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12 gennaio 2007
Lettera aperta di Enzo Mazzi al quotidiano LA REPUBBLICA

Pagina originale

STRAGI, PERCHÈ NON DOBBIAMO DIMENTICARE
Enzo Mazzi

«Questo spazio bianco è tuo scrivi anche tu un pensiero contro la violenza; perché solo così saremo veramente liberi»: è la scritta che apre due pagine vuote di un libro della memoria intitolato «Non vogliamo dimenticare» pubblicato nel 1995 dagli artigiani ed esercenti di via Lambertesca a Firenze, la strada sconvolta dalla bomba infame fatta esplodere il 27 maggio 1993 da una mano nota ma guidata da mandanti rimasti nel buio.
Ho ripreso in mano quel libro e le testimonianze che contiene contro la violenza e la poesia sulla sera di Nadia, una delle bambine morte nell'attentato, per cercare di fare dentro di me un po' di chiarezza di fronte ai sentimenti contrastanti suscitati dalla lettera aperta di Maria Giovanna Chelli al ministro Mastella. Ed ho sentito forte quel grido contro la violenza «perché solo così saremo veramente liberi», come venisse dal fondo di quella notte, da quei feriti, da quei morti, da quel sangue e da quella terribile ferita di un'intera città violentata, ferita che resta aperta in noi finché non sarà fatta piena luce.
E un altro libro ho aperto «Il terrorismo e le sue maschere» pubblicato dall'Associazione di familiari delle vittime per stragi, con la testimonianza di Claudio Annunziata, pubblico ministero che ha istruito a Bologna la prima fase delle indagini di alcuni processi in materia di stragi, il quale scrive nella Prefazione: «Questi atteggiamenti (di chi ha organizzato ed eseguito le stragi - ndr) non sono rapportabili a scelte individuali e isolate perché esiste un retroterra culturale, ideologico, politico ed economico nell'ambito del quale esse maturano e dalle cui sollecitazioni sono attivati». E' quel retroterra che va combattuto per una nuova cultura di civiltà.
Le ferite non solo fisiche subite da vittime e da parenti di vittime in una stagione storica densa di aspri contrasti, conflitti sociali, contraddizioni estreme, sono tutt'ora aperte. Non si può ignorarle. Non c'è umanitarismo che possa cancellarle. Ma l'umanitarismo può e forse deve intervenire per far sì che quelle stesse ferite producano un avanzamento della civiltà sia morale che giuridica. Al contrario, impedire che la sofferenza delle vittime possa generare esiti positivi per la società e per quelli stessi che quelle sofferenze hanno creato significa isterilirla, rendere la sofferenza stessa infruttuosa, svalorizzarla.
E' fonte di crescita per tutti la sofferenza ingiustamente subita che chiede giustizia, che grida giustizia, che vuole impedire la reiterazione, sia la sofferenza delle vittime del terrorismo sia la sofferenza delle vittime delle stragi a cominciare da quella di piazza Fontana che ancora non ha un colpevole. Mentre la sofferenza usata per chiedere soddisfazione a livello personale incatena la società e la fa arretrare alla incivile parificazione fra offesa e pena: occhio per occhio, dente per dente. Tanto è stato fatto nella storia passata e recente per andare oltre l'inciviltà di tale parificazione. E tanto è possibile fare ancora.
In particolare ritengo che la testimonianza di persone già condannate per terrorismo e che hanno scontato la pena loro inflitta, il loro consolidato impegno civile, la loro aderenza ferma a valori alti quali la nonviolenza senza se e senza ma, siano un frutto prezioso di una gestione positiva del conflitto in cui la sofferenza, ingiustamente subita, ha avuto la sua non piccola parte. Credo che non si debba perdere una sola goccia di questa ricchezza del cammino umano verso traguardi più avanzati di civiltà.
Mi trovo spesso, quasi per un richiamo segreto, nel freddo delle stradine e chiassi senza mai sole, fra piazza Signoria e l'Arno, a Firenze, in via Lambertesca, via dei Georgofili, chiasso Baroncelli, chiasso del Buco..., e mi alimento a quel grido contro la violenza di cui sento il richiamo. E' lo stesso grido del sangue di Abele che risuona perennemente nella storia e che dà senso al mio vivere. Il sangue delle vittime cesserà di gridare solo quando si sarà fatta piena luce. No, non è la violenza legale, pur necessaria finché serve per contenere la violenza delittuosa, a sedare il grido «che sale dalla terra che ha bevuto il sangue» di Abele. E' la luce.