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Sentenza Tagliavia - Intro
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Sentenza Tagliavia - Indice

Atti del convegno del 26-27/05/2003

Depos.Brusca: 13 gennaio 1998
Depos.Brusca: 14 gennaio 1998
Depos.Brusca: 15 gennaio 1998
Depos.Brusca: 19 gennaio 1998
Depos.Brusca: 23 gennaio 1998
Depos.Brusca: 17 settembre 1999
Depos.Brusca: 18 settembre 1999


Tutti i verbali del 1°dibattimento

Tutti i verbali del 2°dibattimento

La requisitoria del P.M. (Chelazzi e Nicolosi) al processo (25/3-06/04/2008)
Legge REGIONE TOSCANA N. 40/2006 - Interventi a favore delle vittime del terrorismo e della criminalitàorganizzata.(3.3 Mb)
L'audizione del P.M. Chelazzi alla Commissione Antimafia
Motivazione Sentenza di Cassazione del 6/5/2002 (3.3 Mb)
Sentenza della prima Corte di assise di appello di Firenze del 13/2/2001 contro Bagarella
Motivazione (5.783 KB)
Sentenza Corte di assise di Firenze, Sez I del 21/1/2000 contro Graviano (620 KB)
Il proiettile di Boboli
Sentenza Corte di assise I° grado Firenze del 6/6/1998
Intestazione e dispositivo del 06/06/98 [77 Kb]
L'udienza del 7 giugno 1997
Versione stampabile   
Un antefatto importante

Un antefatto importante : il proiettile di Boboli

Sempre più convinti che soltanto i documenti ufficiali possano essere citati come fonti e proposti all' attenzione di tutti, pubblichiamo la parte della motivazione di sentenza depositata il 21 luglio 1999 dedicata ampiamente  all' episodio del proiettile di   Boboli  avvenuto il 5 novembre 1992. Questo episodio fu definito " l' anticamera delle stragi".Segnaliamo particolarmente la deposizione di Giovanni Brusca.

 
LA TRATTATIVA TRA GIOÈ-BELLINI. PROIETTILE NEL GIARDINO DI BOBOLI.

  Strettamente collegato all'argomento trattato nel paragrafo precedente è quello relativo alla collocazione nel Giardino di Boboli di un proiettile di artiglieria ad opera di alcuni malavitosi catanesi.

CAPITOLO QUARTO

 Si può parlare di collegamento perché l'idea di quest'azione criminosa nacque nel contesto dei colloqui tra Gioè e Bellini e fu eseguita da un personaggio (Santo Mazzei) che, nella seconda metà del 1992, fu vicino ai referenti immediati di Gioè (vale a dire, Brusca e Bagarella) e a quelli mediati (Riina). Essa rappresentò, quindi, il preludio in tono minore della campagna stragista.

  Di quest'azione hanno parlato uno dei diretti esecutori (Gullotta Antonino), nonché Brusca e La Barbera (questi ultimi due in contraddizione tra loro sulla natura dell'azione illecita posta in essere). Vari altri (Pulvirenti, Patti, Sinacori, Avola, Malvagna) hanno illustrato la posizione di Mazzei nel contesto della malavita siciliana.

 Le dichiarazioni dei soggetti informati

 Gullotta Antonino (Nel gruppo dei "Cursoti" di Catania dal 1990 – Arrestato a maggio del 1993 – Collaborante da novembre del 1994).[1]
 
Il Gullotta ha dichiarato di aver fatto parte del gruppo malavitoso dei "Cursoti" (da "corso") di Catania dal novembre del 1990 e fino alla data del suo arresto, avvenuto nel mese di maggio del 1993.
 
Capo di questo gruppo fu, dal novembre del 1991, Santo Mazzei, arrestato il 10-11-92. Faceva parte del gruppo anche tale Cannavò Roberto.
  Ha aggiunto che il suo gruppo operava prevalentemente a Catania, ma aveva interessi anche nel Nord-Italia, soprattutto a Torino, dove commisero anche dei delitti.
 
Lui e Cannavò erano "vicini" al capo, da cui erano benvoluti.

 
Ha detto che Santo Mazzei aveva frequentazioni e rapporti molto stretti con la criminalità organizzata di Mazara del Vallo, dove aveva, come referenti diretti, tali Salvatore Facella e Giovanni Bastone.
 
Una parte di queste frequentazioni gli sono note per ciò che gli raccontò Cannavò Roberto, suo compare. Questi, infatti, si recava spesso nel mazarese per tenere i contatti con i personaggi locali, mandato da Santo Mazzei.
 
Dopo l'arresto di quest'ultimo ci andò anche di persona e incontrò le persone suddette.

 
Sempre il Cannavò gli raccontò, una volta, di aver accompagnato Santo Mazzei a Mazara del Vallo, dove questi aveva partecipato ad una riunione di alto livello, per il numero e la qualità dei personaggi presenti. Egli stesso riconobbe poi tra i partecipanti, vedendolo in televisione, Leoluca Bagarella.
 
Questa riunione avvenne poco tempo prima dell'episodio di cui passa a parlare.[2]
 Ha narrato di essersi recato, tra settembre e ottobre del 1992, a Milano, con la sua Seat Ibiza, insieme a Mazzei e Cannavò. Poiché non si potevano muovere agevolmente con la sua auto, che era targata Catania, acquistarono, per la cifra di otto milioni, una Opel Kadett S.W. targata Milano, che si intestò il Cannavò.
 
A Milano li raggiunse Salvatore Facella e da qui andarono a Torino, dove incontrarono Giovanni Bastone, che abitava in questa città.
 
Il Bastone era "sorvegliato" a Torino (nel senso che a Torino era sottoposto alla misura di sicurezza della sorveglianza speciale).
 A Torino il Mazzei chiese a Bastone di procurargli dei candelotti di dinamite. Bastone girò l'incarico a Facella.
Dopo un paio di giorni Facella disse di aver trovato non della dinamite, ma una "bomba". Mazzei rispose che andava bene lo stesso, perché l'ordigno serviva solo per un'azione dimostrativa ("Il Mazzei rispose che era buona anche perché non è che doveva essere fatta esplodere ma dare un atto dimostrativo alle Forze dell'Ordine per la repressione che c'era contro diciamo i gruppi malavitosi, la mafia diciamo").
 
L'ordigno era contenuto in una busta nera di plastica, come quelle della spazzatura.
 
Avuta la "bomba" si avviarono verso Firenze. Partirono verso mezzogiorno.
 
Lui e Cannavò viaggiarono con la Opel Kadett; Mazzei e Facella con la Fiat Tempra S.W. di quest'ultimo.
Durante il tragitto dettero un'occhiata all'ordigno e notarono che "aveva la forma di un razzo"; era lunga 12-14 cm ed aveva il diametro di 8-10 cm. Era di colore "bronzo, un po' più chiaro".
 
Giunsero ad uno dei caselli autostradali di Firenze verso le 16,30-17,00 e da qui si recarono a Palazzo Pitti, che raggiunsero in un quarto d'ora circa.
 
Furono Mazzei e Facella a "fare strada" dal casello al Palazzo.
 
Giunti a Palazzo Pitti parcheggiarono nella strada antistante. Cannavò nascose l'ordigno sotto il giubbotto ed entrò "in questo museo". Tornò dopo circa 20 minuti dicendo di aver dovuto pagare un biglietto d'entrata e di aver collocato l'ordigno dietro una statua. Disse anche d'essersi dovuto affrettare, perché il museo stava chiudendo.
 
