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LA TRATTATIVA TRA GIOÈ-BELLINI. PROIETTILE NEL GIARDINO DI BOBOLI.
Strettamente
collegato all'argomento trattato nel paragrafo precedente è quello
relativo alla collocazione nel Giardino di Boboli di un proiettile di
artiglieria ad opera di alcuni malavitosi catanesi.
CAPITOLO QUARTO
Si può parlare
di collegamento perché l'idea di quest'azione criminosa nacque nel
contesto dei colloqui tra Gioè e Bellini e fu eseguita da un personaggio
(Santo Mazzei) che, nella seconda metà del 1992, fu vicino ai referenti
immediati di Gioè (vale a dire, Brusca e Bagarella) e a quelli mediati (Riina).
Essa rappresentò, quindi, il preludio in tono minore della campagna
stragista.
Di
quest'azione hanno parlato uno dei diretti esecutori (Gullotta
Antonino), nonché Brusca e La Barbera (questi ultimi due in
contraddizione tra loro sulla natura dell'azione illecita posta in
essere). Vari altri (Pulvirenti, Patti, Sinacori, Avola, Malvagna) hanno
illustrato la posizione di Mazzei nel contesto della malavita siciliana.
Le dichiarazioni dei soggetti informati
Gullotta Antonino (Nel
gruppo dei "Cursoti" di Catania dal 1990 – Arrestato a maggio del
1993 – Collaborante da novembre del 1994).
Il Gullotta ha dichiarato di aver fatto parte del gruppo
malavitoso dei "Cursoti" (da "corso") di Catania dal novembre del
1990 e fino alla data del suo arresto, avvenuto nel mese di maggio del
1993.
Capo di questo gruppo fu, dal novembre del 1991, Santo Mazzei,
arrestato il 10-11-92. Faceva parte del gruppo anche tale Cannavò
Roberto.
Ha aggiunto che il suo
gruppo operava prevalentemente a Catania, ma aveva interessi anche nel
Nord-Italia, soprattutto a Torino, dove commisero anche dei delitti.
Lui e Cannavò erano "vicini" al capo, da cui erano
benvoluti.
Ha detto che Santo Mazzei aveva frequentazioni e rapporti
molto stretti con la criminalità organizzata di Mazara del Vallo, dove
aveva, come referenti diretti, tali Salvatore Facella e Giovanni Bastone.
Una parte di queste frequentazioni gli sono note per ciò che
gli raccontò Cannavò Roberto, suo compare. Questi, infatti, si recava
spesso nel mazarese per tenere i contatti con i personaggi locali, mandato
da Santo Mazzei.
Dopo l'arresto di quest'ultimo ci andò anche di persona
e incontrò le persone suddette.
Sempre il Cannavò gli raccontò, una volta, di aver
accompagnato Santo Mazzei a Mazara del Vallo, dove questi aveva
partecipato ad una riunione di alto livello, per il numero e la qualità
dei personaggi presenti. Egli stesso riconobbe poi tra i partecipanti,
vedendolo in televisione, Leoluca Bagarella.
Questa riunione avvenne poco tempo prima dell'episodio di
cui passa a parlare. Ha narrato di essersi recato, tra settembre e ottobre del
1992, a Milano, con la sua Seat Ibiza, insieme a Mazzei e Cannavò. Poiché
non si potevano muovere agevolmente con la sua auto, che era targata
Catania, acquistarono, per la cifra di otto milioni, una Opel Kadett S.W.
targata Milano, che si intestò il Cannavò.
A Milano li raggiunse Salvatore Facella e da qui andarono a
Torino, dove incontrarono Giovanni Bastone, che abitava in questa città.
Il Bastone era "sorvegliato" a Torino (nel senso che a
Torino era sottoposto alla misura di sicurezza della sorveglianza
speciale).
A Torino il Mazzei chiese a Bastone di procurargli dei candelotti di
dinamite. Bastone girò l'incarico a Facella.
Dopo un paio di giorni Facella disse di aver trovato non della dinamite,
ma una "bomba". Mazzei rispose che andava bene lo stesso, perché
l'ordigno serviva solo per un'azione dimostrativa ("Il
Mazzei rispose che era buona anche perché non è che doveva essere fatta
esplodere ma dare un atto dimostrativo alle Forze dell'Ordine per la
repressione che c'era contro diciamo i gruppi malavitosi, la mafia
diciamo").
L'ordigno era contenuto in una busta nera di plastica, come
quelle della spazzatura.
Avuta la "bomba" si avviarono verso Firenze. Partirono
verso mezzogiorno.
Lui e Cannavò viaggiarono con la Opel Kadett; Mazzei e
Facella con la Fiat Tempra S.W. di quest'ultimo.
Durante il tragitto dettero un'occhiata all'ordigno e notarono che
"aveva la forma di un razzo"; era lunga 12-14 cm ed aveva il diametro
di 8-10 cm. Era di colore "bronzo, un po' più chiaro".
Giunsero ad uno dei caselli autostradali di Firenze verso le
16,30-17,00 e da qui si recarono a Palazzo Pitti, che raggiunsero in un
quarto d'ora circa.
Furono Mazzei e Facella a "fare strada" dal casello al
Palazzo.
Giunti a Palazzo Pitti parcheggiarono nella strada
antistante. Cannavò nascose l'ordigno sotto il giubbotto ed entrò
"in questo museo". Tornò dopo circa 20 minuti dicendo di aver dovuto
pagare un biglietto d'entrata e di aver collocato l'ordigno dietro una
statua. Disse anche d'essersi dovuto affrettare, perché il museo stava
chiudendo.
Quindi, ripresero la strada per Torino.
Dopo un centinaio di chilometri Mazzei si fermò in un autogrill e fece
una telefonata "all'ANSA, o comunque a una testata giornalistica",
per rivendicare l'attentato. Il Mazzei parlò, però, concitatamente,
tant'è che essi stessi, che erano vicini, non compresero nulla.
Prima della partenza da Torino, Mazzei aveva lasciato
intendere che la telefonata di rivendicazione avrebbero dovuto farla loro
(lui o Cannavò). Poi cambiò idea.
Il giorno dopo acquistarono dei giornali per capire se era
stata recepita la telefonata di Mazzei, ma non trovarono nulla.
Qualche mese dopo questo episodio Mazzei fu arrestato.
Circa lo scopo dell'azione posta in essere a Palazzo Pitti
ha dichiarato, in sede di controesame di una parte civile:
" Il motivo era perché ci furono le stragi di Borsellino e Falcone, e
nel momento in cui ci furono queste stragi, nella città di Palermo, nelle
zone di Palermo, ci fu una repressione delle Forze dell'Ordine talmente
forte che, in poche parole, ci mancò il respiro, diciamo, ai gruppi
criminali".
L'atto intimidatorio fu compiuto affinché le forze
dell'ordine "si calmassero" e per destare paura nella popolazione.
Brusca Giovanni.
