai chiaro una sua partecipazione non certo delimitata al singolo fatto di Formello, al quale risulta che non abbia dato contributo operativo in loco (si vedano le dichiarazioni di Scarano, Carra, Romeo, Grigoli, tutti confessi sull'episodio e con chiamate in correità, per il segmento esecutivo romano, che mai hanno menzionato TUTINO). Laddove, come riferito da Pasquale Di Filippo, per certo TUTINO si spostò in continente nel corso della campagna di strage e in funzione di quella, come attestato dal suo timore di essere stato, insieme ai correi, addirittura fotografato.

Nel contempo Tutino è anche in grado di manifestare a Pasquale Di Filippo il fondato timore che l'arresto a Palermo di Giacalone e Scarano possa costituire, per gli inquirenti, la "chiave" per "entrare" nella complessiva comprensione della vicenda delle stragi, imperniata in gran parte sulla città di Roma e qui su Scarano, come è dimostrato. Il che evidentemente egli non sarebbe stato in grado di fare, se davvero il suo ruolo fosse stato circoscritto alla sola partecipazione all'attentato a Salvatore Contorno, che Tutino "interpretò" (almeno) su scala palermitana, come attesta la circostanza che egli si era adoperato per il carico dell'esplosivo a Palermo.

La Corte ha concluso che "vi sono forti indicazioni che sapesse di queste stragi mentre venivano preparate": non è pensabile, pertanto, che in una vicenda così qualificata quale quella della "campagna di strage" il circuito della "conoscenza" all'interno della cosca fosse, per un personaggio quale Tutino, nei termini sopra esposti, parallelo ed estraneo a quello degli organizzatori e degli esecutori degli attentati. E ciò tanto più in considerazione del più volte sottolineato intrecciarsi, dal punto dei tempi e dell'organizzazione, dell'episodio di Formello con quello dello Stadio Olimpico e di quest'ultimo con gli attentati di Roma e Milano.


Per le ragioni sopra esposte, il Pubblico Ministero

Chiede

Che la Corte di Assise d'appello di Firenze, in parziale riforma della sentenza impugnata, condanni, con la pena che sarà precisata in udienza:

BENIGNO Salvatore anche per i delitti di cui ai capi E), F), G), H) - strage di Firenze del 27.5.1993 e delitti connessi - del decreto che dispone il giudizio su richiesta del Pubblico Ministero del 28.3.1996;

CANNELLA Cristoforo anche per i delitti di cui ai capi I), L), M), N),- strage di Milano del 27.7.1993 e delitti connessi -; O), P), Q), R), - stragi di Roma del 27.28.7.1993 e delitti connessi; S), T), U), V), strage di Formello e delitti connessi del 14.4.1994; del decreto che dispone il giudizio su richiesta del Pubblico Ministero del 28.3.1996; nonché per i delitti di cui ai capi A), B), C), - strage dello Stadio Olimpico della fine del 1993, inizi del 1994 - del decreto che dispone il giudizio su richiesta del Pubblico Ministero del 21.5.1996;

CALABRO' Gioacchino per tutti i delitti contestatigli oltre a quelli di cui ai capi E), F), G), H), - strage di Firenze del 27.5.1993 - per i quali è stato già condannato;

GIACALONE Luigi anche per i delitti di cui ai capi A), B), C) D), - strage di Roma, via Fauro, del 14.5.1993 e delitti connessi; E), F), G), H) - strage di Firenze del 27.5.1993 e delitti connessi - del decreto che dispone il giudizio su richiesta del Pubblico Ministero del 28.3.1996

PIZZO Giorgio anche per i delitti di cui ai capi A), B), C), D) - strage di Roma, via Fauro, del 14.5.1993; I), L), M), N),- strage di Milano del 27.7.1993 e delitti connessi -; O), P), Q), R), - stragi di Roma del 27.28.7.1993 e delitti connessi del decreto che dispone il giudizio su richiesta del Pubblico Ministero del 28.3.1993; nonché per i delitti di cui ai capi A), B), C), - strage dello Stadio Olimpico della fine del 1993, inizi del 1994 - del decreto che dispone il giudizio su richiesta del Pubblico Ministero del 21.5.1996;

TUTINO Vittorio per tutti i delitti contestatigli oltre a quelli di cui ai capi S), T), U), V), strage di Formello e delitti connessi del 14.4.1994, per i quali è stato già condannato;

chiede

ai sensi dell'art. 570 co. 3 C.P. di partecipare al giudizio di appello quale sostituto del Procuratore generale presso la Corte di appello.

Firenze, 25.10.1999

IL PUBBLICO MINISTERO
G. CHELAZZI - A. CRINI - G. NICOLOSI