Quindi, ripresero la strada per Torino.
Dopo un centinaio di chilometri Mazzei si fermò in un autogrill e fece una telefonata "all'ANSA, o comunque a una testata giornalistica", per rivendicare l'attentato. Il Mazzei parlò, però, concitatamente, tant'è che essi stessi, che erano vicini, non compresero nulla.
 
Prima della partenza da Torino, Mazzei aveva lasciato intendere che la telefonata di rivendicazione avrebbero dovuto farla loro (lui o Cannavò). Poi cambiò idea.
 
Il giorno dopo acquistarono dei giornali per capire se era stata recepita la telefonata di Mazzei, ma non trovarono nulla.
 
Qualche mese dopo questo episodio Mazzei fu arrestato.
 
Circa lo scopo dell'azione posta in essere a Palazzo Pitti ha dichiarato, in sede di controesame di una parte civile:

" Il motivo era perché ci furono le stragi di Borsellino e Falcone, e nel momento in cui ci furono queste stragi, nella città di Palermo, nelle zone di Palermo, ci fu una repressione delle Forze dell'Ordine talmente forte che, in poche parole, ci mancò il respiro, diciamo, ai gruppi criminali".

 
L'atto intimidatorio fu compiuto affinché le forze dell'ordine "si calmassero" e per destare paura nella popolazione.


Brusca Giovanni.

Anche il Brusca ha parlato dell'episodio posto in essere da Mazzei a Firenze.

 
Ha dichiarato di aver conosciuto Santo Mazzei verso il mese di marzo del 1992 ad Altofonte, in casa di Di Matteo Mario Santo, dove il Mazzei si incontrò con Bagarella. Erano presenti anche Mariano Agate e un certo Facella.[3]
 
Il Facella, ha spiegato Brusca, era "uomo d'onore" della famiglia di Lercara e svolgeva una attività lavorativa nel Piemonte ("forse a Torino o nelle vicinanze"). Era in contatto con uomini d'onore del trapanese, tra cui Giovanni Bastone.
 
All'epoca di questo incontro Mazzei non era ancora "combinato". Era in contrasto con la famiglia catanese dei Santapaola, con la quale aveva avuto, in passato, motivi di frizione.
 
Il Mazzei, però, ha aggiunto Brusca, interessava al gruppo dei corleonesi, di cui egli faceva parte (Riina, Bagarella, Brusca, ecc.). Per questo decisero di "metterlo in famiglia nei catanesi".
 
A questo fine si recarono a Catania, nell'estate del 1992, lui, Bagarella e Gioè, dove incontrarono Nitto Santapaola, Salvatore Santapaola, Enzo Aiello, Eugenio Galea, Aldo Ercolano (tutti esponenti di punta della mafia catanese), con i quali perorarono la causa della sua "combinazione".
 
La loro richiesta fu accettata e Mazzei "fu messo in famiglia". Ciò avvenne, ha detto Brusca, circa una settimana dopo la strage di via D'Amelio.

 
Dopo la formale affiliazione Mazzei divenne "stretto" ai mafiosi del palermitano (e, più in generale, della Sicilia occidentale). Fu anche presentato a Riina, col quale partecipò, insieme ad un'altra quindicina di uomini d'onore, a una "mangiata" a Mazara del Vallo, nell'estate del 1992.

 
Con lui presero a discorrere dei problemi del momento, tra cui il 41/bis e la reazione statale alle stragi del 1992. Siccome erano in corso, in quel periodo, i contatti con Bellini e avevano ben presente i discorsi fatti con costui, pensarono a qualche iniziativa "eclatante" per "ammorbidire un pochettino" lo Stato.

 
Parlarono infatti concretamente "di andare a piazzare una bomba a mano agli Uffizi di Firenze". Per questo, sapendo che Mazzei aveva rapporti "al Nord" e doveva "salire", gli chiesero questa "cortesia".
 
Questa iniziativa, ha precisato, nacque nel corso dei discorsi che si svolsero a Santa Flavia, a casa di Gaetano Sangiorgi, tra lui, Bagarella, Gioè, Mazzei e, qualche volta, La Barbera.

 
Egli allora mandò La Barbera Gioacchino e Gioè Antonino a ritirare una "bomba a mano" che aveva disponibile ad Altofonte. I due, però, rientrarono senza averla trovata, per cui rimandarono l'attuazione del progetto "a nuovo evento".

 
Senonché, ha aggiunto, il Mazzei, trovandosi al Nord, recuperò, di sua iniziativa, un proiettile di artiglieria e lo collocò nel Giardino di Boboli. Poi fece ritorno a Palermo e l'indomani, verso le 12,30, si ritrovarono tutti a Santa Flavia, a casa del dr. Sangiorgi, "con appuntamento già prestabilito", dove suggerì di accendere il televisore per ascoltare i commenti sull'accaduto.
Constatarono, però, che i mezzi di informazione non parlarono di questo fatto. Essi pensarono che avessero volutamente celato la notizia per non creare allarme.

 
Mazzei disse di aver collocato l'ordigno a Firenze insieme a Salvatore Facella e ad un altro "ragazzo".
Questo fatto avvenne poco prima dell'omicidio di Ignazio Salvo.

 
Ha precisato che, secondo le sue conoscenze, l'ordigno maneggiato dal Mazzei era costituito da una bomba a mano ed era stato collocato agli Uffizi.
 
Solo nel corso degli interrogatori apprese, su contestazione del PM, che si trattava di un proiettile di artiglieria e che era stato collocato nel Giardino di Boboli.
Ha giustificato le sue errate conoscenze col fatto che in presenza di Mazzei s'era parlato di bomba a mano e degli Uffizi. Il mutamento di mezzi e di obiettivo era stato opera del solo Mazzei, a loro non comunicata.

 
Rispondendo quindi ad una contestazione del PM (il Brusca aveva dichiarato, in tutti gli interrogatori istruttori, che a Mazzei fu dato incarico di agire a Firenze, in un edificio importante e significativo, ma non aveva mai fatto il nome degli Uffizi), dice: [4]

"In quanto io ho detto Uffizi in particolar modo, o una cosa importante, per me è la stessa cosa. Cioè dire Uffizi o un punto specifico, cioè un fatto importante, era come se io, dicendo gli Uffizi, per me era un luogo molto importante. Cioè nella sostanza per me sta... per me, con la mia mente, ha sempre un valore, dire una cosa importante, cioè un punto importante, che dire gli Uffizi.
           
Che, ripeto, io non conoscevo Firenze sotto questo punto di vista."[5]

 
E rispondendo alla contestazione del difensore di uno degli imputati (nei primi interrogatori istruttori aveva sempre asserito che l'iniziativa di collocare l'ordigno a Boboli fu di Mazzei; poi, solo a partire dall'interrogatorio del 19-6-97 ammise di aver dato l'ordine lui), ha detto che, in realtà, le modalità concrete  dell'operazione furono scelte da Mazzei; l'imput era stato suo e di Bagarella (nella maniera sopra detta).

 
Ha aggiunto che, quando parlarono di collocare l'ordigno a Firenze, parlarono di effettuare una telefonata rivendicativa all'ANSA. In queta telefonata dovevano essere citati i detenuti di Pianosa e dell'Asinara.
 
Infatti, l'azione doveva servire a lanciare un messaggio allo Stato sul 41/bis, per creare allarmismo e far si che si aprisse un canale di comunicazione tramite Bellini.
 