Anche il Brusca ha parlato dell'episodio posto in essere da Mazzei a
Firenze.
Ha dichiarato di aver conosciuto Santo Mazzei verso il mese
di marzo del 1992 ad Altofonte, in casa di Di Matteo Mario Santo, dove il
Mazzei si incontrò con Bagarella. Erano presenti anche Mariano Agate e un
certo Facella.
Il Facella, ha spiegato Brusca, era "uomo d'onore"
della famiglia di Lercara e svolgeva una attività lavorativa nel Piemonte
("forse a Torino o nelle
vicinanze"). Era in contatto con uomini d'onore del trapanese, tra
cui Giovanni Bastone.
All'epoca di questo incontro Mazzei non era ancora
"combinato". Era in contrasto con la famiglia catanese dei Santapaola,
con la quale aveva avuto, in passato, motivi di frizione.
Il Mazzei, però, ha aggiunto Brusca, interessava al gruppo
dei corleonesi, di cui egli faceva parte (Riina, Bagarella, Brusca, ecc.).
Per questo decisero di "metterlo in famiglia nei catanesi".
A questo fine si recarono a Catania, nell'estate del 1992,
lui, Bagarella e Gioè, dove incontrarono Nitto Santapaola, Salvatore
Santapaola, Enzo Aiello, Eugenio Galea, Aldo Ercolano (tutti esponenti di
punta della mafia catanese), con i quali perorarono la causa della sua
"combinazione".
La loro richiesta fu accettata e Mazzei "fu messo in
famiglia". Ciò avvenne, ha detto Brusca, circa una settimana dopo la
strage di via D'Amelio.
Dopo la formale affiliazione Mazzei divenne "stretto" ai
mafiosi del palermitano (e, più in generale, della Sicilia occidentale).
Fu anche presentato a Riina, col quale partecipò, insieme ad un'altra
quindicina di uomini d'onore, a una "mangiata" a Mazara del Vallo,
nell'estate del 1992.
Con lui presero a discorrere dei problemi del momento, tra
cui il 41/bis e la reazione statale alle stragi del 1992. Siccome erano in
corso, in quel periodo, i contatti con Bellini e avevano ben presente i
discorsi fatti con costui, pensarono a qualche iniziativa "eclatante"
per "ammorbidire un pochettino" lo Stato.
Parlarono infatti concretamente "di andare a piazzare una
bomba a mano agli Uffizi di Firenze". Per questo, sapendo che Mazzei
aveva rapporti "al Nord" e doveva "salire", gli chiesero questa
"cortesia".
Questa iniziativa, ha precisato, nacque nel corso dei
discorsi che si svolsero a Santa Flavia, a casa di Gaetano Sangiorgi, tra
lui, Bagarella, Gioè, Mazzei e, qualche volta, La Barbera.
Egli allora mandò La Barbera Gioacchino e Gioè Antonino a
ritirare una "bomba a mano" che aveva disponibile ad Altofonte. I due,
però, rientrarono senza averla trovata, per cui rimandarono
l'attuazione del progetto "a nuovo evento".
Senonché, ha aggiunto, il Mazzei, trovandosi al Nord,
recuperò, di sua iniziativa, un proiettile di artiglieria e lo collocò
nel Giardino di Boboli. Poi fece ritorno a Palermo e l'indomani, verso
le 12,30, si ritrovarono tutti a Santa Flavia, a casa del dr. Sangiorgi,
"con appuntamento già prestabilito", dove suggerì di accendere il
televisore per ascoltare i commenti sull'accaduto.
Constatarono, però, che i mezzi di informazione non parlarono di questo
fatto. Essi pensarono che avessero volutamente celato la notizia per non
creare allarme.
Mazzei disse di aver collocato l'ordigno a Firenze insieme
a Salvatore Facella e ad un altro "ragazzo".
Questo fatto avvenne poco prima dell'omicidio di Ignazio Salvo.
Ha precisato che, secondo le sue conoscenze, l'ordigno
maneggiato dal Mazzei era costituito da una bomba a mano ed era stato
collocato agli Uffizi.
Solo nel corso degli interrogatori apprese, su contestazione
del PM, che si trattava di un proiettile di artiglieria e che era stato
collocato nel Giardino di Boboli.
Ha giustificato le sue errate conoscenze col fatto che in presenza di
Mazzei s'era parlato di bomba a mano e degli Uffizi. Il mutamento di
mezzi e di obiettivo era stato opera del solo Mazzei, a loro non
comunicata.
Rispondendo quindi ad una contestazione del PM (il Brusca
aveva dichiarato, in tutti gli interrogatori istruttori, che a Mazzei fu
dato incarico di agire a Firenze, in un edificio importante e
significativo, ma non aveva mai fatto il nome degli Uffizi), dice:
"In quanto io ho detto Uffizi in particolar modo, o una cosa importante,
per me è la stessa cosa. Cioè dire Uffizi o un punto specifico, cioè un
fatto importante, era come se io, dicendo gli Uffizi, per me era un luogo
molto importante. Cioè nella sostanza per me sta... per me, con la mia
mente, ha sempre un valore, dire una cosa importante, cioè un punto
importante, che dire gli Uffizi.
Che,
ripeto, io non conoscevo Firenze sotto questo punto di vista."
E rispondendo alla contestazione del difensore di uno degli
imputati (nei primi interrogatori istruttori aveva sempre asserito che
l'iniziativa di collocare l'ordigno a Boboli fu di Mazzei; poi, solo a
partire dall'interrogatorio del 19-6-97 ammise di aver dato l'ordine
lui), ha detto che, in realtà, le modalità concrete
dell'operazione furono scelte da Mazzei; l'imput era stato suo
e di Bagarella (nella maniera sopra detta).
Ha aggiunto che, quando parlarono di collocare l'ordigno a
Firenze, parlarono di effettuare una telefonata rivendicativa all'ANSA.
In queta telefonata dovevano essere citati i detenuti di Pianosa e
dell'Asinara.
Infatti, l'azione doveva servire a lanciare un messaggio
allo Stato sul 41/bis, per creare allarmismo e far si che si aprisse un
canale di comunicazione tramite Bellini.
All'epoca, infatti, ha precisato, era ancora aperta la
trattativa con quest'ultimo, nella prospettiva di benefici per i
detenuti.
Ha detto che dell'iniziativa non informò Riina. Non sa se
lo fece Bagarella.
La Barbera Gioacchino (Entrato in cosa nostra nel 1981 nella "famiglia" di
Altofonte – Arrestato il 23-3-93 – Collaborante dal mese di novembre
1993).
Ha detto di aver conosciuto Santo Mazzei nell'estate del
1992, in una villa di Mazara del Vallo, in cui fu concertata
l'eliminazione di una persona a lui sconosciuta. A questa riunione erano
presenti anche Riina, Bagarella, Brusca, Matteo Messina Denaro, Vincenzo
Sinacori e altre persone.
