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MESSAGGIO
2767  del 
26/05/2019
Messaggio del Ministro Bonafede

Buonasera,

Saluto il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, Federico Cafier.....
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Messaggio del Ministro Bonafede

Buonasera,

Saluto il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, Federico Cafiera De Raho, la presidente dell'associazione tra i familiari della strage di via dei Georgofili e tutti i presenti.

Mi scuso di non poter essere qui con voi stasera e stanotte, quando ricorderemo Fabrizio, Angela, Dario, Nadia e la piccola Caterina. Ricordarli non è un mero esercizio di memoria, ma un monito a impegnarsi tutti - cittadini e istituzioni - affinché quanto accaduto non avvenga mai più nel nostro amato Paese.

Persone innocenti, cadute sotto i vigliacchi colpi della mafia in un momento in cui lo Stato mostrava tutta la sua fragilità e, per certi versi, l'impotenza di fronte ai piani destabilizzanti di quegli anni.

Firenze ha pagato, con la vita dei suoi figli, per la sua bellezza, per la sua ricchezza culturale, il deliberato attacco ordito da Cosa nostra ai danni del patrimonio culturale del Paese. La Torre dei Pulci, crollata in seguito all'esplosione che ha seppellito, sotto le sue rovine, i quattro membri della famiglia Nencioni. Poi i danni alla Chiesa di S. Stefano e Cecilia, la Galleria degli Uffizi, un quarto delle opere d'arte della galleria danneggiate: 173 dipinti, 42 busti archeologici e 16 statue di grandi dimensioni.

Dentro quel cratere di quasi 5 metri di diametro provocato dall'esplosione, avevamo la sensazione di esserci caduti tutti. Ma, invece, da quel cratere siamo riusciti a risalire. Lo Stato ha saputo reagire; Firenze è diventato il centro delle indagini sulle cosiddette "stragi in continente", che hanno portato alle prime condanne già cinque anni dopo ma, soprattutto, ha visto un'incessante azione investigativa che ha continuato a produrre processi e condanne, per i capi della mafia e anche per coloro che pensavano di essere sfuggiti alla giustizia. E proprio da Firenze è giunta la prima ammissione, scritta nero su bianco in una sentenza, della possibilità che in quegli anni fosse in atto una trattativa fra alcuni uomini dello Stato e della criminalità organizzata. Indagini importanti che sono ancora in corso con grande impegno della magistratura e delle forze dell'ordine.

Per questo Firenze e i fiorentini sono diventati soprattutto il simbolo di chi non si arrende nella ricerca della verità, della verità compiuta su tutta quella oscura stagione. Un'azione che ha visto congiunti, in un unico sforzo, forze dell'ordine, magistrati e società civile.

Per questo mi sento di dover rivolgere un sentito ringraziamento a Giovanna Maggiani Chelli e a tutti i familiari delle vittime della strage di via Dei Georgofili.

Il loro incessante stimolo a non mollare finché non saranno svelati tutti i lati oscuri di quella stagione, è mirabile e prezioso e non deve rimanere senza risposta.

È uno stimolo che ricorda a tutti noi che non è finita finché non sarà fatta piena Giustizia.

Nessuna sentenza riporterà in vita le persone morte in quella ignobile strage ma ciò non toglie che lo Stato ha il dovere di consegnare a quei familiari e a tutti i cittadini la piena verità.

Oggi, 26 anni dopo, c'è una verità giudiziaria e uno Stato che nella lotta alla mafia, traendo spunto dal suo peggiore passato, è diventato avanguardia mondiale della lotta alle cosche. Ogni giorno però ricordo a me stesso e a tutti che non bisogna mai abbassare la guardia, che bisogna alzare ancora l'asticella per sconfiggere definitivamente la mafia.

Ogni mattina, salendo le scale del ministero, mi fermo sempre di fronte alla grande targa dedicata alla memoria di Giovanni Falcone che morì proprio mentre svolgeva un importante incarico al Ministero.

Così, ogni giorno, mi ricordo quanto è stato fatto ma soprattutto quanto ancora si dovrà fare per rendere onore a chi è caduto nella lotta alla mafia e chi, da innocente, ne ha pagato le conseguenze con la vita.

Pietro Calamandrei, in un discorso riferito alla Resistenza, diceva: "Noi ci illudiamo di essere qui, vivi, che celebriamo i morti. E non ci accorgiamo che sono loro, i morti, che ci convocano qui, come dinanzi a un tribunale invisibile, a render conto di quello che possiamo aver fatto per non essere indegni di loro; (...) è la nostra vita, che può dare un significato e una ragione rasserenatrice e consolante alla loro morte; e dipende da noi farli vivere o farli morire per sempre".