All'epoca, infatti, ha precisato, era ancora aperta la trattativa con quest'ultimo, nella prospettiva di benefici per i detenuti.

 
Ha detto che dell'iniziativa non informò Riina. Non sa se lo fece Bagarella.


La Barbera Gioacchino
(Entrato in cosa nostra nel 1981 nella "famiglia" di Altofonte – Arrestato il 23-3-93 – Collaborante dal mese di novembre 1993).
 
Ha detto di aver conosciuto Santo Mazzei nell'estate del 1992, in una villa di Mazara del Vallo, in cui fu concertata l'eliminazione di una persona a lui sconosciuta. A questa riunione erano presenti anche Riina, Bagarella, Brusca, Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori e altre persone.
 
Il Mazzei era in compagnia di Salvatore Facella ed "altri personaggi residenti a Torino". A quell'epoca il Mazzei non era stato ancora "combinato". Era un semplice amico personale di Leoluca Bagarella, con cui era stato a lungo in carcere.

 
Seppe poi da Gioè che Mazzei era stato messo nella famiglia di Catania su sollecitazione di Brusca e Bagarella. La "combinazione" avvenne, però, a Mazara del Vallo, dopo varie sollecitazioni dei palermitani.

 
Alla combinazione furono presenti, tra gli altri, Gioè e due-tre persone di Catania. Egli non fu presente. Sa solo quello che gli fu riferito da Gioè.
Successivamente, il Mazzei gli fu anche ritualmente presentato.

 
Ha detto che molto vicini a Santo Mazzei erano Salvatore Facella, originario di Lercara Friddi, ma che viveva nella zona di Torino, nonché Giovanni Bastone, mafioso di Mazara del Vallo che si era trasferito al Nord.

 
Ha parlato, quindi, di un incontro avvenuto con Santo Mazzei in una casa di campagna tra Altofonte e Piana degli Albanesi dopo il 20-10-92.[6]

 
A questo incontro parteciparono lui (La Barbera), Gioè, Brusca e Bagarella.

 
Nel corso di questo incontro il Mazzei parlò di un attentato da lui fatto ad un museo "nella zona di Firenze".
 
Fece capire di aver versato del liquido infiammabile attraverso una finestra e che il liquido aveva preso fuoco. Non sapeva dire, però, quali danni aveva provocato, perché era scappato subito dopo il fatto.
 
Non specificò se l'attentato era stato da lui compiuto personalmente, o a mezzo di altre persone.
 
Lo raccontò come un fatto avvenuto alcuni giorni prima del 20 ottobre 1992 (15-20 giorni prima).

 
Mazzei non si spiegava perché i mezzi di informazione non avevano divulgato la notizia. Espresse il convincemento che avevano voluto coprire l'accaduto.
 
Fece anche capire di poter agire tranquillamente al Nord, perché qui aveva molte persone intorno.
Santo Mazzei, a quanto egli capì, non si mosse di sua iniziativa, ma perché comandato:

"Si, il Santo Mazzei aveva avuto un incarico ben preciso. Ben preciso perché, a quell'epoca, si stava sviluppando - almeno io, dai discorsi che assistevo - una cosa ben precisa: di colpire dei beni dello Stato.
  E si sono fatti tanti discorsi. Per cui Santo Mazzei in particolare se ha versato della benzina per fare danni a un museo, gli era stato detto da Leoluca Bagarella e da Giovanni Brusca.
           
Era una strategia ben precisa.[7]

 
E' da escludere, in maniera assoluta, ha precisato, che il Mazzei avesse potuto prendere, di testa sua, una iniziativa del genere.

 
 
Ha detto di non aver mai sentito parlare di bombe lasciate o collocate in qualche museo di Firenze, né da Mazzei né da altri.


Sinacori Vincenzo
(Entrato in "cosa nostra" nel dicembre del 1981 nella famiglia Mazara del Vallo – Arrestato nel luglio del 1996).
 
Il Sinacori ha dichiarato di non sapere nulla del proiettile di artiglieria collocato a Boboli. Ha dato, però, molte utili informazioni relative a Santo Mazzei, il protagonista della vicenda, che conviene riportare.

 
Ha detto di aver conosciuto Santo Mazzei in occasione di un duplice omicidio commesso a Rimini in danno di un certo D'Agati e di un'altra persona, agli inizi degli anni '90.
 
Quest'azione criminale fu posta in essere da lui (Sinacori), Santo Mazzei, Antonio Patti, Salvatore Facella e Matteo Mazzei (fratello di Santo).

 
In vista di quest'azione delittuosa Santo Mazzei si era recato a Mazara del Vallo per parlare con Bagarella e Mariano Agate. Glielo fece conoscere Salvatore Facella.

 
Santo Mazzei, ha aggiunto, è un catanese che è stato lungamente detenuto insieme a Leoluca Bagarella. Fu detenuto anche insieme a Giovanni Bastone, "uomo d'onore" di Mazara del Vallo, che era stato per vario tempo a Torino.

 
Furono proprio questi due (Bagarella e Bastone) a portare il Mazzei in "cosa nostra", perché, altrimenti, non avrebbe mai potuto mettervi piede.
 
Infatti, egli aveva avuto delle "guerre" con la famiglia di Santapaola, in passato. Inoltre, un suo nipote era stato uno dei primi a collaborare, ai tempi in cui Alto Commissario era Siclari o Imposimato, una volta arrestato (questo fatto gli fu riferito da Giovanni Bastone).

 
Per questi motivi le vie dell'affiliazione in cosa nostra gli sarebbero state sicuramente precluse, se Bagarella non avesse garantito per lui  ("Però,siccome Leoluca Bagarella era il suo garante, nel senso che diceva che Santo Mazzei era un cavallo da fare paura e ci serviva, allora è stato combinato").

 
Mazzei era soprannominato "calcagnoso", "forse perché è piccolo". Fu "combinato" nella famiglia di Catania nell'estate del 1992 (Sarà stato fine giugno-luglio).
 
Per combinarlo andarono a Catania, per parlare con Santapaola, sia Brusca che Bagarella. Infatti, fu combinato alla presenza di questi ultimi due.
 
Una volta combinato fu messo a disposizione di Bagarella. Gli fu affiancato Salvatore Facella, che era già uomo d'onore della famiglia dell'Arcarafritta ed era stato combinato personalmente da Riina.

 
Circa due mesi dopo la combinazione, Mazzei fu presentato a Riina.
 
Ciò avvenne in un incontro tra i due che si svolse a Mazara del Vallo, in contrada Ferle, a cui parteciparono lui (Sinacori), Bagarella, Giovanni Bastone, Salvatore Facella e, probabilmente, Messina Francesco ("Mastro Ciccio").

 
In questa occasione Riina regalò a Mazzei 70 milioni.[8]

 
Dopo l'inserimento in famiglia di Mazzei ci fu, a Marsala, nel 1992, una guerra di mafia, a cui Mazzei collaborò.
 
Infatti, uccise a Torino, dove "si muoveva bene", un certo Scimemi, originario di Marsala, su incarico "nostro". Ha poi precisato che Mazzei agì senz'altro su disposizione di Riina.

 
Ha detto, infine, che Mazzei partecipò ad un incontro a Mazara del Vallo con Gioè, lui (Sinacori), Brusca, Bagarella e (forse) Gioacchino La Barbera, verso agosto del 1992, nel corso del quale Gioè manifestò l'idea di attentare alla Torre di Pisa (vedi paragrafo n.2).
 