Il Mazzei era in compagnia di Salvatore Facella ed "altri
personaggi residenti a Torino". A quell'epoca il Mazzei non era stato
ancora "combinato". Era un semplice amico personale di Leoluca
Bagarella, con cui era stato a lungo in carcere.
Seppe poi da Gioè che Mazzei era stato messo nella famiglia
di Catania su sollecitazione di Brusca e Bagarella. La "combinazione"
avvenne, però, a Mazara del Vallo, dopo varie sollecitazioni dei
palermitani.
Alla combinazione furono presenti, tra gli altri, Gioè e
due-tre persone di Catania. Egli non fu presente. Sa solo quello che gli
fu riferito da Gioè.
Successivamente, il Mazzei gli fu anche ritualmente presentato.
Ha detto che molto vicini a Santo Mazzei erano Salvatore
Facella, originario di Lercara Friddi, ma che viveva nella zona di Torino,
nonché Giovanni Bastone, mafioso di Mazara del Vallo che si era
trasferito al Nord.
Ha parlato, quindi, di un incontro avvenuto con Santo Mazzei
in una casa di campagna tra Altofonte e Piana degli Albanesi dopo il
20-10-92.
A questo incontro parteciparono lui (La Barbera), Gioè,
Brusca e Bagarella.
Nel corso di questo incontro il Mazzei parlò di un attentato
da lui fatto ad un museo "nella zona di Firenze".
Fece capire di aver versato del liquido infiammabile
attraverso una finestra e che il liquido aveva preso fuoco. Non sapeva
dire, però, quali danni aveva provocato, perché era scappato subito dopo
il fatto.
Non specificò se l'attentato era stato da lui compiuto
personalmente, o a mezzo di altre persone.
Lo raccontò come un fatto avvenuto alcuni giorni prima del
20 ottobre 1992 (15-20 giorni prima).
Mazzei non si spiegava perché i mezzi di informazione non
avevano divulgato la notizia. Espresse il convincemento che avevano voluto
coprire l'accaduto.
Fece anche capire di poter agire tranquillamente al Nord,
perché qui aveva molte persone intorno.
Santo Mazzei, a quanto egli capì, non si mosse di sua iniziativa, ma
perché comandato:
"Si, il Santo Mazzei aveva avuto un incarico ben preciso. Ben preciso
perché, a quell'epoca, si stava sviluppando - almeno io, dai discorsi che
assistevo - una cosa ben precisa: di colpire dei beni dello Stato.
E si sono fatti tanti
discorsi. Per cui Santo Mazzei in particolare se ha versato della benzina
per fare danni a un museo, gli era stato detto da Leoluca Bagarella e da
Giovanni Brusca.
Era
una strategia ben precisa.
E' da escludere, in maniera assoluta, ha precisato, che il
Mazzei avesse potuto prendere, di testa sua, una iniziativa del genere.
Ha
detto di non aver mai sentito parlare di bombe lasciate o collocate in
qualche museo di Firenze, né da Mazzei né da altri.
Sinacori Vincenzo
(Entrato in "cosa nostra" nel dicembre del 1981 nella famiglia Mazara
del Vallo – Arrestato nel luglio del 1996).
Il Sinacori ha dichiarato di non sapere nulla del proiettile
di artiglieria collocato a Boboli. Ha dato, però, molte utili
informazioni relative a Santo Mazzei, il protagonista della vicenda, che
conviene riportare.
Ha detto di aver conosciuto Santo Mazzei in occasione di un
duplice omicidio commesso a Rimini in danno di un certo D'Agati e di
un'altra persona, agli inizi degli anni '90.
Quest'azione criminale fu posta in essere da lui (Sinacori),
Santo Mazzei, Antonio Patti, Salvatore Facella e Matteo Mazzei (fratello
di Santo).
In vista di quest'azione delittuosa Santo Mazzei si era
recato a Mazara del Vallo per parlare con Bagarella e Mariano Agate.
Glielo fece conoscere Salvatore Facella.
Santo Mazzei, ha aggiunto, è un catanese che è stato
lungamente detenuto insieme a Leoluca Bagarella. Fu detenuto anche insieme
a Giovanni Bastone, "uomo d'onore" di Mazara del Vallo, che era
stato per vario tempo a Torino.
Furono proprio questi due (Bagarella e Bastone) a portare il
Mazzei in "cosa nostra", perché, altrimenti, non avrebbe mai potuto
mettervi piede.
Infatti, egli aveva avuto delle "guerre" con la famiglia
di Santapaola, in passato. Inoltre, un suo nipote era stato uno dei primi
a collaborare, ai tempi in cui Alto Commissario era Siclari o Imposimato,
una volta arrestato (questo fatto gli fu riferito da Giovanni Bastone).
Per questi motivi le vie dell'affiliazione in cosa nostra
gli sarebbero state sicuramente precluse, se Bagarella non avesse
garantito per lui
("Però,siccome Leoluca Bagarella era il suo garante, nel senso che
diceva che Santo Mazzei era un cavallo da fare paura e ci serviva, allora
è stato combinato").
Mazzei era soprannominato "calcagnoso", "forse
perché è piccolo". Fu "combinato" nella famiglia di Catania
nell'estate del 1992 (Sarà stato
fine giugno-luglio).
Per combinarlo andarono a Catania, per parlare con Santapaola,
sia Brusca che Bagarella. Infatti, fu combinato alla presenza di questi
ultimi due.
Una volta combinato fu messo a disposizione di Bagarella. Gli
fu affiancato Salvatore Facella, che era già uomo d'onore della
famiglia dell'Arcarafritta ed era stato combinato personalmente da Riina.
Circa due mesi dopo la combinazione, Mazzei fu presentato a
Riina.
Ciò avvenne in un incontro tra i due che si svolse a Mazara
del Vallo, in contrada Ferle, a cui parteciparono lui (Sinacori),
Bagarella, Giovanni Bastone, Salvatore Facella e, probabilmente, Messina
Francesco ("Mastro Ciccio").
In questa occasione Riina regalò a Mazzei 70 milioni.
Dopo l'inserimento in famiglia di Mazzei ci fu, a Marsala,
nel 1992, una guerra di mafia, a cui Mazzei collaborò.
Infatti, uccise a Torino, dove "si muoveva bene", un
certo Scimemi, originario di Marsala, su incarico "nostro". Ha poi
precisato che Mazzei agì senz'altro su disposizione di Riina.
Ha detto, infine, che Mazzei partecipò ad un incontro a
Mazara del Vallo con Gioè, lui (Sinacori), Brusca, Bagarella e (forse)
Gioacchino La Barbera, verso agosto del 1992, nel corso del quale Gioè
manifestò l'idea di attentare alla Torre di Pisa (vedi paragrafo n.2).
Questo incontro avvenne, ha precisato, circa una settimana
prima che Mazzei venisse presentato a Riina.
Patti Antonio
(Entrato
in cosa nostra il 21-10-79 nella famiglia di Marsala – Arrestato
l'1-4-93 – Collaboramte dal giugno 1995).