Grazie a tutti
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NOTIZIA ANSA
2766  del 
27/05/2019
Georgofili: Maggiani Chelli, parenti rimasti lontani lapide
'Non hanno potuto raggiungerla, non assegnato spazio per lorò

FIR.....
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Georgofili: Maggiani Chelli, parenti rimasti lontani lapide
'Non hanno potuto raggiungerla, non assegnato spazio per lorò

FIRENZE, 27 MAG - "C'è stata protesta fra i parenti delle vittime della strage di via dei Georgofili, che alle 1.04", ora dell'esplosione, "dopo la processione laica dietro al Gonfalone del Comune, non hanno potuto raggiungere la lapide che ricorda la strage del 27 maggio 1993 per la commemorazione con le istituzioni. Non è la prima volta, è successo anche in passato". Lo rende noto Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell'Associazione tra i familiari delle vittime dell'autobomba ai Georgofili, rispetto alla cerimonia fatta la notte scorsa presso la lapide che ricorda l'attentato.
"In queste occasioni i familiari delle vittime devono avere una loro corretta collocazione, vicino alle istituzioni, serve l'accortezza di riservare uno spazio - spiega Maggiani Chelli - Invece, pure stavolta, anche perchè pioveva e pure gli ombrelli hanno creato problemi in quel luogo angusto, non avevano potuto arrivare in tempo sul posto". "Bastava un pò di buona volontà e le vittime potevano sentire meglio la vicinanza delle istituzioni - conclude - Non ci piacciono le strumentalizzazioni politiche e tanto meno quando la sensazione è fin troppo chiara che solo quello siano. Auspichiamo che l'anno prossimo in via dei Georgofili alle ore 1.04 venga ricordato che i parenti dei morti siamo noi, non la politica".(ANSA).


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2765  del 
14/05/2019
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2764  del 
20/04/2019
Articolo del 20/04/2019 su www.leomagazineofficial.it

Lo scorso 17 Aprile nell'aula bunker di Santa Verdiana si è t.....
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Articolo del 20/04/2019 su www.leomagazineofficial.it

Lo scorso 17 Aprile nell'aula bunker di Santa Verdiana si è tenuto l'annuale incontro in ricordo di Gabriele Chelazzi organizzato dall'associazione tra i familiari delle vittime della strage di Via dei Georgofili. Gabriele Chelazzi, il pubblico ministero che ha coordinato le indagini sulle autobombe del 1993-94, morto a 59 anni la notte tra il 16 e il 17 Aprile 2003 era un esempio per tutti, e il suo ricordo, a 16 anni dalla sua morte, è ancora vivo per tutti i presenti.

Come ogni anno, ha presenziato alla commemorazione per Gabriele Chelazzi la vicesindaca del Comune di Firenze, Cristina Giachi, che ha tenuto a sottolineare quanto le istituzioni non siano una realtà esterna e lontana dai cittadini, ma come nel momento in cui vi è reciproca comprensione si realizzi una vera comunione di intenti. Il presidente del tribunale di Firenze Marilena Rizzo, che presiedeva i lavori e ha fatto sì che la commemorazione potesse avere luogo nell'edificio del tribunale, nel ricordare il pm scomparso si è voluta soffermare su due aspetti: il primo riguardante il modo in cui Gabriele svolgeva il proprio lavoro, quasi ossessivamente, ma senza innamorarsene mai, riuscendo sempre a separare la sfera professionale da quella privata; il secondo sull'importanza che ricopriva con il suo ruolo: "un anello di una catena importante".

La parola, poi, è passata alla moglie dell'ex giudice, Caterina Romagnoli Chelazzi, che, non senza commozione, ha ricordato l'aula bunker di Santa Verdiana come una seconda casa, un luogo in cui Gabriele ha passato molte giornate della sua vita, tra processi e orazioni. Nel suo ringraziamento a Giovanna Maggiani Chelli, per il suo impegno annuale nel ricordo delle vittime e di suo marito, ha menzionato altre stragi della mafia, tra cui quella del '92, evidenziando la sua costante paura non tanto per gli attentati - dato che, fortunatamente, non se ne vedono da tempo- ma per tutte le altre operazioni malavitose che quotidianamente vengono messe a segno, in particolare citando la contraffazione di prodotti BIO. Sulla scia degli attentati, ha proseguito il discorso Giuseppe Creazzo, Procuratore Capo presso il Tribunale di Firenze, ricordando ai presenti che la scelta di Firenze, come bersaglio dell'attacco, fu simbolica, dal punto di vista artistico, e atta a creare sgomento alla popolazione italiana. "Gabriele appartiene alla storia del nostro paese" ha sottolineato il magistrato, ricordando l'amico come una persona piena di energie e intelligenza che ha dato la vita per scoprire la verità: "è morto lavorando". Infine, ha tenuto a elogiare l'ex pm per la sua spiccata professionalità e la sua proverbiale riservatezza, riprendendo le parole della vicesindaca Giachi. E' intervenuto anche Alessandro Crini, Procuratore Capo presso il Tribunale di Pisa, ringraziando chi rende possibile questo convegno ogni anno: "il rischio che questa commemorazione sia ripetitiva e vuota non c'è, anzi, arricchisce ogni volta di più il ricordo di Chelazzi".

Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell'associazione delle vittime della strage dei georgofili, dopo aver ringraziato tutti, e in particolar modo gli studenti del Liceo da Vinci che anche quest'anno sono presenti e attivi negli eventi di commemorazione della strage dei georgofili, ha elogiato questo evento che conserva tra i giovani la memoria delle vittime del terrorismo. Inoltre ha ricordato che a Chelazzi piaceva molto parlare con i ragazzi, che talvolta radunava in comune davanti al salone dei '500. Non mancano parole di elogio nei confronti di Chelazzi anche da parte di Giovanni Melillo, procuratore, che ha ricordato di come seguisse le indagini con pazienza e cura certosina, con una grande capacità di analisi: aveva infatti una profonda conoscenza del ruolo del processo e non cercava il consenso né della pubblica opinione né di altri. Molto toccante l'intervento di Giuseppe Niccolosi, procuratore capo di Prato, che ha definito l'incontro come una messa laica in ricordo di Chelazzi, dal cui esempio ancora oggi si traggono importanti insegnamenti: lui era il primo giudice delle sue indagini, e la sua professionalità nel svolgerle era decisamente fuori dal comune. Infine teniamo a sottolineare l'intervento di Valentino Masetti, caporedattore del Leomagazine, che ha spiegato il ruolo del giornale all'interno di questo progetto e ha spiegato che nonostante la nostra esperienza sia limitata dobbiamo informarci per informare, la criminalità organizzata infatti prospera nell'ignoranza. Dobbiamo creare un contesto in cui non ci sia spazio per l'omertà e la prevaricazione.
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2763  del 
13/04/2019
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Ricordo di Gabriele Chelazzi il 17/04/2019

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Ricordo di Gabriele Chelazzi il 17/04/2019

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ARTICOLO
2762  del 
07/02/2019

http://www.antimafiaduemila.com/rubriche/giorgio-bongiovanni/73316-stragi-del-93-e-mandanti-esterni-parla-giovanna-maggiani-chelli.html.....
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http://www.antimafiaduemila.com/rubriche/giorgio-bongiovanni/73316-stragi-del-93-e-mandanti-esterni-parla-giovanna-maggiani-chelli.html

GIORGIO BONGIOVANNI
Stragi del '93 e mandanti esterni, parla Giovanna Maggiani Chelli
Pubblicato: 07 Febbraio 2019
"Nino Di Matteo un valido magistrato che non è accusabile di nulla".
"In alcune esternazioni di Fiammetta Borsellino rischio di strumentalizzazioni per delegittimare altri processi"
di Giorgio Bongiovanni e Aaron Pettinari - Intervista
"Mori dovrebbe chiedere scusa alle vittime di via dei Georgofili"

"Le stragi in Continente erano qualcosa fuori Cosa nostra; ci stavamo portando dietro dei morti che non ci appartenevano". Gaspare Spatuzza, ex boss di Brancaccio, con queste parole ha descritto più volte le stragi compiute nel 1993. Attentati che hanno colpito al cuore un intero Paese già traumatizzato dagli eccidi di Capaci e via d'Amelio, nell'anno precedente. In totale, tra Firenze-Roma e Milano, furono 10 i morti e 95 i feriti, vittime di quel piano stragista che si inseriva in una strategia ancora più grande.
A Firenze l'autobomba provocò un cratere della lunghezza di 4 metri e 20, profondo un metro e 30, spazzando via la vita dell'intera famiglia dei custodi dell'Accademia dei Georgofili (Fabrizio Nencioni, 39 anni, sua moglie Angela Fiume, di 36 e le due bambine, Nadia di 8 anni e mezzo e Caterina di appena 50 giorni) e di Dario Capolicchio. Assieme a quest'ultimo vi era anche Francesca Chelli, la fidanzata, che porta ancora i segni di un'invalidità permanente e che ha visto bruciare il suo ragazzo davanti ai propri occhi. Oltre a lei rimasero ferite altre 47 persone. Abbiamo raggiunto telefonicamente la madre di Francesca, Giovanna Maggiani Chelli, Presidente dell'Associazione tra i familiari delle vittime della Strage di via dei Georgofili, che da ventisei anni grida e lotta affinché sia completamente fatta giustizia su quell'attentato.