Questo incontro avvenne, ha precisato, circa una settimana prima che Mazzei venisse presentato a Riina.


Patti Antonio
 (Entrato in cosa nostra il 21-10-79 nella famiglia di Marsala – Arrestato l'1-4-93 – Collaboramte dal giugno 1995).
 
Anche il Patti ha detto di non sapere nulla dell'ordigno di Boboli, ma ha parlato con cognizione di Santo Mazzei.

 
Ha dichiarato di aver conosciuto Santo Mazzei a Rimini, nel 1991, in occasione dell'omicidio di un certo D'Agati Agostino e di un'altra persona che lo accompagnava. Il D'Agati fu ucciso perché amico di Salvatore Contorno.

 
All'epoca, Santo Mazzei gestiva un negozio di abbigliamento a Rimini, insieme al fratello Matteo (Mazzei).
 
A questo duplice omicidio parteciparono lui (Patti), Vincenzo Sinacori, Santo Mazzei, Salvatore Facella e Matteo Mazzei.

 
L'incarico dell'omicidio fu dato da Mariano Agate. Questi gli disse che l'uccisione del D'Agati avrebbe fatto piacere a Riina ("…siccome questo Dagati si interessava al signor Totò Riina, Mariano mi disse: 'ti raccomando, facemo bella figura").

 
Di Salvatore Facella ha aggiunto che è di Lercara Friddi. Glielo presentò Giovanni Bastone qualche giorno dopo che (Facella) era stato "pungiuto", negli anni '80. Viveva a Torino.

 
Giovanni Bastone era un "uomo d'onore" di Mazara del Vallo, dove gestiva un "deposito" di carni. Aveva anche una casa a Torino, dove si occupava di contrabbando di sigarette.Era socio in affari del Facella.
 Sia il Bastone che il Facella furono arrestati negli anni '80 e rimasero in carcere per sei-sette anni. Ha detto che, quando fu commesso il duplice omicidio di Rimini, Mazzei non era stato ancora "pungiuto". Lo fu successivamente, su proposta di Bagarella, nella famiglia di Catania. Seppe che era stato "pungiuto" dai "mazaresi"(Mastro Ciccio - ovvero  Messina Francesco - Andrea Gancitano ed altri). Gli fu poi presentato nell'estate del 1992, allorché Mazzei "scese" a Mazara, insieme a Salvatore Facella, per dare loro "una mano" nella guerra che li contrapponeva al clan degli Zicchitella. Questa guerra, ha precistao, durò dal marzo al novembre del 1992. Nel corso della stessa Mazzei uccise a Torino, insieme al Facella, tale Pietro Scimemi. Quando fu uccisa questa persona Mazzei era già stato "pungiuto".

 Pulvirenti Giuseppe (Nella famiglia di Catania dal 1986 – Arrestato il 2/6/93 – Collaborante dal settembre del 1994).
 
Il Pulvirenti ha fornito alcune notizie utili all'inquadramento del Mazzei.
 
Ha detto di conoscerlo dal 1963, giacché viveva a Catania, nel suo stesso quartiere (San Cristoforo). Il Mazzei conosceva anche i Santapaola e quelli vicini a costui.
 Poi Mazzei si avvicinò al gruppo dei "Cursoti" e divenne avversario dei Santapaola. Quando fu arrestato, però, conobbe in carcere Luciano Leggio, del quale divenne amico. Il Leggio lo raccomandò presso il Santapaola; gli disse di non toccarlo e addirittura di farlo "uomo d'onore". In effetti, ha aggiunto, Mazzei "fu fatto uomo d'onore" nella famiglia di Santapola, insieme a Ciro Rannisi (suo nipote) ed al figlio di Santapaola. Mazzei venne arrestato circa tre mesi dopo la "pungiuta". Non ebbe modo di incontrarlo tra la "pungiuta" e l'arresto.Era soprannominato  "u' calcagnusu".

 Avola Maurizio (Entrato nella famiglia di Catania nel 1982 – Arrestato a marzo del 1993 – Collaborante da marzo del 1994). L'Avola (catanese) ha dichiarato di essere stato presente ad un incontro svoltosi nel 1992 in zona "Zia Lisa" di Catania, dove Santo Mazzei si incontrò con Benedetto Santapaola, in una casa presa in affitto da Enzo Aiello. In questa occasione Santo Mazzei fu accompagnato da vari palermitani. Si ricorda di Brusca, Gioè, Bagarella e, forse, La Barbera. Egli non conosceva queste persone (cioè, i palermitani); i loro nomi gli furono fatti, successivamente, da Marcello D'Agata. All'epoca, Mazzei era già stato "combinato" a Palermo. Fu accompagnato a Catania dai palermitani per "presentarlo", nella nuova veste, a Santapaola. Precedentemente, il Mazzei aveva fatto parte dei "Cursoti" ed era, pertanto, un nemico storico della "famiglia" di Santapaola. Ha precisato che, nell'occasione, egli "guardava la zona" insieme ad altri "ragazzi" (Di Leo, Fichera, Battaglia). Non partecipò, quindi, all'incontro. Il solito D'Agata gli disse che Mazzei aveva conosciuto in carcere Luciano Leggio, che l'aveva raccomandato ai suoi amici corleonesi. I rapporti tra i catanesi e i palermitani, ha concluso, sono sempre stati ottimi. Già nel 1986, quando i palermitani uccisero il commissario Montana, proposero ai catanesi di uccidere il fratello del commissario, che operava a Catania come cardiologo.

 Malvagna Filippo ("Avvicinato" dai Catanesi nel 1982 – Arrestato il 25-3-93 – Collaborante dal marzo del 1994).Ha detto che Santo Mazzei gli fu presentato nel 1987, nel carcere di Milano, dove entrambi erano ristretti. Insieme a loro c'era anche Matteo Mazzei, fratello di Santo. Santo Mazzei era soprannominato "U Carcagnusu". Fino ad allora egli aveva sentito parlare con disprezzo di Santo Mazzei, che apparteneva ad un'organizzazione rivale. Infatti, era il capo dei "Cursoti", un gruppo malavitoso che operava a Catania e a Milano. Proprio in carcere gli fu detto però da tale "Turi Basetta", uno del gruppo Santapaola il cui vero nome era Salvatore Fiorito, che aveva ricevuto istruzioni dallo stesso Santapaola di mettersi "a disposizione" del Carcagnusu, "perchè successivamente ci sarebbero stati dei discorsi". Gli disse anche che, da fuori, avevano mandato dei soldi per Mazzei. Il Fiorito gli disse anche:
"Può essere che un giorno diventano amici nostri. Anche perché' - dice - sono due persone che sono... due persone che, o li annienti direttamente, o è meglio averli come amici, perché portano dei benefici all'organizzazione stessa".