Anche il Patti ha detto di non sapere nulla dell'ordigno di
Boboli, ma ha parlato con cognizione di Santo Mazzei.
Ha dichiarato di aver conosciuto Santo Mazzei a Rimini, nel
1991, in occasione dell'omicidio di un certo D'Agati Agostino e di
un'altra persona che lo accompagnava. Il D'Agati fu ucciso perché
amico di Salvatore Contorno.
All'epoca, Santo Mazzei gestiva un negozio di abbigliamento
a Rimini, insieme al fratello Matteo (Mazzei).
A questo duplice omicidio parteciparono lui (Patti), Vincenzo
Sinacori, Santo Mazzei, Salvatore Facella e Matteo Mazzei.
L'incarico dell'omicidio fu dato da Mariano Agate. Questi
gli disse che l'uccisione del D'Agati avrebbe fatto piacere a Riina ("…siccome
questo Dagati si interessava al signor Totò Riina, Mariano mi disse: 'ti
raccomando, facemo bella figura").
Di Salvatore Facella ha aggiunto che è di Lercara Friddi.
Glielo presentò Giovanni Bastone qualche giorno dopo che (Facella) era
stato "pungiuto", negli anni '80. Viveva a Torino.
Giovanni Bastone era un "uomo d'onore" di Mazara del
Vallo, dove gestiva un "deposito" di carni. Aveva anche una casa a
Torino, dove si occupava di contrabbando di sigarette.Era socio in affari
del Facella. Sia il Bastone
che il Facella furono arrestati negli anni '80 e rimasero in carcere per
sei-sette anni. Ha detto che,
quando fu commesso il duplice omicidio di Rimini, Mazzei non era stato
ancora "pungiuto". Lo fu successivamente, su proposta di Bagarella,
nella famiglia di Catania. Seppe che era
stato "pungiuto" dai "mazaresi"(Mastro Ciccio - ovvero Messina Francesco - Andrea Gancitano ed altri). Gli fu poi
presentato nell'estate del 1992, allorché Mazzei "scese" a Mazara,
insieme a Salvatore Facella, per dare loro "una mano" nella guerra che
li contrapponeva al clan degli Zicchitella. Questa guerra, ha precistao,
durò dal marzo al novembre del 1992. Nel corso della stessa Mazzei uccise
a Torino, insieme al Facella, tale Pietro Scimemi. Quando fu uccisa questa persona Mazzei era già stato "pungiuto".
Pulvirenti
Giuseppe (Nella
famiglia di Catania dal 1986 – Arrestato il 2/6/93 – Collaborante dal
settembre del 1994).
Il Pulvirenti ha fornito alcune notizie utili
all'inquadramento del Mazzei.
Ha detto di conoscerlo dal 1963, giacché viveva a Catania,
nel suo stesso quartiere (San Cristoforo). Il Mazzei conosceva anche i
Santapaola e quelli vicini a costui. Poi Mazzei si
avvicinò al gruppo dei "Cursoti" e divenne avversario dei Santapaola.
Quando fu arrestato, però, conobbe in carcere Luciano Leggio, del quale
divenne amico. Il Leggio lo raccomandò presso il Santapaola; gli disse di
non toccarlo e addirittura di farlo "uomo d'onore". In effetti, ha
aggiunto, Mazzei "fu fatto uomo d'onore" nella famiglia di Santapola,
insieme a Ciro Rannisi (suo nipote) ed al figlio di Santapaola. Mazzei venne
arrestato circa tre mesi dopo la "pungiuta". Non ebbe modo di
incontrarlo tra la "pungiuta" e l'arresto.Era soprannominato
"u' calcagnusu".
Avola Maurizio
(Entrato nella famiglia di Catania nel 1982 – Arrestato a marzo del 1993
– Collaborante da marzo del 1994). L'Avola (catanese) ha dichiarato di essere stato presente
ad un incontro svoltosi nel 1992 in zona "Zia Lisa" di Catania, dove
Santo Mazzei si incontrò con Benedetto Santapaola, in una casa presa in
affitto da Enzo Aiello. In questa
occasione Santo Mazzei fu accompagnato da vari palermitani. Si ricorda di
Brusca, Gioè, Bagarella e, forse, La Barbera. Egli non conosceva queste
persone (cioè, i palermitani); i loro nomi gli furono fatti,
successivamente, da Marcello D'Agata. All'epoca,
Mazzei era già stato "combinato" a Palermo. Fu accompagnato a Catania
dai palermitani per "presentarlo", nella nuova veste, a Santapaola. Precedentemente,
il Mazzei aveva fatto parte dei "Cursoti" ed era, pertanto, un nemico
storico della "famiglia" di Santapaola. Ha precisato
che, nell'occasione, egli "guardava la zona" insieme ad altri
"ragazzi" (Di Leo, Fichera, Battaglia). Non partecipò, quindi,
all'incontro. Il solito
D'Agata gli disse che Mazzei aveva conosciuto in carcere Luciano Leggio,
che l'aveva raccomandato ai suoi amici corleonesi. I rapporti tra i
catanesi e i palermitani, ha concluso, sono sempre stati ottimi. Già nel
1986, quando i palermitani uccisero il commissario Montana, proposero ai
catanesi di uccidere il fratello del commissario, che operava a Catania
come cardiologo.
Malvagna Filippo ("Avvicinato"
dai Catanesi nel 1982 – Arrestato il 25-3-93 – Collaborante dal marzo
del 1994).Ha detto che Santo Mazzei gli fu
presentato nel 1987, nel carcere di Milano, dove entrambi erano ristretti.
Insieme a loro c'era anche Matteo Mazzei, fratello di Santo. Santo Mazzei era soprannominato "U Carcagnusu". Fino ad allora egli aveva sentito parlare con disprezzo di
Santo Mazzei, che apparteneva ad un'organizzazione rivale. Infatti, era
il capo dei "Cursoti", un gruppo malavitoso che operava a Catania e a
Milano. Proprio in carcere gli fu detto però da tale "Turi
Basetta", uno del gruppo Santapaola il cui vero nome era Salvatore
Fiorito, che aveva ricevuto istruzioni dallo stesso Santapaola di mettersi
"a disposizione" del Carcagnusu, "perchè successivamente ci
sarebbero stati dei discorsi". Gli disse anche che, da fuori, avevano
mandato dei soldi per Mazzei. Il Fiorito gli disse anche:
"Può essere che un giorno diventano amici nostri. Anche perché' - dice
- sono due persone che sono... due persone che, o li annienti
direttamente, o è meglio averli come amici, perché portano dei benefici
all'organizzazione stessa".