Venticinque anni sono passati dalla strage della notte tra il 27 e il 28 maggio del 1993, secondo lei a che punto siamo nella ricerca della verità?
Ci sono già stati processi importanti che hanno stabilito una parte di verità sulle modalità di quell'attentato e sulle responsabilità dei mafiosi che hanno compiuto il delitto. Adesso però vogliamo andare oltre e contiamo fortemente sulle indagini in corso alla procura di Firenze. Lo scorso 27 maggio il Procuratore capo di Firenze, che ha in mano le indagini sulle stragi del 1993, ha parlato di significativi indizi rispetto ai nuovi elementi emersi sui mandanti esterni. Noi contiamo su questi affinché si arrivi finalmente ad un processo per stabilire quel che avvenne. La verità è una e va trovata completa.

Quali sono le domande che attendono una risposta?
Sono diverse le cose che vogliamo sapere. Tra tante c'è un dubbio che ci assale da tempo. Vorremmo un confronto tra Giovanni Brusca e Monticciolo con quest'ultimo che al Procuratore di Firenze Gabriele Chelazzi, nel 1999, parlò di un viaggio in Lombardia a Milano. Brusca sul punto non ha mai detto nulla mentre Monticciolo, successivamente, ha ritrattato quel verbale che per un vizio di forma non è potuto entrare nel processo trattativa. Chelazzi, infatti, non chiese al tempo a Monticciolo se intendeva avvalersi della facoltà di non rispondere. Dal 2015 è stata disposta una legge retroattiva per cui anche per i verbali effettuati prima del 2001 quella formula doveva essere obbligatoria. Così sul punto non c'è mai stato uno sviluppo. Noi siamo convinti che qui, invece, possa esserci una chiave importante di verità. E Brusca potrebbe chiarirla. Abbiamo sentito che al processo dei poliziotti sulla strage di via d'Amelio ha parlato di quel che gli disse Messina Denaro sull'incontro di Graviano con Berlusconi e sull'orologio che l'ex premier avrebbe avuto al polso. Se ricorda questi dettagli potrebbe dire anche altro su quel viaggio con Monticciolo in Lombardia. Abbiamo anche letto che sempre nei giorni scorsi, al processo, ha chiesto scusa per quello che ha fatto ai familiari vittime di mafia. A noi, però, non ha chiesto nulla perché sulla strage di Firenze non ha mai detto nulla ed ha sempre detto che non c'entrava. Ma noi questo non lo possiamo accettare.


Sembra che il Procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho, voglia andare fino in fondo su certe vicende ed abbia intenzione di creare un pool che dia impulso alle indagini...
Noi conosciamo i limiti che ha la Procura nazionale antimafia che si limitano al coordinamento delle attività d'indagine delle altre Procure, ma già mettere in fila i pezzi può diventare importante. A noi questa decisione è stata comunicata lo scorso mese direttamente da de Raho, in occasione di un incontro che abbiamo avuto tramite il Miur.
Si possono trarre degli spunti importanti dalle letture delle carte del passato e non solo. E' possibile che qualcosa in tanti anni possa essere sfuggito e ci sembra utile che si torni ad indagare in maniera specifica. Noi abbiamo fatto notare che una cosa simile l'aveva fatta la procura guidata da Pier Luigi Vigna, ma poi non si è mai saputo nulla di quel lavoro. Speriamo che stavolta si possa andare più avanti. Da parte nostra ci siamo resi disponibili ad offrire un nostro contributo in questa ricerca. Gli anni corrono e più il tempo passa più diventa difficile riportare certi fatti nel contesto processuale, anche se può restare il dato storico.