 
Già allora si diceva che, quando il Mazzei fosse uscito dal carcere, sarebbe entrato nella famiglia di Santapaola.IIn effetti, quando uscì lo fecero "uomo d'onore".
 A quanto egli ne sa, la formale affiliazione di Santo Mazzei a Cosa Nostra risale ai primi mesi del 1992, febbraio, marzo, massimo aprile.   Insieme a lui fu fatto uomo d'onore Girolamo Rannisi, genero di Pulvirenti.Tanto gli fu raccontato direttamente da Girolamo Rannisi e da Pulvirenti Giuseppe. Gli fu anche detto che il "filamento" (corteggiamento) di Mazzei nacque da una direttiva proveniente dai palermitani. Infatti, uno dei Mazzei (non sa se Santo o Matteo) era stato detenuto nel carcere di Bade e Carros insieme a Luciano Leggio, il quale aveva preso a stimarlo e aveva suggerito di "tenerlo vicino". Inoltre, si parlava anche di una grossa amicizia di Santo Mazzei con Giovanni Bastone, un uomo d'onore della famiglia di Mazara (del Vallo). Questi fu anche presente al "battesimo" di Mazzei. Ha detto anche di sapere che nel 1992 Santo Mazzei intrattenne rapporti con Gioè e, forse, La Barbera. Lo sa perché, a quanto gli fu detto da Girolamo Rannisi, da Giuseppe Pulvirenti e da Matteo Mazzei, Santo Mazzei doveva fare "un lavoro nel nord dell'Italia in cui agiva in concomitanza con i palermitani". Gli fu detto, in particolare, che si trattava di "un incarico particolare che lui doveva fare precisamente su, in Toscana e a Torino", dove vantava appoggi e conoscenze. Ecco cosa dice al riguardo:
"Naturalmente non è che si trattava di un omicidio, una cosa così perché se si trattava di un omicidio, non si faceva in concomitanza; si faceva cioè, era un lavoro che si sbrigava all'interno dell'organizzazione. Era una cosa importante, una cosa grossa che rientrava in una determinata strategia per come mi è stato detto".

 
Quanto alla natura della "strategia":

" Mah, io ho afferrato subito: si trattava di continuare quella linea che si era già intrapresa da poco tempo, di un contrasto nei confronti dello Stato. Quella linea lì, diciamo. Poi, di attentati, di intimidazioni e di minacce".

 Non sa di preciso quali mezzi dovesse usare il Mazzei:

"I mezzi che dovevo usare, di preciso non lo so; so che vi erano state commissionate delle armi pesanti e dell'esplosivo e che dovevono arrivare tramite delle conoscenze che aveva il Mazzei stesso ed essere appoggiate nell'Emilia Romagna dove il fratello di Mazzei risiedeva o in quel momento era là, e cioè nelle vicinanze di Rimini.

 
Questo tipo di lavoro lo doveva fare in concomitanza con i palermitani e so che qualche volta si sono incontrati con i palermitani, il Mazzei, lì, sempre nel riminese. E una delle persone che mi ha nominato il fratello, che si è incontrato con il Mazzei, è stato il Gioè. E poi mi ha parlato anche una volta di un incontro che c'è stato con un parente acquisito, non so se è uno zio, un certo Giacomo Riina, che è andato lì a trovarlo. Sempre inerenti al discorso dell'approvvigionamento di queste armi e quest'esplosivo che doveva essere usato per il lavoro che lui si era impegnato di fare o in Toscana o a Torino".

           Le valutazioni della Corte

  L'esame delle dichiarazioni passate in rassegna, nonché l'utilizzo dei dati introdotti da vari testimoni, consentono di dire che a ottobre del 1992 fu collocato un ordigno nel Giardino di Boboli ad opera di Santo Mazzei, che si avvalse della collaborazione di persone a lui vicine (Gullotta, Cannavò, Facella). L'iniziativa di questa azione criminale non fu del Mazzei ma dei capi di "cosa nostra". In particolare, del gruppo a cui Mazzei s'era legato, formalmente, qualche mese prima (i "corleonesi")[9]. Le finalità dell'azione furono, con ogni probabilità, quelle di lanciare un avvertimento allo Stato e stimolare o ravvivare le trattative in corso.  Tanto è possibile dire anche se, come si è visto, vi sono alcune significative contraddizioni tra il racconto di Brusca e quello di La Barbera. Queste contraddizioni, però, come si vedrà, non toccano la sostanza del discorso che ci riguarda, in quanto concernono un aspetto (quello dei mandanti di questa limitata azione terroristica) su cui è possibile far luce per altre vie.
 
Conviene comunque iniziare il discorso dai dati incontrovertibili.
- L'istruttoria dibattimentale ha rivelato che il 5-11-92 fu rinvenuto, dal personale di servizio nel giardino di Boboli, un ordigno in una zona del Giardino chiamata "Le Scesine", dietro la statua di Marco Cautius, ai margini di una siepe.[10]

 
L'ordigno era avvolto in un sacchetto di plastica simile a quelli della nettezza urbana, di colore nero. Era chiuso con nastro da imballaggio. Si trovava a circa dieci minuti di cammino dall'entrata del giardino.[11]

 
Si trattava, come ha precisato il mar.llo Errico, a cui l'ordigno fu consegnato per la distruzione, di una bomba da mortaio da 45 millimetri chiamata bomba Brixia, perché veniva sparata da un mortaio modello Brixia dell'anno 1935. Era un proiettile usato nella Seconda Guerra Mondiale, non più in dotazione all'Esercito.
 
Era lungo circa 12 cm e largo 45 millimetri, caricato con circa 70 grammi di esplosivo. Aveva la testa di forma ogivale, di colore rosso, e quattro alette di colore grigio ai lati. Sulla testa aveva un tappo d'alluminio di colore grigiastro.[12]

 
Si tratta, inequivocabilmente, del "razzo" di cui ha parlato Gullotta Antonino. Che questi abbia detto la verità è confermato dal fatto che ha esattamente descritto l'ordigno, le sue dimensioni, la sua forma, il suo confezionamento, i tempi e il luogo in cui fu collocato.
 Infatti, confrontando quello che dice il collaboratore e quello che ha detto il teste Errico si comprende che parlano della stessa cosa. Inoltre, rileggendo ciò che ha detto il teste Samuelli si constata che, come detto da Gullotta, il proiettile era avvolto in un sacchetto della spazzatura di colore nero; era stato realmente collocato dietro una statua (come disse Cannavò al Gullotta tornando dal Giardino); era stato collocato in un punto del Giardino distante una decina di minuti dal portone di ingresso (Gullotta ha detto che Cannavò fece rientro dopo circa 20 minuti: il tempo di andare e tornare).
 
Circa il periodo dell'azione criminosa, è stato accertato che, effettivamente (come detto da Gullotta), il 7 ottobre del 1992 Cannavò Roberto[13] acquistò, presso il Centro Automobili Vincenti di Milano, una Opel Kadett 1600 Diesel targata Milano 3A6478.[14]
 
Questo dato è congruente con quanto detto dal collaboratore circa l'epoca di collocazione dell'ordigno nel Giardino (un paio di giorni dopo l'acquisto dell'autovettura suddetta) ed è congruente con l'epoca di ritrovamento dell'ordigno.

 
Sempre sui tempi, il racconto di Gullotta si è rivelato attendibile anche per un altro dato: la necessità di pagare un biglietto per l'accesso al Giardino di Boboli.  Quest'obbligo fu imposto, infatti, a partire dal 2-6-92. L'ingresso al Giardino avveniva solo dal portone di Palazzo Pitti.[15]
 
Nel mese di ottobre del 1992 l'accesso ai visitatori era consentito dalle 9,00 alle 16,30[16] (infatti, il Gullotta ha precisato che, quando giunsero sul posto, verso le 16,30, l'ingresso al giardino stava per essere precluso ai visitatori).

 
Tutte le altre indicazioni di persona date da Gullotta si sono rivelate, infine, ampiamente veritiere.
 