Già allora si diceva che, quando il Mazzei fosse uscito dal
carcere, sarebbe entrato nella famiglia di Santapaola.IIn
effetti, quando uscì lo fecero "uomo d'onore". A quanto egli ne sa, la formale affiliazione di Santo Mazzei a
Cosa Nostra risale ai primi mesi del 1992, febbraio, marzo, massimo
aprile. Insieme a lui fu
fatto uomo d'onore Girolamo Rannisi, genero di Pulvirenti.Tanto gli fu
raccontato direttamente da Girolamo Rannisi e da Pulvirenti Giuseppe. Gli fu anche detto che il "filamento" (corteggiamento) di
Mazzei nacque da una direttiva proveniente dai palermitani. Infatti, uno dei Mazzei (non sa se Santo o Matteo) era stato
detenuto nel carcere di Bade e Carros insieme a Luciano Leggio, il quale
aveva preso a stimarlo e aveva suggerito di "tenerlo vicino". Inoltre, si parlava anche di una grossa amicizia di Santo
Mazzei con Giovanni Bastone, un uomo d'onore della famiglia di Mazara
(del Vallo). Questi fu anche presente al "battesimo" di Mazzei. Ha detto anche di sapere che nel 1992 Santo Mazzei intrattenne
rapporti con Gioè e, forse, La Barbera. Lo sa perché, a quanto gli fu detto da Girolamo Rannisi, da
Giuseppe Pulvirenti e da Matteo Mazzei, Santo Mazzei doveva fare "un
lavoro nel nord dell'Italia in cui agiva in concomitanza con i
palermitani". Gli fu detto, in particolare, che si trattava di "un
incarico particolare che lui doveva fare precisamente su, in Toscana e a
Torino", dove vantava appoggi e conoscenze. Ecco cosa dice al riguardo:
"Naturalmente non è che si trattava di un omicidio, una cosa così
perché se si trattava di un omicidio, non si faceva in concomitanza; si
faceva cioè, era un lavoro che si sbrigava all'interno
dell'organizzazione. Era una cosa importante, una cosa grossa che
rientrava in una determinata strategia per come mi è stato detto".
Quanto alla natura della "strategia":
" Mah, io ho afferrato subito: si trattava di continuare quella linea
che si era già intrapresa da poco tempo, di un contrasto nei confronti
dello Stato. Quella linea lì, diciamo. Poi, di attentati, di
intimidazioni e di minacce".
Non sa di preciso quali mezzi dovesse usare il Mazzei:
"I mezzi che dovevo usare, di preciso non lo so; so che vi erano state
commissionate delle armi pesanti e dell'esplosivo e che dovevono arrivare
tramite delle conoscenze che aveva il Mazzei stesso ed essere appoggiate
nell'Emilia Romagna dove il fratello di Mazzei risiedeva o in quel momento
era là, e cioè nelle vicinanze di Rimini.
Questo tipo di lavoro lo doveva fare in concomitanza con i
palermitani e so che qualche volta si sono incontrati con i palermitani,
il Mazzei, lì, sempre nel riminese. E una delle persone che mi ha
nominato il fratello, che si è incontrato con il Mazzei, è stato il Gioè.
E poi mi ha parlato anche una volta di un incontro che c'è stato con un
parente acquisito, non so se è uno zio, un certo Giacomo Riina, che è
andato lì a trovarlo. Sempre inerenti al discorso dell'approvvigionamento
di queste armi e quest'esplosivo che doveva essere usato per il lavoro che
lui si era impegnato di fare o in Toscana o a Torino".
Le valutazioni della Corte
L'esame
delle dichiarazioni passate in rassegna, nonché l'utilizzo dei dati
introdotti da vari testimoni, consentono di dire che a ottobre del 1992 fu
collocato un ordigno nel Giardino di Boboli ad opera di Santo Mazzei, che
si avvalse della collaborazione di persone a lui vicine (Gullotta, Cannavò,
Facella). L'iniziativa di
questa azione criminale non fu del Mazzei ma dei capi di "cosa
nostra". In particolare, del gruppo a cui Mazzei s'era legato,
formalmente, qualche mese prima (i "corleonesi"). Le
finalità dell'azione furono, con ogni probabilità, quelle di lanciare
un avvertimento allo Stato e stimolare o ravvivare le trattative in corso.
Tanto è
possibile dire anche se, come si è visto, vi sono alcune significative
contraddizioni tra il racconto di Brusca e quello di La Barbera. Queste
contraddizioni, però, come si vedrà, non toccano la sostanza del
discorso che ci riguarda, in quanto concernono un aspetto (quello dei
mandanti di questa limitata azione terroristica) su cui è possibile far
luce per altre vie.
Conviene comunque iniziare il discorso dai dati
incontrovertibili.
- L'istruttoria dibattimentale ha rivelato che il 5-11-92 fu rinvenuto,
dal personale di servizio nel giardino di Boboli, un ordigno in una zona
del Giardino chiamata "Le Scesine", dietro la statua di Marco Cautius,
ai margini di una siepe.
L'ordigno era avvolto in un sacchetto di plastica simile a
quelli della nettezza urbana, di colore nero. Era chiuso con nastro da
imballaggio. Si trovava a circa dieci minuti di cammino dall'entrata del
giardino.
Si trattava, come ha precisato il mar.llo Errico, a cui
l'ordigno fu consegnato per la distruzione, di una bomba da mortaio da
45 millimetri chiamata bomba Brixia, perché veniva sparata da un mortaio
modello Brixia dell'anno 1935. Era un proiettile usato nella Seconda
Guerra Mondiale, non più in dotazione all'Esercito.
Era lungo circa 12 cm e largo 45 millimetri, caricato con
circa 70 grammi di esplosivo. Aveva la testa di forma ogivale, di colore
rosso, e quattro alette di colore grigio ai lati. Sulla testa aveva un
tappo d'alluminio di colore grigiastro.
Si tratta, inequivocabilmente, del "razzo" di cui ha
parlato Gullotta Antonino. Che questi abbia detto la verità è confermato
dal fatto che ha esattamente descritto l'ordigno, le sue dimensioni, la
sua forma, il suo confezionamento, i tempi e il luogo in cui fu collocato. Infatti,
confrontando quello che dice il collaboratore e quello che ha detto il
teste Errico si comprende che parlano della stessa cosa. Inoltre,
rileggendo ciò che ha detto il teste Samuelli si constata che, come detto
da Gullotta, il proiettile era avvolto in un sacchetto della spazzatura di
colore nero; era stato realmente collocato dietro una statua (come disse
Cannavò al Gullotta tornando dal Giardino); era stato collocato in un
punto del Giardino distante una decina di minuti dal portone di ingresso (Gullotta
ha detto che Cannavò fece rientro dopo circa 20 minuti: il tempo di
andare e tornare).
Circa il periodo dell'azione criminosa, è stato accertato
che, effettivamente (come detto da Gullotta), il 7 ottobre del 1992 Cannavò
Roberto
acquistò, presso il Centro Automobili Vincenti di Milano, una Opel Kadett
1600 Diesel targata Milano 3A6478.
Questo dato è congruente con quanto detto dal collaboratore
circa l'epoca di collocazione dell'ordigno nel Giardino (un paio di
giorni dopo l'acquisto dell'autovettura suddetta) ed è congruente con
l'epoca di ritrovamento dell'ordigno.