Tornando a parlare delle stragi, Gaspare Spatuzza, sentito al processo sul depistaggio di via d'Amelio, è tornato a dire che quelle in "Continente" rappresentavano "qualcosa che andava oltre Cosa nostra". Voi che idea avete?
La strage di Firenze si inserisce all'interno di una strategia di attacco allo Stato che, appare sempre più evidente, non vedeva coinvolta la sola Cosa nostra. I mafiosi furono già condannati con l'aggravante di aver agito con finalità di terrorismo ed eversione. Ed è proprio questa che ci dice che non c'erano solo i mafiosi, ma anche qualcos'altro.
Spatuzza può essere un collaboratore di giustizia importante ma facciamo fatica a restarne innamorati perché solo in un secondo momento ha parlato delle stragi del 1993. Da quando ha deciso di collaborare, sulla scia delle lacrime per la piccola Nencioni, che ha ammazzato insieme a tutti gli altri, dice la stessa cosa, ma ha purtroppo quel limite che molte cose le ha dette dopo i 180 giorni. Una legge sicuramente vergognosa perché in 180 giorni è difficile dire tutto. Va comunque detto che ad oggi tutti i Tribunali hanno riconosciuto la sua piena attendibilità. E' lui che parla, seppur "de relato", degli incontri con Graviano al Bar Doney. E' lì che il boss di Brancaccio dice "che ci siamo messi il Paese nelle mani" citando Dell'Utri e Berlusconi.
E quando lui aveva parlato con Graviano, piangendo per la piccola Caterina perché "si stavano facendo stragi che non c'entravano con Cosa nostra" il capomafia gli rispose che "quei morti gli servivano". Il sospetto che abbiamo è che quei morti non siano serviti solo a Graviano, per il 41 bis da abolire, ma anche a qualcun altro.

Vengono alla mente le intercettazioni in carcere tra Giuseppe Graviano e la dama di compagnia Adinolfi in cui si fa ancora una volta riferimento a Berlusconi. Da quelle intercettazioni la Procura di Firenze ha aperto nuovamente un'inchiesta nei confronti dell'ex Premier e Marcello Dell'Utri, già condannato per concorso esterno. Lei cosa ne pensa?
Noi vogliamo capire fino in fondo quello che è accaduto, nel bene o nel male noi vogliamo solo la verità. Vogliamo sapere se Berlusconi e Dell'Utri sono saliti sul carro della trattativa Stato-mafia o no. Una sentenza ora ci parla anche di questo. Ma c'è anche questa nuova inchiesta. Da anni sono state aperte e poi richiuse queste indagini e noi viviamo ogni volta tutto questo come un tormento. Abbiamo avuto "Autore Uno", "Autore due" e "Autore tre". I nomi sono quelli. Noi cogliamo il dato degli "indizi significativi". Aspettiamo di vedere se ci sarà un processo per questo. Noi speriamo di poterci arrivare a prescindere da quello che sarà poi l'esito finale. Certo loro dicono che sono vecchie cose e sicuramente, come già è avvenuto, si scanneranno per capire cosa voleva dire Giuseppe Graviano con le sue parole. In tutta questa storia conserviamo la speranza che prima o poi il boss di Brancaccio dica quello che sa collaborando con la giustizia; spiegando una volta per tutte cosa intendesse con quelle parole.


Il prossimo 29 aprile ci sarà la prima udienza d'appello del processo trattativa Stato-mafia. Che significato ha per voi questo processo?
Il più ampio significato di ricerca di giustizia, perché è dal 1992 che ha inizio la storia, da quando a giugno 1992 uomini dello Stato sono andati a parlare con mafiosi dello spessore di Vito Ciancimino. Perché sono arrivati a tanto fino a chiedere il motivo di quel 'muro contro muro'? Abbiamo avuto una sentenza di primo grado che ha scritto chiaramente che senza la trattativa con Cosa Nostra da parte dei Carabinieri di Mario Mori non ci sarebbero state le stragi del '93. Anche se il processo, che ora andrà in appello, dirà che sono stati penalmente corretti, moralmente è indiscusso che non lo saranno mai per noi. Lo ha detto anche il nostro avvocato, Danilo Ammannato, durante l'arringa. Non si va a parlare da Ciancimino, cercando Riina, a chiedergli quel che si può fare per fermare le stragi, senza valutare che quella bestia, senza nulla togliere alle bestie, possa decidere di alzare il tiro. Perché questo è avvenuto dopo Capaci e via d'Amelio. Cosa nostra ha alzato il tiro sulla nostra pelle.
E si badi bene che a raccontarci proprio i contenuti di quel dialogo con Ciancimino sono stati gli stessi carabinieri al processo di Firenze. Addirittura loro usano per primi il termine trattativa.