E' vero, infatti, che Facella Salvatore era in stretto contatto con Santo Mazzei, come confermato da tutti coloro che hanno parlato di questo personaggio (Brusca, Sinacori, La Barbera, Patti); è vero che possedeva l'autovettura FIAT Tempra Station Wagon Select 1600 targata Torino 23642S e che abitava nei pressi di Torino (Moncalieri), come riferito dal teste Dalle Mura.[17]
 
Facella era tanto "stretto" a Mazzei che, quando questi fu arrestato, il 10-11-92, a Belpasso (Catania), aveva addosso una carta di identità rilasciata dal comune di Torino a nome di Volpe Angelo.[18] Sulla carta v'era la fotografia del Mazzei.

 
Volpe Angelo è coniugato con Facella Maria Alba, sorella di Facella Salvatore.

 
E' vero che Mazzei era in stretto contatto con Giovanni Bastone, come riferito, ancora una volta, da tutti i collaboratori che hanno parlato di lui.[19]

 
I contatti, poi, di Mazzei con La Barbera risultano non solo da ciò che ne hanno detto i collaboratori, ma anche dal cellulare dello stesso Mazzei. Questi, al momento dell'arresto, era insieme a Rannisi Girolamo (lo stesso insieme a cui, a dire di Pulvirenti e Malvagna, fu "combinato") e fu trovato in possesso del cellulare con utenza 0336-880872 intestata a tale Evola Maria Rita.[20]
 
L'esame del traffico telefonico rivelò che era stato in contatto con La barbera Gioacchino.[21]

 
Per quanto sopra detto può dirsi certo che Gullotta non mente quando parla dell'azione posta in essere al Giardino di Boboli nell'ottobre del 1992; che non si sbagli sul luogo è provato dal fatto che vi condusse (fermandosi davanti alla facciata principale di Palazzo Pitti) il Pubblico Ministero nel corso di un sopralluogo effettuato in data 20-6-96.[22]
- L'esame incrociato di ciò che dice Gullotta e di ciò che dicono Brusca e La Barbera Gioacchino dimostrano, poi, che questa azione delittuosa fu posta in essere sotto la direzione di Santo Mazzei.  Su ciò è stato chiaro il La Barbera non solo a dibattimento, ma lo fu già agli inizi del 1994, allorché cominciò a rendere le prime dichiarazioni sul punto. Il fatto poi che quest'aspetto della vicenda sia stato confermato, integrato e chiarito dalle dichiarazioni di Gullotta a giugno del 1996 costituisce un importante elemento di riscontro.
 Occorre considerare, infatti, che Gullotta non è mai stato sottoposto a questo procedimento. Perciò, non è mai stato destinatario di provvedimenti da cui potesse apprendere le modalità dell'episodio. Inoltre, ed è quello che più conta, nel giugno del 1996 le sole cose che si sapevano su quest'azione erano quelle (confuse, scarne e indirette) raccontate da La Barbera. Invece, la dinamica, i tempi, le modalità precise dell'azione, il numero e l'identità dei soggetti coinvolti divennero note proprio per le dichiarazioni sue (per le dichiarazioni, cioè, di Gullotta). Le cose che raccontò erano, perciò, sicuramente farina del suo sacco e  sicuramente veritiere. D'altra parte, che Santo Mazzei sia stato protagonista dell'azione commentata in questo paragrafo è confermato, sia pure indirettamente, da  Malvagna Filippo.  Anche questi, invero, sapeva di azioni importanti che Mazzei avrebbe dovuto porre in essere, dopo l'affiliazione, nel Nord Italia. In particolare, a Torino e in Toscana. Circa queste azioni va detto che, a parte le congetture di Malvagna (questi ritiene che non si dovesse trattare di omicidi, in quanto sarebbe stato "un lavoro che si sbrigava all'interno dell'associazione"), dopo l'affiliazione, fu dato effettivamente incarico a Mazzei di commettere un omicidio a Torino (quello di Pietro Scimemi - ne hanno parlato ampiamente Sinacori e Patti). Da ciò si arguisce che anche l'altra informazione posseduta, sia pure genericamente, da Malvagna, era fondata: l'azione da commettere in Toscana era, con ogni probabilità, quella di cui si discute. L'altro aspetto certo di tutta questa vicenda è il collegamento stretto di Santo Mazzei con il gruppo dei "corleonesi"; vale a dire, Brusca, Bagarella, Matteo Messina Denaro, Riina, ecc. Tutti quelli che hanno parlato di Mazzei (ne sono stati indicati almeno otto, ma non sono nemmeno tutti quelli che hanno reso dichiarazioni su di lui) hanno concordemente riferito che il suo avvicinamento ai corleonesi cominciò, quantomeno, già all'epoca della sua detenzione, negli anni '80. Le notizie più risalenti nel tempo le ha fornite Malvagna: lo conobbe in carcere a Milano, nel 1987, e già allora si parlava di "discorsi aperti" con lui. Quest'apertura derivava dal fatto che Mazzei s'era ingraziato un "corleonese" importante, il quale aveva suggerito di "tenerselo vicino". Ovviamente, non ha nessuna importanza stabilire se quel corleonese era Luciano Leggio (come ritengono i catanesi Pulvirenti, Avola e Malvagna), ovvero se era Bagarella (come ritiene Sinacori), ovvero entrambi ed altri ancora.
 
Sta di fatto che la "vicinanza" di Mazzei al gruppo di Riina, Bagarella, Brusca, Matteo Messina Denaro, ecc. era un fatto praticamente notorio in "cosa nostra", come era notorio che furono costoro a perorare la causa della sua formale affiliazione; anzi furono loro a imporla, praticamente, al gruppo di Santapaola.
 L'affiliazione di Mazzei è stata, infatti, descritta da Brusca, Sinacori, La Barbera, Patti, Pulvirenti, Avola, Maugeri: tutti sapevano che era stato "combinato" a Catania, nella famiglia di Santapaola, nell'estate del 1992, e che era stato messo a disposizione dei palermitani. Qualcuno di costoro sapeva anche di più (come Brusca, che fu uno degli artefici dell'affiliazione); qualcuno sapeva di meno o non conosceva i fatti con precisione.
 
Tutti sapevano, però, sostanzialmente, le stesse cose.

 
Nessun peso può darsi, invero, al fatto che alcuni (Avola e La Barbera) abbiano indicato, come luogo della formale affiliazione, Palermo, mentre tutti gli altri hanno parlato di Catania.
 
Questa discordanza, infatti, può avere numerose spiegazioni, prima tra tutte quella che né Avola né La Barbera erano presenti quando Mazzei fu formalmente affiliato (La Barbera era assente e Avola era fuori, a Catania, a guardare il territorio), per cui è ben possibile che abbiano, già a loro volta, ricevuto la notizia in maniera distorta. Così come è possibile che i collaboratori si riferiscano a due momenti diversi: la "combinazione" e la "presentazione" a Santapaola, che certamente avvennero in posti differenti.
 Sta di fatto, però, che il numero dei collaboratori, il tempo in cui hanno riferito la circostanza, l'assoluto disinteresse che avevano a rappresentare un fatto apparentemente marginale nelle dinamiche di "cosa nostra" sono prova sicura che tutti, raccontando questa affiliazione, hanno detto la verità.
 
D'altra parte, la vicinanza di Mazzei ai corleonesi va apprezzata non solo per la genesi e le modalità della sua formale affiliazione, ma anche per le azioni poste in essere per conto di costoro.
 Si è visto infatti, che Mazzei partecipò, dopo l'affiliazione, anche alla "guerra di Marsala", di cui hanno parlato Brusca, La Barbera, Sinacori e Patti, uccidendo a Torino Pietro Scimemi.
 