Sempre sui tempi, il racconto di Gullotta si è rivelato
attendibile anche per un altro dato: la necessità di pagare un biglietto
per l'accesso al Giardino di Boboli.
Quest'obbligo fu imposto, infatti, a partire dal 2-6-92.
L'ingresso al Giardino avveniva solo dal portone di Palazzo Pitti.
Nel mese di ottobre del 1992 l'accesso ai visitatori era
consentito dalle 9,00 alle 16,30
(infatti, il Gullotta ha precisato che, quando giunsero sul posto, verso
le 16,30, l'ingresso al giardino stava per essere precluso ai
visitatori).
Tutte le altre indicazioni di persona date da Gullotta si
sono rivelate, infine, ampiamente veritiere.
E' vero, infatti, che Facella Salvatore era in stretto
contatto con Santo Mazzei, come confermato da tutti coloro che hanno
parlato di questo personaggio (Brusca, Sinacori, La Barbera, Patti); è
vero che possedeva l'autovettura FIAT Tempra Station Wagon Select 1600
targata Torino 23642S e che abitava nei pressi di Torino (Moncalieri),
come riferito dal teste Dalle Mura.
Facella era tanto "stretto" a Mazzei che, quando questi
fu arrestato, il 10-11-92, a Belpasso (Catania), aveva addosso una carta
di identità rilasciata dal comune di Torino a nome di Volpe Angelo.
Sulla carta v'era la fotografia del Mazzei.
Volpe Angelo è coniugato con Facella Maria Alba, sorella di
Facella Salvatore.
E' vero che Mazzei era in stretto contatto con Giovanni
Bastone, come riferito, ancora una volta, da tutti i collaboratori che
hanno parlato di lui.
I contatti, poi, di Mazzei con La Barbera risultano non solo
da ciò che ne hanno detto i collaboratori, ma anche dal cellulare dello
stesso Mazzei. Questi, al momento dell'arresto, era insieme a Rannisi
Girolamo (lo stesso insieme a cui, a dire di Pulvirenti e Malvagna, fu
"combinato") e fu trovato in possesso del cellulare con utenza
0336-880872 intestata a tale Evola Maria Rita.
L'esame del traffico telefonico rivelò che era stato in
contatto con La barbera Gioacchino.
Per quanto sopra detto può dirsi certo che Gullotta non
mente quando parla dell'azione posta in essere al Giardino di Boboli
nell'ottobre del 1992; che non si sbagli sul luogo è provato dal fatto
che vi condusse (fermandosi davanti alla facciata principale di Palazzo
Pitti) il Pubblico Ministero nel corso di un sopralluogo effettuato in
data 20-6-96.- L'esame incrociato di ciò che dice Gullotta e di ciò che
dicono Brusca e La Barbera Gioacchino dimostrano, poi, che questa azione
delittuosa fu posta in essere sotto la direzione di Santo Mazzei. Su
ciò è stato chiaro il La Barbera non solo a dibattimento, ma lo fu già
agli inizi del 1994, allorché cominciò a rendere le prime dichiarazioni
sul punto. Il fatto poi che quest'aspetto della vicenda sia stato
confermato, integrato e chiarito dalle dichiarazioni di Gullotta a giugno
del 1996 costituisce un importante elemento di riscontro. Occorre
considerare, infatti, che Gullotta non è mai stato sottoposto a questo
procedimento. Perciò, non è mai stato destinatario di provvedimenti da
cui potesse apprendere le modalità dell'episodio. Inoltre,
ed è quello che più conta, nel giugno del 1996 le sole cose che si
sapevano su quest'azione erano quelle (confuse, scarne e indirette)
raccontate da La Barbera. Invece, la dinamica, i tempi, le modalità
precise dell'azione, il numero e l'identità dei soggetti coinvolti
divennero note proprio per le dichiarazioni sue (per le dichiarazioni, cioè,
di Gullotta). Le cose che
raccontò erano, perciò, sicuramente farina del suo sacco e sicuramente veritiere. D'altra parte,
che Santo Mazzei sia stato protagonista dell'azione commentata in questo
paragrafo è confermato, sia pure indirettamente, da
Malvagna Filippo. Anche
questi, invero, sapeva di azioni importanti che Mazzei avrebbe dovuto
porre in essere, dopo l'affiliazione, nel Nord Italia. In particolare, a
Torino e in Toscana. Circa queste
azioni va detto che, a parte le congetture di Malvagna (questi ritiene che
non si dovesse trattare di omicidi, in quanto sarebbe stato "un lavoro
che si sbrigava all'interno dell'associazione"), dopo
l'affiliazione, fu dato effettivamente incarico a Mazzei di commettere
un omicidio a Torino (quello di Pietro Scimemi - ne hanno parlato
ampiamente Sinacori e Patti). Da ciò si arguisce che anche l'altra informazione
posseduta, sia pure genericamente, da Malvagna, era fondata: l'azione da
commettere in Toscana era, con ogni probabilità, quella di cui si
discute. L'altro aspetto certo di tutta questa vicenda è il
collegamento stretto di Santo Mazzei con il gruppo dei "corleonesi";
vale a dire, Brusca, Bagarella, Matteo Messina Denaro, Riina, ecc. Tutti quelli che hanno parlato di Mazzei (ne sono stati
indicati almeno otto, ma non sono nemmeno tutti quelli che hanno reso
dichiarazioni su di lui) hanno concordemente riferito che il suo
avvicinamento ai corleonesi cominciò, quantomeno, già all'epoca della
sua detenzione, negli anni '80. Le notizie più risalenti nel tempo le ha fornite Malvagna: lo
conobbe in carcere a Milano, nel 1987, e già allora si parlava di
"discorsi aperti" con lui. Quest'apertura derivava dal fatto che
Mazzei s'era ingraziato un "corleonese" importante, il quale aveva
suggerito di "tenerselo vicino". Ovviamente, non ha nessuna importanza stabilire se quel
corleonese era Luciano Leggio (come ritengono i catanesi Pulvirenti, Avola
e Malvagna), ovvero se era Bagarella (come ritiene Sinacori), ovvero
entrambi ed altri ancora.
Sta di fatto che la "vicinanza" di Mazzei al gruppo di
Riina, Bagarella, Brusca, Matteo Messina Denaro, ecc. era un fatto
praticamente notorio in "cosa nostra", come era notorio che furono
costoro a perorare la causa della sua formale affiliazione; anzi furono
loro a imporla, praticamente, al gruppo di Santapaola. L'affiliazione di Mazzei è stata, infatti, descritta da
Brusca, Sinacori, La Barbera, Patti, Pulvirenti, Avola, Maugeri: tutti
sapevano che era stato "combinato" a Catania, nella famiglia di
Santapaola, nell'estate del 1992, e che era stato messo a disposizione
dei palermitani. Qualcuno di costoro sapeva anche di più (come Brusca, che fu
uno degli artefici dell'affiliazione); qualcuno sapeva di meno o non
conosceva i fatti con precisione.