Di recente Mori ha dichiarato di volersi curare bene per vivere a lungo e veder morire qualcuno dei suoi nemici...
Noi siamo rimasti inorriditi da quelle frasi. Noi pensiamo che lui dovrebbe chiedere scusa per quello che è avvenuto a causa del suo operato, a prescindere o meno se questo abbia avuto una rilevanza penale. Non esisterà il reato di trattativa (Mori, assieme a De Donno, Subranni, Dell'Utri ed altri boss mafiosi è stato condannato in primo grado per attentato a corpo politico dello Stato, ndr) ma da quel dialogo, è scritto anche nelle sentenze, si sono generate le stragi del 1993. I nostri figli sono morti sull'altare dell'arroganza delle presunte modalità di indagare. Io guardo le condizioni di mia figlia e pensando a quelle parole di Mori provo sgomento. Io, diversamente a lui, voglio vivere a lungo per avere giustizia per mia figlia e tutti i morti che rappresento nella mia associazione. Voglio che chi ha commesso comunque un errore di quel tipo chieda scusa alle vittime dei Georgofili. Dall'alto della sua esperienza e della sua intelligenza doveva sapere il rischio che si correva andando a parlare con Ciancimino. Vedendo che le bombe avevano in qualche maniera pagato nel 1992 ecco che si è giunti a quelle del 1993.

Secondo lei perché del processo trattativa Stato-mafia, di fatto, non si è mai parlato dopo la sentenza di primo grado? Fa davvero così paura?
Si tratta di un processo che è scomodo per tutto l'intero sistema, che non piace alla politica. Parlarne significa ammettere quello che è avvenuto. E al sistema non importa che vi siano state delle condanne pesanti. Abbiamo vissuto lunghi silenzi dove alcuni hanno detto qualcosa solo a distanza di anni perché avevano paura di quel che avveniva durante le indagini. Chi ha detto qualcosa è solo perché ha capito che la foglia di fico, ormai, non copriva più. E questo è un paradosso. La verità è che durante le stragi del 1993 sono stati tutti alla finestra a guardare mentre ci hanno ammazzato i figli e ci hanno invalidato i parenti più cari in un modo senza eguali. E non vogliono sentirsi dire che tutto questo è stato frutto di una trattativa che nessuno può più negare. Del resto già prima della sentenza di Palermo c'era stata la sentenza Tagliavia in cui è scritto chiaro e tondo che la "trattativa ci fu". Dovrebbero averlo più chiaro tutti quegli organi di informazione che ancora continuano a parlare di "presunta" trattativa.

Un altro momento importante sarà la conclusione del processo d'appello Mannino che ormai è arrivato alle sue fasi conclusive. Secondo lei quanto può incidere sull'altro processo?
Certo che sarà determinante. Nelle prossime settimane inizierà la requisitoria e ci saremo. Che ruolo ha avuto Mannino? Noi sappiamo che il suo nome era nell'elenco dei politici che dovevaNO essere uccisI dalla mafia. Ha avuto paura di morire e come lui anche altri. Qualcosa è accaduto. Noi sappiamo che sono morti i nostri figli e che ci hanno massacrato ragazzi di venti anni.

Sia durante il processo, che dopo, non sono mancati gli attacchi contro i magistrati che hanno condotto le indagini. Oggi, addirittura, accade che anche familiari vittime di mafia arrivano a puntare il dito contro uno dei pm, il sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo. Cosa sta accadendo?
Io voglio fare due premesse. La prima è che crediamo in Nino Di Matteo e nel suo disinteressato lavoro se non per la ricerca della verità, e per la sua grande competenza che constatiamo anche attraverso i documenti provenienti da Firenze. Crediamo che sia un valido magistrato e che non è accusabile di nulla.
La seconda è che tutte le vittime di mafia vanno rispettate nella loro ricerca di verità e in quello che comunque possono dire, tuttavia siamo rimasti colpiti da quanto sta avvenendo negli ultimi giorni. Abbiamo visto l'intervento televisivo di Fiammetta Borsellino a "Che tempo che fa" e abbiamo notato come l'argomento stragi si sia limitato a quelle del 1992 senza inserirle nel contesto della trattativa, ma nel filone mafia-appalti. Il contesto in realtà è molto più grande e c'è una connessione tra tutte queste stragi che vanno analizzate complessivamente. Nella sentenza definitiva di Firenze, "Tagliavia", si parla della trattativa che va dal 1992 al 1994. Il processo di Palermo dice che Borsellino viene ammazzato per la trattativa che poi si collega con le stragi del 1993. E' questo l'errore che notiamo. Si fa finta che le stragi del 1993 non ci siano state, che siano state l'effetto collaterale di autorevoli e importanti morti come quella del Giudice Falcone e del Giudice Borsellino. Ma cosa c'entra mafia-appalti con le stragi? Sicuramente non hanno nulla a che fare con le stragi del 1993. Stragi che, piaccia o no, ci sono state. Notiamo il rischio che certe considerazioni possano essere strumentalizzate, tanto che certa stampa si è subito fiondata su esse, proprio alla vigilia dell'appello del processo di Palermo. Facendo certe esternazioni non crediamo che vi sia malafede; ma il rischio che queste siano strumentalizzate ed usate per delegittimare altri processi è presente. Sarebbe opportuno che il microfono di "Che tempo che fa", sia offerto anche a noi, o chi per noi, se siamo poco altolocati. Un'altra cosa che non abbiamo condiviso della Borsellino è la scelta di andare a colloquio con Giuseppe Graviano. Lui se vuole parlar con qualcuno lo deve fare con i magistrati e collaborare con la giustizia perché altrimenti verrebbe messo nelle condizioni di lanciare messaggi all'esterno. E si può essere strumento di questo anche in maniera inconsapevole.