Questa guerra vide ancora una volta contrapposti i corleonesi agli "stiddari" (praticamente, al clan degli Zicchitella) e, a dire di tutti, fu diretta da Riina, che fece "caporale" di questa guerra Andrea Gancitano.[23]

 
Prima ancora Mazzei aveva partecipato, a Rimini, nel 1991, all'omicidio di Agostino D'Agati, amico di Salvatore Contorno, e della persona che lo accompagnava. Questo duplice omicidio fu commesso proprio insieme ad altri "corleonesi" (Patti, Sinacori, Facella) e fu ordinato da un altro "corleonese" (Mariano Agate"), per "fare bella figura" col capo dei "corleonesi", cioè Riina (questo è quanto hanno raccontato sia Sinacori che Patti).

 
La vicinanza di Mazzei ai corleonesi va apprezzata, infine, anche per le risultanze ("oggettive") del traffico telefonico di Mazzei, che lo dichiarano in contatto con La Barbera Gioacchino (come si è visto).
- La conseguenza di questo discorso è allora ovvia: se Mazzei, capo dei "cursoti", fu traghettato in "cosa nostra" dal gruppo dei corleonesi, ciò avvenne, si può essere certi, per le finalità e gli interessi dei corleonesi.

 
Ma si è visto, nei paragrafi precedenti, che gli interessi di costoro erano concentrati, nella seconda metà del 1992, sul "carcere duro" e sui "pentiti". Le  finalità erano quelle di giungere alla soppressione o alla modifica degli istituti giuridici che recepivano, a livello ordinamentale, queste due tematiche.
Gli strumenti che pensavano di utilizzare, per raggiungere i loro fini, erano il terrore e la minaccia, da diffondere o praticare, in Sicilia o al Nord. Meglio al Nord, dove l'opinione pubblica è più sensibile e più influente.

 
Si comprende allora perché nessuno meglio di Santo Mazzei (che "si muoveva bene al Nord", dove aveva basi ed agganci) era deputato a porre in essere l'azione delittuosa commentata in questo paragrafo.
 
Non per nulla, come si è visto nel paragrafo secondo, egli fu ammesso ai colloqui che si svolgevano a Mazara del Vallo, dopo il mese di luglio del 1992, tra Bagarella, Brusca, Gioè, ecc. e che avevano ad oggetto iniziative eclatanti contro lo Stato, tra cui la Torre di Pisa.[24]

 
Anche per questo il racconto di Gullotta appare quindi particolarmente credibile, così come appare credibile quello che dice Brusca: l'iniziativa di Mazzei nacque nel contesto dei discorsi che si facevano, in cosa nostra" (in particolare, nel gruppo dei corleonesi), nella seconda metà del 1992, intorno a Bellini e alle iniziative programmate per "ammorbidire" lo Stato.

 
Bisogna considerare, infatti, che la collocazione di un ordigno esplosivo (per quanto scarsamente efficace potesse essere) in un giardino momumentale come quello di Boboli costituisce un'azione che, posta in essere da Mazzei, non può essere ricondotta a nessuna delle attività tradizionali proprie del gruppo di appartenenza, ma abbisogna di una motivazione ulteriore, di "ampio respiro": proprio come quella che animava le condotte dei suoi nuovi compagni nel periodo in considerazione.

 
In ogni caso, è sicuramente da escludere che Mazzei si sia mosso di sua iniziativa, giacché il filo che lo legava ai corleonesi costituiva, per lui, anche una catena che lo legava agli interessi e alle strategie della nuova "famiglia".

 
Non per nulla Sinacori, che dell'ordigno di Boboli ha detto di non sapere niente, ha anche precisato che in "cosa nostra" non si faceva nulla senza il consenso di Riina. Questa regola valeva per tutti, figurarsi per Santo Mazzei, che era l'ultimo arrivato ("In Cosa Nostra non si poteva fare niente se non si parlava con Riina, chiunque. Chiunque. Pensa Santo Mazzei, che era stato fatto da un mese!).
 Lo stesso ha detto, con altre parole, La Barbera.
Ovviamente, non è possibile tacere (né questa Corte intende farlo) su una contraddizione che si rileva, con evidenza, nel confronto delle versioni di Brusca e La Barbera.
 Per il primo, infatti, Mazzei, tornando dal "Nord", disse di aver depositato un ordigno a Boboli (in istruttoria aveva detto agli Uffizi); per il secondo, disse di aver versato del liquido infiammabile attraverso la finestra di un museo "della zona di Firenze". Va detto subito che la contraddizione è insanabile e può essere spiegata solo mediante congetture. La più plausibile è che Mazzei abbia spiegato male e a modo suo quello che aveva combinato a Firenze, talché ognuno dei due ascoltatori poté intendere il suo discorso a modo proprio. Occorre considerare, infatti, che nessuno dei tre era versato nella materia oggetto di discussione (in quel caso particolare), come è emerso chiaramente dall'esame complessivo dei collaboratori suddetti (Brusca ha dichiarato che, per lui, "Uffizi" e "un luogo importante" erano la stessa cosa). Così come occorre considerare che il Giardino di Boboli è annesso a Palazzo Pitti, dove hanno sede la Galleria Palatina, il Museo delle Carrozze e il Museo degli Argenti ; vale a dire, un articolato complesso museale. 
Cosa sapesse Mazzei di tutto ciò lo sa solo lui, dal momento che, citato a dibattimento ad istanza di varie parti private, si è avvalso della facoltà di non rispondere. E' da ritenere, però, che egli non fosse maggiormente edotto di chi gli commissionò l'azione. E' senz'altro plausibile, perciò, che, raccontando la sua impresa,  abbia, volutamente o inconsapevolmente, fatto confusione sul bene preso di mira.
 
Così come è plausibile che Mazzei abbia parlato, nel contesto rappresentato da Brusca e La Barbera, di più azioni delittuose (realizzate, anche con mezzi diversi; progettate; abortite) e che costoro abbiano recepito confusamente i discorsi da lui fatti. 
Non va dimenticato, infatti, che Brusca e La Barbera parlano di resoconti avvenuti in due luoghi diversi (e quindi anche in tempi diversi): Brusca parla della casa di Gaetano Sangiorgi, a Santa Flavia; La Barbera di una casa di campagna tra Altofonte e Piana degli Albanesi.
 Una cosa però è certa: se anche se non si volesse dar credito a ciò che dicono i collaboratori intorno all'ordigno di Boboli, si dovrebbe concludere che l'episodio narrato in questo paragrafo non costituisce, come questa Corte invece ritiene, un'applicazione (in tono minore) della "filosofia Bellini", ma un evento scollegato dalle vicende che ci riguardano. 
Le conseguenze, in punto di ricostruzione logica degli accadimenti, non muterebbero quasi per nulla.
 
Certamente non si può dire, come qualche difensore è stato tentato di fare, che questa (ipotetica) "caduta" dei due collaboratori rappresenti la "prova provata" della loro insincerità (e, quindi, va scartato tutto ciò che dicono), giacché significherebbe vedere più sostanza nelle ombre che nei corpi da cui promanano.
Significherebbe fare applicazione di un criterio (la generalizzazione del particolare) che porta direttamente al nichilismo processuale (si consideri quante volte due testi disinteressati raccontano diversamente uno stesso fatto).
 