Tutti sapevano, però, sostanzialmente, le stesse cose.
Nessun peso può darsi, invero, al fatto che alcuni (Avola e
La Barbera) abbiano indicato, come luogo della formale affiliazione,
Palermo, mentre tutti gli altri hanno parlato di Catania.
Questa discordanza, infatti, può avere numerose spiegazioni,
prima tra tutte quella che né Avola né La Barbera erano presenti quando
Mazzei fu formalmente affiliato (La Barbera era assente e Avola era fuori,
a Catania, a guardare il territorio), per cui è ben possibile che
abbiano, già a loro volta, ricevuto la notizia in maniera distorta. Così come è possibile che i collaboratori si riferiscano a
due momenti diversi: la "combinazione" e la "presentazione" a
Santapaola, che certamente avvennero in posti differenti. Sta di fatto, però, che il numero dei collaboratori, il tempo
in cui hanno riferito la circostanza, l'assoluto disinteresse che
avevano a rappresentare un fatto apparentemente marginale nelle dinamiche
di "cosa nostra" sono prova sicura che tutti, raccontando questa
affiliazione, hanno detto la verità.
D'altra parte, la vicinanza di Mazzei ai corleonesi va
apprezzata non solo per la genesi e le modalità della sua formale
affiliazione, ma anche per le azioni poste in essere per conto di costoro. Si è visto infatti, che Mazzei partecipò, dopo
l'affiliazione, anche alla "guerra di Marsala", di cui hanno parlato
Brusca, La Barbera, Sinacori e Patti, uccidendo a Torino Pietro Scimemi.
Questa guerra vide ancora una volta contrapposti i corleonesi
agli "stiddari" (praticamente, al clan degli Zicchitella) e, a dire di
tutti, fu diretta da Riina, che fece "caporale" di questa guerra
Andrea Gancitano.
Prima ancora Mazzei aveva partecipato, a Rimini, nel 1991,
all'omicidio di Agostino D'Agati, amico di Salvatore Contorno, e della
persona che lo accompagnava. Questo duplice omicidio fu commesso proprio
insieme ad altri "corleonesi" (Patti, Sinacori, Facella) e fu ordinato
da un altro "corleonese" (Mariano Agate"), per "fare bella
figura" col capo dei "corleonesi", cioè Riina (questo è quanto
hanno raccontato sia Sinacori che Patti).
La vicinanza di Mazzei ai corleonesi va apprezzata, infine,
anche per le risultanze ("oggettive") del traffico telefonico di
Mazzei, che lo dichiarano in contatto con La Barbera Gioacchino (come si
è visto).
- La conseguenza di questo discorso è allora ovvia: se Mazzei, capo dei
"cursoti", fu traghettato in "cosa nostra" dal gruppo dei
corleonesi, ciò avvenne, si può essere certi, per le finalità e gli
interessi dei corleonesi.
Ma si è visto, nei paragrafi precedenti, che gli interessi
di costoro erano concentrati, nella seconda metà del 1992, sul "carcere
duro" e sui "pentiti". Le finalità
erano quelle di giungere alla soppressione o alla modifica degli istituti
giuridici che recepivano, a livello ordinamentale, queste due tematiche.
Gli strumenti che pensavano di utilizzare, per raggiungere i loro fini,
erano il terrore e la minaccia, da diffondere o praticare, in Sicilia o al
Nord. Meglio al Nord, dove l'opinione pubblica è più sensibile e più
influente.
Si comprende allora perché nessuno meglio di Santo Mazzei
(che "si muoveva bene al Nord", dove aveva basi ed agganci) era
deputato a porre in essere l'azione delittuosa commentata in questo
paragrafo.
Non per nulla, come si è visto nel paragrafo secondo, egli
fu ammesso ai colloqui che si svolgevano a Mazara del Vallo, dopo il mese
di luglio del 1992, tra Bagarella, Brusca, Gioè, ecc. e che avevano ad
oggetto iniziative eclatanti contro lo Stato, tra cui la Torre di Pisa.
Anche per questo il racconto di Gullotta appare quindi
particolarmente credibile, così come appare credibile quello che dice
Brusca: l'iniziativa di Mazzei nacque nel contesto dei discorsi che si
facevano, in cosa nostra" (in particolare, nel gruppo dei corleonesi),
nella seconda metà del 1992, intorno a Bellini e alle iniziative
programmate per "ammorbidire" lo Stato.
Bisogna considerare, infatti, che la collocazione di un
ordigno esplosivo (per quanto scarsamente efficace potesse essere) in un
giardino momumentale come quello di Boboli costituisce un'azione che,
posta in essere da Mazzei, non può essere ricondotta a nessuna delle
attività tradizionali proprie del gruppo di appartenenza, ma abbisogna di
una motivazione ulteriore, di "ampio respiro": proprio come quella che
animava le condotte dei suoi nuovi compagni nel periodo in considerazione.
In ogni caso, è sicuramente da escludere che Mazzei si sia
mosso di sua iniziativa, giacché il filo che lo legava ai corleonesi
costituiva, per lui, anche una catena che lo legava agli interessi e alle
strategie della nuova "famiglia".
Non per nulla Sinacori, che dell'ordigno di Boboli ha detto
di non sapere niente, ha anche precisato che in "cosa nostra" non si
faceva nulla senza il consenso di Riina. Questa regola valeva per tutti,
figurarsi per Santo Mazzei, che era l'ultimo arrivato ("In
Cosa Nostra non si poteva fare niente se non si parlava con Riina,
chiunque. Chiunque. Pensa Santo Mazzei, che era stato fatto da un mese!). Lo stesso ha
detto, con altre parole, La Barbera.
Ovviamente, non è possibile tacere (né questa Corte intende farlo) su
una contraddizione che si rileva, con evidenza, nel confronto delle
versioni di Brusca e La Barbera. Per il primo,
infatti, Mazzei, tornando dal "Nord", disse di aver depositato un
ordigno a Boboli (in istruttoria aveva detto agli Uffizi); per il secondo,
disse di aver versato del liquido infiammabile attraverso la finestra di
un museo "della zona di Firenze". Va detto subito
che la contraddizione è insanabile e può essere spiegata solo mediante
congetture. La più plausibile è che Mazzei abbia spiegato male e a modo
suo quello che aveva combinato a Firenze, talché ognuno dei due
ascoltatori poté intendere il suo discorso a modo proprio. Occorre
considerare, infatti, che nessuno dei tre era versato nella materia
oggetto di discussione (in quel caso particolare), come è emerso
chiaramente dall'esame complessivo dei collaboratori suddetti (Brusca ha
dichiarato che, per lui, "Uffizi" e "un luogo importante" erano la
stessa cosa). Così come occorre considerare che il Giardino di Boboli è
annesso a Palazzo Pitti, dove hanno sede la Galleria Palatina, il Museo
delle Carrozze e il Museo degli Argenti ; vale a dire, un articolato
complesso museale.