Tempo addietro la Corte Europea ha espresso alcune considerazioni critiche sul regime del carcere duro, nei giorni scorsi è stata prodotta una relazione dell'ufficio del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale in cui si afferma che le condizioni materiali in alcune sezioni per detenuti sottoposti al regime del 41 bis "risultano inaccettabili". Potrebbe essere questo il tempo in cui si rivedrà il regime carcerario?
Purtroppo il condizionale stride da troppo tempo e la sensazione è che per il 41 bis sia il momento delle ortiche. E' di ieri l'ultima pronuncia del garante dei diritti che protesta certe condizioni del 41 bis. Noi siamo stati sempre invisi ai garantisti in questo tema. Noi notiamo che c'è un lavoro molto forte che sta andando in questa direzione con tante persone che sono pronte ad abolire il 41 bis. In alcuni processi è emerso che i mafiosi in carcere, tra detenuti, avevano fatto delle collette proprio per far abolire il regime carcerario e sono note le proteste di Cosa nostra. Le stragi del 1993, avvengono per questo. Il compianto magistrato, Gabriele Chelazzi ci ha sempre detto che quella dei Georgofili "è stata la strage del 41 bis". Noi questo non lo possiamo dimenticare. Battisti, che non vuole il 41 bis da sempre, ora si trova in detenzione in Sardegna. E di 41 bis non ne può più Giuseppe Graviano. E per evitare che parli diventa una questione urgente da affrontare. Ecco dove si gioca la partita. C'è quella promessa fatta a Riina ed ai suoi compagni in quella notte in via dei Georgofili che va rispettata. Va pagata la "cambiale" della trattativa. E' quello che Cosa nostra ha sempre voluto ed il rischio è tornato alto. E non mi stupisce se nei prossimi mesi anche a livello politico anche questo verrà messo sul piatto della bilancia.

Una delle battaglie che avete sempre portato avanti riguarda il Fondo 512, legge dello Stato del 1999 istituito a sostegno delle vittime di mafia. Qual'è la situazione oggi?
Lo sperimenteremo a breve, perché non tutte le vittime della notte del 27 Maggio 1993 hanno trovato subito il coraggio per avanzare i loro diritti. Lo hanno fatto poco tempo fa. Inoltre abbiamo fra gli invalidi aggravamenti spaventosi e siamo di nuovo in causa civile contro la mafia. Il Fondo, quando chiedemmo accesso la prima volta, era un pianto. Ci ha messo anni a fare fronte, una lira alla volta, alle esigenze delle vittime. Oggi non lo sappiamo. Sappiamo però che altri penano e vedremo se dovremo un'altra volta tornare sotto le finestre della Prefettura di Firenze a chiedere giustizia civile. Per ora sappiamo di aver avuto gravi problemi con la scienza medica, che tanto si spertica a dire a parole che il terrorismo è una cosa grave, ma quando deve affrontarne la realtà è pavida. Non si vuole ammettere quello che il nostro Presidente della Repubblica ha detto il 9 Maggio scorso: ovvero che le conseguenze di una strage non passano mai. La scienza medica è restia, preferisce paragonare la stage terroristica eversiva agli incidenti stradali.