D'altra parte, la contraddizione sopra segnalata può essere utilizzata per contestare che i mandanti dell'azione di Boboli siano state le persone indicate da Brusca (tutti gli altri aspetti della vicenda - tempi, luoghi e soggetti che la posero in essere - sono certi, come si è visto, indipendentemente da ciò che ne dicono Brusca e La Barbera). 
Ma che i mandanti siano stati, genericamente, i "corleonesi" si può affermare indipendentemente da ciò che ne dicono questi due collaboratori, per i motivi che sono stati sopra detti (la nuova collocazione di Mazzei dopo l'affiliazione a cosa nostra).

 
Non serve nemmeno accertare, quindi, se Mazzei abbia agito su espresso incarico di Brusca o Bagarella (o di entrambi), ovvero se sia stato "volenteroso" (come dice Brusca) e abbia anticipato l'ordine dei suoi nuovi capi.
 Quello che è certo è che, come dicono tutti i collaboratori, in "cosa nostra" non si muoveva foglia senza il consenso di Riina. Quest'azione delittuosa, quindi, indipendentemente da quello che ne sa Brusca (e non è affatto detto che Brusca sapesse tutto) è certamente da rapportare alla nuova strategia di "cosa nostra" dopo l'applicazione dell'art. 41/bis Ord. Penitenziario.
 
Inoltre, è ben plausibile, per quanto si è detto, che l'idea di questa azione sia nata nel contesto dei discorsi con Bellini e che servisse a secondare le trattative in corso.
Non solo quella tra Gioè e Bellini, di cui si è già parlato, ma anche quella tra il ROS e Ciancimino, di cui si parlerà nel paragrafo successivo.
 
Essa è comunque indicativa del fatto che, a ottobre del 1992, i "corleonesi" avevano già individuato nel patrimonio artistico nazionale un nervo scoperto dello Stato, su cui agire per ottenerne la resa.

 


[1] Gullotta Antonino è stato esaminato all'udienza del 6-6-97, fasc. n. 143.

[2] La precisazione sull'epoca è stata fornita dal Gullotta in sede di controesame.

[3] Mariano Agate fu arrestato l'1-2-92 (teste Cappottella). Quindi, l'incontro di cui parla Brusca è precedente a questa data, o si svolse senza la partecipazione dell'Agate.

[4]  Questa contestazione del PM è avvenuta all'udienza del 19-1-98, fasc. n. 290, pag. 47 e segg.

[5]  Fasc. n. 290, pag. 50.

[6] Ha detto che si ricorda di questa data perché è il giorno in cui aveva un appuntamento, poi fallito, a Milano col Mazzei ed ha potuto risalirvi attraverso l'esame dei tabulati telefonici relativi al cellulare in suo possesso

[7]  Fasc. n. 144,  pag. 71.

[8] Dice, a proposito della presentazione di Mazzei a Riina:

" Sì, l'ha conosciuto e c'ero presente io quando c'è stata la presentazione, perché a Riina lo accompagnai io.

 Lui si trovava latitante a Mazara, il Riina, in un villino attiguo a quello di mastro Ciccio.

 Io sono andato a prendere a Riina, che avevamo già fissato l'appuntamento, Giovanni Bastone - tramite Salvatore Facella che in quel periodo si trovava pure a Mazara - avevo fissato l'appuntamento io in una contrada di Mazara, si chiama Ferle.

            Io accompagnai il Riina; lì, poi, venne Giovanni Bastone, il Santo Mazzei, Salvatore Facella, il Luchino Bagarella e, se non ricordo male, c'era pure mastro Ciccio, però di questo non ne sono sicuro, se c'era la presenza di mastro Ciccio.

            In quell'occasione, difatti, io, quando è entrato Mazzei non sapeva chi era davanti e Luchino gli ha detto: 'questo è mio cognato', la stessa cosa. Si sono abbracciati e c'è stata la presentazione.

            Il Riina gli disse che ne aveva sempre sentito parlare, però non aveva avuto l'occasione di conoscerlo, adesso c'era l'occasione di conoscerlo.

            Poi, loro sono rimasti a parlare e noi siamo usciti. Io sono uscito assieme a Giovanni e a Salvatore Facella e sono rimasti il Riina, il Bagarella, in un primo momento, e Santo.

            Poi sono entrati, uno alla volta, prima Facella e poi Giovanni, però io ero sempre fuori a guardare la situazione".

[9] "Corleonesi" venivano chiamati in "cosa nostra", come è stato detto da molti collaboratori (Brusca, Sinacori, Cancemi, ecc.), non solo i mafiosi di Corleone, ma i vincitori della guerra di mafia del 1981-82. Quindi, coloro che facevano parte della cordata di Riina.

 In questo senso se ne parla nel testo di questo paragrafo.

[10] Un fascicolo fotografico dei luoghi è stato formato dall Pg il 9-7-96 e prodotto dal PM all'udienza del 10-12-97 (faldone n. 22 delle prod. dib.).

[11] Teste Samuelli Tiziano, esaminato all'udienza del 7-6-97, fasc. n. 147. Vedi anche teste Amoroso, esaminato nella stessa udienza. Vedi anche verbale di sequestro dell'ordigno, prodotto dal PM all'udienza del 25-11-96 (prod. n. 13, sita nel faldone n.10 delle prod. dib).

[12] Teste Errico Antonio, ud. del 7-6-97, fasc.n.147.

[13] Cannavò Roberto è stato identificato nell'ominima persona nata a Torino il 3/03/1967, residente a Catania via De Caro numero 11, pregiudicato per omicidio, associazione mafiosa, rapina ed altro (teste Dalle Mura, ud. del 19-11-97, fasc. n. 249.

[14] La documentazione relativa all'acquisto dell'autovettura è stata prodotta dal PM all'udienza del 25-11-96 (vedi faldone n.10 delle prod. dib., produzione n.14).

[15] Testi Zito (fasc. n.239) e Dalle Mura (fasc. n.249).

[16] Teste Ratti Andrea, ud. del 10-12-97, fasc. n. 272.

[17] Questo teste ha anche proceduto all'identificazione del Facella: Facella Salvatore, nato a Lercara Friddi, Palermo, l'8/01/54, abitante fino al '93 a Moncalieri, Torino.

[18] Le generalità esatte di questa persona sono state riferite sempre dal teste Dalle Mura: Volpe Angelo, nato a Vallelunga Pratameno, Caltanissetta, l'08/06/52, residente a Torino in via Conte di Roccavisione, numero 2

[19] Il Bastone è stato identificato dal teste Dalle Mura in Bastone Giovanni, nato a Mazara del Vallo il 15 marzo 1943. Pregiudicato per ricettazione, traffico di stupefacenti, contrabbando, associazione mafiosa, armi.

[20] Evola Maria Rita, ha precisato il teste Dalle Mura, è coniugata con Scalia Angelo, cognato di Mazzei Sebastiano, fratello di Mazzei Santo.

[21] Teste Dalle Mura (fasc. n.249) e Di Bernardini (fasc. n. 284).

[22] Vedi verbale di interrogatorio, con contestuale individuazione dei luoghi, del 20-6-96, prodotto dal PM all'udienza dell'11-7-97, nel faldone n.27 delle prod. dib.

 Vedi anche videocassetta VHS relativa alla individuazione dei luoghi e album fotografico formato dalla Dia di Firenze: il tutto relativo all'individuazione dei luoghi del 20-6-96 (prod. n.10 dell'8-11-97, faldone n.30).

[23] La nomina di Gancitano a "caporale" della "guerra di Marsala" è stata riferita da Patti Antonio.

[24] E' quello che ha detto, in particolare, Sinacori Vincenzo.