Cosa sapesse Mazzei di tutto ciò lo sa solo lui, dal momento che, citato
a dibattimento ad istanza di varie parti private, si è avvalso della
facoltà di non rispondere. E' da ritenere, però, che egli non fosse
maggiormente edotto di chi gli commissionò l'azione. E' senz'altro plausibile, perciò, che, raccontando la sua
impresa, abbia, volutamente o
inconsapevolmente, fatto confusione sul bene preso di mira.
Così come è plausibile che Mazzei abbia parlato, nel contesto
rappresentato da Brusca e La Barbera, di più azioni delittuose
(realizzate, anche con mezzi diversi; progettate; abortite) e che costoro
abbiano recepito confusamente i discorsi da lui fatti.
Non va dimenticato, infatti, che Brusca e La Barbera parlano di
resoconti avvenuti in due luoghi diversi (e quindi anche in tempi
diversi): Brusca parla della casa di Gaetano Sangiorgi, a Santa Flavia; La
Barbera di una casa di campagna tra Altofonte e Piana degli Albanesi. Una cosa però è certa: se anche se non si volesse dar
credito a ciò che dicono i collaboratori intorno all'ordigno di Boboli,
si dovrebbe concludere che l'episodio narrato in questo paragrafo non
costituisce, come questa Corte invece ritiene, un'applicazione (in tono
minore) della "filosofia Bellini", ma un evento scollegato dalle
vicende che ci riguardano.
Le conseguenze, in punto di ricostruzione logica degli accadimenti,
non muterebbero quasi per nulla.
Certamente non si può dire, come qualche difensore è stato
tentato di fare, che questa (ipotetica) "caduta" dei due collaboratori
rappresenti la "prova provata" della loro insincerità (e, quindi, va
scartato tutto ciò che dicono), giacché significherebbe vedere più
sostanza nelle ombre che nei corpi da cui promanano.
Significherebbe fare applicazione di un criterio (la generalizzazione del
particolare) che porta direttamente al nichilismo processuale (si
consideri quante volte due testi disinteressati raccontano diversamente
uno stesso fatto).
D'altra parte, la contraddizione sopra segnalata può essere utilizzata
per contestare che i mandanti dell'azione di Boboli siano state le
persone indicate da Brusca (tutti gli altri aspetti della vicenda - tempi,
luoghi e soggetti che la posero in essere - sono certi, come si è visto,
indipendentemente da ciò che ne dicono Brusca e La Barbera).
Ma che i mandanti siano stati, genericamente, i "corleonesi" si
può affermare indipendentemente da ciò che ne dicono questi due
collaboratori, per i motivi che sono stati sopra detti (la nuova
collocazione di Mazzei dopo l'affiliazione a cosa nostra).
Non serve nemmeno accertare, quindi, se Mazzei abbia agito su
espresso incarico di Brusca o Bagarella (o di entrambi), ovvero se sia
stato "volenteroso" (come dice Brusca) e abbia anticipato l'ordine
dei suoi nuovi capi.
Quello che è certo è che, come dicono tutti i collaboratori, in
"cosa nostra" non si muoveva foglia senza il consenso di Riina.
Quest'azione delittuosa, quindi, indipendentemente da quello che ne sa
Brusca (e non è affatto detto che Brusca sapesse tutto) è certamente da
rapportare alla nuova strategia di "cosa nostra" dopo l'applicazione
dell'art. 41/bis Ord. Penitenziario.
Inoltre, è ben plausibile, per quanto si è detto, che
l'idea di questa azione sia nata nel contesto dei discorsi con Bellini e
che servisse a secondare le trattative in corso.
Non solo quella tra Gioè e Bellini, di cui si è già parlato, ma anche
quella tra il ROS e Ciancimino, di cui si parlerà nel paragrafo
successivo.
Essa è comunque indicativa del fatto che, a ottobre del 1992, i
"corleonesi" avevano già individuato nel patrimonio artistico
nazionale un nervo scoperto dello Stato, su cui agire per ottenerne la
resa.
Ha detto che si ricorda di questa data perché è il giorno in cui
aveva un appuntamento, poi fallito, a Milano col Mazzei ed ha potuto
risalirvi attraverso l'esame dei tabulati telefonici relativi al
cellulare in suo possesso
"
Sì, l'ha conosciuto e c'ero presente io quando c'è stata la
presentazione, perché a Riina lo accompagnai io.
Lui
si trovava latitante a Mazara, il Riina, in un villino attiguo a
quello di mastro Ciccio.
Io
sono andato a prendere a Riina, che avevamo già fissato
l'appuntamento, Giovanni Bastone - tramite Salvatore Facella che in
quel periodo si trovava pure a Mazara - avevo fissato l'appuntamento
io in una contrada di Mazara, si chiama Ferle.
Io accompagnai il Riina; lì, poi, venne Giovanni Bastone, il
Santo Mazzei, Salvatore Facella, il Luchino Bagarella e, se non
ricordo male, c'era pure mastro Ciccio, però di questo non ne sono
sicuro, se c'era la presenza di mastro Ciccio.
In quell'occasione, difatti, io, quando è entrato Mazzei non
sapeva chi era davanti e Luchino gli ha detto: 'questo è mio cognato',
la stessa cosa. Si sono abbracciati e c'è stata la presentazione.
Il Riina gli disse che ne aveva sempre sentito parlare, però
non aveva avuto l'occasione di conoscerlo, adesso c'era l'occasione di
conoscerlo.
Poi, loro sono rimasti a parlare e noi siamo usciti. Io sono
uscito assieme a Giovanni e a Salvatore Facella e sono rimasti il
Riina, il Bagarella, in un primo momento, e Santo.
Poi sono entrati, uno alla volta, prima Facella e poi Giovanni,
però io ero sempre fuori a guardare la situazione".
Cannavò Roberto è stato identificato nell'ominima persona nata a
Torino il 3/03/1967, residente a Catania via De Caro numero 11,
pregiudicato per omicidio, associazione mafiosa, rapina ed altro
(teste Dalle Mura, ud. del 19-11-97, fasc. n. 249.
Questo teste ha anche proceduto all'identificazione del Facella:
Facella Salvatore, nato a Lercara Friddi, Palermo, l'8/01/54, abitante
fino al '93 a Moncalieri, Torino.
Il Bastone è stato identificato dal teste Dalle Mura in Bastone
Giovanni, nato a Mazara del Vallo il 15 marzo 1943. Pregiudicato per
ricettazione, traffico di stupefacenti, contrabbando, associazione
mafiosa, armi.
Evola Maria Rita, ha precisato il teste Dalle Mura, è coniugata con
Scalia Angelo, cognato di Mazzei Sebastiano, fratello di Mazzei Santo.
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