Cosa dovrebbero fare le istituzioni e la politica per dare una risposta alla vostra sete di giustizia?
Ammettere che nella storia dello stragismo d'Italia mai vi è stata una responsabilità morale così grande, così ampia, così vergognosa, come per la strage di via dei Georgofili.
Una strage alla quale noi pensiamo che partecipano tutti. Una "responsabilità morale" comune che si respira anche laddove a livello istituzionale non si parla in alcun modo di queste stragi. E questo è vergognoso. Inoltre vorremmo che chi di dovere accetti con serenità i processi che gli spettino affinché sia stabilito una volta per tutte chi, oltre la mafia, ha avuto le responsabilità in quelle stragi che hanno insanguinato il Paese. Per assurdo persino Andreotti accettò di essere processato e lo disse in diretta Tv. Il processo c'è stato e sappiamo tutti come è andato a finire.

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NOTIZIA ANSA
2761  del 
03/02/2019
Trattativa Stato-mafia: prima udienza d'appello il 29 aprile a Palermo

"Fissata la prima udienza del processo di appello per la Tra.....
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Trattativa Stato-mafia: prima udienza d'appello il 29 aprile a Palermo

"Fissata la prima udienza del processo di appello per la Trattativa Stato-mafia. Il 29 aprile prossimo alla II sezione della Corte di Palermo ci saremo anche noi. Serve verità fino in fondo per capire perché i nostri figli hanno dovuto morire o dobbiamo guardarli soffrire le pene dell'inferno per ciò che gli hanno lasciato fare o peggio fatto". Lo scrive Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell'Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili, dopo che gli avvocati hanno ricevuto comunicazione formale di fissazione della data della prima udienza. (Ansa)
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NOTIZIA ANSA
2760  del 
20/01/2019
Ass. Georgofili a Salvini, catturare pure Messina Denaro Lettera a ministro dei parenti vittime strage Firenze

FIRENZE, 20 GEN - "Le a.....
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Ass. Georgofili a Salvini, catturare pure Messina Denaro Lettera a ministro dei parenti vittime strage Firenze

FIRENZE, 20 GEN - "Le agenzie scrivono che sul suo tavolo c'è un elenco di 30 terroristi eversivi da arrestare e che questo Governo lo farà. Sarebbero 27 terroristi 'rossi' e 3 terroristi 'neri'. Sono 31 signor Ministro i latitanti terroristi eversivi da arrestare. Matteo Messina Denaro è un terrorista eversivo rosso/nero ed è latitante da 25 anni".
Così Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell'Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via Georgofili a Firenze, in una lettera aperta al ministro dell'Interno Matteo Salvini.
"Se il suo, è il ministero del cambiamento che tutti aspettiamo da quella tragica notte del 27 Maggio 1993 - prosegue Giovanna Maggiani Chelli -, dobbiamo capirlo con un messaggio forte e chiaro. Non serve che Lei indossi alcuna divisa, la divisa per tentare di arrestare Matteo Messina Denaro la indossano tutte le forze dell'ordine che ogni giorno lavorano per dare giustizia a chi ha patito torti inauditi in questo Paese, basta un abito classico.Basta un ministro dell'Interno che voglia la mafia sconfitta e aggiunga un nome all'elenco dei terroristi eversivi da catturare giusto quello di Matteo Messina Denaro".(ANSA).
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ARTICOLO
2759  del 
20/01/2019
da Il Fatto Quotidiano

L'Associazione Tra I Familiari delle Vittime di Via dei Georgofili, dopo l'annuncio della "cacci.....
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da Il Fatto Quotidiano

L'Associazione Tra I Familiari delle Vittime di Via dei Georgofili, dopo l'annuncio della "caccia al latitante" del governo, ha scritto a Matteo Salvini.
Ecco il testo della lettera aperta:

"Illustrissimo Signor Ministro dell'Interno, le agenzie scrivono che sul Suo tavolo c'è un elenco di 30 terroristi eversivi da arrestare e che questo Governo lo farà. Sarebbero 27 terroristi "rossi" e 3 terroristi "neri". Sono 31 Signor Ministro i latitanti terroristi eversivi da arrestare. Matteo Messina Denaro è un terrorista eversivo rosso/nero ed è latitante da 25 anni. Se il Suo è il Ministero del cambiamento che tutti aspettiamo da quella tragica notte del 27 Maggio 1993, dobbiamo capirlo con un messaggio forte e chiaro. Non serve che Lei indossi alcuna divisa, la divisa per tentare di arrestare Matteo Messina Denaro la indossano tutte le forze dell'ordine, che ogni giorno lavorano per dare giustizia a chi ha patito torti inauditi in questo Paese, basta un abito classico. Basta un Ministro dell'Interno che voglia la mafia sconfitta e aggiunga un nome all'elenco dei terroristi eversivi da catturare giusto quello di: Matteo Messina Denaro".
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